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GIALLO PASSIONE
 
Mary Jane Kelly
L’ultima vittima di Jack lo Squartatore
In alcuni casi, non è la vita a renderti famosa ma piuttosto la tua morte. Mary Jane Kelly è una di queste donne, prostituta irlandese, è nota per essere stata la quinta e ultima vittima del famoso serial killer
 



1863-1888
 
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La pioggia di Londra non lava via niente, lo sa chiunque ci abbia vissuto abbastanza a lungo. Batte sui tetti di Whitechapel come dita impazienti su una bara, e quella notte di novembre del 1888 sembrava più insistente del solito.
Mary Jane Kelly aveva venticinque anni, ma ne dimostrava dieci di più per il gin che le scavava le guance e la paura le disegnava rughe profonde intorno agli occhi verdi, di quel verde irlandese che non si spegne mai del tutto, nemmeno sotto strati di belletto da quattro soldi.

Era nata a Limerick, in una casa che puzzava di ferro rovente e sudore di fabbro. Suo padre, John Kelly, batteva il metallo come se volesse punirlo, e la madre aveva partorito così tanti figli che a un certo punto aveva smesso di dare loro nomi veri e cominciava a chiamarli per numero. Mary era stata l’unica a imparare a leggere senza che glielo chiedessero.

A sedici anni aveva sposato Davies, un ragazzo con le mani grandi. Poi il Galles, le miniere nere, il carbone che ti entrava nei polmoni e non usciva più. Tre anni dopo era rimasta vedova, con un vestito nero troppo largo e un cuore che non sapeva più dove battere. L’esplosione l’aveva lasciata sola, senza un penny, con l’odore di polvere da sparo ancora nelle narici.

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A Cardiff aveva chiesto aiuto al cugino e lui l’aveva accolta con un sorriso storto e una bottiglia di gin. “Sei bella, Mary. Troppo bella per morire di fame.”
Correva l’inverno del 1881 quando il vento che veniva dal mare s’infilava sotto le porte come una lama arrugginita. Mary aveva diciotto anni e il lutto ancora cucito addosso. Il nero del vestito di lana era diventato grigio per quante volte l’aveva lavato nel mastello dietro la casa del cugino, in una stradina di Tiger Bay che puzzava di catrame e piscio di gatto.
Il cugino si chiamava Daniel, ma tutti lo chiamavano Dan il Rosso per via dei capelli color rame e della rabbia che gli montava facile. Aveva trent’anni, le spalle larghe da scaricatore di porto e non si era mai sposato o meglio nessuna ragazza gallese lo aveva mai voluto.

Quella sera Mary era rientrata tardi da una lavanderia dove aveva passato la giornata a strofinare lenzuola dei marinai. Aveva le mani screpolate mangiate dal sapone, i capelli appiccicati alla fronte, e un freddo che le si era appollaiato sul petto come un corvo.
In casa Dan era già ubriaco. Seduto al tavolo della cucina, con una bottiglia di gin mezza vuota e una candela che tremava. «Vieni qui, Mary.» La voce bassa, rauca, quella che usava quando voleva qualcosa e sapeva già di ottenerla.
Lei si fermò sulla soglia. «Ho freddo, sono stanca. Vado a dormire.» Lui si alzò, si avvicinò barcollando, le strinse il mento e le sollevò il viso. «Sei la cosa più bella che abbia mai avuto in questa casa maledetta.»

Le parole gli uscivano lente, come se le assaporasse. «Guardati. Sembri una madonna irlandese finita all’inferno.» Mary cercò di ritrarsi. Lui strinse più forte. «Non c’è più nessuno che ti vuole, piccola. Tuo marito è cenere. Tuo padre è lontano. Qui ci sono solo io.»

Le labbra di Dan sapevano di gin e tabacco. La spinse contro il muro, lì nell’ingresso stretto. Le alzò la gonna con una mano sola, come se l’avesse già fatto mille volte nei pensieri. Mary chiuse gli occhi. Sentì il freddo del muro sulla schiena, il calore del corpo di lui che la schiacciava, l’odore acre del suo sudore. Non gridò. Non si ribellò. Non fece nulla. Rimase lì, immobile, con le gambe aperte, mentre Dan prendeva quello che voleva con la fretta di chi ha aspettato troppo.

Pochi minuti, un grugnito soffocato, poi il silenzio rotto solo dal loro respiro. Quando ebbe finito, Dan si allacciò i pantaloni e le accarezzò i capelli come se fosse stato un gesto d’amore. «Vedi?» Mormorò. «Non è poi così brutto. E domani sera c’è un ufficiale della marina che paga bene per una ragazza come te. Pulita. Con gli occhi verdi.»

Mary lo fissò, capiva e non capiva, si sistemò la gonna con le mani che non tremavano più. Aveva imparato, in quell’istante, che ci sono dolori che non lasciano segni sulla pelle e che chiunque altro uomo sarebbe stato meglio di suo cugino. «Quanto paga?» Chiese con la voce piatta. Dan sorrise, mostrando il dente d’oro che si era fatto mettere con i primi soldi sporchi. «Abbastanza perché tu non debba più lavare i panni di nessuno.» Lei annuì. Andò in camera, si tolse il vestito nero, lo piegò con cura e lo mise nell’armadio. Non lo avrebbe più indossato!

Il giorno dopo, quando l’ufficiale bussò alla porta con il cappello in mano e gli occhi già lucidi di desiderio, Mary lo accolse come un destino e con un sorriso che non arrivava agli occhi. Dan il Rosso era in cucina, a contare le monete. E fuori, il vento di Tiger Bay continuava a fischiare, portando via l’ultimo pezzo di Mary Jane Kelly che ancora credeva di potersi salvare.

Nei giorni successivi bussarono altri uomini, marinai e scaricatori di porto, e lei li accolse con lo stesso sorriso. Certo le prime volte aveva pianto, ma poi aveva smesso. Il corpo alla fine, pensava, è solo carne che si vende meglio di qualsiasi altra merce quando non hai altro.

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Mary Jane Kelly non era bella come le bambole di porcellana che si vedono nelle vetrine. Era bella come una tempesta vista dal mare: qualcosa che ti toglie il fiato e ti fa dimenticare di avere paura. Alta un metro e settanta, una spanna più della maggior parte degli uomini che pagavano per averla, era morbida e piena nei punti giusti, con seni pesanti e i fianchi che ondeggiavano. Le spalle erano dritte, il collo lungo, e quando si voltava di scatto i capelli le cadevano sulla schiena in onde disordinate che sembravano sempre appena uscite dal letto di qualcuno.
Il viso era largo con gli zigomi alti da irlandese del Munster, bocca grande e carnosa che sorrideva facile quando era in cerca di soldi.

Sei mesi dopo, il cugino Dan si stancò di lei, attratto da una ragazzina bionda dal fascino fresco e malizioso, che nel giro di poche settimane la sostituì completamente nella sua vita. La nuova arrivata prese il posto di Mary non solo nel letto di Dan, ma anche nei lavori domestici e intrattenendo qualche amico intimo di lui. Mary, ferita nel profondo dall'umiliazione sentì il peso di quella casa diventare insopportabile. A quel punto, con il cuore pesante ma una determinazione nata dalla disperazione, decise di lasciare per sempre quella casa, dirigendosi verso Londra, la metropoli caotica e anonima dove sperava di reinventarsi, lontana dal passato che l'aveva spezzata e pronta a inseguire un futuro incerto ma libero.

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A Londra, nel 1884, arrivò con una valigia di cartone e l’odore di Cardiff ancora addosso. Prima Chelsea dove provò a fare la serva in una casa dove la padrona la trattava come un mobile. Poi il West End, grazie a una ragazza conosciuta in un caffè di Knightsbridge che le disse: «Con quella faccia e quel corpo, sprecarsi a lucidare argento è peccato mortale». Lei lo sapeva e finì in un bordello in una traversa di Park Lane con la facciata neoclassica immacolata, tende di velluto bordeaux, profumo di sigaro turco e acqua di rose.

Lì Mary divenne “Marie Jeanette”, pronunciato con l’accento francese che i clienti ricchi adoravano. Indossava abiti di seta color crema e vinaccia che le lasciavano le spalle nude, guanti lunghi fino al gomito, un bocchino lungo mezzo metro e un piccolo neo finto disegnato sull’angolo della bocca. I clienti pagavano bene, ma lei spendeva tutto: cappellini con piume di struzzo, scialli di cachemire e profumi da venti ghinee l’oncia.

Fu lì che incontrò Francis Craig. Alto, magro, capelli neri pettinati all’indietro, baffi sottili e un accento oxfordiano che sembrava tagliato con il rasoio. Avvocato, o almeno così diceva. Si innamorò la prima sera che la vide scendere le scale con un vestito di satin giallo ocra che le fasciava la vita.
Dopo quella sera lui iniziò a mandarle mazzi di fiori e a scriverle biglietti profumati. E dopo solo un mese la invitò per una vacanza a Parigi.

Due settimane di alberghi con tende di damasco e champagne a colazione. Mary camminava lungo la Senna con un cappello sempre diverso e il braccio di lui sotto il suo, e per qualche giorno credette davvero che potesse funzionare. Il mondo le sorrideva e lei non si sentiva più una puttana, ma tutto ciò aveva comunque un prezzo ossia la sua libertà.

Craig cominciò a bere, a farle scenate di gelosia, a chiederle perché ridesse ai camerieri e a ripeterle ossessivamente quanto fosse solo sua. Quando tornarono a Londra lui sparì dopo tre giorni. Lei non lo cercò. Il bordello la riprese, ma qualcosa si era rotto. I clienti ricchi cominciavano a stancarsi delle sue tette, o forse era lei che non riusciva più a fingere. I soldi finirono più in fretta di prima.

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Un mattino del 1886 si svegliò in una stanza che non era più sua, con un uomo che russava accanto e non ricordava nemmeno il nome. Si alzò, si guardò allo specchio: il ginger dei capelli era più spento, le occhiaie più profonde, il sorriso più lento. Prese la valigia di cartone, quella con cui era arrivata due anni prima con destinazione East End. Lì almeno, pensò mentre il treno entrava nella nebbia, non avrebbe più dovuto fingere di essere qualcuno che non era.

Ma l’East End non ti accoglie, ti inghiotte. Mary arrivò con due vestiti, una bottiglia di gin mezza vuota e la certezza che più in basso di così non si poteva cadere. Le prime notti dormì in un doss-house di Thrawl Street, tra donne che russavano con la bocca aperta e l’odore di sapone da poco. Poi trovò una stanza in Flower and Dean Street, una topaia con il soffitto che pioveva dentro e un letto che cigolava come una condanna. Il gin divenne colazione, pranzo e cena. Quando non aveva i soldi per il gin, beveva laudano diluito. Quando non aveva nemmeno quelli, batteva i denti fino a addormentarsi.
Gli uomini adesso avevano le mani nere di carbone o di calce, puzzavano di sudore e birra acida, pagavano due pence e la trattavano come fosse un buco per i loro bisogni.

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Fu in quel periodo che nella sua vita arrivò Joseph Barnett. Era il venerdì santo del 1887, l’8 aprile. Mary era ubriaca fradicia in un pub di Brick Lane, lui era seduto in un angolo, con una pinta intatta davanti e gli occhi grigi che sembravano sempre sul punto di scusarsi per qualcosa.

Ventotto anni, magro ma forte, capelli castani tagliati corti, un accento dell’East End puro come il Tamigi sporco. Faceva lo scaricatore al Billingsgate fish market: si alzava alle tre del mattino, tornava a casa puzzando di merluzzo e ghiaccio, con le dita tagliate dal coltello per sfilettare.
Si guardarono. Lei rise, lui sorrise appena. Parlarono fino alla chiusura. Lei gli disse di chiamarsi Marie Jeanette, lui le rispose «Piacere, Joe». Uscirono insieme nella pioggia leggera di aprile.

La mattina dopo si svegliò nel letto di lui, in una stanza minuscola sopra una stalla in Little Paternoster Row. Non ci fu bisogno di chiedere: rimase. Per qualche mese fu quasi bello. Joe lavorava, lei cercava di stare lontana dalla strada. Cucinava pesce fritto in una padella nera, cantava ballate irlandesi con la voce impastata dal gin. Lui le comprava nastri per i capelli, le diceva che era la donna più bella che avesse mai toccato. Quando facevano l’amore era lento, quasi timido, come se avessero paura di rompere qualcosa.

Ma i soldi non bastavano mai. Il mercato del pesce pagava poco, e sempre meno. L’affitto era di 4 scellini e 6 pence alla settimana. Una mattina di ottobre la padrona bussò con il pugno chiuso: «O pagate o fuori». Joe perse il lavoro per una settimana a causa di uno sciopero. Mary guardò la bottiglia vuota di gin sul tavolo, poi guardò lui che dormiva con la fronte corrugata.

Si alzò dalla sedia, prese il soprabito e uscì di casa. Tornò alle due del mattino con dodici pence e le labbra gonfie. Non si era fatta scopare e in cuor suo pensò che con la sola bocca non aveva tradito il suo uomo. Ma Joe era sveglio, seduto al buio. «Dove sei stata?» Chiese. Lei non rispose. Gli mise le monete in mano. Lui le prese il polso, forte, per la prima volta. «Non devi farlo, Mary. Tu sei mia, solo mia, troviamo un altro modo.» Lei rise, una risata secca, quasi cattiva. «Quale altro modo, Joe? Vuoi che vada a lavare i pavimenti come una serva? O che muoia di fame con te senza un goccio di gin?»

Da quella notte la strada la riprese. Joe lavorava quando poteva, lei batteva quando lui non c’era. Litigavano, facevano pace a letto, litigavano di nuovo. Si trasferirono in posti sempre più piccoli, sempre più sporchi. L’ultima stanza fu al 13 di Miller’s Court, Dorset Street: sei metri quadri, un letto, una finestra rotta, 29 scellini di arretrato.

Joe ci provò fino all’ultimo. «Smetti, Mary. Ti trovo io un lavoro onesto.» Lei lo guardava con quegli occhi verdi ormai opachi e rispondeva: «Troppo tardi, amore. Troppo tardi.» Lui non ce la faceva più. Ogni sera era la stessa storia: tornava dal mercato del pesce e trovava la stanza vuota. Mary usciva alle sette, tornava alle tre, a volte alle cinque, con i capelli disfatti, il cappotto slacciato, l’odore di altri uomini addosso. Lui le chiedeva dove fosse stata. Lei rispondeva con una risata o con un insulto. Una volta gli tirò contro la bottiglia di gin. Un’altra volta gli si buttò al collo singhiozzando: «Non ce la faccio più, Joe… portami via da qui». Ma portarla dove? Con quali soldi?

L’ultima lite fu il 30 ottobre. Mary uscì sotto la pioggia, e tornò con due uomini uno dopo l’altro. Joe sentì tutto attraverso il tramezzo sottile: i cigolii del letto e i grugniti del sesso sporco. La chiamavano puttana e lei rideva! Quando il secondo se ne andò, Joe aveva già la borsa in mano. «Me ne vado, Mary. Non ce la faccio più a vederti così.»
Lei era sdraiata sul letto, il vestito sollevato, le cosce spalancate e gli occhi semichiusi. «Vattene pure!» Disse con un filo di voce. «Tanto nessuno mi vuole davvero.» Lui pianse. Lei no e lo lasciò andare senza una lacrima. Il giorno dopo Joe prese una stanza in Buller’s Lodging House, in Bishopsgate. Ci tornò ancora a trovarla, a portarle qualche penny, a chiederle di smettere. Lei lo baciava sulla porta, gli diceva «Grazie, amore.» Poi chiudeva e usciva di nuovo.

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Rimase sola nella stanza che puzzava di umido e gin. E la pioggia continuò a cadere su Whitechapel, come sempre, come se non importasse a nessuno che Mary Jane Kelly, un tempo la ragazza più bella del West End, stesse scivolando piano verso il fondo, un bicchiere alla volta, un uomo alla volta, anzi due, tre…. Fino a quella notte del 9 novembre, quando il fondo si aprì sotto di lei.

Miller’s Court era un vicolo cieco, letteralmente: un budello stretto, tre metri di larghezza, chiuso in fondo da un muro di mattoni anneriti. Il numero 13 era l’ultima stanza a sinistra, al pianoterra, con una porta che non chiudeva più bene e una finestra incrostata di fuliggine. Dentro: un letto di ferro arrugginito, un camino che tirava male, una sedia senza una gamba, un piccolo specchio rotto appeso con un chiodo. L’odore era sempre lo stesso: gin, carbone, sesso, disperazione.

Mary Jane Kelly aveva venticinque anni e sembrava una donna che ne aveva vissuti cinquanta. I capelli, un tempo il suo orgoglio, erano opachi, stopposi, tagliati male con le forbici da cucina. Li portava sciolti o legati con un pezzo di nastro nero. Il viso era ancora bello, ma gonfio sotto gli zigomi per il troppo bere; le labbra screpolate, gli occhi verdi velati da una patina acquosa che compariva dopo il terzo bicchiere. Il corpo, quel corpo che aveva fatto impazzire i signori del West End, era sempre formoso, ma ora le stecche del corsetto non bastavano più a contenere la pancia gonfia di birra e di rimpianti.

Quando era sobria, e succedeva sempre più di rado, era silenziosa, quasi dolce. Parlava poco, con quella voce bassa e rauca che conservava ancora un’ombra di Limerick.
Lizzie Albrook, che abitava nella stanza accanto, disse: «Mary era una brava ragazza, quando non toccava bottiglia. Mi diceva sempre: “Un giorno me ne torno a casa, Lizzie. Torno in Irlanda, dai miei. Qui mi mangiano viva”». Poi si metteva a piangere piano, senza singhiozzi, solo lacrime che le scendevano sulle guance come se non se ne accorgesse nemmeno. Ma appena il gin le entrava nel sangue cambiava faccia. Diventava cattiva, urlava contro chiunque, prendeva a pugni il muro, cantava a squarciagola le vecchie ballate irlandesi con una voce che faceva tremare i vetri: «Oh the days of the Kerry dancing… Oh the ring of the piper’s tune…» Cantava finché la voce non si spezzava, poi rideva, poi piangeva, poi ricominciava.

Batteva Dorset Street, Commercial Street, il Ten Bells, il Britannia. A volte portava i clienti direttamente in camera: due pence per stare in piedi contro il muro, quattro pence per il letto, sei pence per un servizio completo che comprendeva anche l’anima più scura. Quando non aveva nessuno cantava da sola, camminando sotto i lampioni a gas, con la voce che rimbalzava tra i mattoni umidi. E la nebbia di Whitechapel la avvolgeva come un vestito elegante, mentre il 9 novembre 1888 si avvicinava piano, passo dopo passo, nella notte più lunga della sua vita.

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Quella sera Joseph Barnett era andata a trovarla e avevano litigato di nuovo. Lui le ripeteva di smettere. Lei ormai senza speranza non aveva risposto. Poi lui era andato via e lei era uscita, sotto la pioggia, in cerca di uno che pagasse almeno due pence per le sue labbra ormai screpolate da tanto mestiere. Miller’s Court era silenzioso, ma non dormiva mai davvero. Solo un silenzio sporco, fatto di gemiti di sesso negli angoli e topi che rosicchiavano.

Mary era uscita alle otto in punto. Indossava l’ultimo vestito decente che le restava, uno scialle di lana rossa mangiato dalle tarme e un cappellino di feltro nero inclinato sull’occhio. Il gin le scaldava lo stomaco, ma non abbastanza. Disse a Lizzie Albrook, sulla soglia: «Se stasera non porto a casa qualcosa, domani sono in mezzo alla strada». La notte era umida, fredda, con quella pioggia gialla che sa di carbone e di morte lenta.

Verso le due e trenta George Hutchinson, un disoccupato che conosceva Mary da anni, la incrociò in Commercial Street. Lei gli si avvicinò barcollando appena. «Hutch, tesoro, hai due pence? Devo pagare la stanza, altrimenti domani mi buttano fuori.» Lui frugò nelle tasche, trovò solo briciole di tabacco. «Mi dispiace, Mary.»
Lei gli sorrise lo stesso, un sorriso stanco. «Non fa niente.» Non era sola, accanto a lei Hutch vide un uomo: basso, ben vestito, baffi biondi curati, cappotto scuro, cappello a cilindro e un’aria da signore che non c’entrava niente con Whitechapel.

A quel punto l’uomo con un gesto possessivo le mise una mano sulla schiena. Mary gli disse qualcosa all’orecchio. Lui annuì. Si allontanarono verso Miller’s Court. Hutchinson li seguì per un po’, poi si fermò. Non gli piaceva la faccia di quell’uomo. Alle tre Mary rientrò in casa. Aveva sei pence in tasca, il sapore amaro dello sperma del cliente precedente ancora sulla lingua e il braccio infilato sotto quello di quell’uomo stranamente elegante. Lui portava un pacchettino sotto il braccio, come se avesse appena comprato qualcosa. Mary rideva forte, troppo forte, la risata di chi ha bevuto e vuole dimostrare che sta bene.
Mary Ann Cox la sentì, ma non sentì l’uomo. Entrarono. La porta si chiuse con un colpo secco. Fecero l’amore su quel letto sfondato, lei col vestito ancora addosso, le scarpe slacciate…

Alle quattro Elizabeth Prather, di sopra, si svegliò di soprassalto. Un grido breve, soffocato. Poi più nulla. Pensò fosse un incubo, uno dei tanti. Si girò dall’altra parte. Alle 5:45 Mary Cox, che non era mai riuscita a dormire, sentì la porta del 13 aprirsi piano. Passi leggeri, quasi felpati. Un uomo elegante che usciva. Non lo vide in faccia. Solo la sagoma che spariva nell’arco di Miller’s Court, verso Dorset Street.

Dentro la stanza, Mary Jane Kelly non cantava più. Il letto era diventato un mattatoio. La gola tagliata da orecchio a orecchio, così a fondo che la testa quasi si staccava. Il viso non era più un viso. Il corpo aperto dal petto all’inguine, gli organi estratti, disposti intorno come trofei macabri. Le braccia mutilate, le cosce scarnificate fino all’osso. I vestiti ammucchiati ordinatamente sulla sedia, come se lei li avesse piegati prima di coricarsi. Accanto, una bottiglia di gin vuota.

Fuori, la pioggia aveva finalmente smesso. Whitechapel si svegliò con la notizia che l’ultimo atto era stato compiuto. Mary Jane Kelly, la ragazza che voleva tornare in Irlanda, la cantante di ballate irlandesi, la donna che rideva troppo forte per non piangere, non c’era più. E l’assassino, chiunque fosse, aveva chiuso la porta del numero 13 dietro di sé e se n’era andato nella nebbia, con le mani ancora calde del sangue di Mary.

******

Venerdì 9 novembre 1888, ore 10:45.
Miller’s Court era ancora immersa in quella luce grigia e sporca che a Whitechapel passa per mattino. John McCarthy, il padrone di casa, un irlandese piccolo e grassoccio che vendeva patate fritte e affittava stanze a prostitute, mandò il suo assistente Thomas Bowyer a battere cassa. Sei settimane di arretrato: 29 scellini. Troppi anche per uno che chiudeva un occhio su tutto.

Bowyer bussò alla porta del 13. Una volta. Due. Tre. Silenzio. «Mary! Apri cazzo, lo sai perché sono qui!» Niente. La finestra accanto alla porta aveva un vetro rotto da mesi. Bowyer infilò il braccio, scostò la tenda logora che faceva da tenda. E vide. Prima pensò che qualcuno avesse versato un secchio di sangue sul letto. Poi capì che quella cosa rossa e nera era un corpo. Poi riconobbe il colore dei capelli: il ginger spento di Mary. Non urlò. Gli uscì solo un rantolo, come se gli avessero dato un pugno nello stomaco. Ritirò il braccio così in fretta che si tagliò sul vetro.
Corse da McCarthy, bianco come un lenzuolo. «Signore… è… è morta. Mary è stata ammazzata!» McCarthy corse a vedere di persona. Bastò un’occhiata. «Vai a Commercial Street. Subito. Chiama la polizia.»

Alle 11:15 arrivò l’ispettore Walter Beck, insieme al sergente Edward Badham. La porta venne forzata, non era chiusa a chiave. L’aria dentro la stanza era densa, calda, metallica. Il sangue aveva impregnato il materasso, era colato sul pavimento, aveva formato una pozza scura sotto il letto. Le mosche, anche se era novembre, avevano già trovato la festa.

Mary era supina, la testa girata verso la finestra rotta, come se stesse guardando fuori un’ultima volta. La gola tagliata, la testa quasi staccata. I seni erano stati recisi. Lo stomaco aperto. La vagina era stata asportata completamente. Il cuore non c’era. Non era sul comodino, non era sul pavimento, non era nel camino spento. Era semplicemente sparito. Sulla sedia, i vestiti di Mary erano piegati con cura, il cappotto era appeso alla parete. Le scarpe, una accanto all’altra, vicino alla porta.

L’ispettore Beck, un uomo che ne aveva viste tante, dovette uscire a vomitare nel cortile. Il dottor George Bagster Phillips, arrivato poco dopo, rimase sulla soglia per quasi un minuto prima di entrare. Poi disse solo, con la voce bassa: «Questo non è solo un omicidio. È un atto di rabbia assoluta. Il più orribile che abbia mai visto.» Fu ordinato di non toccare nulla fino all’arrivo del fotografo. Le prime fotografie della scena del delitto nella storia della criminologia furono scattate proprio lì, al numero 13 di Miller’s Court: immagini sbiadite, ma che ancora oggi fanno rivoltare lo stomaco. Mary Jane Kelly, era stata cancellata dal mondo con una crudeltà che nemmeno Whitechapel, abituata a tutto, aveva mai conosciuto.

******

Il 9 novembre, prima ancora che il sangue si fosse rappreso sul pavimento di Miller’s Court, il nome dell’assassino era già sulla bocca di tutti: Jack lo Squartatore. Non c’erano dubbi!
Le altre quattro vittime: Polly Nichols, Annie Chapman, Elizabeth Stride e Catherine Eddowes erano state sgozzate in fretta, nell’ombra di un vicolo, con la fretta di chi teme di essere sorpreso. Mary invece era stata ammazzata in casa, al sicuro, al riparo dagli occhi. Due ore di lavoro lento, metodico, quasi amoroso. Due ore in cui l’uomo aveva potuto fare tutto quello che nelle altre occasioni aveva solo abbozzato.

Il cuore mancante divenne la firma definitiva. Nessuno dubitò più: era lui. E per la prima volta, dopo mesi di terrore, la gente dell’East End capì che la serie era finita. Non ci sarebbero state altre notti come quella. La notizia corse più veloce della polizia. Alle due del pomeriggio Dorset Street era un formicaio: circa mille persone spinte contro le transenne, donne che si facevano il segno della croce, uomini con il cappello in mano, bambini sollevati sulle spalle dei padri.

I giornali della sera uscirono con edizioni speciali: «L’ORRORE DI MILLER’S COURT» «LA BELLA MARY RIDOTTA A MACELLO» «IL MOSTRO HA PORTATO VIA IL SUO CUORE» Il corpo rimase esposto nella stanza fino al pomeriggio del 10 novembre. Poi fu portato alla morgue di Shoreditch. Il dottor Phillips e il dottor Bond fecero l’autopsia sotto gli occhi di mezza Scotland Yard. Conclusioni: morte per recisione della carotide destra. Le mutilazioni successive erano state compiute con una furia che superava ogni precedente. L’assassino aveva agito con calma, alla luce di una candela. Aveva usato un coltello lungo e affilato.

Nessuno reclamò il corpo. Nessun fratello, nessuna sorella, nessun padre fabbro di Limerick si fece vivo. Mary era morta da sola, e sola rimase fino alla fine.

******

Lunedì 19 novembre 1888, un giorno grigio e freddo. Un carro funebre semplice, bianco, trainato da due cavalli neri, partì da Shoreditch. Sopra, una bara di olmo grezzo. Nessun fiore, solo una piccola croce di legno. Il corteo era lungo quasi mezzo miglio. Non parenti, solo gente dell’East End: prostitute con il cappello nero, scaricatori, venditrici di castagne, clienti, amanti e magnaccia, bambini scalzi. Molti piangevano.
Alcune delle ragazze che avevano conosciuto Mary cantavano piano, arrivarono al St Patrick’s Roman Catholic Cemetery di Leytonstone nel primo pomeriggio. La fossa era già pronta, vicino al muro nord, sotto un albero spoglio. Il prete disse poche parole in latino. Calarono la bara. Una donna gettò dentro una rosa appassita.
Un’altra, Lizzie Albrook, buttò qualche moneta: «Per il traghetto, Mary. Che san Pietro ti faccia passare». Poi la terra, palate lente, finché il buco fu chiuso. Sulla croce di legno fu inchiodata una placca di ottone, pagata con la colletta delle ragazze di Dorset Street: IN LOVING MEMORY
OF MARIE JEANETTE KELLY. DIED 9TH NOVEMBER 1888. AGED 25 YEARS

Qualche anno dopo, quando fu possibile, una lapide più dignitosa sostituì la croce. Porta ancora quelle parole, in piccolo, sotto il nome: «No one but lonely hearts can know my sadness. Love lives forever.» (Nessuno, tranne i cuori solitari, può conoscere la mia tristezza. L'amore vive per sempre).
Mary Jane Kelly riposa lì, in un angolo tranquillo di Leytonstone, lontano dal gin, lontano dalla pioggia di Whitechapel, lontano dal coltello che le portò via il cuore e che, per ironia della sorte, fu l’unica cosa che Jack lo Squartatore si prese davvero di lei.

 



ARTICOLO A CURA DI ADAMO BENCIVENGA
IMMAGINE GENERATA DA IA
FONTI
https://en.wikipedia.org/wiki/Mary_Jane_Kelly






 
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