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INTERVISTE IMPOSSIBILI
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Soraya
La Principessa triste
Soraya Esfandiyari Bakhtiyari seconda moglie di Mohammad Reza Pahlavi, l'ultimo Shah di Persia. Soraya, è il nome arabo di una costellazione e Soraya è il nome dato ad una donna affascinante. Aveva due occhi meravigliosi, “occhi di giada" che conquistarono i cuori di molti uomini
(Isfahan, Iran, 1932 - Parigi, 2001)


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Splendida anche con l’andar degli anni, più volte le fu attribuito il premio The Best per l’eleganza e il celebre creatore di rose, Vittorio Barni, le dedicò una rosa color rosso geranio. Lei, mezzo sangue iraniano e mezzo russo, lei nobile, figlia di un ambasciatore, studentessa in Svizzera, si sentiva europea e iraniana, cristiana e musulmana, amava Parigi, Roma e la dolce vita, amava i rigatoni e le fettuccine, ma vagheggiava profumi e languori d'oriente.

Raya, questo il soprannome, accettò a malincuore la sua sorte di sposa dinastica, ma non appena si trovò di fronte allo scià si innamorò all'istante. Con le gambe tremanti non disse una parola. Le nozze furono gremite di oscuri presagi. Convalescente svenne tre volte sotto la zavorra dell’abito di Dior, un deliro di trine, balze e tulle e seimila diamanti. Nozze di fiaba, nozze da Mille e una notte tra tonnellate di fiori freschi d’Olanda. Un matrimonio combinato, ma un matrimonio d' amore. Lei amava recitargli in francese poesie di Verlaine, lui di Omar Khayyam. Si daranno del lei anche nell' intimità. Poi la grande Disgrazia e le sue vicende furono sulle prime pagine dei rotocalchi rosa di mezzo mondo. Lei così bella, così sfortunata…

Eccola, dunque, nella penombra dorata di un tardo pomeriggio parigino. La principessa Soraya mi accoglie nel suo attico affacciato sui tetti di Saint-Germain, quel rifugio discreto dove ha scelto di custodire i suoi silenzi dopo la grande disgrazia. Non un palazzo reale, ma un nido d’aquila elegante, tutto boiserie chiara, tappeti di seta di Isfahan e grandi vasi di cristallo colmi di rose rosso geranio, la sua rosa, quella che Vittorio Barni creò apposta per lei, quasi volesse imprigionare in petali la sua essenza.

Entra nella stanza con il passo felpato, indossa un tailleur di Givenchy color avorio antico, taglio impeccabile, linea severa ma morbida sui fianchi, come se l’abito stesso si fosse inchinato alla sua figura. Al collo, un solo filo di perle; ai polsi, niente. Solo la fede nuziale che non ha mai tolto, sottile, quasi invisibile, eppure presente come una cicatrice di luce. Il suo charme non è più quello folgorante delle fotografie anni Cinquanta. È diventato qualcosa di più raro. Quando sorride il viso si illumina di una dolcezza quasi dolorosa. Gli occhi, quei celebri occhi a mandorla color nocciola profondo, hanno conservato la capacità di guardare dentro l’interlocutore senza mai abbassare le palpebre. Parlano ancora tre lingue contemporaneamente: il francese di Verlaine, il persiano di Khayyam e un italiano imparato tra le ville dell’Appia Antica e la dolce vita, con quell’accento lievemente cantilenante che faceva impazzire i paparazzi.

Si siede sulla bergère Luigi XV ricoperta di damasco pallido, accavalla le gambe con la stessa naturalezza con cui un tempo saliva sul trono. Le mani – lunghe, aristocratiche, unghie curate ma senza smalto – si posano quiete in grembo. Eppure basta un piccolo gesto, un impercettibile movimento del polso mentre sistema una ciocca sfuggita dallo chignon basso, per capire che quell’eleganza non è studiata: è respirata. È la stessa grazia con cui, un tempo, svenne tre volte sotto seimila diamanti e ora, decenni dopo, riesce a far sembrare un semplice foulard di Hermès un mantello da imperatrice.


MADAME, LA CHIAMAVANO LA PRINCIPESSA TRISTE COME DIANA D'INGHILTERRA E MASAKO DEL GIAPPONE.…
Ero entrata nel palazzo reale di Teheran con la consapevolezza di aver coronato un sogno. Ero davvero dentro una favola, giovane ed innamorata, illusa che l’amore fosse sopra ogni cosa. Ma non fu così…

QUANDO CONOBBE LO SCIÀ ERA UNA GIOVANE RICCA ALLEVATA IN EUROPA…
Appartenevo alla nobile tribù dei Bakhtiyari, dinastia che per 17 generazioni aveva dominato sui territori più ricchi di petrolio della Persia. Mio padre, Khalil Esfandiari Bakhtiyari, era stato capo della tribù e fu ambasciatore d'Iran nella Repubblica Federale Tedesca, mentre mia madre, Eva Klein, era una tedesca di origini russe.

LEI FU INVITATA A CORTE DOPO CHE IL SOVRANO SCELSE LA SUA FOTO TRA TANTE ALTRE…
Veramente fu Shams, sua sorella, a mostrargli la mia fotografia. Eravamo amiche e l'avevo conosciuta a Parigi... Lei era affascinante, aperta, diversa dal resto della famiglia reale. Quando tornò a Teheran, portò con sé una mia fotografia – scattata da un suo cugino. La mostrò al fratello, e lui... disse che voleva conoscermi. Fu tutto così rapido… Una cena con la regina madre, Tadj ol-Molouk. Io seduta accanto a lui, terrorizzata, incapace di articolare più di qualche sillaba. Parlai di Svizzera, di neve sulle Alpi, di cose che conoscevo. Lui ascoltava, sorrideva. Ricordo ancora quel momento, mi tremavano le gambe. Credevo di aver fatto un buco nell'acqua, ma il giorno dopo, con mia sorpresa, mio padre mi disse: “Il Re ti ha scelta. Sei pronta?” E io... dissi di sì. Perché in quel momento sentivo che era destino. Dopo quell’incontro venne annunciato il fidanzamento.

REZA PAHLAVI RIMASE COLPITO DALLA SUA BELLEZZA. DICONO CHE SOMIGLIASSE AD AVA GARDNER…
Sì, la gente lo diceva spesso, soprattutto dopo il matrimonio. Era lusinghiero, mi faceva sentire meno estranea. Adoravo Ava e sin da bambina sognavo di fare l’attrice. Per me quello fu sempre un complimento. Ava era il mio idolo. Quella sensualità selvaggia, quegli occhi che catturavano la luce...

AVEVA VISSUTO LA SUA ADOLESCENZA IN EUROPA, COME TROVÒ LA VITA IN IRAN?
Arrivai a Teheran come una straniera in casa propria. Avevo vissuto in Germania e studiato nei collegi svizzeri, cresciuta tra libri francesi, valzer viennesi e libertà di movimento che lì, per una donna, sembravano un lusso proibito. Lo stile di vita di una donna in Europa era completamente diverso. Ben presto notai le differenze sia per la mentalità che per il comportamento. Le donne iraniane vivevano in un mondo di tradizione, di harem velati, di aspettative diverse. Io volevo essere moderna, aperta, ma dovevo imparare in fretta: il velo in certe occasioni, il rispetto rigido delle gerarchie, il peso di essere “la Regina”. Il popolo mi adorava per la mia bellezza europea, per i miei sorrisi spontanei. Ma dentro... mi sentivo divisa. Metà Bakhtiyari, metà tedesca, tutta europea nel cuore. Il palazzo era splendido, ma soffocante. Le differenze non erano solo culturali: erano nel modo di amare, di essere donna. Reza mi capiva, mi proteggeva, ma il trono... il trono esigeva altro.

VI SPOSASTE A TEHERAN IL 12 FEBBRAIO 1951
Lui aveva trentadue anni ed io quasi diciannove, la vita mi aveva fatto quell’enorme regalo e non mi sembrava vero… Per la cerimonia indossai un abito di Dior, lamé d'argento, perle, piume di marabù, tempestato di seimila brillanti veri, pesava oltre 15 chili. Forse per il peso del vestito o forse per l’intenso profumo dei quintali di fiori fatti arrivare appositamente dall'Olanda svenni per ben tre volte… Pensi che mio marito autorizzò una dama del seguito a tagliare parte dello strascico. Ero felice, ma le favole, monsieur, hanno sempre un prezzo.

SUO MARITO, ERA AL SECONDO MATRIMONIO.
Prima di me c'era stata Fawzia, sorella di Faruk, re d'Egitto, una donna bellissima, egiziana, regale. Era stato un matrimonio politico, un'alleanza tra dinastie. Ebbero una figlia, Shahnaz, ma nessun erede maschio. Il divorzio arrivò presto, nel '48, ufficialmente per il clima persiano che nuoceva alla salute di Fawzia. Ma tutti sapevano: il trono esigeva un figlio maschio. Reza non parlava mai di lei con amarezza; era un capitolo chiuso. Quando sposai lui, pensavo che l'amore potesse riscrivere la storia. Ero giovane, ingenua. Credevo che la passione bastasse…

IL VOSTRO MATRIMONIO SI RIVELÒ UN MATRIMONIO D'AMORE…
C’era passione e ci amavamo intensamente. Lui mi guardava come se fossi l'unica donna al mondo. Passavamo notti a parlare, a ridere, a sognare, ma la vita a palazzo era molto difficile e faticosa e mio marito era continuamente fuori per impegni politici. Io rimanevo sola in quelle sale immense, con dame di corte che mi osservavano, protocolli che mi soffocavano. Mi sentivo sola e tutto ciò era difficile da digerire per una ragazza che aveva vissuto in Europa e aveva sognato di fare l’attrice. Ero una regina che doveva sorridere alle parate, aprire ospedali, essere perfetta. La solitudine arrivò piano, come un veleno dolce. Amavo Reza, ma l'Iran non amava abbastanza una regina senza erede. E quando capimmo che non avrei potuto dargli un figlio... il sogno si spezzò.

È VERO CHE PER QUESTIONE DI ETICHETTA VI DAVATE DEL LEI ANCHE IN INTIMITÀ?
Sì, la consideravo una cosa buffa e molto divertente. In Persia era tradizione il "voi" formale, rispettoso, anche tra marito e moglie. Reza lo usava con naturalezza, come un'abitudine di corte. Io... all'inizio lo trovavo strano, quasi ridicolo. Venivo da un mondo europeo, dove l'amore è fatto di "tu" sussurrati, di confidenze immediate. Ma lui insisteva, con quel suo sorriso gentile: "È il nostro modo, Raya". E alla fine lo adottai anch'io. Nell'intimità, tra lenzuola di seta e profumi d'incenso, ci davamo del "voi" come se fossimo ancora in udienza reale. Era... tenero, in un modo surreale. Mi faceva ridere dentro, mentre fuori mantenevo la compostezza. Pensavo: "Siamo due innamorati che giocano a fare i sovrani". Divertente, sì. E un po' triste, forse, perché quel formalismo nascondeva già la distanza che sarebbe cresciuta.

FU ACCANTO A SUO MARITO NEGLI ANNI IN CUI L’IRAN FU IL FOCOLAIO DI UNA CRISI INTERNAZIONALE…
Vi era il problema della nazionalizzazione del petrolio e dall’espropriazione dei giacimenti inglesi. Reza era furioso, spaventato. Io cercavo di stargli accanto, di capirlo, ma ero giovane, inesperta di politica. Nel 1953 addirittura dovemmo fuggire… Ricordo Baghdad, un aeroporto polveroso, valigie frettolose, poi Roma. Eravamo ospiti in un albergo discreto, poi in una villa. Io passeggiavo per le vie, guardavo i caffè, i turisti... mi sentivo quasi libera, ma il cuore era pesante. Reza era distrutto: temeva di perdere tutto. Leggeva i giornali, parlava al telefono con alleati. Tornammo a Teheran in trionfo, dopo un colpo di Stato appoggiato dalla Cia, ma io... io non dimenticai mai quei giorni a Roma. Fu lì che capii quanto fragile fosse il trono, quanto il nostro amore fosse intrecciato alla politica. Reza tornò più forte, ma anche più distante. Io rimasi la moglie che aveva condiviso l'esilio, ma non potevo condividere il potere

A COMPLICARE LA SITUAZIONE, VI ERA LA NOTEVOLE PRESSIONE CHE LEI SUBIVA DALLA FAMIGLIA REALE, ANSIOSA DI VEDER ASSICURATO UN EREDE AL TRONO…
Già, quella fu la causa principale dei primi dissapori. La famiglia... la regina madre, le sorelle, i cortigiani. Tutti volevano un erede maschio. Visite mediche infinite, speranze, delusioni. Nonostante non avessi alcuna imperfezione fisica iniziai un lungo e vano peregrinare dai più famosi luminari nelle capitali occidentali. Mi sottoposi a cure lunghe e inconcludenti. Ricevetti dai miei sudditi centinaia di talismani per il mio grembo inadempiente: amuleti, miniature con versetti del Corano, flaconi di unguento magico. Andammo anche in America, a New York, poi a Boston, e io mi sottoposi a esami su esami. Un medico a New York mi disse che era solo lo stress – le paure, i tumulti del '53, l'esilio breve a Roma – a bloccarmi. Mi diede speranza. Ma a Boston... a Boston fu chiaro: infertilità irreversibile. Non c'era nulla da fare. Tutto inutile. Io mi sentivo un fallimento, non come donna, ma come regina. Reza mi amava, ma il dovere lo schiacciava.

POI TUTTO PRECIPITA DAVANTI ALLA RAGIONE DI STATO… ANCHE L’AMORE…
La ragione di stato, come lei la chiama, pretendeva dalla consorte del sovrano di essere una fattrice di lusso, la produttrice di un erede maschio. Esatto. L'Iran non era pronto a un trono senza erede. La dinastia Pahlavi era giovane, fragile dopo il colpo del '53. La famiglia reale, i cortigiani, il clero... tutti premevano. Io ero la regina, ma prima di tutto dovevo essere madre. Era il marzo del '58 lui mi disse, con le lacrime agli occhi: "Devo scegliere il paese". Io non lo implorai. Dissi solo: "Capisco". Il 6 aprile fu annunciato il divorzio. Lui parlò in televisione, io rimasi in silenzio. Conservai il titolo di principessa, i gioielli, la dignità. Ma persi lui. Fu un sacrificio reciproco, come dicemmo entrambi. Lui perse l'amore; io persi il sogno. E da allora... da allora porto questa tristezza negli occhi, come dicono. Ma non è solo tristezza: è la consapevolezza che l'amore, a volte, non basta contro la storia.

È VERA LA STORIA CHE PRIMA DEL RIPUDIO, LO SCIÀ, PER TENERLA ACCANTO A SÉ, LE FECE UNA PROPOSTA A DIR POCO INDECENTE?
Vera, sì. Nel marzo del '58, pochi giorni prima dell'annuncio ufficiale, mi chiamò al telefono. Era disperato. Mi disse: "Accetta che prenda una seconda moglie, solo per l'erede. Tu resterai regina, la mia unica regina. È la legge sciita, il mut'a, un matrimonio temporaneo". Io... io rimasi gelata. Venivo da un mondo dove l'amore è esclusivo, dove il matrimonio è uno e indivisibile. La mia educazione tedesca, svizzera, europea... mi gridava che era umiliante. Non era solo gelosia: era dignità. Rifiutai. Gli dissi che non potevo condividere lui, non così. Preferivo andarmene piuttosto che accettare un ruolo da moglie di facciata. Lui pianse al telefono. Io pure. Ma non cedetti.

CI FU UN ALTRO TENTATIVO PER SALVARE IL MATRIMONIO, VERO?
Sì, ventilò l’ipotesi di designare erede al trono il fratello minore dello Scià, Alì, avrebbe potuto salvare noi, salvare il nostro amore, ma questi purtroppo morì in un incidente aereo terribile, vicino a Elburz. Fu un colpo durissimo. Con lui svanì l'ultima possibilità realistica. Non c'erano altri maschi diretti. Dopo di lui, il trono sarebbe passato a cugini lontani o al nulla. La pressione divenne insostenibile. Bruciai le mie carte personali, presi i ricordi, i regali del popolo, i gioielli... e lasciai Teheran. Non per rabbia, ma per dignità. Gli diedi spazio, tempo per decidere se il cuore potesse prevalere sul trono. Pensavo che forse, lontano da me, avrebbe capito che l'amore non si misura in eredi maschi. Ma il palazzo non aspetta. Il 5 marzo mi chiamò: o accettavo una seconda moglie, o il divorzio. Io rifiutai, come sa. E lui... scelse il dovere.

AD APRILE LO STESSO SCIÀ DIEDE L’ANNUNCIO DELLA SEPARAZIONE PUBBLICAMENTE, VISIBILMENTE AFFRANTO. COMMOSSO SI RIVOLSE A LEI CHIAMANDOLA “SPOSA ADORATA”.
Reza parlò alla nazione in televisione e radio, con le lacrime agli occhi – sì, visibilmente commosso. Disse che era un sacrificio per il bene del paese, che non si sarebbe risposato in fretta. Io non ero lì; ero già in Europa, in Germania dai miei genitori. Ascoltai il discorso alla radio, sola. Fu straziante. Conservai il titolo di principessa, i gioielli, una rendita. Ma persi l'uomo che amavo. E lui... lui mi scrisse lettere, mi chiamò fino alla fine. Non smettemmo mai di amarci. Ma l'amore non bastò contro la storia ed io diventai il simbolo di un amore sacrificato.

SUO MARITO NON MANTENNE LA PROMESSA E SI RISPOSÒ POCO DOPO…
Sposò Farah Diba nel dicembre 1959. Poco dopo nacque il suo sperato erede maschio Ciro, in seguito altri tre figli! Purtroppo, non servì a nulla l'erede, Reza fu l'ultimo Scià di Persia. Con la rivoluzione khomeinista del '79 che arrivò come una tempesta Reza perse il potere e fu costretto ad espatriare insieme alla sua bella famigliola. Il destino fu crudele: l'erede arrivò, ma il trono cadde lo stesso. Tutto quel dolore per nulla

TUTTE LE RIVISTE INTERNAZIONALI PARLARONO DELLA SUA VICENDA…
Beh, la mia storia commosse tutto il mondo, fui sempre amata dal mio popolo e ho mantenuto comunque il titolo di Principessa d'Iran. Le copertine, i rotocalchi, i filmati... sì, il mondo intero parlò di noi. "La principessa dagli occhi tristi", "il sacrificio d'amore". Fui compatita, ammirata, seguita dai paparazzi ovunque andassi – Roma, Parigi, Monaco. Ma il popolo iraniano... non mi dimenticò mai. Anche dopo l'esilio, anche dopo la rivoluzione, arrivavano lettere, messaggi clandestini. Reza mi concesse per decreto il titolo di Altezza Imperiale, con passaporto diplomatico. Lo conservai fino alla fine. Non ero più regina, ma restai principessa – la sua principessa, per sempre, nel cuore di chi ricordava

PASSÒ IL RESTO DELLA SUA VITA IN UN ESILIO DORATO E PROTAGONISTA DELLA VITA MONDANA INTERNAZIONALE.
Dopo la separazione mi stabilii definitivamente in Europa. Nonostante la tristezza nel mio animo mi sentivo libera e desiderosa di intraprendere finalmente la mia carriera d'attrice. Sì, esilio dorato... è la definizione perfetta. Lasciai Teheran definitivamente e mi stabilii a Roma in una villa sull’Appia Antica, con i pini marittimi e il profumo di gelsomino che entrava dalle finestre aperte. Lì riscoprii la dolce vita: le serate al Piper, i ristoranti dove i paparazzi aspettavano fuori, i piatti che adoravo – rigatoni al triplo burro, sì, e fettuccine all’amatriciana che mi facevano sentire viva, romana, lontana dal protocollo persiano. L’estate all’Argentario, con il mare cristallino e le barche che dondolavano... era libertà, dopo anni di palazzo. Volevo recitare, lo desideravo da sempre. Girai qualche film – I tre volti nel '65, con Antonioni e Indovina – usando solo il mio nome, Soraya. Non fu un grande successo, ma fu mio. E sì, i flirt... ce ne furono. Maximilian Schell, Gunter Sachs, Franco Indovina – un regista che amai profondamente, fino alla sua tragica fine in un incidente aereo. I rotocalchi inventavano storie, io ridevo e lasciavo fare. Ero triste dentro, ma fuori sorridevo. La tristezza non mi impediva di vivere.

LA SUA TRISTEZZA FU BEN RIPAGATA...
Per salvaguardare il mio stato di principessa ricevevo continuamente dallo scià doni da mille e una notte e un ricchissimo appannaggio che, però, per contratto avrei perso se mi fossi risposata. Reza fu generoso, sì. Mi comprò un attico su avenue Montaigne a Parigi. Un appannaggio mensile sostanzioso, che continuò fino alla rivoluzione del '79, quando tutto cambiò. E i doni... Rolls-Royce, Mercedes, gioielli di Bulgari, Van Cleef & Arpels, Harry Winston – un anello con un diamante da 22 carati che lui mi aveva dato al fidanzamento, e che tenni sempre. Ma c'era una clausola ferrea: se mi fossi risposata, tutto sarebbe finito. L'appannaggio, il titolo, la protezione. Non potevo rischiare. Preferii restare sola, principessa a vita, piuttosto che perdere ciò che restava del nostro legame. Reza mi scrisse lettere, mi chiamava dal suo esilio al Cairo. Non ci rivedemmo mai più, ma l'amore non morì.

S’INNAMORÒ DI NUOVO VERO?
Sì... Franco Indovina. Lo conobbi sul set di I tre volti, nel 1965. Era un film a episodi – diretto da Bolognini, Antonioni e da lui stesso. Io interpretavo me stessa in uno dei segmenti, una principessa in cerca di libertà. Franco era carismatico, appassionato, con quel fuoco italiano che mi faceva sentire viva dopo anni di solitudine dorata. Ci innamorammo durante le riprese: lunghe notti a parlare di cinema, di sogni, di Roma. Fu una storia bellissima, intensa, piena di passione. Lui mi disse che avrebbe lasciato la moglie, che avremmo avuto una vita insieme. Io gli credetti, perché volevo crederci. Passammo cinque anni felici – cinque anni di amore vero, dopo il divorzio. Lui si separò, e io... io mi sentii di nuovo donna, non solo principessa. Non fu facile. Eppure, per me fu il secondo grande amore della vita.

MA QUEL FILM FU UN FIASCO COLOSSALE…
I motivi principalmente furono due: nel contratto avevo posto la clausola "né abbracci e né baci sulla bocca" e chiaramente questa cosa penalizzò il film. Venivo da un mondo di corte dove la regina non si concede a scene intime. Volevo recitare, ma non a costo della mia dignità. Risultato: il mio personaggio era rigido, distante, quasi irreale sullo schermo.
Il secondo motivo fu un vero e proprio giallo: tutte le copie stampate del film sparirono in breve dalla circolazione. A mio parere fu il mio ex marito a commissionare il furto, poiché non gradiva che il mondo mi vedesse attrice, vulnerabile, romantica sul grande schermo. Forse comprò le copie per farle distruggere, o fece pressioni. Non ho prove, solo il sospetto. Lui mi amava ancora, lo so. Mi mandava doni, lettere... ma non poteva tollerare che vivessi senza di lui, nemmeno in un film. Ironico, no? Il film sparì, come sparì la mia breve carriera. Ma Franco... Franco rimase nel mio cuore, fino alla fine.

NEL 1972 UN ALTRO GRANDE DOLORE…
Purtroppo il mio destino era segnato… Franco morì in un incidente aereo, nella famosa sciagura di Punta Raisi. Aveva trentanove anni. Sì... il 5 maggio 1972. Il volo Alitalia 112 da Roma a Palermo. Franco era a bordo – andava in Sicilia per lavoro, per continuare le sue ricerche su un film su Enrico Mattei. L'aereo si schiantò contro Montagna Longa, vicino a Punta Raisi. Tutti morti: 115 persone, tra cui lui. Aveva solo 39 anni. Io... io ero a Roma. Ricevetti la notizia come un colpo al cuore. Caddi in ginocchio. Piangevo senza sosta, non parlavo quasi più. Fu come perdere una parte di me stessa per la seconda volta. Reza era stato il primo amore impossibile; Franco il secondo, quello che mi aveva fatto credere di poter ricominciare. E invece... il destino me lo strappò via in un'esplosione di fuoco e metallo. Da quel giorno, la depressione non mi lasciò più. Era diventata la mia ombra fedele, silenziosa, costante.

COSA FECE A QUEL PUNTO?
Dopo la tragedia, mi chiusi per mesi. Non uscivo quasi, non parlavo. La magrezza aumentava, il sonno non arrivava. Poi... piano piano, ripresi a vivere. Girovagai: Parigi, Roma, l'Argentario d'estate, Monaco, Taormina per qualche festival del cinema. Partecipavo a gala, prime, cene con l'aristocrazia europea – ero sempre invitata, sempre la "principessa triste" da esibire come un gioiello raro. Ma dentro... dentro ero vuota. La depressione era lì, ogni mattina quando aprivo gli occhi. Scrivevo le mie memorie, “Le Palais des solitudes”, per non impazzire del tutto. Descrivevo il palazzo, l'amore per Reza, la perdita di Franco. Era catartico, ma non curativo. Non mi risposai mai – non potevo, per il contratto con Reza, ma soprattutto perché non volevo più rischiare. Due grandi amori, due perdite immense. Basta. Preferii la solitudine elegante. Il jet-set mi vedeva sorridere nelle foto, ma era un sorriso di facciata. La tristezza era reale, profonda. Rimasi così fino alla fine.

POI SI STABILÌ DEFINITIVAMENTE QUI A PARIGI...
Sì... definitivamente. Dopo la morte di Franco, nel '72, il mondo mi sembrò ancora più vuoto. Roma era diventata troppo dolorosa – ogni angolo ricordava lui, le riprese, le notti romane. L'Argentario d'estate era un rifugio, ma non bastava. Così, intorno al 1976, mi trasferii qui, in questo attico al numero 46 di avenue Montaigne. Reza me lo aveva regalato anni prima, un appartamento vasto, luminoso, con vista sui tetti di Parigi. Qui vivo, quasi in disparte. Esco poco, partecipo a qualche cena dalla duchessa de La Rochefoucauld, sorseggio un drink al bar del Plaza Athénée – sempre lo stesso tavolo d'angolo, sempre un bicchiere di champagne troppo freddo. È un esilio dorato, sì, ma sempre esilio. Leggo, scrivo le mie memorie. Ascolto musica classica, ricevo poche visite fidate. La depressione non se ne va mai del tutto; è come un velo sottile. Ma Parigi... mi protegge. La sua indifferenza elegante, i suoi caffè anonimi, le sue strade dove posso camminare senza essere "la principessa triste". Avenue Montaigne è perfetta: lusso discreto, boutiques di alta moda che mi ricordano Dior e Givenchy, il profumo di castagne arrostite d'autunno.

Soraya si alza piano, cammina verso la finestra. Fuori, avenue Montaigne si stende sotto un cielo plumbeo di fine febbraio – le luci dei negozi di Dior, Chanel, Louis Vuitton che cominciano ad accendersi al crepuscolo. La sua silhouette contro il vetro è ancora regale, snella, immutata nel tempo. “Qui ho capito che la vera solitudine non è l'assenza di gente, ma l'assenza di chi si ama. Eppure... non rimpiango nulla. Ho amato due uomini immensamente, ho perso due imperi – uno di trono, uno di cuore – e ho portato tutto con eleganza. Parigi è stata la mia ultima Teheran, il mio ultimo rifugio.”

L’intervista è finita. Si alza piano, senza fretta, con la stessa grazia felpata con cui è entrata nella stanza ore prima. Il tailleur Givenchy color avorio antico fruscia appena, come seta su seta. Poi si volta. La porta si chiude piano alle tue spalle. Dall’interno non arriva più alcun suono, solo il profumo persistente di gelsomino e rose, e il silenzio elegante di avenue Montaigne. Fuori, Parigi continua indifferente: le luci dei negozi si accendono, i taxi passano, la vita va avanti.

La mattina del 25 ottobre 2001, la principessa Soraya venne trovata morta nel suo appartamento parigino. La bellezza era sfiorita, aveva messo su parecchi chili dovuti ai molti eccessi etilici. Aveva 69 anni. Fra i vicini di casa si rincorsero voci secondo le quali a ucciderla sarebbe stato un cocktail di farmaci e di alcool. Lo stesso mix, un’overdose di psicofarmaci, che qualche mese prima aveva spezzato a Londra la vita di Leila Pahlavi, trentunenne figlia dello scià e di Farah Diba. Suo fratello Bijan, erede della sua fortuna, accorso a Parigi alla notizia del decesso, morì qualche giorno dopo. Venne seppellita a Monaco. I suoi beni furono venduti ad un'asta a Parigi. Tra questi anche il suo abito da sposa, creato da Christian Dior, valutato un milione e duecento mila dollari.



 


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IMMAGINE GENERATA DA IA
ARTICOLO A CURA DI ADAMO BENCIVENGA

FONTI
.http://it.wikipedia.org/
www.antoniabonomi.net


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