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INTERVISTA IMPOSSIBILE
 

Henriette Hauser
La scandalosa Nanà
Eccola Nanà bella e provocante, una delle più famose protagoniste femminili del romanzo ottocentesco dall’esistenza tormentata e rovinosa

 
 


 
Nanà mi accoglie in un palazzo elegante di rue de la Paix, nel suo boudoir parigino, un piccolo regno di lusso discreto e provocazione, che sembra uscito direttamente dal dipinto di Manet del 1877.

L’atmosfera è calda, satura di profumi orientali e di un lieve fumo di sigaretta. Henriette mi accoglie con un gesto languido della mano guantata di pizzo, mi invita a sedermi su un divanetto coperto di cuscini di seta color malva. Lei resta in piedi. Indossa una chemise bianca vaporosa che scivola appena sulle spalle, un corsetto celeste che stringe la vita in modo quasi indecente, calze di seta nera che salgono fino a metà coscia e scarpe dal tacco vertiginoso.

Non è nuda, eppure è più esposta di qualsiasi nudità classica: la sua femminilità è un’arma indossata con noncuranza. Il suo charme è fatto di contrasti magnetici. Ha i capelli ramati raccolti in un’acconciatura morbida, trattenuti da un nastro di perle minuscole; il viso è quello di una ragazza di venticinque anni che ha già visto tutto, le labbra carnose dipinte di rosso, un neo artificiale vicino alla bocca che attira lo sguardo. Parla con voce bassa, un po’ rauca dal fumo e dalle risate notturne, ma ogni frase è scandita con precisione teatrale, come se recitasse una parte che conosce a memoria.

La sua femminilità non è dolce né fragile: è trionfante, consapevole, quasi aggressiva nella sua grazia. Ogni gesto è studiato per dominare la stanza. Non c’è pudore, ma neppure volgarità ostentata. Mentre racconta la miseria della sua infanzia lo fa con distacco, come se non le appartenesse. E quando dice: “Io sono stata graziata da Dio e sono riuscita a sfuggire all’infelice destino.” Sorride con malizia, quasi a sfidarmi: “Vedi? La miseria mi ha partorito, ma io ho scelto di rinascere regina”.

Intorno a lei, sul tavolino basso, un bicchiere di champagne intatto, un mazzo di gardenie bianche che appassiscono lentamente, e il cappello a cilindro di un gentiluomo abbandonato con noncuranza da qualche cliente.


NANÀ, QUAL È IL SUO VERO NOME?
Henriette Hauser, figlia di Gervaise e Copeau.

LA SUA FAMIGLIA ERA MOLTO POVERA, VERO?
Mio padre era un operaio di origini molto umili. Dopo un grave incidente perse il lavoro spendendo tutti i suoi risparmi per le cure.

MA NON SERVIRONO A NULLA…
Assolutamente no, cadde in depressione e si diede all'alcool.

E SUA MADRE GERVAISE?
Anche lei cominciò a bere degradandosi sempre più fino a prostituirsi nei bassifondi della città. Morto mio padre andò a vivere in un sottoscala. Dopo pochi giorni, la trovammo morta di fame e di freddo.

E LEI?
Io sono stata graziata da Dio e sono riuscita a sfuggire all’infelice destino dei miei genitori.
E io? Io sono scappata da quel sottoscala prima che diventasse la mia tomba. Ho imparato presto che il corpo può essere una scala, non solo un peso. Da lavandaia figlia di ubriaconi al lusso... Manet mi ha dipinta così, no? Come se fossi già Nana prima che Zola finisse di scriverla. Ma non creda alle storie tristi, monsieur. La miseria mi ha dato solo la fame di vincere. E ho vinto. Guardatemi: specchi, champagne, amanti che pagano per un sorriso. Gervaise e Coupeau sono morti nel fango; io sono rinata nel velluto. Dio? Forse mi ha graziata... o forse sono stata io a graziarmi da sola.

COSA HA FATTO?
Sin da adolescente ho cercato in tutti i modi di elevarmi da quella condizione, non rassegnandomi e scappando dalla miseria e dal mio passato. Sono riuscita a farmi strada sulla via dell’Arte.

È STATA AIUTATA DA QUALCUNO?
Sì dalla mia bellezza provocante e dalla voglia di arrivare…

INIZIÒ COME ATTRICE…
La mia prima esibizione fu l’interpretazione della Venere in un teatro parigino. Avevo diciotto anni, mi presentai avvolta in un bianco manto di dea, coi lunghi capelli biondi sciolti sulle spalle. Avanzai verso la ribalta con disinvoltura, sorridendo al pubblico. Un brivido corse per tutta la sala. Ero nuda. In trasparenza si potevano intravedere i miei seni esuberanti, i capezzoli rosa, le cosce tornite, i fianchi dondolanti.

DA FANCIULLA A DONNA…
Già, in quel momento capii che avrei tolto la quiete a molti uomini. Non fu solo il manto trasparente, monsieur. Fu lo sguardo. Guardai dritto negli occhi la platea – banchieri, principi, scrittori – e dissi senza parole: “Io sono qui per voi, ma sarete voi a pagare per me”. Quell’ingenua Venere di diciotto anni era già una cortigiana in erba. Il pubblico tremò perché capì che non ero una dea di marmo, ma di carne viva, calda, pericolosa. Da quel momento, le porte si aprirono: teatri minori prima, poi salotti privati, poi... i nomi grossi. Il principe d’Orange, per esempio, che mi chiamava Citron per il mio sapore aspro e dolce insieme. Ma non creda a favole di protezione angelica. Nessuno mi “salvò”. Io mi salvai da sola, usando ciò che la natura mi aveva dato: questo corpo che fa girare le teste e svuotare i portafogli.

INFATTI, LE CRONACHE DEL TEMPO LA DESCRIVONO COME UNA DONNA MOLTO AMBIZIOSA.
Senza l’ambizione e la voglia di arrivare a tutti i costi non avrei fatto nulla. La mia testardaggine mi ha portato fino alle soglie del successo pur non sapendo né ballare e né recitare e tanto meno cantare.

MA IL SUCCESSO NON DURÒ MOLTO…
Recitavo male – lo ammetto senza vergogna – ma posavo bene. Ogni sera, quando uscivo dal camerino con quel manto trasparente da Venere, o quando facevo la parte della soubrette in operette dimenticate, sentivo gli sguardi degli uomini inchiodati su di me. Non applaudivano la mia voce o i miei passi: applaudivano il desiderio che accendevo. E smisi quasi subito di fare l’attrice. Ero diventata l’idolo delle folle e non c’era uomo in tutta Parigi che, più o meno in segreto, non avesse desiderato ospitarmi nel proprio letto. Quindi mi dedicai al ruolo ben più remunerativo di mantenuta.

QUINDI HA USATO IL TEATRO PER FARSI CONOSCERE…
Capii ben presto che era meglio monetizzare quel desiderio direttamente, senza intermediari. Da attrice mediocre a grande cocotte: fu un passaggio naturale.

IL SUO SOPRANNOME ERA “LA RAGAZZA DI TUTTI”.
Beh, ero bella e iniziai a farmi conoscere negli ambienti che contavano, diciamo quelli aristocratici. un nomignolo crudele, ma efficace. Lo sussurravano nei salotti, nei club, nei camerini dopo lo spettacolo. Non ero esclusiva, no: ero accessibile ai potenti, purché pagassero il prezzo giusto. Ma non creda che fosse umiliazione. Era potere. Da figlia di operai, da quel sottoscala puzzolente di miseria, ero diventata il trofeo che tutti volevano esibire, o almeno sognare. Aristocratici, banchieri, nobili e il principe Willem d’Orange che mi chiamava Citron per il mio sapore aspro e dolce, come un limone maturo che punge, ma seduce.

COSA SI PROVA AD ESSERE IL SOGNO PROIBITO DI MOLTI UOMINI…
Pensi che pur di avermi a turno come amante erano disposti a tutto e in molti casi a dilapidare i loro patrimoni. Sentivo il potere tra le mani e per me, figlia di operai, era il massimo! Immagini un duca che vende terre per un weekend con me a Deauville, un conte che ipoteca il castello per gioielli che finiscono sul mio collo... Io non chiedevo, non imploravo. Bastava un sorriso, un’occhiata obliqua, e loro perdevano la testa. E io sentivo il sangue pulsare forte, il trionfo di chi è nata in basso e ora tiene in pugno chi è nato in alto. Era vendetta? Forse. Era rivincita? Sicuramente. Il potere, monsieur, non è nei titoli nobiliari: è nel far sì che un uomo dimentichi il suo nome solo per pronunciare il mio. E sa qual è la cosa più dolce? Non ero solo il loro sogno proibito... ero il loro incubo delizioso. Perché dopo di me, nulla era più lo stesso.

DICONO CHE FOSSE INCAPACE DI AMARE E CHE DISPREZZASSE I SUOI AMANTI…
Per me contavano solo il lusso e i piaceri della vita. Mi stancavo molto presto di loro e non è colpa mia se molti uomini si sono suicidati per me. Sì forse ero incapace di amare. O forse ho amato solo me stessa. L’amore, monsieur, è un lusso che non potevo permettermi. Ho preferito il diamante al dito, la carrozza all’Opéra, lo champagne che non finisce mai. Loro venivano da me per dimenticare le loro mogli pallide, le loro responsabilità, il loro vuoto. Io davo loro l’illusione di essere vivi, desiderati, potenti... per un po’. Poi mi stancavo. Sì, mi stancavo presto. Un principe, un conte, un banchiere: tutti uguali dopo la terza notte. Li lasciavo con un bacio distratto e un conto da pagare. E se qualcuno non reggeva, se qualcuno si sparava un colpo in testa o si gettava nella Senna non era colpa mia. Era la loro debolezza. Io non li costringevo a dilapidare patrimoni, a ipotecare castelli, a rubare per me. Io continuavo a vivere, a vestirmi di seta, a ridere davanti allo specchio. Perché la vita è breve, e la miseria l’avevo già provata.

SUO FIGLIO LUIGINO ERA UN OSTACOLO PER LA TUA ATTIVITÀ?
Certo, non sapevo a chi lasciarlo… Louis Henri era nato nel 1851, frutto di un breve matrimonio con il mercante Louis Nicolas Vaté, che durò quanto un capriccio. Avevo ventun anni, ero già in fuga dalla miseria e Louis Henri arrivò come un peso inaspettato. Un bambino piccolo, piagnucoloso, che richiedeva balie, cure, attenzioni... mentre io dovevo essere libera, disponibile, sempre pronta per il prossimo salotto, il prossimo amante, il prossimo gioiello. Non lo odiavo, no. Era mio, carne della mia carne, ma in quel mondo un figlio era un ostacolo. Lo lasciavo alle balie, alle sorelle, a chiunque pagassi abbastanza per non fare domande. A volte lo portavo con me in qualche matinée, nascosto dietro le quinte, ma era un fastidio: piangeva, disturbava, ricordava a tutti – e soprattutto a me – che sotto la seta e i diamanti c’era ancora una donna che aveva partorito in una camera modesta.

MOLTI DEI SUOI AMMIRATORI DIVENNERO AMANTI DI LETTO, MA NON HA MAI AVUTO UN BUON RAPPORTO CON GLI UOMINI...
Chi per una notte, chi per qualche mese... ma solo amanti e niente più. Gli uomini sono e saranno sempre noiosi! Prevedibili come un orologio svizzero. Arrivavano carichi di regali, di promesse, di desideri che credevano unici... e dopo poche notti… Stessi gesti, stesse parole, stesse pretese. Io davo loro l’illusione di possedermi, ma ero io a possedere il loro tempo, il loro denaro, la loro pace. Un banchiere mi offriva perle per un bacio; un conte ipotecava terre per una settimana. E poi mi stancavo. Li congedavo con un “addio, chéri”, e loro se ne andavano con il cuore in pezzi o il portafoglio vuoto. Ma l’amore? Quello vero, quello che dura? Non l’ho mai voluto. Venivo da un mondo dove l’amore aveva ridotto mia madre a una prostituta ubriaca e mio padre a un relitto.

TRA I SUOI AMANTI SPICCA LA FIGURA DEL PRINCIPE GUGLIELMO D'ORANGE…
Era il primogenito del re Guglielmo III e della regina Sofia, erede al trono dei Paesi Bassi. Willem... lo conobbi all’Aia, durante una tournée teatrale. Lui, erede al trono, già disilluso dalla corte rigida, dai genitori che gli negavano tutto, scappò a Parigi per immergersi nel vizio: alcol, gioco, donne. E lì trovò me.

SI INNAMORÒ PAZZAMENTE DI LEI…
Era molto fragile. Per scherzo gli diedi il nomignolo di "Lemon", e da quel giorno i giornali scandalistici per riferirsi a lui, invece di Principe d'Orange, lo chiamano Principe di Lemon. Si innamorò di me come un ragazzo di provincia, lui che era erede al trono dei Paesi Bassi. Disgustato dalla corte, dalle prediche del padre, dalle aspettative che lo soffocavano, fece del tutto per rincontrarmi a Parigi. Io recitavo in teatri di boulevard, posavo per pittori, facevo girare teste... Lui divenne lo scandalo vivente della casa d’Orange. Mi tenne per anni: un appartamento su avenue de l’Opéra, gioielli che pesavano come catene d’oro, cavalli, feste infinite. Era generoso, appassionato, disperato. Ma anche lui... noioso, alla fine. L’alcool lo scioglieva, il gioco lo divorava, il sesso lo consumava. Voleva possedermi interamente, voleva che fossi solo sua. Io? Io non appartengo a nessuno. Lo lasciai quando mi stancai. Morì giovane, nel 1879, rovinato, esiliato nel suo stesso vizio. Io continuai a vivere, a posare per Manet, a regnare sul mio piccolo impero di desideri pagati. Era il più illustre, sì. Ma non il migliore. Solo il più ricco... per un po’.

IN QUEGLI ANNI FU RITRATTA DA MANET IN UNO DEI SUOI PIÙ CELEBRI QUADRI CHIAMATO APPUNTO NANÀ.
Mi raffigurò in una bellissima sottoveste di tulle bianco mentre mi stavo incipriando davanti allo specchio, con un gentiluomo elegante – cilindro in testa, bastone sulle ginocchia – che mi osservava dallo sfondo come un voyeur pagante. Non ero nuda, no: ero vestita quel tanto che bastava a far capire tutto. Il tulle bianco trasparente, la posa naturale, il neo finto vicino alla bocca... Manet catturò il momento preciso in cui una donna si prepara per un uomo, o per molti. E io? Io guardavo dritto fuori dalla tela, sfidando lo spettatore: “Guardami pure, ma sappi che comando io”.

IL QUADRO FECE SCANDALO VERO?
Direi abbastanza… Fu respinto dalla giuria del Salon del 1877, la giuria borghese non sopportò quella franchezza. Troppo moderna, troppo vera. Ma Manet non lo nascose, anzi lo espose nella vetrina di un negozio sul Boulevard des Capucines, da Giroux, tra ventagli e ninnoli. E lì? La folla si radunò, i passanti si fermarono, le dame arrossirono, i signori si indignarono... e sì, la polizia dovette intervenire per calmare gli animi, per evitare che qualcuno rompesse il vetro o aggredisse il dipinto. Era il 1877: Parigi fingeva pudore, ma io la smascheravo. Non era l’immagine di una prostituta, era una cocotte trionfante, che rideva in faccia alla morale ipocrita.

SECONDO LEI PERCHÉ FU CONSIDERATO TROPPO LICENZIOSO?
La scena fu una provocazione per il perbenismo borghese dell'epoca. Io in quel quadro appaio molto casta. Molto probabilmente l'arredamento dell'ambiente e la presenza di un uomo elegante alle mie spalle fa intendere altro…. Ossia un incontro piccante. Casta in apparenza, ma tutto il resto urlava il contrario. Il boudoir lussuoso, lo specchio che raddoppia il mio corpo, le candele spente come dopo una notte lunga, il gentiluomo seminascosto che mi fissa con desiderio misto a sottomissione... Non c’è nudità esplicita, ma l’allusione è violenta. Manet non dipingeva una Venere mitologica o un’odalisca esotica: dipingeva una parigina vera, una come me, che si prepara per un cliente ricco. E io guardo il pubblico, il borghese perbene, dritto negli occhi, senza vergogna. È quello lo scandalo: non il corpo, ma il potere. Io non sono vittima; sono padrona. Il perbenismo dell’epoca non tollerava una donna che sceglie il vizio come arma, che fa dilapidare fortune senza abbassare lo sguardo.

SEMPRE IN QUEL PERIODO È STATA PROTAGONISTA DI UNO TRA I PIÙ FAMOSI ROMANZI DI EMILE ZOLA.
Ero bella e soprattutto famosa, molti artisti avrebbero voluto avermi, Emile ha fatto qualcosa di più… mi ha raccontata in un bellissimo romanzo e ne andrò per sempre orgogliosa. Era il 1880 quando pubblicò Nana, la cortigiana che distrugge gli uomini con la sua bellezza, il suo corpo, il suo disprezzo velato di fascino. Ero già famosa: modella per Manet, amante del principe Citron, idolo dei boulevard. Molti pittori, scrittori, scultori mi volevano: mi dipingevano, mi scolpivano, mi sognavano. Zola descrisse la mia vita con una precisione crudele e mi rese immortale perché non ero solo una cocotte; ero il simbolo della corruzione del Secondo Impero, della decadenza borghese che si inginocchia davanti alla carne in assenza di spirito, un vero e proprio inno al piacere.

L’intervista impossibile volge al termine nel boudoir, dove la luce delle lampade a gas si è fatta più morbida. Henriette Hauser si alza lentamente dal divanetto malva, il négligé di tulle bianco che scivola con un fruscio leggero sulle spalle nude. Il profumo di patchouli e gardenie appassite resta sospeso nell’aria, denso come un ultimo addio. La guardo alzarsi: il corpo che si muove con quella grazia maliziosa, i fianchi che dondolano appena, le calze che catturano l’ultimo bagliore dorato. Lei si avvicina alla porta, si ferma come se stesse decidendo se congedarmi o tenermi ancora un po’ prigioniero. Si volta, il neo finto vicino alle labbra danza nel suo sorriso obliquo, gli occhi castani che mi fissano. “Bene, monsieur.” Dice con voce bassa. “Credo che abbiamo detto abbastanza. Avete preso appunti su tutto: la miseria di Gervaise e Coupeau, la Venere nuda sotto il manto trasparente, il principe Citron che si rovina per me, il quadro respinto, il romanzo di Zola che mi ha resa immortale... Avete visto abbastanza del mio piccolo impero di seta e specchi.”

Fa un passo verso di me, si china appena e mi sfiora il mento con la punta delle dita, un gesto leggero, quasi materno, ma carico di distanza. “Non scrivete che sono pentita, vi prego. Non scrivete che ho rimpianti. Scrivete che ho vinto: contro la fame, contro la noia, contro gli uomini che credevano di potermi possedere. Scrivete che sono ancora qui, viva, mentre loro – i principi, i banchieri, i poeti – sono polvere o ricordi sbiaditi. E se qualcuno mi rimprovererà per aver fatto soffrire, ditegli che il dolore è il prezzo del desiderio. E io ho sempre fatto pagare il giusto.”

Si raddrizza, torna eretta, regina nel suo boudoir. Apre la porta con un gesto cerimonioso. Dal corridoio entra un filo d’aria fresca, che porta con sé il rumore lontano di una carrozza e il profumo umido della notte parigina. “Andate ora…” Non mi tende la mano per un saluto formale. La porta si chiude piano alle spalle.

Fuori, nella rue buia, resta solo l’eco dei suoi tacchi che si allontanano, e il profumo di patchouli che gli si è attaccato alla pelle.

Le somiglianze tra Zola e Manet vanno oltre il nome della soubrette e si confondono in un magico gioco di finzione e realtà. Nanà e Henriette in entrambi i casi descrivono una meravigliosa ragazza dalla pelle bianca, le curve morbide e i capelli rossi. All’apice del successo e della fama il destino le voltò le spalle. Sfigurata dal vaiolo, morì in una camera d’albergo in completa solitudine. Negli anni successivi è ricordata al cinema con i film di Jean Renoir del 1926, di Christian Jacque del 1954 e del più recente di Alberto Negrin del 2001 con Francesca Dellera.

 





IMMAGINE GENERATA DA IA
INTERVISTA A CURA DI ADAMO BENCIVENGA





 
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