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INTERVISTA IMPOSSIBILE
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Mercedes de Acosta
Il genio della seduzione
Poetessa, drammaturga, costumista e celebre mondana statunitense, ricordata dal grande pubblico più che altro per le sue relazioni lesbiche, con la Divina Greta Garbo, Marlene Dietrich, Alla Nazimova, Eva Le Gallienne, Isadora Duncan ed altre, da lei stessa raccontate nell'autobiografia pubblicata verso la fine della sua vita, nel 1960
(New York, 1 marzo 1893 - New York, 9 maggio 1968)

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Sono in un salotto privato al piano nobile di un vecchio palazzo veneziano sul Canal Grande, una sera d’autunno del 1932. Fuori piove piano, l’acqua batte sui vetri come dita impazienti. Dentro, solo candele nere e bianche. Niente elettricità. L’aria profuma di incenso, gardenia appassita e un leggerissimo tocco di sigaro cubano. Mercedes de Acosta è seduta su una poltrona di velluto nero, le gambe accavallate con eleganza maschile. Indossa un completo da highwayman in seta nera lucida, un lungo mantello da cocchiere gettato su una spalla e scarpe nere con fibbie d’argento. Il viso è incipriato di un bianco opaco, le labbra dipinte di un rosso sangue intenso. I capelli neri, lisciati all’indietro con la brillantina, brillano come ebano bagnato. Sembra uscita da un quadro di Goya e da un film espressionista tedesco allo stesso tempo. Il suo charme è qualcosa di letale e pericoloso. Non è la bellezza convenzionale: è una seduzione intellettuale, spirituale e carnale insieme. Parla a voce bassa, con un leggero accento spagnolo-newyorkese, ogni parola misurata, ogni pausa calcolata. Ride di rado, ma quando lo fa è un riso basso, rauco, che ti vibra dentro. Ha un modo di inclinare la testa e di fissarti che ti fa sentire l’unica persona esistente al mondo in quel momento.

È il “genio della seduzione” perché non seduce solo con il corpo, ma con l’immaginazione: ti fa sentire parte di un romanzo gotico-romantico, di un duello di anime, di un’avventura proibita. Diceva di poter rubare qualsiasi donna a qualsiasi uomo, e molti testimoni giurano che ci riuscisse davvero. Il suo fascino sta nell’androgina eleganza severa, nel misticismo, nella totale mancanza di vergogna e nella capacità di far sentire ogni amante come la musa assoluta del suo universo privato.

Sono seduto di fronte a lei. Mercedes mi osserva per qualche secondo in silenzio, poi sorride e dice:
“Lei è venuto per parlare della seduzione, vero?”

Molti la definiscono il più grande genio della seduzione del suo tempo. Come si conquista una donna quando si è… come dire… una donna anche lei?
Ah, caro mio… la seduzione non ha genere. Ha solo intensità. Io non “conquisto”. Io riconosco. Vedo in una donna ciò che lei stessa non osa ancora vedere: il fuoco nascosto, la fame di essere guardata davvero, non solo ammirata. Poi le offro uno specchio nero. Le mostro la sua versione più selvaggia, più poetica, più libera. E lei… viene da me da sola. Guardi, io non uso trucchi da salotto. Io uso il silenzio, lo sguardo, la parola detta al momento giusto. Un mantello nero che sfiora una spalla nuda. Una lettera scritta a mezzanotte con inchiostro viola. Un viaggio improvviso a Parigi o a Taormina. E soprattutto… l’assoluta certezza che per me, in quel momento, lei è l’unica cosa che conta al mondo.

Il suo stile è leggendario: sempre nero e bianco, tricorno, mantello… Sembra una dandy spagnola uscita da un altro secolo. È una scelta estetica o una vera e propria armatura?
Entrambe. Io rifiuto il rosa, il frivolo, il “femminile” imposto. Io sono spagnola di sangue e dandy di spirito. Il nero e il bianco sono i colori della verità: assenza e presenza, morte e vita, mistero e chiarezza. Quando entro in una stanza vestita così, la gente smette di vedermi come “una donna”. Mi vede come una forza. E le donne… le donne adorano le forze che le fanno sentire deboli e potenti allo stesso tempo. Garbo mi chiamava “Black and White”. Era il suo modo di dire che ero il suo opposto e il suo complemento. Dietrich, invece, rideva e diceva che sembravo un pirata che aveva sbagliato secolo. Entrambe avevano ragione.

Si dice che abbia avuto le donne più importanti del secolo… Qual era il segreto?
Il segreto è semplice e terribile: io non ho mai avuto paura di amare fino in fondo. Senza compromessi, senza pudore, senza futuro garantito. Io davo tutto, subito, e chiedevo tutto in cambio. Molte si spaventavano. Alcune fuggivano. Altre… restavano intrappolate nella mia rete di seta nera per anni. E poi, io so ascoltare. So guardare. So toccare l’anima prima del corpo. Le grandi donne sono stanche di essere trattate come trofei o come bambole. Io le trattavo come dee oscure. E loro si lasciavano venerare.
Non ha mai rimpianto nulla?
Rimpiango solo di non aver avuto più tempo. Più notti. Più donne. Più vite. Ma sa una cosa? Ogni volta che una di loro mi guardava come se fossi il diavolo e l’angelo insieme… in quel momento ero immortale.

Le sue origini?
Sono nata nel 1893 a New York, ultima di otto fratelli, da una famiglia cubana di origini spagnole. I miei erano benestanti. Mia madre discendeva dal Duca di Alba.

Già da piccola sognava il teatro vero?
Invece di andare al parco a giocare, come facevano tutte le bambine normali, io mi recavo alle matinéè teatrali ed il resto del tempo lo occupavo leggendo Kant e Spinosa. Ero una bimba molto curiosa mi interessai al movimento delle suffragette che negli anni Venti sfilavano lungo la Quinta Avenue.

A 27 anni il matrimonio.
Mi sposai in chiffon grigio con Abram Pole, un pittore di dieci anni più anziano di me per fare piacere a mia madre.

Non le interessava il matrimonio vero?
Diciamo che non mi interessano gli uomini in genere.

… e non fa niente per nasconderlo...
Sono stata senza dubbio un’eccentrica, mi piaceva vestire unicamente di nero con pantaloni di taglio maschile. Al tempo adoravo indossare mantella e cappello a tricorno, scarpe appuntite con la fibbia di metallo. Mi sbiancavo la faccia con la cipria in modo da fare contrasto con le labbra che tingevo di rosso fuoco.
Questo tipo di abbigliamento le ha valso l’appellativo di Contessa Dracula.
Sì ma me ne infischiavo.

Certo, una mano gliel’ha data anche la sua famiglia! E’ vero che sua madre la vestiva da maschio?
… e mi chiamava Rafael. In ogni caso anche gli anni di collegio trovarono terreno fertile…

In seguito iniziò a frequentare locali ambigui e cabaret a luci rosse accompagnata da belle signore.
Adoravo frequentare persone di elevata cultura impegnate nel campo dell’arte. Ricordo la danzatrice Isadora Duncan, la ballerina russa Tamara Karsavina, ed Eleonora Duse. Ma soprattutto in quel periodo pubblicai libri di poesia, romanzi, e quattro miei testi teatrali erano contemporaneamente in cartellone a New York, Londra e Parigi.

I suoi temi preferiti?
L’amore e l’eros nei suoi aspetti omosessuali, ma anche la passione attraverso l’incesto e l’adulterio. La critica mi salutò come una promessa della drammaturgia americana.

Ma le cose si mettono male per la sua famiglia.
Mio padre perse tutto il patrimonio e si suicidò gettandosi da un ponte, poi è la volta di mio fratello Hennie a suicidarsi, ed a breve distanza morirono mia madre ed una sorella.

Nel 1931 decise di tentare la carta di Hollywood.
Ero determinata a sfondare come sceneggiatrice.

La descrivono come un soggetto ambizioso, che desiderava emergere, distinguersi, e soprattutto stupire.
La fantasia non mi mancava, ma quello che volevo era stupire e per farlo scrivendo, ci sarebbe voluto troppo tempo, mentre io non avevo pazienza.

Conobbe Greta Garbo e scoppiò il grande amore.
Avevamo solo voglia di stare sole lontane da occhi indiscreti. Andammo in vacanza insieme, mi ricordo che le scattai le uniche fotografie in topless.

Fu una relazione a fasi alterne?
In genere ero io ad inseguirla, effettivamente era lei ad avere il controllo della situazione. Stavamo bene per lunghi periodi poi distanti per altri a seconda dei suoi capricci. Ma quando prendevo una nuova sbandata era Greta a rifarsi viva.

Tra queste sbandate c’era anche la figlia del viceconsole americano a Livorno?
Sì vivemmo per circa un anno insieme a Parigi.

Sempre senza dimenticare la Garbo…
Le scrivevo poemi d’amore e in cambio ricevevo le richieste più prosaiche: che le comperassi scarpe, che le ordinassi vestiti, che le trovassi una domestica…

Qualcuno la definì la Lesbica Ossessionata e che la Divina era solo succube delle sue avances passionali.
Guardi che il rapporto andò avanti per più di trent’anni e s’incrinò solo quando nel 1960 pubblicai una mia autobiografia - Here lies the heart (Qui giace il cuore) - corredata dalle foto a seno nudo di Greta per poi rompersi definitivamente quando, ormai in miseria nera decisi di vendere le “lettere d’amore” ricevute da lei.

Le sue rivelazioni causarono la rottura di numerose amicizie con la maggior parte delle sue amiche.
Loro avrebbero preferito mantenere segreta la propria (omo)sessualità. Ricordo Eva Le Gallienne, furiosa per le rivelazioni, che si sbarazzò di qualunque oggetto che le ricordasse la nostra relazione.

Si racconta che una delle amiche messe a nudo commentò giocando sul doppio senso in inglese di "lies" ("giace" e "mente"). E cioè, "Qui mente il cuore"..
I fatti sono circostanziati. Le capisco ma è tutto vero quello che ho scritto.

Un altro suo amore fu Marlene Dietrich… Come la conobbe?
La incontrai durante un ricevimento, nella cucina della casa. Mi ero rifugiata lì piangendo disperata. Greta al tempo mi faceva soffrire e lei carinamente mi consolò.

E la invitò a cena a casa sua….
Dopo pochi giorni lei mi riempiva di orchidee ed io le scrivevo lettere d'amore. Iniziavano con "tesoro mio", e finivano "Il tuo principe bianco".

Vera attrazione o solo vendetta verso la più famosa e rivale Greta?
Ci amavamo e non c’era nessuna vendetta da parte sua, tanto che vivemmo una specie di triangolo a distanza che naturalmente fu molto chiacchierato...

E’ vero che dormiva con una Colt sul comodino?
Ero terrorizzata dalla depressione e il suicidio covava nella mia mente. Per cercare pace partii per l’India, mi misi sotto la guida di un guru, ma non servì a nulla...

L’intervista è terminata, la pioggia sul Canal Grande si è fatta più fitta, un velo argentato che batte contro i vetri alti del salotto. Le candele nere si sono consumate. Mercedes de Acosta si alza lentamente dalla poltrona di velluto. Il mantello nero scivola sulla sua spalla con un fruscio di seta, come se avesse vita propria. Poi, con la stessa lentezza teatrale, si ritrae. Fa un passo indietro. Il mantello nero si apre come ali di corvo. Con un gesto fluido spegne l’ultima candela rimasta tra pollice e indice, senza neppure una smorfia di dolore. La stanza piomba nell’oscurità quasi totale, illuminata solo dal debole bagliore dei lampioni sul canale. La porta si apre e si richiude. Mercedes de Acosta è scomparsa. Ma il suo fascino… quello è ancora lì.

Muore nel 1968 a 75 anni, con lei ci sono un gatto e una sorella. Qualcuno dice che al momento del funerale, dall’altra parte del marciapiede ci fosse un’irriconoscibile Greta Garbo.
Venne sepolta con sua madre e sua sorella, Rita de Alba de Acosta al Trinity Cemetery a New York.

 


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IMMAGINE GENERATA DA IA
INTERVISTA A CURA DI ADAMO BENCIVENGA

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