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INTERVISTA IMPOSSIBILE
 
Lina Cavalieri
La donna più bella del mondo
Il suo vero nome era Natalina Cavalieri. Dapprima soubrette di Cafè-Concerto, poi soprano e attrice cinematografica italiana. Definita al tempo "la donna più bella del mondo" e da Gabriele D'Annunzio "la massima testimonianza di Venere in terra", la Cavalieri fu una delle più eleganti cantanti liriche italiane del primo Novecento
   (Roma, 24/12/1875 - Firenze, 7/2/1944)



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Dopo un'adolescenza dura a causa di condizioni familiari difficili divenne famosa grazie alla sua bellezza che fece da cornice ad una grande abilità e ottime qualità, che la portarono a frequentare l'élite di tutto il mondo e a vedere ai suoi piedi principi e uomini potenti.

Davanti a me una donna affascinante, occhi profondi, corpo snello e slanciato e modi delicatissimi ed eleganti. Lina Cavalieri, la donna più bella del mondo, mi accoglie in una luminosa giornata primaverile del 1910 circa, nella sua elegante residenza parigina, un appartamento aristocratico in uno dei quartieri più raffinati, vicino agli Champs-Élysées, dove la Belle Époque respira ancora a pieni polmoni.

Leggermente emozionato e con il taccuino stretto tra le mani, vengo introdotto da una cameriera discreta in abito nero e grembiule bianco immacolato. Attraverso un piccolo vestibolo tappezzato di seta damascata color avorio, con specchi dorati che moltiplicano la luce dei lampadari di cristallo. L’aria porta un profumo sottile di iris e violetta, misto a una nota di talco e rose fresche.

Poi la porta del salotto si apre, e Lina Cavalieri appare. È in piedi vicino a una grande finestra che dà su un balcone fiorito, quasi un’apparizione. Indossa un abito da pomeriggio di chiffon color pesca pallido, con drappeggi morbidi. Si volta lentamente, con quel movimento fluido e regale che ha incantato teatri da San Pietroburgo a New York. Il viso è un ovale perfetto: pelle d’avorio levigata, quasi irreale, labbra carnose dal contorno scolpito dipinte di un rosa tenue.

“Entri pure, monsieur.” Dice con quella voce vellutata, dal leggero accento italiano che rende ogni sillaba una carezza. Non è un comando, eppure è impossibile non obbedire. Avanza di qualche passo, leggera, il tessuto dell’abito fruscia appena. Il suo charme non è solo nella bellezza statuaria, celebrata da D’Annunzio come «la massima testimonianza di Venere in terra»: è nell’eleganza innata del portamento, nel modo in cui inclina leggermente la testa ascoltando. Si siede su un divanetto Luigi XVI, invitandomi a prendere posto di fronte a lei. Accavalla le gambe con grazia naturale, appoggia un gomito sul bracciolo e il mento sulla mano, studiandolo per un attimo come se fosse lei a intervistare me.


LEGGENDO LA SUA BIOGRAFIA MI CHIEDO COME SIA POSSIBILE CHE DA RAGAZZA ABBIA FATTO LA FIORAIA E LA PIEGATRICE DI GIORNALI…
Eh già, nonostante le mie umilissime origini, quando camminavo per le vie di Trastevere mi dicevano che avevo un portamento aristocratico da gran dama. Ma sa cosa le dico? Io ho sempre considerato la bellezza come un grande nemico in quanto spesso venivo giudicata per il mio aspetto e non per la mia bravura.

MADAME, COMINCIAMO DALL’INIZIO?
Sono nata a Viterbo, nella notte del 25 dicembre 1874. Una Vigilia gelida, dicono, con la neve che imbiancava i tetti di quelle vecchie case di pietra tufacea. Mi hanno chiamata Natalina… come un regalo del Bambin Gesù, immagino. Dio mio, quanto l’ho detestato quel nome! Natalina suona come una bambina grassottella con le trecce, una di quelle che corrono nei cortili con le mani sporche di farina. Io non ero così. O almeno, non volevo esserlo. Fin da piccola sentivo che il mio nome non mi apparteneva… era troppo… provinciale. Così l’ho accorciato, l’ho reso mio: Lina. Semplice, diretto, elegante.

COME È STATA LA SUA INFANZIA?
Sa, a Viterbo c’è ancora quella casa modesta dove sono venuta al mondo. Io da lì me ne andai presto. Orfana a quindici anni, mandata in un istituto… la vita non mi ha concesso il lusso di rimpiangere i natali. Ma il nome? Quello sì, l’ho ripudiato con gioia. Natalina è rimasta laggiù, tra le mura etrusche e il freddo di dicembre. Lina invece… Lina ha conquistato Parigi, San Pietroburgo…

LA SUA FAMIGLIA?
Avevo due fratelli, Nino e Oreste, e una sorella, Giulia. Ero la primogenita, la maggiore. Mio padre si chiamava Florindo Cavalieri, un uomo di origini marchigiane, assistente di un architetto… o almeno così diceva lui, con quell’orgoglio un po’ testardo che hanno certi uomini quando il mondo non li aiuta. Mia madre, Teonilla Peconi, era una sarta di Onano, un paesino vicino a Viterbo. Mani abili, silenziose, che cucivano vestiti per gli altri mentre i nostri erano sempre rattoppati. Papà perse il lavoro proprio per difendere l’onore di mamma. Il suo principale si era invaghito di lei, le fece avance insistenti. Florindo non tollerò l’affronto, reagì… e fu cacciato. Da un giorno all’altro, niente più stipendio, niente più dignità. La famiglia piombò nella miseria più assoluta.

ANDASTE A ROMA, VERO?
Ci trasferimmo a Trastevere, in una casa umida e buia di via del Mattonato. Ricordo l’odore di muffa, il freddo che entrava dalle fessure, noi figli stretti in un letto solo. Io, a tredici anni, vendevo violette per strada, facevo la sartina e impaginavo fogli del giornale “La Tribuna”… insomma qualunque cosa pur di portare a casa qualche soldo.

POI UN EVENTO TRAGICO COLPÌ LA SUA FAMIGLIA…
Papà morì quando avevo quindici anni, la povertà ci spezzò del tutto. Mamma resistette ancora un po’, povera Teonilla, ma la vita non le diede tregua. Io finii in un istituto religioso, orfana di fatto, anche se mamma era ancora viva per qualche anno. I miei fratelli e mia sorella… crebbero sparsi, ognuno a lottare per sé. Eppure, nonostante tutto, li ho sempre aiutati quando ho potuto. Ho mandato soldi, ho sistemato cose… perché il sangue non si dimentica, monsieur, nemmeno quando il destino ti porta lontano. Quella miseria mi ha insegnato tutto: a non fidarmi delle apparenze, a usare la bellezza come un’arma invece che come una condanna, a non chinare mai la testa. Natalina era nata nella neve di Viterbo, ma Lina… Lina è nata dalla fame, dalla rabbia, dall’orgoglio di una famiglia che non si è arresa.

QUANDO INIZIÒ LA FAVOLA BELLA?
Avevo quattordici anni quando iniziai a cantare in un teatrino di Piazza Navona a Roma. Ricordo l’odore di segatura e gas delle lampade, le panche di legno stipate di gente semplice, operai, cocchieri, signore con il cappello a rete… Io salivo sul palcoscenico con un vestitino di mussola riciclato, i capelli sciolti perché non potevo permettermi un’acconciatura da signora, e cantavo tre o quattro canzonette imparate a orecchio.
Naturalmente il mio repertorio era piuttosto misero ma nonostante questo fu un successo immediato. Mi bastò per farmi sentire viva, per la prima volta padrona di qualcosa.
Da una lira a serata ben presto riuscii a guadagnarne 15. E il mio nome cominciò a circolare tra i caffè concerto: dal Grande Orfeo al Caffè Diocleziano, dal Torre Belisario a piazza Esedra… Poi venne il Salone Margherita a Napoli, che al tempo rappresentava l’apice per una cantante di canzonette di caffè-concerto dove mi esibivo cantando tra le altre Maria Marì, 'O sole mio, Marechiaro e Luna Nuova! Avevo ventun anni, ero già una diva del caffè-chantant, accompagnata da mandoliniste vestite da pescatorelle, e il pubblico napoletano – oh, quello sa amare con passione! – mi idolatrava. Urlava, gettava fiori, bisognava concedere cinque, sei bis a serata.

DOPO TANTA GAVETTA, IL SUCCESSO!
Firmai contratti molto vantaggiosi per serate a Parigi, Berlino, Londra e Pietroburgo rivaleggiando perfino con La Bella Otero ma io avevo la voce e il viso, lei solo il corpo! Dopo tanta gavetta contratti favolosi! Alle Folies Bergère cantavo le mie canzoni napoletane con un’orchestra di sole donne, chitarre e mandolini… Parigi mi incoronò. E Pietroburgo… ah, Pietroburgo fu il capitolo più romantico e più amaro.

A PROPOSITO DI PIETROBURGO …
Lì, nel 1897, conobbi il Granduca Eugenio di Leuchtenberg, un principe russo di sangue imperiale, discendente degli zar, affascinante, colto, generoso. Mi corteggiò con insistenza regale: fiori, gioielli, promesse. Io, che venivo dalla miseria di Trastevere, diventai principessa. Sposai Eugenio quasi subito, in una cerimonia fastosa. Per un periodo lasciai il varietà a malincuore… sì, a malincuore. Il palcoscenico era la mia libertà, la mia rivincita sulla fame. Ma il matrimonio durò poco, pochi anni di lusso, di balli a corte, di titoli altisonanti, e finì col divorzio. La favola continuò altrove, con la lirica vera: debuttai al San Carlo nel 1900 con “La bohème”, poi al Met con Caruso… Ma quel matrimonio con il granduca resta il momento in cui la canzonettista di Piazza Navona divenne davvero principessa, anche se per poco.

IL SUO SECONDO GRANDE AMORE FU IL PRINCIPE ALESSANDRO BARIANTISKY, NIPOTE DELLO ZAR DI RUSSIA!
Nipote di nobili russi, un uomo alto, elegante, con quegli occhi azzurri da slavo che bruciavano quando mi guardavano. Ci incontrammo a Parigi, credo verso il 1897, quando ero già una stella del varietà, ma ancora lontana dall’opera vera. Lui era pazzo di me – perdutamente, come dite voi – al punto da sfidare la famiglia, lo Zar Nicola II in persona, che opponeva un veto feroce a un matrimonio con una “cantante di caffè-chantant”. Il principe si innamorò perdutamente di me, al punto tale da donarmi i gioielli di famiglia, tra cui una meravigliosa collana di smeraldi. Era lunghissima! Pensi nonostante la girassi tre volte intorno al collo mi ricadeva all'altezza del ventre. La indossavo sul palcoscenico, e il pubblico impazziva: non solo per la mia voce, ma per quel verde che scintillava contro la mia pelle d’avorio. Era un simbolo del suo amore – e della mia conquista.

MA NON VI SPOSASTE MAI…
Non ci sposammo mai ufficialmente, no… ma l’amore fu feroce, totale, scandaloso. Un amore tormentato. Lui voleva che lasciassi tutto, che diventassi solo la sua principessa… ma io non potevo. Il palcoscenico era la mia libertà, la mia rivincita. Alla fine, ci separammo e lui, disperato, si diede all’alcool, morì giovane, a quarant’anni. Ma quegli smeraldi… li conservai per sempre, come un talismano.

GABRIELE D'ANNUNZIO LA DEFINÌ LA MASSIMA TESTIMONIANZA DI VENERE IN TERRA.
Ah, il Vate! Parole scolpite nel tempo. Conservo ancora quella copia del Piacere, il suo romanzo più sensuale. Me la donò di persona, con una dedica scritta di suo pugno: “A Lina Cavalieri, che ha saputo comporre con arte una insolita armonia tra la bellezza del suo corpo e la passione del suo canto. Un poeta riconoscente. Firmato Gabriele D’Annunzio”. La tengo in una cassaforte, tra i miei ricordi più intimi. Lui mi corteggiò, mi ammirò… Era un poeta, sapeva trasformare la passione in leggenda.

POSSO CHIEDERLE SE FU SOLO FRATERNA AMICIZIA?
Mi concessi all’Arte!

QUANDO S’INNAMORÒ DELLA LIRICA?
Ero al culmine come cantante di café-concerto, sì… la popolarità era travolgente, i contratti fioccavano, il pubblico mi idolatrava per le canzonette napoletane, per il mio viso, per il modo in cui muovevo le mani sul palcoscenico. Ma dentro di me c’era una fame diversa: volevo di più, volevo la profondità, il dramma, la grandezza dell’opera vera. Fu un tenore, il maestro Francesco Marconi, a sentirmi cantare e a dirmi con quella franchezza brutale che hanno certi artisti: “Lina, tu hai la voce per la lirica. Non sprecarla nelle canzonette”. Mi incitò a prendere lezioni serie, e io obbedii. Studiai duramente, con maestri come Maddalena Mariani Masi… tre mesi intensi, febbrili. E poi, nel 1900, debuttai a Lisbona, al Teatro São Carlos, come Nedda ne “I Pagliacci” di Leoncavallo. Fu un fiasco, monsieur – un vero fiasco! Nervosismo, la famiglia reale in platea, un manager ossessionato da me… ma non mi fermai.

LISBONA, UN’ALTRA TAPPA IMPORTANTE DELLA SUA VITA!
Proprio lì, in quel periodo agitato, conobbi il re del Kazan, affascinante e impulsivo. S’innamorò follemente di me, al punto da sposarmi in fretta e furia, provocando uno scandalo immenso a corte. La mia attività di cantante era inaccettabile per l’etichetta regale. Mi misero alle strette: o il trono o il teatro. Scelsi il teatro, divorziai per la seconda volta. Non potevo tradire la mia vera passione.

E SUO MARITO COME LA PRESE?
Ah, pover’uomo… Si risposò poco dopo con una donna che mi somigliava come una goccia d’acqua, una sosia perfetta, dicevano. Ma il dolore lo consumò: si diede all’alcool, si autodistrusse. Morì giovane, e nelle sue ultime volontà chiese di essere seppellito a Firenze, la mia città preferita, quasi un ultimo omaggio romantico e disperato. Mi dispiace per lui, davvero… ma non mi pento della scelta.

E LEI?
Dopo quella decisione, i teatri del mondo si aprirono per me. Cantai le più belle opere: La Bohème al San Carlo di Napoli, lì sì che trionfai, Mimì mi rese eterna, Manon di Massenet, Fedora, Adriana Lecouvreur… al fianco di Caruso, Anselmi, Chaliapin. La mia voce era gradevole, espressiva, ma non eccezionale, sono sincera. Al pubblico interessava più vedermi che ascoltarmi. Dicevano che, nonostante il puritanesimo della scena lirica, portavo un’atmosfera eccitante: la mia bellezza, l’eleganza innata, le acconciature originali, i gesti raffinati… una sensualità sottile, mai volgare, che infiammava la platea. Ero Venere sul palcoscenico, non solo una cantante. E lo sapevo.

MI RACCONTA COSA SUCCESSE CON IL DUCA RAIMONDO T.?
Ah, che storia buffa e romantica! Vivevo a Firenze in quel periodo, la mia città del cuore, con l’Arno che riflette le luci al tramonto e l’aria profumata di gelsomini. Cercavo un autista affidabile, facevo domande in giro tra i miei conoscenti. Si presentò questo bel ragazzo, alto, discreto, con un sorriso gentile e modi perfetti. Per due mesi fu impeccabile: puntuale, silenzioso, sempre pronto con l’automobile lucida. Mai una parola fuori posto, mai un’occhiata troppo insistente. Poi, una mattina, arrivò un pacco postale anonimo. Dentro: una lettera che rivelava tutto – “Quell’autista è il duca Raimondo di T…, follemente innamorato del suo fascino. Si è prestato a farle da chauffeur per starle vicino senza turbare la sua serenità”. Accanto alla lettera, la paga dei due mesi – restituita con gli interessi – e un anello di inestimabile valore: un diamante o uno smeraldo, non ricordo più, ma scintillava come una stella cadente. Lo cercai per tutta Europa, scrissi lettere, interrogai amici… sparito. Tempo dopo seppi che era partito per l’Australia, forse per dimenticare, forse per ricominciare. Un gesto cavalleresco, no? Di quelli che solo un duca innamorato poteva fare. Lo conservo ancora, quell’anello – un ricordo dolceamaro di un amore silenzioso.

CI PARLI DEL FAMOSO BACIO…
Ah, una sciocchezza, davvero! Era una sera al Metropolitan di New York, dicembre 1906 – debutto americano in Fedora di Giordano, con Enrico Caruso al mio fianco. Lui, il grande Caruso, con quella voce che avvolgeva come velluto. Nel gran duetto d’amore dell’atto II – “Vedi, io piango” – mi immedesimai troppo nella parte. Fedora è passione, disperazione, abbandono… e io, alla fine della scena, invece del bacio di scena finto, gli diedi un bacio vero, sulle labbra, appassionato, lungo. Il pubblico rimase a bocca aperta, silenzio gelido per un istante, poi applausi scroscianti! I giornali impazzirono: “Il bacio più bello del mondo”, “La Cavalieri bacia Caruso per davvero”. Scandalo? Sì, un po’… ma mi diede ancora più celebrità. Caruso rise, divertito, era un uomo di mondo. Io? Mi sentii viva, trasportata dalla musica e dall’emozione. Da allora, ogni volta che cantavamo insieme, il pubblico aspettava quel momento… e io lo facevo durare un secondo di più…

IN AMERICA SI SPOSÒ DI NUOVO…
Era il 1910. Lui si chiamava Robert Winthrop Chanler. Un miliardario americano, erede della famiglia Astor, pittore eccentrico, uomo di mondo con un temperamento artistico e impulsivo. Ci incontrammo durante la mia stagione al Manhattan Opera Company… un corteggiamento vorticoso, appassionato. Lui mi inondò di regali favolosi: gioielli, naturalmente, ma anche tre palazzi, uno a New York, e proprietà immense, una fortuna. Firmò persino un accordo prematrimoniale in cui mi cedeva gran parte del suo patrimonio. Ci sposammo il 18 giugno 1910, in una cerimonia civile discreta a Parigi, con pochi testimoni. Io indossavo un abito grigio di satin, perle al collo… sembrava l’inizio di un sogno americano.

ANCHE BOB FECE L’IDENTICA FINE DEL RE KAZAN…
Dopo appena una settimana, o forse due, lo lasciai. Rinunciai a tutto: palazzi, proprietà, una vera fortuna. Preferii la libertà, il palcoscenico, la mia indipendenza. Fu uno scandalo a New York – i giornali titolavano a caratteri cubitali: “La diva abbandona il miliardario dopo la luna di miele”. Lui soffrì, sì… come gli altri. Cambiò aria, si stabilì a Parigi per un periodo. Seppi poi che aveva tappezzato la sua casa con le mie foto: ritratti, locandine, immagini di scena… un’ossessione dolce e tragica. Morì poco dopo, nel 1930, consumato forse dal dolore e dalla solitudine. Povero Bob… un altro amore che finì in cenere.

NEL 1914 ESORDÌ SUL GRANDE SCHERMO CON MANON LESCAUT….
Interpretai fino al 1920 otto film, ma il cinema non era il mio ambiente. nel 1914 esordii sul grande schermo con Manon Lescaut – un film muto, diretto da Herbert Hall Winslow, con Lucien Muratore al mio fianco. Interpretavo Manon, naturalmente: la cortigiana affascinante, capricciosa, fatale. Fu un’esperienza curiosa… il cinema era giovane, balbettante, senza voce.

INTANTO AVEVA CONOSCIUTO PIETRO MURATORE…
Il tenore francese, Lucien Pietro Muratore. Ci incontrammo sul palcoscenico, cantammo insieme in Siberia di Giordano all'Opéra di Parigi, nel 1911, e poi in tanti altri ruoli. Era affascinante, talentuoso, un vero matinee idol. Ci sposammo nel 1913, e fu l'unico che riuscì a farmi prendere la decisione di lasciare il teatro. Lui voleva una vita più tranquilla, una famiglia… e io, per la prima volta, provai a crederci. Abbandonai le scene, o almeno ci provai, per dedicarmi a lui. Ma evidentemente non ero adatta alla vita coniugale, monsieur. La routine, le attese, il silenzio dopo gli applausi… mi soffocavano. Divorziai da lui il 26 luglio 1927, dopo quattordici anni di alti e bassi. Fu un addio civile, ma definitivo. Lucien soffrì, ma continuò la sua carriera fino al 1931.

L’AVVENTO DELLA GUERRA CAMBIÒ LA SUA VITA…
La mia voce si era notevolmente indebolita con gli anni, l'età, le fatiche, le emozioni accumulate, e la guerra non mi permetteva più di viaggiare liberamente. I treni fermi, le frontiere chiuse, il pubblico disperso… smisi di cantare. Mai avrei immaginato un tramonto così silenzioso sul palcoscenico. Ma non mi arresi: aprii a Parigi, in Avenue Victor Emmanuel III, vicino ai Champs-Élysées, il mio Institut de Beauté, con annessa Académie de Coiffure. Era il 1926, avevo cinquantun anni. Le mie ammiratrici scrivevano da tutto il mondo, chiedendo segreti di bellezza… e io trasformai la mia fama in un'impresa. Creme, profumi, trattamenti – tutto con il mio nome. Fu un successo: le signore parigine accorrevano per avere “il tocco di Venere”. Rimasi lì per anni, fino a quando la vita mi chiamò altrove.

POCHI ANNI DOPO LA RITROVIAMO A RIETI.
Mi ritirai in una villa tranquilla, la Villa Cappuccina, in compagnia del mio unico figlio, Alessandro. Lo avevo avuto giovanissima, a diciassette anni, da una relazione con il mio maestro di canto, Arrigo Molfetta. Lo chiamai Alessandro, lo tenni nascosto per anni, visse quasi sempre in collegio, poi intraprese la carriera militare in cavalleria. Ma negli ultimi tempi tornò da me, e lo accudii con tutto l'amore che non avevo potuto dargli prima. Là, in quella villa immersa nel verde sabino, conservai i miei ricordi: locandine, gioielli, fotografie, la collana di smeraldi del principe, la copia del Piacere con la dedica di d’Annunzio… tutto ciò che ero stata. Fu un ritiro sereno, quasi monastico, niente più luci della ribalta, solo il canto degli uccelli e il silenzio che avevo tanto temuto.

È VERO CHE LE FU PROPOSTO DI FARE LA PROTAGONISTA DI UN FILM BASATO SULLA SUA BIOGRAFIA?
Sì, monsieur, una grande casa di produzione americana, la Paramount, mi contattò negli anni '30. Volevano girare la mia vita, con me nel ruolo principale: la favola dalla miseria di Viterbo ai palcoscenici del mondo, gli amori impossibili, i gioielli, gli scandali. Ero lusingata… ma con l’avvento della Seconda Guerra Mondiale, tutto sfumò…

L’intervista è finita. Lina Cavalieri si alza lentamente dal divanetto Luigi XVI. Lo chiffon color pesca dell’abito ondeggia appena, come mosso da un vento invisibile. È in piedi ora: una Venere che concede un ultimo sguardo mortale. Ancora seduto, chiudo il taccuino. “Bene, monsieur, credo che abbiamo detto tutto… o quasi. La vita non si racconta tutta in un pomeriggio, nemmeno quando si è Lina Cavalieri.” Sorride studiandomi per un istante, come se volesse imprimersi il mio viso tra i ricordi.
Avanza di due passi, leggera, mi accompagna fino alla porta del salotto. La cameriera in nero e bianco è già lì, silenziosa, con il mio cappello pronto. Lei mi regala un ultimo sorriso, poi si volta, il tessuto dell’abito che fruscia come un applauso lontano. La porta si chiude piano alle mie spalle.
Fuori, la sera parigina sta calando sugli Champs-Élysées. Mi fermo un istante sul marciapiede, alzo lo sguardo verso le finestre illuminate del palazzo. Dietro una tenda, intravedo per un secondo la silhouette di Lina: immobile, perfetta, già lontana.

Una cartomante parigina gli aveva predetto che un giorno sarebbe morta di morte violenta. Così infatti accadde: in un attacco aereo del 6 Marzo 1944 su Firenze, una bomba distrusse la sua villa seppellendola sotto le macerie.
Così tornò nel nulla una delle più belle donne del mondo. La sua vita fu rievocata da Gina Lollobrigida nel film La donna più bella del mondo (1955).

 




IMMAGINE GENERATA DA IA
INTERVISTA A CURA DI ADAMO BENCIVENGA
FONTI:
Ghttp://it.wikipedia.org/wiki/
Lina_Cavalieri
http://www.villacavalieri.it/
storia_ita.html
http://www.rietiscuola.net/pe
rsonaggi/Cavalieri.htm
http://www.viterboincartolina.
it/storia/cavalieri/index.htm



 




 
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