| |
HOME
CERCA
CONTATTI
COOKIE POLICY

INTERVISTA
IMPOSSIBILE 
Lina Cavalieri
La donna più bella del mondo
Il suo vero nome era Natalina Cavalieri.
Dapprima soubrette di Cafè-Concerto, poi soprano e attrice
cinematografica italiana. Definita al tempo "la donna più bella
del mondo" e da Gabriele D'Annunzio "la massima testimonianza di
Venere in terra", la Cavalieri fu una delle più eleganti
cantanti liriche italiane del primo Novecento
(Roma, 24/12/1875 - Firenze, 7/2/1944)

Dopo un'adolescenza dura a causa di condizioni
familiari difficili divenne famosa grazie alla sua
bellezza che fece da cornice ad una grande abilità e
ottime qualità, che la portarono a frequentare l'élite
di tutto il mondo e a vedere ai suoi piedi principi e
uomini potenti.
Davanti a me una donna
affascinante, occhi profondi, corpo snello e slanciato e
modi delicatissimi ed eleganti. Lina Cavalieri, la donna
più bella del mondo, mi accoglie in una luminosa
giornata primaverile del 1910 circa, nella sua elegante
residenza parigina, un appartamento aristocratico in uno
dei quartieri più raffinati, vicino agli Champs-Élysées,
dove la Belle Époque respira ancora a pieni polmoni.
Leggermente emozionato e con il taccuino stretto tra
le mani, vengo introdotto da una cameriera discreta in
abito nero e grembiule bianco immacolato. Attraverso un
piccolo vestibolo tappezzato di seta damascata color
avorio, con specchi dorati che moltiplicano la luce dei
lampadari di cristallo. L’aria porta un profumo sottile
di iris e violetta, misto a una nota di talco e rose
fresche.
Poi la porta del salotto si apre, e
Lina Cavalieri appare. È in piedi vicino a una grande
finestra che dà su un balcone fiorito, quasi
un’apparizione. Indossa un abito da pomeriggio di
chiffon color pesca pallido, con drappeggi morbidi. Si
volta lentamente, con quel movimento fluido e regale che
ha incantato teatri da San Pietroburgo a New York. Il
viso è un ovale perfetto: pelle d’avorio levigata, quasi
irreale, labbra carnose dal contorno scolpito dipinte di
un rosa tenue.
“Entri pure, monsieur.” Dice con
quella voce vellutata, dal leggero accento italiano che
rende ogni sillaba una carezza. Non è un comando, eppure
è impossibile non obbedire. Avanza di qualche passo,
leggera, il tessuto dell’abito fruscia appena. Il suo
charme non è solo nella bellezza statuaria, celebrata da
D’Annunzio come «la massima testimonianza di Venere in
terra»: è nell’eleganza innata del portamento, nel modo
in cui inclina leggermente la testa ascoltando. Si siede
su un divanetto Luigi XVI, invitandomi a prendere posto
di fronte a lei. Accavalla le gambe con grazia naturale,
appoggia un gomito sul bracciolo e il mento sulla mano,
studiandolo per un attimo come se fosse lei a
intervistare me.
LEGGENDO LA SUA BIOGRAFIA
MI CHIEDO COME SIA POSSIBILE CHE DA RAGAZZA ABBIA FATTO
LA FIORAIA E LA PIEGATRICE DI GIORNALI… Eh già,
nonostante le mie umilissime origini, quando camminavo
per le vie di Trastevere mi dicevano che avevo un
portamento aristocratico da gran dama. Ma sa cosa le
dico? Io ho sempre considerato la bellezza come un
grande nemico in quanto spesso venivo giudicata per il
mio aspetto e non per la mia bravura.
MADAME,
COMINCIAMO DALL’INIZIO? Sono nata a Viterbo, nella
notte del 25 dicembre 1874. Una Vigilia gelida, dicono,
con la neve che imbiancava i tetti di quelle vecchie
case di pietra tufacea. Mi hanno chiamata Natalina… come
un regalo del Bambin Gesù, immagino. Dio mio, quanto
l’ho detestato quel nome! Natalina suona come una
bambina grassottella con le trecce, una di quelle che
corrono nei cortili con le mani sporche di farina. Io
non ero così. O almeno, non volevo esserlo. Fin da
piccola sentivo che il mio nome non mi apparteneva… era
troppo… provinciale. Così l’ho accorciato, l’ho reso
mio: Lina. Semplice, diretto, elegante.
COME È
STATA LA SUA INFANZIA? Sa, a Viterbo c’è ancora
quella casa modesta dove sono venuta al mondo. Io da lì
me ne andai presto. Orfana a quindici anni, mandata in
un istituto… la vita non mi ha concesso il lusso di
rimpiangere i natali. Ma il nome? Quello sì, l’ho
ripudiato con gioia. Natalina è rimasta laggiù, tra le
mura etrusche e il freddo di dicembre. Lina invece… Lina
ha conquistato Parigi, San Pietroburgo…
LA SUA
FAMIGLIA? Avevo due fratelli, Nino e Oreste, e una
sorella, Giulia. Ero la primogenita, la maggiore. Mio
padre si chiamava Florindo Cavalieri, un uomo di origini
marchigiane, assistente di un architetto… o almeno così
diceva lui, con quell’orgoglio un po’ testardo che hanno
certi uomini quando il mondo non li aiuta. Mia madre,
Teonilla Peconi, era una sarta di Onano, un paesino
vicino a Viterbo. Mani abili, silenziose, che cucivano
vestiti per gli altri mentre i nostri erano sempre
rattoppati. Papà perse il lavoro proprio per difendere
l’onore di mamma. Il suo principale si era invaghito di
lei, le fece avance insistenti. Florindo non tollerò
l’affronto, reagì… e fu cacciato. Da un giorno
all’altro, niente più stipendio, niente più dignità. La
famiglia piombò nella miseria più assoluta.
ANDASTE A ROMA, VERO? Ci trasferimmo a Trastevere, in
una casa umida e buia di via del Mattonato. Ricordo
l’odore di muffa, il freddo che entrava dalle fessure,
noi figli stretti in un letto solo. Io, a tredici anni,
vendevo violette per strada, facevo la sartina e
impaginavo fogli del giornale “La Tribuna”… insomma
qualunque cosa pur di portare a casa qualche soldo.
POI UN EVENTO TRAGICO COLPÌ LA SUA FAMIGLIA… Papà
morì quando avevo quindici anni, la povertà ci spezzò
del tutto. Mamma resistette ancora un po’, povera
Teonilla, ma la vita non le diede tregua. Io finii in un
istituto religioso, orfana di fatto, anche se mamma era
ancora viva per qualche anno. I miei fratelli e mia
sorella… crebbero sparsi, ognuno a lottare per sé.
Eppure, nonostante tutto, li ho sempre aiutati quando ho
potuto. Ho mandato soldi, ho sistemato cose… perché il
sangue non si dimentica, monsieur, nemmeno quando il
destino ti porta lontano. Quella miseria mi ha insegnato
tutto: a non fidarmi delle apparenze, a usare la
bellezza come un’arma invece che come una condanna, a
non chinare mai la testa. Natalina era nata nella neve
di Viterbo, ma Lina… Lina è nata dalla fame, dalla
rabbia, dall’orgoglio di una famiglia che non si è
arresa.
QUANDO INIZIÒ LA FAVOLA BELLA? Avevo
quattordici anni quando iniziai a cantare in un teatrino
di Piazza Navona a Roma. Ricordo l’odore di segatura e
gas delle lampade, le panche di legno stipate di gente
semplice, operai, cocchieri, signore con il cappello a
rete… Io salivo sul palcoscenico con un vestitino di
mussola riciclato, i capelli sciolti perché non potevo
permettermi un’acconciatura da signora, e cantavo tre o
quattro canzonette imparate a orecchio. Naturalmente
il mio repertorio era piuttosto misero ma nonostante
questo fu un successo immediato. Mi bastò per farmi
sentire viva, per la prima volta padrona di qualcosa.
Da una lira a serata ben presto riuscii a guadagnarne
15. E il mio nome cominciò a circolare tra i caffè
concerto: dal Grande Orfeo al Caffè Diocleziano, dal
Torre Belisario a piazza Esedra… Poi venne il Salone
Margherita a Napoli, che al tempo rappresentava l’apice
per una cantante di canzonette di caffè-concerto dove mi
esibivo cantando tra le altre Maria Marì, 'O sole mio,
Marechiaro e Luna Nuova! Avevo ventun anni, ero già una
diva del caffè-chantant, accompagnata da mandoliniste
vestite da pescatorelle, e il pubblico napoletano – oh,
quello sa amare con passione! – mi idolatrava. Urlava,
gettava fiori, bisognava concedere cinque, sei bis a
serata.
DOPO TANTA GAVETTA, IL SUCCESSO!
Firmai contratti molto vantaggiosi per serate a Parigi,
Berlino, Londra e Pietroburgo rivaleggiando perfino con
La Bella Otero ma io avevo la voce e il viso, lei solo
il corpo! Dopo tanta gavetta contratti favolosi! Alle
Folies Bergère cantavo le mie canzoni napoletane con
un’orchestra di sole donne, chitarre e mandolini… Parigi
mi incoronò. E Pietroburgo… ah, Pietroburgo fu il
capitolo più romantico e più amaro.
A PROPOSITO
DI PIETROBURGO … Lì, nel 1897, conobbi il Granduca
Eugenio di Leuchtenberg, un principe russo di sangue
imperiale, discendente degli zar, affascinante, colto,
generoso. Mi corteggiò con insistenza regale: fiori,
gioielli, promesse. Io, che venivo dalla miseria di
Trastevere, diventai principessa. Sposai Eugenio quasi
subito, in una cerimonia fastosa. Per un periodo lasciai
il varietà a malincuore… sì, a malincuore. Il
palcoscenico era la mia libertà, la mia rivincita sulla
fame. Ma il matrimonio durò poco, pochi anni di lusso,
di balli a corte, di titoli altisonanti, e finì col
divorzio. La favola continuò altrove, con la lirica
vera: debuttai al San Carlo nel 1900 con “La bohème”,
poi al Met con Caruso… Ma quel matrimonio con il
granduca resta il momento in cui la canzonettista di
Piazza Navona divenne davvero principessa, anche se per
poco.
IL SUO SECONDO GRANDE AMORE FU IL PRINCIPE
ALESSANDRO BARIANTISKY, NIPOTE DELLO ZAR DI RUSSIA!
Nipote di nobili russi, un uomo alto, elegante, con
quegli occhi azzurri da slavo che bruciavano quando mi
guardavano. Ci incontrammo a Parigi, credo verso il
1897, quando ero già una stella del varietà, ma ancora
lontana dall’opera vera. Lui era pazzo di me –
perdutamente, come dite voi – al punto da sfidare la
famiglia, lo Zar Nicola II in persona, che opponeva un
veto feroce a un matrimonio con una “cantante di
caffè-chantant”. Il principe si innamorò perdutamente di
me, al punto tale da donarmi i gioielli di famiglia, tra
cui una meravigliosa collana di smeraldi. Era
lunghissima! Pensi nonostante la girassi tre volte
intorno al collo mi ricadeva all'altezza del ventre. La
indossavo sul palcoscenico, e il pubblico impazziva: non
solo per la mia voce, ma per quel verde che scintillava
contro la mia pelle d’avorio. Era un simbolo del suo
amore – e della mia conquista.
MA NON VI
SPOSASTE MAI… Non ci sposammo mai ufficialmente, no…
ma l’amore fu feroce, totale, scandaloso. Un amore
tormentato. Lui voleva che lasciassi tutto, che
diventassi solo la sua principessa… ma io non potevo. Il
palcoscenico era la mia libertà, la mia rivincita. Alla
fine, ci separammo e lui, disperato, si diede
all’alcool, morì giovane, a quarant’anni. Ma quegli
smeraldi… li conservai per sempre, come un talismano.
GABRIELE D'ANNUNZIO LA DEFINÌ LA MASSIMA
TESTIMONIANZA DI VENERE IN TERRA. Ah, il Vate! Parole
scolpite nel tempo. Conservo ancora quella copia del
Piacere, il suo romanzo più sensuale. Me la donò di
persona, con una dedica scritta di suo pugno: “A Lina
Cavalieri, che ha saputo comporre con arte una insolita
armonia tra la bellezza del suo corpo e la passione del
suo canto. Un poeta riconoscente. Firmato Gabriele
D’Annunzio”. La tengo in una cassaforte, tra i miei
ricordi più intimi. Lui mi corteggiò, mi ammirò… Era un
poeta, sapeva trasformare la passione in leggenda.
POSSO CHIEDERLE SE FU SOLO FRATERNA AMICIZIA? Mi
concessi all’Arte!
QUANDO S’INNAMORÒ DELLA
LIRICA? Ero al culmine come cantante di
café-concerto, sì… la popolarità era travolgente, i
contratti fioccavano, il pubblico mi idolatrava per le
canzonette napoletane, per il mio viso, per il modo in
cui muovevo le mani sul palcoscenico. Ma dentro di me
c’era una fame diversa: volevo di più, volevo la
profondità, il dramma, la grandezza dell’opera vera. Fu
un tenore, il maestro Francesco Marconi, a sentirmi
cantare e a dirmi con quella franchezza brutale che
hanno certi artisti: “Lina, tu hai la voce per la
lirica. Non sprecarla nelle canzonette”. Mi incitò a
prendere lezioni serie, e io obbedii. Studiai duramente,
con maestri come Maddalena Mariani Masi… tre mesi
intensi, febbrili. E poi, nel 1900, debuttai a Lisbona,
al Teatro São Carlos, come Nedda ne “I Pagliacci” di
Leoncavallo. Fu un fiasco, monsieur – un vero fiasco!
Nervosismo, la famiglia reale in platea, un manager
ossessionato da me… ma non mi fermai.
LISBONA,
UN’ALTRA TAPPA IMPORTANTE DELLA SUA VITA! Proprio lì,
in quel periodo agitato, conobbi il re del Kazan,
affascinante e impulsivo. S’innamorò follemente di me,
al punto da sposarmi in fretta e furia, provocando uno
scandalo immenso a corte. La mia attività di cantante
era inaccettabile per l’etichetta regale. Mi misero alle
strette: o il trono o il teatro. Scelsi il teatro,
divorziai per la seconda volta. Non potevo tradire la
mia vera passione.
E SUO MARITO COME LA PRESE?
Ah, pover’uomo… Si risposò poco dopo con una donna che
mi somigliava come una goccia d’acqua, una sosia
perfetta, dicevano. Ma il dolore lo consumò: si diede
all’alcool, si autodistrusse. Morì giovane, e nelle sue
ultime volontà chiese di essere seppellito a Firenze, la
mia città preferita, quasi un ultimo omaggio romantico e
disperato. Mi dispiace per lui, davvero… ma non mi pento
della scelta.
E LEI? Dopo quella decisione, i
teatri del mondo si aprirono per me. Cantai le più belle
opere: La Bohème al San Carlo di Napoli, lì sì che
trionfai, Mimì mi rese eterna, Manon di Massenet,
Fedora, Adriana Lecouvreur… al fianco di Caruso,
Anselmi, Chaliapin. La mia voce era gradevole,
espressiva, ma non eccezionale, sono sincera. Al
pubblico interessava più vedermi che ascoltarmi.
Dicevano che, nonostante il puritanesimo della scena
lirica, portavo un’atmosfera eccitante: la mia bellezza,
l’eleganza innata, le acconciature originali, i gesti
raffinati… una sensualità sottile, mai volgare, che
infiammava la platea. Ero Venere sul palcoscenico, non
solo una cantante. E lo sapevo.
MI RACCONTA COSA
SUCCESSE CON IL DUCA RAIMONDO T.? Ah, che storia
buffa e romantica! Vivevo a Firenze in quel periodo, la
mia città del cuore, con l’Arno che riflette le luci al
tramonto e l’aria profumata di gelsomini. Cercavo un
autista affidabile, facevo domande in giro tra i miei
conoscenti. Si presentò questo bel ragazzo, alto,
discreto, con un sorriso gentile e modi perfetti. Per
due mesi fu impeccabile: puntuale, silenzioso, sempre
pronto con l’automobile lucida. Mai una parola fuori
posto, mai un’occhiata troppo insistente. Poi, una
mattina, arrivò un pacco postale anonimo. Dentro: una
lettera che rivelava tutto – “Quell’autista è il duca
Raimondo di T…, follemente innamorato del suo fascino.
Si è prestato a farle da chauffeur per starle vicino
senza turbare la sua serenità”. Accanto alla lettera, la
paga dei due mesi – restituita con gli interessi – e un
anello di inestimabile valore: un diamante o uno
smeraldo, non ricordo più, ma scintillava come una
stella cadente. Lo cercai per tutta Europa, scrissi
lettere, interrogai amici… sparito. Tempo dopo seppi che
era partito per l’Australia, forse per dimenticare,
forse per ricominciare. Un gesto cavalleresco, no? Di
quelli che solo un duca innamorato poteva fare. Lo
conservo ancora, quell’anello – un ricordo dolceamaro di
un amore silenzioso.
CI PARLI DEL FAMOSO BACIO…
Ah, una sciocchezza, davvero! Era una sera al
Metropolitan di New York, dicembre 1906 – debutto
americano in Fedora di Giordano, con Enrico Caruso al
mio fianco. Lui, il grande Caruso, con quella voce che
avvolgeva come velluto. Nel gran duetto d’amore
dell’atto II – “Vedi, io piango” – mi immedesimai troppo
nella parte. Fedora è passione, disperazione, abbandono…
e io, alla fine della scena, invece del bacio di scena
finto, gli diedi un bacio vero, sulle labbra,
appassionato, lungo. Il pubblico rimase a bocca aperta,
silenzio gelido per un istante, poi applausi
scroscianti! I giornali impazzirono: “Il bacio più bello
del mondo”, “La Cavalieri bacia Caruso per davvero”.
Scandalo? Sì, un po’… ma mi diede ancora più celebrità.
Caruso rise, divertito, era un uomo di mondo. Io? Mi
sentii viva, trasportata dalla musica e dall’emozione.
Da allora, ogni volta che cantavamo insieme, il pubblico
aspettava quel momento… e io lo facevo durare un secondo
di più…
IN AMERICA SI SPOSÒ DI NUOVO… Era il
1910. Lui si chiamava Robert Winthrop Chanler. Un
miliardario americano, erede della famiglia Astor,
pittore eccentrico, uomo di mondo con un temperamento
artistico e impulsivo. Ci incontrammo durante la mia
stagione al Manhattan Opera Company… un corteggiamento
vorticoso, appassionato. Lui mi inondò di regali
favolosi: gioielli, naturalmente, ma anche tre palazzi,
uno a New York, e proprietà immense, una fortuna. Firmò
persino un accordo prematrimoniale in cui mi cedeva gran
parte del suo patrimonio. Ci sposammo il 18 giugno 1910,
in una cerimonia civile discreta a Parigi, con pochi
testimoni. Io indossavo un abito grigio di satin, perle
al collo… sembrava l’inizio di un sogno americano.
ANCHE BOB FECE L’IDENTICA FINE DEL RE KAZAN… Dopo
appena una settimana, o forse due, lo lasciai. Rinunciai
a tutto: palazzi, proprietà, una vera fortuna. Preferii
la libertà, il palcoscenico, la mia indipendenza. Fu uno
scandalo a New York – i giornali titolavano a caratteri
cubitali: “La diva abbandona il miliardario dopo la luna
di miele”. Lui soffrì, sì… come gli altri. Cambiò aria,
si stabilì a Parigi per un periodo. Seppi poi che aveva
tappezzato la sua casa con le mie foto: ritratti,
locandine, immagini di scena… un’ossessione dolce e
tragica. Morì poco dopo, nel 1930, consumato forse dal
dolore e dalla solitudine. Povero Bob… un altro amore
che finì in cenere.
NEL 1914 ESORDÌ SUL GRANDE
SCHERMO CON MANON LESCAUT…. Interpretai fino al 1920
otto film, ma il cinema non era il mio ambiente. nel
1914 esordii sul grande schermo con Manon Lescaut – un
film muto, diretto da Herbert Hall Winslow, con Lucien
Muratore al mio fianco. Interpretavo Manon,
naturalmente: la cortigiana affascinante, capricciosa,
fatale. Fu un’esperienza curiosa… il cinema era giovane,
balbettante, senza voce.
INTANTO AVEVA
CONOSCIUTO PIETRO MURATORE… Il tenore francese,
Lucien Pietro Muratore. Ci incontrammo sul palcoscenico,
cantammo insieme in Siberia di Giordano all'Opéra di
Parigi, nel 1911, e poi in tanti altri ruoli. Era
affascinante, talentuoso, un vero matinee idol. Ci
sposammo nel 1913, e fu l'unico che riuscì a farmi
prendere la decisione di lasciare il teatro. Lui voleva
una vita più tranquilla, una famiglia… e io, per la
prima volta, provai a crederci. Abbandonai le scene, o
almeno ci provai, per dedicarmi a lui. Ma evidentemente
non ero adatta alla vita coniugale, monsieur. La
routine, le attese, il silenzio dopo gli applausi… mi
soffocavano. Divorziai da lui il 26 luglio 1927, dopo
quattordici anni di alti e bassi. Fu un addio civile, ma
definitivo. Lucien soffrì, ma continuò la sua carriera
fino al 1931.
L’AVVENTO DELLA GUERRA CAMBIÒ LA
SUA VITA… La mia voce si era notevolmente indebolita
con gli anni, l'età, le fatiche, le emozioni accumulate,
e la guerra non mi permetteva più di viaggiare
liberamente. I treni fermi, le frontiere chiuse, il
pubblico disperso… smisi di cantare. Mai avrei
immaginato un tramonto così silenzioso sul palcoscenico.
Ma non mi arresi: aprii a Parigi, in Avenue Victor
Emmanuel III, vicino ai Champs-Élysées, il mio Institut
de Beauté, con annessa Académie de Coiffure. Era il
1926, avevo cinquantun anni. Le mie ammiratrici
scrivevano da tutto il mondo, chiedendo segreti di
bellezza… e io trasformai la mia fama in un'impresa.
Creme, profumi, trattamenti – tutto con il mio nome. Fu
un successo: le signore parigine accorrevano per avere
“il tocco di Venere”. Rimasi lì per anni, fino a quando
la vita mi chiamò altrove.
POCHI ANNI DOPO LA
RITROVIAMO A RIETI. Mi ritirai in una villa
tranquilla, la Villa Cappuccina, in compagnia del mio
unico figlio, Alessandro. Lo avevo avuto giovanissima, a
diciassette anni, da una relazione con il mio maestro di
canto, Arrigo Molfetta. Lo chiamai Alessandro, lo tenni
nascosto per anni, visse quasi sempre in collegio, poi
intraprese la carriera militare in cavalleria. Ma negli
ultimi tempi tornò da me, e lo accudii con tutto l'amore
che non avevo potuto dargli prima. Là, in quella villa
immersa nel verde sabino, conservai i miei ricordi:
locandine, gioielli, fotografie, la collana di smeraldi
del principe, la copia del Piacere con la dedica di
d’Annunzio… tutto ciò che ero stata. Fu un ritiro
sereno, quasi monastico, niente più luci della ribalta,
solo il canto degli uccelli e il silenzio che avevo
tanto temuto.
È VERO CHE LE FU PROPOSTO DI FARE
LA PROTAGONISTA DI UN FILM BASATO SULLA SUA BIOGRAFIA?
Sì, monsieur, una grande casa di produzione americana,
la Paramount, mi contattò negli anni '30. Volevano
girare la mia vita, con me nel ruolo principale: la
favola dalla miseria di Viterbo ai palcoscenici del
mondo, gli amori impossibili, i gioielli, gli scandali.
Ero lusingata… ma con l’avvento della Seconda Guerra
Mondiale, tutto sfumò…
L’intervista è finita.
Lina Cavalieri si alza lentamente dal divanetto Luigi
XVI. Lo chiffon color pesca dell’abito ondeggia appena,
come mosso da un vento invisibile. È in piedi ora: una
Venere che concede un ultimo sguardo mortale. Ancora
seduto, chiudo il taccuino. “Bene, monsieur, credo che
abbiamo detto tutto… o quasi. La vita non si racconta
tutta in un pomeriggio, nemmeno quando si è Lina
Cavalieri.” Sorride studiandomi per un istante, come se
volesse imprimersi il mio viso tra i ricordi. Avanza
di due passi, leggera, mi accompagna fino alla porta del
salotto. La cameriera in nero e bianco è già lì,
silenziosa, con il mio cappello pronto. Lei mi regala un
ultimo sorriso, poi si volta, il tessuto dell’abito che
fruscia come un applauso lontano. La porta si chiude
piano alle mie spalle. Fuori, la sera parigina sta
calando sugli Champs-Élysées. Mi fermo un istante sul
marciapiede, alzo lo sguardo verso le finestre
illuminate del palazzo. Dietro una tenda, intravedo per
un secondo la silhouette di Lina: immobile, perfetta,
già lontana.
Una cartomante parigina gli aveva
predetto che un giorno sarebbe morta di morte violenta.
Così infatti accadde: in un attacco aereo del 6 Marzo
1944 su Firenze, una bomba distrusse la sua villa
seppellendola sotto le macerie. Così tornò nel nulla
una delle più belle donne del mondo. La sua vita fu
rievocata da Gina Lollobrigida nel film La donna più
bella del mondo (1955). |

IMMAGINE GENERATA DA IA INTERVISTA A CURA DI ADAMO BENCIVENGA
FONTI:
Ghttp://it.wikipedia.org/wiki/
Lina_Cavalieri http://www.villacavalieri.it/ storia_ita.html
http://www.rietiscuola.net/pe rsonaggi/Cavalieri.htm
http://www.viterboincartolina. it/storia/cavalieri/index.htm


Tutte
le immagini pubblicate sono di proprietà dei rispettivi
autori.
Qualora l'autore ritenesse
improprio l'uso, lo comunichi e l'immagine in questione
verrà ritirata immediatamente. (All
images and materials are copyright protected and are the
property of their respective authors.and are the
property of their respective authors.
If the
author deems improper use, they will be deleted from our
site upon notification.) Scrivi a
liberaeva@libero.it
COOKIE
POLICY
TORNA SU (TOP)
LiberaEva Magazine
Tutti i diritti Riservati
Contatti

|
|