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INTERVISTA IMPOSSIBILE
 

Doris Duranti
La Diva del Regime
 Fu una delle prime "dive" del cinema italiano e attrice di spicco del cosiddetto filone dei telefoni bianchi. Possedeva un impetuoso talento e una bellezza aspra e moderna dai tratti esotici. Con il suo fascino aggressivo, si impose così in ruoli di donna fatale e di 'peccatrice', capace di incantare e scandalizzare il pubblico dell'epoca
  Livorno, 1917 - Santo Domingo, 1995


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È una calda giornata di febbraio l'umidità caraibica avvolge tutto come un velo. Doris Duranti mi ha dato appuntamento qui, in questa villa coloniale di Santo Domingo, lontano dal clamore del cinema e dalle cronache del regime che l'hanno resa famosa.
La villa sorge su una collinetta appena fuori dalla città, con un viale d'ingresso fiancheggiato da palme altissime e bouganville viola che esplodono contro il bianco sbiadito delle pareti.

All'interno, l'aria è fresca grazie ai ventilatori a pale che girano lenti sui soffitti alti. Sulle pareti del salotto noto vecchie foto in bianco e nero: Doris giovane in pose da diva, con i capelli nerissimi ondulati e lo sguardo magnetico, accanto a locandine di film ormai dimenticati.

Doris Duranti è seduta su un divano, ha ormai superato i settanta, ma il tempo sembra averla trattata con una clemenza crudele e affascinante: i capelli sono raccolti in uno chignon morbido; indossa un abito leggero di lino color avorio, quasi trasparente alla luce che filtra dalle persiane. Il portamento è eretto, regale, con quella postura da attrice che non l’ha mai abbandonata del tutto.

Gli occhi, grandi, nerissimi, conservano lo stesso fuoco che aveva fatto impazzire il pubblico del Ventennio. Il suo charme è intatto, anzi, è diventato più profondo, più pericoloso: non è più la bellezza sfacciata e aggressiva della diva ventenne che recitava a seno nudo per scandalizzare e sedurre, ma una sensualità matura, consapevole.

Con una sigaretta tra le dita e un bicchiere di rum ambrato accanto, Doris sembra l'ultima regina di un impero crollato: bellissima ancora, in un modo che sfida il tempo, con quella aura di mistero, di scandalo vissuto e di orgoglio ferito che la rende indimenticabile.


MADAME QUANDO INIZIÒ A RECITARE?
Iniziai la carriera da giovanissima, con alcune apparizioni minori. Correva l'anno 1935, avevo diciotto anni appena compiuti. Facevo la comparsa, la figurante in film come Aldebaran di Blasetti, o Lo squadrone bianco girato in Libia... parti piccole, quasi invisibili, ma già sentivo il richiamo del set, le luci, il trucco pesante che ti trasforma. Era un mondo che mi affascinava, mi spaventava e mi attirava allo stesso tempo.

MA IL SUCCESSO NON SI FECE ATTENDERE…
La consacrazione avvenne due anni dopo nel 1937 con il film Sentinelle di bronzo. In quel film interpretai, come protagonista, una donna di colore, Dahabò, una somala sensuale e misteriosa. Fu un ruolo audace per l'epoca: truccata di scuro, con i costumi esotici, danze e sguardi che facevano scalpore. Il film era propaganda coloniale, certo, ma per me rappresentò l'ingresso nel firmamento delle dive.

DA QUEL MOMENTO DIVENNE UNA STELLA DEL CINEMA.
La critica fu molto benevola con me. Esaltava l’eleganza innata nel mio modo di recitare, quell'enfasi drammatica con cui interpretavo i personaggi, la capacità di passare dal languore alla passione in un battito di ciglia. Dicevano che avevo il fuoco negli occhi e forse avevano ragione... Ero giovane, bellissima, e lo sapevo. Usavo il corpo, lo sguardo, la voce come armi. Non era solo recitazione: era seduzione, era potere. Da lì non mi fermai più. Film su film, fino alla guerra, allo scandalo, all'esilio... Ma tutto iniziò in quel 1937, sotto il sole africano di un set polveroso, con me vestita da "donna di colore" in un film che celebrava l'impero. Ironico, no? La vita è piena di queste ironie crudeli.

UNA NUOVA FEMME FATALE?
Forse sì, caro mio. Forse anche per la mia aggressività, quella che non nascondevo mai, che buttavo in faccia al pubblico come un guanto di sfida e nel contempo per la mia aria di seduttrice, i registi del tempo mi vedevano proprio così: una novella rubacuori, una donna che poteva distruggere un uomo con un solo sguardo. I registi lo capirono subito: iniziavano a darmi di donne fatali, ossessive, tragiche. E io le interpretavo con tutto me stessa – il corpo, la voce, gli occhi. Forse era il mio modo di ribellarmi al mondo che mi circondava, al regime, alle convenzioni. Recitando mi resi conto che la vera femme fatale non è solo bella, ma pericolosa perché sa di esserlo. E io lo sapevo…

FORNÌ LE PROVE MIGLIORI NEI FILM SUCCESSIVI…
Nel film La cavalleria rusticana del 1939, dove ero Lola, la bella infedele che scatena la gelosia e la tragedia, tratta dall'opera di Mascagni e dal dramma di Verga. Ero passionale, crudele, irresistibile... il tipo di donna che fa perdere la testa. Poi venne Tragica notte nel 1942, un altro ruolo oscuro, tormentato: Armida, una figura ambigua in un intreccio di delitti e passioni violente. Ma soprattutto, in Carmela, tratto da un racconto di Edmondo De Amicis, recitai la parte di una ragazza impazzita per amore. Siamo nel 1893, su un piccolo scoglio nello Stretto di Sicilia. Carmela è innamorata di un tenente che la abbandona senza una parola, lei precipita nella follia. Crede di rivederlo in ogni uomo che arriva, si illude, si consuma. Era un ruolo estremo: passione che diventa delirio, bellezza che si incrina nella disperazione.

A PROPOSITO DI CARMELA…
E sì, in quel film osai di più: alla fine del primo tempo c'è una scena dove mostro il seno nudo, uno scandalo per l'epoca, che fece infuriare Clara Calamai, la mia rivale, che aveva fatto lo stesso in La cena delle beffe. Ma io non lo feci per provocare: lo feci perché il personaggio lo richiedeva, perché la follia di Carmela era nuda, totale, senza veli.

LA CENA DELLE BEFFE È DEL 1941, QUINDI PRECEDENTEMENTE AL SUO…
Il mio fu il primo seno nudo ripreso in piedi; quindi, apparve eretto, orgoglioso, com'era di natura e senza trucchi; invece, la Calamai si fece riprendere sdraiata, in maniera furbesca… credo non sia una differenza da poco.

I GIORNALI DELL’EPOCA ALIMENTARONO QUESTA POLEMICA, VERO?
Beh, direi piuttosto sterile anche perché, contrariamente a quanto sostenuto dalla Calamai, la prima a mostrare il seno nudo nella storia del cinema italiano non fu certamente lei, ma Vittoria Carpi nel 1940 nel film La corona di ferro di Alessandro Blasetti. Un seno nudo breve, fugace, in una sequenza mitologica, ma fu il primo. Io e Clara arrivammo dopo, e la nostra rivalità fece notizia. Giornali, riviste, pettegolezzi da caffè: chi era più audace, chi più naturale, chi aveva osato di più. Il pubblico impazziva, accorreva, discuteva. Era propaganda involontaria per i film, e per noi dive un'arma a doppio taglio: più si scandalizzavano, più diventavamo icone.

PER LEI COSA HA RAPPRESENTATO QUEL SENO NUDO?
Sai, caro, in quegli anni il corpo era un campo di battaglia. Il regime voleva donne caste, madri, spose devote… e noi, invece, mostravamo la pelle, la passione, la ribellione. Carmela non era solo un film: era un grido. E quel seno nudo era la mia sfida al perbenismo, alla censura che fingeva di non vedere. Clara e io ci contendemmo il primato come due gatte in calore, ma alla fine… alla fine fu solo un modo per dire: guardateci, siamo vive, siamo donne, non statue.

COME MAI NON INTERVENNE LA CENSURA PER QUELLE SCENE? DICO LA SUA, QUELLA DELLA CALAMAI E DELLA CARPI?
Forse perché il regime fascista aveva bisogno di non apparire troppo succube del Vaticano, oppure in quel periodo aveva ben altro a cui pensare! Il regime, negli anni '40-'42, stava perdendo la guerra su tutti i fronti. Mussolini aveva bisogno di evasione, di film che tenessero il morale alto, che distraessero. Blasetti era intoccabile, un regista 'fascista' ma geniale, e i suoi film incassavano. Il film della Calamai fu vietato ai minori di 16 anni e attirò l'anatema dell'Osservatore Romano, ma quella sequenza non fu tagliata. E poi... c'era la propaganda: mostrare corpi belli, forti, ariani, era un modo per celebrare la 'razza'. La censura fascista era rigida su politica e morale 'borghese', ma permissiva quando serviva al regime: erotismo controllato, sì, ma non represso del tutto. Insomma, chiudeva un occhio, perché il cinema era arma di distrazione di massa in tempo di guerra. E il Vaticano? Gridava, ma non aveva il potere di fermare un bel nulla.

FU CHIAMATA LA DIVA DEL REGIME, VERO?
Durante il periodo fascista ero l'attrice più ammirata e pagata del regime. Incassavo cachet altissimi per l'epoca, film su film, copertine, poster, il pubblico impazziva per me. Ero l'orchidea nera, la femme fatale che incarnava quel misto di sensualità esotica e fierezza italica che piaceva alla propaganda. Ma non fu solo per il talento o per i ruoli audaci... ma anche per la mia relazione sentimentale con il gerarca toscano Alessandro Pavolini, ministro della Cultura Popolare. Lui, il potente, l'intellettuale, il fedelissimo di Mussolini.

DOVE AVVENNE QUELL’INCONTRO CHE LE CAMBIÒ LA VITA?
Avvenne sul finire del 41, mentre in incognito, entrambi, ci aggiravamo tra quel che restava delle macerie di Livorno bombardata. Non sapevo chi fosse quell'uomo. Lui aveva un’aria svagata, assorta, incupita… Camminava tra le rovine con le mani in tasca, lo sguardo perso. Io ero lì per le riprese di Carmela, tornata nella mia città natale dopo anni di Roma, e quel giorno, dopo un allarme aereo, ero uscita dagli stabilimenti di Tirrenia per vedere con i miei occhi la città era ferita, il porto distrutto, le case sventrate. E tra quelle macerie, sotto un cielo grigio di polvere e fumo, ci incrociammo. Non ci dicemmo nulla al primo momento: solo uno sguardo. Lui mi riconobbe, forse. Io non sapevo chi fosse: un uomo elegante, magro, con quell'aria malinconica da intellettuale toscano. Fu amore a prima vista, ma amore segreto e nascosto, perché lui era sposato e padre di tre figli.

CON LUI PERSE OGNI STEREOTIPO DI DONNA MANGIA UOMINI…
Ero innamorata, e soprattutto ignara di quanti pericoli avrei da allora in poi incontrato sulla mia strada. Con lui non ero più la femme fatale aggressiva, la seduttrice calcolatrice dei film. Ero vulnerabile, tenera, quasi ingenua. Lui era dolce, intelligente, disinteressato, ma anche tormentato dal dovere, dal regime, dalla guerra. E neppure per Alessandro fu facile: visto che ero di origine ebrea, e questo non era gradito al regime. Il mio cognome, Duranti, aveva radici lontane in quella stirpe e bastava per far alzare sopraccigli.

QUINDI IL POTERE NON VIDE DI BUON OCCHIO QUEL RAPPORTO CLANDESTINO…
Mussolini inizialmente osteggiò la nostra storia: Pavolini era troppo importante, sposato con Teresa Franzi, tre figli piccoli. Cercò di troncarla, ma poi… dopo avermi vista nel film Il re si diverte, con la danza dei sette veli, alla fine della proiezione Mussolini si avvicinò Alessandro, gli diede una pacca sulle spalle e gli disse: “Ti capisco!” Lui, del resto, al tempo covava un’analoga e bruciante passione per Alida Valli. Mentre per noi quella fu una benedizione.

COM’ERA ALESSANDRO PAVOLINI? COSA CI TROVÒ IN LUI?
Capii subito che Alessandro era un uomo tormentato. La sua vera vocazione era la letteratura. Borbottava che faceva il ministro per dovere. Il suo ideale era quello di vivere in un luogo deserto, con una penna e una candela. Era un intellettuale, dolce, disinteressato. Intelligente, raffinato, con quell'aria malinconica toscana che mi conquistò fin dal primo sguardo tra le macerie di Livorno. Non era il gerarca rigido e fanatico che molti immaginavano: era un uomo diviso, che aveva rinnegato la sua anima letteraria per la politica, per fedeltà a Mussolini, al fascismo. Ma dentro... dentro soffriva. Ma non lasciò mai la moglie come non abbandonò mai i suoi tre figli, neppure nei momenti più intensi della nostra passione. Veniva da me nella mia casa sul Lungotevere, passavamo le notti insieme, ma poi tornava sempre a casa. Era leale, in un modo crudele e tenero allo stesso tempo. Non mi promise mai nulla, non mi illuse con gioielli o promesse di futuro. Mi diede solo se stesso: le conversazioni fino all'alba, la tenerezza nascosta, la passione feroce. E io... io persi ogni stereotipo di donna mangia-uomini. Con lui ero vulnerabile, innamorata persa, pronta a seguirlo ovunque.

COMUNQUE, NON ERANO TEMPI TRANQUILLI POLITICAMENTE…
Dopo l’8 settembre, seguii Alessandro al nord. Ci stabilimmo prima a Venezia, dove la Repubblica Sociale Italiana intendeva ricostruire parte di Cinecittà, e successivamente sul Lago di Como.

PERCHÉ LO FECE?
Per puro amore e contro ogni mio interesse personale. Ero consapevole che da quel momento la mia vita sarebbe stata un inferno. Lui cercò di evitarmi tutto questo convincendomi a non partire. Mi implorò di restare lontana, di non seguirlo nel baratro. Ma io... io non potevo. Lo amavo troppo. Fui ospitata a Villa Sucotina, presso Como, ma forse sarebbe meglio dire nascosta per evitare le violente rappresaglie dei partigiani. Ero nella lista nera del CLN, una preda per loro: l'amante del gerarca, la diva del regime. Pavolini lo sapeva, e per questo cercava di spingermi verso la Svizzera.

COME VIVESTE QUEI GIORNI?
Male, malissimo. Lui era senza una lira. L’aiutai staccando 32 sterline in oro dal mio braccialetto e gliele inviai di nascosto perché lui potesse almeno mangiare, muoversi, sopravvivere qualche giorno in più. I nostri incontri erano rari, rapidi e nervosi: un abbraccio frettoloso in una stanza buia, parole sussurrate tra un allarme e l'altro, sguardi che dicevano tutto ciò che non potevamo pronunciare ad alta voce. Durante quel periodo seppi che aveva messo in salvo la moglie Teresa in un luogo sicuro a Cortina, nonostante questo desideravo più di me stessa stargli accanto! Lui non la lasciò mai, neppure allora. Teresa e i figli erano la sua responsabilità, il suo dovere. Io ero la passione, il fuoco che bruciava tutto. Ma non lo rimproverai mai: era fatto così, leale fino alla crudeltà.

AVEVA PAURA?
Altroché… quei giorni a Como furono un incubo, i bombardamenti lontani, la consapevolezza che la fine era vicina. Pavolini correva tra le Brigate Nere, tra riunioni disperate, e io restavo nascosta, con un fucile che non sapevo usare, circondata da gente sconosciuta. Lui mi vedeva poco, ma quando veniva... era tenero, disperato. Mi diceva: “Vai via, salvati”. Io rispondevo: “No, resto con te”.

ALLA CADUTA DELLA REPUBBLICA SOCIALE COSA ACCADDE?
Alessandro, prima di essere catturato e ucciso, organizzò tutto: un passaporto falso con il nome di Dora Pratesi, contrabbandieri che mi avrebbero portata oltre il confine. Nella valigia c’era un vestito ed un biglietto con su scritto “Grazie per la tua fedeltà e per il tuo bene”. Con la morte nel cuore mi trasferii a Lugano.

QUINDI UN POSTO TRANQUILLO…
Per nulla! Arrivai a Lugano all'alba, stremata, con il cuore in pezzi perché sapevo che lui non ce l'avrebbe fatta. Ma la Svizzera neutrale non era un rifugio: ero marchiata come l'amante di un gerarca fascista, ricercata, pericolosa. Mi arrestarono subito. Il carcere fu un incubo: celle fredde, interrogatori, l'isolamento che ti mangia l'anima. E poi arrivò la notizia... la fucilazione a Dongo, il 28 aprile. Alessandro appeso a piazzale Loreto con gli altri. Quando lo seppi, fu come se il mondo si spegnesse. Presi un pezzo di vetro, mi tagliai le vene. Volevo seguirlo, finire lì. Ma non morii. Mi salvarono, mi curarono. E dopo... dopo ci fu un altro capitolo: conobbi un capitano della polizia svizzera, Luciano Pagani, che si innamorò di me. Organizzammo una messinscena – una finta estradizione in Italia, io nascosta in un tappeto nel bagagliaio di un'auto – per rientrare in Svizzera legalmente. Ci sposammo in fretta a Campione d'Italia, solo rito religioso, per darmi la cittadinanza svizzera e proteggermi dall'estradizione italiana. Fu un matrimonio di convenienza, di salvezza.

“SONO COME NAPOLEONE, NELLA POLVERE E SUGLI ALTARI.” QUESTA SUA FRASE RIMASE CELEBRE…
Nella mia vita ci sono stati alti e bassi, ma ho fatto sempre quello che ho voluto, seguendo la mia voglia, sono stata audace e non ho avuto inibizioni, ma non ho fatto mai cose volgari né cattive. Le persone che lo affermano sono quelle che nella vita non hanno raggiunto nulla, sono infelici e si sfogano parlando male degli altri. Mi piacerebbe incontrarli, ma sinceramente il modo in cui mi giudicano le persone mi lascia indifferente. Molti uomini sono stati innamorati di me, hanno apprezzato il mio modo di essere, hanno perso la testa per me e questo mi basta!

POI COSA SUCCESSE?
Con Luciano Pagani, il capitano di polizia di Chiasso, proprietario di un cinema, che mi salvò la vita per amore e per testardaggine, restammo insieme solo un anno. Lui mi amava visceralmente, ma io... io non potevo più stare ferma. Lo lasciai, con gratitudine eterna, e partii per il Sudamerica. Brasile prima, poi Argentina, Venezuela, Cuba... un esilio dorato e inquieto, tra gerarchi fascisti in fuga e produzioni cinematografiche minori. Recitai in un film brasiliano, Estrela de Mahna, l'unico che ebbe un po' di eco internazionale. Ma il cuore non c'era più.

POI TORNÒ IN ITALIA…
Tornai nei primi anni '50. L'Italia del dopoguerra mi perdonò, o finse di perdonarmi. Ripresi a girare: ruoli da protagonista in I falsari, Il voto, Tragico ritorno con un giovane Mastroianni... ma non ero più la diva intoccabile. Fu lì, durante uno di quei set, che incontrai Mario Ferretti. Il famoso radiocronista, la voce che aveva raccontato Coppi “uomo solo al comando”. Bello, carismatico, sposato con figli... Ci innamorammo come due adolescenti, contro ogni logica. Lui lasciò tutto – famiglia, lavoro, Italia – e fuggimmo insieme. Scandaloso, sì: i giornali parlarono di “fuga”, di debiti, di passione folle. Venimmo qui a Santo Domingo, nella Repubblica Dominicana. Aprimmo un ristorante, Vecchia Roma, un piccolo angolo d'Italia sotto il sole tropicale: pasta fatta in casa, vino importato, clienti italiani in esilio, turisti curiosi. Fu un periodo sereno, quasi normale. Cucinavamo, ridevamo, ma durò poco. Mario e io ci separammo – la vita in esilio logora anche gli amori più forti. Lui andò in Guatemala, riprese la radio, fondò giornali, televisioni, sposò una dominicana... io rimasi qui, a Santo Domingo. La città mi adottò: ero ancora bella, ancora affascinante, ancora “l'orchidea nera”. Vivevo tra ricordi e malinconia, viaggiavo poco, ricevevo amici italiani, scrivevo le mie memorie. Tornai in Italia qualche volta, per Divina creatura nel '76 con Laura Antonelli, per altre produzioni, ma non mi fermai mai. L'Italia era cambiata e io non riconoscevo più il mio paese. Qui, sotto questo cielo, con il mare e il rum, potevo essere me stessa: una donna che aveva amato, sofferto, scandalizzato e sopravvissuto. L'amore con Pavolini mi aveva bruciata; con Pagani mi aveva salvata; con Ferretti mi aveva dato un ultimo scorcio di normalità.

La notte è ormai fonda sulla collinetta di Santo Domingo, un buio vellutato e umido che avvolge la villa come un abbraccio tropicale. Il ventilatore a pale gira ancora lento nel salone, ma il suo ronzio sembra essersi attutito, quasi rispettoso del silenzio che è calato tra noi. Doris si alza lentamente dal divano di vimini, l’abito di lino le scivola leggero sul corpo abbronzato. Non dice nulla per un lungo istante: resta in piedi, le mani abbandonate lungo i fianchi, le dita lunghe e curate che sfiorano appena il tessuto.

Resto seduto, il taccuino chiuso sulle ginocchia, il registratore spento da tempo. Ho smesso di prendere appunti da un pezzo; ho solo ascoltato, incantato, quasi intimorito da questa donna che ha attraversato la storia come un uragano e ne è uscita segnata ma viva. Lei si volta verso di me, un ultimo sorriso le incurva le labbra – quel sorriso che un tempo faceva impazzire il pubblico del Ventennio, e che ora porta con sé tutta la malinconia di un’epoca sepolta. «Basta così, caro…» Dice piano, la voce rauca dal fumo, dal rum, dagli anni. «Hai ascoltato abbastanza fantasmi per una notte.» Fa un passo verso la soglia del salone, cammina lenta verso la veranda, il passo leggero. Le bouganville viola fuori sembrano inchinarsi al suo passaggio. Non si volta più. Scompare nella penombra, poi il silenzio.

Doris Duranti si spense nel 1995 a Santo Domingo all'età di 78 anni. La sua vita è stata soggetto di una fiction televisiva, trasmessa da Raiuno nel 1991. Il lavoro, intitolato Doris, una diva di regime è firmato da Alfredo Giannetti e vede Elide Melli nel ruolo della protagonista.


 





IMMAGINE GENERATA DA IA
INTERVISTA A CURA DI ADAMO BENCIVENGA

 





 
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