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INTERVISTA IMPOSSIBILE
 

Bianca Cappello
La puttana veneziana
Seduzioni, intrighi e veleni: Bianca Cappello, da cortigiana veneziana a Granduchessa di Toscana, è stata prima amante e poi moglie di Francesco I de' Medici. Famosa per la sua bellezza e raffinatezza, fu al centro di numerosi intrighi 
  (Venezia, 1548 – Poggio a Caiano, 1587)





 
Sono negli appartamenti privati di Palazzo Pitti, la porta si apre e ad accogliermi non è un servo, ma lei stessa, la Granduchessa, in piedi al centro della sala. Il luogo è di uno splendore sobrio con pareti rivestite di arazzi fiamminghi, un camino monumentale, tavoli intarsiati coperti di vasi di cristallo di Murano colmi di rose tardive e gelsomini.

L’aria odora di viola mammola, ambra e leggerissimo muschio, un profumo che si dice faccia girare la testa anche agli uomini più sobri. Bianca Cappello avanza di qualche passo. È più alta di quanto i ritratti lascino immaginare, la figura slanciata è avvolta in un abito di velluto verde cupo ricamato d’oro e perle minute, la scollatura quadrata appena velata da una camicia di lino bianchissimo arricciata al collo in una gorgiera trattenuta da un fermaglio di smeraldi. I capelli, di un ramato caldo veneziano sono raccolti in un’acconciatura alta. Il volto è ovale perfetto, la pelle di un biancore quasi irreale. Non è una bellezza aggressiva, ma quella raffinata da anni di corte, intrighi e passione.

Non c’è traccia di alterigia nel suo portamento: quando mi porge la mano ingioiellata lo fa con un gesto quasi intimo, come se stesse accogliendo un vecchio conoscente di Venezia piuttosto che un estraneo.
«Siate il benvenuto, messere». Dice con voce bassa, calda, venata di quell’accento veneziano che non ha mai perso del tutto, anche dopo vent’anni di Toscana. «Sedete, prego.» Il suo sorriso si allarga appena e mi indica una sedia intarsiata accanto alla finestra. Lei si accomoda su un seggio più alto, le mani posate in grembo con eleganza naturale.

«Chiedete pure…» Aggiunge con un lieve cenno del capo. «Ma sappiate che so essere discreta… e so anche tacere, quando conviene.» E qui, in questa sala che profuma di potere e di rose, Bianca Cappello attende la prima domanda, serena, bellissima, pericolosamente gentile.


VOI ERAVATE DI DISCENDENZE NOBILI, VERO?
Io nacqui a Venezia nel 1548, figlia unica femmina di Bartolomeo Cappello, un patrizio della Serenissima, di antica e rispettabile stirpe nobile veneziana. La nostra famiglia apparteneva alle cosiddette "case nuove" dell'aristocrazia lagunare: non le più antiche come i Morosini o i Grimani, ma di solida ascesa, grazie a commerci, cariche pubbliche e figure illustri come il mio antenato Vettor Cappello, che fu grande ammiraglio della flotta veneta nel Quattrocento.

I SUOI GENITORI MADAME?
Mio padre, Bartolomeo, nato nel 1519, ebbe una carriera onorevole al servizio della Repubblica: ricoprì incarichi amministrativi e politici di rilievo, come era consueto per un nobile veneziano. Mia madre invece era Pellegrina Morosini, proveniente da una delle casate più ricche, potenti e antiche di Venezia, quella che diede dogi, cardinali e persino una regina consorte d'Ungheria. La loro fu un'unione di grande prestigio, che mi collocava fin dalla nascita nel cuore dell'élite patrizia.

COME FU LA VOSTRA ADOLESCENZA?
Mio padre era un uomo di ferro, il suo cuore batteva forte per mio fratello Vittorio, nato un anno prima di me. Vittorio era il maschio, l'erede designato, colui su cui riversava ogni speranza: cariche, alleanze, il futuro della casata. Io, invece, ero la figlia femmina, bella sì, ma per lui più un mezzo per stringere matrimoni vantaggiosi che una persona da amare. Mi guardava con distacco, quasi con fastidio, come se la mia nascita fosse un inciampo alla sua ambizione.

RIMASE ORFANA DI MADRE MOLTO PRESTO….
Avevo appena dodici anni quando lei ci lasciò, stroncata da una malattia improvvisa. Fu un colpo durissimo. Prima di andarsene, sapendo quanto mio padre prediligesse Vittorio, volle proteggermi a modo suo. Mi mise da parte una buona dote, consistente, intestata direttamente a me: seimila scudi, un tesoro che mi avrebbe reso indipendente e appetibile per un buon partito. Fu il suo ultimo atto d'amore, quasi una consolazione per la freddezza paterna.

MA CON LA SUA SCOMPARSA TUTTO CAMBIÒ...
Papà si risposò presto, nel 1559, con Lucrezia Grimani, una vedova ricca e ambiziosa, sorella del Patriarca di Aquileia. Fu una matrigna severa, gelida: mi relegò nelle stanze superiori del palazzo, quasi in clausura, come usava per "proteggere" le nobili fanciulle da pericoli e pettegolezzi. Mio padre, accecato dall'ambizione e dal lutto mal elaborato, la lasciò fare. Anzi, con il suo sostegno, cercò di rinchiudermi in convento: era il modo più semplice per "sistemarmi" e rientrare in possesso della dote che mia madre mi aveva lasciato. Io mi sentivo imprigionata, sorvegliata, esclusa. La sua durezza, unita all'indifferenza di mio padre, mi spinse a ribellarmi.

COM’ERA IL RAPPORTO CON VOSTRA ZIA?
Sì, era proprio lei: la sorella del doge Andrea Gritti. Rimasta vedova, aveva trasformato il suo palazzo in uno dei salotti più vivaci e colti di Venezia, un luogo dove l'élite intellettuale si incontrava lontano dalle rigidezze del Senato e dalle occhiute matrigne. Mia zia vide in me non solo una nipote da compatire, ma un'anima da coltivare. Allo scopo di avviarmi a una vita più brillante, lontana dal convento o da un matrimonio imposto solo per denari, si prese cura della mia istruzione come una vera gentildonna dell'epoca meritava. Mi insegnò le lettere, la musica, la danza, il francese e il latino quanto bastava per conversare con eleganza, l'arte di intrattenere, di leggere i poeti, di maneggiare il ventaglio e lo sguardo con grazia veneziana. Voleva fare di me una dama raffinata, non una reclusa. E nel suo famoso salotto riceveva ogni sera ospiti illustri: poeti, mercanti colti, viaggiatori... e quattro giovani fiorentini che avevano abbandonato la loro città perché nemici di Cosimo de' Medici.

RICORDATE I LORO NOMI?
Pietro Giordano Balzoni, Cesare Vecellio, nipote e allievo prediletto di Tiziano, Giovanni Mario Verdizzotti, intimo amico di Tiziano, poeta e letterato raffinato e Pietro Bonaventuri. Nel salotto si discuteva di arte, di lettere, di politica sussurrata: Tiziano aleggiava su di loro come un nume tutelare, con Cesare che dipingeva miniature e ritratti, Verdizzotti che recitava versi, Balzoni che portava notizie fresche dal continente. E Pietro... ah, Pietro Bonaventuri! Furono i miei primi maestri di vita vera, non solo di lettere e pennelli. Senza di loro, forse sarei finita monaca o sposa di convenienza.

CON PIETRO BONAVENTURA ANDASTE OLTRE LA SEMPLICE AMICIZIA…
Pietro Bonaventuri era un giovane impiegato al banco Salviati di fronte a casa nostra. Lo vedevo dal balcone che dava sul canale e fu come una folgore. Mi guardava, mi mandava messaggi... Era l'unica luce in quella prigione dorata. Sin dall'inizio mi fece una corte spietata, appassionata, senza mezze misure. Io, nel fiore della mia adolescenza ero incantata dai suoi modi cortesi ma audaci, dalla sua bellezza virile, dal fuoco che metteva in ogni gesto. Lui mi guardava con desiderio vero!

MA PIETRO VI AVEVA FATTO CREDERE CHE AVESSE MOLTE POSSIBILITÀ ECONOMICHE… IN REALTÀ NON ERA NÉ BANCHIERE E NÉ RICCO…
Sì, mio signore, le vostre parole toccano ferite che il tempo non ha del tutto rimarginato, ma che ormai racconto con la serenità di chi ha vissuto tutto e non si pente di nulla. Pietro mi prese con l’inganno, è vero, o almeno con una mezza verità che, nella mia ingenuità di quindicenne, non volli vedere. Durante i nostri incontri furtivi a Venezia mi dipingeva una vita agiata: lui, rampollo di una famiglia di banchieri fiorentini, con prospettive brillanti al Banco Salviati, un futuro di lusso e libertà. Io, cresciuta tra palazzi veneziani e servitù, gli credetti ciecamente. L’amore mi accecava: non chiesi prove, non indagai sulle sue reali condizioni. Ero innamorata, e basta.

FU UNA FUGA D’AMORE, VERO?
Fu proprio una fuga d'amore, appassionata e impulsiva. La casa era diventata una prigione con la matrigna che vigilava e mio padre che meditava il convento per riprendersi la dote, ma la vera causa fu che rimasi incinta. Recuperai la mia dote: i gioielli preziosi, i seimila scudi lasciati da mia madre Pellegrina Morosini, che Pietro portò via con sé. Fuggimmo la sera del 28 novembre 1563 da Venezia, su una gondola nel buio, diretti verso Firenze attraverso terre ostili. Quando la notizia esplose mio padre impazzì di rabbia. Il Senato veneziano mise una taglia sulla testa di Pietro: duemila ducati per chi lo consegnasse vivo (o mille se morto) più altri mille offerti da Bartolomeo per chi lo assassinasse e riportasse me a casa. Ero accusata di aver sottratto i beni della dote, Pietro di rapimento e furto. Lettere furibonde al Granduca Cosimo I de' Medici, minacce di rappresaglie... Ma Cosimo, astuto, ci protesse: voleva irritare Venezia e forse vedeva in me un'arma futura per i suoi piani.

VI SPOSASTE NON APPENA QUINDICENNE…
Sì, mio signore, giovanissima davvero: sposai in segreto Pietro Bonaventuri, il 12 dicembre 1563, a Firenze. Nel Rinascimento era cosa comune per le nobildonne – specialmente veneziane – andare in sposa tra i tredici e i sedici anni, spesso per alleanze familiari decise dai padri. Ma il mio caso fu... eccezionale: non un matrimonio combinato con dote e parenti festanti, bensì un vero scandalo che fece tremare la Serenissima.

POI?
Mio padre insisteva, voleva indietro l'onore familiare, la dote sottratta e soprattutto voleva punire la mia ribellione. La taglia su Pietro Bonaventuri restava in piedi ma non potevamo tornare. Lui mi amava ed io ero felice ma la realtà fu crudele. La famiglia Bonaventuri – nobile di origini, sì, ma decaduta da tempo – viveva in grande povertà. Suo padre, ser Zanobi (o Zenobio), non aveva ricchezze da sfamare due bocche in più; la suocera era inferma, la casa modesta. Per far quadrare il bilancio, furono costretti a licenziare l’unica serva rimasta.

QUI NACQUERO I PRIMI PROBLEMI…
Eh già… io, Bianca Cappello, figlia di patrizi veneziani, abituata al lusso e alle dame di compagnia, dovetti prendere il posto della serva: lavare, cucinare, pulire, svolgere mansioni umili che non avevo mai sfiorato. Fu un duro risveglio. Così, mediante alcuni intermediari fidati ci rivolgemmo direttamente al Granduca Cosimo I. Lui, astuto e pragmatico, vide l'opportunità: proteggere una fuggitiva veneziana significava irritare la Serenissima, indebolire un rivale commerciale e politico, e forse guadagnare una pedina futura. Cosimo intervenne con fermezza: rifiutò ogni estradizione e garantì la nostra incolumità. Fu proprio in quel frangente, tra il 1564 e il 1565, che ebbi modo di conoscere Francesco de' Medici, all'epoca erede del Ducato.

NEL FRATTEMPO, FOSTE COMUNQUE DISEREDATA, VERO?
Mio padre Bartolomeo mi tagliò fuori da ogni eredità ulteriore. La dote materna era già mia, ma il resto della fortuna Cappello, terre, palazzi, cariche, andò a mio fratello Vittorio, l’erede maschio prediletto. Dopo lo scandalo della fuga, le lettere furibonde, la taglia su Pietro, mio padre mi considerò perduta: un disonore, una ladra di beni familiari. Non mi scrisse più, non mi perdonò.

IMMAGINO IL SUO STATO D’ANIMO…
Ero ancora troppo bimba e la mia unica meta era restare accanto a Pietro. Non pensavo al futuro, alla Repubblica, alla corte: solo a lui, al nostro amore ribelle. Il resto – diseredata, esiliata, inseguita – lo affrontai come un prezzo inevitabile per la libertà.

NEL FRATTEMPO, NACQUE IL SUO BAMBINO…
Una bambina, prego: Virginia Pellegrina, nata nel luglio 1564, e battezzata con i nomi di mia madre per onorarla. Fu la luce in quegli anni bui: la tenevo stretta mentre facevo i lavori di casa, mentre Pietro cercava di mantenere la famiglia con il suo modesto impiego. Virginia crebbe lontana dal lusso veneziano che avrei voluto darle, ma la amai con tutta me stessa. Anni dopo, quando divenni Granduchessa, la sistemai con un buon matrimonio: la diedi in sposa a Ulisse Bentivoglio, conte di Bologna, grazie all’intervento di Francesco. Lei visse una vita dignitosa, lontana dagli scandali che mi avvolsero. Quegli anni con i Bonaventuri furono duri, umilianti, ma mi temprarono. Mi insegnarono che l’amore non basta se non c’è dietro una solida realtà, e che una donna, anche nobile, può cadere in basso e rialzarsi con la propria forza. Fu proprio in quella povertà che Francesco de’ Medici mi notò – la mia bellezza, il mio spirito veneziano – e tutto cambiò.

QUANDO INCONTRASTE FRANCESCO DE’ MEDICI?
L'incontro con lui fu il momento in cui la mia vita, da misera e umile, virò verso un destino di lusso. Francesco, allora ventiduenne, passava spesso da Piazza San Marco a Firenze. Aveva un suo "casino di delizie" lì vicino, un piccolo palazzo di piacere, dove si rifugiava per sfuggire alle rigidezze di corte e alle infelicità del suo matrimonio con Giovanna d'Austria, una principessa asburgica austera, poco attraente per lui e incapace di dargli l'erede maschio che desiderava.
Un giorno, alzando gli occhi mentre transitava in piazza, mi vide alla finestra della casa dei Bonaventuri. Io, dopo la nascita di Virginia Pellegrina, ero al culmine della mia bellezza: capelli rossi fiammeggianti, pelle di porcellana, occhi azzurri veneziani, un portamento nobile che la povertà non riusciva a spegnere. Facevo una pausa dalle faccende domestiche e guardavo fuori, sognando la laguna lontana. Lui si fermò, incantato. Fu un colpo di fulmine, come dicono le cronache: "non riusciva a staccarmi gli occhi di dosso". Subito volle incontrarmi, fece indagare, mandò intermediari per invitarmi a corte.

LEI CI ANDÒ?
Messere ero una donna sposata… Il primo vero incontro avvenne tempo dopo durante una festa di Carnevale. Maschere, balli, libertà momentanea dalle convenzioni. Fu lì che la scintilla si trasformò in fiamma con sguardi complici. Venivamo tutti e due da un periodo di crisi profonda. Lui: un matrimonio infelice imposto dalla politica, la pressione del padre Cosimo per un erede maschio, la solitudine di un principe studioso in una corte che lo trovava strano. Io: la delusione dopo la fuga romantica, la povertà umiliante, la lontananza da Venezia. Entrambi prigionieri di vite che non avevamo scelto, cercavamo affetto vero, passione, qualcuno che ci vedesse oltre il ruolo.

POI COSA ACCADDE?
Da quell'incontro nacque una bellissima amicizia che presto divenne amore travolgente. Francesco mi corteggiò con regali discreti, gioielli, attenzioni; mi fece assumere come dama di corte, diede a Pietro un impiego migliore per zittirlo e lui accettò, compiacente, in cambio di favori. Certo sì. la relazione fu clandestina, ma intensa: passaggi segreti, notti rubate, confidenze profonde. Nel 1565 era già consolidata; Pietro tollerava tutto. E quello fu l'inizio della mia ascesa: da fuggitiva impoverita a favorita del principe, poi amante ufficiale, senza quel Carnevale fatale, forse sarei rimasta una moglie modesta e dimenticata.

MA FRANCESCO ERA COMUNQUE SPOSATO…
Sì... un matrimonio politico stretto nel 1565, quando io ero ancora una fuggitiva appena arrivata a Firenze. Giovanna era figlia dell'Imperatore Ferdinando I d'Asburgo e di Anna di Boemia e Ungheria. Quel legame serviva a legittimare il titolo granducale, ma era un'unione infelice per entrambi. Non si sentiva a suo agio in quel matrimonio, Francesco: vi erano continue liti, freddezze, rimproveri reciproci. Il motivo principale fu la nascita di sei figlie femmine tra il 1567 e il 1575 di cui solo tre sopravvissute all'infanzia. Francesco accusava Giovanna di non essere capace di dargli un erede maschio stabile per perpetuare la dinastia. Era un'ossessione per lui, un fallimento percepito che alimentava il suo distacco, la sua malinconia, e lo spingeva sempre di più tra le mie braccia.

E VOI?
Io entrai nella sua vita proprio in quel periodo: lui cercava calore, passione, comprensione; io, reduce dalla delusione con Pietro, gli offrivo la mia bellezza veneziana. La nostra relazione iniziò come amicizia profonda, divenne amore travolgente.

CHI ERA FRANCESCO VERAMENTE?
Francesco era un uomo complesso: non un guerriero o un politico astuto come suo padre, ma un sognatore, un alchimista nel suo studiolo, un mecenate che rese Firenze ancora più splendente. E io... io fui la sua musa, la sua evasione, il suo grande amore. Pagammo caro entrambi, alla fine.

QUINDI VI LASCIASTE SEDURRE DAL GRANDUCA…
Da lui e dai suoi continui regali. Francesco era pazzo di me e non perse tempo. Mi donò abiti pregiati, gioielli ed addirittura il palazzo di Via Maggio, naturalmente vicinissimo alla reggia di Palazzo Pitti, nonché la magnifica villa di Pratolino, con annesso il parco delle meraviglie.

DIVENTASTE LA SUA FAVORITA UFFICIALE…
Sì, mio signore, divenni la sua favorita – e che parola riduttiva, "favorita"! Noi ci amavamo alla follia, una passione che consumava entrambi, senza più veli né finzioni. La relazione fu di dominio pubblico: Firenze mormorava, le corti europee ne parlavano, e Francesco non fece nulla per nasconderla.

VOI ERAVATE ANCORA SPOSATA, VERO?
Sì, tecnicamente lo ero ancora con Pietro fino al 1572, anche se il nostro matrimonio era diventato una formalità, un accordo conveniente: lui tollerava tutto in cambio di favori a corte, promozioni, un tenore di vita che non avrebbe mai sognato da solo.

E GIOVANNA D’AUSTRIA COSA FECE?
Lei mi aveva persino presa in simpatia all'inizio, mi invitava come dama, ignara di tutto, ma quando scoprì la verità fu un'umiliazione cocente. Poi quando lo seppe, scrisse lettere furibonde al suocero Cosimo I e al cognato Cardinale Ferdinando, implorando un loro intervento.

INTERVENNERO?
Cosimo, pragmatico come sempre, intervenne certo: richiamò il figlio alla prudenza, impose discrezione, e per un periodo fui costretta ad allontanarmi dalla corte. Mi rifugiai a Villa La Tana, lontana dagli occhi di Giovanna e dalle malelingue. Fu un esilio temporaneo, doloroso: Francesco mi visitava di nascosto, ma la separazione alimentava solo il nostro desiderio. Lui non smise mai di proteggermi; Cosimo, pur rimproverandolo, non mi abbandonò del tutto, rimanevo comunque una pedina utile nei giochi con Venezia. Ma nulla durò: la passione era troppo forte. Dopo la morte di Cosimo nel 1574, Francesco divenne Granduca e impose la sua volontà.

E I FILTRI D’AMORE?
Furono solo dicerie, calunnie messe in giro con perfidia dalla famiglia di Francesco – soprattutto dal cardinale Ferdinando de' Medici, suo fratello minore, che mi detestava e vedeva in me una minaccia al trono e alla purezza dinastica medicea. Ferdinando era ambizioso, bigotto, legato alla Spagna e agli Asburgo, e non perdonava a Francesco di aver scelto una veneziana "scandalosa", una fuggitiva, una donna che aveva già un marito. Le voci si fecero più insistenti: "Bianca ha stregato il Granduca con pozioni, incantesimi, filtri preparati in alchimia!". Dicevano che usassi erbe rare, polveri misteriose, persino sangue mestruale o capelli intrecciati in amuleti... tutte fandonie! Io usai solo me stessa, il mio modo di essere, per attirare a me Francesco. Niente pozioni, niente stregoneria: solo la mia bellezza veneziana. Lui, malinconico e sensibile, trovava in me ciò che non aveva mai avuto: calore umano, complicità, passione senza freddezza asburgica. Era amore, non magia. Non è certo colpa mia se sua moglie Giovanna d’Austria non era in grado di competere con la mia femminilità. Povera Giovanna: era una principessa perfetta per un'alleanza politica, ma rigida, incapace di passione o di leggerezza. Francesco la rispettava come consorte, ma non la desiderava. Lei era Vienna, etichetta, doveri; io ero Venezia, libertà, sensualità, un soffio di vita vera in una corte soffocante. Non la odiai mai – anzi, provai pena per lei – ma non mi feci da parte per compassione. L'amore non chiede permesso.

E VOSTRO MARITO PIETRO, COME LA PRESE?
Lui sapeva della relazione con Francesco, non dico che fece salti di gioia – all'inizio fu geloso, ferito nell'orgoglio – ma intravide immediatamente la possibilità di un aiuto economico. La povertà che avevamo patito insieme a Firenze lo aveva cambiato: da giovane audace e corteggiatore appassionato era diventato opportunista, realista. Quando Francesco iniziò a corteggiarmi apertamente, Pietro non protestò, al contrario, divenne molto più affettuoso con me: mi trattava con riguardi nuovi, la sera non mi faceva mai domande imbarazzanti, non chiedeva dettagli sugli incontri a corte. Accettava la situazione come un affare conveniente – io ero la sua "chiave" per una vita migliore. In cambio di silenzio e compiacenza, ottenne favori: un impiego stabile, denaro, status. Era un patto tacito, cinico forse, ma per lui sopravvivenza.

IN COSA CONSISTETTE L’AIUTO ECONOMICO?
Gli fu tra l’altro offerto un posto a corte come addetto alla guardaroba e alle provviste personali di Francesco. Accettò senza esitare: era un ruolo umile per un ex impiegato di banco, ma pagato bene, con privilegi, vicinanza al potere. Ricevette anche una casa più dignitosa vicino al Palazzo Pitti, regali in denaro o gioielli per tacitare debiti accumulati. Pietro si montò la testa: da modesto fiorentino decaduto divenne un uomo che si pavoneggiava, vantandosi di "amicizie altolocate", frequentando taverne e case di donne facili, spendendo ciò che guadagnava. Era diventato prepotente, litigioso, convinto che la protezione del Granduca lo rendesse intoccabile.

COME SPIEGATE LA SUA MORTE AVVENUTA IN CIRCOSTANZE COSÌ MISTERIOSE?
Sentite, non credo proprio al coinvolgimento di Francesco… non era nel suo carattere ordinare un assassinio così plateale, lui che era malinconico, riflessivo, più incline a isolarsi nei suoi studi alchemici che a mandare sicari. Pietro dopo il lavoro a corte si era montato la testa e faceva il prepotente in giro. Si lasciava andare a insulti, a vanterie, a tresche amorose imprudenti. Morì pugnalato presso il Ponte di Santa Trinità mentre tornava da una delle sue amanti. Da quanto seppi, si era lasciato andare ad insulti contro un rampollo di una famiglia molto in vista a Firenze. Una notte del 1572, un gruppo di uomini lo aggredì: lui si difese, ferì alcuni, ma finì a terra in una pozza di sangue. Io stessa, dal balcone, vidi il corpo portato via. Fu vendetta privata, non un complotto granducale: la sua vita dissoluta, i debiti, le provocazioni lo resero nemico di troppi mariti gelosi. Francesco ne fu sollevato (non lo nego: gli toglieva un ostacolo scomodo), ma non credo lo abbia orchestrato. Le voci di "sicario mediceo" nacquero dopo, alimentate da chi mi odiava – come il cardinale Ferdinando – per screditarmi ulteriormente. Pietro morì come aveva vissuto negli ultimi anni: con arroganza, in una rissa notturna, vittima della sua stessa imprudenza. Dopo il lutto proseguii il mio cammino verso il trono, senza rimpianti eccessivi. L'amore con Pietro era finito da tempo; restava solo gratitudine per la figlia Virginia Pellegrina che mi aveva dato.

QUINDI QUELLA MORTE VI LASCIÒ CAMPO LIBERO PER PUNTARE DIRETTAMENTE AL VOSTRO OBBIETTIVO?
Sì, mio signore, la morte di Pietro mi lasciò campo libero... in teoria. Ma la strada verso il "paradiso", il trono, la legittimazione, l'amore esclusivo – fu lunga, tortuosa e piena di spine. C’era ancora Giovanna, la moglie di Francesco! Nel 1577 nacque Filippo, il primo figlio maschio di Francesco e di Giovanna d’Austria, un bambino sano, sopravvissuto ai primi mesi critici. Io mi sentii persa: vedevo allontanarsi l’unico motivo che lo teneva stretto a me, la speranza di un futuro condiviso. Filippo era l’erede ufficiale; io, ancora solo l’amante, rischiavo di essere messa da parte una volta per tutte.

COSA AVETE FATTO?
Mi sentii sola, abbandonata e per destare il suo interesse, simulai una gravidanza che non c’era mai stata. Spacciai per suo, un figlio di una popolana. Lo chiamai Antonio, nato ufficialmente il 29 agosto 1576, presentato come frutto del nostro amore. Fu un inganno disperato, nato dalla paura di perdendolo: con la complicità di una cameriera fedele, di una levatrice e di un medico compiacente, prelevai il bambino da una serva, lo feci passare per mio, simulando il parto con cuscini, falsi dolori, sangue animale e tutto il teatro necessario. Francesco, non lo riconobbe subito; ma io lo tenni vicino, lo allevai come nostro, e lui finì per affezionarsi profondamente.

QUINDI INGANNASTE IL GRANDUCA…
Non solo... ero pazza di lui, avrei fatto qualsiasi cosa per portarlo a me e non volevo assolutamente che scoprisse l’inganno. Per questo mi vidi costretta a far eliminare tutti i complici e testimoni che in qualche modo potessero risalire alla verità: la cameriera, la levatrice, altri servi che sapevano troppo. Erano misure estreme, sì, dettate dal terrore: se l’inganno fosse emerso, avrei perso tutto – Francesco, il potere, la vita stessa in una corte spietata.

MA IL DIAVOLO FA LE PENTOLE E NON I COPERCHI…
Esatto. La cameriera, prima di essere uccisa, svelò l’intrigo. Quella confessione arrivò alle orecchie del cardinale Ferdinando: "Bianca Cappello ha rubato un bambino per usurpare il trono!" Ero persa…

FU UN INGANNO CRUDELE?
Sì. Ma nato dall’amore cieco, dalla disperazione di una donna che aveva già perso tutto una volta. Ferdinando usò quelle voci per demolirmi, ma Francesco scelse me, scelse noi.

SCUSATE MA DI COSA AVEVATE PAURA?
Lui era fragile, malinconico, consumato dagli esperimenti alchemici, dalle febbri ricorrenti e da una salute precaria che lo tormentava da anni. Io lo vedevo spegnersi piano, e il pensiero mi gelava il sangue. Ero odiata e osteggiata da tutta la famiglia Medici – il cardinale Ferdinando in primis, che mi chiamava "la pessima Bianca" e mi considerava un'intrusa veneziana, una macchia sull'onore granducale. Senza un erede maschio riconosciuto, Ferdinando mi avrebbe cacciata da corte senza scrupoli: esiliata, impoverita, forse peggio. Avrei perso tutto ciò per cui avevo lottato – l'amore, il potere, la sicurezza – e Antonio, il nostro bambino, sarebbe rimasto senza protezione.

COME ANDÒ INVECE?
Temevo l’ira di Francesco, ma quando scoprì l’inganno, lui giustificò il mio comportamento in nome dell’amore. Mi perdonò con una tenerezza che ancora mi commuove: "Tutto per me, per noi…" Disse. Anni dopo nel 1583 legittimò Antonio come figlio naturale, lo crebbe con affetto vero, lo trattò come un Medici. Forse sapeva, forse sospettava, ma il suo amore era più forte del dubbio. Antonio rimase il solo nostro "figlio", perché suo figlio Filippo nato da Giovanna morì nel 1582 a soli cinque anni lasciando la successione incerta. Francesco non dubitò mai del nostro legame; l’inganno fu per lui un atto di disperata devozione, non di tradimento.

MA NEL FRATTEMPO ERANO SUCCESSE COSE IMPORTANTI…
Nel 1578 Giovanna d’Austria morì in un incidente – cadde dalle scale di Palazzo Vecchio durante una gravidanza difficile, il bambino nacque prematuro e morì con lei. Fu un lutto formale, ma per noi... la libertà. Sposai Francesco in segreto a giugno, poi pubblicamente nel 1579 nella chiesa di San Lorenzo. Una cerimonia fastosa, con festeggiamenti che costarono una fortuna, oltre 300.000 ducati, banchetti, tornei, fuochi d’artificio. Diventai a tutti gli effetti Granduchessa, e Venezia, ironia suprema, mi riconobbe come "figlia prediletta della Repubblica" per rinsaldare legami diplomatici. Fu un trionfo pagato con anni di umiliazioni, gelosie, sospetti. Ma l'amore... ah, l'amore fu vero, folle, eterno. Non me ne pento.

FOSTE FELICE…
Vissi gli anni più belli della mia vita, sì – brevi, intensi, rubati al destino. Per amore ero fuggita da Venezia a quindici anni, per amore avevo rotto i ponti con i miei genitori, per amore ero stata diseredata, per amore ho tradito, per amore ho ingannato, simulato una gravidanza... e credo che, seppur breve, quel matrimonio fu la giusta ricompensa. Eravamo felici nelle ville isolate – Pratolino con i suoi giardini incantati, automi, fontane che versavano vino; Poggio a Caiano con i suoi affreschi e la quiete campestre. Francesco mi dedicava poesie, esperimenti condivisi, notti di confidenze. Antonio cresceva sano, amato; io ero Granduchessa, non più l'amante nascosta.

MA POI ACCADDE L’IMPREVISTO…
Sì, mio signore, l’imprevisto... ahimè, accadde proprio così, e fu il colpo finale che spezzò tutto. Odiavo mio cognato, il cardinale Ferdinando de’ Medici – un odio reciproco, profondo, velenoso come l’arsenico. Lui mi considerava un’intrusa, una veneziana avida e scandalosa che aveva “rubato” il trono… Nel 1587, a Poggio a Caiano, una febbre ci colpì entrambi – lui il 19 ottobre, io il giorno dopo. Ufficialmente malaria, come allora si diceva; ma le voci parlarono di arsenico, di veleno somministrato da mani fedeli a Ferdinando, che salì al trono subito dopo.

L’intervista è finita. La granduchessa si alza, mi fissa con quegli occhi azzurri che fecero perdere il senno a un Granduca... Allunga la mano guantata di pizzo per sfiorarmi il braccio, un gesto veneziano, intimo e fugace, che dice più di mille parole. «Grazie, gentiluomo... Avete scavato con garbo nei miei segreti, nei miei errori, nelle mie follie. Non molti hanno avuto il coraggio di ascoltare senza giudicare, e io... io ho parlato senza veli, come usavo fare con Francesco nelle notti di Pratolino. Avete visto la ragazza ribelle di Venezia, la fuggitiva innamorata, l’amante audace, la Granduchessa calunniata...»

Si volta un istante verso la finestra, dove il sole di gennaio tinge di rosa le colline toscane. Sembra quasi la laguna, da quassù. «Se un giorno passerete per Venezia fermatevi a campo Sant’Aponal. Guardate il palazzo dei Cappello, il balcone da cui vidi per la prima volta Pietro. E se il vento porta un profumo di sale e spezie... sorridete. Sarò io, che vi saluto da lontano.» Un ultimo inchino grazioso e poi si allontana lentamente, il fruscio della seta si spegne nel corridoio.

Qui finisce l’intervista… Prima Francesco e poi Bianca morirono dopo undici giorni di agonia, senza che l'uno sapesse dell'altra. Per Bianca Cappello il cardinale Ferdinando negò le esequie di Stato, Francesco invece venne interrato nelle Cappelle Medicee accanto alla sua prima moglie Giovanna d'Austria. Si ignora dove Bianca sia stata sepolta. Alla notizia della sua morte, i Fiorentini, che non l’avevano mai amata, si lasciarono andare a canti e balli per tutta la notte al grido di “Finalmente è morta la grande puttana veneziana.”


 





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INTERVISTA A CURA DI
ADAMO BENCIVENGA







 
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