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INTERVISTA IMPOSSIBILE
 

Anaïs Nin
Il segreto di Nina
E’ stata una delle scrittrici più controverse del Novecento. Affascinante, cosmopolita e dall'eleganza oriental-mitteleuropea, Anaïs cresce tra l'Europa e New York, facendo scalpore coi suoi diari e racconti.
La sua letteratura sarà annoverata come letteratura erotica.
 (Neuilly 1903 - Los Angeles 1977)




 
È il 1936, un tardo pomeriggio di primavera a Parigi. Entro in un piccolo bistrò nascosto in una traversa di Montparnasse, non lontano dal leggendario Dôme ma abbastanza defilato da conservare un’intimità quasi clandestina. L’interno è avvolto da una luce dorata e fumosa: il soffitto basso di legno scuro, le pareti rivestite di specchi ossidati. L’aria odora di Gauloises, di caffè forte, di vino rosso e di un vago sentore di cassoulet che arriva dalla cucina sul retro. I tavolini rotondi di marmo sono coperti da tovaglie di carta che qualcuno ha già scarabocchiato con disegni osceni.

Qualche artista discute a voce bassa, una coppia di amanti si sfiora le mani senza guardarsi negli occhi, un vecchio signore legge L’Humanité con la fronte aggrottata. Seduta vicino alla finestra, c’è Anaïs Nin. Indossa un abito di seta color avorio che le scivola morbido sulle spalle, un foulard stampato e un cappello a cloche che getta un’ombra delicata sui suoi zigomi alti. I capelli scuri, ondulati, le incorniciano il viso; gli occhi, grandi, nerissimi, sorridono appena.

Parigi, in quegli anni, è ancora la città che respira erotica e letteraria: le avanguardie si sono ormai mescolate alla bohème quotidiana, il surrealismo ha lasciato scie di sogni nei caffè, e la crisi economica rende tutto più urgente, più sensuale, più disperato. Si parla di Breton e di Dalí, di Miller che scrive oscenità in soffitta, di troppi amori simultanei e di troppi debiti. Le donne come Anaïs, intelligenti, cosmopolite, spregiudicate, sono rare e preziose: vivono al confine tra pagina e carne, tra confessione e menzogna.

Mi avvicino un po’ impacciato. Lei alza lo sguardo, mi scruta per un istante lunghissimo, poi mi indica la sedia di fronte. «Siediti» dice con la voce leggermente rauca, dal leggero accento che mescola francese, spagnolo e inglese. «Ma sappi che non esistono interviste possibili con me.» Sorride di nuovo, stavolta più apertamente, e ordina due calici di Sancerre senza chiedere. Il cameriere annuisce come se la conoscesse da sempre. Apro il mio taccuino. Anaïs appoggia il mento sulla mano, guarda fuori verso la strada dove passano biciclette e donne con la veletta, e aspetta la prima domanda, sapendo già che qualunque risposta darà sarà incompleta, parziale, già trasformata in qualcos’altro mentre la pronuncia. «Allora» mormora, quasi divertita, «da dove vorresti cominciare l’impossibile?»


COME OGNI BIOGRAFIA CHE SI RISPETTI DIREI DI INIZIARE DALLA SUA FAMIGLIA DI ORIGINE…
Ah, la famiglia... Ogni biografia che si rispetti inizia lì? Non lo sapevo… Come se le radici potessero spiegare il labirinto che segue. Sono nata il 21 febbraio 1903 a Neuilly-sur-Seine, alle porte di Parigi, non proprio in città, ma abbastanza vicina da respirarne l’aria. Mio padre era Joaquín Nin, cubano di nascita, ma con sangue catalano e spagnolo. Pianista, compositore... un uomo di una bellezza quasi crudele, con mani che sembravano scolpite per ferire. Mia madre, Rosa Culmell, era una cantante lirica di formazione classica, cubana anche lei, ma con ascendenze francesi e danesi che le davano quell’eleganza nordica e un pallore aristocratico.

COME È STATA LA SUA INFANZIA MADAME?
In casa nostra la musica non era un ornamento: era l’ossigeno. Papà suonava Chopin o le sue stesse composizioni fino a tarda notte, mamma cantava arie d’opera mentre preparava il pranzo, e noi tre – io, Thorvald e Joaquín il piccolo – crescevamo in quel flusso continuo di note, di emozioni che non avevano bisogno di parole. Vivevamo in una villetta modesta ma piena di libri, di spartiti, di profumi esotici che arrivavano da Cuba. Era un mondo incantato... finché non lo fu più… Mio padre se ne andò quando avevo nove anni, forse dieci. Abbandonò la famiglia per inseguire chissà quale amante e quale libertà.

IL PRIMO GRANDE DOLORE…
Per sopportare la sofferenza mi rifugiai nel mio diario scrivendogli una lunga lettera mai spedita. Da lì iniziò la mia passione per la scrittura. Lui se ne era andato come un accordo sospeso. La casa diventò improvvisamente vuota. Mamma decise di partire: prima Barcellona, dai nonni, per un po’ di calore familiare, poi l’oceano.

NEW YORK…
New York... ah, New York. Arrivammo nel caos, nei rumori, nei palazzi che schiacciavano il cielo. Parigi era stretta, sì, ma aveva un’anima, un profumo. L’America era immensa, brutale, impersonale. La scuola pubblica: insegnanti severi che mi rimproveravano per il mio francese e per le frasi troppo elaborate. “Sii più semplice, più americana…” Dicevano. Io odiavo l’inglese, lo parlavo male, lo scrivevo peggio. Così continuavo a scrivere il mio diario in francese, rigorosamente. Era la mia resistenza, il mio piccolo atto di fedeltà a ciò che ero stata. In quelle pagine mi chiamavo “Linotte” un piccolo uccello che fingeva di essere grande.

COME PASSAVA LE GIORNATE?
Studiavo danza spagnola... sì, flamenco, o qualcosa che ci somigliava. Le lezioni erano in una sala polverosa con un pianoforte scordato. Ballavo per sentirmi viva, per muovere il corpo quando le parole non bastavano più. Aiutavo mamma: facevo la modella per artisti – posavo ore immobili, nuda o quasi, per pochi dollari. Leggevo voracemente in biblioteca: Hugo, Poe, i russi. Scrivevo storie, poesie. Facevo amicizie con altre ragazze immigrate… Ho anche fondato un piccolo club letterario, un giornaletto fatto a mano con poesie e disegni. La vita era dura – mamma lavorava tantissimo, cantava ancora quando poteva, ma tutta la famiglia dipendeva da lei. Io lasciai la scuola a sedici anni, nel 1919. Basta aule, basta grammatica inglese. Volevo respirare.

IL 1923 FU UN ANNO IMPORTANTE PER LA SUA VITA.
Avevo vent’anni e andai a convivere con Hugo Guiler, il mio banchiere americano, alto, serio, con quell’aria da gentiluomo che nascondeva una dolcezza quasi infantile. L’avevo incontrato alla scuola d’arte. Era innamorato e io cercavo stabilità, forse un padre surrogato dopo quello vero che era sparito. Ci sposammo a marzo, a L’Avana, a Cuba, in fretta, quasi in segreto. Io indossavo un abito nero, mi dicevano che portava sfortuna, ma a me sembrava poetico. Da lì, la banca lo mandò a Parigi nel ’30, e io lo seguii. Parigi di nuovo, ma stavolta come moglie. Una casa modesta prima, poi quella villa incantata a Louveciennes.

RESPIRÒ DI NUOVO L’ARIA DI CASA…
Hugo lavorava in banca, viaggiava spesso, io respiravo quel clima intellettuale che tanto mi era mancato: surrealisti, scrittori affamati, psicoanalisti che scavavano nell’inconscio. La nostra casa era vecchia di duecento anni, un po’ magica, un po’ decadente – scale che scricchiolavano, camino enorme, giardino invaso da rose e gelsomini. Lì ricominciai a vivere davvero. Io scrivevo senza sosta... I diari continuavano, sempre più densi, più erotici, più spietati verso me stessa. Mio marito Hugo mi sosteneva economicamente, mi amava in silenzio, io iniziai a tradirlo con grazia. Parigi mi dava ossigeno, Louveciennes rifugio. Ma ogni parola che scrivevo era un passo verso l’impossibile: essere se stessa senza distruggere tutto.

IL SUO MATRIMONIO NON RESSE A QUESTO CAMBIAMENTO.
Avevo voglia di libertà e Parigi, con il suo fervore, i suoi caffè dove si parlava di inconscio e di desiderio, mi cambiò, volevo essere me stessa senza maschere. Il matrimonio divenne presto una prigione amara, dorata ma stretta. Mio marito non si adattò mai all’aria intellettuale di Parigi. Lo avevo sposato a vent’anni. Le mie avventure erano un modo per respirare, per non soffocare. Lui lo sapeva, in parte; lo accettava in silenzio, per amore. Ma io mentivo per non ferirlo troppo. Era un equilibrio impossibile.

NEL 1931 PUBBLICÒ IL SUO PRIMO LIBRO, UNO STUDIO NON ACCADEMICO SU LAWRENCE, L’ AUTORE DI L'AMANTE DI LADY CHATTERLEY. FU UN CASO?
Mi affascinò molto quella figura forse anche dovuto al mio stato d’animo. Sentivo il bisogno di riscattarmi dal senso di noia che vivevo con disagio. Non fu un caso, no. Lawrence scriveva del sesso come di una forza vitale, non come peccato o dovere. Lady Chatterley’s Lover era per me l’unico vero romanzo d’amore moderno: crudo e onesto, diviso tra corpo e anima. Lo lessi e sentii che qualcuno aveva già iniziato a dire ciò che io balbettavo nei diari. Mi riscattai dalla noia scrivendo di lui, in sedici giorni febbrili.

IN CHE MODO LAWRENCE FU DETERMINANTE?
Lawrence mi diede il coraggio di dare un linguaggio all’istinto. Lui rifiutava il metodo scientifico, Freud, l’analisi che riduceva tutto a meccanismi, per abbracciare l’istinto. Leggevo i suoi scritti e capivo: il sesso non è solo atto, è un linguaggio ancora da esplorare, da inventare. I sensi, il tatto, l’odore, il ritmo del respiro... tutto questo doveva avere parole proprie, non prese a prestito dalla morale o dalla scienza. Volevo sottrarmi alla freddezza razionale, andare oltre. Nei miei romanzi – House of Incest, Winter of Artifice – cercavo proprio questo: un linguaggio femminile del desiderio, sensuale, fluido, non lineare. Lawrence mi insegnò che la vera conoscenza è triplice: intelletto, immaginazione, sensazione fisica. Da lì nacque il mio bisogno di scrivere il sesso non come pornografia, ma come poesia del corpo.

CONOBBE HENRY MILLER…
Conobbi Henry frequentando il gruppo di Villa Seurat. Una persona davvero fuori dal comune. Un genio! M’innamorai della sua rudezza, del suo modo di trattare le parole con fare burbero… Era la fine del 1931. Richard Osborn, un avvocato che mi aiutava con il contratto per il libro su Lawrence, lo portò a pranzo da me a Louveciennes. Quando scese dalla macchina e camminò verso la porta dove lo aspettavo, mi piacque subito: non bello nel senso classico, rude, disordinato, con quell’aria da chi ha fame di tutto: vita, parole, donne. Un genio! Henry lesse i miei diari, io le sue pagine selvagge – Tropic of Cancer era ancora un manoscritto grezzo, furioso. Ci riconoscemmo all’istante. Io cercavo qualcuno che mi spingesse oltre i limiti, lui cercava una musa, un’amante che non lo giudicasse. Diventammo complici, amanti, editori l’uno dell’altra. Senza di lui, forse non avrei osato scrivere certe cose. Senza di me, forse non avrebbe pubblicato nulla.

HENRY MILLER ERA SPOSATO CON JUNE MANSFIELD...
Quando lei arrivò a Parigi, nel dicembre del ’31, Henry la portò da me una sera. Lei emerse dal buio del giardino, entrò nella luce della porta... e io vidi per la prima volta la donna più bella del mondo. Un viso di un bianco abbagliante, occhi che bruciavano, una presenza così viva che sembrava consumarsi davanti ai miei occhi. Era bizzarra, fantastica, nervosa, come in preda a una febbre alta. La sua bellezza mi sommerse. Mi sentii pronta a fare qualsiasi cosa mi chiedesse. June era un vortice: ballerina, prostituta occasionale, musa per Henry, per me... per tutti. Mi diede un braccialetto d’argento con una pietra di occhio di gatto, mi disse “prenditi cura di Henry”, e poi bevemmo champagne in un locale russo. Io volevo baciarla, dirle che aveva ucciso anche la mia sincerità.

FU UN TRIANGOLO IMPOSSIBILE…
Pericoloso, meraviglioso. Io amavo Henry per la sua fame, per la sua crudeltà verso le convenzioni. Amavo June per la sua bellezza irreale, per il modo in cui incarnava il desiderio puro, senza filtri, amavo la voglia degli uomini di scoparla. E loro... loro si amavano a modo loro, tormentato, possessivo. Io entrai in quel caos con gli occhi aperti, sapendo che mi avrebbe bruciata. Ma era necessario. Per scrivere. Per vivere. Per capire che l’amore non è possesso, ma un fuoco che consuma e rigenera.

UN TRIANGOLO AFFIATATISSIMO ANCHE IN SENSO LETTERARIO…
Sin dall'inizio... la mia scrittura era stata erotica, imperiosa, inevitabile. Non era un vezzo, ma una vocazione. Vivevo l'arte ogni giorno, non solo sulla pagina: il corpo, il desiderio, le confessioni erano il mio pane quotidiano. Con Henry e June formammo un triangolo affiatatissimo sì, amore, gelosia, creatività intrecciate come fili di seta e spine. Henry scriveva con furia, June era il fuoco che lo alimentava, io ero il ponte, la musa, la complice. Nacque una collaborazione letteraria profonda: io traducevo, correggevo, stampavo i suoi testi con la nostra piccola Siana Editions; lui mi incoraggiava a osare di più nei diari, nei racconti. Eravamo un laboratorio vivente di eros e parole. Il sesso non era separato dalla letteratura: era il suo motore, la sua verità nuda.

UN INTRECCIO MOLTO INTIMO…
Era un vortice, un labirinto di desideri intrecciati, gelosie silenziose e parole che bruciavano più della carne. Era un triangolo sbilanciato. June seduceva me. Io seducevo Henry e lui accettava tutto: la mia passione per June, la sua per me, il caos che ne nasceva. Eravamo complici nella creazione: ma sotto c’era gelosia: io gelosa di June che lo “montava” sempre, come diceva lui, abituato alle sue donne aggressive; June gelosa di me che davo a Henry stabilità e soldi; Henry geloso di entrambe, ma troppo immerso nel suo mondo per ammetterlo. Passavamo notti a Louveciennes: champagne, discussioni fino all’alba, corpi che si cercavano in stanze illuminate da candele.

POI JUNE PARTÌ…
Per New York alla fine del ’31, e lì Henry e io diventammo amanti veri, liberatori – sesso che era anche morale, che mi scioglieva dai vincoli del matrimonio. Ma June restava nel mezzo, un fantasma che aleggiava su ogni abbraccio. Era amore? Ossessione? Arte? Tutto insieme. Lei continuava a vivere tra noi e io la scrivevo nei diari ed Henry la citava nei suoi romanzi, trasformandola in Mona o Mara. Poi June sparì piano, ma lasciò un vuoto che noi due cercammo di riempire a vicenda. Fu il periodo più intenso della mia vita, ma anche il più doloroso. Perché in quel triangolo io ero la musa, la patrona, l’amante – ma mai la sola. E lo sapevo. Lo accettavo. Era il prezzo per essere viva, per scrivere come volevo.

“IL DELTA DI VENERE” VENNE SCRITTO SU COMMISSIONE. VERO?
Erano gli anni ’40. Eravamo a New York, la guerra infuriava in Europa, la povertà ci mordeva le caviglie. Un collezionista – un uomo ricco, anonimo, che chiamavamo semplicemente “the Collector” – offrì a Henry cento dollari al mese per scrivere racconti sul sesso. Henry ne rise con me, disgustato: “È come condannarmi a scrivere pornografia a un dollaro per pagina, una punizione dantesca”. Lui rifiutò, interferiva con la sua arte “seria”, diceva. Ma i soldi servivano. Decidemmo di scriverli insieme, o meglio: io presi il sopravvento. Diventai la “madame” di questa casa di prostituzione letteraria snob, come la chiamavo io ridendo. Scrivevo a un dollaro per pagina, concentrandomi sul sesso come voleva lui, ma non potevo togliere la poesia. All'inizio lo odiavo, quel collezionista: “Lascia fuori la poesia, concentrati sul sesso puro”, ripeteva. Gli scrissi una lettera furiosa: il sesso senza amore è morte. Poi ebbi un'illuminazione: forzati a focalizzarci solo sulla sensualità, esplodemmo in poesia violenta. Diventò una via verso la santità, non verso la depravazione. Quelle storie – poi raccolte in Delta di Venere e Little Birds – nacquero così: per soldi, sì, ma trasformate in arte. Ero la prima a inventare un linguaggio femminile del desiderio, sensuale e preciso, libero dalla volgarità maschile. Senza quel collezionista – un petroliere dell'Oklahoma, si seppe dopo – forse non avrei osato tanto. Il triangolo con Henry e June si era sciolto, ma l'eros restava: imperioso, quotidiano, letterario. Io vivevo la mia arte, e l'arte viveva me.

LEI È CONOSCIUTA COME L'AUTRICE PIÙ AFFERMATA DI LETTERATURA EROTICA.
Mi conoscono come l'autrice più affermata di letteratura erotica... sì, lo sono diventata, ma non per calcolo. Il mio pregio fu scoprire di non avere remore. Grazie a questo, mi raccontai senza filtri: nei diari, nei romanzi, nelle storie che inventavo per sopravvivere. Non c'era vergogna nel desiderio; c'era solo onestà. Scrissi il corpo femminile come nessuno aveva fatto prima – fluido, sensuale, poetico, non solo meccanico. Era un atto di libertà: raccontare il sesso dal punto di vista di una donna, con le sue ambiguità, le sue poesie nascoste, le sue esplosioni violente.

SUL SUO DIARIO PARIGINO PASSERANNO VOLTI NOTISSIMI, COME ANTONIN ARTAUD, GENIALE ARTISTA DELLA PAROLA E TANTI ALTRI…
sì, Antonin Artaud, geniale artista della parola, del teatro della crudeltà. Lo conobbi nel ’36 o ’37 – un uomo tormentato, magro, con occhi che bruciavano come carboni. Veniva a Louveciennes, parlavamo per ore di teatro, di sogni, di follia. Lo ammiravo follemente: la sua voce rauca, le sue teorie che squarciavano il velo della realtà. Nei diari lo descrivo come un angelo caduto, ossessionato dal corpo e dalla parola. E poi tanti altri: Breton, figure minori del surrealismo, poeti, pittori che passavano per la casa come ombre. Il diario era il mio confessionale, il mio teatro privato. Lì entravano tutti, nudi senza maschere.

SULLO SFONDO PERÒ, LA FIGURA DI SUO MARITO RESISTETTE…...
Per anni mi rifugiai in numerosi tradimenti, ma rimasi infedelmente fedele a mio marito... per ben cinquant’anni. Hugo rimase la mia àncora, il mio rifugio borghese. Cinquant’anni di menzogne gentili, di silenzi complici. Ma non lo lasciai mai davvero. Era il mio “padre” simbolico, il mio sostegno economico, il mio complice silenzioso. Infedele nel corpo, fedele nel cuore... o almeno così mi raccontavo.

SI PARLA DI UNA SUA SESSUALITÀ COMPLESSA...
Beh sì la mia sessualità era complessa.... Cercavo di leggermi a fondo, di capirmi. Prima con René Allendy, poi con Otto Rank, allievo di Freud. Rank era diverso: mi incoraggiava a scrivere come donna, a esplorare l’inconscio femminile. Ma ben presto la terapia divenne una bellissima relazione segreta e passionale. Ci innamorammo – o almeno, io mi innamorai di lui come di un salvatore, un dio temporaneo. Fu intensa, fisica. Da lì nacque l’idea di diventare psicoanalista io stessa: seguii Rank come sua allieva, iniziai a ricevere pazienti a Parigi, nel ’34 o ’35. Ma non resistetti molto. Ero confusa tra me stessa e le turbe dei pazienti – proiettavo le mie nevrosi su di loro, o forse le loro su di me. Il confine svaniva. Abbandonai presto: preferivo scrivere la mia analisi, non farla agli altri. Rank mi diede strumenti, ma anche ferite. La psicoanalisi non mi curò; mi rese più consapevole del mio caos.

TORNÒ ALLA LETTERATURA E A SUOI RAPPORTI PRECARI… È VERO CHE FU BIGAMA?
Sì, lo fui, per undici anni. Vivevo un po' con mio marito Hugo e un po' con il mio nuovo amante, molto più giovane di me: Rupert Pole. Lo conobbi nel 1947, in un ascensore a New York. Avevo quarantaquattro anni, lui ventotto. Eravamo diretti alla stessa festa. Ci guardammo, e fu immediato: attrazione, pericolo, chimica esplosiva. Due giorni dopo lo invitai a cena. Da lì nacque tutto. Rupert era attore, poi divenne guardia forestale in California. Io lo seguii, inventando scuse a Hugo: “Devo stare sola”, “Mia madre è in California”, viaggi per lavoro. Rupert sapeva del mio matrimonio, ma gli dissi che era finito, che stavo divorziando. Mentivo con grazia, come sempre.

NON LE CHIEDO COSA SUCCESSE IN QUELL'ASCENSORE... LO SPOSÒ DAVVERO?
Ah, no, meglio non chiedere. Ma lo sposai davvero! Fu un momento di pazzia. Nel 1955, a Quartzsite, Arizona – un paesino nel deserto, dove pensavo che i registri non sarebbero stati controllati. Negai di essere già sposata. Rupert mi credette mi regalò un diamante, io dissi sì. Eravamo sposati legalmente, io ero Mrs. Pole sulla costa ovest, Mrs. Guiler a est. Per undici anni tenni in piedi la menzogna: passavo mesi alterni tra le due case, con una scatola di bugie per non confondermi con date, compleanni, regali. Confessai solo quando il fisco americano divenne un problema: entrambi i mariti mi dichiaravano come dipendente sulle tasse. Troppo rischioso. Nel 1966 feci annullare il matrimonio con Rupert – per evitare guai legali – ma restammo insieme. Lui mi amava, lo seppe alla fine, e mi perdonò. Hugo pure, in silenzio.

DOMANDA D’OBBLIGO. PERCHÉ DECISE DI NARRARE L’EROTISMO?
Nel periodo in cui scrivevo con Henry Miller di pornografia a un dollaro la pagina, mi accorsi che per secoli noi donne avevamo avuto solo un modello per questo genere letterario: quello maschile. Crudo, lineare, ossessivo, spesso brutale. Ero già consapevole della differenza nel modo di trattare l'esperienza sessuale da parte dell'uomo e da parte della donna. Sapevo che c'era una grande disparità tra la chiarezza di Henry e le mie ambiguità. Il suo linguaggio era chiaro, diretto, quasi chirurgico. Io no. Le donne erano più portate a fondere il sesso con l'emozione, con l'amore. Avevo l'impressione che il vaso di Pandora contenesse i misteri della sensualità femminile, così diversa da quella maschile, e per la quale il linguaggio dell'uomo era inadeguato. Tutto qui.

DIVENNE QUASI UN’ICONA DELL’EMANCIPAZIONE FEMMINILE.
Eh sì. Nonostante in A woman speaks: the lectures, seminars, and interviews of Anaïs Nin fui io stessa a prendere le distanze dall'aura politica che aveva investito la mia opera. Io raccontavo solo storie di donne secondo la mia particolarissima visione erotica senza mai trascurare la mia vicenda autobiografica. Non predicavo la rivoluzione; vivevo la mia, una rivoluzione intima, sensuale, personale. Non volevo che mi riducessero a slogan. Ero troppo ambigua, troppo contraddittoria per essere un simbolo pulito.

L'intervista si prolunga nel tempo sospeso del tardo pomeriggio, tra silenzi complici e frasi che Anaïs lascia cadere come petali. Parliamo di tutto e di nulla: del corpo come ultimo territorio di libertà, dei diari, di Henry. Lei ride piano quando le chiedo se l'erotismo sia ribellione o semplice fame; inclina la testa, il foulard che scivola e risponde con un'altra domanda: «E tu, credi che si possa scrivere il desiderio senza prima averlo abitato fino in fondo?»
Il Sancerre finisce nei calici, il fumo delle Gauloises si addensa sopra di noi come un velo complice. Non prendo quasi più appunti: le sue risposte sono frammenti di specchio, riflettono più di quanto rivelino. A un certo punto tace, guarda di nuovo fuori. «Basta» dice all'improvviso. «Le parole hanno un limite.» Si alza con grazia. Il cameriere le porge il cappotto leggero senza che lei debba chiedere. Sistema il cappello a cloche con due dita, un gesto minimo che le incornicia di nuovo il viso in quell'ombra perfetta. Mi guarda un'ultima volta: gli occhi nerissimi brillano di un divertimento antico, come se sapesse già ogni cosa che scriverò di lei – e ogni cosa che tacerò.

«Au revoir, mon cher…» Mormora, sfiorandomi appena la mano con la punta delle dita guantate. Non è un arrivederci vero: è un arrivederci parigino, provvisorio, sensuale, che lascia la porta socchiusa per un possibile ritorno o per un'eterna assenza. Esce dal bistrò senza fretta. La porta a vetri si chiude alle sue spalle. La vedo allontanarsi lungo la traversa di Montparnasse: il passo leggero ma deciso, i tacchi che battono sul selciato irregolare come un codice segreto. La seta avorio dell'abito ondeggia appena a ogni movimento. Passa accanto a un gruppo di studenti che discutono animatamente, e uno di loro si interrompe a metà frase per seguirla con lo sguardo.

Anaïs non si volta. Cammina verso il boulevard, inghiottita dalla folla serale che inizia a popolare le strade. È già leggenda mentre si allontana, e lo sa. Il crepuscolo la avvolge come un amante discreto. Poi sparisce dietro l'angolo, lasciando solo il profumo vago di Shalimar e l'impressione netta che, ovunque stia andando ora – da Henry in una soffitta di Clichy, da Hugo nella casa di Louveciennes, o semplicemente verso un altro caffè dove ricominciare a vivere. Anaïs Nin non si concede mai del tutto a nessuno. Nemmeno al tempo. Nemmeno a Parigi.

Anaïs Nin muore di cancro a Los Angeles assistita da Rupert il 14 gennaio 1977. Pochi anni prima aveva ricevuto una laurea ad honorem in lettere dal Philadelphia College of Art.







IMMAGINE GENERATA DA IA
INTERVISTA A CURA DI ADAMO BENCIVENGA
FONTI:
http://www.zam.it
http://it.wikipedia.org
http://www.girodivite.it






 
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