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INTERVISTA
IMPOSSIBILE 
Anaïs Nin
Il segreto di Nina
E’ stata una delle scrittrici più
controverse del Novecento. Affascinante, cosmopolita e
dall'eleganza oriental-mitteleuropea, Anaïs cresce tra l'Europa e
New York, facendo scalpore coi suoi diari e racconti.
La sua letteratura sarà annoverata come
letteratura erotica.
(Neuilly 1903 - Los Angeles 1977)

È il 1936, un tardo
pomeriggio di primavera a Parigi. Entro in un piccolo
bistrò nascosto in una traversa di Montparnasse, non
lontano dal leggendario Dôme ma abbastanza defilato da
conservare un’intimità quasi clandestina. L’interno è
avvolto da una luce dorata e fumosa: il soffitto basso
di legno scuro, le pareti rivestite di specchi ossidati.
L’aria odora di Gauloises, di caffè forte, di vino rosso
e di un vago sentore di cassoulet che arriva dalla
cucina sul retro. I tavolini rotondi di marmo sono
coperti da tovaglie di carta che qualcuno ha già
scarabocchiato con disegni osceni.
Qualche
artista discute a voce bassa, una coppia di amanti si
sfiora le mani senza guardarsi negli occhi, un vecchio
signore legge L’Humanité con la fronte aggrottata.
Seduta vicino alla finestra, c’è Anaïs Nin. Indossa un
abito di seta color avorio che le scivola morbido sulle
spalle, un foulard stampato e un cappello a cloche che
getta un’ombra delicata sui suoi zigomi alti. I capelli
scuri, ondulati, le incorniciano il viso; gli occhi,
grandi, nerissimi, sorridono appena.
Parigi, in
quegli anni, è ancora la città che respira erotica e
letteraria: le avanguardie si sono ormai mescolate alla
bohème quotidiana, il surrealismo ha lasciato scie di
sogni nei caffè, e la crisi economica rende tutto più
urgente, più sensuale, più disperato. Si parla di Breton
e di Dalí, di Miller che scrive oscenità in soffitta, di
troppi amori simultanei e di troppi debiti. Le donne
come Anaïs, intelligenti, cosmopolite, spregiudicate,
sono rare e preziose: vivono al confine tra pagina e
carne, tra confessione e menzogna.
Mi avvicino
un po’ impacciato. Lei alza lo sguardo, mi scruta per un
istante lunghissimo, poi mi indica la sedia di fronte.
«Siediti» dice con la voce leggermente rauca, dal
leggero accento che mescola francese, spagnolo e
inglese. «Ma sappi che non esistono interviste possibili
con me.» Sorride di nuovo, stavolta più apertamente, e
ordina due calici di Sancerre senza chiedere. Il
cameriere annuisce come se la conoscesse da sempre. Apro
il mio taccuino. Anaïs appoggia il mento sulla mano,
guarda fuori verso la strada dove passano biciclette e
donne con la veletta, e aspetta la prima domanda,
sapendo già che qualunque risposta darà sarà incompleta,
parziale, già trasformata in qualcos’altro mentre la
pronuncia. «Allora» mormora, quasi divertita, «da dove
vorresti cominciare l’impossibile?»
COME
OGNI BIOGRAFIA CHE SI RISPETTI DIREI DI INIZIARE DALLA
SUA FAMIGLIA DI ORIGINE… Ah, la famiglia... Ogni
biografia che si rispetti inizia lì? Non lo sapevo… Come
se le radici potessero spiegare il labirinto che segue.
Sono nata il 21 febbraio 1903 a Neuilly-sur-Seine, alle
porte di Parigi, non proprio in città, ma abbastanza
vicina da respirarne l’aria. Mio padre era Joaquín Nin,
cubano di nascita, ma con sangue catalano e spagnolo.
Pianista, compositore... un uomo di una bellezza quasi
crudele, con mani che sembravano scolpite per ferire.
Mia madre, Rosa Culmell, era una cantante lirica di
formazione classica, cubana anche lei, ma con ascendenze
francesi e danesi che le davano quell’eleganza nordica e
un pallore aristocratico.
COME È STATA LA SUA
INFANZIA MADAME? In casa nostra la musica non era un
ornamento: era l’ossigeno. Papà suonava Chopin o le sue
stesse composizioni fino a tarda notte, mamma cantava
arie d’opera mentre preparava il pranzo, e noi tre – io,
Thorvald e Joaquín il piccolo – crescevamo in quel
flusso continuo di note, di emozioni che non avevano
bisogno di parole. Vivevamo in una villetta modesta ma
piena di libri, di spartiti, di profumi esotici che
arrivavano da Cuba. Era un mondo incantato... finché non
lo fu più… Mio padre se ne andò quando avevo nove anni,
forse dieci. Abbandonò la famiglia per inseguire chissà
quale amante e quale libertà.
IL PRIMO GRANDE
DOLORE… Per sopportare la sofferenza mi rifugiai nel
mio diario scrivendogli una lunga lettera mai spedita.
Da lì iniziò la mia passione per la scrittura. Lui se ne
era andato come un accordo sospeso. La casa diventò
improvvisamente vuota. Mamma decise di partire: prima
Barcellona, dai nonni, per un po’ di calore familiare,
poi l’oceano.
NEW YORK… New York... ah, New
York. Arrivammo nel caos, nei rumori, nei palazzi che
schiacciavano il cielo. Parigi era stretta, sì, ma aveva
un’anima, un profumo. L’America era immensa, brutale,
impersonale. La scuola pubblica: insegnanti severi che
mi rimproveravano per il mio francese e per le frasi
troppo elaborate. “Sii più semplice, più americana…”
Dicevano. Io odiavo l’inglese, lo parlavo male, lo
scrivevo peggio. Così continuavo a scrivere il mio
diario in francese, rigorosamente. Era la mia
resistenza, il mio piccolo atto di fedeltà a ciò che ero
stata. In quelle pagine mi chiamavo “Linotte” un piccolo
uccello che fingeva di essere grande.
COME
PASSAVA LE GIORNATE? Studiavo danza spagnola... sì,
flamenco, o qualcosa che ci somigliava. Le lezioni erano
in una sala polverosa con un pianoforte scordato.
Ballavo per sentirmi viva, per muovere il corpo quando
le parole non bastavano più. Aiutavo mamma: facevo la
modella per artisti – posavo ore immobili, nuda o quasi,
per pochi dollari. Leggevo voracemente in biblioteca:
Hugo, Poe, i russi. Scrivevo storie, poesie. Facevo
amicizie con altre ragazze immigrate… Ho anche fondato
un piccolo club letterario, un giornaletto fatto a mano
con poesie e disegni. La vita era dura – mamma lavorava
tantissimo, cantava ancora quando poteva, ma tutta la
famiglia dipendeva da lei. Io lasciai la scuola a sedici
anni, nel 1919. Basta aule, basta grammatica inglese.
Volevo respirare.
IL 1923 FU UN ANNO IMPORTANTE
PER LA SUA VITA. Avevo vent’anni e andai a convivere
con Hugo Guiler, il mio banchiere americano, alto,
serio, con quell’aria da gentiluomo che nascondeva una
dolcezza quasi infantile. L’avevo incontrato alla scuola
d’arte. Era innamorato e io cercavo stabilità, forse un
padre surrogato dopo quello vero che era sparito. Ci
sposammo a marzo, a L’Avana, a Cuba, in fretta, quasi in
segreto. Io indossavo un abito nero, mi dicevano che
portava sfortuna, ma a me sembrava poetico. Da lì, la
banca lo mandò a Parigi nel ’30, e io lo seguii. Parigi
di nuovo, ma stavolta come moglie. Una casa modesta
prima, poi quella villa incantata a Louveciennes.
RESPIRÒ DI NUOVO L’ARIA DI CASA… Hugo lavorava
in banca, viaggiava spesso, io respiravo quel clima
intellettuale che tanto mi era mancato: surrealisti,
scrittori affamati, psicoanalisti che scavavano
nell’inconscio. La nostra casa era vecchia di duecento
anni, un po’ magica, un po’ decadente – scale che
scricchiolavano, camino enorme, giardino invaso da rose
e gelsomini. Lì ricominciai a vivere davvero. Io
scrivevo senza sosta... I diari continuavano, sempre più
densi, più erotici, più spietati verso me stessa. Mio
marito Hugo mi sosteneva economicamente, mi amava in
silenzio, io iniziai a tradirlo con grazia. Parigi mi
dava ossigeno, Louveciennes rifugio. Ma ogni parola che
scrivevo era un passo verso l’impossibile: essere se
stessa senza distruggere tutto.
IL SUO MATRIMONIO
NON RESSE A QUESTO CAMBIAMENTO. Avevo voglia di
libertà e Parigi, con il suo fervore, i suoi caffè dove
si parlava di inconscio e di desiderio, mi cambiò,
volevo essere me stessa senza maschere. Il matrimonio
divenne presto una prigione amara, dorata ma stretta.
Mio marito non si adattò mai all’aria intellettuale di
Parigi. Lo avevo sposato a vent’anni. Le mie avventure
erano un modo per respirare, per non soffocare. Lui lo
sapeva, in parte; lo accettava in silenzio, per amore.
Ma io mentivo per non ferirlo troppo. Era un equilibrio
impossibile.
NEL 1931 PUBBLICÒ IL SUO PRIMO
LIBRO, UNO STUDIO NON ACCADEMICO SU LAWRENCE, L’ AUTORE
DI L'AMANTE DI LADY CHATTERLEY. FU UN CASO? Mi
affascinò molto quella figura forse anche dovuto al mio
stato d’animo. Sentivo il bisogno di riscattarmi dal
senso di noia che vivevo con disagio. Non fu un caso,
no. Lawrence scriveva del sesso come di una forza
vitale, non come peccato o dovere. Lady Chatterley’s
Lover era per me l’unico vero romanzo d’amore moderno:
crudo e onesto, diviso tra corpo e anima. Lo lessi e
sentii che qualcuno aveva già iniziato a dire ciò che io
balbettavo nei diari. Mi riscattai dalla noia scrivendo
di lui, in sedici giorni febbrili.
IN CHE MODO
LAWRENCE FU DETERMINANTE? Lawrence mi diede il
coraggio di dare un linguaggio all’istinto. Lui
rifiutava il metodo scientifico, Freud, l’analisi che
riduceva tutto a meccanismi, per abbracciare l’istinto.
Leggevo i suoi scritti e capivo: il sesso non è solo
atto, è un linguaggio ancora da esplorare, da inventare.
I sensi, il tatto, l’odore, il ritmo del respiro...
tutto questo doveva avere parole proprie, non prese a
prestito dalla morale o dalla scienza. Volevo sottrarmi
alla freddezza razionale, andare oltre. Nei miei romanzi
– House of Incest, Winter of Artifice – cercavo proprio
questo: un linguaggio femminile del desiderio, sensuale,
fluido, non lineare. Lawrence mi insegnò che la vera
conoscenza è triplice: intelletto, immaginazione,
sensazione fisica. Da lì nacque il mio bisogno di
scrivere il sesso non come pornografia, ma come poesia
del corpo.
CONOBBE HENRY MILLER… Conobbi
Henry frequentando il gruppo di Villa Seurat. Una
persona davvero fuori dal comune. Un genio! M’innamorai
della sua rudezza, del suo modo di trattare le parole
con fare burbero… Era la fine del 1931. Richard Osborn,
un avvocato che mi aiutava con il contratto per il libro
su Lawrence, lo portò a pranzo da me a Louveciennes.
Quando scese dalla macchina e camminò verso la porta
dove lo aspettavo, mi piacque subito: non bello nel
senso classico, rude, disordinato, con quell’aria da chi
ha fame di tutto: vita, parole, donne. Un genio! Henry
lesse i miei diari, io le sue pagine selvagge – Tropic
of Cancer era ancora un manoscritto grezzo, furioso. Ci
riconoscemmo all’istante. Io cercavo qualcuno che mi
spingesse oltre i limiti, lui cercava una musa,
un’amante che non lo giudicasse. Diventammo complici,
amanti, editori l’uno dell’altra. Senza di lui, forse
non avrei osato scrivere certe cose. Senza di me, forse
non avrebbe pubblicato nulla.
HENRY MILLER ERA
SPOSATO CON JUNE MANSFIELD... Quando lei arrivò a
Parigi, nel dicembre del ’31, Henry la portò da me una
sera. Lei emerse dal buio del giardino, entrò nella luce
della porta... e io vidi per la prima volta la donna più
bella del mondo. Un viso di un bianco abbagliante, occhi
che bruciavano, una presenza così viva che sembrava
consumarsi davanti ai miei occhi. Era bizzarra,
fantastica, nervosa, come in preda a una febbre alta. La
sua bellezza mi sommerse. Mi sentii pronta a fare
qualsiasi cosa mi chiedesse. June era un vortice:
ballerina, prostituta occasionale, musa per Henry, per
me... per tutti. Mi diede un braccialetto d’argento con
una pietra di occhio di gatto, mi disse “prenditi cura
di Henry”, e poi bevemmo champagne in un locale russo.
Io volevo baciarla, dirle che aveva ucciso anche la mia
sincerità.
FU UN TRIANGOLO IMPOSSIBILE…
Pericoloso, meraviglioso. Io amavo Henry per la sua
fame, per la sua crudeltà verso le convenzioni. Amavo
June per la sua bellezza irreale, per il modo in cui
incarnava il desiderio puro, senza filtri, amavo la
voglia degli uomini di scoparla. E loro... loro si
amavano a modo loro, tormentato, possessivo. Io entrai
in quel caos con gli occhi aperti, sapendo che mi
avrebbe bruciata. Ma era necessario. Per scrivere. Per
vivere. Per capire che l’amore non è possesso, ma un
fuoco che consuma e rigenera.
UN TRIANGOLO
AFFIATATISSIMO ANCHE IN SENSO LETTERARIO… Sin
dall'inizio... la mia scrittura era stata erotica,
imperiosa, inevitabile. Non era un vezzo, ma una
vocazione. Vivevo l'arte ogni giorno, non solo sulla
pagina: il corpo, il desiderio, le confessioni erano il
mio pane quotidiano. Con Henry e June formammo un
triangolo affiatatissimo sì, amore, gelosia, creatività
intrecciate come fili di seta e spine. Henry scriveva
con furia, June era il fuoco che lo alimentava, io ero
il ponte, la musa, la complice. Nacque una
collaborazione letteraria profonda: io traducevo,
correggevo, stampavo i suoi testi con la nostra piccola
Siana Editions; lui mi incoraggiava a osare di più nei
diari, nei racconti. Eravamo un laboratorio vivente di
eros e parole. Il sesso non era separato dalla
letteratura: era il suo motore, la sua verità nuda.
UN INTRECCIO MOLTO INTIMO… Era un vortice, un
labirinto di desideri intrecciati, gelosie silenziose e
parole che bruciavano più della carne. Era un triangolo
sbilanciato. June seduceva me. Io seducevo Henry e lui
accettava tutto: la mia passione per June, la sua per
me, il caos che ne nasceva. Eravamo complici nella
creazione: ma sotto c’era gelosia: io gelosa di June che
lo “montava” sempre, come diceva lui, abituato alle sue
donne aggressive; June gelosa di me che davo a Henry
stabilità e soldi; Henry geloso di entrambe, ma troppo
immerso nel suo mondo per ammetterlo. Passavamo notti a
Louveciennes: champagne, discussioni fino all’alba,
corpi che si cercavano in stanze illuminate da candele.
POI JUNE PARTÌ… Per New York alla fine del
’31, e lì Henry e io diventammo amanti veri, liberatori
– sesso che era anche morale, che mi scioglieva dai
vincoli del matrimonio. Ma June restava nel mezzo, un
fantasma che aleggiava su ogni abbraccio. Era amore?
Ossessione? Arte? Tutto insieme. Lei continuava a vivere
tra noi e io la scrivevo nei diari ed Henry la citava
nei suoi romanzi, trasformandola in Mona o Mara. Poi
June sparì piano, ma lasciò un vuoto che noi due
cercammo di riempire a vicenda. Fu il periodo più
intenso della mia vita, ma anche il più doloroso. Perché
in quel triangolo io ero la musa, la patrona, l’amante –
ma mai la sola. E lo sapevo. Lo accettavo. Era il prezzo
per essere viva, per scrivere come volevo.
“IL
DELTA DI VENERE” VENNE SCRITTO SU COMMISSIONE. VERO?
Erano gli anni ’40. Eravamo a New York, la guerra
infuriava in Europa, la povertà ci mordeva le caviglie.
Un collezionista – un uomo ricco, anonimo, che
chiamavamo semplicemente “the Collector” – offrì a Henry
cento dollari al mese per scrivere racconti sul sesso.
Henry ne rise con me, disgustato: “È come condannarmi a
scrivere pornografia a un dollaro per pagina, una
punizione dantesca”. Lui rifiutò, interferiva con la sua
arte “seria”, diceva. Ma i soldi servivano. Decidemmo di
scriverli insieme, o meglio: io presi il sopravvento.
Diventai la “madame” di questa casa di prostituzione
letteraria snob, come la chiamavo io ridendo. Scrivevo a
un dollaro per pagina, concentrandomi sul sesso come
voleva lui, ma non potevo togliere la poesia. All'inizio
lo odiavo, quel collezionista: “Lascia fuori la poesia,
concentrati sul sesso puro”, ripeteva. Gli scrissi una
lettera furiosa: il sesso senza amore è morte. Poi ebbi
un'illuminazione: forzati a focalizzarci solo sulla
sensualità, esplodemmo in poesia violenta. Diventò una
via verso la santità, non verso la depravazione. Quelle
storie – poi raccolte in Delta di Venere e Little Birds
– nacquero così: per soldi, sì, ma trasformate in arte.
Ero la prima a inventare un linguaggio femminile del
desiderio, sensuale e preciso, libero dalla volgarità
maschile. Senza quel collezionista – un petroliere
dell'Oklahoma, si seppe dopo – forse non avrei osato
tanto. Il triangolo con Henry e June si era sciolto, ma
l'eros restava: imperioso, quotidiano, letterario. Io
vivevo la mia arte, e l'arte viveva me.
LEI È
CONOSCIUTA COME L'AUTRICE PIÙ AFFERMATA DI LETTERATURA
EROTICA. Mi conoscono come l'autrice più affermata di
letteratura erotica... sì, lo sono diventata, ma non per
calcolo. Il mio pregio fu scoprire di non avere remore.
Grazie a questo, mi raccontai senza filtri: nei diari,
nei romanzi, nelle storie che inventavo per
sopravvivere. Non c'era vergogna nel desiderio; c'era
solo onestà. Scrissi il corpo femminile come nessuno
aveva fatto prima – fluido, sensuale, poetico, non solo
meccanico. Era un atto di libertà: raccontare il sesso
dal punto di vista di una donna, con le sue ambiguità,
le sue poesie nascoste, le sue esplosioni violente.
SUL SUO DIARIO PARIGINO PASSERANNO VOLTI NOTISSIMI,
COME ANTONIN ARTAUD, GENIALE ARTISTA DELLA PAROLA E
TANTI ALTRI… sì, Antonin Artaud, geniale artista
della parola, del teatro della crudeltà. Lo conobbi nel
’36 o ’37 – un uomo tormentato, magro, con occhi che
bruciavano come carboni. Veniva a Louveciennes,
parlavamo per ore di teatro, di sogni, di follia. Lo
ammiravo follemente: la sua voce rauca, le sue teorie
che squarciavano il velo della realtà. Nei diari lo
descrivo come un angelo caduto, ossessionato dal corpo e
dalla parola. E poi tanti altri: Breton, figure minori
del surrealismo, poeti, pittori che passavano per la
casa come ombre. Il diario era il mio confessionale, il
mio teatro privato. Lì entravano tutti, nudi senza
maschere.
SULLO SFONDO PERÒ, LA FIGURA DI SUO
MARITO RESISTETTE…... Per anni mi rifugiai in
numerosi tradimenti, ma rimasi infedelmente fedele a mio
marito... per ben cinquant’anni. Hugo rimase la mia
àncora, il mio rifugio borghese. Cinquant’anni di
menzogne gentili, di silenzi complici. Ma non lo lasciai
mai davvero. Era il mio “padre” simbolico, il mio
sostegno economico, il mio complice silenzioso. Infedele
nel corpo, fedele nel cuore... o almeno così mi
raccontavo.
SI PARLA DI UNA SUA SESSUALITÀ
COMPLESSA... Beh sì la mia sessualità era
complessa.... Cercavo di leggermi a fondo, di capirmi.
Prima con René Allendy, poi con Otto Rank, allievo di
Freud. Rank era diverso: mi incoraggiava a scrivere come
donna, a esplorare l’inconscio femminile. Ma ben presto
la terapia divenne una bellissima relazione segreta e
passionale. Ci innamorammo – o almeno, io mi innamorai
di lui come di un salvatore, un dio temporaneo. Fu
intensa, fisica. Da lì nacque l’idea di diventare
psicoanalista io stessa: seguii Rank come sua allieva,
iniziai a ricevere pazienti a Parigi, nel ’34 o ’35. Ma
non resistetti molto. Ero confusa tra me stessa e le
turbe dei pazienti – proiettavo le mie nevrosi su di
loro, o forse le loro su di me. Il confine svaniva.
Abbandonai presto: preferivo scrivere la mia analisi,
non farla agli altri. Rank mi diede strumenti, ma anche
ferite. La psicoanalisi non mi curò; mi rese più
consapevole del mio caos.
TORNÒ ALLA LETTERATURA
E A SUOI RAPPORTI PRECARI… È VERO CHE FU BIGAMA? Sì,
lo fui, per undici anni. Vivevo un po' con mio marito
Hugo e un po' con il mio nuovo amante, molto più giovane
di me: Rupert Pole. Lo conobbi nel 1947, in un ascensore
a New York. Avevo quarantaquattro anni, lui ventotto.
Eravamo diretti alla stessa festa. Ci guardammo, e fu
immediato: attrazione, pericolo, chimica esplosiva. Due
giorni dopo lo invitai a cena. Da lì nacque tutto.
Rupert era attore, poi divenne guardia forestale in
California. Io lo seguii, inventando scuse a Hugo: “Devo
stare sola”, “Mia madre è in California”, viaggi per
lavoro. Rupert sapeva del mio matrimonio, ma gli dissi
che era finito, che stavo divorziando. Mentivo con
grazia, come sempre.
NON LE CHIEDO COSA SUCCESSE
IN QUELL'ASCENSORE... LO SPOSÒ DAVVERO? Ah, no,
meglio non chiedere. Ma lo sposai davvero! Fu un momento
di pazzia. Nel 1955, a Quartzsite, Arizona – un paesino
nel deserto, dove pensavo che i registri non sarebbero
stati controllati. Negai di essere già sposata. Rupert
mi credette mi regalò un diamante, io dissi sì. Eravamo
sposati legalmente, io ero Mrs. Pole sulla costa ovest,
Mrs. Guiler a est. Per undici anni tenni in piedi la
menzogna: passavo mesi alterni tra le due case, con una
scatola di bugie per non confondermi con date,
compleanni, regali. Confessai solo quando il fisco
americano divenne un problema: entrambi i mariti mi
dichiaravano come dipendente sulle tasse. Troppo
rischioso. Nel 1966 feci annullare il matrimonio con
Rupert – per evitare guai legali – ma restammo insieme.
Lui mi amava, lo seppe alla fine, e mi perdonò. Hugo
pure, in silenzio.
DOMANDA D’OBBLIGO. PERCHÉ
DECISE DI NARRARE L’EROTISMO? Nel periodo in cui
scrivevo con Henry Miller di pornografia a un dollaro la
pagina, mi accorsi che per secoli noi donne avevamo
avuto solo un modello per questo genere letterario:
quello maschile. Crudo, lineare, ossessivo, spesso
brutale. Ero già consapevole della differenza nel modo
di trattare l'esperienza sessuale da parte dell'uomo e
da parte della donna. Sapevo che c'era una grande
disparità tra la chiarezza di Henry e le mie ambiguità.
Il suo linguaggio era chiaro, diretto, quasi chirurgico.
Io no. Le donne erano più portate a fondere il sesso con
l'emozione, con l'amore. Avevo l'impressione che il vaso
di Pandora contenesse i misteri della sensualità
femminile, così diversa da quella maschile, e per la
quale il linguaggio dell'uomo era inadeguato. Tutto qui.
DIVENNE QUASI UN’ICONA DELL’EMANCIPAZIONE FEMMINILE.
Eh sì. Nonostante in A woman speaks: the lectures,
seminars, and interviews of Anaïs Nin fui io stessa a
prendere le distanze dall'aura politica che aveva
investito la mia opera. Io raccontavo solo storie di
donne secondo la mia particolarissima visione erotica
senza mai trascurare la mia vicenda autobiografica. Non
predicavo la rivoluzione; vivevo la mia, una rivoluzione
intima, sensuale, personale. Non volevo che mi
riducessero a slogan. Ero troppo ambigua, troppo
contraddittoria per essere un simbolo pulito.
L'intervista si prolunga nel tempo sospeso del tardo
pomeriggio, tra silenzi complici e frasi che Anaïs
lascia cadere come petali. Parliamo di tutto e di nulla:
del corpo come ultimo territorio di libertà, dei diari,
di Henry. Lei ride piano quando le chiedo se l'erotismo
sia ribellione o semplice fame; inclina la testa, il
foulard che scivola e risponde con un'altra domanda: «E
tu, credi che si possa scrivere il desiderio senza prima
averlo abitato fino in fondo?» Il Sancerre finisce
nei calici, il fumo delle Gauloises si addensa sopra di
noi come un velo complice. Non prendo quasi più appunti:
le sue risposte sono frammenti di specchio, riflettono
più di quanto rivelino. A un certo punto tace, guarda di
nuovo fuori. «Basta» dice all'improvviso. «Le parole
hanno un limite.» Si alza con grazia. Il cameriere le
porge il cappotto leggero senza che lei debba chiedere.
Sistema il cappello a cloche con due dita, un gesto
minimo che le incornicia di nuovo il viso in quell'ombra
perfetta. Mi guarda un'ultima volta: gli occhi nerissimi
brillano di un divertimento antico, come se sapesse già
ogni cosa che scriverò di lei – e ogni cosa che tacerò.
«Au revoir, mon cher…» Mormora, sfiorandomi
appena la mano con la punta delle dita guantate. Non è
un arrivederci vero: è un arrivederci parigino,
provvisorio, sensuale, che lascia la porta socchiusa per
un possibile ritorno o per un'eterna assenza. Esce dal
bistrò senza fretta. La porta a vetri si chiude alle sue
spalle. La vedo allontanarsi lungo la traversa di
Montparnasse: il passo leggero ma deciso, i tacchi che
battono sul selciato irregolare come un codice segreto.
La seta avorio dell'abito ondeggia appena a ogni
movimento. Passa accanto a un gruppo di studenti che
discutono animatamente, e uno di loro si interrompe a
metà frase per seguirla con lo sguardo.
Anaïs
non si volta. Cammina verso il boulevard, inghiottita
dalla folla serale che inizia a popolare le strade. È
già leggenda mentre si allontana, e lo sa. Il crepuscolo
la avvolge come un amante discreto. Poi sparisce dietro
l'angolo, lasciando solo il profumo vago di Shalimar e
l'impressione netta che, ovunque stia andando ora – da
Henry in una soffitta di Clichy, da Hugo nella casa di
Louveciennes, o semplicemente verso un altro caffè dove
ricominciare a vivere. Anaïs Nin non si concede mai del
tutto a nessuno. Nemmeno al tempo. Nemmeno a Parigi.
Anaïs Nin muore di cancro a Los Angeles assistita da
Rupert il 14 gennaio 1977. Pochi anni prima aveva
ricevuto una laurea ad honorem in lettere dal
Philadelphia College of Art.
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IMMAGINE GENERATA DA IA INTERVISTA A CURA DI ADAMO BENCIVENGA
FONTI:
http://www.zam.it http://it.wikipedia.org
http://www.girodivite.it


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