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GIALLO PASSIONE 
Torvajanica (Roma) 11
aprile 1953 LO SCANDALO DI CAPOCOTTA
Wilma Montesi
La ragazza senza
reggicalze
Vigilia
di Pasqua. Il ritrovamento del suo corpo senza vita su una spiaggia
vicino Ostia mise in moto indagini che portarono alla luce un mondo
di droga ed orge in cui era coinvolta una fetta della "buona"
società romana

Era un sabato, l’11 aprile del 1953. Ricordo
perfettamente che era la vigilia di Pasqua. Avevo
programmato di trascorrere il weekend nella mia casetta
in campagna, lontano dal caos di Roma, ma il mio
capo-redattore mi costrinse a rimanere in città. Non mi
diede scelta: c’era una notizia che non poteva
aspettare. Cos’era successo? Quella mattina, un
giovane manovale di nome Fortunato Bettini stava andando
a lavorare in un villino in costruzione in una zona
allora quasi completamente disabitata sulla spiaggia di
Torvajanica. Mentre camminava lungo la riva del mare,
notò una figura distesa sulla sabbia che sembrava
semplicemente addormentata. Si avvicinò incuriosito, ma
quello che scoprì fu ben diverso: la donna era a pancia
in giù, con il viso rivolto verso la sabbia, e non
respirava più. Era morta.
Chi era quella ragazza?
Si trattava del cadavere di Wilma Montesi. La ragazza
senza reggicalze, una bellissima ragazza romana di soli
ventuno anni. Figlia di un falegname, Wilma apparteneva
a una modesta famiglia originaria delle Marche. La sua
bellezza era nota nel quartiere dove viveva, e la sua
morte improvvisa e misteriosa avrebbe presto sconvolto
l’Italia intera, trasformandosi in uno dei casi più
discussi e controversi della cronaca nera del
dopoguerra. Il corpo di Wilma, ritrovato in quel tratto
solitario di spiaggia, segnò l’inizio di una vicenda che
avrebbe tenuto banco per mesi sui giornali, nei
tribunali e nell’opinione pubblica. Ma tutto partì da
quel sabato mattina di aprile, quando un semplice
manovale, diretto al lavoro, incrociò per caso il
destino di una giovane donna che non avrebbe mai più
fatto ritorno a casa.
Non si pensò subito a un
delitto. Il corpo di Wilma Montesi non presentava alcun
segno di violenza. La ragazza non aveva avuto alcun
rapporto sessuale e indossava solamente una sottoveste
rammendata. Della borsa, della gonna gialla, delle
scarpe, delle calze e del reggicalze non c’era traccia:
sembravano spariti nel nulla. La madre della ragazza
fece subito notare agli inquirenti un particolare che la
colpì profondamente: mancava il reggicalze di raso nero
che Wilma indossava spesso, allacciato ai fianchi sopra
le mutandine. Secondo la madre, per nessuna ragione al
mondo la figlia se lo sarebbe tolto di sua spontanea
volontà. Ma nonostante questo dettaglio inquietante,
l’ipotesi del malore fu quella che prevalse tra gli
inquirenti. Si pensò infatti che Wilma si fosse sentita
male mentre faceva un pediluvio sulla riva del mare. Del
resto, anche l’autopsia, non avendo trovato tracce di
droga nel corpo, parlò genericamente di sincope.
Tuttavia diversi interrogativi rimasero senza risposta:
come aveva fatto la ragazza a ritrovarsi sulla spiaggia
di Torvajanica con indosso solo la sottoveste? Perché
mancavano tutti gli altri indumenti? E perché una
giovane come Wilma avrebbe dovuto fare un pediluvio
proprio lì, in una zona quasi deserta? Per il momento,
però, la pista del delitto fu accantonata. La morte di
Wilma Montesi venne archiviata come un tragico malore,
anche se quel reggicalze di raso nero scomparso
continuava a rappresentare un piccolo, ma significativo,
punto oscuro nella vicenda.
Wilma era uscita di
casa due giorni prima, il 9 aprile, subito dopo pranzo.
La sorella Wanda ricordò che quel pomeriggio lei e la
madre erano andate al cinema a vedere «La carrozza
d’oro». Wilma aveva declinato l’invito perché non le
piaceva l’attrice protagonista, Anna Magnani, e aveva
preferito fare una passeggiata ad Ostia per curare
nell’acqua salata un arrossamento al calcagno dovuto a
un paio di scarpe nuove. In effetti alcuni testimoni
raccontarono di aver riconosciuto Wilma sul treno
Roma-Ostia, mentre altri dissero che era in compagnia di
un uomo. Quindi Ostia e non Torvajanica…Ostia è una
località balneare di Roma, distante una ventina di
chilometri da Torvajanica. Il corpo di Wilma era stato
ritrovato proprio sulla spiaggia di Torvajanica, non a
Ostia. E quindi come era arrivata fin lì? La versione
ufficiale parlò di correnti marine che avevano
trasportato il cadavere dalla zona di Ostia fino a
Torvajanica. Queste dichiarazioni dei testimoni e la
distanza tra le due località crearono però fin da subito
qualche perplessità. Wilma era uscita per una semplice
passeggiata curativa ad Ostia, eppure il suo corpo era
stato trovato molti chilometri più a sud, con indosso
solo la sottoveste. La spiegazione delle correnti marine
rimase quella prevalente nelle prime indagini, ma non
riuscì a dissipare tutti i dubbi che già cominciavano a
emergere sulla reale dinamica della morte della giovane.
Si escluse totalmente l’ipotesi di aggressione. La
testimonianza della madre non venne presa nella giusta
considerazione. Per fare un pediluvio non ci si toglie
il reggicalze! Eppure, nessuno riuscì a dare una
spiegazione sensata della scomparsa di quell’indumento
intimo. Per i genitori, che non credevano affatto alla
versione del malore, Wilma poteva essere stata
avvicinata da un malintenzionato proprio mentre era con
i piedi in acqua. La ragazza sarebbe poi svenuta per lo
spavento e di quel momento di debolezza avrebbe
approfittato l’aggressore, che le avrebbe tolto il
reggicalze, forse nel tentativo di violentarla. L’uomo,
alla fine, sarebbe scappato portando con sé l’indumento
per evitare che eventuali impronte potessero portare
alla sua identificazione. Qualcuno avanzò l’ipotesi
del suicidio, ma anche in questo caso rimanevano in
piedi tutti i misteri già emersi: la scomparsa degli
abiti, della borsa, delle scarpe e soprattutto del
reggicalze di raso nero. Comunque, la ragazza non aveva
apparenti motivi per uccidersi. Wilma era fidanzata con
un poliziotto di stanza a Potenza ed era prossima al
matrimonio. Viveva con la famiglia nelle case popolari
di Via Tagliamento, nel quartiere Trieste di Roma, una
vita semplice e serena in attesa delle nozze. Nonostante
queste perplessità, nelle prime indagini l’ipotesi di
un’aggressione o di un suicidio venne sostanzialmente
accantonata, e la morte di Wilma Montesi continuò a
essere attribuita a un tragico malore mentre faceva un
pediluvio.
Quindi caso chiuso…Praticamente sì.
Dopo le prime indagini frettolose, il caso sembrava
destinato a finire nel dimenticatoio. La famiglia, però,
non si era mai rassegnata e continuava a nutrire forti
dubbi. Tutto cambiò quando sul quotidiano «Roma» apparve
una vignetta satirica e allusiva che colpì
l’immaginazione dell’opinione pubblica: «Il reggicalze
sparito è portato in questura da “piccioni”
viaggiatori». L’immagine ironica, che suggeriva un
possibile depistaggio o un intervento “dall’alto”, fece
sorridere molti, ma fece anche riflettere. Pochi giorni
dopo, un piccolo settimanale scandalistico intitolato
«Attualità», diretto dal giornalista Silvano Muto, osò
spingersi molto più in là. Muto pubblicò un articolo
esplosivo in cui sosteneva che Wilma Montesi non fosse
morta per un malore ad Ostia, ma per un’overdose di
droga durante un’orgia organizzata nella riserva di
caccia di Ugo Montagna, marchese di San Bartolomeo.
Secondo la ricostruzione, tra gli invitati a quei
festini privati c’era anche il musicista Piero Piccioni,
figlio del potente Ministro degli Esteri Attilio
Piccioni e considerato all’epoca il favorito a succedere
ad Alcide De Gasperi alla guida della Democrazia
Cristiana. La reazione delle autorità fu immediata e
durissima: Silvano Muto venne denunciato per «diffusione
di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine
pubblico». Sotto la pressione giudiziaria, il direttore
del settimanale, intimorito, ritrattò tutto ciò che
aveva scritto. Solo in un secondo momento, quando la
pressione mediatica crebbe, Muto trovò il coraggio di
riconfermare ogni singola parola del suo articolo.
Ma erano solo voci… Così sembravano, almeno
all’inizio. Finché non spuntò una testimone decisiva:
una donna elegante, figlia di un notaio milanese, di
nome Anna Maria Moneta Caglio. Per via del suo collo
lungo e slanciato venne subito ribattezzata «Il Cigno
Nero». Ex amante delusa di Ugo Montagna, la donna decise
di rompere il silenzio e confermò pubblicamente che
nella villa di Capocotta – situata proprio di fronte al
tratto di spiaggia dove era stato ritrovato il cadavere
di Wilma – si svolgevano regolarmente festini privati,
spesso a base di alcol e droga, frequentati da esponenti
dell’alta società romana. Quindi niente Ostia, niente
correnti marine… Macché! Con queste rivelazioni la
versione ufficiale del pediluvio ad Ostia e del
trasporto del corpo da parte delle correnti marine
crollò clamorosamente. Lo scandalo assunse dimensioni
gigantesche, coinvolgendo direttamente ambienti politici
e istituzionali. Addirittura, il questore di Roma venne
accusato di aver tentato di insabbiare l’intera vicenda
per motivi politici, al fine di proteggere personaggi
vicini al potere democristiano. Da parte sua, Ugo
Montagna si difese con fermezza, dichiarando
pubblicamente di non aver mai conosciuto Wilma Montesi e
di non aver mai organizzato alcun tipo di festino nella
sua tenuta di Capocotta. La morte della giovane ragazza
romana, si stava trasformando in uno dei più grandi
scandali della storia repubblicana italiana, destinato a
mettere in discussione poteri, alleanze e verità
ufficiali.
Quello che era nato come un semplice
fatto di cronaca nera si trasformò rapidamente in uno
scandalo politico di vaste proporzioni, tanto che i
giornali iniziarono a parlare apertamente di «L’affaire
Montesi». Nel rapporto riservato dei carabinieri si
poteva leggere che nella villa di Ugo Montagna, a
Capocotta, si svolgevano incontri con donne di dubbia
moralità allo scopo di soddisfare i piaceri e i vizi di
tante personalità del mondo politico. Secondo questa
ricostruzione, Wilma Montesi, dopo aver perso conoscenza
durante uno di questi festini, sarebbe stata abbandonata
sulla riva del mare invece di essere soccorsa, nella
convinzione che fosse ormai morta. In questo modo si
voleva evitare uno scandalo che avrebbe coinvolto figure
di primo piano.
A quel punto la magistratura fu
costretta ad aprire un’inchiesta ufficiale. Ma anche lì
non mancarono cose poco chiare. La superperizia sul
corpo di Wilma venne contestata fin dal principio per
via di alcune incongruenze nei rilievi e nelle
conclusioni. Come già emerso nelle prime indagini, la
perizia affermava che sul cadavere non erano presenti
lesioni. L’imene era del tutto integro e così pure la
regione anale. Tutto sembrava confermare l’ipotesi del
malore e dell’assenza di violenza. Ma qualche tempo dopo
«l’Unità», organo ufficiale del Partito comunista
italiano, smentì duramente questa tesi. Secondo il
professor Pellegrini, la notevole quantità di sabbia
ritrovata nella vagina della ragazza costituiva la prova
provata di una violenza subita. Le onde del mare, anche
se violente, non avrebbero mai potuto spingere
all’interno della vagina una simile quantità di sabbia.
Quella scoperta ribaltava completamente il quadro e
riapriva con forza l’ipotesi di un’aggressione sessuale.
In quei mesi vennero date in pasto alla stampa
informazioni estremamente intime e private sul corpo di
Wilma. L’intimità della giovane venne martoriata in
pubblico: dettagli medici delicatissimi, che avrebbero
dovuto rimanere riservati, furono pubblicati sui
giornali senza il minimo riserbo. La povera ragazza, già
vittima di una morte tragica, fu consegnata alla cronaca
più morbosa e, soprattutto, alle ragioni della politica.
La sua storia smise di essere solo un dramma familiare
per diventare uno strumento di scontro tra partiti, con
la Democrazia Cristiana sotto accusa e l’opposizione
comunista pronta a sfruttare ogni dettaglio per
attaccare il governo. Lo scandalo Montesi aveva ormai
travolto le istituzioni, trasformando una giovane di
modesta famiglia in un simbolo involontario di un’Italia
divisa tra potere, moralità e segreti inconfessabili.
Per dissipare ogni sospetto alimentato dalla stampa
scandalistica sulle dubbie frequentazioni delle due
sorelle, Wanda Montesi fu costretta a sottoporsi a un
esame ginecologico. L’accusa voleva dimostrare, tramite
la presunta mancanza di integrità di Wanda, che anche
Wilma conducesse una vita leggera e immorale. La giovane
affrontò quindi l’umiliante visita alla presenza del suo
fidanzato. Il referto fu categorico: «Assoluta
verginità». Con questa certificazione ufficiale, Wanda
riuscì a difendere il proprio onore e, indirettamente,
quello della sorella morta. Ma il solo fatto che una
ragazza della sua età dovesse sottoporsi a un esame così
invasivo pur di dimostrare la propria illibatezza la
dice lunga sul clima morboso che si era creato intorno
alla vicenda Montesi.
Quindi vergine come la
povera sorella… Wilma era una ragazza semplice, senza un
lavoro stabile e con un’educazione minima. Per la
famiglia rappresentava l’immagine della giovane
riservata, educata, che viveva solo nell’impaziente
attesa di sposarsi con il suo fidanzato poliziotto di
stanza a Potenza. Una vita modesta nelle case popolari
di via Tagliamento, nel quartiere Trieste di Roma.
Questa immagine idilliaca, però, venne presto
contraddetta da testimoni più o meno attendibili. Alcuni
raccontarono che Wilma era solita uscire da sola, che
negli ultimi tempi aveva cambiato il suo modo di
vestire, diventando più curata ed elegante, e che aveva
addirittura iniziato a fumare. Non si seppe mai con
certezza se questo cambiamento fosse il segno di un
desiderio di maggiore indipendenza o se fosse legato
all’incontro con un uomo che le piaceva più del suo
promesso sposo.
Proprio per questo motivo,
durante le indagini prese corpo l’ipotesi che Wilma
avesse un appuntamento segreto con un uomo sposato e
benestante, col quale aveva fatto amicizia da poco
tempo. A casa aveva raccontato una mezza verità: che
sarebbe andata al mare da sola per curare l’arrossamento
al calcagno. In realtà, secondo questa ricostruzione,
l’uomo l’avrebbe portata in automobile nella sua casa di
Torvajanica, forse prospettandole un incontro a base di
sesso. Ma come sappiamo, Wilma era ancora vergine. Di
fronte alle sue resistenze, l’uomo avrebbe quindi
provato a usare la forza per ottenere un rapporto
sessuale. È in questo contesto che, secondo alcuni,
sarebbe potuto avvenire lo svenimento o l’aggressione
che portò alla tragedia.
Secondo una delle
ricostruzioni più accreditate tra quelle emerse durante
le indagini, Wilma, che soffriva di un difetto cardiaco
diagnosticato solo in seguito dall’autopsia, si sarebbe
allarmata di fronte alle avance dell’uomo e sarebbe
improvvisamente collassata. Preso dal panico, l’uomo
avrebbe allora deciso di abbandonare il corpo sul
bagnasciuga, sperando che venisse scambiato per un
semplice malore o per un annegamento accidentale. Questa
avrebbe potuto essere un’ipotesi plausibile, ma i
giornali continuarono imperterriti a montare il caso
Piccioni e i festini dei ricchi corrotti. Le prime
pagine si riempirono di titoli sensazionali, di accuse
incrociate e di ricostruzioni sempre più fantasiose.
L’opinione pubblica italiana si divise nettamente
tra colpevolisti e innocentisti. Da una parte chi era
convinto che Wilma fosse stata vittima di un’orgia
finita male tra potenti; dall’altra chi difendeva
l’innocenza di Piero Piccioni e degli altri imputati,
sostenendo che si trattasse solo di calunnie orchestrate
per fini politici. Il caso Montesi divenne di fatto il
primo grande scandalo mediatico dell’Italia
repubblicana: un vortice di colpi bassi da sinistra a
destra e viceversa. «L’Unità» e «Paese Sera» accusavano
senza tregua i personaggi di governo di ambiguità morale
e di corruzione. I giornali di destra risposero colpo su
colpo facendo scoppiare un’altra bomba: pubblicarono le
foto del professor Giuseppe Sotgiu, presidente comunista
della Provincia di Roma, mentre entrava al civico 15 di
via Corridoni, una nota casa di appuntamenti che
frequentava insieme alla moglie.
Lo scandalo
divenne totale. La testimone chiave rimaneva l’amante
delusa, ossia il Cigno Nero… Infatti è proprio Anna
Maria Moneta Caglio, il Cigno Nero, a lanciare l’accusa
più pesante. Secondo la sua versione, Piero Piccioni
avrebbe personalmente trasportato il corpo di Wilma
sulla spiaggia, facendosi aiutare dai guardiani della
tenuta di Capocotta, e l’avrebbe lasciata morire per
annegamento lento. La donna sosteneva inoltre che
Piccioni fosse amico intimo di Ugo Montagna e che
entrambi avessero stretti rapporti d’affari con il capo
della polizia dell’epoca. Praticamente ognuno dei
protagonisti avrebbe avuto interesse a occultare le
prove di come fossero andati realmente i fatti. Il
problema vero, però, era che il Cigno Nero non aveva
alcuna reale prova da offrire: nessuna testimonianza
diretta, nessun documento, nessun elemento concreto. Le
sue accuse, per quanto dettagliate e clamorose,
rimanevano basate unicamente sulla sua parola di ex
amante delusa.
Nel corso del processo per
diffamazione in cui lei stessa era imputata, emersero
legami evidenti tra Anna Maria Moneta Caglio e la
corrente democristiana avversa a Piero Piccioni. Molti
ebbero il sospetto che la sua testimonianza fosse stata
orchestrata o quanto meno influenzata da motivi
politici, per colpire indirettamente il padre del
musicista, potente ministro degli Esteri. La sua
attendibilità venne quindi fortemente messa in
discussione: un’ex amante delusa poteva essere una
testimone credibile o solo uno strumento di vendetta e
di lotta di potere?
Piero Piccioni venne
arrestato il 21 settembre 1954, cinque mesi dopo il
ritrovamento del corpo di Wilma, con l’accusa di
concorso in omicidio colposo e uso di stupefacenti. Ugo
Montagna, accusato di favoreggiamento, si costituì
direttamente in carcere. Anche l’ex questore di Roma,
Saverio Polito, ricevette un mandato di comparizione con
l’accusa di aver sviato le indagini e di aver tentato di
insabbiare il caso per ragioni politiche. Qualcuno parlò
di una guerra intestina nella Democrazia Cristiana… Beh,
l’affaire Montesi mise di fatto fine alla brillante
carriera politica del padre di Piero Piccioni, Attilio
Piccioni, che era dato per favorito alla successione di
Alcide De Gasperi. Il figlio musicista divenne un
bersaglio facile: jazzista con legami nel mondo del
cinema, era considerato la pecora nera di una famiglia
democristiana rispettabile e conservatrice. La sua
amicizia con Ugo Montagna appariva sospetta, e correvano
insistenti voci sulla sua presunta dipendenza da droghe.
Tra l’altro il Cigno Nero aveva rivelato che Piero
Piccioni possedeva un pied-à-terre non lontano da via
Tagliamento, proprio vicino all’abitazione delle sorelle
Montesi. Inoltre la sua relazione con l’attrice Alida
Valli, moglie separata del suo amico musicista Oscar De
Mejo, era fortemente disapprovata dal padre, che la
considerava incompatibile con l’immagine pubblica della
famiglia. Lo scandalo aveva ormai superato i confini di
un semplice caso di cronaca nera: era diventato una vera
e propria guerra intestina all’interno della Democrazia
Cristiana, con fazioni che si combattevano usando il
corpo senza vita di una povera ragazza romana come arma
politica. Il caso Montesi portò alla luce un mondo
sommerso fatto di gente corrotta, donne facili e droga.
Ma ciò che ebbe l’impatto mediatico più forte fu
l’immagine dell’orgia: l’idea che uomini potenti
adescassero giovani donne ingenue e le sfruttassero
sessualmente per i loro vizi eccitò profondamente
l’immaginazione del pubblico. Da quel momento si diffuse
la convinzione che i ricchi e i potenti fossero
profondamente corrotti, lontani dai valori morali che
predicavano in pubblico. Una ragazza semplice come Wilma
era diventata il simbolo di come il potere potesse
calpestare la vita delle persone comuni.
Il
processo si svolse a Venezia e durò oltre quattro mesi.
Quotidiani e settimanali non si fecero mancare nulla,
scrivendo sulla vicenda fiumi di inchiostro: titoli a
caratteri cubitali, fotografie, ricostruzioni
dettagliate e interviste. La vera protagonista fu
naturalmente Anna Maria Moneta Caglio, il Cigno Nero.
Sicura nelle sue dichiarazioni, elegante e drammatica,
conquistò l’attenzione di cronisti e fotografi, che la
inseguivano ovunque. Tuttavia, i giudici non la
ritennero attendibile come le due signore che avevano
creduto di riconoscere Piero Piccioni sul lungomare di
Ostia la sera stessa della scomparsa di Wilma. Per
questo motivo lo stesso pubblico ministero chiese
l’assoluzione con formula piena per tutti gli imputati.
Nel corso del processo ci fu anche l’intermezzo
dello zio della vittima, Giuseppe Montesi, donnaiolo
incallito, lui rischiò addirittura l’incriminazione per
falsa testimonianza. Non voleva ammettere che la sera
della sparizione di Wilma fosse in compagnia della
sorella della sua fidanzata. Solo dopo insistenti
pressioni fu costretto a confessare, creando un
ulteriore momento di imbarazzo per la famiglia Montesi.
Finalmente venne preso in considerazione l’alibi di
Piccioni…Infatti. Nei giorni precedenti la morte di
Wilma, il musicista se ne stava tranquillo a Rovello, in
dolce compagnia di Alida Valli, che testimoniò a suo
favore. Tornato a Roma il fatidico 9 aprile, rimase a
letto per un forte mal di gola. Chissà quanto fosse
“forte” quel mal di gola, tanto da impedirgli di andare
nella villa di Capocotta… L’alibi fu comunque valutato e
contribuì a indebolire ulteriormente le accuse contro di
lui.
Il 27 maggio 1957 il Tribunale di Venezia
emise la sentenza definitiva: Piero Piccioni, Ugo
Montagna e l’ex questore Saverio Polito furono assolti
con formula piena. La Corte sposò in pieno la tesi del
«pediluvio», tornando alla versione iniziale del malore
sulla spiaggia di Ostia e del corpo trasportato dalle
correnti fino a Torvajanica. Ormai però la speculazione
politica si era esaurita da tempo e la verità sulla fine
di Wilma Montesi non occupava più le prime pagine dei
giornali: l’Italia aveva voltato pagina. Anna Maria
Moneta Caglio e Silvano Muto, invece, furono rinviati a
giudizio per calunnia e successivamente condannati. Il
giornalista ricevette due anni di carcere, la donna due
anni e sei mesi. Le pene furono confermate anche nei due
gradi di giudizio successivi.
Quindi finì tutto
in un nulla di fatto! E l’assassino della povera Wilma
non si è mai trovato. Ma la verità è lì, a portata di
mano, dentro quei fascicoli polverosi. Basterebbe
osservarli meglio, senza fretta e senza pregiudizi.
Credo che oggi, senza condizionamenti esterni né
interessi di parte, ci si avvicinerebbe molto di più
alla verità. E chissà… con un po’ di fortuna, magari
anche a smascherare l’assassino. La testimonianza
della madre e il dettaglio del reggicalze di raso nero è
fondamentale. Per nessuna ragione al mondo Wilma se lo
sarebbe tolto di sua spontanea volontà mentre faceva un
pediluvio. Niente malore, incidente, suicidio ecc….
Ancora oggi la morte di Wilma Montesi resta uno dei più
grossi misteri italiani del secondo dopoguerra rimasti
irrisolti. Di certo sappiamo che Wilma morì vergine e
che la sua breve vita, come la sua morte, passarono al
vaglio morboso delle cronache scandalistiche e furono
sfruttate per altri fini che non avevano nulla a che
vedere con la ricerca della verità, del resto mai
accertata. Di fatto lo scandalo Montesi fu il primo
grande mistero irrisolto del dopoguerra, evidenziando
per i suoi aspetti la differenza di classe sociale che,
con un filo rosso, lo collegherà al massacro del Circeo
e all’omicidio di Via Poma: casi di giovani donne di
bassa estrazione sociale che sarebbero andate incontro a
una morte prematura e, forse proprio per questo motivo,
avvolti in uno strategico mistero e quindi rimasti
insoluti.
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IMMAGINE GENERATA DA IA INTERVISTA A CURA DI ADAMO BENCIVENGA
FONTI:
https://www.doppiozero.com/ il-caso-montesi-70-anni-dopo
www.archivio900.it andrealazzaripercarrara.splinder.com
www.misteriditalia.it www.numagazine.it
it.wikipedia.org/wiki/Wilma_Montesi www.thrillermagazine.it
www.poliziaedemocrazia.it



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