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RACCONTO

Adamo Bencivenga
Tanto sarà
Un monologo interiore crudo
di una prostituta che batte sul bordo di una strada
romana d’estate, tra tramonti arancioni, pini e
fari. Si offre agli sguardi con consapevole
spudoratezza, oscillando tra degradazione, illusione
di potere e ricerca disperata di contatto. Il
refrain «tanto sarà» scandisce un’esistenza
fatalista, sensuale e insieme desolata, dove il
corpo diventa merce, arma e unico linguaggio...

Tanto sarà che cammino per
strada, lungo l’asfalto tra i bordi di Roma, tra le
macchine ferme e il verde dei pini, che mi fanno
contrasto col riflesso d’arancio. Perché tanto sarà che
è un tramonto d’estate, ed un vento sottile mi squarcia
la gonna, ed un fascio di sole mi schiaccia sul muro,
come fossi un graffito di un’anima piatta, che senza
spessore si lascia guardare, che senza una forma si
lascia gonfiare, per sentirsi più uguale al desiderio
degli occhi, perfetta al bisogno di chi a caso ci passa.
M’immagino eterea candida e bianca, con una
macchia di rosso nel punto che spara, dove schiudo le
labbra frastagliate a corolla, come fosse uno schizzo
d’un pittore che marca, e mi marca le mani, i guanti di
rete, per essere pura se fanno la voglia, per essere
intatta quando spunto dal nulla, tra le foglie d’alloro
e ricomincio daccapo.
Tanto sarà che dritta mi
fisso, per essere un palo, un albero secco, per i cani
che in coda aspettano il turno, e m’annusano dove è già
passato qualcuno. Sono maschi e li sento perché non
fanno domande, se dentro nel cuore c’è alloggiato
qualcuno, se è per questo che sono e per questo lo
faccio, d’ingozzarmi d’odore ed illudermi tanto.
Perché ciò che cerco è il prossimo ancora, come
fosse la somma a placarmi le membra, come fosse la conta
a fecondare la terra, che fertile sboccia i fiori dal
ventre. Perché tanto sarà che ognuno di loro, è fatto di
casa, di promesse e lo giuro, ed ognuno da solo è
inganno e timore, di concedermi tutta e dare anche il
cuore.
Tanto sarà che poi viene la sera, e le
macchine e i fari si fanno più fitti, perché l’amore che
conta non ha bisogno di luce, e non serve davvero
guardarsi negli occhi. Mi siedo precaria su un bidone di
latta, accavallo le gambe ed aspetto che il primo,
ribolla il suo sangue guardando i dettagli, di un velo
che fruscia e mi sfina le gambe. Perché tanto sarà che
non siamo diverse, e sotto la gonna c’è l’identico
spacco, e quello che sono si percepisce dal gusto, dallo
smalto che sfumo dal ricamo che esce.
Tanto sarà
che mi metto a contarli, per sapere a che ora stanotte
poi smetto, e mostro le tette per dargli una mossa, e
poi le ricopro come gemme preziose. Perché tanto non
conta che non sono rifatte, che sono di carne, oneste e
più dure, perché basta la voglia di conoscere quanto, si
fanno obbedienti e si lasciano andare.
Tanto sarà
che riprendo la strada, ed un tacco s’impiglia nella
grata di ferro, lungo la sera che s’oscura e mi vela,
quest’antro di caldo nella parte più buia. Mi metto a
giocare col gancetto che spunta, mi raddrizzo la calza
per modo di dire, perché non c’è donna che si senta più
bella, dentro due occhi che inganna e che truffa.
Perché tanto sarà che sono io la notte, questi pali
di luce piantati per terra, questi uccelli notturni
aggrumati sui rami, in attesa di un nido di carne di
seno. E sfrontata lo offro per essere parte,
dell’intorno di case d’una fontana che scroscia, di quel
semaforo giallo che muto lampeggia, una macchina rara
che si ferma ed aspetta.
Mi guarda e riparte poi
si ferma di nuovo, per saziare i suoi occhi e dirmi per
quanto, per un soffio di brezza che mi scoperchi la
gonna, ed essere certo che non porto mutande. Se fosse
d’inverno sarebbe un peccato, lasciarla in balia del
freddo che ghiaccia, se fosse d’inverno ma è estate
inoltrata, e la offro alle voglie d’arsura e di sete.
Perché tanto sarà che farà il giro tre volte,
come un piccione che danza che fa cerchi per terra, e mi
guarda e mi vuole con l’acquolina alla bocca, finché si
decide e la voglia lo vince, proprio nel punto dove apro
le gambe e mostro la merce calda e invitante.
Tanto sarà che non dura poi tanto, che esperta lo spremo
come un limone, dietro la siepe dove ci pisciano i cani,
e mi sento una dea e mi rimetto a sedere, mi ritrucco le
labbra per convincere altri, che il sorriso che offro è
il primo stasera, come luna che guardi e ti sembra più
nuova.
Perché tanto sarà e lo sarebbe comunque,
che non è notte una notte senza un viale che corre,
senza lo strascico sordo di un tacco che struscia, una
gatta in calore, un barbone che dorme. Come dire una
luna, un fioraio di notte, una fetta d’anguria mangiata
all’aperto, tra un cane al guinzaglio e un uomo che
corre, una puttana che batte non stona e non stecca.
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Questo racconto è opera di pura
fantasia. Nomi, personaggi e luoghi sono frutto
dell’immaginazione dell’autore e qualsiasi
somiglianza con fatti, scenari e persone è del
tutto casuale.
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