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RACCONTO
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Adamo Bencivenga
RAGAZZA IN AFFITTO
Dopo aver perso i genitori una giovane studentessa, rimasta sola, accetta l’ospitalità di una coppia ricca e riservata. Ciò che inizia come un gesto di salvezza si trasforma in una gabbia dorata fatta di regole e dipendenza fino alla proposta definitiva: un patto oscuro tra disperazione, manipolazione e sopravvivenza...

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Era una di quelle notti che sembrano già scritte dal destino, quando i fari delle auto si incrociano come lame affilate nel buio e tutto, in un istante, finisce…
Guidavo la mia vecchia Panda bianca verso casa, il motore che annaspava come me stanca dopo una lunga lezione pomeridiana alla Sapienza. Fuori dai finestrini scorreva il buio della campagna romana, interrotto solo dalle luci gialle dei lampioni. Sarei andata a casa, avrei fatto una doccia e dopo cena avrei visto Luca al solito bar del paese, quello con le sedie di plastica e l’insegna al neon mezza fulminata. Avremmo riso con i nostri amici, fatto le ore piccole, come sempre, parlando di un futuro che sembrava già tutto nostro.

D’un tratto, però, in lontananza, i lampeggianti blu delle auto della polizia mi ridestarono dai miei pensieri. Prima una, poi due macchine, messe di traverso sulla strada. Una poliziotta con la paletta mi fece cenno di accostare. Rallentai, il cuore già stretto in una morsa strana, innaturale.
«Signorina, accosti, per favore. Qui non si passa.» Disse lei avvicinandosi al finestrino. La sua voce era gentile, ma categorica. «C’è stato un incidente mortale. Ci sono due vittime.»
Accostai. Le mani mi tremavano sul volante, dentro di me sentivo salire uno strano presentimento. Allora scesi dall’auto e con il fiato in gola camminai sul ciglio della strada fino a raggiungere le due auto accartocciate, una contro l’altra come bestie ferite, vetri ovunque, lamiere contorte che sembravano urlare nel silenzio. Mi avvicinai ancora e riconobbi immediatamente la nostra vecchia berlina grigia. Dentro c’era mio padre riverso sul volante, il capo piegato in modo innaturale e la bocca aperta. Mia madre, invece, era abbandonata sul sedile del passeggero, gli occhi ancora aperti verso il nulla.

Tutto finì lì, tutto sparì in meno di un secondo, su quella curva maledetta che avevo percorso mille volte, innocua e familiare come il respiro. In un solo schianto di lamiere e vetri, la mia vita venne tranciata di netto. Rimasi immobile, mentre il mondo intorno a me perdeva consistenza. I lampeggianti blu pulsavano come vene aperte nel buio, illuminando a intermittenza i corpi senza vita dei miei genitori. Non riuscivo a piangere, non riuscivo ad urlare. Dentro di me c’era solo un vuoto immenso, un buco nero che si apriva come una voragine e inghiottiva tutto.

Alzai gli occhi al cielo nero, senza stelle, come un sipario indifferente calato su di me. La mia voce uscì roca, estranea, sommessa, come se qualcun altro parlasse attraverso la mia gola: «Io, Valentina… ventitré anni… studentessa di Scienze della Comunicazioni alla Sapienza… figlia unica… sono diventata orfana in un solo, assurdo, tragico secondo.»
Le parole caddero pesanti nell’aria fredda della notte, inutili, ridicole. Come se dichiarare la mia età, i miei studi, la mia condizione di figlia unica potesse in qualche modo ancorarmi ancora al mondo. Invece fu l’esatto contrario. Ero sola!

Sentii la mia identità sgretolarsi, dissolversi come cenere al vento. Non ero più la ragazza che rideva spensierata, che sognava un futuro luminoso, che aveva ancora una casa e due braccia pronte ad abbracciarla. Ero solo una sopravvissuta senza ragione, un guscio vuoto lasciato lì, su quella strada, dalla crudeltà cieca del destino. E quel destino non aveva avuto pietà e nemmeno la decenza di prepararmi. Non mi aveva concesso un malessere, un ultimo sguardo, un’ultima parola. Aveva semplicemente spento le luci della mia vita con un gesto brutale e definitivo, come si spegne una lampada in una stanza che non serve più.

E in quel momento capii, con una lucidità gelida e terribile, che da quella notte in poi avrei camminato per sempre in un mondo dimezzato. Orfana. Sola. Condannata a trascinarmi tra i vivi portando dentro il peso di due morti che non avrei mai potuto restituire.


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I giorni successivi furono un fiume di lacrime e condoglianze. Parenti che arrivavano con la compassione stampata in faccia, mormorando «coraggio, mi dispiace, passerà». Ma il dolore non passa, si annida, ci convivi. Diventa te.
Luca provò a restare, a consolarmi con la sua presenza muta, ma io, ogni giorno, diventavo sempre più irritabile, intrattabile, nervosa, cattiva, gelida, un’ombra chiusa in casa. Il mondo era il mio nemico e nel mondo c’erano tutti compreso Luca. Alla fine, si allontanò per sempre ed io lasciai gli studi. Il giorno divenne notte, la notte un abisso di sigarette, alcol e silenzio, perennemente seduta sul divano a guardare il soffitto. Mi trascuravo, non rispondevo al telefono. Nessuno mi avrebbe potuto dare conforto ed io in quei momenti non pensavo al futuro, non pensavo a mettere insieme il pranzo con la cena, finché i viveri finirono. E con i viveri anche i soldi per pagare l’affitto. Lo sfratto arrivò come una sentenza. Solo un mese e avrei dovuto lasciare la casa! Solo a quel punto mi chiesi cosa fare e che avrei dovuto in qualche modo reagire…

Iniziai ad uscire da quella casa, respirare l’aria del giorno, ma il mondo fuori lo vedevo ostile e non attraversai mai il cancello rimanendo nel mio giardino a pensare.
Di fronte alla mia casa c’era la villa di Claudia e Alberto. Bianca, silenziosa, circondata da rose rosse. Mia madre l’aveva sempre giudicata una coppia strana, non avevano figli ed erano estremamente riservati, mai un sorriso, mai due chiacchiere tra vicini, solo un saluto freddo e formale.
Lei era alta, bionda, magra, occhi di ghiaccio azzurro, una bellezza quasi crudele. Lui invece era moro, di origini siriane, occhi grandi carbone, voce profonda. Sempre in casa, lavorava per import-export con grandi multinazionali. Dicevo molto riservati, mai una confidenza, ma quando seppero della mia situazione si avvicinarono. Io ero in giardino.

Non furono compassionevoli. Non accennarono alla tragedia, non dissero «povera ragazza». Discreti e timorosi si fermarono al cancello. Lei indossava un abito di lino bianco, i capelli biondi raccolti in uno chignon severo. Lui, con la camicia nera sbottonata sul collo, teneva le mani in tasca e mi guardava con quegli occhi scuri e profondi.
«Valentina.» Esordì Claudia quasi imbarazzata. «Ti abbiamo vista in questi giorni... sei sempre qui chiusa in questo recinto…»
Alberto le venne incontro: «So come ti senti. Ora ti senti inutile, fuori dal mondo. È normale. Ma vedrai che basta poco per risalire. C’è sempre uno scopo nella vita, anche quando sembra che tutto sia finito.»

Alzai lo sguardo dal gradino dove ero seduta, le ginocchia strette al petto. Avevo i capelli sporchi, la felpa macchiata: «Non voglio pietà…»
Claudia rispose: «La pietà è per chi è debole. Tu non lo sei, anche se credi di esserlo. Sei solo… momentaneamente fuori controllo.»
Fece un passo avanti, entrando nel giardino: «Hai ricevuto lo sfratto, vero? Le voci corrono…»
Annuii. Alberto si avvicinò a sua volta. «Tra un mese sarai per strada. Devi trovare una soluzione e noi possiamo offrirtela.»
Aggrottai la fronte. «In che senso?»

Claudia si sedette accanto a me sullo scalino. Il suo profumo speziato era di quelli costosi. «Noi non abbiamo figli. La nostra casa è grande, troppo grande. Potresti trasferirti da noi momentaneamente. Niente affitto. Niente incombenze, faresti la principessa…»
«In cambio di cosa?» Chiesi diffidente.
Avevo imparato che nulla era gratis. Alberto mi fissò dritto negli occhi. «In cambio di compagnia Vale. Di presenza. Di bellezza. Tu sei bella e la bellezza è una risorsa, non un regalo. Può diventare la chiave per aprire porte che altrimenti resterebbero chiuse per sempre.»
«Compagnia?» Chiesi ancora più dubbiosa.

Claudia rise piano. «Non preoccuparti, non ti stiamo chiedendo di pulire casa o di fare la cameriera, abbiamo già una domestica. Ti stiamo proponendo un accordo diverso. Tu vivi con noi, mangi con noi, fai parte della nostra routine. In cambio, ci dai la vitalità, il desiderio di vivere, l’entusiasmo che ora hai perso. Noi stiamo invecchiando, smorendo, ed abbiamo bisogno di una presenza giovane.»
Sempre più perplessa chiesi: «Non capisco quale sarebbe il mio compito. Desiderate una figlia che non avete mai avuto?»
«Non proprio una figlia, sono discorsi complicati, al momento vogliamo che tu abbia un nuovo inizio e che non marcisca in casa aspettando l’irreparabile.»

Rimasi in silenzio per un tempo lunghissimo. Il vento muoveva le rose, ma dentro di me lottavano due persone: la ragazza che ero stata fino a un mese prima e la creatura vuota che ero diventata. Claudia sorrise mi strinse il braccio e mi invitò a prendere un tè da loro.
«Valentina, cara, non puoi restare sola in mezzo alla strada. Vieni da noi, temporaneamente. La casa è grande. E se non ti troverai bene potrai sempre andare via, nessuno ti costringe.»
Sorrisi per la sorpresa, mai mi sarei aspettata una proposta del genere da quella coppia, eppure erano stati i primi a farsi avanti, ancor prima dei miei parenti. Ero così disperata che vidi quell’invito come una possibilità anche se non sapevo come e perché.

Ci pensai qualche giorno e alla fine, non avendo alternative accettai. Presi tutta la mia roba e mi trasferii da loro. Le gambe mi tremavano, ma camminai verso la villa bianca. Verso la sua nuova vita.


******

All’inizio sembrava un sogno. Gentili e premurosi mi riempivano di regali: vestiti, libri, profumi. Claudia faceva preparare dalla domestica i miei piatti preferiti, compreso quel tiramisù con un tocco di caffè amaro che mi ricordava mia madre. Di giorno passeggiavo lungo il vialetto del loro giardino pieno di rose, e pian piano ripresi a studiare sotto il sole filtrato dai tigli. Di sera, dopo cena, andavo nella mia stanza oppure rimanevo con loro giocando a scacchi con Alberto oppure parlando del più e del meno con Claudia. Certo non avevo più una vita sociale, Luca e gli amici si erano allontanati, ma per il momento avevo scampato il pericolo più grande ossia di finire in qualche struttura aiutata dai servizi sociali.

Insomma, una vita quasi perfetta in attesa che mi decidessi a trovarmi un lavoro e pensassi alla mia vita futura. Alberto e Claudia però sembravano non aver fretta, anzi, pieni di accortezze, mi trattavano come una figlia dicendomi che avevo tutto il tempo per pensare al mio futuro. Non dimenticavano mai di elogiare la mia forza interiore, il mio spirito, ma anche il mio aspetto esteriore, dicendomi che ero bellissima e ormai donna fatta. Sentivo il loro calore e non avvertivo nessuna nota stonata in quei complimenti.

Tutto bene, ma dopo circa una settimana arrivò la prima condizione, dapprima sussurrata come una preghiera oscura: «Valentina non sei ancora pronta ad affrontare il mondo esterno. Non uscire. Riduci i contatti esterni. Qui sei al sicuro.»
In seguito, più perentoria come una raccomandazione per il mio bene: «Ti abbiamo accolto qui e in questa casa ci sono delle regole da rispettare.»
Non ci vidi nulla di strano, anche perché loro non uscivano mai e la spesa e tutte le incombenze erano affidate alla domestica.

Per un po’ mi bastò. La quiete era la droga e la terapia che ogni giorno mi viziavano e allontanavano per sempre la mia pena. Mi era concesso di uscire verso il tramonto, ma sempre in compagnia di Claudia. Passeggiavamo per le vie del villaggio, abitavamo in un centro residenziale con villette a schiera poco fuori dal paese, e a volte mi capitava di incontrare qualche conoscente. Immancabilmente i discorsi andavano sui miei poveri genitori. Claudia però cercava di ridurre al massimo quei contatti, la vedevo irrigidirsi e poi scusandosi mi diceva che lo faceva per il mio bene evitandomi di ricordare quello che era accaduto. Non potevo che darle ragione…


******

Dopo tre mesi esatti, in una sera di luna piena, quando ormai consideravo Claudia e Alberto la mia nuova famiglia, arrivò la proposta. Eravamo in salotto, le luci erano più basse del solito. Stavo leggendo distrattamente un libro, Claudia mi guardava con quegli occhi chiari, Alberto era seduto al tavolo con la scacchiera di fronte e scambiava freneticamente di posto il cavallo e la torre. Si sentiva nell’aria che avevano qualcosa da dirmi. Tutto ad un tratto lei si schiarì e la voce e dopo aver avuto l’assenso del marito con un’occhiata iniziò a parlare.

«Valentina… dobbiamo parlarti…» La voce era morbida, apprensiva, ma ferma. «Come vedi in questa casa non ci sono bambini perché io non posso avere figli. In questi mesi io e Alberto ti abbiamo osservata e ci sei piaciuta... Sei giovane, sana, bella e dai modi delicati. Quindi abbiamo pensato, sempre che tu sia d’accordo, che quel figlio tanto desiderato potresti portarlo tu in questa casa.»
Distolsi lo sguardo dal libro e la guardai incredula: «Non capisco…» In realtà avevo capito, ma quelle furono le sole due parole che uscirono dalla mia bocca.
Claudia mi unì le mani e le strinse forte: «Tesoro, vogliamo che tu ci dia un figlio. Ma non devi preoccuparti, sarà tutto pulito. L’atto avverrà in modo naturale con me presente. Penseremo a tutto noi e tu non avrai alcuna responsabilità. Dovrai solo concederti e portarlo in grembo, ma il bambino sarà nostro ed io sarò la madre, formalmente e in ogni senso.»

Il mondo si inclinò a 180 gradi, il soffitto prese il posto del pavimento e viceversa. Sentii il sudore scendermi lungo la schiena, ma non pensai al bambino, bensì all’atto vero e proprio. Istintivamente girai gli occhi verso quell’uomo adulto, estraneo, che sarebbe entrato dentro di me. Per un attimo sentii quasi ribrezzo, pensando che avrei dovuto farci l’amore e per giunta con lei presente. In quel momento non riuscii a distinguere l’assurdità dallo schifo, la vergogna dalla nausea. E poi subito dopo pensai al bambino che sarebbe nato, un figlio che non sarebbe mai stato mio. L’avrei portato in grembo, ma poi me lo avrebbero strappato via, come tutto il resto della mia vita finora.
Non mi vennero parole per mostrare il mio disgusto, scoppiai a piangere e subito dopo mi alzai di scatto e mi rifugiai in camera mia. Loro non mi seguirono, forse avevano già immaginato la mia reazione.

In camera sprofondai nel letto, mi sentivo misera, disgraziata come tutta la mia vita, mi diedi dell’ingenua pensando che avrei dovuto immaginarlo che a questo mondo non si fa nulla per nulla. Con gli occhi gonfi di pianto mi guardai allo specchio. Mi chiesi perché mai avessero scelto proprio me. Ero bella sì, ma non come Claudia! Non ero bionda, tantomeno alta, né algida come lei, fissai le mie curve morbide, il viso irregolare, i capelli castani disordinati, il corpo ancora da ragazza.
La mia mente divenne un turbine di pensieri: «Avrei provato piacere?» «Avrei sentito dolore?» «Come sarebbe stato l’amore con un uomo di più di venti anni più di me?» E soprattutto: «Avevo qualche alternativa?»


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Sapevo che loro attendevano una risposta e per due giorni non uscii dalla mia stanza. Rimandavo quel confronto anche perché significava fare la valigia e camminare chissà per dove. Dovevo prendere tempo, ma non avevo risposte a quelle domande.
La mattina del terzo giorno scappai da quella casa. Alle cinque e mezzo, quando la villa era ancora immersa nel silenzio Chiusi la porta della mia camera senza far rumore e scesi le scale scalza, le scarpe in mano. Il parquet freddo sotto i piedi mi ricordava che ero ancora viva, che il corpo rispondeva, che poteva scappare. Attraversai il giardino come una ladra della mia stessa vita. Le rose di Claudia sembravano guardarmi con i loro petali pesanti di rugiada, quasi a volermi rimproverare. Corsi. Corsi finché i polmoni bruciarono e le gambe tremarono. Attraversai il viale ancora addormentato, superai il cancello grande senza guardarmi indietro. L’asfalto sotto le suole mi restituiva una sensazione brutale di realtà. Non avevo un piano. Avevo solo il bisogno animale di mettere distanza tra me e quella proposta che mi aveva spogliata più di qualsiasi mano.

Arrivai alla curva maledetta senza quasi accorgermene. Il punto esatto era lì, anonimo come tutti gli altri tratti di quella provinciale. Nessun segno, nessuna croce, nessun fiore. Solo asfalto grigio e il guardrail nuovo che aveva sostituito quello distrutto. Mi fermai, piegata in due, le mani sulle ginocchia, il respiro che raschiava in gola. Mi sedetti sul ciglio, proprio dove ero stata quella notte con i lampeggianti blu che mi ferivano gli occhi. Il sole stava salendo, indifferente. Chiusi gli occhi e rividi tutto: la berlina grigia accartocciata, la testa di papà piegata in quel modo osceno, gli occhi aperti di mamma che non guardavano più niente.
«Perché proprio io?» Mormorai, ma la domanda non riguardava più solo l’incidente. Riguardava Claudia e Alberto. Perché avevano scelto me tra tutte le ragazze disperate che potevano trovare? Forse perché ero proprio quella materia grezza. La creta da modellare. Mi tornarono in mente le loro parole, fredde e chirurgiche. «L’atto avverrà in modo naturale con me presente.» Quelle parole mi facevano rivoltare lo stomaco. Non era solo il sesso con Alberto. Era l’idea di farlo davanti a lei. Di essere osservata mentre venivo penetrata. Claudia voleva esserci per controllare tutto: il momento, l’angolazione, il piacere, la sottomissione. Voleva essere la vera madre anche in quel preciso istante di concepimento. Io sarei stata solo l’utero caldo e giovane. Eppure… eppure una parte di me, quella più oscura e spaventata, si chiedeva quanto sarebbe stato davvero terribile.

Avevo ventitré anni e da mesi non toccavo nessuno. Il mio corpo era intorpidito dal lutto, ma non morto. A volte, la notte nella loro villa, quando il silenzio era assoluto, mi ero toccata pensando a mani sconosciute. Poi mi vergognavo. Ora quella vergogna si mescolava a una curiosità malsana: come sarebbe stato sentire un uomo adulto dentro di me? Avrei provato dolore? Piacere? Umiliazione? O forse, in quel groviglio di emozioni, anche una forma perversa di sollievo – la sensazione di essere utile a qualcuno, di avere finalmente uno scopo concreto in cambio di un tetto, cibo, sicurezza?
Mi abbracciai le ginocchia. «Sei patetica, Valentina.»
Perché la verità, nuda e brutale, era che non avevo alternative reali. Tornare dai parenti lontani che mi avevano già dimenticata? Dormire in in qualche centro di accoglienza? Cercare un lavoro precario? La proposta di Claudia e Alberto era oscena, manipolatoria, forse anche illegale nella forma in cui la volevano, ma era anche una rete di salvataggio tessuta con seta e veleno.

Restai lì quasi due ore. Il sole saliva, le auto passavano ogni tanto. Nessuno si fermò. Ero di nuovo invisibile al mondo. Alla fine, mi alzai. Le gambe mi facevano male, la bocca era secca. Guardai la strada che proseguiva verso il paese e quella che tornava indietro, verso la villa bianca con le rose rosse. Non sapevo ancora cosa avrei risposto. Ma sapevo che sarei tornata. Non perché avessi deciso di accettare, ma perché non avevo ancora deciso di rifiutare del tutto. E quella sospensione, quel limbo vergognoso, era già di per sé una forma di resa. Mentre camminavo lentamente verso la villa, sentivo dentro di me due voci che litigavano. Una urlava: Non sei una ragazza in affitto. L’altra, più bassa, più stanca, più sincera, sussurrava: Forse lo sei già da quella notte sulla curva. E nessuna delle due aveva torto.

Al mio ritorno Claudia stava facendo colazione in veranda, mi sorrise e fece finta di niente. Forse sapeva, aveva previsto quella fuga, forse era tutto sotto controllo. Stanca e sudata mi sedetti davanti a lei. Presi solo un caffè e lei premurosa e gentile come al solito anticipò le mie parole: «Tesoro noi non vogliamo farti del male, ma tu sei l’unica nostra possibilità. Sai, abbiamo provato pratiche alternative senza risultato come l’inseminazione artificiale e per l’adozione stiamo in lista da tre anni.»
Poi vedendomi con gli occhi gonfi aggiunse: «Tesoro, se non te la senti non c’è problema, puoi dirmi di no e riprendere la tua vita e decidere il tuo destino.»
Vero avrei potuto farlo, ma a che prezzo? Allora La guardai fissa negli occhi. Non era una donna cattiva. Le chiesi: «Dopo il bambino cosa ne sarà di me?» Lei si alzò e mi accarezzò i capelli: «Tu farai sempre parte della famiglia, il bambino che nascerà sarà come se fosse tuo fratello e dopo il parto ti aiuteremo a trovare la tua strada.»
Accettai. Il fato rideva di me.

******

Loro avevano già in mente ogni cosa e i giorni precedenti all’atto si susseguirono in una lenta, implacabile liturgia di preparazione. Dopo due giorni, arrivò l’estetista: una ragazza minuta, orientale, vestita di bianco, che non pronunciò una solo parola. Mi fece stendere sul lettino coperto da un telo bianco immacolato. Le sue mani erano fredde, precise. Depilò ogni centimetro del mio corpo, ascelle, braccia, gambe e pube una cura chirurgica. Claudia assisteva seduta su una poltrona.
«Devi essere liscia come una vergine appena nata.» Diceva ogni volta che mi vedeva trasalire. «Niente deve ostacolare il concepimento.»

Quando l’estetista se ne andò, Claudia prese una boccetta di olio di mandorla dolce mescolato con essenza di gelsomino. Mi fece rimanere nuda sul letto e cominciò a massaggiarmi. Le sue dita scivolavano lente, insistenti. Partiva dalle caviglie, risaliva lungo i polpacci, si soffermava dietro le ginocchia, poi sulle cosce interne, sempre più vicino al sesso già esposto e reso ancora più sensibile dalla depilazione. Quando arrivò al ventre, lo massaggiò in cerchi ampi, premendo appena sotto l’ombelico come a voler preparare lo spazio interno.

«Senti come sei vuota?» Sussurrò dolcemente. «Sei un vaso di porcellana. Vedrai, lui è un bravo amatore, ti riempirà fino a traboccare.»
Mi fece provare una camicia da notte dopo l’altra. Tutte bianche, tutte di voile o pizzo talmente trasparente che sembravo nuda. Si fermava davanti a me, inclinava la testa dubbiosa. Quella che scelse alla fine era quasi impalpabile: scendeva fino a metà coscia, con due spalline sottili e uno scollo profondo che lasciava intravedere l’attaccatura dei seni.
Niente mutandine, niente reggiseno. Mi faceva camminare per la stanza per provare l’effetto. Mi ordinava di fermarmi, di chinarmi, di aprire leggermente le gambe. Mi guardava come se fossero gli occhi di Alberto. Poi veniva dietro di me, sollevava l’orlo della camicia e passava due dita tra le grandi labbra umide. «Perfetta.» Diceva, mostrandomi le dita lucide. «Dovrai essere così, già pronta, la tua carne non deve opporre resistenza e lui dovrà solo spingere e affondare fino in fondo.»

La sera, prima di dormire, mi faceva sdraiare a gambe aperte sul bordo del letto. Versava altro olio direttamente sul mio sesso e lo spalmava con movimenti lenti, circolari, senza mai penetrarmi davvero. Solo sfioramenti, pressioni, dita che scivolavano lungo la fessura, ma non entravano. Mi portava sull’orlo dell’orgasmo e poi si fermava.
«Il tuo piacere personale non conta più tesoro. Tutto è finalizzato ad essere madre.» Mi ripeteva dolcemente, quasi con tenerezza. «Tu sei il recipiente. Il tuo compito è aprirti, accogliere, essere fertile e accogliente fino all’ultima goccia.»

E io, ogni giorno di più, sentivo la mia identità sciogliersi. Non ero più Valentina, una ragazza con desideri propri. Ero carne offerta, pelle profumata, orifizi pronti con la mente svuotata. Un vaso sacro che aspettava solo di essere farcito, violato, consacrato da un uomo adulto ed estraneo.
Claudia dopo il mio ciclo calcolò il mio periodo più fertile e la notte prima dell’atto, mi fece indossare la camicia che aveva scelto e mi legò i polsi con un nastro di seta bianco alla spalliera del letto. Forse temeva che fuggissi di nuovo o forse era solo l’apoteosi finale dell’atto di sottomissione.
Mi baciò sulla fronte, come si fa con le spose prima di consegnarle all’altare. «Devi essere perfetta per lui. Domani sarai sua. Completamente. Dovrai ringraziarlo per il dono che ti farà.»
Rimasi lì, legata, bagnata, tremante, il cuore che batteva tra le gambe, pronta a essere sacrificata.


******

Quella sera arrivò.
La camera matrimoniale odorava di incenso orientale e rose recise. Musica bassa, flauti e violini lontani. Entrai scalza accompagnata da Claudia. Indossavo solo quella camicia da notte bianca, virginale, trasparente. Niente sotto. I capelli sciolti. Claudia si sedette per prima sul letto, con la schiena contro la spalliera e le gambe larghe. Mi fece cenno senza parlare di distendermi a pancia in su davanti a lei con la testa tra le sue gambe che mi stringevano come una morsa amorevole e possessiva. Guardavo il soffitto e sentivo il calore del suo sesso contro i miei capelli. Rimanemmo in quella posizione per alcuni minuti mentre lei sistemava la mia testa in modo che il contatto con il suo sesso fosse totale, avvolgente, assoluto. Mi disse che voleva replicare esattamente la scena vista in una serie televisiva americana che parlava di coppie sterili che reclutavano ragazze fertili con lo scopo di dar loro dei figli.

Alberto entrò poco dopo. In piedi davanti a me, si sbottonò lentamente la patta dei pantaloni senza dire una parola. Era già eccitato. Mi prese per le caviglie e mi allargò le cosce con decisione. Nessun preliminare, nessuna accortezza. Io ero stata oliata a dovere per cui lo sentii scivolare dentro me in un colpo solo, profondo, invadente, senza nessuna resistenza. Ansimai. Era grosso, adulto, diverso da Luca.

Mentre lui spingeva ritmicamente, Claudia si strusciava sulla mia testa, gemendo. Mi disse: «Tesoro, ora io e te siamo una cosa sola e dobbiamo venire insieme.» Poi si rivolse a suo marito: «Amore, spingi… spingi più forte. Scopami… scopaci come se fossimo un’unica fica.»
Lui a quelle parole si fece più deciso ed io emisi un suono strozzato, tra il singhiozzo e il gemito. Claudia mi strinse forte, affondando le unghie nel mio fianco.
«Sì… così…» Ansimò, come se fosse lei a essere penetrata. «Senti come ci prende? È dentro di me… dentro di noi.»
Ogni spinta di Alberto era accompagnata dai movimenti del corpo di Claudia dietro di me. Lei spingeva il bacino in avanti quando lui affondava, come se volesse far penetrare il marito anche dentro di sé attraverso il mio corpo.

«Più forte, amore.» Ordinava Claudia, la voce sempre più flebile. «Scopala… scopami. Riempici.» Io ero schiacciata tra loro due. Alberto dentro di me, potente, sudato, che spingeva con un ritmo sempre più animale. Il corpo di Claudia dietro, che si muoveva come un’ombra possessiva e mi teneva aperta per il marito.
Dentro di me c’era un caos assoluto. Il disgusto era reale, la vergogna bruciante. Ma anche il mio corpo, traditore, rispondeva. Sentivo ogni vena del suo pene che scivolava dentro di me e mi colpiva in fondo. Claudia non smetteva di sussurrarmi parole oscene e deliranti. «Siamo la stessa fica… senti come ci allarga? Come ci riempie? Vieni con me, Valentina… vieni mentre lui ci feconda.»

Alberto grugniva, le spinte diventavano più violente. Mi teneva le cosce aperte, le mani forti piantate nella carne. Rispose a sua moglie: «Sì. Così Claudia, avvolgimi, sei stupenda.»
Io ero tra loro, viva, partecipe, ma anche il nulla assoluto, e nonostante questo ebbi un primo orgasmo violento e subito dopo un altro, un fiotto abbondante di nettare intriso di piacere ed umiliazione.
Il corpo stava tradendo la mia anima e contro la mia volontà urlai a lui di non smettere. Fu un orgasmo strappato, quasi doloroso. Claudia mi tirò i capelli per quell’audacia, ma anche lei non riuscì a trattenersi e venne tra i miei capelli, come se lo stesse provando davvero, il corpo che tremava contro il mio.

Non passò che qualche secondo e tenendoci per mano sentimmo Alberto lanciare un grido cavernoso svuotandosi dentro di me. Claudia sollevò il mio bacino, impedendomi di muovermi, come se volesse far arrivare ogni goccia il più in profondità possibile, poi sussurrò con voce rotta dall’orgasmo: «Grazie amore per avermi scopata. Mi darai un figlio bellissimo, che ti meriti.» Poi rivolta a me aggiunse: «Brava, tesoro… lo hai preso tutto. Ora siamo davvero una cosa sola.»
Per la prima volta dopo la morte dei miei genitori, mi sentii completamente, irrimediabilmente, persa. Non più solo orfana. Ma affittata, usata, posseduta nell’anima prima ancora che nel corpo.
Lui si rivestì e baciò sua moglie, lei mi disse di non muovermi e rimanere distesa. Ero sconvolta! Avrei voluto urlare, ribellarmi, fuggire da quella notte surreale. Ma obbedii, non avevo più dove andare, ogni tentativo di ribellione si era esaurito. Ero già dentro il meccanismo del destino.

Rimasi lì, immobile, con le gambe tirate su, ancora aperte, sentivo il seme caldo di Alberto risalire. Dentro di me si agitava una tempesta silenziosa e devastante. La mia anima si contorceva in un’angoscia profonda, quasi mistica. Mi sentivo violata nel modo più intimo possibile: era come se avessero scavato dentro il mio essere, rubandomi qualcosa di irreparabile. Eppure, proprio in quel vuoto, provavo un piacere oscuro, viscerale, che mi faceva vergognare di me stessa. Ero stata umiliata, usata come un oggetto, un ponte tra i loro desideri, un semplice canale per il loro amplesso distorto.

Claudia mi aveva trasformata nella sua estensione, nella sua “fica surrogata”, e io avevo goduto. Addirittura, gli avevo urlato di non smettere. Quella consapevolezza bruciava più di qualsiasi spinta. Mi sentivo sporca, contaminata, eppure stranamente piena. Piena del loro seme, della loro perversione, della mia resa.
C’era paura, una paura gelida che mi stringeva lo stomaco: la possibilità di un figlio, di un legame irreversibile con quell’uomo che avevo appena accolto dentro di me senza amore, solo per obbedienza e per la speranza malata di sua moglie. Ma più della paura c’era una resa profonda, quasi dolce nella sua tragicità. Non ero più Valentina. Ero il vaso. Ero la sposa sacrificale che aveva appena ricevuto la sua consacrazione.

Le lacrime mi scivolarono silenziose lungo le tempie, finendo tra i capelli ancora umidi del piacere di Claudia. Non singhiozzavo. Piangevo in silenzio, con una dignità rotta. Ero spezzata e, nello stesso istante, mi sentivo utile. Appartenevo a loro, ormai. E quella verità mi terrorizzava e mi faceva sentire importante in egual misura, lasciandomi vuota e traboccante allo stesso tempo.


******

Per cinque sere ripetemmo il rito. Ogni volta la stessa posizione, la stessa umiliazione estatica. Io ero già pronta sul letto, distesa sulla schiena, la camicia da notte bianca sollevata fino alla vita, le gambe aperte e le ginocchia leggermente piegate, la mia fica nuda come un altare offerto. Claudia mi preparava con cura maniacale: olio profumato sul corpo, qualche goccia di lubrificante aggiuntivo sul sesso depilato e gonfio, i polsi legati con il nastro di seta solo per ricordarmi che non potevo sottrarmi.
Ogni sera era identica nel rituale, eppure diverso nella profondità della mia resa. Claudia era dietro di me. Alberto si sbottonava i pantaloni, tirava fuori il suo pene già duro, me lo appoggiava contro l’apertura e affondava in un’unica spinta lunga e brutale. Non c’erano baci, non c’erano carezze preliminari. Solo quella penetrazione diretta, possessiva, che mi strappava sempre un gemito strozzato. Sentivo ogni vena, ogni centimetro di lui allargarmi, occuparmi, rivendicarmi. Mentre lui pompava con ritmo crescente, Claudia premeva il suo sesso caldo contro la mia testa. Quando percepiva che non ero totalmente partecipe mi accarezzava i seni, stringeva i miei capezzoli, mi sussurrava di allargare di più le cosce e offrire al suo uomo non solo la fica, ma tutta me stessa.

Ma non era così, non c’era amore in quell’atto, Alberto non mi toccava mai, solo a lei era concesso. Poi quando lui aumentava il ritmo lei si strusciava con movimenti lenti e circolari, usandomi come un giocattolo vivente.
«Riempila amore come se stessi riempiendo me.» Diceva prima dell’orgasmo e Alberto obbediva. Spingeva più forte, più a fondo. Il suono osceno della carne che si univa riempiva la stanza insieme ai nostri gemiti. Io venivo sempre per prima: un orgasmo violento, quasi doloroso, che mi faceva contrarre intorno al suo membro durissimo.
Poi un secondo orgasmo, più liquido, più umiliante, mentre Claudia mi invitava a rilassarmi per accoglierlo fino all’ultima goccia.

La quinta sera fu la più intensa. Alberto sembrava posseduto. Mi scopò con una furia cieca, tenendomi le cosce spalancate. Quando venne, gridò più del solito, riversando dentro di me fiotti abbondanti del suo essere maschio. Claudia tremò in un orgasmo prolungato, inondandomi. Dopo, mi coccolarono. Alberto non andò via come aveva fatto le sere precedenti. Si sdraiò da un lato, Claudia dall’altro.
Mi presero tra loro come una bambina preziosa. Alberto mi accarezzò i capelli, la fronte, le guance, le labbra, ma non andò oltre. Claudia invece mi sussurrò parole dolci e perverse: «Brava la mia sposa. Sei stata perfetta.» Mentre mi passava la sua mano leggera sul ventre, premendo piano come a voler spingere il seme di suo marito più in profondità.

Poi mi pulirono con un asciugamano morbido e profumato massaggiandomi le gambe indolenzite. Mi tenevano stretta, nuda tra i loro corpi ancora accaldati, mentre io giacevo in silenzio, tremante.
Quelle coccole erano peggio della scopata stessa. Perché mentre il mio corpo veniva calmato e accudito, la mia mente precipitava. Mi sentivo al centro dell’attenzione, utile, amata, apprezzata e contemporaneamente annientata. Stavo perdendo pezzi di me.
Il piacere che provavo mi terrorizzava: era diventato una dipendenza oscura, un bisogno di essere svuotata e poi riempita di nuovo. Dentro di me si mescolavano un’eccitazione malata e una tristezza profonda, quasi metafisica. Piansi in silenzio e loro senza chiedere spiegazioni leccarono le mie lacrime. Sapevo che stavo scomparendo. E la cosa più spaventosa era che una parte di me non voleva più tornare indietro. Desideravo la sesta sera. E la settima, ma ovviamente non vennero.


******

Aspettammo l’esito, Claudia era impaziente, alternava momenti di euforia a depressioni profonde, ma, purtroppo, dopo due settimane arrivò regolarmente il ciclo. Le diedi la notizia una mattina mentre facevamo colazione. Claudia strinse le labbra, si alzò di scatto barcollando. Era furibonda. Mi disse d’impeto: «Valentina, devi concentrarti di più. Devi essere più disponibile, più sensuale, più donna. Un figlio non nasce meccanicamente, cazzo. Alberto ha bisogno di una donna vera, come me, deve essere stimolato.» Mi parlava come a una figlia disobbediente. Come se avessi fatto un guaio e tutto il resto fosse normale!

Io risposi dispiaciuta. «Claudia… ma queste sono le tue condizioni… non posso toccarlo, non mi sento libera in quei momenti… devo solo… aprire le gambe.»
«Lo so. Ma forse non basta.»
Quel dispiacere durò qualche giorno, poi l’atmosfera in casa si rasserenò ed io ripresi la mia vita normale tuffandomi sui libri. Nel frattempo, mi ero iscritta ad una università online e avevo dato un esame prendendo trenta e lode. Non avevo incombenze durante la giornata, tranne quelle di rifarmi il letto la mattina e rispettare gli orari di pranzo e cena.

Il secondo mese fu diverso. Claudia decise che mi sarei dovuta trasferire per quei cinque giorni fertili nella loro camera matrimoniale e non mi sarei dovuta alzare per nessuna ragione. Lei si trasferì nella mia stanza, mentre Alberto dormiva sul divano in camera da pranzo. Ma anche quel tentativo fu inutile. Mi portarono da un ginecologo, sempre sotto stretta sorveglianza feci qualche analisi, tutto bene, non avevo nulla che non funzionasse.

Una sera dopo cena sentii le loro voci provenire dalla sala da pranzo. «Ma non ti piace la ragazza?» Chiese Claudia con la voce tesa.
«È bella, giovane, depilata, sempre oliata e pronta per te. Cosa ti manca per metterla incinta? Sono io quella che non può avere figli, non tu!»
Ci fu un momento di silenzio. Sentii Alberto sospirare pesantemente. «Claudia… non è così semplice.»
«No? E allora cosa c’è?» Il tono di lei si fece più acuto, velenoso.
«Sono due volte per cinque sere che ti svuoti dentro di lei come un toro e ancora niente. Lo sperma ce l’hai, è sano, lei è perfetta, il medico l’ha confermato. Quindi?»
Alberto abbassò la voce, ma io riuscivo comunque a sentire ogni parola. «Mi piace, sì. È stretta, calda, ubbidiente. Il suo corpo reagisce bene. Forse dipende da me, il mio sperma non è abbondante. È come… scopare un vaso di porcellana. Forse è quello. Manca qualcosa.»

Claudia rise, una risata breve e amara. «Secondo me sbagli, non sei tu la causa, ma è lei che è troppo passiva. Si apre, prende tutto, ma non ti desidera davvero, non desidera essere madre. Tutto troppo meccanico.»
Lui non rispose e lei aggiunse: «Amore… Vuoi che le permetta di baciarti? Che ti guardi negli occhi mentre la scopi? Vuoi che ti abbracci mentre vieni dentro di lei? Per una giusta causa chiuderei un occhio.»
Il silenzio che seguì fu carico di tensione. Sentii i passi di Claudia avvicinarsi e poi allontanarsi di nuovo.
«Oltre allo sperma serve sintonia, Alberto. Lo sento. Lo vedo. Tu entri, spingi, vieni e te ne vai. E lei è ancora troppo la mia fantasia e troppo poco la tua donna.»

Alberto rispose con un tono ancora più basso, quasi stanco: «Sei tu che hai imposto le regole, Claudia. Niente baci, niente carezze, niente parole tra me e lei. Solo cazzo e fica. Sei tu che volevi che fosse solo un contenitore.»
«Lo so!» Sbottò lei, la voce rotta.
«Lo so che sono stata io! Mi sono illusa che sarebbe bastato, ma forse ho sbagliato. Il suo corpo ti rifiuta, forse per metterla incinta serve più sintonia tra voi. Che tu la desideri veramente, che lei si senta presa, posseduta, voluta. Non solo usata.»

Sentii il rumore di un bicchiere posato con forza su un mobile.
«Dimmi la verità.» Continuò Claudia, quasi supplichevole. «Quando sei dentro di lei… pensi a me? O pensi solo a fotterla?»
Alberto esitò prima di rispondere.
«Penso a te, solo a te. Io scopo te, non lei. Lei è giovane, Claudia, forse in quel momento pensa ad altro, al suo vecchio ragazzo e quando viene… non si contrae a dovere, non mi avvolge. Insomma, non c’è fusione tra noi.»
Claudia rimase in silenzio per qualche secondo. Quando parlò di nuovo, il suo tono era carico di gelosia e di eccitazione malata. «Allora cambiamo le regole. Da domani voglio che tu la baci. Che la tocchi. Che le parli mentre la scopi. Voglio che la fai sentire tua, anche solo per quei giorni. Cazzo, voglio che la metta incinta, Alberto. E se per farlo devi desiderarla davvero… allora desiderala e fatti desiderare.»
Alberto emise una specie di grugnito. «E tu? Non sarai gelosa?»
«Lo sono già.» Ammise lei con la voce tremante. «Ma preferisco impazzire di gelosia sapendo che dentro di lei crescerà nostro figlio, piuttosto che restare con questo vuoto.»

Rimasi immobile nel letto, il cuore che mi pompava irregolare nel petto. Le loro parole mi avevano colpita come pugni. Non ero più solo il vaso sacro, la fica surrogata. Stavano per trasformarmi in qualcosa di ancora più pericoloso: una vera amante da fecondare. E la cosa peggiore era che, nel profondo del mio ventre una parte di me aveva già cominciato a desiderare quel cambiamento.


******


Claudia era combattuta, lo capivo dal tono. Il destino spingeva anche lei. Alla fine, cedette, mi chiamò e mi disse: «Un’ora al giorno per conoscervi. Solo voi due. Senza di me. Ma non fare la cretina, ricordati che tutto ciò ha una sola finalità… Non abbiamo molto tempo, qualcuno là fuori ti starà cercando e tu devi rimanere incinta al più presto!»
Risposi che non mi sentivo in colpa e che forse il destino non era ancora pronto quanto me, ma dentro di me sapevo che in quel gioco perverso si stava aprendo una grossa crepa.
Il giardino delle rose diventò più buio, le ombre più lunghe. Io, Valentina, orfana del mondo, galleggiavo in questa realtà fatale, gambe aperte per un figlio per ora mai nato e che non sarebbe mai stato mio, mentre il piacere e l’orrore si intrecciavano come le rose selvatiche che nessuno pota. Chissà se il ciclo successivo avrebbe portato vita. O solo un’altra, dolcissima, inevitabile rovina.

I primi giorni di quell’ora solitaria furono carichi di un imbarazzo elettrico. Alberto entrava nella mia stanza verso il tramonto, chiudeva la porta alle sue spalle e l’aria nella stanza diventava subito più densa. Io ero lì, distesa sul letto, ma vestita di tutto punto. In effetti anche se avevamo già scopato e lui era entrato in me per ben dieci volte, eravamo due perfetti sconosciuti.
Lui mi guardava con uno sguardo diverso, più pesante, senza la presenza di Claudia a filtrare tutto. Sapevo che l’intento era quello di costruire un rapporto, di essere più spontanei.

Le prime volte lui si sedeva sul bordo del letto e iniziava a parlarmi. Mi raccontava del suo lavoro, del desiderio di avere un bambino, ma anche di Claudia, come si erano conosciuti e quanto ancora oggi dopo vent’anni si amassero… Pian piano lo sentii più vicino ed anche io riuscii ad aprirmi.
All’inizio restavamo distanti, come due estranei costretti a un’intimità forzata. Io rimanevo seduta contro la spalliera del letto con le ginocchia raccolte. Le regole di Claudia erano chiare: quell’ora era per “conoscersi”, non per lasciarsi andare. Eppure, già la terza sera, mentre parlavamo a voce bassa, Alberto allungò lentamente la mano e posò il palmo sul dorso della mia. Non la strinse subito. Lasciò solo che le nostre pelli si sfiorassero, come per verificare che fossi reale.
Io trasalii, ma non ritirai la mano. Il suo calore era diverso da quello che sentivo quando mi penetrava sotto lo sguardo di Claudia: più lento, più consapevole.
Pensai all’assurdità della cosa, quell’uomo mi aveva scopata, eppure in quel momento stavamo cercando insieme quell’intimità che non avevamo mai avuto.

Dopo qualche secondo, le sue dita si chiusero intorno alle mie. Non era un gesto possessivo. Era quasi timido.
«Sei bella, Valentina.» Mi disse piano, guardandomi negli occhi per la prima volta. «Più bella di quando sei distesa sotto di me… Lì è difficile accorgersene. Ma così, vestita, con la luce del tramonto sul viso… sei davvero bella.»
Arrossii violentemente. Nessuno mi aveva più parlato così da moltissimo tempo, forse l’ultimo era stato mio padre... Abbassai lo sguardo sulle nostre mani unite. Lui continuò: «Claudia è… diversa. Forte, determinata, bellissima, ma in un modo più maturo, più tagliente. Tu invece hai una dolcezza che lei ha perso da anni. Quando ti apro le gambe… sento che potresti spezzarti. E questo, stranamente, mi eccita più di quanto voglia ammettere.»

Le sue parole mi colpirono al basso ventre come una carezza proibita. Strinsi le cosce istintivamente. Alberto se ne accorse e sorrise appena, un sorriso piccolo, quasi colpevole. «Lei è gelosa. Del fatto che tu sia così giovane. Del fatto che il tuo corpo mi possa ancora dare quello che il suo non può. Ma è stata lei a volere tutto questo. E adesso… mi chiede di avvicinarmi a te. Di desiderarti davvero.»
Strinse di nuovo la mia mano, stavolta più forte, intrecciando le dita. Il pollice cominciò a tracciare piccoli cerchi sul dorso della mia mano, un gesto ipnotico che mi fece venire la pelle d’oca lungo il braccio.
«Quando sono dentro di te, m’impongo di pensare solo a lei. Ma ora so che è uno sbaglio. Per avere un figlio da te, devo meritarlo, penetrarti gli occhi, l’anima. «Sei tu che porterai mio figlio.»
Tacque. Nella stanza si sentiva solo il nostro respiro. Io non sapevo cosa rispondere. Una parte di me voleva ritrarsi, ricordargli che ero lì per obbligo e disperazione, che lui anche col mio consenso, mi aveva violentata. Ma l’altra parte di me, quella più oscura, si crogiolava nel calore di quella mano grande quasi paterna che teneva la mia come se fossi qualcosa di prezioso e fragile allo stesso tempo.

Alberto si avvicinò di qualche centimetro sul bordo del letto, senza mai lasciare la mia mano. «Dimmi qualcosa, Valentina. Dimmi cosa provi in quei momenti. Dimmi la verità.» La sua voce era pericolosamente intima. E io, per la prima volta da quando ero entrata in quella casa, sentii che le regole stavano già cominciando a incrinarsi. Fu esattamente in quel preciso momento che le nostre labbra si unirono.
«Alberto, non dobbiamo...» Ma non era un rifiuto, quella frase era la consapevolezza che si poteva trasgredire a quelle regole. Lui rispose che per Claudia il fine era più importante del mezzo e la nascita di un bambino avrebbe coperto ogni cosa. E così avvenne.


******

Il giorno dopo parlammo pochissimo. Quando Alberto entrò nella stanza, il tramonto tingeva già le pareti di un arancione caldo e denso. Questa volta chiuse la porta a chiave. Io, come al solito, ero seduta sul letto, ancora vestita, il cuore che batteva già troppo forte. Lui mi guardò per qualche secondo, come se stesse decidendo qualcosa dentro di sé, poi si tolse le scarpe e si distese accanto a me. Il materasso si abbassò sotto il suo peso. Il suo corpo grande e caldo si avvicinò al mio fino sfiorandomi.
Non ci furono preamboli. Mi prese il viso tra le mani e mi baciò sulla bocca. Fu un bacio lento, profondo, quasi esplorativo. Le sue labbra erano più morbide di sempre, la lingua calda e insistente che cercava la mia con impazienza. Sentii il sapore di caffè e di qualcosa di più maschile, di lui. Gemetti piano contro la sua bocca, sorpresa da quell’intimità improvvisa.
Le sue mani scesero lungo il mio collo, poi sul petto. Mi sbottonò lentamente la camicetta, quasi con reverenza, e quando i miei seni furono nudi li coprì di baci leggeri, poi più avidi. Succhiò un capezzolo con calma, facendolo inturgidire tra le labbra, mentre con la mano accarezzava l’altro, stringendolo appena. Ogni passaggio della sua lingua mandava scariche elettriche fino al basso ventre. Io respiravo sempre più affannosamente, le dita infilate tra i suoi capelli.

Non disse una parola. Continuò a scendere, baciandomi la pancia, l’ombelico. Mi sfilò la gonna e le mutandine con gesti sicuri, ma senza fretta, facendomi sollevare i fianchi. Quando fui completamente nuda sotto di lui, mi aprì le cosce con le mani grandi e si sistemò tra loro. Il primo contatto della sua lingua sulla mia fica già bagnata mi strappò un gemito lungo e tremante. Era calda, bagnata, vorace. Lui mi leccò lentamente quasi venerandomi, assaporandomi, risalendo fino al clitoride gonfio che succhiò con delicatezza esasperante. Poi spinse la lingua più in basso, entrando appena dentro di me, per poi tornare su con movimenti circolari sempre più precisi.

Mi aggrappai alle lenzuola. Le mie cosce tremavano e avvolgevano la sua testa. Lui mi teneva aperta, mentre la bocca lavorava con una dedizione quasi devota. Il suono umido e osceno della sua lingua che mi divorava riempiva la stanza insieme ai miei respiri.
«Alberto…» Riuscii solo a sussurrare, quasi senza voce. Lui non rispose. Intensificò il ritmo, succhiandomi con più forza, infilando due dita dentro di me e curvandole proprio dove serviva. Venni violentemente, con un orgasmo che mi travolse come un’onda calda e accecante. Il mio sesso si contrasse intorno alle sue dita, mentre lui continuava a leccarmi piano, prolungando le contrazioni, bevendo ogni goccia del mio piacere.

Rimasi distesa, esausta, il petto che si alzava e abbassava rapidamente, le gambe aperte e molli. Alberto risalì lungo il mio corpo e si sdraiò accanto a me, il viso lucido dei miei umori. Mi guardò e, per la prima volta da quando era entrato, sorrise. Un sorriso vero, complice, quasi divertito. Anch’io iniziai a ridere piano, una risata liberatoria, nervosa, stupita. Ridevo mentre ancora tremavo per l’orgasmo, il corpo ancora sensibile e pulsante.
«Questo non serve certo a farmi rimanere incinta…» Mormorai coprendomi gli occhi con un braccio, imbarazzata e leggera allo stesso tempo.
Alberto rise con me e mi attirò contro il suo petto, baciandomi la fronte. «No, infatti.» Disse piano. «Ma è stato bello sentirti venire così sulla mia lingua.» Restammo così per qualche minuto, io nuda e ancora bagnata tra le sue braccia, ridendo piano di quella assurda intimità che non avrebbe prodotto alcun figlio, ma che stava producendo qualcosa di molto più pericoloso tra di noi.


******

Il giorno dopo contai ogni minuto dell’attesa. Lo stavo desiderando! Questa volta lo accolsi nuda. Lui entrò e mi baciò in bocca, poi disse: «Ieri sera Claudia, mi ha chiesto come sta andando tra noi. Ho risposto che ci vuole tempo per creare intimità…»
«Hai mentito per me? È gelosa vero?»
«Dire poco è un eufemismo... Ha voluto fare l’amore…»
Per la prima volta sentii una stretta al cuore, ma lui non si fece attendere. Mi baciò di nuovo. Baci profondi con la lingua che invadeva la mia bocca. Mi mordeva le labbra, il collo, i seni.
«Vale, in quel momento pensavo a te!»
«Non dirmelo ti prego! So che vieni qui per creare solo un feeling tra noi. Per dare un figlio a lei!»

Lui non parlò. Mi aprì delicatamente le gambe e appoggiò il suo pene caldo tra le mie labbra bagnate. Era la nostra prima volta! Lo guardai dritto negli occhi, finché lo sentii scivolare dentro di me. M’invase in un istante fino in fondo e cominciò a muoversi con una delicatezza brutale, una lentezza dolcissima che mi fece impazzire. Non era la scopata rituale, meccanica. Era qualcosa di tremendamente avvolgente, un uomo maturo che obbediva ai desideri di una ragazzina. Perché io in quel momento non desideravo altro e contro ogni logica, iniziai ad apprezzarlo. Apprezzavo la forza controllata del suo amore, il modo in cui mi guardava negli occhi mentre affondava. Apprezzavo le sue mani che mi stringevano i fianchi, le sue dita che mi accarezzavano il clitoride con una precisione quasi crudele mentre era dentro di me.

«Vale, dimmi che mi senti adesso, dimmi che è diverso!»
Lo era, eccome.
Mentre spingeva, per giustificarsi, mi disse: «È stata Claudia. Dall’inizio. L’idea, le regole, la preparazione, il fatto che tu fossi solo un vaso. Io ho accettato, ma… mi dispiace, Valentina. Ora senti che non così.»
Le sue parole mi trafissero. Sentii qualcosa rompersi dentro il petto. Le lacrime salirono veloci e lui le baciò una per una, con una tenerezza feroce che mi fece contrarre violentemente intorno al suo cazzo ancora duro. Da quel momento lo sentii più vicino. Non come un padre, ma come un uomo vero. Adulto. Pericolosamente attraente nella sua maturità.

Senza Claudia nella stanza, Alberto si lasciò andare del tutto. Mi sussurrava parole dolci: «Sei così stretta… così calda. Sei diversa da Claudia. Mi fai impazzire.» Mi prendeva con più passione, tenendomi i polsi sopra la testa, accelerando solo quando sentiva che stavo per venire, prolungando l’agonia del piacere. Io mi aprivo di più, gli stringevo la schiena con le gambe, gli graffiavo le spalle. Il mio corpo lo reclamava. E la mia mente, sempre più confusa, iniziava a desiderarlo davvero. Quell’ora al giorno stava diventando la parte più pericolosa di tutto il rituale. Perché mentre Claudia aspettava fuori, io, sotto suo marito, cominciavo a sciogliermi tra le sue braccia, tra i suoi baci che mi erano mancati da morire, tra spinte che non erano più solo fecondazione, ma qualcosa di molto più intimo e oscuro. E sentivo, con terrore ed eccitazione crescente, che stavo iniziando a volerlo.

Ma dentro di me infuriava una guerra senza vincitori. Stavo cambiando e attraverso Alberto mi sentivo più consapevole. Ogni giorno acquistavo potere e sentivo Claudia come una rivale.
Mentre il mio corpo si inarcava sotto di lui, mentre godevo con gemiti sempre più forti e sinceri, la mia anima urlava verso me stessa. Provavo un piacere così intenso, così viscerale, che mi spaventava. Ogni bacio di Alberto, ogni spinta profonda, ogni “tesoro” che sussurrava contro il mio orecchio mi faceva sciogliere. Non ero più solo il vaso. Stavo diventando la sua amante. E questo mi eccitava in modo osceno.

Nello stesso istante, però, una voce fredda e tagliente mi lacerava: «Sei una puttana. Ti stanno usando per fare un figlio e tu ti stai innamorando del tuo carceriere.»
Mi vergognavo di quanto mi piacessero le sue mani grandi, della sicurezza con cui mi prendeva, della differenza abissale tra il suo corpo maturo e quello di Luca. Mi vergognavo di desiderare quei baci che Claudia mi aveva negato per settimane. Mi vergognavo di desiderarlo, di aspettare freneticamente quell’ora, di stringerlo più forte quando sentivo che stava per venire, di volere il suo seme dentro di me non più solo per obbedienza, ma perché iniziavo ad amarlo e una parte malata di me voleva sentirsi davvero sua.

E poi c’era la paura. La paura terribile che tutto questo stesse diventando troppo reale. Che non fosse più solo un gioco perverso che a Claudia era scappato di mano, ma qualcosa che stava crescendo tra me e Alberto. Che se fossi rimasta incinta, quel figlio sarebbe stato concepito non più nel freddo rituale con la mia testa tra le cosce bagnate di Claudia, ma nel calore di un desiderio sempre più reciproco. Ero divisa in due. Una Valentina che fingeva con Claudia e un’altra, oscura e affamata, che ogni giorno apriva di più le gambe a suo marito, e contraeva il ventre per spremerlo meglio quando lui veniva.
Non sapevo più chi fossi. Sapevo solo che, quando lui usciva dalla stanza e Claudia rientrava con quel sorriso teso e indagatore, io rimanevo lì, distesa, col suo seme che colava tra le cosce e il cuore in frantumi, a chiedermi quanto tempo ancora avrei resistito prima di abbandonarmi completamente al buio dolce di quella rovina.


******

Claudia stava perdendo il controllo della sua stessa creazione, e lo sapeva. La gelosia la consumava come acido lento. Ogni pomeriggio, quando Alberto usciva dalla camera matrimoniale con l’aria soddisfatta e leggermente stordita, lei lo aspettava in corridoio con gli occhi lucidi e le braccia incrociate. La sua voce, un tempo calda e autoritaria, aveva preso una sfumatura acida.
Stavo rischiando e sapevo che solo la maternità l’avrebbe tranquillizzata allontanando ogni sospetto.

Una sera, mentre ero ancora distesa sul letto dopo l’amore con Alberto, sentii la loro conversazione attraverso la porta socchiusa. «Allora? Com’è andata oggi? Sono due settimane che vi rinchiudete in quella stanza… Non mi dire che non l’hai ancora conquistata e che non è ancora pronta…»
Alberto sospirò. «Claudia… è quello che vuoi. Non essere gelosa ora.»
«No. Io voglio un figlio. Non che tu passassi un’ora al giorno a sbavarle addosso come un ragazzino.»
Fece una pausa, la voce tremò. «La baci? Non ci credo che parlate soltanto…?»
«Dai tesoro, non fare la ridicola.»
Silenzio.
«Diimmi la verità. Cosa provi per quella ragazza? Ti intriga averla per un’ora a tua disposizione senza di me? Ti fa sentire giovane?»
La gelosia di Claudia era palpabile, viscerale. Aveva creato il mostro e ora il mostro stava sfuggendo dalle sue mani. Voleva il figlio più di ogni cosa, ma ogni giorno vedeva suo marito legarsi sempre più a me, e questo la stava distruggendo.

Per cercare di riprendersi il potere, iniziò a umiliarmi in modi nuovi.
«Da oggi non ti prepari più per lui.» Mi ordinò una mattina, con gli occhi freddi. «Niente trucco. Niente capelli pettinati. Voglio che tu sia sciatta. Voglio che puzzi di sudore. Voglio che quando entra nella stanza ti veda per quello che sei: una ragazzina qualunque che abbiamo scelto solo perché ha l’utero giovane.»

Ma lo sapeva che non sarebbe stato possibile, che rendendomi meno attraente avrebbe vanificato il suo scopo primario. Il giorno dopo si scusò e mi disse che forse quella non era la soluzione ai suoi tormenti. Era disperata, combattuta, le vidi il labbro inferiore tremare: «Pensi di aver vinto, vero? Pensi che perché ti bacia e ti parla dolce tu sia diventata importante? Sei solo una fica con la pancia fertile. Nient’altro.»
Si chinò su di me, mi afferrò il viso con forza e aggiunse, a voce bassa e velenosa: «Goditelo finché dura. Perché quando sarai incinta, quando avrai partorito mio figlio che io non posso dargli… ti butteremo fuori come uno straccio. E lui tornerà da me. Lui non vuole la tua fica, ma solo riempirtela per dargli un figlio.»

Ma mentre lo diceva, la sua voce si incrinò. Sapevamo entrambe che stava mentendo. Il gioco era ormai nelle mie mani. La crepa si stava allargando, e lei era terrorizzata all’idea che presto non sarebbe più stata in grado di controllarlo. Io, di nuovo viva, sentivo dentro di me un misto devastante di trionfo, vergogna e terrore. Claudia mi aveva voluta schiava, e ora era lei a essere imprigionata dalla sua stessa gelosia. E il peggio doveva ancora arrivare.


******

Il mese successivo, il terzo, ricominciammo le cinque sedute. Io e Alberto avremmo voluto evitare quel cerimoniale ormai inutile, anzi credevo davvero si essere già incinta, me lo sentivo. Ma per quieto vivere mi sottoposi come al solito a quel rito, con Claudia dietro di me e la mia testa tra le sue cosce. Quando Alberto entrò e mi vide già pronta, il suo sguardo si incendiò. Mi prese con una foga maggiore del solito, quasi animale. Nonostante le proibizioni di Claudia mi strinse i fianchi con passione, affondando dentro di me e addirittura sussurrando: «Così Valentina! Dai che questa volta sarà diverso, lo sento, avvolgimi, muoviti più forte, segui il mio ritmo, dobbiamo essere una cosa sola…»

Claudia era furiosa, premeva il suo corpo contro la mia testa come fossero strappate di odio, ma nonostante questo sapeva che avrebbe dovuto godere insieme a me per non vanificare l’illusione di essere lei la donna scopata e quella che avrebbe donato un figlio ad Alberto.
Ripetemmo la scena tutti e tre per cinque giorni, anche se io e Alberto trovavamo sempre il tempo per vederci da soli.
«Alberto spero davvero che sia la volta buona…»
«E se fosse una tragedia?»
Eh già in quella situazione il peggio era proprio il figlio che doveva nascere. Cosa sarebbe successo dopo? Come si sarebbe comportato lui? Chi avrebbe scelto tra le due donne? Chi sarebbe stata la madre?


******


Quando al primo giorno di ritardo delle mestruazioni il test di gravidanza mostrò quelle due linee nette, rosse, inequivocabili, la casa sembrò trattenere il respiro per qualche secondo. Poi esplose in un silenzio denso, quasi sacro. Claudia fu la prima a reagire. Era in ginocchio davanti a me nel bagno, dove mi aveva trascinata per fare il test insieme. Quando vide il risultato, le sue mani cominciarono a tremare. Alzò lo sguardo su di me con gli occhi lucidi di lacrime che non voleva lasciar cadere.
«Ce l’abbiamo fatta… tesoro. Sei stata magnifica! Cazzo non ci speravo più.» Gridò con voce rotta. Mi abbracciò forte, premendo il viso contro il mio ventre ancora piatto.
«Ce l’abbiamo fatta, Valentina. Grazie. Grazie.» La sua soddisfazione era profonda, quasi religiosa. S’immedesimò a tal punto che chiamando suo marito disse: «Alberto, amore, sono incinta!»

Aveva vinto. Aveva piegato la realtà al suo volere anche se, gioco forza, aveva derogato alle sue stesse regole ferree, concedendoci l’intimità, i baci, l’emozione. Quel figlio era la prova che senza amore non sarebbe mai arrivato, ma lei ancora non se ne rendeva conto. Anzi, la gelosia che l’aveva tormentata per settimane ora sembrava placata, trasformata in un trionfo amaro e dolce allo stesso tempo.
«Sono stata io a volere tutto questo.» Mi disse quella sera, accarezzandomi i capelli con una tenerezza possessiva.
«Sono stata io a sceglierti, a prepararti, a cederti a lui. E ora… ora porterai mio figlio.»

Alberto, invece, reagì con una commozione virile e profonda. Quando Claudia gli mostrò il test, lui rimase immobile per lunghi secondi, poi mi guardò. Non Claudia. Guardò me. Attraversò la stanza, mi prese il viso tra le mani grandi e mi baciò sulla bocca, lentamente, davanti a sua moglie. Un bacio vero, lungo, carico di tutto quello che avevamo condiviso in segreto in quell’ora al giorno.
«È tutto merito tuo Valentina…» Mormorò contro le mie labbra, la voce bassa e vibrante. «È nato quando hai iniziato a crederci, quando hai iniziato a stringermi e volermi dentro di te.»

Per Alberto quel bambino era la redenzione del loro gioco malato. Non era più il seme sparso dentro un vaso. Era il frutto di un desiderio autentico, di ore in cui aveva sentito una ragazzina sciogliersi tra le sue braccia, gemere il suo nome, bagnarlo con un piacere che non poteva essere simulato. Era orgoglioso. Era commosso. Ed era spaventato dalla forza di ciò che aveva provato.

Io, Valentina, ero il centro di quel vortice. Quando vidi quelle due linee, un’onda calda e gelida mi attraversò il corpo. Ero incinta. Portavo dentro di me il figlio dell’uomo che mi aveva usata e poi amata. Provavo una contentezza strana, malata, profonda. Non era gioia pura. Era qualcosa di più oscuro: la consapevolezza che quel bambino era nato dal calore, dai baci rubati, dalle confessioni sussurrate, dalle spinte appassionate di Alberto quando eravamo soli. Non era il frutto di un rituale freddo e umiliante, delle decine di penetrazioni mentre sua moglie simulava
Era il frutto di un legame che nessuno di noi aveva previsto. Mi sentivo potente e devastata allo stesso tempo. Quella notte mi fecero sdraiare al centro del letto matrimoniale. Claudia da un lato, Alberto dall’altro. Mi accarezzavano il ventre con reverenza. Claudia lo baciava piano, sussurrando promesse al bambino che sarebbe stato “suo”. Alberto mi teneva la mano, stringendola forte, e ogni tanto cercava il mio sguardo con un’intensità che mi faceva tremare.

Ero felice, in un modo contorto. Felice di aver dato loro ciò che desideravano. Felice di sentire dentro di me qualcosa di vivo nato dal piacere condiviso con Alberto. Felice di non essere più solo un vaso, ma la madre del loro desiderio. Eppure, nel profondo, sapevo che quel figlio avrebbe sigillato per sempre la mia prigionia. Non sarei mai più stata libera. Ero legata a loro da carne e sangue. Il gioco perverso aveva generato vita. E quella vita, dolce e inevitabile, sarebbe stata la catena più bella e più crudele che potessero mettermi addosso.


******


Davide nacque il giorno di Natale, alle tre e diciassette del pomeriggio, mentre fuori nevicava piano su una città silenziosa e illuminata di luci. In casa regnava un’atmosfera sospesa, quasi irreale. Era presente solo la levatrice, una donna di cinquant’anni rassicurante. Viste le circostanze Claudia aveva voluto quel parto in casa.
Io, sdraiata sul letto, sudata, esausta, con le contrazioni che mi squarciavano come onde, stringevo la mano di Alberto mentre Claudia mi tamponava la fronte con un panno fresco.
«Forza, Valentina… spingi. Ci sei quasi.» Mormorava la levatrice.
Quando finalmente sentii quel piccolo corpo scivolare fuori da me, l’urlo che mi uscì fu metà dolore, metà liberazione. La levatrice lo sollevò, lo pulì rapidamente e me lo appoggiò sul petto. Era caldo, viscido, vivo. Piccolo, perfetto. Un ciuffo di capelli scuri e umidi gli stava dritto sulla testa, come una piccola cresta ribelle. I suoi occhi, ancora gonfi, si aprirono appena e cercarono la luce.

«Oddio…» Sussurrai. Le lacrime mi scesero senza controllo. Lo strinsi a me, sentendo il suo cuore battere contro il mio. In quel momento era mio. Solo mio. «Ciao, amore mio…»
Claudia era in ginocchio accanto al letto, le mani giunte davanti alla bocca. Tremava. Quando la levatrice glielo porse per un attimo, dopo aver controllato che tutto fosse a posto, lei lo prese come se fosse di cristallo. Lo guardò con un’intensità quasi spaventosa.
«È perfetto.» Disse con la voce strozzata piena di emozione.
«Guardalo, Alberto. Ha il tuo naso. Ha i tuoi lineamenti. Ma somiglia anche a me vero?»

Alberto, in piedi dietro di lei, non la contraddisse. Si chinò, baciò la fronte del bambino, poi si voltò verso di me. Mi prese il viso tra le mani grandi e mi baciò sulla bocca, un bacio profondo, bagnato di lacrime.
«Grazie, Valentina. Grazie per averlo portato nel mondo. Sei stata coraggiosa.»
Claudia mi restituì Davide quasi subito, ma solo perché potessi allattarlo. Appena si attaccò al seno, succhiando con forza istintiva, lei si mise accanto a noi e gli accarezzò la schiena con le dita tremanti.
«Il mio bambino.» Sussurrò. «Il mio piccolo Davide. Mamma è qui. Mamma ti proteggerà per sempre.»
Non stava parlando a lui. Stava parlando a se stessa ed io ero solo il mezzo che aveva reso possibile il miracolo.

I primi mesi furono un turbine di emozioni contrastanti. Di notte, quando Davide piangeva, Claudia si alzava prima di tutti. La sentivo camminare in corridoio, cullandolo, cantandogli canzoni a bassa voce. Io lo allattavo, certo, e quei momenti erano i più intimi e dolorosi: il suo corpicino contro il mio, la sua bocca che mi mordeva il capezzolo, il latte che saliva. Ma appena finiva, Claudia era lì, pronta a riprenderlo.
Una sera, mentre lo stavo allattando sul divano, lei si sedette accanto a me. Mi guardò con una tenerezza nuova, quasi dolce.
«Lo sai che ti sarò grata per sempre, vero?» Disse piano. «Ma lui… lui è mio. Lo sento qui.» Si toccò il petto. «Come se l’avessi partorito io. Non è strano? È come se il mio corpo avesse finalmente capito che era arrivato il momento.»
Io annuii, con un groppo in gola. «Lo so. Lo vedo come lo guardi.»

Alberto, invece, mi guardava in modo diverso. Ogni volta che finiva di lavorare veniva prima da me. Mi prendeva tra le braccia, mi baciava il collo, mi sussurrava quanto mi desiderasse ancora, nonostante il mio corpo cambiato.
«Sei più bella ora.» Mi disse una sera, mentre eravamo soli in cucina. Mi aveva spinta contro il lavandino, una mano sotto la maglietta larga, a stringermi un seno ancora gonfio di latte. «Hai portato mio figlio. Hai il corpo di una donna che ha amato davvero.»
Mi baciò con fame. Le sue dita scivolarono dentro i miei pantaloni della tuta, trovandomi già bagnata.
«Alberto… cosa direbbe Claudia se ci vedesse?» Protestai debolmente.
«Claudia è con lui. Lasciami sentire che sei ancora mia.»
Mi prese lì, piano, con una dolcezza feroce, mentre io mordevo la sua spalla per non urlare. Quando venni, singhiozzando piano contro il suo collo, lui mi tenne stretta e mi disse: «Ti amo, Valentina. Non è più un gioco. Ti amo da morire».


******


Il tempo passò. Davide compì un anno. Era un bambino vivace, con gli occhi scuri del padre e un sorriso che illuminava la stanza. Quella sera, dopo aver spento la candelina sulla piccola torta, Claudia lo portò a dormire nella mia vecchia stanza, ormai diventata la loro.
Quando tornò in salotto, ci trovò abbracciati sul divano. Non disse niente. Ci guardò a lungo, poi sorrise. Un sorriso sereno, quasi liberatorio.
«Credo sia arrivato il momento», disse semplicemente.
«Di cosa?» chiesi io, incerta.
«Di smettere di fingere. Non sono cieca ed è giusto così. È colpa mia, ma sapevo che per far nascere quel miracolo doveva sbocciare l’amore. io… ora ho Davide. Ho quello che ho sempre voluto.»

Alberto mi strinse più forte, forse avrebbe voluto un finale diverso per la loro storia e disse: «Claudia…»
«No, va bene così.» Lo interruppe lei, alzando una mano. La voce le tremò solo un istante. «Vi ho usati entrambi. E voi avete usato me. Ma ne è nato qualcosa di bello. Quindi… prendete la stanza grande. Io sto bene con lui nella piccola. È giusto così.»

Quella notte, per la prima volta, io e Alberto dormimmo nella loro — ora nostra — camera matrimoniale. Mentre facevamo l’amore, lentamente, guardandoci negli occhi, sentii le lacrime scendermi sulle guance. Non era più sesso proibito. Era amore vero, profondo, segnato da tutto quello che avevamo attraversato.
Dopo, mentre ero sdraiata sul suo petto, gli chiesi: «Tu pensi mai che sia sbagliato? Quello che abbiamo fatto?»
Alberto mi accarezzò i capelli. «Ogni tanto. Poi guardo Davide che ride, guardo te che mi ami nonostante tutto… e penso che la vita sia più complicata delle regole che ci diamo. Tu sei la mia donna, Valentina. E lui è nostro figlio. Anche se Claudia non lo ammetterà mai.»

Qualche settimana dopo, mentre preparavamo la cena, Claudia entrò in cucina tenendo Davide per mano. Il bambino corse da me e mi abbracciò le gambe.
«Mamma!» Disse, con la sua vocina ancora incerta.
Claudia si irrigidì per un secondo, poi si rilassò. Mi guardò e sorrise, un sorriso un po’ triste ma sincero.
«Puoi essere la sua mamma anche tu, quando vuole. Io sarò sempre la sua mamma principale… ma tu gli hai dato la vita. Meriti di sentirti chiamare così, ogni tanto.»
Presi in braccio Davide, lo strinsi forte e guardai entrambi, Claudia e Alberto.
Eravamo legati per sempre. Da carne, da sangue, da segreti e da amore contorto. Una famiglia strana, malata, bellissima.
E in quel momento, nonostante tutto, mi sentii finalmente a casa.


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Questo racconto è opera di pura fantasia.
Nomi, personaggi e luoghi sono frutto
dell’immaginazione dell’autore e
qualsiasi somiglianza con
fatti, scenari e persone è del tutto casuale.

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