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RACCONTO

Adamo Bencivenga
RAGAZZA IN AFFITTO
Dopo aver perso i genitori
una giovane studentessa, rimasta sola, accetta
l’ospitalità di una coppia ricca e riservata. Ciò
che inizia come un gesto di salvezza si trasforma in
una gabbia dorata fatta di regole e dipendenza fino
alla proposta definitiva: un patto oscuro tra
disperazione, manipolazione e sopravvivenza...

Era una di quelle notti che
sembrano già scritte dal destino, quando i fari delle
auto si incrociano come lame affilate nel buio e tutto,
in un istante, finisce… Guidavo la mia vecchia Panda
bianca verso casa, il motore che annaspava come me
stanca dopo una lunga lezione pomeridiana alla Sapienza.
Fuori dai finestrini scorreva il buio della campagna
romana, interrotto solo dalle luci gialle dei lampioni.
Sarei andata a casa, avrei fatto una doccia e dopo cena
avrei visto Luca al solito bar del paese, quello con le
sedie di plastica e l’insegna al neon mezza fulminata.
Avremmo riso con i nostri amici, fatto le ore piccole,
come sempre, parlando di un futuro che sembrava già
tutto nostro.
D’un tratto, però, in lontananza, i
lampeggianti blu delle auto della polizia mi ridestarono
dai miei pensieri. Prima una, poi due macchine, messe di
traverso sulla strada. Una poliziotta con la paletta mi
fece cenno di accostare. Rallentai, il cuore già stretto
in una morsa strana, innaturale. «Signorina, accosti,
per favore. Qui non si passa.» Disse lei avvicinandosi
al finestrino. La sua voce era gentile, ma categorica.
«C’è stato un incidente mortale. Ci sono due vittime.»
Accostai. Le mani mi tremavano sul volante, dentro
di me sentivo salire uno strano presentimento. Allora
scesi dall’auto e con il fiato in gola camminai sul
ciglio della strada fino a raggiungere le due auto
accartocciate, una contro l’altra come bestie ferite,
vetri ovunque, lamiere contorte che sembravano urlare
nel silenzio. Mi avvicinai ancora e riconobbi
immediatamente la nostra vecchia berlina grigia. Dentro
c’era mio padre riverso sul volante, il capo piegato in
modo innaturale e la bocca aperta. Mia madre, invece,
era abbandonata sul sedile del passeggero, gli occhi
ancora aperti verso il nulla.
Tutto finì lì,
tutto sparì in meno di un secondo, su quella curva
maledetta che avevo percorso mille volte, innocua e
familiare come il respiro. In un solo schianto di
lamiere e vetri, la mia vita venne tranciata di netto.
Rimasi immobile, mentre il mondo intorno a me perdeva
consistenza. I lampeggianti blu pulsavano come vene
aperte nel buio, illuminando a intermittenza i corpi
senza vita dei miei genitori. Non riuscivo a piangere,
non riuscivo ad urlare. Dentro di me c’era solo un vuoto
immenso, un buco nero che si apriva come una voragine e
inghiottiva tutto.
Alzai gli occhi al cielo nero,
senza stelle, come un sipario indifferente calato su di
me. La mia voce uscì roca, estranea, sommessa, come se
qualcun altro parlasse attraverso la mia gola: «Io,
Valentina… ventitré anni… studentessa di Scienze della
Comunicazioni alla Sapienza… figlia unica… sono
diventata orfana in un solo, assurdo, tragico secondo.»
Le parole caddero pesanti nell’aria fredda della notte,
inutili, ridicole. Come se dichiarare la mia età, i miei
studi, la mia condizione di figlia unica potesse in
qualche modo ancorarmi ancora al mondo. Invece fu
l’esatto contrario. Ero sola!
Sentii la mia
identità sgretolarsi, dissolversi come cenere al vento.
Non ero più la ragazza che rideva spensierata, che
sognava un futuro luminoso, che aveva ancora una casa e
due braccia pronte ad abbracciarla. Ero solo una
sopravvissuta senza ragione, un guscio vuoto lasciato
lì, su quella strada, dalla crudeltà cieca del destino.
E quel destino non aveva avuto pietà e nemmeno la
decenza di prepararmi. Non mi aveva concesso un
malessere, un ultimo sguardo, un’ultima parola. Aveva
semplicemente spento le luci della mia vita con un gesto
brutale e definitivo, come si spegne una lampada in una
stanza che non serve più.
E in quel momento
capii, con una lucidità gelida e terribile, che da
quella notte in poi avrei camminato per sempre in un
mondo dimezzato. Orfana. Sola. Condannata a trascinarmi
tra i vivi portando dentro il peso di due morti che non
avrei mai potuto restituire.
******
I giorni successivi furono un fiume di lacrime e
condoglianze. Parenti che arrivavano con la compassione
stampata in faccia, mormorando «coraggio, mi dispiace,
passerà». Ma il dolore non passa, si annida, ci convivi.
Diventa te. Luca provò a restare, a consolarmi con
la sua presenza muta, ma io, ogni giorno, diventavo
sempre più irritabile, intrattabile, nervosa, cattiva,
gelida, un’ombra chiusa in casa. Il mondo era il mio
nemico e nel mondo c’erano tutti compreso Luca. Alla
fine, si allontanò per sempre ed io lasciai gli studi.
Il giorno divenne notte, la notte un abisso di
sigarette, alcol e silenzio, perennemente seduta sul
divano a guardare il soffitto. Mi trascuravo, non
rispondevo al telefono. Nessuno mi avrebbe potuto dare
conforto ed io in quei momenti non pensavo al futuro,
non pensavo a mettere insieme il pranzo con la cena,
finché i viveri finirono. E con i viveri anche i soldi
per pagare l’affitto. Lo sfratto arrivò come una
sentenza. Solo un mese e avrei dovuto lasciare la casa!
Solo a quel punto mi chiesi cosa fare e che avrei dovuto
in qualche modo reagire…
Iniziai ad uscire da
quella casa, respirare l’aria del giorno, ma il mondo
fuori lo vedevo ostile e non attraversai mai il cancello
rimanendo nel mio giardino a pensare. Di fronte alla
mia casa c’era la villa di Claudia e Alberto. Bianca,
silenziosa, circondata da rose rosse. Mia madre l’aveva
sempre giudicata una coppia strana, non avevano figli ed
erano estremamente riservati, mai un sorriso, mai due
chiacchiere tra vicini, solo un saluto freddo e formale.
Lei era alta, bionda, magra, occhi di ghiaccio azzurro,
una bellezza quasi crudele. Lui invece era moro, di
origini siriane, occhi grandi carbone, voce profonda.
Sempre in casa, lavorava per import-export con grandi
multinazionali. Dicevo molto riservati, mai una
confidenza, ma quando seppero della mia situazione si
avvicinarono. Io ero in giardino.
Non furono
compassionevoli. Non accennarono alla tragedia, non
dissero «povera ragazza». Discreti e timorosi si
fermarono al cancello. Lei indossava un abito di lino
bianco, i capelli biondi raccolti in uno chignon severo.
Lui, con la camicia nera sbottonata sul collo, teneva le
mani in tasca e mi guardava con quegli occhi scuri e
profondi. «Valentina.» Esordì Claudia quasi
imbarazzata. «Ti abbiamo vista in questi giorni... sei
sempre qui chiusa in questo recinto…» Alberto le
venne incontro: «So come ti senti. Ora ti senti inutile,
fuori dal mondo. È normale. Ma vedrai che basta poco per
risalire. C’è sempre uno scopo nella vita, anche quando
sembra che tutto sia finito.»
Alzai lo sguardo
dal gradino dove ero seduta, le ginocchia strette al
petto. Avevo i capelli sporchi, la felpa macchiata: «Non
voglio pietà…» Claudia rispose: «La pietà è per chi
è debole. Tu non lo sei, anche se credi di esserlo. Sei
solo… momentaneamente fuori controllo.» Fece un
passo avanti, entrando nel giardino: «Hai ricevuto lo
sfratto, vero? Le voci corrono…» Annuii. Alberto si
avvicinò a sua volta. «Tra un mese sarai per strada.
Devi trovare una soluzione e noi possiamo offrirtela.»
Aggrottai la fronte. «In che senso?»
Claudia si
sedette accanto a me sullo scalino. Il suo profumo
speziato era di quelli costosi. «Noi non abbiamo figli.
La nostra casa è grande, troppo grande. Potresti
trasferirti da noi momentaneamente. Niente affitto.
Niente incombenze, faresti la principessa…» «In
cambio di cosa?» Chiesi diffidente. Avevo imparato
che nulla era gratis. Alberto mi fissò dritto negli
occhi. «In cambio di compagnia Vale. Di presenza. Di
bellezza. Tu sei bella e la bellezza è una risorsa, non
un regalo. Può diventare la chiave per aprire porte che
altrimenti resterebbero chiuse per sempre.»
«Compagnia?» Chiesi ancora più dubbiosa.
Claudia
rise piano. «Non preoccuparti, non ti stiamo chiedendo
di pulire casa o di fare la cameriera, abbiamo già una
domestica. Ti stiamo proponendo un accordo diverso. Tu
vivi con noi, mangi con noi, fai parte della nostra
routine. In cambio, ci dai la vitalità, il desiderio di
vivere, l’entusiasmo che ora hai perso. Noi stiamo
invecchiando, smorendo, ed abbiamo bisogno di una
presenza giovane.» Sempre più perplessa chiesi: «Non
capisco quale sarebbe il mio compito. Desiderate una
figlia che non avete mai avuto?» «Non proprio una
figlia, sono discorsi complicati, al momento vogliamo
che tu abbia un nuovo inizio e che non marcisca in casa
aspettando l’irreparabile.»
Rimasi in silenzio
per un tempo lunghissimo. Il vento muoveva le rose, ma
dentro di me lottavano due persone: la ragazza che ero
stata fino a un mese prima e la creatura vuota che ero
diventata. Claudia sorrise mi strinse il braccio e mi
invitò a prendere un tè da loro. «Valentina, cara,
non puoi restare sola in mezzo alla strada. Vieni da
noi, temporaneamente. La casa è grande. E se non ti
troverai bene potrai sempre andare via, nessuno ti
costringe.» Sorrisi per la sorpresa, mai mi sarei
aspettata una proposta del genere da quella coppia,
eppure erano stati i primi a farsi avanti, ancor prima
dei miei parenti. Ero così disperata che vidi
quell’invito come una possibilità anche se non sapevo
come e perché.
Ci pensai qualche giorno e alla
fine, non avendo alternative accettai. Presi tutta la
mia roba e mi trasferii da loro. Le gambe mi tremavano,
ma camminai verso la villa bianca. Verso la sua nuova
vita.
******
All’inizio sembrava un
sogno. Gentili e premurosi mi riempivano di regali:
vestiti, libri, profumi. Claudia faceva preparare dalla
domestica i miei piatti preferiti, compreso quel
tiramisù con un tocco di caffè amaro che mi ricordava
mia madre. Di giorno passeggiavo lungo il vialetto del
loro giardino pieno di rose, e pian piano ripresi a
studiare sotto il sole filtrato dai tigli. Di sera, dopo
cena, andavo nella mia stanza oppure rimanevo con loro
giocando a scacchi con Alberto oppure parlando del più e
del meno con Claudia. Certo non avevo più una vita
sociale, Luca e gli amici si erano allontanati, ma per
il momento avevo scampato il pericolo più grande ossia
di finire in qualche struttura aiutata dai servizi
sociali.
Insomma, una vita quasi perfetta in
attesa che mi decidessi a trovarmi un lavoro e pensassi
alla mia vita futura. Alberto e Claudia però sembravano
non aver fretta, anzi, pieni di accortezze, mi
trattavano come una figlia dicendomi che avevo tutto il
tempo per pensare al mio futuro. Non dimenticavano mai
di elogiare la mia forza interiore, il mio spirito, ma
anche il mio aspetto esteriore, dicendomi che ero
bellissima e ormai donna fatta. Sentivo il loro calore e
non avvertivo nessuna nota stonata in quei complimenti.
Tutto bene, ma dopo circa una settimana arrivò la
prima condizione, dapprima sussurrata come una preghiera
oscura: «Valentina non sei ancora pronta ad affrontare
il mondo esterno. Non uscire. Riduci i contatti esterni.
Qui sei al sicuro.» In seguito, più perentoria come
una raccomandazione per il mio bene: «Ti abbiamo accolto
qui e in questa casa ci sono delle regole da
rispettare.» Non ci vidi nulla di strano, anche
perché loro non uscivano mai e la spesa e tutte le
incombenze erano affidate alla domestica.
Per un
po’ mi bastò. La quiete era la droga e la terapia che
ogni giorno mi viziavano e allontanavano per sempre la
mia pena. Mi era concesso di uscire verso il tramonto,
ma sempre in compagnia di Claudia. Passeggiavamo per le
vie del villaggio, abitavamo in un centro residenziale
con villette a schiera poco fuori dal paese, e a volte
mi capitava di incontrare qualche conoscente.
Immancabilmente i discorsi andavano sui miei poveri
genitori. Claudia però cercava di ridurre al massimo
quei contatti, la vedevo irrigidirsi e poi scusandosi mi
diceva che lo faceva per il mio bene evitandomi di
ricordare quello che era accaduto. Non potevo che darle
ragione…
******
Dopo tre mesi esatti,
in una sera di luna piena, quando ormai consideravo
Claudia e Alberto la mia nuova famiglia, arrivò la
proposta. Eravamo in salotto, le luci erano più basse
del solito. Stavo leggendo distrattamente un libro,
Claudia mi guardava con quegli occhi chiari, Alberto era
seduto al tavolo con la scacchiera di fronte e scambiava
freneticamente di posto il cavallo e la torre. Si
sentiva nell’aria che avevano qualcosa da dirmi. Tutto
ad un tratto lei si schiarì e la voce e dopo aver avuto
l’assenso del marito con un’occhiata iniziò a parlare.
«Valentina… dobbiamo parlarti…» La voce era morbida,
apprensiva, ma ferma. «Come vedi in questa casa non ci
sono bambini perché io non posso avere figli. In questi
mesi io e Alberto ti abbiamo osservata e ci sei
piaciuta... Sei giovane, sana, bella e dai modi
delicati. Quindi abbiamo pensato, sempre che tu sia
d’accordo, che quel figlio tanto desiderato potresti
portarlo tu in questa casa.» Distolsi lo sguardo dal
libro e la guardai incredula: «Non capisco…» In realtà
avevo capito, ma quelle furono le sole due parole che
uscirono dalla mia bocca. Claudia mi unì le mani e le
strinse forte: «Tesoro, vogliamo che tu ci dia un
figlio. Ma non devi preoccuparti, sarà tutto pulito.
L’atto avverrà in modo naturale con me presente.
Penseremo a tutto noi e tu non avrai alcuna
responsabilità. Dovrai solo concederti e portarlo in
grembo, ma il bambino sarà nostro ed io sarò la madre,
formalmente e in ogni senso.»
Il mondo si inclinò
a 180 gradi, il soffitto prese il posto del pavimento e
viceversa. Sentii il sudore scendermi lungo la schiena,
ma non pensai al bambino, bensì all’atto vero e proprio.
Istintivamente girai gli occhi verso quell’uomo adulto,
estraneo, che sarebbe entrato dentro di me. Per un
attimo sentii quasi ribrezzo, pensando che avrei dovuto
farci l’amore e per giunta con lei presente. In quel
momento non riuscii a distinguere l’assurdità dallo
schifo, la vergogna dalla nausea. E poi subito dopo
pensai al bambino che sarebbe nato, un figlio che non
sarebbe mai stato mio. L’avrei portato in grembo, ma poi
me lo avrebbero strappato via, come tutto il resto della
mia vita finora. Non mi vennero parole per mostrare
il mio disgusto, scoppiai a piangere e subito dopo mi
alzai di scatto e mi rifugiai in camera mia. Loro non mi
seguirono, forse avevano già immaginato la mia reazione.
In camera sprofondai nel letto, mi sentivo
misera, disgraziata come tutta la mia vita, mi diedi
dell’ingenua pensando che avrei dovuto immaginarlo che a
questo mondo non si fa nulla per nulla. Con gli occhi
gonfi di pianto mi guardai allo specchio. Mi chiesi
perché mai avessero scelto proprio me. Ero bella sì, ma
non come Claudia! Non ero bionda, tantomeno alta, né
algida come lei, fissai le mie curve morbide, il viso
irregolare, i capelli castani disordinati, il corpo
ancora da ragazza. La mia mente divenne un turbine
di pensieri: «Avrei provato piacere?» «Avrei sentito
dolore?» «Come sarebbe stato l’amore con un uomo di più
di venti anni più di me?» E soprattutto: «Avevo qualche
alternativa?»
******
Sapevo che loro
attendevano una risposta e per due giorni non uscii
dalla mia stanza. Rimandavo quel confronto anche perché
significava fare la valigia e camminare chissà per dove.
Dovevo prendere tempo, ma non avevo risposte a quelle
domande. La mattina del terzo giorno scappai da
quella casa. Alle cinque e mezzo, quando la villa era
ancora immersa nel silenzio Chiusi la porta della mia
camera senza far rumore e scesi le scale scalza, le
scarpe in mano. Il parquet freddo sotto i piedi mi
ricordava che ero ancora viva, che il corpo rispondeva,
che poteva scappare. Attraversai il giardino come una
ladra della mia stessa vita. Le rose di Claudia
sembravano guardarmi con i loro petali pesanti di
rugiada, quasi a volermi rimproverare. Corsi. Corsi
finché i polmoni bruciarono e le gambe tremarono.
Attraversai il viale ancora addormentato, superai il
cancello grande senza guardarmi indietro. L’asfalto
sotto le suole mi restituiva una sensazione brutale di
realtà. Non avevo un piano. Avevo solo il bisogno
animale di mettere distanza tra me e quella proposta che
mi aveva spogliata più di qualsiasi mano.
Arrivai
alla curva maledetta senza quasi accorgermene. Il punto
esatto era lì, anonimo come tutti gli altri tratti di
quella provinciale. Nessun segno, nessuna croce, nessun
fiore. Solo asfalto grigio e il guardrail nuovo che
aveva sostituito quello distrutto. Mi fermai, piegata in
due, le mani sulle ginocchia, il respiro che raschiava
in gola. Mi sedetti sul ciglio, proprio dove ero stata
quella notte con i lampeggianti blu che mi ferivano gli
occhi. Il sole stava salendo, indifferente. Chiusi gli
occhi e rividi tutto: la berlina grigia accartocciata,
la testa di papà piegata in quel modo osceno, gli occhi
aperti di mamma che non guardavano più niente.
«Perché proprio io?» Mormorai, ma la domanda non
riguardava più solo l’incidente. Riguardava Claudia e
Alberto. Perché avevano scelto me tra tutte le ragazze
disperate che potevano trovare? Forse perché ero proprio
quella materia grezza. La creta da modellare. Mi
tornarono in mente le loro parole, fredde e chirurgiche.
«L’atto avverrà in modo naturale con me presente.»
Quelle parole mi facevano rivoltare lo stomaco. Non era
solo il sesso con Alberto. Era l’idea di farlo davanti a
lei. Di essere osservata mentre venivo penetrata.
Claudia voleva esserci per controllare tutto: il
momento, l’angolazione, il piacere, la sottomissione.
Voleva essere la vera madre anche in quel preciso
istante di concepimento. Io sarei stata solo l’utero
caldo e giovane. Eppure… eppure una parte di me, quella
più oscura e spaventata, si chiedeva quanto sarebbe
stato davvero terribile.
Avevo ventitré anni e da
mesi non toccavo nessuno. Il mio corpo era intorpidito
dal lutto, ma non morto. A volte, la notte nella loro
villa, quando il silenzio era assoluto, mi ero toccata
pensando a mani sconosciute. Poi mi vergognavo. Ora
quella vergogna si mescolava a una curiosità malsana:
come sarebbe stato sentire un uomo adulto dentro di me?
Avrei provato dolore? Piacere? Umiliazione? O forse, in
quel groviglio di emozioni, anche una forma perversa di
sollievo – la sensazione di essere utile a qualcuno, di
avere finalmente uno scopo concreto in cambio di un
tetto, cibo, sicurezza? Mi abbracciai le ginocchia.
«Sei patetica, Valentina.» Perché la verità, nuda e
brutale, era che non avevo alternative reali. Tornare
dai parenti lontani che mi avevano già dimenticata?
Dormire in in qualche centro di accoglienza? Cercare un
lavoro precario? La proposta di Claudia e Alberto era
oscena, manipolatoria, forse anche illegale nella forma
in cui la volevano, ma era anche una rete di salvataggio
tessuta con seta e veleno.
Restai lì quasi due
ore. Il sole saliva, le auto passavano ogni tanto.
Nessuno si fermò. Ero di nuovo invisibile al mondo. Alla
fine, mi alzai. Le gambe mi facevano male, la bocca era
secca. Guardai la strada che proseguiva verso il paese e
quella che tornava indietro, verso la villa bianca con
le rose rosse. Non sapevo ancora cosa avrei risposto. Ma
sapevo che sarei tornata. Non perché avessi deciso di
accettare, ma perché non avevo ancora deciso di
rifiutare del tutto. E quella sospensione, quel limbo
vergognoso, era già di per sé una forma di resa. Mentre
camminavo lentamente verso la villa, sentivo dentro di
me due voci che litigavano. Una urlava: Non sei una
ragazza in affitto. L’altra, più bassa, più stanca, più
sincera, sussurrava: Forse lo sei già da quella notte
sulla curva. E nessuna delle due aveva torto.
Al
mio ritorno Claudia stava facendo colazione in veranda,
mi sorrise e fece finta di niente. Forse sapeva, aveva
previsto quella fuga, forse era tutto sotto controllo.
Stanca e sudata mi sedetti davanti a lei. Presi solo un
caffè e lei premurosa e gentile come al solito anticipò
le mie parole: «Tesoro noi non vogliamo farti del male,
ma tu sei l’unica nostra possibilità. Sai, abbiamo
provato pratiche alternative senza risultato come
l’inseminazione artificiale e per l’adozione stiamo in
lista da tre anni.» Poi vedendomi con gli occhi gonfi
aggiunse: «Tesoro, se non te la senti non c’è problema,
puoi dirmi di no e riprendere la tua vita e decidere il
tuo destino.» Vero avrei potuto farlo, ma a che
prezzo? Allora La guardai fissa negli occhi. Non era una
donna cattiva. Le chiesi: «Dopo il bambino cosa ne sarà
di me?» Lei si alzò e mi accarezzò i capelli: «Tu farai
sempre parte della famiglia, il bambino che nascerà sarà
come se fosse tuo fratello e dopo il parto ti aiuteremo
a trovare la tua strada.» Accettai. Il fato rideva di
me.
******
Loro avevano già in mente ogni
cosa e i giorni precedenti all’atto si susseguirono in
una lenta, implacabile liturgia di preparazione. Dopo
due giorni, arrivò l’estetista: una ragazza minuta,
orientale, vestita di bianco, che non pronunciò una solo
parola. Mi fece stendere sul lettino coperto da un telo
bianco immacolato. Le sue mani erano fredde, precise.
Depilò ogni centimetro del mio corpo, ascelle, braccia,
gambe e pube una cura chirurgica. Claudia assisteva
seduta su una poltrona. «Devi essere liscia come una
vergine appena nata.» Diceva ogni volta che mi vedeva
trasalire. «Niente deve ostacolare il concepimento.»
Quando l’estetista se ne andò, Claudia prese una
boccetta di olio di mandorla dolce mescolato con essenza
di gelsomino. Mi fece rimanere nuda sul letto e cominciò
a massaggiarmi. Le sue dita scivolavano lente,
insistenti. Partiva dalle caviglie, risaliva lungo i
polpacci, si soffermava dietro le ginocchia, poi sulle
cosce interne, sempre più vicino al sesso già esposto e
reso ancora più sensibile dalla depilazione. Quando
arrivò al ventre, lo massaggiò in cerchi ampi, premendo
appena sotto l’ombelico come a voler preparare lo spazio
interno.
«Senti come sei vuota?» Sussurrò
dolcemente. «Sei un vaso di porcellana. Vedrai, lui è un
bravo amatore, ti riempirà fino a traboccare.» Mi
fece provare una camicia da notte dopo l’altra. Tutte
bianche, tutte di voile o pizzo talmente trasparente che
sembravo nuda. Si fermava davanti a me, inclinava la
testa dubbiosa. Quella che scelse alla fine era quasi
impalpabile: scendeva fino a metà coscia, con due
spalline sottili e uno scollo profondo che lasciava
intravedere l’attaccatura dei seni. Niente
mutandine, niente reggiseno. Mi faceva camminare per la
stanza per provare l’effetto. Mi ordinava di fermarmi,
di chinarmi, di aprire leggermente le gambe. Mi guardava
come se fossero gli occhi di Alberto. Poi veniva dietro
di me, sollevava l’orlo della camicia e passava due dita
tra le grandi labbra umide. «Perfetta.» Diceva,
mostrandomi le dita lucide. «Dovrai essere così, già
pronta, la tua carne non deve opporre resistenza e lui
dovrà solo spingere e affondare fino in fondo.»
La sera, prima di dormire, mi faceva sdraiare a gambe
aperte sul bordo del letto. Versava altro olio
direttamente sul mio sesso e lo spalmava con movimenti
lenti, circolari, senza mai penetrarmi davvero. Solo
sfioramenti, pressioni, dita che scivolavano lungo la
fessura, ma non entravano. Mi portava sull’orlo
dell’orgasmo e poi si fermava. «Il tuo piacere
personale non conta più tesoro. Tutto è finalizzato ad
essere madre.» Mi ripeteva dolcemente, quasi con
tenerezza. «Tu sei il recipiente. Il tuo compito è
aprirti, accogliere, essere fertile e accogliente fino
all’ultima goccia.»
E io, ogni giorno di più,
sentivo la mia identità sciogliersi. Non ero più
Valentina, una ragazza con desideri propri. Ero carne
offerta, pelle profumata, orifizi pronti con la mente
svuotata. Un vaso sacro che aspettava solo di essere
farcito, violato, consacrato da un uomo adulto ed
estraneo. Claudia dopo il mio ciclo calcolò il mio
periodo più fertile e la notte prima dell’atto, mi fece
indossare la camicia che aveva scelto e mi legò i polsi
con un nastro di seta bianco alla spalliera del letto.
Forse temeva che fuggissi di nuovo o forse era solo
l’apoteosi finale dell’atto di sottomissione. Mi
baciò sulla fronte, come si fa con le spose prima di
consegnarle all’altare. «Devi essere perfetta per lui.
Domani sarai sua. Completamente. Dovrai ringraziarlo per
il dono che ti farà.» Rimasi lì, legata, bagnata,
tremante, il cuore che batteva tra le gambe, pronta a
essere sacrificata.
******
Quella sera
arrivò. La camera matrimoniale odorava di incenso
orientale e rose recise. Musica bassa, flauti e violini
lontani. Entrai scalza accompagnata da Claudia.
Indossavo solo quella camicia da notte bianca,
virginale, trasparente. Niente sotto. I capelli sciolti.
Claudia si sedette per prima sul letto, con la schiena
contro la spalliera e le gambe larghe. Mi fece cenno
senza parlare di distendermi a pancia in su davanti a
lei con la testa tra le sue gambe che mi stringevano
come una morsa amorevole e possessiva. Guardavo il
soffitto e sentivo il calore del suo sesso contro i miei
capelli. Rimanemmo in quella posizione per alcuni minuti
mentre lei sistemava la mia testa in modo che il
contatto con il suo sesso fosse totale, avvolgente,
assoluto. Mi disse che voleva replicare esattamente la
scena vista in una serie televisiva americana che
parlava di coppie sterili che reclutavano ragazze
fertili con lo scopo di dar loro dei figli.
Alberto entrò poco dopo. In piedi davanti a me, si
sbottonò lentamente la patta dei pantaloni senza dire
una parola. Era già eccitato. Mi prese per le caviglie e
mi allargò le cosce con decisione. Nessun preliminare,
nessuna accortezza. Io ero stata oliata a dovere per cui
lo sentii scivolare dentro me in un colpo solo,
profondo, invadente, senza nessuna resistenza. Ansimai.
Era grosso, adulto, diverso da Luca.
Mentre lui
spingeva ritmicamente, Claudia si strusciava sulla mia
testa, gemendo. Mi disse: «Tesoro, ora io e te siamo una
cosa sola e dobbiamo venire insieme.» Poi si rivolse a
suo marito: «Amore, spingi… spingi più forte. Scopami…
scopaci come se fossimo un’unica fica.» Lui a quelle
parole si fece più deciso ed io emisi un suono
strozzato, tra il singhiozzo e il gemito. Claudia mi
strinse forte, affondando le unghie nel mio fianco.
«Sì… così…» Ansimò, come se fosse lei a essere
penetrata. «Senti come ci prende? È dentro di me… dentro
di noi.» Ogni spinta di Alberto era accompagnata dai
movimenti del corpo di Claudia dietro di me. Lei
spingeva il bacino in avanti quando lui affondava, come
se volesse far penetrare il marito anche dentro di sé
attraverso il mio corpo.
«Più forte, amore.»
Ordinava Claudia, la voce sempre più flebile. «Scopala…
scopami. Riempici.» Io ero schiacciata tra loro due.
Alberto dentro di me, potente, sudato, che spingeva con
un ritmo sempre più animale. Il corpo di Claudia dietro,
che si muoveva come un’ombra possessiva e mi teneva
aperta per il marito. Dentro di me c’era un caos
assoluto. Il disgusto era reale, la vergogna bruciante.
Ma anche il mio corpo, traditore, rispondeva. Sentivo
ogni vena del suo pene che scivolava dentro di me e mi
colpiva in fondo. Claudia non smetteva di sussurrarmi
parole oscene e deliranti. «Siamo la stessa fica… senti
come ci allarga? Come ci riempie? Vieni con me,
Valentina… vieni mentre lui ci feconda.»
Alberto
grugniva, le spinte diventavano più violente. Mi teneva
le cosce aperte, le mani forti piantate nella carne.
Rispose a sua moglie: «Sì. Così Claudia, avvolgimi, sei
stupenda.» Io ero tra loro, viva, partecipe, ma anche
il nulla assoluto, e nonostante questo ebbi un primo
orgasmo violento e subito dopo un altro, un fiotto
abbondante di nettare intriso di piacere ed umiliazione.
Il corpo stava tradendo la mia anima e contro la mia
volontà urlai a lui di non smettere. Fu un orgasmo
strappato, quasi doloroso. Claudia mi tirò i capelli per
quell’audacia, ma anche lei non riuscì a trattenersi e
venne tra i miei capelli, come se lo stesse provando
davvero, il corpo che tremava contro il mio.
Non
passò che qualche secondo e tenendoci per mano sentimmo
Alberto lanciare un grido cavernoso svuotandosi dentro
di me. Claudia sollevò il mio bacino, impedendomi di
muovermi, come se volesse far arrivare ogni goccia il
più in profondità possibile, poi sussurrò con voce rotta
dall’orgasmo: «Grazie amore per avermi scopata. Mi darai
un figlio bellissimo, che ti meriti.» Poi rivolta a me
aggiunse: «Brava, tesoro… lo hai preso tutto. Ora siamo
davvero una cosa sola.» Per la prima volta dopo la
morte dei miei genitori, mi sentii completamente,
irrimediabilmente, persa. Non più solo orfana. Ma
affittata, usata, posseduta nell’anima prima ancora che
nel corpo. Lui si rivestì e baciò sua moglie, lei mi
disse di non muovermi e rimanere distesa. Ero sconvolta!
Avrei voluto urlare, ribellarmi, fuggire da quella notte
surreale. Ma obbedii, non avevo più dove andare, ogni
tentativo di ribellione si era esaurito. Ero già dentro
il meccanismo del destino.
Rimasi lì, immobile,
con le gambe tirate su, ancora aperte, sentivo il seme
caldo di Alberto risalire. Dentro di me si agitava una
tempesta silenziosa e devastante. La mia anima si
contorceva in un’angoscia profonda, quasi mistica. Mi
sentivo violata nel modo più intimo possibile: era come
se avessero scavato dentro il mio essere, rubandomi
qualcosa di irreparabile. Eppure, proprio in quel vuoto,
provavo un piacere oscuro, viscerale, che mi faceva
vergognare di me stessa. Ero stata umiliata, usata come
un oggetto, un ponte tra i loro desideri, un semplice
canale per il loro amplesso distorto.
Claudia mi
aveva trasformata nella sua estensione, nella sua “fica
surrogata”, e io avevo goduto. Addirittura, gli avevo
urlato di non smettere. Quella consapevolezza bruciava
più di qualsiasi spinta. Mi sentivo sporca, contaminata,
eppure stranamente piena. Piena del loro seme, della
loro perversione, della mia resa. C’era paura, una
paura gelida che mi stringeva lo stomaco: la possibilità
di un figlio, di un legame irreversibile con quell’uomo
che avevo appena accolto dentro di me senza amore, solo
per obbedienza e per la speranza malata di sua moglie.
Ma più della paura c’era una resa profonda, quasi dolce
nella sua tragicità. Non ero più Valentina. Ero il vaso.
Ero la sposa sacrificale che aveva appena ricevuto la
sua consacrazione.
Le lacrime mi scivolarono
silenziose lungo le tempie, finendo tra i capelli ancora
umidi del piacere di Claudia. Non singhiozzavo. Piangevo
in silenzio, con una dignità rotta. Ero spezzata e,
nello stesso istante, mi sentivo utile. Appartenevo a
loro, ormai. E quella verità mi terrorizzava e mi faceva
sentire importante in egual misura, lasciandomi vuota e
traboccante allo stesso tempo.
******
Per cinque sere ripetemmo il rito. Ogni volta la stessa
posizione, la stessa umiliazione estatica. Io ero già
pronta sul letto, distesa sulla schiena, la camicia da
notte bianca sollevata fino alla vita, le gambe aperte e
le ginocchia leggermente piegate, la mia fica nuda come
un altare offerto. Claudia mi preparava con cura
maniacale: olio profumato sul corpo, qualche goccia di
lubrificante aggiuntivo sul sesso depilato e gonfio, i
polsi legati con il nastro di seta solo per ricordarmi
che non potevo sottrarmi. Ogni sera era identica nel
rituale, eppure diverso nella profondità della mia resa.
Claudia era dietro di me. Alberto si sbottonava i
pantaloni, tirava fuori il suo pene già duro, me lo
appoggiava contro l’apertura e affondava in un’unica
spinta lunga e brutale. Non c’erano baci, non c’erano
carezze preliminari. Solo quella penetrazione diretta,
possessiva, che mi strappava sempre un gemito strozzato.
Sentivo ogni vena, ogni centimetro di lui allargarmi,
occuparmi, rivendicarmi. Mentre lui pompava con ritmo
crescente, Claudia premeva il suo sesso caldo contro la
mia testa. Quando percepiva che non ero totalmente
partecipe mi accarezzava i seni, stringeva i miei
capezzoli, mi sussurrava di allargare di più le cosce e
offrire al suo uomo non solo la fica, ma tutta me
stessa.
Ma non era così, non c’era amore in
quell’atto, Alberto non mi toccava mai, solo a lei era
concesso. Poi quando lui aumentava il ritmo lei si
strusciava con movimenti lenti e circolari, usandomi
come un giocattolo vivente. «Riempila amore come se
stessi riempiendo me.» Diceva prima dell’orgasmo e
Alberto obbediva. Spingeva più forte, più a fondo. Il
suono osceno della carne che si univa riempiva la stanza
insieme ai nostri gemiti. Io venivo sempre per prima: un
orgasmo violento, quasi doloroso, che mi faceva
contrarre intorno al suo membro durissimo. Poi un
secondo orgasmo, più liquido, più umiliante, mentre
Claudia mi invitava a rilassarmi per accoglierlo fino
all’ultima goccia.
La quinta sera fu la più
intensa. Alberto sembrava posseduto. Mi scopò con una
furia cieca, tenendomi le cosce spalancate. Quando
venne, gridò più del solito, riversando dentro di me
fiotti abbondanti del suo essere maschio. Claudia tremò
in un orgasmo prolungato, inondandomi. Dopo, mi
coccolarono. Alberto non andò via come aveva fatto le
sere precedenti. Si sdraiò da un lato, Claudia
dall’altro. Mi presero tra loro come una bambina
preziosa. Alberto mi accarezzò i capelli, la fronte, le
guance, le labbra, ma non andò oltre. Claudia invece mi
sussurrò parole dolci e perverse: «Brava la mia sposa.
Sei stata perfetta.» Mentre mi passava la sua mano
leggera sul ventre, premendo piano come a voler spingere
il seme di suo marito più in profondità.
Poi mi
pulirono con un asciugamano morbido e profumato
massaggiandomi le gambe indolenzite. Mi tenevano
stretta, nuda tra i loro corpi ancora accaldati, mentre
io giacevo in silenzio, tremante. Quelle coccole
erano peggio della scopata stessa. Perché mentre il mio
corpo veniva calmato e accudito, la mia mente
precipitava. Mi sentivo al centro dell’attenzione,
utile, amata, apprezzata e contemporaneamente
annientata. Stavo perdendo pezzi di me. Il piacere
che provavo mi terrorizzava: era diventato una
dipendenza oscura, un bisogno di essere svuotata e poi
riempita di nuovo. Dentro di me si mescolavano
un’eccitazione malata e una tristezza profonda, quasi
metafisica. Piansi in silenzio e loro senza chiedere
spiegazioni leccarono le mie lacrime. Sapevo che stavo
scomparendo. E la cosa più spaventosa era che una parte
di me non voleva più tornare indietro. Desideravo la
sesta sera. E la settima, ma ovviamente non vennero.
******
Aspettammo l’esito, Claudia era
impaziente, alternava momenti di euforia a depressioni
profonde, ma, purtroppo, dopo due settimane arrivò
regolarmente il ciclo. Le diedi la notizia una mattina
mentre facevamo colazione. Claudia strinse le labbra, si
alzò di scatto barcollando. Era furibonda. Mi disse
d’impeto: «Valentina, devi concentrarti di più. Devi
essere più disponibile, più sensuale, più donna. Un
figlio non nasce meccanicamente, cazzo. Alberto ha
bisogno di una donna vera, come me, deve essere
stimolato.» Mi parlava come a una figlia disobbediente.
Come se avessi fatto un guaio e tutto il resto fosse
normale!
Io risposi dispiaciuta. «Claudia… ma
queste sono le tue condizioni… non posso toccarlo, non
mi sento libera in quei momenti… devo solo… aprire le
gambe.» «Lo so. Ma forse non basta.» Quel
dispiacere durò qualche giorno, poi l’atmosfera in casa
si rasserenò ed io ripresi la mia vita normale
tuffandomi sui libri. Nel frattempo, mi ero iscritta ad
una università online e avevo dato un esame prendendo
trenta e lode. Non avevo incombenze durante la giornata,
tranne quelle di rifarmi il letto la mattina e
rispettare gli orari di pranzo e cena.
Il secondo
mese fu diverso. Claudia decise che mi sarei dovuta
trasferire per quei cinque giorni fertili nella loro
camera matrimoniale e non mi sarei dovuta alzare per
nessuna ragione. Lei si trasferì nella mia stanza,
mentre Alberto dormiva sul divano in camera da pranzo.
Ma anche quel tentativo fu inutile. Mi portarono da un
ginecologo, sempre sotto stretta sorveglianza feci
qualche analisi, tutto bene, non avevo nulla che non
funzionasse.
Una sera dopo cena sentii le loro
voci provenire dalla sala da pranzo. «Ma non ti piace la
ragazza?» Chiese Claudia con la voce tesa. «È bella,
giovane, depilata, sempre oliata e pronta per te. Cosa
ti manca per metterla incinta? Sono io quella che non
può avere figli, non tu!» Ci fu un momento di
silenzio. Sentii Alberto sospirare pesantemente.
«Claudia… non è così semplice.» «No? E allora cosa
c’è?» Il tono di lei si fece più acuto, velenoso.
«Sono due volte per cinque sere che ti svuoti dentro di
lei come un toro e ancora niente. Lo sperma ce l’hai, è
sano, lei è perfetta, il medico l’ha confermato.
Quindi?» Alberto abbassò la voce, ma io riuscivo
comunque a sentire ogni parola. «Mi piace, sì. È
stretta, calda, ubbidiente. Il suo corpo reagisce bene.
Forse dipende da me, il mio sperma non è abbondante. È
come… scopare un vaso di porcellana. Forse è quello.
Manca qualcosa.»
Claudia rise, una risata breve
e amara. «Secondo me sbagli, non sei tu la causa, ma è
lei che è troppo passiva. Si apre, prende tutto, ma non
ti desidera davvero, non desidera essere madre. Tutto
troppo meccanico.» Lui non rispose e lei aggiunse:
«Amore… Vuoi che le permetta di baciarti? Che ti guardi
negli occhi mentre la scopi? Vuoi che ti abbracci mentre
vieni dentro di lei? Per una giusta causa chiuderei un
occhio.» Il silenzio che seguì fu carico di
tensione. Sentii i passi di Claudia avvicinarsi e poi
allontanarsi di nuovo. «Oltre allo sperma serve
sintonia, Alberto. Lo sento. Lo vedo. Tu entri, spingi,
vieni e te ne vai. E lei è ancora troppo la mia fantasia
e troppo poco la tua donna.»
Alberto rispose con
un tono ancora più basso, quasi stanco: «Sei tu che hai
imposto le regole, Claudia. Niente baci, niente carezze,
niente parole tra me e lei. Solo cazzo e fica. Sei tu
che volevi che fosse solo un contenitore.» «Lo so!»
Sbottò lei, la voce rotta. «Lo so che sono stata io!
Mi sono illusa che sarebbe bastato, ma forse ho
sbagliato. Il suo corpo ti rifiuta, forse per metterla
incinta serve più sintonia tra voi. Che tu la desideri
veramente, che lei si senta presa, posseduta, voluta.
Non solo usata.»
Sentii il rumore di un bicchiere
posato con forza su un mobile. «Dimmi la verità.»
Continuò Claudia, quasi supplichevole. «Quando sei
dentro di lei… pensi a me? O pensi solo a fotterla?»
Alberto esitò prima di rispondere. «Penso a te, solo
a te. Io scopo te, non lei. Lei è giovane, Claudia,
forse in quel momento pensa ad altro, al suo vecchio
ragazzo e quando viene… non si contrae a dovere, non mi
avvolge. Insomma, non c’è fusione tra noi.» Claudia
rimase in silenzio per qualche secondo. Quando parlò di
nuovo, il suo tono era carico di gelosia e di
eccitazione malata. «Allora cambiamo le regole. Da
domani voglio che tu la baci. Che la tocchi. Che le
parli mentre la scopi. Voglio che la fai sentire tua,
anche solo per quei giorni. Cazzo, voglio che la metta
incinta, Alberto. E se per farlo devi desiderarla
davvero… allora desiderala e fatti desiderare.»
Alberto emise una specie di grugnito. «E tu? Non sarai
gelosa?» «Lo sono già.» Ammise lei con la voce
tremante. «Ma preferisco impazzire di gelosia sapendo
che dentro di lei crescerà nostro figlio, piuttosto che
restare con questo vuoto.»
Rimasi immobile nel
letto, il cuore che mi pompava irregolare nel petto. Le
loro parole mi avevano colpita come pugni. Non ero più
solo il vaso sacro, la fica surrogata. Stavano per
trasformarmi in qualcosa di ancora più pericoloso: una
vera amante da fecondare. E la cosa peggiore era che,
nel profondo del mio ventre una parte di me aveva già
cominciato a desiderare quel cambiamento.
******
Claudia era combattuta, lo capivo dal
tono. Il destino spingeva anche lei. Alla fine, cedette,
mi chiamò e mi disse: «Un’ora al giorno per conoscervi.
Solo voi due. Senza di me. Ma non fare la cretina,
ricordati che tutto ciò ha una sola finalità… Non
abbiamo molto tempo, qualcuno là fuori ti starà cercando
e tu devi rimanere incinta al più presto!» Risposi
che non mi sentivo in colpa e che forse il destino non
era ancora pronto quanto me, ma dentro di me sapevo che
in quel gioco perverso si stava aprendo una grossa
crepa. Il giardino delle rose diventò più buio, le
ombre più lunghe. Io, Valentina, orfana del mondo,
galleggiavo in questa realtà fatale, gambe aperte per un
figlio per ora mai nato e che non sarebbe mai stato mio,
mentre il piacere e l’orrore si intrecciavano come le
rose selvatiche che nessuno pota. Chissà se il ciclo
successivo avrebbe portato vita. O solo un’altra,
dolcissima, inevitabile rovina.
I primi giorni di
quell’ora solitaria furono carichi di un imbarazzo
elettrico. Alberto entrava nella mia stanza verso il
tramonto, chiudeva la porta alle sue spalle e l’aria
nella stanza diventava subito più densa. Io ero lì,
distesa sul letto, ma vestita di tutto punto. In effetti
anche se avevamo già scopato e lui era entrato in me per
ben dieci volte, eravamo due perfetti sconosciuti.
Lui mi guardava con uno sguardo diverso, più pesante,
senza la presenza di Claudia a filtrare tutto. Sapevo
che l’intento era quello di costruire un rapporto, di
essere più spontanei.
Le prime volte lui si
sedeva sul bordo del letto e iniziava a parlarmi. Mi
raccontava del suo lavoro, del desiderio di avere un
bambino, ma anche di Claudia, come si erano conosciuti e
quanto ancora oggi dopo vent’anni si amassero… Pian
piano lo sentii più vicino ed anche io riuscii ad
aprirmi. All’inizio restavamo distanti, come due
estranei costretti a un’intimità forzata. Io rimanevo
seduta contro la spalliera del letto con le ginocchia
raccolte. Le regole di Claudia erano chiare: quell’ora
era per “conoscersi”, non per lasciarsi andare. Eppure,
già la terza sera, mentre parlavamo a voce bassa,
Alberto allungò lentamente la mano e posò il palmo sul
dorso della mia. Non la strinse subito. Lasciò solo che
le nostre pelli si sfiorassero, come per verificare che
fossi reale. Io trasalii, ma non ritirai la mano. Il
suo calore era diverso da quello che sentivo quando mi
penetrava sotto lo sguardo di Claudia: più lento, più
consapevole. Pensai all’assurdità della cosa,
quell’uomo mi aveva scopata, eppure in quel momento
stavamo cercando insieme quell’intimità che non avevamo
mai avuto.
Dopo qualche secondo, le sue dita si
chiusero intorno alle mie. Non era un gesto possessivo.
Era quasi timido. «Sei bella, Valentina.» Mi disse
piano, guardandomi negli occhi per la prima volta. «Più
bella di quando sei distesa sotto di me… Lì è difficile
accorgersene. Ma così, vestita, con la luce del tramonto
sul viso… sei davvero bella.» Arrossii
violentemente. Nessuno mi aveva più parlato così da
moltissimo tempo, forse l’ultimo era stato mio padre...
Abbassai lo sguardo sulle nostre mani unite. Lui
continuò: «Claudia è… diversa. Forte, determinata,
bellissima, ma in un modo più maturo, più tagliente. Tu
invece hai una dolcezza che lei ha perso da anni. Quando
ti apro le gambe… sento che potresti spezzarti. E
questo, stranamente, mi eccita più di quanto voglia
ammettere.»
Le sue parole mi colpirono al basso
ventre come una carezza proibita. Strinsi le cosce
istintivamente. Alberto se ne accorse e sorrise appena,
un sorriso piccolo, quasi colpevole. «Lei è gelosa. Del
fatto che tu sia così giovane. Del fatto che il tuo
corpo mi possa ancora dare quello che il suo non può. Ma
è stata lei a volere tutto questo. E adesso… mi chiede
di avvicinarmi a te. Di desiderarti davvero.» Strinse
di nuovo la mia mano, stavolta più forte, intrecciando
le dita. Il pollice cominciò a tracciare piccoli cerchi
sul dorso della mia mano, un gesto ipnotico che mi fece
venire la pelle d’oca lungo il braccio. «Quando sono
dentro di te, m’impongo di pensare solo a lei. Ma ora so
che è uno sbaglio. Per avere un figlio da te, devo
meritarlo, penetrarti gli occhi, l’anima. «Sei tu che
porterai mio figlio.» Tacque. Nella stanza si
sentiva solo il nostro respiro. Io non sapevo cosa
rispondere. Una parte di me voleva ritrarsi, ricordargli
che ero lì per obbligo e disperazione, che lui anche col
mio consenso, mi aveva violentata. Ma l’altra parte di
me, quella più oscura, si crogiolava nel calore di
quella mano grande quasi paterna che teneva la mia come
se fossi qualcosa di prezioso e fragile allo stesso
tempo.
Alberto si avvicinò di qualche centimetro
sul bordo del letto, senza mai lasciare la mia mano.
«Dimmi qualcosa, Valentina. Dimmi cosa provi in quei
momenti. Dimmi la verità.» La sua voce era
pericolosamente intima. E io, per la prima volta da
quando ero entrata in quella casa, sentii che le regole
stavano già cominciando a incrinarsi. Fu esattamente in
quel preciso momento che le nostre labbra si unirono.
«Alberto, non dobbiamo...» Ma non era un rifiuto,
quella frase era la consapevolezza che si poteva
trasgredire a quelle regole. Lui rispose che per Claudia
il fine era più importante del mezzo e la nascita di un
bambino avrebbe coperto ogni cosa. E così avvenne.
******
Il giorno dopo parlammo
pochissimo. Quando Alberto entrò nella stanza, il
tramonto tingeva già le pareti di un arancione caldo e
denso. Questa volta chiuse la porta a chiave. Io, come
al solito, ero seduta sul letto, ancora vestita, il
cuore che batteva già troppo forte. Lui mi guardò per
qualche secondo, come se stesse decidendo qualcosa
dentro di sé, poi si tolse le scarpe e si distese
accanto a me. Il materasso si abbassò sotto il suo peso.
Il suo corpo grande e caldo si avvicinò al mio fino
sfiorandomi. Non ci furono preamboli. Mi prese il
viso tra le mani e mi baciò sulla bocca. Fu un bacio
lento, profondo, quasi esplorativo. Le sue labbra erano
più morbide di sempre, la lingua calda e insistente che
cercava la mia con impazienza. Sentii il sapore di caffè
e di qualcosa di più maschile, di lui. Gemetti piano
contro la sua bocca, sorpresa da quell’intimità
improvvisa. Le sue mani scesero lungo il mio collo,
poi sul petto. Mi sbottonò lentamente la camicetta,
quasi con reverenza, e quando i miei seni furono nudi li
coprì di baci leggeri, poi più avidi. Succhiò un
capezzolo con calma, facendolo inturgidire tra le
labbra, mentre con la mano accarezzava l’altro,
stringendolo appena. Ogni passaggio della sua lingua
mandava scariche elettriche fino al basso ventre. Io
respiravo sempre più affannosamente, le dita infilate
tra i suoi capelli.
Non disse una parola.
Continuò a scendere, baciandomi la pancia, l’ombelico.
Mi sfilò la gonna e le mutandine con gesti sicuri, ma
senza fretta, facendomi sollevare i fianchi. Quando fui
completamente nuda sotto di lui, mi aprì le cosce con le
mani grandi e si sistemò tra loro. Il primo contatto
della sua lingua sulla mia fica già bagnata mi strappò
un gemito lungo e tremante. Era calda, bagnata, vorace.
Lui mi leccò lentamente quasi venerandomi,
assaporandomi, risalendo fino al clitoride gonfio che
succhiò con delicatezza esasperante. Poi spinse la
lingua più in basso, entrando appena dentro di me, per
poi tornare su con movimenti circolari sempre più
precisi.
Mi aggrappai alle lenzuola. Le mie cosce
tremavano e avvolgevano la sua testa. Lui mi teneva
aperta, mentre la bocca lavorava con una dedizione quasi
devota. Il suono umido e osceno della sua lingua che mi
divorava riempiva la stanza insieme ai miei respiri.
«Alberto…» Riuscii solo a sussurrare, quasi senza voce.
Lui non rispose. Intensificò il ritmo, succhiandomi con
più forza, infilando due dita dentro di me e curvandole
proprio dove serviva. Venni violentemente, con un
orgasmo che mi travolse come un’onda calda e accecante.
Il mio sesso si contrasse intorno alle sue dita, mentre
lui continuava a leccarmi piano, prolungando le
contrazioni, bevendo ogni goccia del mio piacere.
Rimasi distesa, esausta, il petto che si alzava e
abbassava rapidamente, le gambe aperte e molli. Alberto
risalì lungo il mio corpo e si sdraiò accanto a me, il
viso lucido dei miei umori. Mi guardò e, per la prima
volta da quando era entrato, sorrise. Un sorriso vero,
complice, quasi divertito. Anch’io iniziai a ridere
piano, una risata liberatoria, nervosa, stupita. Ridevo
mentre ancora tremavo per l’orgasmo, il corpo ancora
sensibile e pulsante. «Questo non serve certo a farmi
rimanere incinta…» Mormorai coprendomi gli occhi con un
braccio, imbarazzata e leggera allo stesso tempo.
Alberto rise con me e mi attirò contro il suo petto,
baciandomi la fronte. «No, infatti.» Disse piano. «Ma è
stato bello sentirti venire così sulla mia lingua.»
Restammo così per qualche minuto, io nuda e ancora
bagnata tra le sue braccia, ridendo piano di quella
assurda intimità che non avrebbe prodotto alcun figlio,
ma che stava producendo qualcosa di molto più pericoloso
tra di noi.
******
Il giorno dopo
contai ogni minuto dell’attesa. Lo stavo desiderando!
Questa volta lo accolsi nuda. Lui entrò e mi baciò in
bocca, poi disse: «Ieri sera Claudia, mi ha chiesto come
sta andando tra noi. Ho risposto che ci vuole tempo per
creare intimità…» «Hai mentito per me? È gelosa
vero?» «Dire poco è un eufemismo... Ha voluto fare
l’amore…» Per la prima volta sentii una stretta al
cuore, ma lui non si fece attendere. Mi baciò di nuovo.
Baci profondi con la lingua che invadeva la mia bocca.
Mi mordeva le labbra, il collo, i seni. «Vale, in
quel momento pensavo a te!» «Non dirmelo ti prego! So
che vieni qui per creare solo un feeling tra noi. Per
dare un figlio a lei!»
Lui non parlò. Mi aprì
delicatamente le gambe e appoggiò il suo pene caldo tra
le mie labbra bagnate. Era la nostra prima volta! Lo
guardai dritto negli occhi, finché lo sentii scivolare
dentro di me. M’invase in un istante fino in fondo e
cominciò a muoversi con una delicatezza brutale, una
lentezza dolcissima che mi fece impazzire. Non era la
scopata rituale, meccanica. Era qualcosa di
tremendamente avvolgente, un uomo maturo che obbediva ai
desideri di una ragazzina. Perché io in quel momento non
desideravo altro e contro ogni logica, iniziai ad
apprezzarlo. Apprezzavo la forza controllata del suo
amore, il modo in cui mi guardava negli occhi mentre
affondava. Apprezzavo le sue mani che mi stringevano i
fianchi, le sue dita che mi accarezzavano il clitoride
con una precisione quasi crudele mentre era dentro di
me.
«Vale, dimmi che mi senti adesso, dimmi che
è diverso!» Lo era, eccome. Mentre spingeva, per
giustificarsi, mi disse: «È stata Claudia. Dall’inizio.
L’idea, le regole, la preparazione, il fatto che tu
fossi solo un vaso. Io ho accettato, ma… mi dispiace,
Valentina. Ora senti che non così.» Le sue parole mi
trafissero. Sentii qualcosa rompersi dentro il petto. Le
lacrime salirono veloci e lui le baciò una per una, con
una tenerezza feroce che mi fece contrarre violentemente
intorno al suo cazzo ancora duro. Da quel momento lo
sentii più vicino. Non come un padre, ma come un uomo
vero. Adulto. Pericolosamente attraente nella sua
maturità.
Senza Claudia nella stanza, Alberto si
lasciò andare del tutto. Mi sussurrava parole dolci:
«Sei così stretta… così calda. Sei diversa da Claudia.
Mi fai impazzire.» Mi prendeva con più passione,
tenendomi i polsi sopra la testa, accelerando solo
quando sentiva che stavo per venire, prolungando
l’agonia del piacere. Io mi aprivo di più, gli stringevo
la schiena con le gambe, gli graffiavo le spalle. Il mio
corpo lo reclamava. E la mia mente, sempre più confusa,
iniziava a desiderarlo davvero. Quell’ora al giorno
stava diventando la parte più pericolosa di tutto il
rituale. Perché mentre Claudia aspettava fuori, io,
sotto suo marito, cominciavo a sciogliermi tra le sue
braccia, tra i suoi baci che mi erano mancati da morire,
tra spinte che non erano più solo fecondazione, ma
qualcosa di molto più intimo e oscuro. E sentivo, con
terrore ed eccitazione crescente, che stavo iniziando a
volerlo.
Ma dentro di me infuriava una guerra
senza vincitori. Stavo cambiando e attraverso Alberto mi
sentivo più consapevole. Ogni giorno acquistavo potere e
sentivo Claudia come una rivale. Mentre il mio corpo
si inarcava sotto di lui, mentre godevo con gemiti
sempre più forti e sinceri, la mia anima urlava verso me
stessa. Provavo un piacere così intenso, così viscerale,
che mi spaventava. Ogni bacio di Alberto, ogni spinta
profonda, ogni “tesoro” che sussurrava contro il mio
orecchio mi faceva sciogliere. Non ero più solo il vaso.
Stavo diventando la sua amante. E questo mi eccitava in
modo osceno.
Nello stesso istante, però, una voce
fredda e tagliente mi lacerava: «Sei una puttana. Ti
stanno usando per fare un figlio e tu ti stai
innamorando del tuo carceriere.» Mi vergognavo di
quanto mi piacessero le sue mani grandi, della sicurezza
con cui mi prendeva, della differenza abissale tra il
suo corpo maturo e quello di Luca. Mi vergognavo di
desiderare quei baci che Claudia mi aveva negato per
settimane. Mi vergognavo di desiderarlo, di aspettare
freneticamente quell’ora, di stringerlo più forte quando
sentivo che stava per venire, di volere il suo seme
dentro di me non più solo per obbedienza, ma perché
iniziavo ad amarlo e una parte malata di me voleva
sentirsi davvero sua.
E poi c’era la paura. La
paura terribile che tutto questo stesse diventando
troppo reale. Che non fosse più solo un gioco perverso
che a Claudia era scappato di mano, ma qualcosa che
stava crescendo tra me e Alberto. Che se fossi rimasta
incinta, quel figlio sarebbe stato concepito non più nel
freddo rituale con la mia testa tra le cosce bagnate di
Claudia, ma nel calore di un desiderio sempre più
reciproco. Ero divisa in due. Una Valentina che fingeva
con Claudia e un’altra, oscura e affamata, che ogni
giorno apriva di più le gambe a suo marito, e contraeva
il ventre per spremerlo meglio quando lui veniva. Non
sapevo più chi fossi. Sapevo solo che, quando lui usciva
dalla stanza e Claudia rientrava con quel sorriso teso e
indagatore, io rimanevo lì, distesa, col suo seme che
colava tra le cosce e il cuore in frantumi, a chiedermi
quanto tempo ancora avrei resistito prima di
abbandonarmi completamente al buio dolce di quella
rovina.
******
Claudia stava perdendo
il controllo della sua stessa creazione, e lo sapeva. La
gelosia la consumava come acido lento. Ogni pomeriggio,
quando Alberto usciva dalla camera matrimoniale con
l’aria soddisfatta e leggermente stordita, lei lo
aspettava in corridoio con gli occhi lucidi e le braccia
incrociate. La sua voce, un tempo calda e autoritaria,
aveva preso una sfumatura acida. Stavo rischiando e
sapevo che solo la maternità l’avrebbe tranquillizzata
allontanando ogni sospetto.
Una sera, mentre ero
ancora distesa sul letto dopo l’amore con Alberto,
sentii la loro conversazione attraverso la porta
socchiusa. «Allora? Com’è andata oggi? Sono due
settimane che vi rinchiudete in quella stanza… Non mi
dire che non l’hai ancora conquistata e che non è ancora
pronta…» Alberto sospirò. «Claudia… è quello che
vuoi. Non essere gelosa ora.» «No. Io voglio un
figlio. Non che tu passassi un’ora al giorno a sbavarle
addosso come un ragazzino.» Fece una pausa, la voce
tremò. «La baci? Non ci credo che parlate soltanto…?»
«Dai tesoro, non fare la ridicola.» Silenzio.
«Diimmi la verità. Cosa provi per quella ragazza? Ti
intriga averla per un’ora a tua disposizione senza di
me? Ti fa sentire giovane?» La gelosia di Claudia
era palpabile, viscerale. Aveva creato il mostro e ora
il mostro stava sfuggendo dalle sue mani. Voleva il
figlio più di ogni cosa, ma ogni giorno vedeva suo
marito legarsi sempre più a me, e questo la stava
distruggendo.
Per cercare di riprendersi il
potere, iniziò a umiliarmi in modi nuovi. «Da oggi
non ti prepari più per lui.» Mi ordinò una mattina, con
gli occhi freddi. «Niente trucco. Niente capelli
pettinati. Voglio che tu sia sciatta. Voglio che puzzi
di sudore. Voglio che quando entra nella stanza ti veda
per quello che sei: una ragazzina qualunque che abbiamo
scelto solo perché ha l’utero giovane.»
Ma lo
sapeva che non sarebbe stato possibile, che rendendomi
meno attraente avrebbe vanificato il suo scopo primario.
Il giorno dopo si scusò e mi disse che forse quella non
era la soluzione ai suoi tormenti. Era disperata,
combattuta, le vidi il labbro inferiore tremare: «Pensi
di aver vinto, vero? Pensi che perché ti bacia e ti
parla dolce tu sia diventata importante? Sei solo una
fica con la pancia fertile. Nient’altro.» Si chinò
su di me, mi afferrò il viso con forza e aggiunse, a
voce bassa e velenosa: «Goditelo finché dura. Perché
quando sarai incinta, quando avrai partorito mio figlio
che io non posso dargli… ti butteremo fuori come uno
straccio. E lui tornerà da me. Lui non vuole la tua
fica, ma solo riempirtela per dargli un figlio.»
Ma mentre lo diceva, la sua voce si incrinò. Sapevamo
entrambe che stava mentendo. Il gioco era ormai nelle
mie mani. La crepa si stava allargando, e lei era
terrorizzata all’idea che presto non sarebbe più stata
in grado di controllarlo. Io, di nuovo viva, sentivo
dentro di me un misto devastante di trionfo, vergogna e
terrore. Claudia mi aveva voluta schiava, e ora era lei
a essere imprigionata dalla sua stessa gelosia. E il
peggio doveva ancora arrivare.
******
Il mese successivo, il terzo, ricominciammo le cinque
sedute. Io e Alberto avremmo voluto evitare quel
cerimoniale ormai inutile, anzi credevo davvero si
essere già incinta, me lo sentivo. Ma per quieto vivere
mi sottoposi come al solito a quel rito, con Claudia
dietro di me e la mia testa tra le sue cosce. Quando
Alberto entrò e mi vide già pronta, il suo sguardo si
incendiò. Mi prese con una foga maggiore del solito,
quasi animale. Nonostante le proibizioni di Claudia mi
strinse i fianchi con passione, affondando dentro di me
e addirittura sussurrando: «Così Valentina! Dai che
questa volta sarà diverso, lo sento, avvolgimi, muoviti
più forte, segui il mio ritmo, dobbiamo essere una cosa
sola…»
Claudia era furiosa, premeva il suo corpo
contro la mia testa come fossero strappate di odio, ma
nonostante questo sapeva che avrebbe dovuto godere
insieme a me per non vanificare l’illusione di essere
lei la donna scopata e quella che avrebbe donato un
figlio ad Alberto. Ripetemmo la scena tutti e tre per
cinque giorni, anche se io e Alberto trovavamo sempre il
tempo per vederci da soli. «Alberto spero davvero che
sia la volta buona…» «E se fosse una tragedia?» Eh
già in quella situazione il peggio era proprio il figlio
che doveva nascere. Cosa sarebbe successo dopo? Come si
sarebbe comportato lui? Chi avrebbe scelto tra le due
donne? Chi sarebbe stata la madre?
******
Quando al primo giorno di ritardo delle
mestruazioni il test di gravidanza mostrò quelle due
linee nette, rosse, inequivocabili, la casa sembrò
trattenere il respiro per qualche secondo. Poi esplose
in un silenzio denso, quasi sacro. Claudia fu la prima a
reagire. Era in ginocchio davanti a me nel bagno, dove
mi aveva trascinata per fare il test insieme. Quando
vide il risultato, le sue mani cominciarono a tremare.
Alzò lo sguardo su di me con gli occhi lucidi di lacrime
che non voleva lasciar cadere. «Ce l’abbiamo fatta…
tesoro. Sei stata magnifica! Cazzo non ci speravo più.»
Gridò con voce rotta. Mi abbracciò forte, premendo il
viso contro il mio ventre ancora piatto. «Ce
l’abbiamo fatta, Valentina. Grazie. Grazie.» La sua
soddisfazione era profonda, quasi religiosa.
S’immedesimò a tal punto che chiamando suo marito disse:
«Alberto, amore, sono incinta!»
Aveva vinto.
Aveva piegato la realtà al suo volere anche se, gioco
forza, aveva derogato alle sue stesse regole ferree,
concedendoci l’intimità, i baci, l’emozione. Quel figlio
era la prova che senza amore non sarebbe mai arrivato,
ma lei ancora non se ne rendeva conto. Anzi, la gelosia
che l’aveva tormentata per settimane ora sembrava
placata, trasformata in un trionfo amaro e dolce allo
stesso tempo. «Sono stata io a volere tutto questo.»
Mi disse quella sera, accarezzandomi i capelli con una
tenerezza possessiva. «Sono stata io a sceglierti, a
prepararti, a cederti a lui. E ora… ora porterai mio
figlio.»
Alberto, invece, reagì con una
commozione virile e profonda. Quando Claudia gli mostrò
il test, lui rimase immobile per lunghi secondi, poi mi
guardò. Non Claudia. Guardò me. Attraversò la stanza, mi
prese il viso tra le mani grandi e mi baciò sulla bocca,
lentamente, davanti a sua moglie. Un bacio vero, lungo,
carico di tutto quello che avevamo condiviso in segreto
in quell’ora al giorno. «È tutto merito tuo
Valentina…» Mormorò contro le mie labbra, la voce bassa
e vibrante. «È nato quando hai iniziato a crederci,
quando hai iniziato a stringermi e volermi dentro di
te.»
Per Alberto quel bambino era la redenzione
del loro gioco malato. Non era più il seme sparso dentro
un vaso. Era il frutto di un desiderio autentico, di ore
in cui aveva sentito una ragazzina sciogliersi tra le
sue braccia, gemere il suo nome, bagnarlo con un piacere
che non poteva essere simulato. Era orgoglioso. Era
commosso. Ed era spaventato dalla forza di ciò che aveva
provato.
Io, Valentina, ero il centro di quel
vortice. Quando vidi quelle due linee, un’onda calda e
gelida mi attraversò il corpo. Ero incinta. Portavo
dentro di me il figlio dell’uomo che mi aveva usata e
poi amata. Provavo una contentezza strana, malata,
profonda. Non era gioia pura. Era qualcosa di più
oscuro: la consapevolezza che quel bambino era nato dal
calore, dai baci rubati, dalle confessioni sussurrate,
dalle spinte appassionate di Alberto quando eravamo
soli. Non era il frutto di un rituale freddo e
umiliante, delle decine di penetrazioni mentre sua
moglie simulava Era il frutto di un legame che
nessuno di noi aveva previsto. Mi sentivo potente e
devastata allo stesso tempo. Quella notte mi fecero
sdraiare al centro del letto matrimoniale. Claudia da un
lato, Alberto dall’altro. Mi accarezzavano il ventre con
reverenza. Claudia lo baciava piano, sussurrando
promesse al bambino che sarebbe stato “suo”. Alberto mi
teneva la mano, stringendola forte, e ogni tanto cercava
il mio sguardo con un’intensità che mi faceva tremare.
Ero felice, in un modo contorto. Felice di aver dato
loro ciò che desideravano. Felice di sentire dentro di
me qualcosa di vivo nato dal piacere condiviso con
Alberto. Felice di non essere più solo un vaso, ma la
madre del loro desiderio. Eppure, nel profondo, sapevo
che quel figlio avrebbe sigillato per sempre la mia
prigionia. Non sarei mai più stata libera. Ero legata a
loro da carne e sangue. Il gioco perverso aveva generato
vita. E quella vita, dolce e inevitabile, sarebbe stata
la catena più bella e più crudele che potessero mettermi
addosso.
******
Davide nacque il
giorno di Natale, alle tre e diciassette del pomeriggio,
mentre fuori nevicava piano su una città silenziosa e
illuminata di luci. In casa regnava un’atmosfera
sospesa, quasi irreale. Era presente solo la levatrice,
una donna di cinquant’anni rassicurante. Viste le
circostanze Claudia aveva voluto quel parto in casa.
Io, sdraiata sul letto, sudata, esausta, con le
contrazioni che mi squarciavano come onde, stringevo la
mano di Alberto mentre Claudia mi tamponava la fronte
con un panno fresco. «Forza, Valentina… spingi. Ci
sei quasi.» Mormorava la levatrice. Quando finalmente
sentii quel piccolo corpo scivolare fuori da me, l’urlo
che mi uscì fu metà dolore, metà liberazione. La
levatrice lo sollevò, lo pulì rapidamente e me lo
appoggiò sul petto. Era caldo, viscido, vivo. Piccolo,
perfetto. Un ciuffo di capelli scuri e umidi gli stava
dritto sulla testa, come una piccola cresta ribelle. I
suoi occhi, ancora gonfi, si aprirono appena e cercarono
la luce.
«Oddio…» Sussurrai. Le lacrime mi
scesero senza controllo. Lo strinsi a me, sentendo il
suo cuore battere contro il mio. In quel momento era
mio. Solo mio. «Ciao, amore mio…» Claudia era in
ginocchio accanto al letto, le mani giunte davanti alla
bocca. Tremava. Quando la levatrice glielo porse per un
attimo, dopo aver controllato che tutto fosse a posto,
lei lo prese come se fosse di cristallo. Lo guardò con
un’intensità quasi spaventosa. «È perfetto.» Disse
con la voce strozzata piena di emozione. «Guardalo,
Alberto. Ha il tuo naso. Ha i tuoi lineamenti. Ma
somiglia anche a me vero?»
Alberto, in piedi
dietro di lei, non la contraddisse. Si chinò, baciò la
fronte del bambino, poi si voltò verso di me. Mi prese
il viso tra le mani grandi e mi baciò sulla bocca, un
bacio profondo, bagnato di lacrime. «Grazie,
Valentina. Grazie per averlo portato nel mondo. Sei
stata coraggiosa.» Claudia mi restituì Davide quasi
subito, ma solo perché potessi allattarlo. Appena si
attaccò al seno, succhiando con forza istintiva, lei si
mise accanto a noi e gli accarezzò la schiena con le
dita tremanti. «Il mio bambino.» Sussurrò. «Il mio
piccolo Davide. Mamma è qui. Mamma ti proteggerà per
sempre.» Non stava parlando a lui. Stava parlando a
se stessa ed io ero solo il mezzo che aveva reso
possibile il miracolo.
I primi mesi furono un
turbine di emozioni contrastanti. Di notte, quando
Davide piangeva, Claudia si alzava prima di tutti. La
sentivo camminare in corridoio, cullandolo, cantandogli
canzoni a bassa voce. Io lo allattavo, certo, e quei
momenti erano i più intimi e dolorosi: il suo corpicino
contro il mio, la sua bocca che mi mordeva il capezzolo,
il latte che saliva. Ma appena finiva, Claudia era lì,
pronta a riprenderlo. Una sera, mentre lo stavo
allattando sul divano, lei si sedette accanto a me. Mi
guardò con una tenerezza nuova, quasi dolce. «Lo sai
che ti sarò grata per sempre, vero?» Disse piano. «Ma
lui… lui è mio. Lo sento qui.» Si toccò il petto. «Come
se l’avessi partorito io. Non è strano? È come se il mio
corpo avesse finalmente capito che era arrivato il
momento.» Io annuii, con un groppo in gola. «Lo so.
Lo vedo come lo guardi.»
Alberto, invece, mi
guardava in modo diverso. Ogni volta che finiva di
lavorare veniva prima da me. Mi prendeva tra le braccia,
mi baciava il collo, mi sussurrava quanto mi desiderasse
ancora, nonostante il mio corpo cambiato. «Sei più
bella ora.» Mi disse una sera, mentre eravamo soli in
cucina. Mi aveva spinta contro il lavandino, una mano
sotto la maglietta larga, a stringermi un seno ancora
gonfio di latte. «Hai portato mio figlio. Hai il corpo
di una donna che ha amato davvero.» Mi baciò con
fame. Le sue dita scivolarono dentro i miei pantaloni
della tuta, trovandomi già bagnata. «Alberto… cosa
direbbe Claudia se ci vedesse?» Protestai debolmente.
«Claudia è con lui. Lasciami sentire che sei ancora
mia.» Mi prese lì, piano, con una dolcezza feroce,
mentre io mordevo la sua spalla per non urlare. Quando
venni, singhiozzando piano contro il suo collo, lui mi
tenne stretta e mi disse: «Ti amo, Valentina. Non è più
un gioco. Ti amo da morire».
******
Il tempo passò. Davide compì un anno. Era un bambino
vivace, con gli occhi scuri del padre e un sorriso che
illuminava la stanza. Quella sera, dopo aver spento la
candelina sulla piccola torta, Claudia lo portò a
dormire nella mia vecchia stanza, ormai diventata la
loro. Quando tornò in salotto, ci trovò abbracciati
sul divano. Non disse niente. Ci guardò a lungo, poi
sorrise. Un sorriso sereno, quasi liberatorio. «Credo
sia arrivato il momento», disse semplicemente. «Di
cosa?» chiesi io, incerta. «Di smettere di fingere.
Non sono cieca ed è giusto così. È colpa mia, ma sapevo
che per far nascere quel miracolo doveva sbocciare
l’amore. io… ora ho Davide. Ho quello che ho sempre
voluto.»
Alberto mi strinse più forte, forse
avrebbe voluto un finale diverso per la loro storia e
disse: «Claudia…» «No, va bene così.» Lo interruppe
lei, alzando una mano. La voce le tremò solo un istante.
«Vi ho usati entrambi. E voi avete usato me. Ma ne è
nato qualcosa di bello. Quindi… prendete la stanza
grande. Io sto bene con lui nella piccola. È giusto
così.»
Quella notte, per la prima volta, io e
Alberto dormimmo nella loro — ora nostra — camera
matrimoniale. Mentre facevamo l’amore, lentamente,
guardandoci negli occhi, sentii le lacrime scendermi
sulle guance. Non era più sesso proibito. Era amore
vero, profondo, segnato da tutto quello che avevamo
attraversato. Dopo, mentre ero sdraiata sul suo
petto, gli chiesi: «Tu pensi mai che sia sbagliato?
Quello che abbiamo fatto?» Alberto mi accarezzò i
capelli. «Ogni tanto. Poi guardo Davide che ride, guardo
te che mi ami nonostante tutto… e penso che la vita sia
più complicata delle regole che ci diamo. Tu sei la mia
donna, Valentina. E lui è nostro figlio. Anche se
Claudia non lo ammetterà mai.»
Qualche settimana
dopo, mentre preparavamo la cena, Claudia entrò in
cucina tenendo Davide per mano. Il bambino corse da me e
mi abbracciò le gambe. «Mamma!» Disse, con la sua
vocina ancora incerta. Claudia si irrigidì per un
secondo, poi si rilassò. Mi guardò e sorrise, un sorriso
un po’ triste ma sincero. «Puoi essere la sua mamma
anche tu, quando vuole. Io sarò sempre la sua mamma
principale… ma tu gli hai dato la vita. Meriti di
sentirti chiamare così, ogni tanto.» Presi in braccio
Davide, lo strinsi forte e guardai entrambi, Claudia e
Alberto. Eravamo legati per sempre. Da carne, da
sangue, da segreti e da amore contorto. Una famiglia
strana, malata, bellissima. E in quel momento,
nonostante tutto, mi sentii finalmente a casa.
|
Questo racconto è opera di pura
fantasia. Nomi, personaggi e luoghi sono frutto
dell’immaginazione dell’autore e qualsiasi
somiglianza con fatti, scenari e persone è del
tutto casuale.
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