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RACCONTO
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Adamo Bencivenga
LA STANZA SUL LUNGOTEVERE
In una calda sera romana, Chiara e Federico si ritrovano per la terza volta in una stanza di un B&B. Lei sfida lui a definire la loro storia, mentre entrambi navigano tra un matrimonio in crisi e la voglia di un riscatto personale...

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Le luci della sera filtravano deboli dalle tende accostate, disegnando strisce dorate sul letto disfatto. L’aria sapeva di sesso e di quel profumo dolciastro dei bagnoschiuma da poco dei B&B. Chiara era seduta sul bordo del materasso, le gambe nude accavallate e il seno arrossato che faceva capolino dalla camicetta sbottonata. Lui, era ancora disteso sul letto con le mani dietro la testa.

«Te la scopi ancora tua moglie?»
Chiese lei di colpo, la voce bassa, tagliente.
Federico si bloccò. Si voltò lentamente verso di lei.
«Perché mi fai questa domanda?»
Chiara alzò le spalle, ma i suoi occhi erano fermi.
«Stiamo insieme no? Avrò diritto o non dovrei saperlo?»
Lui fece una mezza risata amara.
«Finora ci siamo visti tre volte, Chiara.»
«Non sono sufficienti per una relazione?» Replicò lei, con un tono tra il provocatorio e il serio.
Federico la guardò per qualche secondo, un sorriso ironico che gli piegava appena un angolo della bocca.
«Diciamo che ci vogliono almeno quattro incontri per considerare la cosa conclamata. Al terzo sei ancora nella zona grigia: potrebbe essere solo un’avventura, un errore ripetuto, o semplicemente due persone che si stanno usando per non impazzire. Al quarto… beh, al quarto iniziamo a chiamarla storia.»
Chiara sorrise.
«E questa sarebbe la terza volta. Mamma mia non siamo ancora fuori pericolo…»
«Esatto!» Rispose lui, con lo stesso tono a metà tra ironia e sincerità. «Quindi tecnicamente siamo ancora in tempo per tirarci indietro senza doverlo definire niente di importante.»
Il silenzio che seguì fu denso. Fuori, il rumore delle macchine sul Lungotevere sembrava lontanissimo.


******

Si erano conosciuti due settimane prima a Trastevere. Si erano incontrati per caso, quando Chiara era uscita dal corso di spagnolo con ancora in bocca il sapore del vino rosso che avevano stappato per festeggiare la fine del corso. Poi era entrata nel pub quasi per inerzia, solo per non tornare subito a casa da Matteo e dalla sua bambina già addormentata.
Federico era seduto da solo a un tavolo in disparte, cravatta allentata, sguardo perso nel bicchiere di whisky ancora colmo. Dalla sua espressione non vi erano dubbi che fosse un avvocato, si capiva subito.

Lei, vedendolo solo e triste, aveva fatto una cosa che non faceva mai: aveva preso il suo succo d'ananas e latte di cocco e si era seduta di fronte a lui senza chiedere permesso.
«Sembri uno che ha appena seppellito qualcuno. Vieni da un funerale?»
Federico aveva alzato gli occhi e aveva sorriso, sorpreso. Avevano iniziato a parlare. Di tutto e di niente. Della città che sembrava sempre più stretta, dei matrimoni che diventano abitudini, delle paure che non si confessano nemmeno a se stessi. E così pin piano erano andati sul personale e lei aveva raccontato di quanto si sentisse trasparente agli occhi di Matteo, suo marito, che da mesi, tornava tardi e aveva sempre il telefono in mano. Lui aveva ammesso che sua compagna, Giada, la psicologa di dodici anni più grande, lo guardava come se fosse un paziente piuttosto che un marito.

Nessuno dei due aveva ammesso che il tradimento fosse la medicina giusta. Eppure, lui la guardava come se volesse ingoiare la pillola e lei come se quell’incontro casuale fosse un’occasione da non sprecare. Un’ora dopo, erano già sul Lungotevere, diretti al B&B che Federico conosceva perché ci aveva portato un cliente una volta per una riunione riservata. Camminavano fianco a fianco di fretta come se avesse un appuntamento da non perdere.

Appena chiusa la porta della stanza, non avevano perso tempo e si erano saltati addosso come due animali che avevano tenuto la fame chiusa in gabbia troppo a lungo. Chiara lo aveva spinto contro il muro, baciandolo e mordendogli le labbra. Le mani di Federico le avevano alzato il vestito fino alla vita, stringendole il culo con forza. Si erano spogliati in fretta, senza grazia. Il reggiseno di lei era finito sulla poltrona, la camicia di lui sul pavimento.

Quando Federico l’aveva presa in braccio e buttata sul letto, Chiara aveva riso, una risata nervosa, eccitata, liberatoria. Lui le aveva abbassato le mutandine con un gesto secco e, senza darle il tempo di respirare, le aveva aperto le gambe affondandoci la bocca. L’aveva leccata e succhiata con voracità e ci aveva affondato la faccia e poi la lingua calda, insistente, precisa e martellante.
Chiara aveva afferrato i capelli di lui, spingendolo più forte contro di sé, ansimando finalmente libera e senza vergogna.
«Cazzo… così…» Aveva mormorato venendo la prima volta in pochi minuti, con un tremito violento delle gambe e un gemito lungo. Federico non si era fermato subito, aveva continuato a leccarla, assaporando il suo nettare denso. Lei non aveva resistito: «Scopami, cazzo, scopami!»

Federico l’aveva penetrata con un colpo solo, profondo, come chi non toccava un corpo di femmina da troppo tempo: violento, sudato, quasi con rabbia. La teneva per i fianchi, spingendo forte, mentre lei gli graffiava la schiena. Avevano cambiato posizione due volte, lei sopra, che lo cavalcava guardandolo dall’alto con gli occhi affamati. Si abbassava lentamente e poi risaliva, godendosi ogni centimetro, con il seno che ondeggiava. Lui le stringeva i capezzoli tra le dita, poi le mani sul culo, aiutandola a muoversi più forte.
Poco dopo l’aveva girata mettendola a quattro zampe. Da dietro l’aveva presa ancora più a fondo, tirandole i capelli e gridando parole indecenti. Chiara era venuta per la seconda volta, stringendo il cuscino tra i denti per non urlare e lui contemporaneamente si era liberato gridando il nome di lei, spingendo più a fondo e riversando tutto il suo piacere.

Qualche secondo ed erano crollati uno accanto all’altra, sudati, i loro respiri pesanti, i corpi ancora scossi da piccoli tremiti. Per qualche minuto non avevano parlato, si sentiva solo il rumore lontano del traffico sul Lungotevere che entrava dalla finestra socchiusa.
Di colpo erano diventati di nuovo due sconosciuti. Lui non ricordava il nome di lei, lei si guardava attorno chiedendosi come fosse finita lì.
Dopo, rivestendosi, si erano scambiati i numeri, quasi per pudore. Nessuno dei due era convinto di rivedersi di nuovo, ma pareva brutto finire così, era stata pur sempre un piccolo breve incontro d’amore.


******

Da quella volta era passato qualche giorno, non si erano più sentiti, fino a quando Chiara, in coda alla cassa del supermercato, gli aveva inviato una faccina sorridente e lui aveva risposto con un cuore. Beh, era bastato quel segnale per rivedersi, ma senza entusiasmo. Su quella panchina di marmo al Parco degli Aranci, ci avevano messo un po’ di tempo per tornare in sintonia, anche se entrambi avevano un’espressione di chi voleva dire “è stato solo un errore”. Ma nessuno dei due aveva pronunciato quella frase e allora camminando fianco a fianco, avevano parlato delle previsioni meteo che non azzeccano mai il tempo, della figlia di lei che si rifiutava di dire mamma, ma anche del lavoro di lui e delle piccole grandi crepe nei loro matrimoni che stavano diventando voragini.

Nessuno dei due aveva proposto di smettere, né tantomeno di proseguire, ma passeggiando sotto i pioppi erano finiti nella stessa stanza del B&B. La scena era stata perfettamente la stessa, la fame di sesso li aveva rapiti senza chiedersi se l’altro, l’altra, fosse il partner giusto o colui, colei che avrebbe potuto risolvere i propri dolori interiori.


******

Ora erano lì, era il loro terzo incontro. Federico ancora disteso sul letto allungò la mano sfiorandole la coscia nuda. Sentiva il dovere di darle una risposta e disse: «Non scopo Giada da quasi quattro mesi.»
«Quindi, considerando che mi conosci da due settimane, il motivo non sono io…»
Lui rise: «E no, il disagio viene da più lontano… E tu? Matteo ti tocca?»
Chiara lo guardò. Un sorriso piccolo, malinconico, gli apparve sulle labbra. «Ogni tanto. Ma non è più come prima.»
Fece una pausa, poi aggiunse, quasi sussurrando: «Sai non è la quantità, ma il modo… Con te… è come se avessi riscoperto di avere una fica. Prima era inutile, la sentivo quasi come uno spreco…»
Federico le mise una mano dietro la nuca e la baciò. Non era il bacio carnale delle altre volte. Era più lento, più consapevole. Come se stessero firmando un patto silenzioso. Fuori, il Tevere continuava a scorrere, indifferente alle vite che si intrecciavano e si rompevano sulle sue rive. Dentro, le lenzuola erano ancora calde.


******

Dopo l’amore, erano ancora lì, e questa volta nessuno dei due aveva fretta. Ma quel silenzio tra loro era diventato pesante, quasi soffocante. Chiara aveva lo sguardo fisso sul soffitto, come se cercasse il coraggio di buttare fuori quello che le bruciava dentro.
«Ok, ok.. non te la scopi, ma sospetta qualcosa?»
«Lei ha la sua vita, è troppo impegnata per pensare a me. Ed io non sento sensi di colpa.»
«Quindi se lei sospettasse io e te non staremmo insieme?» Chiese lei con la voce più bassa.
Federico si girò di scatto verso di lei. I suoi occhi erano lucidi, carichi di una rabbia triste.
«Non siamo stati noi a decidere, cazzo. Sono loro che ci hanno spinto su questo letto. Non siamo noi che ci siamo scelti, Chiara. Lo dobbiamo ammettere no?»
«Oh certo, la verità è più cruda di quanto pensassi.»

Lui si accese una sigaretta: «Giada mi guarda come se fossi un esperimento fallito, con quella pietà da psicologa che mi fa venire voglia di spaccare tutto… e noi stiamo insieme per esorcizzare la paura di essere presi per coglioni, Chiara. Per sentirci ancora vivi mentre loro ci stanno uccidendo lentamente.»
Chiara scostò la mano di lui.
«Quindi le nostre scopate sono solo una conseguenza, qualcosa che non decidiamo noi… Dimmi la verità, Federico. È solo questo per te? Un modo per sopravvivere e non impazzire?»
Lui si sollevò anche lui, fronte contro fronte, quasi aggressivo nella vicinanza.
«No, non posso dire questo. C’è qualcosa di più. È l’unico posto dove non mi sento tradito. L’unico posto dove qualcuno mi desidera davvero. Ma ho una paura fottuta che anche questa sia tutta una bugia.»

Chiara abbassò lo sguardo, la voce tremava. «Io ho il terrore che Matteo mi stia sostituendo. Che mentre mi tocca pensi a quella che lui chiama amica. Che stia già progettando una vita nuova senza di me e senza nostra figlia. Mi sveglio di notte con il cuore in gola, immaginando i messaggi che si scrivono, i posti dove si vedono… le bugie che mi dice… e poi mi odio perché sto facendo esattamente la stessa cosa.»
Federico le prese il viso tra le mani, costringendola a guardarlo.
«Io invece muoio all’idea che Giada abbia trovato uno migliore di me, non so un paziente, un collega. Uno che non la deluda come ho fatto io. Dodici anni di differenza e mi sento comunque troppo piccolo per lei. Troppo inutile. E quando torno a casa e la vedo sorridere al telefono… giuro su Dio che vorrei morire.»

Il silenzio che seguì fu denso di dolore. Poi Federico, quasi in un sussurro: «Sicura che non scopi con nessuno? Io devo sapere se qualcun altro ti infiamma le cosce. Non ce la faccio a pensare che mentre io ti scopo come un pazzo, qualcuno ti metta le mani addosso.»
Chiara lo fissò. «Né lui e né altri Fede. Lui non mi tocca e quando succedeva… era vuoto. Freddo. Come se fossi un oggetto. Certo, sono sincera, più volte ho pensato di tradirlo e poi sei arrivato tu! E con te mi sono sentita di nuovo carne viva. Desiderata. Ho sentito di nuovo la fica tra le cosce.»
Federico la attirò con forza contro di sé, baciandola quasi con dolore. Le loro bocche si unirono con urgenza, come se volessero mangiarsi la paura a vicenda.
«Siamo due feriti che si stanno usando per non sanguinare da soli»
Mormorò lui sulle sue labbra.
«E fa male lo stesso.» Rispose lei, stringendolo più forte. Fuori, il Tevere scorreva indifferente. Dentro, i loro corpi si cercarono di nuovo, questa volta con una fame diversa: più profonda, più arrabbiata, più vera.


******

Dopo l’orgasmo Federico si lasciò ricadere sul cuscino, un braccio sugli occhi. Il respiro pesante. Chiara era accanto a lui.
«Ci rivedremo, vero?» Disse lei piano. «Ho l’impressione che stia diventando una cosa seria… sbaglio?»
Federico tolse il braccio dal viso e la guardò. Il suo sguardo era più cupo ora.
«Sì… lo so. E questo mi spaventa più di tutto.»
Chiara sorrise, un sorriso fragile e genuino.
«Per la prima volta dopo anni mi sento una ragazzina, sai. Niente moglie, niente madre.» Si avvicinò e gli posò una mano sul petto. «Questa storia diventerà grossa. Lo sento. Avremo tutti i casini di una relazione nuova: gelosie, orari da inventare, bugie da ricordare, sensi di colpa. Ma ne vale la pena?»
Federico si mise a sedere di fronte a lei. La sua espressione era seria, quasi sofferente.
«Io invece non credo che queste quattro mura di hotel risolveranno uno solo dei miei cazzo di problemi, Chiara.»
Lei sbatté le palpebre, colpita dal tono.
«Che vuoi dire?»
«Voglio dire che sto tradendo mia moglie per sentirmi meno tradito… e so già che non funzionerà. Questa storia diventerà una relazione vera e finirà per complicare tutto e alla fine dovremo comunque fare i conti con i nostri matrimoni.»
Fece una pausa, la voce più bassa.
«Tu sei entusiasta perché è la prima volta che ti senti così. Io sono terrorizzato perché so che questa euforia durerà poco. E quando finirà, saremo ancora più soli di prima.»
Chiara lo guardò intensamente.
«Forse hai ragione. Forse finirà male. Ma io sono stufa di essere una donna trasparente. Stufa di sentirmi invisibile. Con te, anche solo per un’ora, mi sento scelta. E voglio continuare a sentirmi così, anche se durerà poco. Anche se diventerà complicato.»

Federico la fissò, combattuto. «Sei pericolosa, lo sai?» Mormorò. «Mi fai venire voglia di crederci, anche se so che è una grande cazzata.»
Chiara sorrise contro la sua bocca.
«Allora ti chiedo di crederci almeno quando siamo qui. Il resto lo affronteremo dopo.»
Poi aggiunse scandendo le parole: «Posso chiederti se sei innamorato di me?»
Federico rimase immobile per un istante, il petto che si alzava e si abbassava ancora affannato. Distolse lo sguardo verso il soffitto.
«Perché mi fai questa domanda?»
«Sono inopportuna vero?»
«Chiara, io sono innamorato di mia moglie.» Rispose, la voce piatta, quasi meccanica, come se stesse confessando una condanna.
Chiara si irrigidì. Un’ombra di dolore le attraversò il viso, la mascella si tese.
«Lei non ti dà la fica, forse la dà ad un altro e tu ne sei attratto.» Fece una pausa breve, amara. «Forse è questa la soluzione per tenere un uomo sulle spine e farlo innamorare pazzamente…»
Federico deglutì, non seppe argomentare e disse semplicemente: «Forse sì.»

Chiara si sollevò su un gomito, guardandolo dall’alto. I capelli le ricadevano disordinati sul viso arrossato, gli occhi lucidi di una miscela di rabbia e desiderio residuo.
«E allora perché mi scopi?»
«Perché è il posto più piacevole dove non sono mai stato.»
Chiara chiuse gli occhi per un secondo, come se quelle parole l’avessero colpita fisicamente. Quando li riaprì, la voce era più fragile.
«Mi dovrei accontentare?»
Federico scosse lentamente la testa, passandosi una mano tra i capelli umidi.
«No, ma ripeto tre incontri non fanno una relazione. E poi una relazione non è fatta solo di scopate, manca la vita vera.»
«Cosa ti manca, la gelosia?»
«La gelosia è una componente imprescindibile per una storia.»
Chiara lo fissò a lungo.
«E allora dovresti stare a posto così, perché la tradisci?»
«Chiara, tra me e te è nato tutto per caso, non ci siamo cercati. E poi non lo considero un tradimento, ma solo una debolezza.»
«Ma hai detto tu che la nostra storia è solo la conseguenza di qualcosa che ci portiamo da fuori.»
«Le nostre sono due solitudini che non fanno una compagnia. Se lei mi amasse pur tradendomi ora non sarei qui.»
«Esiste un amore così?»
«È la cruda verità, per essere amati siamo disposti a fingere anche con noi stessi.»
«Io non tradirei mai un uomo che è entusiasta di me, non riesco a tenerlo sulla corda, a fingere, a giocare solo per sentirlo più vicino. Forse davvero non potrò mai essere la tua donna.»
«Io invece amo mia moglie perché ogni giorno si allontana da me.»
«Per me è esattamente il contrario, io sono qui perché lui si allontana e credo di non provare più nulla per lui.»

Le ultime parole rimasero sospese nell’aria calda della stanza, pesanti come le lenzuola stropicciate sotto di loro. Federico non aggiunse altro. Allungò solo una mano e sfiorò il seno di lei, ma Chiara non si mosse, gli occhi ancora piantati nei suoi, in attesa di una verità che forse nessuno dei due era davvero pronto a sopportare.
Rimasero così per un tempo indefinito, pelle contro pelle, respiri che rallentavano poco alla volta. Le dita di Federico l’accarezzavano distrattamente, ma il gesto era distante, meccanico. Chiara teneva il viso premuto sul suo petto, ascoltando il battito del cuore di lui che tornava regolare, come se volesse memorizzarlo prima che sparisse.
Sapevano entrambi che sarebbe finita quella sera, che non ci sarebbe stata una quarta volta, ovvero l’inizio di una vera relazione. Sarebbero rimaste tre scopate distaccate una dall’altra, avulse, tre ore rubate al grigiore delle loro vite, tre illusioni consumate in fretta tra quelle quattro mura anonime.

Chiara alzò leggermente la testa e lo guardò. Nei suoi occhi c’era ancora un barlume di quella luce calda di poco prima, ma si stava già spegnendo e faceva lentamente posto ad un grande tormento.
«Quindi è finita qui.» Mormorò.
Federico annuì appena, quasi impercettibilmente. «Meglio così. Rischiavamo di vederci la quarta volta.»
«Hai paura?»
«Non voglio farti soffrire, meglio finirla qui.»
«Siamo sempre stati in tre qui dentro vero?»
«In due più un fantasma.»
«E tu scopavi me o il fantasma?»

Lei sorrise, ma era un sorriso amaro. Non si aspettava una risposta e infatti non venne. Si sollevò sui gomiti e lo baciò un’ultima volta, un bacio lento, profondo e pieno di sofferenza. Poi si staccò e cominciò a raccogliere i vestiti sparsi sul pavimento. Ogni gesto era silenzioso e definitivo.
Mentre si rivestiva, la stanza sembrò improvvisamente più fredda, più grande. Il profumo di sesso ancora nell’aria ora sapeva solo di rimpianto. Federico rimase disteso guardandola infilarsi la camicetta, abbottonarla sui seni che poco prima aveva baciato con disperazione.

Quando Chiara fu pronta, si voltò verso di lui. Per un istante i loro sguardi si incrociarono, carichi di tutto quello che non si erano detti. Poi lei abbassò gli occhi.
«Grazie per avermi fatto sentire viva, anche solo per tre ore.»
Federico deglutì. Non riuscì a rispondere. Si sollevò solo per darle un ultimo bacio sulla fronte, casto e distante, come se fosse già un ricordo.
Chiara uscì senza voltarsi. La porta si chiuse con un rumore sommesso che suonò come una sentenza. Fuori, il Tevere continuava a scorrere indifferente, la luce del tramonto tingeva di miele le tende accostate. Federico rimase solo nella stanza, seduto sul bordo del letto disfatto e le mani tra i capelli. Di quella storia gli restava solo un vuoto pesante, un’amarezza che gli si era depositata nello stomaco come cenere.

Tre incontri. Tre scopate. Tre ore. E nulla che fosse davvero loro. Solo un’altra crepa nelle vite già incrinate di due persone che, per un breve momento, avevano finto di potersi salvare a vicenda. Ora tornavano entrambi a casa, più soli di prima.


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Questo racconto è opera di pura fantasia.
Nomi, personaggi e luoghi sono frutto
dell’immaginazione dell’autore e
qualsiasi somiglianza con
fatti, scenari e persone è del tutto casuale.

IMMAGINE GENERATA DA IA

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