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RACCONTO

Adamo Bencivenga
LA STAGISTA
Arrivata da pochi giorni in
fabbrica con un sorriso ammiccante e uno sguardo
tagliente, Monica usa la sua intelligenza affilata,
la bellezza disarmante e una seduzione sottile per
conquistare il capo. Ogni caffè, ogni dossier e ogni
occhiata prolungata è un passo calcolato verso
l’alto. Piano dopo piano, tra sorrisi e strategie
silenziose, la giovane ambiziosa sta già misurando
la poltrona del suo superiore...

La fabbrica di Alberto
produceva componenti per macchinari agricoli,
ingranaggi, giunti cardanici, pezzi robusti e onesti,
fatti per durare una vita intera, come lui amava
ripetere con quel tono da patriarca d’altri tempi. In
realtà quell’azienda era di suo suocero, che l’aveva
fondata negli anni Settanta. Quando il vecchio capo era
morto, più di vent’anni prima, Alberto aveva preso in
mano le redini e l’aveva gestita da allora con pugno di
ferro e cuore grande. Cinquanta dipendenti, tutti
trattati come figli. «Nessuno resta indietro.» Era il
suo motto, inciso quasi sulla fronte. «Se affonda la
barca, affoghiamo tutti insieme. Meglio fallire da
uomini che salvarsi da vigliacchi.»
A
sessant’anni suonati, era ancora un uomo metodico, senza
scossoni. Si alzava alle sei e mezzo precise, leggeva
due capitoli di Marco Aurelio o di Seneca prima del
caffè, baciava Pamela sulla fronte e arrivava in
fabbrica alle otto meno un quarto. Pamela, sua coetanea
e sua moglie da trentadue anni, arrivava in azienda con
comodo verso le dieci. Come suo marito teneva molto
all’andamento dell’azienda e pur essendo benestante
faceva la segretaria tuttofare: rispondeva al telefono,
teneva la contabilità e quando serviva, preparava le
buste paga e organizzava le ferie. Lui si occupava
dei suoi “figli” con un paternalismo d’altri tempi. Al
figlio di Giuseppe, l’operaio della tornitura, aveva
pagato il dentista perché il ragazzo aveva i denti
storti e si vergognava. Alla moglie di Mario, che
soffriva di depressione post-partum, aveva trovato uno
psicologo bravo e discreto, pagandolo di tasca sua. «La
famiglia viene prima di tutto.» Diceva, con quella voce
grave da confessore laico. «Se a casa state male, qui
producete schifezze. E io non voglio schifezze.»
Ultimamente però le vendite zoppicavano. Alberto si
chiudeva nel suo ufficio con le sopracciglia aggrottate,
sfogliava i grafici come fossero testi sacri e
sospirava. Gli indici erano quasi tutti negativi e lui
non voleva licenziare nessuno. Mai. Convinto che i
suoi prodotti fossero ancora i più competitivi, insieme
ai suoi collaboratori più fidati, si rese conto che il
problema delle mancate vendite era nella visibilità
dell’azienda. Navigando su internet aveva notato che
altre aziende concorrenti, nonostante sfornassero
prodotti più scadenti, lanciavano ogni giorno campagne
pubblicitarie aggressive. Certo il mondo stava cambiando
e lui aveva bisogno di nuove idee, nuovi progetti e
forze fresche. Allora tramite un’agenzia qualificata
fece richiesta di due collaboratori giovani e
neolaureati.
******
Dopo circa una
settimana arrivarono due stagisti. Lei si chiamava
Monica. Bionda, ventisei anni, gambe che sembravano
disegnate da un peccatore pentito, sempre in tacchi alti
e gonne corte che sfidavano la decenza aziendale senza
mai varcarla del tutto. Attirò subito l’attenzione su di
sé e i dipendenti maschi smettevano di lavorare quando
passava e qualcuno giurava di sentire il rumore
collettivo delle gole che deglutivano… Orfana da
anni, sembrava già sapere esattamente come funzionava il
mondo. Aveva conseguito la laurea in marketing e aveva
già accumulato esperienza in diverse officine meccaniche
di precisione. Tuttavia, questa chiamata rappresentava
l’occasione che aspettava da tempo. Viveva in un
appartamento condiviso con due amiche e aveva solo una
zia lontana; eppure, non si era mai sentita una vittima.
Era ambiziosa fino al midollo, ma la sua
aspirazione non era ingenua o impulsiva. Era fredda,
strategica e paziente. Sapeva usare il suo aspetto come
un’arma raffinata. Consapevole del potere che esercitava
sugli uomini, lo maneggiava con maestria: un dosaggio
perfetto tra innocenza, sensualità e intelligenza. Sotto
la superficie seducente si nascondeva però una mente
tagliente e un’anima senza scrupoli. Monica non credeva
nelle favole né nella gratitudine. Per lei le relazioni
erano transazioni, le persone pedine, e le opportunità
da cogliere senza pietà. Sapeva essere dolce, fragile
all’apparenza, ma dietro quegli occhi azzurri c’era
sempre un calcolo in corso. Non si affezionava
facilmente e non perdonava chi la ostacolava. Aveva
fuoco dentro, sì, ma non era un fuoco disordinato: era
una fiamma controllata, precisa, capace di bruciare
tutto ciò che le sbarrava la strada. E Alberto, con il
suo paternalismo, i suoi principi e la sua fabbrica,
rappresentava per lei molto più di un semplice impiego:
era il trampolino perfetto per la scalata che sognava da
anni.
******
Dopo appena due
settimane, Monica bussò alla porta di Alberto con un
progetto sottobraccio. «Dottor Alberto, mi dia cinque
minuti. Ho pensato a una campagna social.» Giovane,
diretta e un po’ irriverente entrò nella stanza senza
aspettare il consenso del capo. Si accomodò
accavallando le gambe: «I nostri ingranaggi non sono
solo pezzi di ferro: sono la spina dorsale
dell’agricoltura moderna. Facciamoli vedere su Instagram
e TikTok con i trattori che filano, con i contadini
giovani, con la musica giusta.» Alberto la guardò da
sopra gli occhiali, dubbioso. «Social? Monica, noi
facciamo pezzi che durano trent’anni. Non caramelle da
consumare in un giorno.»
Lei sorrise, quel
sorriso che sapeva di miele e di guai. «Appunto,
dottore. Facciamoli conoscere anche a una clientela più
giovanile. Lì fuori esiste anche un’imprenditoria
giovane e rampante… Le vendite ringrazieranno.» A
conti fatti, il costo non era esagerato e alla fine
Alberto cedette, più per la luce che vedeva negli occhi
la stagista che per convinzione. Passò circa un mese ed
Alberto dovette ammettere che l’intuizione della
stagista aveva fatto centro. Le prenotazioni schizzarono
del trentadue percento. Certo non erano ancora vendite,
ma i grafici, prima malati, ballavano come ubriachi.
Davanti a quei fogli Excel, Alberto scosse la testa:
Monica aveva ragione! La mandò a chiamare, si
complimentò con lei per quel lampo di genio e da quel
giorno tra loro nacque un rispetto profondo e una
simpatia confidenziale.
Lui la guardava e vedeva
la figlia che non aveva mai avuto. Nei suoi occhi
luminosi e nella sua energia rivedeva ciò che avrebbe
desiderato per una sua ipotetica erede: intelligenza,
vitalità, ambizione. Provava per lei un affetto quasi
paterno, protettivo, che lo faceva sentire ancora utile
e vivo. Lei, ambiziosa e decisa, lo guardava e vedeva
la scalata che voleva fare, ma vedeva anche un uomo
anziano, rispettato, moralmente rigido, ma emotivamente
vulnerabile, seduto su un trono non adatto a lui e che
lei desiderava occupare. Per lei Alberto non era un
mentore da ammirare, ma una porta da aprire. Dietro i
sorrisi deferenti e gli sguardi grati si nascondeva un
calcolo freddo e costante: quanto tempo ci sarebbe
voluto? Quanto avrebbe dovuto concedergli? Fino a che
punto poteva spingerlo prima che si spezzasse?
Alle volte si incontravano davanti alla macchinetta del
caffè, nei brevi momenti di pausa. Lei arrivava sempre
strabordante di energia. Gli illustrava i nuovi progetti
con entusiasmo, gesticolando, sfiorandogli il braccio
per caso, riempiendolo di complimenti velati. Alberto
l’ascoltava pazientemente, annuendo, lusingato da tanta
dedizione e da quella giovinezza che gli ricordava i
tempi andati. Lei, intanto, studiava ogni sua
reazione. Ogni esitazione, ogni sguardo che indugiava un
secondo di troppo sulle sue gambe, ogni piccolo
cedimento. E dentro di sé sorrideva. Perché sapeva che,
passo dopo passo, lo stava già portando esattamente dove
voleva.
******
Una sera, rimasti soli
in ufficio, Monica gli si avvicinò con una cartellina in
mano. «Dottore, mi dà un passaggio? Abito dall’altra
parte della città e l’ultimo bus è già partito.»
Alberto esitò. Sua moglie Pamela era già a casa. Ma era
tardi, pioveva. Un uomo perbene non lascia una
ragazza sotto la pioggia, si disse. «Va bene. Ma
facciamo in fretta, Pamela non tollera ritardi quando
prepara l’orata al forno.»
In macchina, quando
lei si sedette, la minigonna, ascellare, come la definì
mentalmente lui con orrore, salì più del necessario. Due
gambe lisce, abbronzate, infinite. Alberto guardandola
nella penombra dell’abitacolo, strinse il volante fino a
farsi male. Lei parlava, disinvolta: «Sa, dottore,
io voglio fare carriera e bruciare le tappe. Mi vedo già
manager di una grande azienda come la sua. Non smetterò
mai di ringraziarla per avermi dato questa chance…»
Lo guardò di traverso, un’occhiata lunga, umida. Ammiccò
appena.
Alberto sudava. Sentiva il profumo del
suo ardore, fresco, giovane, che riempiva l’abitacolo
come un peccato originale. «Monica, sei ancora
giovane, ma di stoffa ne hai... A parte la gonna…»
Lei rise piano, maliziosa. «Mi sta dicendo che è troppo
corta? È un rimprovero?» Lui non rispose, guardava
la strada e non vedeva l’ora di arrivare. Quando la
lasciò sotto casa, aveva la camicia appiccicata alla
schiena e il senso di colpa che già gli mordeva lo
stomaco. Lui era fatto così, anche un solo pensiero
peccaminoso lo viveva come un affronto a sua moglie.
Durante la strada di ritorno, da solo in macchina
accese la radio, ma il pensiero andava sempre lì, a
quelle gambe lunghe come la tangenziale che stava
percorrendo. Ripensò alle sue parole e alla sua voglia
di fare carriera e si chiese se fosse un velato
ammiccamento. Alberto non voleva avere segreti, anzi
non ne aveva mai avuti, e, durante la cena, disse a
Pamela di aver accompagnato la stagista a casa. Lei non
si scompose: «Hai fatto bene caro, con questa pioggia
poi…» Del resto in 32 anni di matrimonio non aveva
mai dubitato sulla fedeltà di suo marito.
Lui
invece quella notte si chiese se avrebbe dovuto parlarne
col prete la domenica successiva. Si chiese quanto di
quel comportamento fosse spontaneo e quanto calcolato.
Quanto lei fosse davvero disponibile e fino a che punto
la sua ambizione potesse spingerla. Era solo una ragazza
intraprendente che voleva fare carriera, o c’era
qualcosa di più? Qualcosa di più pericoloso? Si
sentiva combattuto come non mai. Da una parte c’era
l’uomo che era sempre stato, ma dall’altra, il destino
gli aveva messo davanti, su un vassoio d’argento, un
angelo tentatore biondo, giovane, pieno di vita e
apparentemente disposto a tutto pur di salire. Una parte
di lui voleva resistere. L’altra, quella più oscura e
sopita da anni, si domandava come sarebbe stato
lasciarsi andare, anche solo una volta. Assaggiare
quella giovinezza, quella carne soda, quel fuoco che
Pamela non aveva più da tempo. Si odiava per quei
pensieri. Eppure, non riusciva a scacciarli. E più
cercava di ignorarli, più tornavano, sempre più
insistenti...
******
Due giorni
dopo fu ancora Monica a farsi avanti. «Dottor Alberto,
dobbiamo parlare del nuovo progetto. Le va se mangiamo
qualcosa insieme in pausa pranzo? Offro io.» Alberto
sapeva che avrebbe dovuto dire di no. Guardò attraverso
il vetro la stanza vuota di sua moglie, Pamela quella
mattina non era in azienda ma sarebbe arrivata dopo
pranzo, e allora disse: «Va bene. Ma visto che è un
pranzo di lavoro offre l’azienda.» Chiedendosi se
l’assenza di Pamela fosse solo un caso…
Lui si
sarebbe accontentato anche di un fast food vicino alla
fabbrica, ma lei insistette per un ristorante sul mare,
certo sì, non era distante dall’azienda, ma pur sempre
un locale più impegnativo con le tovaglie bianche, una
terrazza mozzafiato e le stanze al piano di sopra per i
clienti che “si fermavano a riposare”. Anche questa
volta si chiese se fosse un caso…
Monica scelse
il tavolo ad angolo in disparte. Il sole batteva
sull’acqua, l’aria sapeva di salsedine e di possibilità
proibite. Lei ordinò un’insalata di mare e vino bianco
fresco. Lui si adeguò. Durante il pranzo lei parlava,
rideva, si toccava i capelli, si sporgeva in avanti. La
camicetta si apriva quel tanto che bastava a far
intravedere il pizzo del reggiseno. «Lei è un uomo
straordinario, sa? Paternalistico, sì, ma nel senso
buono. Protegge tutti. Però… a volte anche gli uomini
forti hanno bisogno di essere protetti da se stessi.»
Gli sfiorò la mano. «Dottore, mi piace lavorare con
lei, mi fa sentire indispensabile.» Alberto sentì il
sangue rombare nelle orecchie. La freschezza di lei,
quella pelle liscia, quel pizzo, quegli occhi che
promettevano tutto. La morale, Seneca, Pamela, i
cinquant’anni di fedeltà… tutto stava crollando davanti
a quella bellezza sfacciata e giovane.
Mentre
lei continuava a parlare, Alberto non riusciva a
smettere di pensare alle stanze al piano di sopra e
perché mai lei aveva insistito per quel ristorante
sicuramente non adatto per una pausa pranzo. La guardava
muoversi, così naturale nella sua sensualità: il modo in
cui incrociava le gambe, come si mordeva leggermente il
labbro inferiore quando rideva, il gesto lento con cui
si sistemava una ciocca di capelli dietro l’orecchio.
Non sapeva quanto tutto questo fosse spontaneo, ma di
certo era brava. Non volgare, non esplicita. Solo…
invitante. Pericolosamente invitante.
Lui, che
non era mai stato un uomo d’esperienza in certe
situazioni, si sentiva goffo, impreparato, quasi
ridicolo. E adesso? pensava, con il cuore che batteva
troppo forte. Se lei mi propone di salire, come dovrei
comportarmi? Che cosa direbbe un uomo abituato a queste
cose? Posso rifiutare senza sembrare un vecchio
impotente o, peggio, un codardo? Una parte di lui,
quella ancora aggrappata ai suoi principi, urlava di
alzarsi, pagare il conto e tornare in fabbrica. L’altra
parte, quella che sentiva il calore diffondersi nel
basso ventre, immaginava già di seguirla su per quelle
scale strette, di guardarle le gambe, di chiudere la
porta di una di quelle stanze anonime e lasciare che
succedesse.
Sudava. Le mani gli tremavano
leggermente sotto il tavolo. Era terrorizzato dall’idea
di fare la figura dello stupido, ma ancora più
terrorizzato dal desiderio che provava. Monica, intanto,
lo guardava con quegli occhi azzurri che sembravano
leggere ogni suo pensiero, come se stesse giocando una
partita di cui conosceva già il finale. Prima che
potesse dire qualcosa Monica lo anticipò. «Scommetto che
ha bisogno di un po’ di relax prima di tornare in
ufficio, ma non osa dirmelo… ma con me non deve temere
nulla…»
******
Salirono al piano di
sopra. La stanza era semplice, con un letto grande e una
finestra sul mare. Monica si tolse i tacchi lentamente.
Lui si sedette sul bordo del letto, il cuore che gli
pompava nel petto come se stesse per commettere un
omicidio. «Monica… aspetta. Questo non dovremmo
farlo.» Mormorò, la voce incrinata. Le mani gli
tremavano sulle ginocchia. Pensava a Pamela, ai tanti
anni insieme, si sentiva un ipocrita, un debole. Lei
sorrise, un po’ spavalda e un po’ divertita. Non c’era
traccia di dubbio nei suoi occhi. «Shh… Dottore.»
Sussurrò avvicinandosi. Si fermò tra le sue gambe e
cominciò a sbottonare lentamente la camicetta, un
bottone dopo l’altro, senza fretta. «Lei pensa troppo.
Lasci fare a me e vedrà che non c’è nulla di male.»
Gli prese una mano e se la portò sul seno,
premendola contro di sé. Alberto chiuse gli occhi per un
istante, avrebbe voluto dire ancora qualcosa, ma la
frase gli morì in gola quando sentì il calore di quel
seno giovane, sodo, così diverso da quello troppo
morbido che aveva toccato per decenni. Monica rise.
«Sua moglie non è qui. Io sì.» Si chinò e gli sfiorò
l’orecchio con le labbra. «E lei mi vuole. Lo sento da
giorni e ora è ad un passo dal paradiso e può prendersi
quello che desidera.» Con un gesto fluido si sfilò
la camicetta lasciandola cadere a terra. Alberto la
guardò come se stesse vedendo un’immagine sacra: quei
seni erano perfetti, alti, con i capezzoli già turgidi.
Lei si chinò su di lui, offrendoglieli senza pudore.
Lui esitò solo un secondo. Poi, con un gemito
strozzato che era metà disperazione e metà resa, li
prese tra le mani e vi affondò il viso, baciandoli con
una fame violenta e colpevole. Tremava. Ogni bacio gli
sembrava un sacrilegio e allo stesso tempo l’unica cosa
vera che avesse fatto da anni. Monica gli accarezzò
i capelli, tenendolo premuto contro di sé. «Così… bravo.
Lasciati andare.» Disse passando ad un sensuale tu.
La sua voce era calda, quasi tenera nella sua arroganza.
Sapeva esattamente quello che stava facendo. Lo spinse
delicatamente indietro finché non fu disteso. Gli aprì
la cintura con gesti esperti, senza fretta, ma senza
esitazioni. Quando gli abbassò i pantaloni e vide
quanto fosse eccitato, sorrise con soddisfazione
maliziosa. «Guarda come sei duro… nonostante tutti i
tuoi scrupoli.»
Alberto arrossì violentemente,
mortificato ed eccitato allo stesso tempo. «Monica, io…
non lo faccio da tanto tempo…» «Lo so.» Lo interruppe
lei, salendo sul letto e mettendosi a cavalcioni su di
lui. «E proprio per questo sarà bellissimo.» Si
sollevò la gonna fino alla vita, scostò le mutandine di
lato con due dita e, senza smettere di guardarlo negli
occhi, prese il suo sesso e lo infilò delicatamente tra
le sue gambe umide. Alberto sentì il calore umido
avvolgerlo centimetro dopo centimetro e gli sfuggì un
suono gutturale, quasi un singhiozzo.
Mentre
iniziava a muoversi su di lui, lenta e profonda, Monica
gli prese il viso tra le mani. «Guardami.» Ordinò
dolcemente. «Non pensare a lei. Non pensare a niente.
Senti solo quanto è bello scoparmi.» Alberto la
strinse ai fianchi con forza, le dita che affondavano
nella carne giovane. La prendeva con una furia
trattenuta per decenni, spingendo dal basso con slanci
quasi rabbiosi, come se volesse punire se stesso e allo
stesso tempo ringraziarla. Ogni affondo era accompagnato
da sensi di colpa, eppure non riusciva a fermarsi. Il
piacere era troppo intenso, troppo vivo. Monica
invece rideva piano tra un gemito e l’altro, spavalda,
padrona assoluta della situazione. Si chinava su di lui,
i capelli che gli sfioravano il viso, e gli sussurrava
parole sporche: «Più forte… sì, così. Scopami come se
fossi la tua prima donna in assoluto. Non sei vecchio,
Alberto, sei solo arrugginito, ma vedrai con me
riscoprirai il piacere dell’amore. Scopami più forte,
sei un uomo. Il mio uomo, adesso.»
Lui a quelle
parole non resistette e venne con un grido soffocato,
stringendola così forte da farle male, mentre ondate di
piacere e di vergogna lo travolgevano
contemporaneamente. Monica continuò a muoversi ancora
qualche secondo, godendosi fino in fondo il suo trionfo,
prima di lasciarsi andare anche lei con un lungo sospiro
soddisfatto. Rimasero così, sudati e ansanti, con il
rumore del mare che entrava dalla finestra aperta.
Alberto aveva gli occhi chiusi e una sola frase che gli
martellava nella testa: “Che cosa ho fatto?” Mentre
Monica, ancora sopra di lui, gli accarezzava il petto
con le dita e sorrideva tranquilla, come se avesse
appena concluso una normale riunione di lavoro.
******
Quando tornarono in fabbrica,
Alberto era sconvolto. Guardò Pamela seduta alla sua
scrivania che nel frattempo era tornata. Aveva
un’espressione serena con i suoi capelli in ordine e ben
pettinati, il sorriso limpido di sempre. Per un attimo
fu lì lì per andare nella sua stanza e confessare tutto.
Dirle di essere un debole e che lei non lo meritava
affatto, invece tacque.
Purtroppo, quella non fu
l’unica volta. Anzi, il giorno dopo Monica si presentò
in ufficio vestita in modo ancora più provocante.
Camicetta di seta bianca quasi trasparente, attraverso
cui si intravedeva chiaramente che non portava il
reggiseno, gonna così corta da mostrare il vedo e non
vedo del ricamo nero delle calze autoreggenti ogni volta
che si muoveva, tacchi vertiginosi. Camminava
ancheggiando, come se volesse marchiare il pavimento con
la sua presenza.
Alberto cercò di ignorarla per
tutta la mattina, ma fallì miseramente. Verso le undici
e mezza, con la gola secca la fece chiamare nel suo
ufficio. «Monica… ti va se torniamo in quel ristorante
sul mare? Per parlare del… progetto.» Lei sorrise
lentamente, un sorriso da predatrice. «Certo,
dottore. Sono completamente a sua disposizione. Ma come
facciamo con sua moglie?» Il suo tono era carico di
sottintesi e complicità. Di certo per lei Pamela non
rappresentava affatto un ostacolo. Lui disse: «Esci
prima tu, io mi invento una scusa e ti raggiungo.»
Questa volta non persero tempo con le finzioni.
Appena seduti al solito tavolo appartato, Monica ordinò
vino bianco e cominciò a provocarlo senza pudore. Si
sporgeva in avanti offrendogli una vista profonda sulla
scollatura, accavallava e scavallava le gambe
lentamente, lasciando che la gonna salisse fino a
mostrare il bordo delle calze e un lampo di pizzo nero.
Sotto il tavolo gli sfregava la gamba, arrivando
pericolosamente vicino al suo sesso già duro. Alberto
resistette meno di mezz’ora. «Andiamo di sopra.»
Ordinò. Monica, ben contenta di recitare la parte della
preda, si alzò con eleganza, passandogli accanto e
sussurrandogli all’orecchio: «Finalmente… non vedevo
l’ora di sentirtelo dire.»
Appena chiusa la porta
della camera, lei prese subito il comando. Lo spinse
contro il muro e lo baciò con avidità, infilandogli la
lingua in bocca mentre le sue mani gli aprivano la
cintura e gli tiravano fuori il suo piacere già
durissimo. Si abbassò lentamente in ginocchio e glielo
prese in bocca senza preavviso, succhiandolo con
avidità, guardandolo negli occhi dal basso. Alberto
gemette, una mano tra i suoi capelli biondi.
«Cristo santo… cosa sto facendo? » Ma quella donna era
il diavolo in persona. Dopo qualche minuto, Monica si
alzò, si voltò e si appoggiò al letto, inarcando la
schiena in modo osceno. Sollevò la gonna fino alla vita
e scostò le mutandine di lato, offrendogli la fica già
bagnata e lucida. «Scopami, dottore!» Lo implorò
voltando la testa verso di lui. «Prendimi forte.»
Alberto non resistette. Le afferrò i fianchi con forza e
la penetrò con un’unica spinta violenta, affondando fino
in fondo nel suo calore stretto e umido. Iniziò a
fotterla con colpi profondi e rabbiosi, facendo sbattere
i loro corpi. Il suono osceno della carne che sbatteva
riempiva la stanza insieme ai gemiti di Monica. «Più
forte… sì, così! Usami!» lo incitava lei, spingendo
indietro contro di lui. Alberto la prendeva con
furia crescente, una mano tra i suoi capelli, l’altra
che le schiaffeggiava il culo sodo. Guardava il suo
membro scomparire dentro di lei e si sentiva un animale.
Un traditore. Un debole.
Pamela… pensò mentre
continuava a spingere. Sto tradendo Pamela per la
seconda volta in due giorni. Oggi è il vero tradimento
senza appello, perché l’ho voluto io… E ora sono qui a
scoparmi questa puttanella ambiziosa come un adolescente
arrapato. Il senso di colpa aumentava il suo desiderio,
e non riusciva a fermarsi. Anzi sembrava rendere tutto
più eccitante. Questa volta Monica venne per prima,
contraendosi violentemente intorno a lui, gemendo forte.
Alberto la seguì poco dopo, esplodendo dentro di lei con
un grido strozzato, svuotandosi completamente mentre le
sue gambe tremavano.
Rimasero così per quasi un
minuto, ansimanti. Lui ancora dentro di lei, il sudore
che gli colava sulla fronte. Poi arrivò il crollo. «Cosa
sto facendo?» Si chiese, con il cuore che gli pompava
nel petto e un nodo alla gola. L’ho cercata io! Sto
buttando via tutto per una ragazzina che mi usa solo per
fare carriera. Sono un ipocrita. Un vecchio ridicolo.
Monica si voltò lentamente, ancora piegata sul letto, e
gli sorrise con aria soddisfatta e leggermente
sprezzante. «Tutto bene, dottore?» Chiese con voce
mielosa. «Sembri… tormentato.» Alberto non rispose. Si
sentiva sporco e svuotato.
******
Quel
pomeriggio Alberto non rientrò in fabbrica, chiamò
Pamela, finse un mal di testa e vagò per le vie della
città. La sera, quando varcò la soglia di casa,
l’oscurità lo inghiottì come una tomba. Non disse una
parola. Senza degnare Pamela di uno sguardo, salì le
scale con passi pesanti, fantasma di se stesso con il
corpo esausto da un pomeriggio d’amore, e si chiuse a
chiave nello studio, fingendo ancora quel malessere che
ormai era diventato la sua unica maschera. Ma dentro, la
tempesta ruggiva. Doveva fare qualcosa. Subito. Quella
donna non era più una semplice presenza: era il Diavolo
incarnato, la tentazione fatta carne e respiro. Ogni
volta che i suoi occhi lo sfioravano, sentiva l’anima
incrinarsi come vetro sotto un martello invisibile. Non
si riconosceva più. L’uomo retto, il marito devoto, che
aveva costruito mattone dopo mattone una vita di ordine
e moralità… stava scomparendo. Al suo posto rimaneva una
creatura schiava, un burattino mosso da fili invisibili,
oscuri, primordiali. Obbediva a qualcosa di non
cosciente, un istinto famelico che gli divorava la
ragione dal profondo.
La sua voce, il suo
profumo, il modo in cui si muoveva nella stanza come una
fiamma lenta e irresistibile… tutto era veleno dolce,
tutto era rovina. Sapeva che se avesse continuato a
frequentarla avrebbe finito per cedere chissà quante
volte. E la caduta non sarebbe stata un semplice errore:
sarebbe stata l’abisso. La distruzione totale della sua
vita, del suo nome, della sua anima. Si lasciò cadere
sulla poltrona di pelle, le mani tremanti premute contro
le tempie. Il cuore batteva come un tamburo di guerra.
Sudore freddo gli imperlava la fronte. «Devo
allontanarla!» Mormorò tra i denti. «Devo cacciarla
via prima che sia troppo tardi. Prima che mi riduca in
cenere.» Ma già mentre lo diceva, sentiva l’altra parte
di sé — quella corrotta, sedotta, maledetta — sussurrare
con perfida dolcezza: E se invece fosse già troppo
tardi? Una minaccia viva, bellissima, letale. E lui, per
la prima volta nella sua vita, aveva terrore di se
stesso più che di qualunque demonio. E pensando e
ripensando, per lavarsi la coscienza, decise che, a fine
stage, non avrebbe rinnovato il contratto a Monica. Un
gesto scellerato agli occhi di tutti e perfino di sua
moglie, ma per lui di estrema importanza. Nonostante le
vendite alle stelle. Nonostante fosse la migliore
risorsa che gli fosse capitata da anni, doveva agire e
quella era l’unica cosa che lo avrebbe fatto sentire
meglio.
******
Non perse tempo. Il
giorno dopo la chiamò nel suo ufficio. «Monica,
siediti.» Lei entrò, sorridente, sicura. «Mi dica
tutto, dottore.» Era tornava a lei come normale che
fosse… ma Alberto non ci fece caso, si alzò dalla sedia,
iniziò a camminare avanti e indietro, poi si schiarì la
voce ed evitando di guardarla negli occhi disse.
«Alla scadenza dello stage… non potrò rinnovarti il
contratto. Mi dispiace. Sei brava, ma… dobbiamo fare dei
tagli.» Lei rimase un secondo in silenzio, poi
inclinò la testa. Un sorriso lento, ironico, le
apparve sulle labbra. «Tagli? Dottore, le vendite sono
aumentate del quaranta per cento grazie alle mie
campagne. I dipendenti mi adorano. E lei… lei lo sa
meglio di me perché non vuole rinnovarmi. Tutti e due
sappiamo che il motivo è un altro…» Si sporse
leggermente sulla scrivania. «È per questi pomeriggi
insoliti, vero? Per quello che è successo tra noi? Ha
paura che io diventi un problema per la sua bella
facciata?» Alberto arrossì violentemente. «Monica,
non è solo questo…» «Ah no? Allora mi guardi negli
occhi e mi dica che non c’entra niente il fatto che
abbiamo scopato.»
La parola cruda, detta con
quella voce morbida, lo colpì come uno schiaffo. Lei si
alzò. «Io non finisco qui, dottore. Non ho intenzione di
sparire solo perché lei ha avuto più di un momento di
debolezza… e gli è piaciuto da morire.» Uscì di corsa,
lasciando dietro di sé un profumo che sapeva di rabbia.
Andò nella sua stanza e iniziò a piangere, il collega
stagista la consolò, qualcosa aveva intuito, ma non fece
domande.
Nei giorni seguenti Alberto interruppe
anche il minimo rapporto evitando di salutarla la
mattina e di prendere il caffè alla macchinetta. Monica
invece si tuffò nel lavoro intenzionata a dimostrare,
semmai ce ne fosse bisogno, la grande ingiustizia che
stava subendo, ma sempre nella speranza che il grande
capo rivedesse la sua decisione. Certo anche lei aveva
sbagliato, avendo creduto che portarsi a letto il grande
capo fosse la strada maestra per la sua stabilità,
finire di fare la stagista e finalmente diventare una
donna in carriera. Alberto rifiutata deliberatamente
ogni approccio e lei dopo vari tentativi cambiò
strategia avvicinando Pamela.
Qualche giorno
dopo durante la pausa caffè le chiese: «Signora Pamela…
posso parlarle un attimo? Da donna a donna.» Pamela,
sempre gentile, la fece accomodare nel suo piccolo
ufficio. «Certo, cara. Accomodati, dimmi tutto.»
Monica raccontò. Non tutto, ovviamente. La prese alla
larga partendo dalla sua infanzia da orfana, la zia
lontana, le difficoltà di fare carriera essendo donna,
quanto fosse grata ad Alberto per l’opportunità e quanto
lo stimasse come uomo e come capo. «Sa, signora, suo
marito è una persona speciale. Mi ha trattato come una
figlia. E io… io ho bisogno di questa esperienza. Non
voglio continuare a fare la stagista migrando da azienda
all’altra. Qui sto bene!» Pamela ascoltò, commossa.
Gli occhi le si inumidirono. «Alberto ha un cuore
grande, lo so. Parlerò con lui. Non possiamo lasciare
indietro nessuno, no? È il suo motto.» Monica
sorrise dentro di sé, dolce come il miele, pericolosa
come il veleno. E Pamela, buona, onesta, moralista
quanto il marito, già pensava a come convincere Alberto
a tenere quella povera ragazza. Il cerchio cominciava a
stringersi. E il diavolo, sotto forma di minigonna e
tacchi alti, rideva piano.
******
Quella sera, a cena, l’orata era perfetta come sempre,
ma Alberto mangiava svogliatamente. Pamela lo osservava
attraverso il calice di vino, studiando il suo silenzio
più del solito. Alla fine, posò la forchetta e andò
dritta al punto, con la calma serena di chi ha condiviso
trentadue anni di vita con un uomo. «Alberto, oggi è
venuta da me Monica.» Lui si irrigidì
impercettibilmente, annuì, ma non alzò gli occhi dal
piatto. «Mi ha raccontato un po’ della sua
situazione. È sola, Alberto. Orfana, senza una famiglia
vera.» Solo a quel punto lui la guardò: «Pamela, mi
dispiace, ma noi non facciamo beneficenza.» «Sì,
certo, lo so, tu hai come obiettivo solo l’azienda, ma è
proprio per questo che te lo dico. Lei lavora come una
matta e ha portato risultati che nemmeno noi ci
aspettavamo. Mi ha chiesto di parlarti… di non lasciarla
a piedi alla fine dello stage.»
Alberto posò
lentamente le posate. Il suo viso si era indurito.
«Pamela, ho già preso la mia decisione. Non rinnoverò il
contratto.» «Ma perché? Hai visto i numeri? Le
prenotazioni sono aumentate del quaranta per cento da
quando ha iniziato lei con i social. I grafici non
mentono.» Lui scosse la testa, ostinato. «I numeri
non sono tutto. Quella ragazza… si veste in un modo
troppo osé. Le gonne sono troppo corte, le camicette
troppo aperte. Distrae gli uomini in officina. Ho già
ricevuto più di una lamentela indiretta. E poi… girano
voci che abbia intrecciato una relazione con uno dei
dipendenti. Non voglio certi comportamenti dentro la mia
azienda.»
Pamela lo guardò sorpresa. Non era da
lui essere così categorico su questioni di abbigliamento
o pettegolezzi, lui aveva sempre guardato al sodo e il
sodo in questo caso erano le vendite. «Una
relazione? Con chi?» «Non lo so e non mi interessa
saperlo. Il punto è che non voglio problemi di quel
tipo. Abbiamo sempre tenuto un ambiente serio.»
Pamela si sporse leggermente verso di lui. «Alberto, la
ragazza è valida. Bravissima. E per il resto… ci penserò
io a redimerla, se proprio serve. Le parlerò, le farò
capire come ci si comporta in un’azienda come la nostra.
Non possiamo buttare via un talento solo perché è
giovane e un po’ esuberante. Il tuo motto è “nessuno
resta indietro”, no?»
Lui alzò completamente lo
sguardo. Nei suoi occhi c’era una determinazione cupa
che Pamela non vedeva da anni. «Questa volta è diverso,
Pamela. La decisione è presa. Non rinnoverò. E ti chiedo
di non insistere.» Pamela rimase in silenzio qualche
secondo, studiandolo. Suo marito non era mai stato così
irremovibile su una questione di personale, ma conosceva
quel tono: quando Alberto chiudeva così la porta,
difficilmente la riapriva. «Va bene.» Disse infine.
«Però sappi che secondo me stai sbagliando.»
Alberto non rispose. Continuò a mangiare, ma quell’orata
sapeva di cenere…
******
Il giorno
dopo, alle dieci e mezza precise, Alberto, scuro in
volto, fece chiamare Monica nel suo ufficio. Lei entrò
con il solito passo sicuro, tacchi che battevano sul
pavimento come un metronomo. Chiuse la porta dietro di
sé. «Mi ha fatto chiamare, dottore?» Chiese con un
sorriso illudendosi che il colloquio con Pamela avesse
dato qualche risultato. Alberto rimase seduto, le
mani incrociate sulla scrivania. «Monica, ti ho già
detto che non rinnoverò il contratto. E ti chiedo, per
cortesia, di non coinvolgere mia moglie in questa
storia. Quello che è successo tra noi è una cosa
privata. Non deve entrarci Pamela.»
Monica
delusa, inclinò leggermente la testa, osservandolo con
sufficienza. Poi il sorriso si fece più tagliente. «Oh,
dottore… lei mi delude. Io non ho coinvolto nessuno. Ho
solo parlato da donna a donna con sua moglie,
raccontandole quanto le sia grata per l’opportunità. Se
questo la disturba, forse dovrebbe chiedersi il motivo.»
Fece un passo verso la scrivania. «Io voglio questo
posto, Alberto. Voglio essere confermata con un
contratto vero. E sarebbe un vero delitto se sua moglie
venisse a sapere… qual è precisamente il motivo.» La
voce era bassa, quasi dolce, ma la minaccia era
chiarissima. Alberto impallidì. Sentì una stretta allo
stomaco. «Mi stai minacciando? Vuoi ricattarmi?»
«Sto solo dicendo che sarebbe un peccato se certe verità
venissero fuori. Soprattutto ora che le vendite sono
aumentate del cinquanta per cento a fine mese, grazie al
mio lavoro. Sarebbe imbarazzante per tutti, non trova?»
Alberto la fissò a lungo. Per la prima volta vide
chiaramente ciò che aveva davanti: non più solo una
ragazza ambiziosa, ma una donna disposta a tutto pur di
ottenere ciò che voleva. «Esci dal mio ufficio!»
Disse alla fine, la voce bassa e roca. Monica sorrise,
girò sui tacchi e si diresse verso la porta. Prima
di aprirla si voltò un’ultima volta. «Ci pensi bene,
dottore. Io non ho fretta… ma nemmeno tanta pazienza.»
Uscì lasciando nell’aria il suo profumo. Alberto
rimase solo, dietro la scrivania. La fissò a lungo,
anche dopo che la porta si era richiusa. Per la prima
volta vide chiaramente ciò che aveva davanti. Ammirava
quel carattere forte, quella determinazione spietata che
lui non aveva mai posseduto. Lui, che per una vita
intera aveva cercato di essere giusto, corretto. Monica
invece prendeva ciò che desiderava senza scrupoli, senza
esitazioni. Quella sicurezza, quella fame, lo
affascinavano suo malgrado.
In quel momento,
contro la sua stessa volontà, ripensò alla stanza del
ristorante sul mare. Rivide Monica sopra di lui, la
gonna sollevata, il seno nudo che oscillava mentre si
muoveva con decisione. Risentì il calore stretto e umido
che lo avvolgeva, i suoi gemiti bassi e arroganti, la
voce che gli ordinava di scoparla più forte. Risentì il
modo in cui lei aveva preso il controllo completo,
riducendolo a un uomo tremante e disperato sotto di sé.
Alberto deglutì a fatica. Sentì un calore traditore
diffondersi nel basso ventre. Si odiò per
quell’eccitazione improvvisa, ma non riuscì a scacciare
l’immagine. Quella donna lo aveva già sconfitto una, due
volte, nel modo più intimo possibile. E ora stava per
farlo di nuovo, su un piano molto più grande.
******
A fine mese l’incremento delle
vendite schizzò ufficialmente al +50%. Alberto si vide
costretto ad organizzare un piccolo brindisi in
fabbrica, radunando tutti i dipendenti nel magazzino
grande. C’erano spumante, bicchieri di plastica e
un’atmosfera di cauto ottimismo che mancava da tempo.
Quando prese la parola, dopo un lungo applauso, tutti si
aspettavano che citasse il merito della campagna social,
il lavoro della stagista che aveva rivoluzionato la
visibilità dell’azienda. Invece Alberto parlò di “sforzo
collettivo”, di “squadra che remava nella stessa
direzione”, di “tradizione e qualità che alla fine
pagano”. Non nominò Monica nemmeno una volta. Non un
grazie, non un accenno.
Monica, in fondo alla
sala, stringeva il bicchiere di plastica. Quando Alberto
concluse il breve discorso tra gli applausi, lei posò il
bicchiere senza aver bevuto nemmeno un sorso, girò le
spalle e lasciò la riunione senza dire una parola.
Pamela, che era rimasta in disparte, notò tutto. Vide
l’uscita plateale della ragazza, vide il viso teso di
suo marito, notò come per tutta la durata del discorso
lui aveva evitato accuratamente di guardare nella
direzione di Monica. Per la prima volta, un piccolo
tarlo cominciò a scavarle dentro. Forse il motivo per
cui Alberto voleva liberarsi di quella stagista non
aveva niente a che vedere con le gonne troppo corte o
con presunte relazioni con i dipendenti. Forse il vero
motivo era un altro. E quel pensiero, per quanto ancora
vago e indefinito, le lasciò in bocca un sapore amaro
che nemmeno lo spumante riuscì a cancellare.
******
Nei giorni successivi Monica divenne
un’ombra dolce e insistente nella vita di Pamela.
Cominciò con piccoli gesti: un caffè portato alla
scrivania della signora, una chiacchierata durante la
pausa in cui Monica raccontava della sua infanzia
difficile, della solitudine, di quanto ammirasse una
coppia solida come quella sua e di Alberto. Sapeva
dosare perfettamente la vulnerabilità e l’ammirazione.
Pamela, che non aveva mai avuto figli e portava dentro
quel rimpianto silenzioso, si lasciò intenerire.
Monica era brava. Molto brava. Ascoltava con gli occhi
lucidi, faceva domande delicate sulla loro vita
matrimoniale, lodava il modo in cui Pamela aveva sempre
sostenuto il marito dietro le quinte. In poche
settimane, tra le due donne nacque un rapporto
apparentemente sincero, quasi materno da una parte e
filiale dall’altra.
Il vero salto di confidenza
avvenne un sabato mattina, quando Pamela propose a
Monica di accompagnarla a fare shopping in centro.
«Ho bisogno di rinnovare un po’ il guardaroba.» Disse
con un sorriso «E tu hai sicuramente più gusto di me in
queste cose e poi sei giovane e saprai consigliarmi...»
Monica accettò subito. Passarono insieme l’intera
mattinata tra le boutique eleganti della città.
All’inizio parlarono solo di vestiti, tessuti e colori.
Monica consigliava Pamela con intelligenza: sceglieva
capi che la facevano sembrare più giovane senza
risultare inappropriati, le suggeriva tagli che
valorizzavano la sua figura ancora snella nonostante i
sessant’anni. Pamela si sentiva lusingata. Da anni
nessuno la guardava più con quell’attenzione.
Poi, mentre erano nel camerino di una boutique di
lingerie di fascia alta, il tono si fece più intimo.
Pamela uscì dal camerino con un completino di pizzo
color avorio, un po’ imbarazzata. Monica la osservò con
occhio critico, ma benevolo. «Le sta benissimo, signora
Pamela. Davvero. Alberto è un uomo fortunato.» Disse con
un sorriso caldo e ammiccante. Pamela arrossì
leggermente, sistemandosi una spallina. «Ormai alla
nostra età… certe cose si fanno più per abitudine che
per altro... Se si fanno…» Monica si avvicinò,
sistemandole con delicatezza il bordo del reggiseno. «Ma
non dovrebbe essere così. Una donna resta una donna e ha
bisogno di sentirsi desiderata a qualsiasi età. E un
uomo, anche se sembra di pietra, ha sempre bisogno di
sentirsi maschio.»
Fece una pausa calcolata, poi
aggiunse a voce più bassa: «Posso farle una domanda
personale?» «Certo, cara.» «Tra lei e Alberto… va
ancora tutto bene? Intendo… nell’intimità.» Pamela esitò
qualche secondo, non si sarebbe mai aspettata una
domanda così diretta. Poi sospirò. Si guardò allo
specchio, come se stesse valutando se fidarsi davvero.
«È da un po’ che le cose sono… calme. Molto calme. Lui è
sempre preso dall’azienda, io anche. E poi, dopo tanti
anni, la passione si trasforma in affetto. O almeno così
mi ripeto.» Monica gli occhi pieni di dolcezza
apparente, rispose: «Capisco. Però è un peccato. Lei è
una donna bella e molto curata. Meriterebbe di più.»
Pamela sorrise malinconica. «E tu invece? Una ragazza
così giovane e bella… avrai di sicuro pretendenti che ti
fanno perdere la testa.» Monica abbassò lo sguardo,
improvvisamente fragile. «In realtà… è difficile
fidarsi. Gli uomini della mia età vogliono solo
divertirsi. E io invece cerco qualcuno che mi guidi, che
mi protegga, che mi faccia sentire al sicuro.»
Quella frase rimase sospesa nell’aria. Pamela la guardò
con tenerezza crescente. In quel momento sembrava
davvero una ragazza bisognosa di una guida. Uscirono
dalla boutique con diverse buste. Pranzarono insieme in
un piccolo ristorante francese. Il vino bianco aiutò a
sciogliere ulteriormente le lingue. Monica raccontò
aneddoti della sua infanzia, di quanto avesse sempre
sognato una famiglia solida. Pamela, commossa, le
strinse la mano sul tavolo. «Sai, Monica, da quando sei
arrivata mi sembra di avere finalmente una figlia. Non
l’ho mai detto ad Alberto, ma ho sempre sofferto di non
aver avuto bambini.» Monica si portò la mano di
Pamela alle labbra e la baciò con gratitudine. «Allora
faccia in modo che possa restare vicina a voi. Non
voglio approfittarne… voglio solo far parte di questa
famiglia, anche solo in azienda.»
Pamela tornò a
casa quel pomeriggio con il cuore più leggero e le
difese ulteriormente abbassate. Monica, invece,
rientrando nel suo appartamento, si tolse le scarpe con
un sorriso soddisfatto. Il primo vero passo era stato
compiuto. Ora Pamela non vedeva più solo una stagista
ambiziosa: vedeva una ragazza bisognosa di affetto, una
figlia putativa da proteggere. E Monica sapeva
perfettamente come sfruttare quel nuovo legame.
Qualche sera dopo, mentre Alberto era ancora in fabbrica
per un’ordinazione urgente, Pamela prese una decisione
importante. Chiamò Monica e le disse: «Perché non
vieni a cena da noi venerdì sera? Solo noi tre,
tranquilli. Così parliamo con calma ed avrai modo di
parlare con Alberto fuori dall’ambiente di lavoro, forse
l’atmosfera familiare potrà aiutarti ad essere ancora
più te stessa. Sono sicura che Alberto apprezzerà.»
Monica accettò commossa, ma dentro di sé, sorrise. Lei
sapeva ciò che Pamela ignorava…
******
Venerdì sera Alberto tornò a casa alle otto e un
quarto, stanco e con la mente ancora piena di grafici.
Appena aprì la porta, sentì due voci femminili provenire
dalla sala da pranzo e un invitante profumo di lasagne
al forno. Entrò in sala e si bloccò sulla soglia. Monica
era seduta al suo posto abituale, di fronte a Pamela.
Indossava un vestito elegante nero, aderente e scollato.
I capelli biondi raccolti in una coda morbida. Sembrava
una dea con un tocco di malizia e tanta sensualità.
«Buonasera, dottore.» Disse lei con un sorriso sereno,
alzandosi leggermente dalla sedia. «Sua moglie è stata
così gentile da invitarmi.»
Alberto sentì il
sangue gelarsi. Per un istante terribile pensò che
Pamela sapesse tutto. Che Monica le avesse parlato. Che
quella cena fosse una trappola. Sudava freddo. La
camicia gli si appiccicò alla schiena in pochi secondi.
Pamela gli sorrise tranquilla. «Vieni, caro.
Siediti. Monica in ufficio mi stava raccontando di quel
nuovo progetto per TikTok che ha in mente. Allora ho
pensato di farti una sorpresa invitandola a cena. Ha
delle idee davvero brillanti.»
Durante tutta la
cena Alberto rimase teso come una corda di violino. Ogni
volta che Monica apriva bocca, lui tratteneva il
respiro, temendo che da un momento all’altro potesse
lasciar cadere qualche allusione, qualche frase ambigua.
Invece lei fu impeccabile: rispettosa, misurata, quasi
timida. Parlava dell’azienda con passione, ringraziava
Pamela per l’ospitalità, lodava il senso della famiglia
di Alberto. Non una parola fuori posto. Non uno sguardo
troppo lungo verso di lui.
Alberto capì che la
ragazza stava giocando una partita lunga e pericolosa.
Sapeva che il segreto era la sua arma più potente e non
l’avrebbe sprecata almeno per il momento. Quando si
salutarono Monica strinse il braccio di Alberto con
troppa forza: «Dottore, spero davvero che lei ci
ripensi... Potrei darle molto di più se lei volesse…»
Pamela in quel momento era in cucina e lui si sentì
avvampare…
Rimasti soli Pamela affrontò di nuovo
l’argomento con naturalezza: «Alberto, ho pensato una
cosa. Monica ha dimostrato di avere talento vero.
Secondo me sarebbe perfetta come responsabile del
reparto commerciale. Potrebbe seguire personalmente
marketing, vendite e rapporti con i nuovi clienti. Con i
risultati che sta portando, sarebbe un delitto non
valorizzarla.» Alberto posò il bicchiere del brandy
con troppa forza. La sua voce uscì più dura di quanto
volesse: «Pamela, ne abbiamo già parlato. La risposta è
no. Non la voglio più tra i piedi.»
Pamela non
si scompose. «Caro, mi rincresce ricordarti che
l’azienda non è tua e le decisioni spettano ad entrambi.
Ti ho dato mandato di gestirla, ma sai benissimo che
l’ho ereditata da mio padre e tu sai quanto ci tengo a
farla crescere e non solo a farla sopravvivere. Le
vendite sono aumentate del cinquanta per cento grazie al
lavoro della stagista. Vuoi davvero rinunciare a questo
per… questioni di principio?» Alberto ebbe un
sussulto, dopo tanti anni era la prima volta che sua
moglie gli ricordava quel piccolo particolare. Sapeva
che il problema del vestito corto o le chiacchiere con
gli operai era una scusa troppo debole. Il problema era
decisamente un altro. «Ci devo pensare…» Tagliò
corto alla fine, solo per chiudere la discussione.
Pamela annuì, soddisfatta per il piccolo passo avanti.
******
Nei giorni seguenti la
situazione divenne ancora più insostenibile. Pamela
spingeva apertamente per l’assunzione di Monica. Ne
parlava a cena, gli mostrava i grafici delle vendite,
gli ricordava il motto “nessuno resta indietro”. Alberto
resisteva, ma sentiva il terreno crollargli sotto i
piedi. Incalzato da sua moglie, rinunciare a quei
risultati per una debolezza personale, gli sembrava
sempre più assurdo… eppure il pensiero di avere Monica
ogni giorno in azienda, con quel potere su di lui, lo
terrorizzava. Pamela, dal canto suo, giorno dopo
giorno intuiva che qualcosa non quadrava. Suo marito non
era mai stato così ostinato contro l’interesse
dell’azienda.
Una sera, dopo l’ennesima
discussione, lo guardò dritto negli occhi. «Alberto, io
non sono stupida. So che c’è qualcosa che non mi stai
dicendo. Qualcosa che riguarda te e quella ragazza.»
Lui impallidì, ma non parlò. Pamela sospirò
profondamente, poi disse una frase che lo colpì come un
pugno: «Ascoltami bene. Io amo questa azienda quanto te.
È la nostra vita. E se per farla crescere devo chiudere
un occhio… anzi, tutti e due… sono disposta a farlo. Non
voglio sapere ma sappi che tutto si può aggiustare e
soprattutto una semplice fragilità.» Alberto rimase
in silenzio a lungo, lo sguardo perso nel vuoto. Sentiva
il cappio stringersi lentamente intorno al collo. Si
chiese se la ragazza avesse parlato, ma anche quel
semplice dubbio dimostrava quanto Monica avesse già
vinto la sua prima battaglia. E Pamela, in nome del bene
dell’azienda, aveva appena aperto la porta al diavolo.
Erano seduti sul divano, Pamela aveva indossato per
l’occasione il vestito e la lingerie comprata insieme a
Monica. «Non aver timore lei sa stare al suo posto.
Questa lingerie me l’ha consigliata lei… Vuole il mio
bene e il tuo…» Così dicendo accavallò le gambe, poi
alzò leggermente il vestito. «Fammi capire, avete
parlato di cose intime?» Pamela lo fissò e vide una
specie di terrore attraversargli gli occhi: «Tranquillo
abbiamo parlato di quanto una donna abbia bisogno di
sentirsi desiderata. Non c’è nulla di male, no?»
Alberto dopo tanto tempo sentì una certa attrazione nei
confronti della moglie. La baciò con naturalezza, lei
invece lo strinse a sé: «È tanto sai che non ci
concediamo un momento nostro.» A quel punto lei si alzò
e insieme guadagnarono il letto. Alberto si sentì
finalmente svincolato dal suo segreto, ripensò alla
frase di sua moglie: «Sono disposta a chiudere tutti e
due gli occhi». Poi, durante l’amore, cedette. «C’è
stato… qualcosa. Al ristorante sul mare, un pomeriggio.
Di fronte alla sua intraprendenza sono stato un debole.»
Non entrò nei dettagli. Non disse quanto fosse stato
intenso, quanto avesse goduto, quanto avesse perso il
controllo tanto da volerlo rifare il giorno successivo.
Ma bastò. Pamela impallidì, strinse le labbra fino a
farle diventare una linea sottile, poi annuì lentamente.
«Lo immaginavo…» Disse piano. «Non sei mai stato bravo a
mentire.»
Ci fu un lungo silenzio. Alberto
aspettava la tempesta, le lacrime, le accuse. Invece
Pamela allargò le sue gambe coperte da un velo di calza
nera e lo accolse nel suo paradiso umido. «Un buon
manager.» Disse con voce sensuale. «Non butta via
un’opportunità solo perché ha commesso un errore.
Sfrutta tutte le occasioni per il bene dell’azienda.
Anche quelle scomode. Soprattutto quelle scomode.»
Alberto alzò gli occhi, incredulo. Pamela continuò:
«Tu hai sbagliato. Ma l’azienda non deve pagare per la
tua debolezza. Monica resta. E tu imparerai a
conviverci.» Alberto si sentì sollevato. Come se una
parte del peso fosse stata tolta dalle sue spalle. La
confessione parziale, invece di distruggere il
matrimonio, aveva in qualche modo ridefinito le regole
del gioco. Pamela aveva scelto l’azienda. E lui, per la
prima volta dopo mesi affondò tra quelle cosce mature ma
ancora molto calde e piene di desiderio.
******
Monica prese possesso del nuovo
ufficio il lunedì successivo. Fece portare via la
vecchia scrivania di legno scuro e la sostituì con una
moderna, bianca, minimalista e imponente. Cambiò le
riproduzioni dei quadri famosi con tele astratte
d’avanguardia, poi toccò alle tende e al piccolo
televisore, facendo montare un grande schermo per le
presentazioni. Quando Alberto passò davanti alla
porta aperta e vide i cambiamenti, sentì una stretta
allo stomaco. All’inizio cercò di mantenere le distanze.
Ma Monica era ovunque. Brillante nelle riunioni,
impeccabile nei risultati, dolcissima con Pamela. E lui…
lui iniziò a guardarla diversamente. Senza più il peso
schiacciante del senso di colpa, cominciò ad apprezzare
le sue movenze disinvolte, il suo corpo, il suo profumo,
la sua intelligenza tagliente, la sua furbizia. La
ammirava anche perché aveva contribuito a rinvigorire il
rapporto con sua moglie. La sua non era più solo
attrazione fisica. Era il modo in cui lei prendeva
decisioni, come dominava una stanza, come lo guardava
ora con un misto di sfida e tenerezza. Alberto, a
sessant’anni, si scoprì geloso quando la vedeva ridere
con i giovani commerciali. Si scoprì eccitato quando lei
entrava nel suo ufficio e chiudeva la porta. Monica se
ne accorse subito. Lui era caduto nella sua trappola e
lei cominciò a giocare.
I passi furono rapidi,
precisi, implacabili. Prima convinse Pamela che per
gestire al meglio il reparto commerciale serviva un
posto nel Consiglio di Amministrazione. «Solo per avere
voce in capitolo sulle strategie.» Disse con umiltà
apparente. Pamela, ormai convinta che Monica fosse
la salvezza dell’azienda, appoggiò la richiesta
convincendo Alberto a votare a favore. E così Monica
entrò nel CDA e da quel momento il suo potere crebbe a
vista d’occhio. In sei mesi ottenne la delega sulle
vendite estere. Poi su tutta la comunicazione. Poi sul
budget marketing, che divenne presto più grande del
budget produzione. Ogni volta che Alberto cercava
esternare i suoi dubbi sulle strategie troppo aggressive
e rischiose, trovava sempre Pamela schierata dall’altra
parte.
Lui si sentiva sempre più emarginato. Le
decisioni importanti venivano prese tra Pamela e Monica,
spesso a cena a casa loro, mentre lui ascoltava in
silenzio. Monica ormai lo trattava con un rispetto
formale davanti agli altri, ma quando erano soli lo
chiamava “Alberto” e gli ricordava maliziosamente
sottovoce quanto fosse stato bello quel pomeriggio al
mare. Ma lo descriveva come una sua vittoria, nulla di
più.
L’ultimo atto arrivò dopo quattordici mesi.
Monica propose una riorganizzazione profonda della
governance: l’azienda aveva bisogno di “aria nuovo” e di
una figura più dinamica al vertice operativo. Propose sé
stessa come Amministratore Delegato, lasciando ad
Alberto la carica puramente rappresentativa di
Presidente del CDA. Pamela, dopo una lunga riflessione,
disse sì. La votazione fu drammatica. Alberto oppose un
ultimo, disperato veto. Ma Pamela, con voce calma e
definitiva, pronunciò la frase che lo annientò:
«L’azienda viene prima di tutto, Alberto. Lo hai sempre
detto tu.» Monica divenne Amministratore Delegato con
pieni poteri.
******
Il giorno in cui
firmò il passaggio di consegne, Monica lo convocò nel
suo nuovo ufficio, quello che una volta era stato di
Alberto, ora completamente rinnovato e irriconoscibile.
Chiuse la porta. Si sedette sulla poltrona da dirigente,
incrociò le gambe e lo guardò con un sorriso lento,
soddisfatto, vendicativo. «Siediti, Alberto.» Lui
obbedì. Per la prima volta si sentì piccolo in quella
stanza. Monica lo osservò a lungo, godendosi ogni
secondo. «Sai, per molto tempo mi hai buttata via come
una cosa usata. Invece eccomi qui. Ecco la mia
rivincita: Amministratore Delegato della tua azienda.»
Si alzò, girò intorno alla scrivania e si fermò
davanti a lui costringendolo a guardarla negli occhi.
«Da oggi comando io. Tu sarai il presidente onorario.
Bello da vedere alle cene istituzionali, ma senza potere
reale. E sarai gentile, collaborativo… e obbediente.» Si
chinò su di lui, le labbra vicinissime al suo orecchio.
«Sarà un piacere immenso per me ricordarti ogni giorno
chi comanda adesso.»
Appoggiò un tacco sulla
sedia accanto alla sua e sollevò lentamente la gonna
fino alla vita, mettendo in mostra le cosce perfette,
lisce e abbronzate. «Guardale bene. Queste cosce mi
sono servite per farti sentire in colpa e allo stesso
tempo per farti sentire l’uomo più virile del mondo.»
Cambiò posa con arroganza: si sedette sul bordo
della scrivania, aprì le gambe davanti al suo viso e
mostrò le sue mutandine di pizzo nero. «Anche questa mi
è servita… ma ora te la scorderai per sempre.» Alberto
divenne paonazzo. Monica rise forte, una risata crudele
e liberatoria.
«Hai dimostrato di non meritarla e
non la toccherai mai più. Sarà solo per uomini veri, non
per chi l’ha rifiutata. Te l’avrei data ancora, sai? Tu
hai avuto la tua occasione, ma non hai saputo sfruttarla
a pieno.» A quel punto si alzò, gli si avvicinò fino
quasi a fargli sentire l’odore e parlò scandendo ogni
parola: «Sei un fallito, Alberto. Un ipocrita. Per
trentadue anni hai recitato la parte dell’uomo integro,
del marito fedele, del capo morale che leggeva Seneca e
parlava di onore. Poi sono bastate due tette sode e una
fica giovane per farti crollare. Hai messo a rischio
tutto quello che avevi costruito per scoparti una
stagista. E guarda ora dove sei: seduto qui dall’altra
parte della scrivania, mentre io ti ho preso l’azienda,
il potere e la fiducia di tua moglie.»
Monica
tornò a sedersi sulla poltrona dirigenziale, si accomodò
come una vera manager e accavallò di nuovo le gambe con
sensualità esagerata, facendo salire ancora la gonna.
«Da oggi sei finito. Sarai solo il vecchio capo che non
conta nulla da esibire alle cene per far vedere quanto
sono “generosa”. Dovrai sorridere e dire a tutti quanto
sei orgoglioso della nuova Amministratrice Delegata
mentre dentro ti sentirai morire. Ogni volta che
entrerai in questo ufficio dovrai chiamarmi “Dottoressa
Monica” con rispetto vero. E ogni sera, quando tornerai
a casa da Pamela, saprai che lei ha scelto me invece di
te. Che persino tua moglie ha capito che sei debole,
inutile e finito.»
Lo guardò con puro disprezzo,
gli occhi che brillavano di vittoria. «Ti ho distrutto
con una minigonna e un paio di cosce. Ti ho preso tutto.
La tua azienda, la tua autorità, il tuo orgoglio di
maschio e la tua dignità. E la cosa più bella è che tu
lo sapevi che stavo giocando, eppure non sei riuscito a
fermarti perché sei un debole. Non ci hai saputo fare,
avrei potuto scoparmi all’infinito e tenerti l’azienda e
invece i tuoi sensi di colpa ti hanno fregato!» Fece
un gesto sprezzante con la mano verso la porta. «Ora
puoi andare. E chiudi la porta piano, non urtarmi
Alberto, sarai capace di peggio.» Lui si alzò,
nonostante tutto la desiderava, ma non gli rimase che
chiudere gli occhi. Un brivido gli attraversò la
schiena: era paura, umiliazione… e, con orrore, anche
eccitazione. Monica sorrise, vittoriosa.
|
Questo racconto è opera di pura
fantasia. Nomi, personaggi e luoghi sono frutto
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