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RACCONTO
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Adamo Bencivenga
LA STAGISTA
Arrivata da pochi giorni in fabbrica con un sorriso ammiccante e uno sguardo tagliente, Monica usa la sua intelligenza affilata, la bellezza disarmante e una seduzione sottile per conquistare il capo. Ogni caffè, ogni dossier e ogni occhiata prolungata è un passo calcolato verso l’alto. Piano dopo piano, tra sorrisi e strategie silenziose, la giovane ambiziosa sta già misurando la poltrona del suo superiore...

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La fabbrica di Alberto produceva componenti per macchinari agricoli, ingranaggi, giunti cardanici, pezzi robusti e onesti, fatti per durare una vita intera, come lui amava ripetere con quel tono da patriarca d’altri tempi. In realtà quell’azienda era di suo suocero, che l’aveva fondata negli anni Settanta. Quando il vecchio capo era morto, più di vent’anni prima, Alberto aveva preso in mano le redini e l’aveva gestita da allora con pugno di ferro e cuore grande. Cinquanta dipendenti, tutti trattati come figli. «Nessuno resta indietro.» Era il suo motto, inciso quasi sulla fronte. «Se affonda la barca, affoghiamo tutti insieme. Meglio fallire da uomini che salvarsi da vigliacchi.»

A sessant’anni suonati, era ancora un uomo metodico, senza scossoni. Si alzava alle sei e mezzo precise, leggeva due capitoli di Marco Aurelio o di Seneca prima del caffè, baciava Pamela sulla fronte e arrivava in fabbrica alle otto meno un quarto. Pamela, sua coetanea e sua moglie da trentadue anni, arrivava in azienda con comodo verso le dieci. Come suo marito teneva molto all’andamento dell’azienda e pur essendo benestante faceva la segretaria tuttofare: rispondeva al telefono, teneva la contabilità e quando serviva, preparava le buste paga e organizzava le ferie.
Lui si occupava dei suoi “figli” con un paternalismo d’altri tempi. Al figlio di Giuseppe, l’operaio della tornitura, aveva pagato il dentista perché il ragazzo aveva i denti storti e si vergognava. Alla moglie di Mario, che soffriva di depressione post-partum, aveva trovato uno psicologo bravo e discreto, pagandolo di tasca sua. «La famiglia viene prima di tutto.» Diceva, con quella voce grave da confessore laico. «Se a casa state male, qui producete schifezze. E io non voglio schifezze.»

Ultimamente però le vendite zoppicavano. Alberto si chiudeva nel suo ufficio con le sopracciglia aggrottate, sfogliava i grafici come fossero testi sacri e sospirava. Gli indici erano quasi tutti negativi e lui non voleva licenziare nessuno. Mai.
Convinto che i suoi prodotti fossero ancora i più competitivi, insieme ai suoi collaboratori più fidati, si rese conto che il problema delle mancate vendite era nella visibilità dell’azienda. Navigando su internet aveva notato che altre aziende concorrenti, nonostante sfornassero prodotti più scadenti, lanciavano ogni giorno campagne pubblicitarie aggressive. Certo il mondo stava cambiando e lui aveva bisogno di nuove idee, nuovi progetti e forze fresche. Allora tramite un’agenzia qualificata fece richiesta di due collaboratori giovani e neolaureati.


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Dopo circa una settimana arrivarono due stagisti. Lei si chiamava Monica. Bionda, ventisei anni, gambe che sembravano disegnate da un peccatore pentito, sempre in tacchi alti e gonne corte che sfidavano la decenza aziendale senza mai varcarla del tutto. Attirò subito l’attenzione su di sé e i dipendenti maschi smettevano di lavorare quando passava e qualcuno giurava di sentire il rumore collettivo delle gole che deglutivano…
Orfana da anni, sembrava già sapere esattamente come funzionava il mondo. Aveva conseguito la laurea in marketing e aveva già accumulato esperienza in diverse officine meccaniche di precisione. Tuttavia, questa chiamata rappresentava l’occasione che aspettava da tempo. Viveva in un appartamento condiviso con due amiche e aveva solo una zia lontana; eppure, non si era mai sentita una vittima.

Era ambiziosa fino al midollo, ma la sua aspirazione non era ingenua o impulsiva. Era fredda, strategica e paziente. Sapeva usare il suo aspetto come un’arma raffinata. Consapevole del potere che esercitava sugli uomini, lo maneggiava con maestria: un dosaggio perfetto tra innocenza, sensualità e intelligenza. Sotto la superficie seducente si nascondeva però una mente tagliente e un’anima senza scrupoli. Monica non credeva nelle favole né nella gratitudine. Per lei le relazioni erano transazioni, le persone pedine, e le opportunità da cogliere senza pietà. Sapeva essere dolce, fragile all’apparenza, ma dietro quegli occhi azzurri c’era sempre un calcolo in corso. Non si affezionava facilmente e non perdonava chi la ostacolava.
Aveva fuoco dentro, sì, ma non era un fuoco disordinato: era una fiamma controllata, precisa, capace di bruciare tutto ciò che le sbarrava la strada. E Alberto, con il suo paternalismo, i suoi principi e la sua fabbrica, rappresentava per lei molto più di un semplice impiego: era il trampolino perfetto per la scalata che sognava da anni.


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Dopo appena due settimane, Monica bussò alla porta di Alberto con un progetto sottobraccio. «Dottor Alberto, mi dia cinque minuti. Ho pensato a una campagna social.» Giovane, diretta e un po’ irriverente entrò nella stanza senza aspettare il consenso del capo.
Si accomodò accavallando le gambe: «I nostri ingranaggi non sono solo pezzi di ferro: sono la spina dorsale dell’agricoltura moderna. Facciamoli vedere su Instagram e TikTok con i trattori che filano, con i contadini giovani, con la musica giusta.»
Alberto la guardò da sopra gli occhiali, dubbioso. «Social? Monica, noi facciamo pezzi che durano trent’anni. Non caramelle da consumare in un giorno.»

Lei sorrise, quel sorriso che sapeva di miele e di guai. «Appunto, dottore. Facciamoli conoscere anche a una clientela più giovanile. Lì fuori esiste anche un’imprenditoria giovane e rampante… Le vendite ringrazieranno.»
A conti fatti, il costo non era esagerato e alla fine Alberto cedette, più per la luce che vedeva negli occhi la stagista che per convinzione. Passò circa un mese ed Alberto dovette ammettere che l’intuizione della stagista aveva fatto centro. Le prenotazioni schizzarono del trentadue percento. Certo non erano ancora vendite, ma i grafici, prima malati, ballavano come ubriachi. Davanti a quei fogli Excel, Alberto scosse la testa: Monica aveva ragione! La mandò a chiamare, si complimentò con lei per quel lampo di genio e da quel giorno tra loro nacque un rispetto profondo e una simpatia confidenziale.

Lui la guardava e vedeva la figlia che non aveva mai avuto. Nei suoi occhi luminosi e nella sua energia rivedeva ciò che avrebbe desiderato per una sua ipotetica erede: intelligenza, vitalità, ambizione. Provava per lei un affetto quasi paterno, protettivo, che lo faceva sentire ancora utile e vivo.
Lei, ambiziosa e decisa, lo guardava e vedeva la scalata che voleva fare, ma vedeva anche un uomo anziano, rispettato, moralmente rigido, ma emotivamente vulnerabile, seduto su un trono non adatto a lui e che lei desiderava occupare. Per lei Alberto non era un mentore da ammirare, ma una porta da aprire. Dietro i sorrisi deferenti e gli sguardi grati si nascondeva un calcolo freddo e costante: quanto tempo ci sarebbe voluto? Quanto avrebbe dovuto concedergli? Fino a che punto poteva spingerlo prima che si spezzasse?

Alle volte si incontravano davanti alla macchinetta del caffè, nei brevi momenti di pausa. Lei arrivava sempre strabordante di energia. Gli illustrava i nuovi progetti con entusiasmo, gesticolando, sfiorandogli il braccio per caso, riempiendolo di complimenti velati. Alberto l’ascoltava pazientemente, annuendo, lusingato da tanta dedizione e da quella giovinezza che gli ricordava i tempi andati.
Lei, intanto, studiava ogni sua reazione. Ogni esitazione, ogni sguardo che indugiava un secondo di troppo sulle sue gambe, ogni piccolo cedimento. E dentro di sé sorrideva. Perché sapeva che, passo dopo passo, lo stava già portando esattamente dove voleva.


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Una sera, rimasti soli in ufficio, Monica gli si avvicinò con una cartellina in mano. «Dottore, mi dà un passaggio? Abito dall’altra parte della città e l’ultimo bus è già partito.»
Alberto esitò. Sua moglie Pamela era già a casa. Ma era tardi, pioveva.
Un uomo perbene non lascia una ragazza sotto la pioggia, si disse. «Va bene. Ma facciamo in fretta, Pamela non tollera ritardi quando prepara l’orata al forno.»

In macchina, quando lei si sedette, la minigonna, ascellare, come la definì mentalmente lui con orrore, salì più del necessario. Due gambe lisce, abbronzate, infinite. Alberto guardandola nella penombra dell’abitacolo, strinse il volante fino a farsi male.
Lei parlava, disinvolta: «Sa, dottore, io voglio fare carriera e bruciare le tappe. Mi vedo già manager di una grande azienda come la sua. Non smetterò mai di ringraziarla per avermi dato questa chance…»
Lo guardò di traverso, un’occhiata lunga, umida. Ammiccò appena.

Alberto sudava. Sentiva il profumo del suo ardore, fresco, giovane, che riempiva l’abitacolo come un peccato originale.
«Monica, sei ancora giovane, ma di stoffa ne hai... A parte la gonna…»
Lei rise piano, maliziosa. «Mi sta dicendo che è troppo corta? È un rimprovero?»
Lui non rispose, guardava la strada e non vedeva l’ora di arrivare. Quando la lasciò sotto casa, aveva la camicia appiccicata alla schiena e il senso di colpa che già gli mordeva lo stomaco. Lui era fatto così, anche un solo pensiero peccaminoso lo viveva come un affronto a sua moglie.

Durante la strada di ritorno, da solo in macchina accese la radio, ma il pensiero andava sempre lì, a quelle gambe lunghe come la tangenziale che stava percorrendo. Ripensò alle sue parole e alla sua voglia di fare carriera e si chiese se fosse un velato ammiccamento.
Alberto non voleva avere segreti, anzi non ne aveva mai avuti, e, durante la cena, disse a Pamela di aver accompagnato la stagista a casa. Lei non si scompose: «Hai fatto bene caro, con questa pioggia poi…»
Del resto in 32 anni di matrimonio non aveva mai dubitato sulla fedeltà di suo marito.

Lui invece quella notte si chiese se avrebbe dovuto parlarne col prete la domenica successiva. Si chiese quanto di quel comportamento fosse spontaneo e quanto calcolato. Quanto lei fosse davvero disponibile e fino a che punto la sua ambizione potesse spingerla. Era solo una ragazza intraprendente che voleva fare carriera, o c’era qualcosa di più? Qualcosa di più pericoloso?
Si sentiva combattuto come non mai. Da una parte c’era l’uomo che era sempre stato, ma dall’altra, il destino gli aveva messo davanti, su un vassoio d’argento, un angelo tentatore biondo, giovane, pieno di vita e apparentemente disposto a tutto pur di salire. Una parte di lui voleva resistere. L’altra, quella più oscura e sopita da anni, si domandava come sarebbe stato lasciarsi andare, anche solo una volta. Assaggiare quella giovinezza, quella carne soda, quel fuoco che Pamela non aveva più da tempo. Si odiava per quei pensieri. Eppure, non riusciva a scacciarli. E più cercava di ignorarli, più tornavano, sempre più insistenti...


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Due giorni dopo fu ancora Monica a farsi avanti. «Dottor Alberto, dobbiamo parlare del nuovo progetto. Le va se mangiamo qualcosa insieme in pausa pranzo? Offro io.»
Alberto sapeva che avrebbe dovuto dire di no. Guardò attraverso il vetro la stanza vuota di sua moglie, Pamela quella mattina non era in azienda ma sarebbe arrivata dopo pranzo, e allora disse: «Va bene. Ma visto che è un pranzo di lavoro offre l’azienda.» Chiedendosi se l’assenza di Pamela fosse solo un caso…

Lui si sarebbe accontentato anche di un fast food vicino alla fabbrica, ma lei insistette per un ristorante sul mare, certo sì, non era distante dall’azienda, ma pur sempre un locale più impegnativo con le tovaglie bianche, una terrazza mozzafiato e le stanze al piano di sopra per i clienti che “si fermavano a riposare”. Anche questa volta si chiese se fosse un caso…

Monica scelse il tavolo ad angolo in disparte. Il sole batteva sull’acqua, l’aria sapeva di salsedine e di possibilità proibite. Lei ordinò un’insalata di mare e vino bianco fresco. Lui si adeguò. Durante il pranzo lei parlava, rideva, si toccava i capelli, si sporgeva in avanti. La camicetta si apriva quel tanto che bastava a far intravedere il pizzo del reggiseno.
«Lei è un uomo straordinario, sa? Paternalistico, sì, ma nel senso buono. Protegge tutti. Però… a volte anche gli uomini forti hanno bisogno di essere protetti da se stessi.»
Gli sfiorò la mano. «Dottore, mi piace lavorare con lei, mi fa sentire indispensabile.»
Alberto sentì il sangue rombare nelle orecchie. La freschezza di lei, quella pelle liscia, quel pizzo, quegli occhi che promettevano tutto. La morale, Seneca, Pamela, i cinquant’anni di fedeltà… tutto stava crollando davanti a quella bellezza sfacciata e giovane.

Mentre lei continuava a parlare, Alberto non riusciva a smettere di pensare alle stanze al piano di sopra e perché mai lei aveva insistito per quel ristorante sicuramente non adatto per una pausa pranzo. La guardava muoversi, così naturale nella sua sensualità: il modo in cui incrociava le gambe, come si mordeva leggermente il labbro inferiore quando rideva, il gesto lento con cui si sistemava una ciocca di capelli dietro l’orecchio. Non sapeva quanto tutto questo fosse spontaneo, ma di certo era brava. Non volgare, non esplicita. Solo… invitante. Pericolosamente invitante.

Lui, che non era mai stato un uomo d’esperienza in certe situazioni, si sentiva goffo, impreparato, quasi ridicolo. E adesso? pensava, con il cuore che batteva troppo forte. Se lei mi propone di salire, come dovrei comportarmi? Che cosa direbbe un uomo abituato a queste cose? Posso rifiutare senza sembrare un vecchio impotente o, peggio, un codardo? Una parte di lui, quella ancora aggrappata ai suoi principi, urlava di alzarsi, pagare il conto e tornare in fabbrica. L’altra parte, quella che sentiva il calore diffondersi nel basso ventre, immaginava già di seguirla su per quelle scale strette, di guardarle le gambe, di chiudere la porta di una di quelle stanze anonime e lasciare che succedesse.

Sudava. Le mani gli tremavano leggermente sotto il tavolo. Era terrorizzato dall’idea di fare la figura dello stupido, ma ancora più terrorizzato dal desiderio che provava. Monica, intanto, lo guardava con quegli occhi azzurri che sembravano leggere ogni suo pensiero, come se stesse giocando una partita di cui conosceva già il finale.
Prima che potesse dire qualcosa Monica lo anticipò. «Scommetto che ha bisogno di un po’ di relax prima di tornare in ufficio, ma non osa dirmelo… ma con me non deve temere nulla…»


******

Salirono al piano di sopra. La stanza era semplice, con un letto grande e una finestra sul mare. Monica si tolse i tacchi lentamente. Lui si sedette sul bordo del letto, il cuore che gli pompava nel petto come se stesse per commettere un omicidio.
«Monica… aspetta. Questo non dovremmo farlo.» Mormorò, la voce incrinata. Le mani gli tremavano sulle ginocchia. Pensava a Pamela, ai tanti anni insieme, si sentiva un ipocrita, un debole. Lei sorrise, un po’ spavalda e un po’ divertita. Non c’era traccia di dubbio nei suoi occhi.
«Shh… Dottore.» Sussurrò avvicinandosi. Si fermò tra le sue gambe e cominciò a sbottonare lentamente la camicetta, un bottone dopo l’altro, senza fretta. «Lei pensa troppo. Lasci fare a me e vedrà che non c’è nulla di male.»

Gli prese una mano e se la portò sul seno, premendola contro di sé. Alberto chiuse gli occhi per un istante, avrebbe voluto dire ancora qualcosa, ma la frase gli morì in gola quando sentì il calore di quel seno giovane, sodo, così diverso da quello troppo morbido che aveva toccato per decenni.
Monica rise. «Sua moglie non è qui. Io sì.»
Si chinò e gli sfiorò l’orecchio con le labbra. «E lei mi vuole. Lo sento da giorni e ora è ad un passo dal paradiso e può prendersi quello che desidera.»
Con un gesto fluido si sfilò la camicetta lasciandola cadere a terra. Alberto la guardò come se stesse vedendo un’immagine sacra: quei seni erano perfetti, alti, con i capezzoli già turgidi. Lei si chinò su di lui, offrendoglieli senza pudore.

Lui esitò solo un secondo. Poi, con un gemito strozzato che era metà disperazione e metà resa, li prese tra le mani e vi affondò il viso, baciandoli con una fame violenta e colpevole. Tremava. Ogni bacio gli sembrava un sacrilegio e allo stesso tempo l’unica cosa vera che avesse fatto da anni.
Monica gli accarezzò i capelli, tenendolo premuto contro di sé. «Così… bravo. Lasciati andare.» Disse passando ad un sensuale tu.
La sua voce era calda, quasi tenera nella sua arroganza. Sapeva esattamente quello che stava facendo. Lo spinse delicatamente indietro finché non fu disteso. Gli aprì la cintura con gesti esperti, senza fretta, ma senza esitazioni.
Quando gli abbassò i pantaloni e vide quanto fosse eccitato, sorrise con soddisfazione maliziosa. «Guarda come sei duro… nonostante tutti i tuoi scrupoli.»

Alberto arrossì violentemente, mortificato ed eccitato allo stesso tempo. «Monica, io… non lo faccio da tanto tempo…»
«Lo so.» Lo interruppe lei, salendo sul letto e mettendosi a cavalcioni su di lui. «E proprio per questo sarà bellissimo.»
Si sollevò la gonna fino alla vita, scostò le mutandine di lato con due dita e, senza smettere di guardarlo negli occhi, prese il suo sesso e lo infilò delicatamente tra le sue gambe umide. Alberto sentì il calore umido avvolgerlo centimetro dopo centimetro e gli sfuggì un suono gutturale, quasi un singhiozzo.

Mentre iniziava a muoversi su di lui, lenta e profonda, Monica gli prese il viso tra le mani. «Guardami.» Ordinò dolcemente. «Non pensare a lei. Non pensare a niente. Senti solo quanto è bello scoparmi.»
Alberto la strinse ai fianchi con forza, le dita che affondavano nella carne giovane. La prendeva con una furia trattenuta per decenni, spingendo dal basso con slanci quasi rabbiosi, come se volesse punire se stesso e allo stesso tempo ringraziarla. Ogni affondo era accompagnato da sensi di colpa, eppure non riusciva a fermarsi. Il piacere era troppo intenso, troppo vivo.
Monica invece rideva piano tra un gemito e l’altro, spavalda, padrona assoluta della situazione. Si chinava su di lui, i capelli che gli sfioravano il viso, e gli sussurrava parole sporche: «Più forte… sì, così. Scopami come se fossi la tua prima donna in assoluto. Non sei vecchio, Alberto, sei solo arrugginito, ma vedrai con me riscoprirai il piacere dell’amore. Scopami più forte, sei un uomo. Il mio uomo, adesso.»

Lui a quelle parole non resistette e venne con un grido soffocato, stringendola così forte da farle male, mentre ondate di piacere e di vergogna lo travolgevano contemporaneamente. Monica continuò a muoversi ancora qualche secondo, godendosi fino in fondo il suo trionfo, prima di lasciarsi andare anche lei con un lungo sospiro soddisfatto.
Rimasero così, sudati e ansanti, con il rumore del mare che entrava dalla finestra aperta. Alberto aveva gli occhi chiusi e una sola frase che gli martellava nella testa: “Che cosa ho fatto?” Mentre Monica, ancora sopra di lui, gli accarezzava il petto con le dita e sorrideva tranquilla, come se avesse appena concluso una normale riunione di lavoro.


******


Quando tornarono in fabbrica, Alberto era sconvolto. Guardò Pamela seduta alla sua scrivania che nel frattempo era tornata. Aveva un’espressione serena con i suoi capelli in ordine e ben pettinati, il sorriso limpido di sempre. Per un attimo fu lì lì per andare nella sua stanza e confessare tutto. Dirle di essere un debole e che lei non lo meritava affatto, invece tacque.

Purtroppo, quella non fu l’unica volta. Anzi, il giorno dopo Monica si presentò in ufficio vestita in modo ancora più provocante. Camicetta di seta bianca quasi trasparente, attraverso cui si intravedeva chiaramente che non portava il reggiseno, gonna così corta da mostrare il vedo e non vedo del ricamo nero delle calze autoreggenti ogni volta che si muoveva, tacchi vertiginosi. Camminava ancheggiando, come se volesse marchiare il pavimento con la sua presenza.

Alberto cercò di ignorarla per tutta la mattina, ma fallì miseramente. Verso le undici e mezza, con la gola secca la fece chiamare nel suo ufficio. «Monica… ti va se torniamo in quel ristorante sul mare? Per parlare del… progetto.» Lei sorrise lentamente, un sorriso da predatrice.
«Certo, dottore. Sono completamente a sua disposizione. Ma come facciamo con sua moglie?» Il suo tono era carico di sottintesi e complicità. Di certo per lei Pamela non rappresentava affatto un ostacolo. Lui disse: «Esci prima tu, io mi invento una scusa e ti raggiungo.»

Questa volta non persero tempo con le finzioni. Appena seduti al solito tavolo appartato, Monica ordinò vino bianco e cominciò a provocarlo senza pudore. Si sporgeva in avanti offrendogli una vista profonda sulla scollatura, accavallava e scavallava le gambe lentamente, lasciando che la gonna salisse fino a mostrare il bordo delle calze e un lampo di pizzo nero. Sotto il tavolo gli sfregava la gamba, arrivando pericolosamente vicino al suo sesso già duro. Alberto resistette meno di mezz’ora.
«Andiamo di sopra.» Ordinò. Monica, ben contenta di recitare la parte della preda, si alzò con eleganza, passandogli accanto e sussurrandogli all’orecchio: «Finalmente… non vedevo l’ora di sentirtelo dire.»

Appena chiusa la porta della camera, lei prese subito il comando. Lo spinse contro il muro e lo baciò con avidità, infilandogli la lingua in bocca mentre le sue mani gli aprivano la cintura e gli tiravano fuori il suo piacere già durissimo. Si abbassò lentamente in ginocchio e glielo prese in bocca senza preavviso, succhiandolo con avidità, guardandolo negli occhi dal basso. Alberto gemette, una mano tra i suoi capelli biondi.

«Cristo santo… cosa sto facendo? » Ma quella donna era il diavolo in persona. Dopo qualche minuto, Monica si alzò, si voltò e si appoggiò al letto, inarcando la schiena in modo osceno. Sollevò la gonna fino alla vita e scostò le mutandine di lato, offrendogli la fica già bagnata e lucida. «Scopami, dottore!» Lo implorò voltando la testa verso di lui.
«Prendimi forte.» Alberto non resistette. Le afferrò i fianchi con forza e la penetrò con un’unica spinta violenta, affondando fino in fondo nel suo calore stretto e umido. Iniziò a fotterla con colpi profondi e rabbiosi, facendo sbattere i loro corpi. Il suono osceno della carne che sbatteva riempiva la stanza insieme ai gemiti di Monica.
«Più forte… sì, così! Usami!» lo incitava lei, spingendo indietro contro di lui.
Alberto la prendeva con furia crescente, una mano tra i suoi capelli, l’altra che le schiaffeggiava il culo sodo. Guardava il suo membro scomparire dentro di lei e si sentiva un animale. Un traditore. Un debole.

Pamela… pensò mentre continuava a spingere. Sto tradendo Pamela per la seconda volta in due giorni. Oggi è il vero tradimento senza appello, perché l’ho voluto io… E ora sono qui a scoparmi questa puttanella ambiziosa come un adolescente arrapato. Il senso di colpa aumentava il suo desiderio, e non riusciva a fermarsi. Anzi sembrava rendere tutto più eccitante. Questa volta Monica venne per prima, contraendosi violentemente intorno a lui, gemendo forte. Alberto la seguì poco dopo, esplodendo dentro di lei con un grido strozzato, svuotandosi completamente mentre le sue gambe tremavano.

Rimasero così per quasi un minuto, ansimanti. Lui ancora dentro di lei, il sudore che gli colava sulla fronte. Poi arrivò il crollo. «Cosa sto facendo?» Si chiese, con il cuore che gli pompava nel petto e un nodo alla gola. L’ho cercata io! Sto buttando via tutto per una ragazzina che mi usa solo per fare carriera. Sono un ipocrita. Un vecchio ridicolo. Monica si voltò lentamente, ancora piegata sul letto, e gli sorrise con aria soddisfatta e leggermente sprezzante.
«Tutto bene, dottore?» Chiese con voce mielosa. «Sembri… tormentato.» Alberto non rispose. Si sentiva sporco e svuotato.


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Quel pomeriggio Alberto non rientrò in fabbrica, chiamò Pamela, finse un mal di testa e vagò per le vie della città. La sera, quando varcò la soglia di casa, l’oscurità lo inghiottì come una tomba. Non disse una parola. Senza degnare Pamela di uno sguardo, salì le scale con passi pesanti, fantasma di se stesso con il corpo esausto da un pomeriggio d’amore, e si chiuse a chiave nello studio, fingendo ancora quel malessere che ormai era diventato la sua unica maschera. Ma dentro, la tempesta ruggiva. Doveva fare qualcosa. Subito. Quella donna non era più una semplice presenza: era il Diavolo incarnato, la tentazione fatta carne e respiro. Ogni volta che i suoi occhi lo sfioravano, sentiva l’anima incrinarsi come vetro sotto un martello invisibile. Non si riconosceva più. L’uomo retto, il marito devoto, che aveva costruito mattone dopo mattone una vita di ordine e moralità… stava scomparendo. Al suo posto rimaneva una creatura schiava, un burattino mosso da fili invisibili, oscuri, primordiali. Obbediva a qualcosa di non cosciente, un istinto famelico che gli divorava la ragione dal profondo.

La sua voce, il suo profumo, il modo in cui si muoveva nella stanza come una fiamma lenta e irresistibile… tutto era veleno dolce, tutto era rovina. Sapeva che se avesse continuato a frequentarla avrebbe finito per cedere chissà quante volte. E la caduta non sarebbe stata un semplice errore: sarebbe stata l’abisso. La distruzione totale della sua vita, del suo nome, della sua anima.
Si lasciò cadere sulla poltrona di pelle, le mani tremanti premute contro le tempie. Il cuore batteva come un tamburo di guerra. Sudore freddo gli imperlava la fronte.
«Devo allontanarla!» Mormorò tra i denti.
«Devo cacciarla via prima che sia troppo tardi. Prima che mi riduca in cenere.» Ma già mentre lo diceva, sentiva l’altra parte di sé — quella corrotta, sedotta, maledetta — sussurrare con perfida dolcezza: E se invece fosse già troppo tardi? Una minaccia viva, bellissima, letale. E lui, per la prima volta nella sua vita, aveva terrore di se stesso più che di qualunque demonio.
E pensando e ripensando, per lavarsi la coscienza, decise che, a fine stage, non avrebbe rinnovato il contratto a Monica. Un gesto scellerato agli occhi di tutti e perfino di sua moglie, ma per lui di estrema importanza. Nonostante le vendite alle stelle. Nonostante fosse la migliore risorsa che gli fosse capitata da anni, doveva agire e quella era l’unica cosa che lo avrebbe fatto sentire meglio.

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Non perse tempo. Il giorno dopo la chiamò nel suo ufficio. «Monica, siediti.»
Lei entrò, sorridente, sicura. «Mi dica tutto, dottore.»
Era tornava a lei come normale che fosse… ma Alberto non ci fece caso, si alzò dalla sedia, iniziò a camminare avanti e indietro, poi si schiarì la voce ed evitando di guardarla negli occhi disse.
«Alla scadenza dello stage… non potrò rinnovarti il contratto. Mi dispiace. Sei brava, ma… dobbiamo fare dei tagli.»
Lei rimase un secondo in silenzio, poi inclinò la testa.
Un sorriso lento, ironico, le apparve sulle labbra. «Tagli? Dottore, le vendite sono aumentate del quaranta per cento grazie alle mie campagne. I dipendenti mi adorano. E lei… lei lo sa meglio di me perché non vuole rinnovarmi. Tutti e due sappiamo che il motivo è un altro…»
Si sporse leggermente sulla scrivania. «È per questi pomeriggi insoliti, vero? Per quello che è successo tra noi? Ha paura che io diventi un problema per la sua bella facciata?»
Alberto arrossì violentemente. «Monica, non è solo questo…»
«Ah no? Allora mi guardi negli occhi e mi dica che non c’entra niente il fatto che abbiamo scopato.»

La parola cruda, detta con quella voce morbida, lo colpì come uno schiaffo. Lei si alzò. «Io non finisco qui, dottore. Non ho intenzione di sparire solo perché lei ha avuto più di un momento di debolezza… e gli è piaciuto da morire.» Uscì di corsa, lasciando dietro di sé un profumo che sapeva di rabbia. Andò nella sua stanza e iniziò a piangere, il collega stagista la consolò, qualcosa aveva intuito, ma non fece domande.

Nei giorni seguenti Alberto interruppe anche il minimo rapporto evitando di salutarla la mattina e di prendere il caffè alla macchinetta. Monica invece si tuffò nel lavoro intenzionata a dimostrare, semmai ce ne fosse bisogno, la grande ingiustizia che stava subendo, ma sempre nella speranza che il grande capo rivedesse la sua decisione. Certo anche lei aveva sbagliato, avendo creduto che portarsi a letto il grande capo fosse la strada maestra per la sua stabilità, finire di fare la stagista e finalmente diventare una donna in carriera.
Alberto rifiutata deliberatamente ogni approccio e lei dopo vari tentativi cambiò strategia avvicinando Pamela.


Qualche giorno dopo durante la pausa caffè le chiese: «Signora Pamela… posso parlarle un attimo? Da donna a donna.»
Pamela, sempre gentile, la fece accomodare nel suo piccolo ufficio. «Certo, cara. Accomodati, dimmi tutto.»
Monica raccontò. Non tutto, ovviamente. La prese alla larga partendo dalla sua infanzia da orfana, la zia lontana, le difficoltà di fare carriera essendo donna, quanto fosse grata ad Alberto per l’opportunità e quanto lo stimasse come uomo e come capo.
«Sa, signora, suo marito è una persona speciale. Mi ha trattato come una figlia. E io… io ho bisogno di questa esperienza. Non voglio continuare a fare la stagista migrando da azienda all’altra. Qui sto bene!»
Pamela ascoltò, commossa. Gli occhi le si inumidirono. «Alberto ha un cuore grande, lo so. Parlerò con lui. Non possiamo lasciare indietro nessuno, no? È il suo motto.»
Monica sorrise dentro di sé, dolce come il miele, pericolosa come il veleno. E Pamela, buona, onesta, moralista quanto il marito, già pensava a come convincere Alberto a tenere quella povera ragazza. Il cerchio cominciava a stringersi. E il diavolo, sotto forma di minigonna e tacchi alti, rideva piano.


******

Quella sera, a cena, l’orata era perfetta come sempre, ma Alberto mangiava svogliatamente. Pamela lo osservava attraverso il calice di vino, studiando il suo silenzio più del solito. Alla fine, posò la forchetta e andò dritta al punto, con la calma serena di chi ha condiviso trentadue anni di vita con un uomo. «Alberto, oggi è venuta da me Monica.»
Lui si irrigidì impercettibilmente, annuì, ma non alzò gli occhi dal piatto.
«Mi ha raccontato un po’ della sua situazione. È sola, Alberto. Orfana, senza una famiglia vera.»
Solo a quel punto lui la guardò: «Pamela, mi dispiace, ma noi non facciamo beneficenza.»
«Sì, certo, lo so, tu hai come obiettivo solo l’azienda, ma è proprio per questo che te lo dico. Lei lavora come una matta e ha portato risultati che nemmeno noi ci aspettavamo. Mi ha chiesto di parlarti… di non lasciarla a piedi alla fine dello stage.»

Alberto posò lentamente le posate. Il suo viso si era indurito. «Pamela, ho già preso la mia decisione. Non rinnoverò il contratto.»
«Ma perché? Hai visto i numeri? Le prenotazioni sono aumentate del quaranta per cento da quando ha iniziato lei con i social. I grafici non mentono.»
Lui scosse la testa, ostinato. «I numeri non sono tutto. Quella ragazza… si veste in un modo troppo osé. Le gonne sono troppo corte, le camicette troppo aperte. Distrae gli uomini in officina. Ho già ricevuto più di una lamentela indiretta. E poi… girano voci che abbia intrecciato una relazione con uno dei dipendenti. Non voglio certi comportamenti dentro la mia azienda.»

Pamela lo guardò sorpresa. Non era da lui essere così categorico su questioni di abbigliamento o pettegolezzi, lui aveva sempre guardato al sodo e il sodo in questo caso erano le vendite.
«Una relazione? Con chi?»
«Non lo so e non mi interessa saperlo. Il punto è che non voglio problemi di quel tipo. Abbiamo sempre tenuto un ambiente serio.»
Pamela si sporse leggermente verso di lui. «Alberto, la ragazza è valida. Bravissima. E per il resto… ci penserò io a redimerla, se proprio serve. Le parlerò, le farò capire come ci si comporta in un’azienda come la nostra. Non possiamo buttare via un talento solo perché è giovane e un po’ esuberante. Il tuo motto è “nessuno resta indietro”, no?»

Lui alzò completamente lo sguardo. Nei suoi occhi c’era una determinazione cupa che Pamela non vedeva da anni. «Questa volta è diverso, Pamela. La decisione è presa. Non rinnoverò. E ti chiedo di non insistere.»
Pamela rimase in silenzio qualche secondo, studiandolo. Suo marito non era mai stato così irremovibile su una questione di personale, ma conosceva quel tono: quando Alberto chiudeva così la porta, difficilmente la riapriva.
«Va bene.» Disse infine.
«Però sappi che secondo me stai sbagliando.»
Alberto non rispose. Continuò a mangiare, ma quell’orata sapeva di cenere…


******


Il giorno dopo, alle dieci e mezza precise, Alberto, scuro in volto, fece chiamare Monica nel suo ufficio. Lei entrò con il solito passo sicuro, tacchi che battevano sul pavimento come un metronomo. Chiuse la porta dietro di sé.
«Mi ha fatto chiamare, dottore?» Chiese con un sorriso illudendosi che il colloquio con Pamela avesse dato qualche risultato.
Alberto rimase seduto, le mani incrociate sulla scrivania. «Monica, ti ho già detto che non rinnoverò il contratto. E ti chiedo, per cortesia, di non coinvolgere mia moglie in questa storia. Quello che è successo tra noi è una cosa privata. Non deve entrarci Pamela.»

Monica delusa, inclinò leggermente la testa, osservandolo con sufficienza. Poi il sorriso si fece più tagliente. «Oh, dottore… lei mi delude. Io non ho coinvolto nessuno. Ho solo parlato da donna a donna con sua moglie, raccontandole quanto le sia grata per l’opportunità. Se questo la disturba, forse dovrebbe chiedersi il motivo.»
Fece un passo verso la scrivania. «Io voglio questo posto, Alberto. Voglio essere confermata con un contratto vero. E sarebbe un vero delitto se sua moglie venisse a sapere… qual è precisamente il motivo.»
La voce era bassa, quasi dolce, ma la minaccia era chiarissima. Alberto impallidì. Sentì una stretta allo stomaco.
«Mi stai minacciando? Vuoi ricattarmi?»
«Sto solo dicendo che sarebbe un peccato se certe verità venissero fuori. Soprattutto ora che le vendite sono aumentate del cinquanta per cento a fine mese, grazie al mio lavoro. Sarebbe imbarazzante per tutti, non trova?»

Alberto la fissò a lungo. Per la prima volta vide chiaramente ciò che aveva davanti: non più solo una ragazza ambiziosa, ma una donna disposta a tutto pur di ottenere ciò che voleva.
«Esci dal mio ufficio!» Disse alla fine, la voce bassa e roca. Monica sorrise, girò sui tacchi e si diresse verso la porta.
Prima di aprirla si voltò un’ultima volta. «Ci pensi bene, dottore. Io non ho fretta… ma nemmeno tanta pazienza.»

Uscì lasciando nell’aria il suo profumo. Alberto rimase solo, dietro la scrivania. La fissò a lungo, anche dopo che la porta si era richiusa. Per la prima volta vide chiaramente ciò che aveva davanti. Ammirava quel carattere forte, quella determinazione spietata che lui non aveva mai posseduto. Lui, che per una vita intera aveva cercato di essere giusto, corretto. Monica invece prendeva ciò che desiderava senza scrupoli, senza esitazioni. Quella sicurezza, quella fame, lo affascinavano suo malgrado.

In quel momento, contro la sua stessa volontà, ripensò alla stanza del ristorante sul mare. Rivide Monica sopra di lui, la gonna sollevata, il seno nudo che oscillava mentre si muoveva con decisione. Risentì il calore stretto e umido che lo avvolgeva, i suoi gemiti bassi e arroganti, la voce che gli ordinava di scoparla più forte. Risentì il modo in cui lei aveva preso il controllo completo, riducendolo a un uomo tremante e disperato sotto di sé.
Alberto deglutì a fatica. Sentì un calore traditore diffondersi nel basso ventre. Si odiò per quell’eccitazione improvvisa, ma non riuscì a scacciare l’immagine. Quella donna lo aveva già sconfitto una, due volte, nel modo più intimo possibile. E ora stava per farlo di nuovo, su un piano molto più grande.


******


A fine mese l’incremento delle vendite schizzò ufficialmente al +50%. Alberto si vide costretto ad organizzare un piccolo brindisi in fabbrica, radunando tutti i dipendenti nel magazzino grande. C’erano spumante, bicchieri di plastica e un’atmosfera di cauto ottimismo che mancava da tempo. Quando prese la parola, dopo un lungo applauso, tutti si aspettavano che citasse il merito della campagna social, il lavoro della stagista che aveva rivoluzionato la visibilità dell’azienda. Invece Alberto parlò di “sforzo collettivo”, di “squadra che remava nella stessa direzione”, di “tradizione e qualità che alla fine pagano”. Non nominò Monica nemmeno una volta. Non un grazie, non un accenno.

Monica, in fondo alla sala, stringeva il bicchiere di plastica. Quando Alberto concluse il breve discorso tra gli applausi, lei posò il bicchiere senza aver bevuto nemmeno un sorso, girò le spalle e lasciò la riunione senza dire una parola. Pamela, che era rimasta in disparte, notò tutto. Vide l’uscita plateale della ragazza, vide il viso teso di suo marito, notò come per tutta la durata del discorso lui aveva evitato accuratamente di guardare nella direzione di Monica.
Per la prima volta, un piccolo tarlo cominciò a scavarle dentro. Forse il motivo per cui Alberto voleva liberarsi di quella stagista non aveva niente a che vedere con le gonne troppo corte o con presunte relazioni con i dipendenti. Forse il vero motivo era un altro. E quel pensiero, per quanto ancora vago e indefinito, le lasciò in bocca un sapore amaro che nemmeno lo spumante riuscì a cancellare.


******


Nei giorni successivi Monica divenne un’ombra dolce e insistente nella vita di Pamela. Cominciò con piccoli gesti: un caffè portato alla scrivania della signora, una chiacchierata durante la pausa in cui Monica raccontava della sua infanzia difficile, della solitudine, di quanto ammirasse una coppia solida come quella sua e di Alberto. Sapeva dosare perfettamente la vulnerabilità e l’ammirazione. Pamela, che non aveva mai avuto figli e portava dentro quel rimpianto silenzioso, si lasciò intenerire.
Monica era brava. Molto brava. Ascoltava con gli occhi lucidi, faceva domande delicate sulla loro vita matrimoniale, lodava il modo in cui Pamela aveva sempre sostenuto il marito dietro le quinte. In poche settimane, tra le due donne nacque un rapporto apparentemente sincero, quasi materno da una parte e filiale dall’altra.

Il vero salto di confidenza avvenne un sabato mattina, quando Pamela propose a Monica di accompagnarla a fare shopping in centro.
«Ho bisogno di rinnovare un po’ il guardaroba.» Disse con un sorriso «E tu hai sicuramente più gusto di me in queste cose e poi sei giovane e saprai consigliarmi...»
Monica accettò subito. Passarono insieme l’intera mattinata tra le boutique eleganti della città. All’inizio parlarono solo di vestiti, tessuti e colori. Monica consigliava Pamela con intelligenza: sceglieva capi che la facevano sembrare più giovane senza risultare inappropriati, le suggeriva tagli che valorizzavano la sua figura ancora snella nonostante i sessant’anni. Pamela si sentiva lusingata. Da anni nessuno la guardava più con quell’attenzione.

Poi, mentre erano nel camerino di una boutique di lingerie di fascia alta, il tono si fece più intimo. Pamela uscì dal camerino con un completino di pizzo color avorio, un po’ imbarazzata. Monica la osservò con occhio critico, ma benevolo. «Le sta benissimo, signora Pamela. Davvero. Alberto è un uomo fortunato.» Disse con un sorriso caldo e ammiccante.
Pamela arrossì leggermente, sistemandosi una spallina. «Ormai alla nostra età… certe cose si fanno più per abitudine che per altro... Se si fanno…»
Monica si avvicinò, sistemandole con delicatezza il bordo del reggiseno. «Ma non dovrebbe essere così. Una donna resta una donna e ha bisogno di sentirsi desiderata a qualsiasi età. E un uomo, anche se sembra di pietra, ha sempre bisogno di sentirsi maschio.»

Fece una pausa calcolata, poi aggiunse a voce più bassa: «Posso farle una domanda personale?»
«Certo, cara.»
«Tra lei e Alberto… va ancora tutto bene? Intendo… nell’intimità.» Pamela esitò qualche secondo, non si sarebbe mai aspettata una domanda così diretta. Poi sospirò. Si guardò allo specchio, come se stesse valutando se fidarsi davvero. «È da un po’ che le cose sono… calme. Molto calme. Lui è sempre preso dall’azienda, io anche. E poi, dopo tanti anni, la passione si trasforma in affetto. O almeno così mi ripeto.»
Monica gli occhi pieni di dolcezza apparente, rispose: «Capisco. Però è un peccato. Lei è una donna bella e molto curata. Meriterebbe di più.»
Pamela sorrise malinconica. «E tu invece? Una ragazza così giovane e bella… avrai di sicuro pretendenti che ti fanno perdere la testa.»
Monica abbassò lo sguardo, improvvisamente fragile. «In realtà… è difficile fidarsi. Gli uomini della mia età vogliono solo divertirsi. E io invece cerco qualcuno che mi guidi, che mi protegga, che mi faccia sentire al sicuro.»

Quella frase rimase sospesa nell’aria. Pamela la guardò con tenerezza crescente. In quel momento sembrava davvero una ragazza bisognosa di una guida. Uscirono dalla boutique con diverse buste. Pranzarono insieme in un piccolo ristorante francese. Il vino bianco aiutò a sciogliere ulteriormente le lingue. Monica raccontò aneddoti della sua infanzia, di quanto avesse sempre sognato una famiglia solida.
Pamela, commossa, le strinse la mano sul tavolo. «Sai, Monica, da quando sei arrivata mi sembra di avere finalmente una figlia. Non l’ho mai detto ad Alberto, ma ho sempre sofferto di non aver avuto bambini.»
Monica si portò la mano di Pamela alle labbra e la baciò con gratitudine. «Allora faccia in modo che possa restare vicina a voi. Non voglio approfittarne… voglio solo far parte di questa famiglia, anche solo in azienda.»

Pamela tornò a casa quel pomeriggio con il cuore più leggero e le difese ulteriormente abbassate. Monica, invece, rientrando nel suo appartamento, si tolse le scarpe con un sorriso soddisfatto. Il primo vero passo era stato compiuto. Ora Pamela non vedeva più solo una stagista ambiziosa: vedeva una ragazza bisognosa di affetto, una figlia putativa da proteggere. E Monica sapeva perfettamente come sfruttare quel nuovo legame.

Qualche sera dopo, mentre Alberto era ancora in fabbrica per un’ordinazione urgente, Pamela prese una decisione importante.
Chiamò Monica e le disse: «Perché non vieni a cena da noi venerdì sera? Solo noi tre, tranquilli. Così parliamo con calma ed avrai modo di parlare con Alberto fuori dall’ambiente di lavoro, forse l’atmosfera familiare potrà aiutarti ad essere ancora più te stessa. Sono sicura che Alberto apprezzerà.» Monica accettò commossa, ma dentro di sé, sorrise. Lei sapeva ciò che Pamela ignorava…


******


Venerdì sera Alberto tornò a casa alle otto e un quarto, stanco e con la mente ancora piena di grafici. Appena aprì la porta, sentì due voci femminili provenire dalla sala da pranzo e un invitante profumo di lasagne al forno. Entrò in sala e si bloccò sulla soglia. Monica era seduta al suo posto abituale, di fronte a Pamela. Indossava un vestito elegante nero, aderente e scollato. I capelli biondi raccolti in una coda morbida. Sembrava una dea con un tocco di malizia e tanta sensualità.
«Buonasera, dottore.» Disse lei con un sorriso sereno, alzandosi leggermente dalla sedia. «Sua moglie è stata così gentile da invitarmi.»

Alberto sentì il sangue gelarsi. Per un istante terribile pensò che Pamela sapesse tutto. Che Monica le avesse parlato. Che quella cena fosse una trappola. Sudava freddo. La camicia gli si appiccicò alla schiena in pochi secondi.
Pamela gli sorrise tranquilla. «Vieni, caro. Siediti. Monica in ufficio mi stava raccontando di quel nuovo progetto per TikTok che ha in mente. Allora ho pensato di farti una sorpresa invitandola a cena. Ha delle idee davvero brillanti.»

Durante tutta la cena Alberto rimase teso come una corda di violino. Ogni volta che Monica apriva bocca, lui tratteneva il respiro, temendo che da un momento all’altro potesse lasciar cadere qualche allusione, qualche frase ambigua. Invece lei fu impeccabile: rispettosa, misurata, quasi timida. Parlava dell’azienda con passione, ringraziava Pamela per l’ospitalità, lodava il senso della famiglia di Alberto. Non una parola fuori posto. Non uno sguardo troppo lungo verso di lui.

Alberto capì che la ragazza stava giocando una partita lunga e pericolosa. Sapeva che il segreto era la sua arma più potente e non l’avrebbe sprecata almeno per il momento. Quando si salutarono Monica strinse il braccio di Alberto con troppa forza: «Dottore, spero davvero che lei ci ripensi... Potrei darle molto di più se lei volesse…» Pamela in quel momento era in cucina e lui si sentì avvampare…

Rimasti soli Pamela affrontò di nuovo l’argomento con naturalezza: «Alberto, ho pensato una cosa. Monica ha dimostrato di avere talento vero. Secondo me sarebbe perfetta come responsabile del reparto commerciale. Potrebbe seguire personalmente marketing, vendite e rapporti con i nuovi clienti. Con i risultati che sta portando, sarebbe un delitto non valorizzarla.»
Alberto posò il bicchiere del brandy con troppa forza. La sua voce uscì più dura di quanto volesse: «Pamela, ne abbiamo già parlato. La risposta è no. Non la voglio più tra i piedi.»

Pamela non si scompose. «Caro, mi rincresce ricordarti che l’azienda non è tua e le decisioni spettano ad entrambi. Ti ho dato mandato di gestirla, ma sai benissimo che l’ho ereditata da mio padre e tu sai quanto ci tengo a farla crescere e non solo a farla sopravvivere. Le vendite sono aumentate del cinquanta per cento grazie al lavoro della stagista. Vuoi davvero rinunciare a questo per… questioni di principio?»
Alberto ebbe un sussulto, dopo tanti anni era la prima volta che sua moglie gli ricordava quel piccolo particolare. Sapeva che il problema del vestito corto o le chiacchiere con gli operai era una scusa troppo debole. Il problema era decisamente un altro.
«Ci devo pensare…» Tagliò corto alla fine, solo per chiudere la discussione. Pamela annuì, soddisfatta per il piccolo passo avanti.


******


Nei giorni seguenti la situazione divenne ancora più insostenibile. Pamela spingeva apertamente per l’assunzione di Monica. Ne parlava a cena, gli mostrava i grafici delle vendite, gli ricordava il motto “nessuno resta indietro”. Alberto resisteva, ma sentiva il terreno crollargli sotto i piedi. Incalzato da sua moglie, rinunciare a quei risultati per una debolezza personale, gli sembrava sempre più assurdo… eppure il pensiero di avere Monica ogni giorno in azienda, con quel potere su di lui, lo terrorizzava.
Pamela, dal canto suo, giorno dopo giorno intuiva che qualcosa non quadrava. Suo marito non era mai stato così ostinato contro l’interesse dell’azienda.

Una sera, dopo l’ennesima discussione, lo guardò dritto negli occhi. «Alberto, io non sono stupida. So che c’è qualcosa che non mi stai dicendo. Qualcosa che riguarda te e quella ragazza.»
Lui impallidì, ma non parlò. Pamela sospirò profondamente, poi disse una frase che lo colpì come un pugno: «Ascoltami bene. Io amo questa azienda quanto te. È la nostra vita. E se per farla crescere devo chiudere un occhio… anzi, tutti e due… sono disposta a farlo. Non voglio sapere ma sappi che tutto si può aggiustare e soprattutto una semplice fragilità.»
Alberto rimase in silenzio a lungo, lo sguardo perso nel vuoto. Sentiva il cappio stringersi lentamente intorno al collo. Si chiese se la ragazza avesse parlato, ma anche quel semplice dubbio dimostrava quanto Monica avesse già vinto la sua prima battaglia. E Pamela, in nome del bene dell’azienda, aveva appena aperto la porta al diavolo.

Erano seduti sul divano, Pamela aveva indossato per l’occasione il vestito e la lingerie comprata insieme a Monica. «Non aver timore lei sa stare al suo posto. Questa lingerie me l’ha consigliata lei… Vuole il mio bene e il tuo…» Così dicendo accavallò le gambe, poi alzò leggermente il vestito.
«Fammi capire, avete parlato di cose intime?»
Pamela lo fissò e vide una specie di terrore attraversargli gli occhi: «Tranquillo abbiamo parlato di quanto una donna abbia bisogno di sentirsi desiderata. Non c’è nulla di male, no?»

Alberto dopo tanto tempo sentì una certa attrazione nei confronti della moglie. La baciò con naturalezza, lei invece lo strinse a sé: «È tanto sai che non ci concediamo un momento nostro.» A quel punto lei si alzò e insieme guadagnarono il letto.
Alberto si sentì finalmente svincolato dal suo segreto, ripensò alla frase di sua moglie: «Sono disposta a chiudere tutti e due gli occhi». Poi, durante l’amore, cedette. «C’è stato… qualcosa. Al ristorante sul mare, un pomeriggio. Di fronte alla sua intraprendenza sono stato un debole.»
Non entrò nei dettagli. Non disse quanto fosse stato intenso, quanto avesse goduto, quanto avesse perso il controllo tanto da volerlo rifare il giorno successivo. Ma bastò. Pamela impallidì, strinse le labbra fino a farle diventare una linea sottile, poi annuì lentamente.
«Lo immaginavo…» Disse piano. «Non sei mai stato bravo a mentire.»

Ci fu un lungo silenzio. Alberto aspettava la tempesta, le lacrime, le accuse. Invece Pamela allargò le sue gambe coperte da un velo di calza nera e lo accolse nel suo paradiso umido.
«Un buon manager.» Disse con voce sensuale. «Non butta via un’opportunità solo perché ha commesso un errore. Sfrutta tutte le occasioni per il bene dell’azienda. Anche quelle scomode. Soprattutto quelle scomode.» Alberto alzò gli occhi, incredulo.
Pamela continuò: «Tu hai sbagliato. Ma l’azienda non deve pagare per la tua debolezza. Monica resta. E tu imparerai a conviverci.»
Alberto si sentì sollevato. Come se una parte del peso fosse stata tolta dalle sue spalle. La confessione parziale, invece di distruggere il matrimonio, aveva in qualche modo ridefinito le regole del gioco. Pamela aveva scelto l’azienda. E lui, per la prima volta dopo mesi affondò tra quelle cosce mature ma ancora molto calde e piene di desiderio.


******


Monica prese possesso del nuovo ufficio il lunedì successivo. Fece portare via la vecchia scrivania di legno scuro e la sostituì con una moderna, bianca, minimalista e imponente. Cambiò le riproduzioni dei quadri famosi con tele astratte d’avanguardia, poi toccò alle tende e al piccolo televisore, facendo montare un grande schermo per le presentazioni.
Quando Alberto passò davanti alla porta aperta e vide i cambiamenti, sentì una stretta allo stomaco. All’inizio cercò di mantenere le distanze. Ma Monica era ovunque. Brillante nelle riunioni, impeccabile nei risultati, dolcissima con Pamela. E lui… lui iniziò a guardarla diversamente. Senza più il peso schiacciante del senso di colpa, cominciò ad apprezzare le sue movenze disinvolte, il suo corpo, il suo profumo, la sua intelligenza tagliente, la sua furbizia. La ammirava anche perché aveva contribuito a rinvigorire il rapporto con sua moglie. La sua non era più solo attrazione fisica. Era il modo in cui lei prendeva decisioni, come dominava una stanza, come lo guardava ora con un misto di sfida e tenerezza. Alberto, a sessant’anni, si scoprì geloso quando la vedeva ridere con i giovani commerciali. Si scoprì eccitato quando lei entrava nel suo ufficio e chiudeva la porta. Monica se ne accorse subito. Lui era caduto nella sua trappola e lei cominciò a giocare.

I passi furono rapidi, precisi, implacabili. Prima convinse Pamela che per gestire al meglio il reparto commerciale serviva un posto nel Consiglio di Amministrazione. «Solo per avere voce in capitolo sulle strategie.» Disse con umiltà apparente.
Pamela, ormai convinta che Monica fosse la salvezza dell’azienda, appoggiò la richiesta convincendo Alberto a votare a favore. E così Monica entrò nel CDA e da quel momento il suo potere crebbe a vista d’occhio. In sei mesi ottenne la delega sulle vendite estere. Poi su tutta la comunicazione. Poi sul budget marketing, che divenne presto più grande del budget produzione. Ogni volta che Alberto cercava esternare i suoi dubbi sulle strategie troppo aggressive e rischiose, trovava sempre Pamela schierata dall’altra parte.

Lui si sentiva sempre più emarginato. Le decisioni importanti venivano prese tra Pamela e Monica, spesso a cena a casa loro, mentre lui ascoltava in silenzio. Monica ormai lo trattava con un rispetto formale davanti agli altri, ma quando erano soli lo chiamava “Alberto” e gli ricordava maliziosamente sottovoce quanto fosse stato bello quel pomeriggio al mare. Ma lo descriveva come una sua vittoria, nulla di più.

L’ultimo atto arrivò dopo quattordici mesi. Monica propose una riorganizzazione profonda della governance: l’azienda aveva bisogno di “aria nuovo” e di una figura più dinamica al vertice operativo. Propose sé stessa come Amministratore Delegato, lasciando ad Alberto la carica puramente rappresentativa di Presidente del CDA. Pamela, dopo una lunga riflessione, disse sì. La votazione fu drammatica. Alberto oppose un ultimo, disperato veto. Ma Pamela, con voce calma e definitiva, pronunciò la frase che lo annientò: «L’azienda viene prima di tutto, Alberto. Lo hai sempre detto tu.» Monica divenne Amministratore Delegato con pieni poteri.


******

Il giorno in cui firmò il passaggio di consegne, Monica lo convocò nel suo nuovo ufficio, quello che una volta era stato di Alberto, ora completamente rinnovato e irriconoscibile. Chiuse la porta. Si sedette sulla poltrona da dirigente, incrociò le gambe e lo guardò con un sorriso lento, soddisfatto, vendicativo.
«Siediti, Alberto.» Lui obbedì. Per la prima volta si sentì piccolo in quella stanza.
Monica lo osservò a lungo, godendosi ogni secondo. «Sai, per molto tempo mi hai buttata via come una cosa usata. Invece eccomi qui. Ecco la mia rivincita: Amministratore Delegato della tua azienda.»
Si alzò, girò intorno alla scrivania e si fermò davanti a lui costringendolo a guardarla negli occhi. «Da oggi comando io. Tu sarai il presidente onorario. Bello da vedere alle cene istituzionali, ma senza potere reale. E sarai gentile, collaborativo… e obbediente.» Si chinò su di lui, le labbra vicinissime al suo orecchio.
«Sarà un piacere immenso per me ricordarti ogni giorno chi comanda adesso.»

Appoggiò un tacco sulla sedia accanto alla sua e sollevò lentamente la gonna fino alla vita, mettendo in mostra le cosce perfette, lisce e abbronzate.
«Guardale bene. Queste cosce mi sono servite per farti sentire in colpa e allo stesso tempo per farti sentire l’uomo più virile del mondo.»
Cambiò posa con arroganza: si sedette sul bordo della scrivania, aprì le gambe davanti al suo viso e mostrò le sue mutandine di pizzo nero. «Anche questa mi è servita… ma ora te la scorderai per sempre.» Alberto divenne paonazzo. Monica rise forte, una risata crudele e liberatoria.

«Hai dimostrato di non meritarla e non la toccherai mai più. Sarà solo per uomini veri, non per chi l’ha rifiutata. Te l’avrei data ancora, sai? Tu hai avuto la tua occasione, ma non hai saputo sfruttarla a pieno.»
A quel punto si alzò, gli si avvicinò fino quasi a fargli sentire l’odore e parlò scandendo ogni parola: «Sei un fallito, Alberto. Un ipocrita. Per trentadue anni hai recitato la parte dell’uomo integro, del marito fedele, del capo morale che leggeva Seneca e parlava di onore. Poi sono bastate due tette sode e una fica giovane per farti crollare. Hai messo a rischio tutto quello che avevi costruito per scoparti una stagista. E guarda ora dove sei: seduto qui dall’altra parte della scrivania, mentre io ti ho preso l’azienda, il potere e la fiducia di tua moglie.»

Monica tornò a sedersi sulla poltrona dirigenziale, si accomodò come una vera manager e accavallò di nuovo le gambe con sensualità esagerata, facendo salire ancora la gonna. «Da oggi sei finito. Sarai solo il vecchio capo che non conta nulla da esibire alle cene per far vedere quanto sono “generosa”. Dovrai sorridere e dire a tutti quanto sei orgoglioso della nuova Amministratrice Delegata mentre dentro ti sentirai morire. Ogni volta che entrerai in questo ufficio dovrai chiamarmi “Dottoressa Monica” con rispetto vero. E ogni sera, quando tornerai a casa da Pamela, saprai che lei ha scelto me invece di te. Che persino tua moglie ha capito che sei debole, inutile e finito.»

Lo guardò con puro disprezzo, gli occhi che brillavano di vittoria. «Ti ho distrutto con una minigonna e un paio di cosce. Ti ho preso tutto. La tua azienda, la tua autorità, il tuo orgoglio di maschio e la tua dignità. E la cosa più bella è che tu lo sapevi che stavo giocando, eppure non sei riuscito a fermarti perché sei un debole. Non ci hai saputo fare, avrei potuto scoparmi all’infinito e tenerti l’azienda e invece i tuoi sensi di colpa ti hanno fregato!»
Fece un gesto sprezzante con la mano verso la porta. «Ora puoi andare. E chiudi la porta piano, non urtarmi Alberto, sarai capace di peggio.»
Lui si alzò, nonostante tutto la desiderava, ma non gli rimase che chiudere gli occhi. Un brivido gli attraversò la schiena: era paura, umiliazione… e, con orrore, anche eccitazione. Monica sorrise, vittoriosa.




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Questo racconto è opera di pura fantasia.
Nomi, personaggi e luoghi sono frutto
dell’immaginazione dell’autore e
qualsiasi somiglianza con
fatti, scenari e persone è del tutto casuale.

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