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RACCONTO

Adamo Bencivenga
L'ALTRA
Io sono l’altra, l’amante....
Quella che non ha mai lasciato uno spazzolino nel
tuo bagno, quella che non può telefonarti quando hai
la febbre. Io sono l’altra, quella che non mette il
rossetto per non lasciare traccia...

Io sono l’altra,
l’amante.... Quella che non ha mai lasciato uno
spazzolino nel tuo bagno, quella che non può telefonarti
quando hai la febbre. Io sono l’altra, quella che non
mette il rossetto per non lasciare traccia, ma che è
sempre vestita di tutto punto, anche per incontrarti
cinque minuti. Quella che all'alba rimane sola, con cui
non farai mai la spesa, ma insieme ascolteremo questa
canzone dei Pooh…
Ti sto scrivendo adesso, come
faccio da anni, sullo stesso quaderno che tengo dentro
l’armadio, tra le lenzuola di lino che non usiamo mai
insieme. Non ti sto scrivendo per lasciarti, lo sappiamo
entrambi che non ne sarei capace, né per chiederti
qualcosa che tanto non mi darai mai. Ti scrivo perché è
l’unico modo che mi resta per sentirti mio.
Tra
poco suonerai il campanello. Entrerai, mi guarderai come
se fosse la prima volta, mi dirai che sono bella, che
non ce la fai senza di me, mi dirai tante cose, tante,
ma non quella che avrei voluto sentire da sempre. Me lo
dirai con gli occhi, con la bocca, con le dita che già
cercano la lampo del mio vestito. E io, come sempre,
farò finta che quelle parole non mi manchino.
Ci
siamo conosciuti a ventinove anni, quasi trenta. Era la
fine maggio, l’aria era già calda. Te lo ricordi vero?
Tu eri fidanzato con lei fin dai tempi del liceo. Avevi
qualcosa che mi disarmava, non ho mai capito cosa
esattamente, eri simpatico, estroverso e, sin da subito,
ho sentito un’attrazione irresistibile. Ero lì in
disparte con un bicchiere di vino bianco in mano, e ti
guardavo. Non eri solo bello era il modo con cui
riempivi lo spazio, ti passavi una mano tra i capelli
come se non ti importasse di spettinarli. E quando i
nostri sguardi si sono incrociati per un secondo di
troppo, non hai abbassato gli occhi. Mi hai sorriso. Un
sorriso complice, come se già sapessimo entrambi un
segreto che ancora non ci eravamo detti. Poi è finita la
festa. Pioveva appena. Mi hai offerto un passaggio. Ho
detto di sì.
In macchina c’era odore del tuo
dopobarba che ancora oggi, dopo tutto questo tempo, mi
fa girare la testa. Non abbiamo quasi parlato. Solo
canzoni alla radio, i tergicristalli che stridevano. A
un certo punto hai accostato in una via laterale, hai
spento il motore e mi hai guardata. Non hai detto
niente. Solo quel tuo sguardo disarmante. Mi hai
baciata. Io ho ricambiato. E dentro di me si è accesa
una sirena, fortissima…
Sapevo che eri fidanzato,
ma le mie mani erano già sul tuo collo, le tue già sotto
la mia maglia. Ti ho detto: “Sei pazzo. È impossibile.”
Tu hai risposto: “Lo so. Però sei bellissima. E io ti
voglio.” Parole semplici, banali, ma per me erano
poesia. Ero frastornata, non perché non me lo
aspettassi, ma perché eri un uomo impegnato. Ti ho fatto
salire in casa. Quella notte abbiamo fatto l’amore con
una urgenza che non era solo desiderio: era paura. Paura
che fosse l’unica volta, paura che invece non lo sarebbe
stata.
Dopo, mentre fumavi appoggiato alla
testiera del letto e io mi stringevo il lenzuolo al
petto come una bambina, mi hai accarezzato i capelli e
hai detto: “Non ti farò soffrire.” Abbiamo riso tutti e
due, perché sapevamo che era la bugia più dolce che
potevi regalarmi. E invece da quella notte è iniziato
tutto. I messaggi alle sette del mattino. Le chiamate
rapide in pausa pranzo. I momenti rubati, a casa mia, in
macchina.
All’inizio mi ripetevo che era solo
una parentesi, un fuoco di paglia, un imprevisto nella
tua vita ordinata. Mi convincevo che prima o poi ti
saresti stancato, o che io mi sarei stancata, o che il
senso di colpa ti avrebbe mangiato vivo. Poi hai
cominciato a cercarmi davvero. Non solo per fare solo
l’amore, ma per vivere una pseudo normalità insieme. Per
parlare. Per raccontarmi com’era andata la giornata, per
chiedermi che canzone stessi ascoltando in quel momento.
Hai iniziato a ritagliare pezzi di tempo per me: il
sabato pomeriggio che dicevi di dover lavorare, la
domenica mattina che lei pensava passassi con gli amici.
Hai iniziato a mentirle con una naturalezza che
all’inizio mi ha spaventata. E io, invece di scappare,
mi sono detta: “Se mente così bene a lei, forse può
mentire anche a se stesso. Forse può convincersi che
questa storia ha un futuro.”
Così ho smesso di
fare finta che fosse solo sesso, solo attrazione, solo
un momento di follia. Ho cominciato ad amarti sul serio.
E tu hai continuato a dire che ero indispensabile. Che
non potevi perdermi. Che con me eri un altro. Ma non hai
mai lasciato la porta aperta abbastanza da farmi entrare
davvero. E io sono rimasta qui, a scrivere sul quaderno,
ad aspettare i tuoi due colpi di campanello, a
prepararmi il discorso che non ti dirò mai, a indossare
il vestito nero che ti fa impazzire, anche se so che tra
due ore sarò di nuovo nuda e poi di nuovo vestita e poi
di nuovo sola. Io sono l’altra. L’amante. E tu sei
ancora lì fuori, pronto a entrare.
Mi dicevi che
con lei era abitudine, mentre con me era vita. Quelle
parole me le sussurravi all’orecchio mentre eri ancora
dentro di me, o dopo, quando restavamo sdraiati in
silenzio e il tuo respiro tornava regolare. Le ripetevi
come un mantra, quasi volessi convincere prima te stesso
che me. “Con lei è routine, sai? Con te invece… è come
se il tempo ricominciasse da capo ogni volta che ti
guardo.” E io ci credevo. O meglio: volevo crederci con
tutta me stessa. Avevo trent’anni, un’età in cui il
cuore ancora ci crede che basta essere “quella giusta”
per ribaltare il mondo di un uomo. Volevo sentirmi
unica, irripetibile, necessaria.
Diventare la
tua amante non è stato un lampo improvviso. È stata una
resa lentissima, fatta di piccoli cedimenti, di “solo
stavolta”, di “domani smetto di aspettarti”. All’inizio
era quasi un gioco crudele: tu che sparivi per tre
giorni e poi riapparivi con un messaggio che diceva: “mi
manchi da morire”, io che rispondevo “allora vieni”
anche se sapevo che mi avresti dedicato solo un’ora e
alle volte molto meno.
Poi l’ora è diventata
due, due sono diventate pomeriggi interi, i pomeriggi
sono diventati notti interrotte alle sei del mattino
quando ti rivestivi in fretta, mi baciavi la fronte e
sussurravi: “Ancora un po’ di tempo. Non posso lasciarla
così.” Ogni promessa era una carezza sul futuro. Me la
accarezzavi sulla pelle nuda della schiena mentre io
tenevo gli occhi chiusi per sentire ancora più vere le
tue parole. Credevo veramente che l’amore vero avesse
bisogno di tempo, di pazienza, di sacrifici. Che tu
stessi davvero combattendo una battaglia interiore,
lacerato tra due donne, e che alla fine la parte
migliore di te avrebbe scelto me perché io ero la parte
migliore di te.
Mi dicevi: “Se potessi ti
rapirei.” E io rispondevo: “Allora fallo.” Ma lo dicevo
piano, quasi sottovoce, perché avevo paura che se
l’avessi detto troppo forte ti avrei rattristato e fatto
sprofondare in quella tua realtà fatta solo di sogni.
Così ho imparato a convivere con le tue assenze e le tue
promesse. Ho imparato a non contare i giorni tra un
incontro e l’altro, a sorridere quando mi mandavi una
foto di un tramonto e sotto scrivevi “Vorrei guardarlo
con te”, anche se sapevo che quel tramonto lo stavi
guardando con lei.
Ho imparato a essere leggera,
disponibile, comprensiva. La donna che non fa storie,
che non piange al telefono, che non si incazza, che
capisce tutto. La donna perfetta per un uomo che non
vuole scegliere. E mentre aspettavo che l’amore
vincesse, il tempo passava. Trent’anni sono diventati
trentuno, poi trentadue. Le promesse sono rimaste
identiche, solo un po’ più stanche. Tu continuavi a
entrare dalla mia porta con lo stesso sorriso, lo stesso
“sei bellissima”, lo stesso modo di slacciare il
reggiseno, di chiedermi di non indossare le mutandine,
come se fosse la prima volta. Io continuavo a credere,
ad aspettare. Perché smettere di aspettare avrebbe
significato ammettere che forse non ero io la tua vita,
ma solo un passatempo piacevole chiuso tra due
parentesi. E questo, all’epoca, era un pensiero che non
riuscivo ancora a sopportare.
È passato ancora un
altro anno. E poi, in un pomeriggio di novembre
qualsiasi, mi è arrivato il messaggio che non volevo
leggere, ma che in fondo, dentro di me lo aspettavo come
una minaccia. L’ho sentito come un pugno nello stomaco,
preciso, calcolato. Avevi deciso di sposarti, ma non con
me, con lei! Quella sera ho spento il telefono, ho
chiuso le persiane, mi sono seduta sul pavimento della
cucina con una bottiglia di rosso. Ho pianto in
silenzio, senza singhiozzi, solo lacrime che cadevano
lente sulle piastrelle fredde. Non era rabbia. Giuro.
Era la consapevolezza definitiva: non ero mai stata una
scelta. Ero stata un ripiego. Una comfort zone tenuta
aperta nel caso la vita con lei fosse diventata
insopportabile. Un’assicurazione contro la noia, un
paracadute di seta da aprire solo se il salto fosse
stato troppo alto.
Ho provato a sparire. Ho
cancellato la nostra chat segreta, ho bloccato il tuo
numero, ho smesso di passare davanti al bar dove ci
incontravamo, ho buttato via il quaderno con le nostre
lettere mai spedite. Ho detto a me stessa: “Basta. Fai
la tua vita, non ti cercherò mai più.” Avevo bisogno di
proteggermi, di non sentirmi più l’ombra di una vita che
non era la mia. Ho avuto altri uomini, certo che ne ho
avuti! Cene romantiche, notti passionali. Il primo si
chiamava Matteo, architetto, capelli ricci e sorriso
gentile. Mi portava a cena in posti con candele vere e
tovaglie di lino, mi ascoltava quando parlavo, mi teneva
la mano sul tavolo senza paura che qualcuno ci vedesse.
Facevamo l’amore con la luce accesa, ridevamo e ci
addormentavamo abbracciati. Era tutto così normale,
tutto così sano e trasparente agli occhi del mondo.
Eppure, mentre lui dormiva con il braccio intorno alla
mia vita, io fissavo il soffitto e pensavo a te, a cosa
stessi facendo.
Poi c’è stato Luca, più giovane,
più spavaldo. Sesso selvaggio in macchina, in ascensore,
contro il muro del suo monolocale. Mi mandava audio
vocali alle due di notte con la voce impastata di
desiderio. Mi faceva sentire desiderata in modo feroce,
primordiale. Con lui ho provato sensazioni estreme,
piacere assoluto, ma quando finivamo, quando il sudore
si asciugava e restavamo lì ansimanti, il silenzio che
arrivava dopo era solo rimpianto di essere stata troppo
dura con te.
Provavo a fingere, ad ingannarmi
che bastasse un altro corpo, un’altra voce, un altro
profumo per cancellare il tuo. Ma il pensiero tornava
sempre a te. Tornava quando sentivo quella maledetta
canzone dei Pooh alla radio e mi si stringeva la gola.
Tornava quando un uomo mi diceva “Sei bellissima!” E io
pensavo: “Ma non lo dice come lo dicevi tu.” Tornava nei
sogni, nei momenti di calma improvvisa, nei supermercati
la domenica pomeriggio quando vedevo quelle coppie
tenere e mi chiedevo come sarebbe stato fare la spesa
con te. Sì vero, ero sparita da te, ma non riuscivo a
sparire da me stessa. Perché tu, in fondo, eri diventato
una parte di me. Non la parte migliore, ma la parte più
ostinata, quella che non si arrende nemmeno quando
capisce di aver perso. E così, anche dopo il matrimonio,
anche dopo le foto di voi due in abito da sposa e tight,
anche dopo che i vostri amici avevano festeggiato il
vostro “per sempre”, tu continuavi ad esserci. Non più
come un’attesa, ma come presenza in qualche angolo
remoto e nascosto del mio cuore.
Poi un martedì
di fine gennaio, uno di quei giorni in cui la città
sembra ancora addormentata dopo le feste, le strade
mezze vuote, l’aria umida che sapeva di nebbia e di
marciapiedi bagnati. Ero entrata in un bar solo per
scaldarmi le mani su una tazza di tè. E ti ho visto! Tu
eri seduto a un tavolo vicino alla vetrata, solo, con un
cappotto scuro buttato sulla sedia e lo sguardo perso
fuori, come se stessi aspettando qualcuno che non
arrivava mai. Quando mi hai vista e mi hai chiamata per
nome. Come se fosse normale. Come se non fossi sposato.
Come se non ci fossimo lasciati con un addio muto. Ti
sei alzato, mi hai sfiorato il braccio: “Non ci credo…”
Hai detto. Mi hai chiesto di sedermi, hai ordinato un
altro caffè senza nemmeno chiedermi se lo volevo, perché
tanto lo sapevi che lo prendevo nero e senza zucchero. E
poi hai iniziato a parlare. Mi guardavi negli occhi,
senza distogliere lo sguardo nemmeno per un secondo. Mi
corteggiavi con le parole, con quel tono morbido che
usavi solo quando eravamo soli: mi dicevi che ero sempre
la stessa, che il tempo non mi aveva toccata, che ogni
volta che entravi in un posto affollato cercavi
istintivamente il mio viso tra la gente.
Mi hai
raccontato che il matrimonio era stato un errore, che lo
avevi capito troppo tardi, che avevi provato a
convincerti che era la cosa giusta, ma che ogni mattina
ti svegliavi con un peso nel petto. “Tu sei l’unica
donna che ho amato davvero. L’altra è solo un tentativo
di essere normale. Ma con te era diverso. Con te ero io,
vivo!” E io, nonostante il dolore che mi aveva scavato
dentro per mesi, nonostante le notti in cui mi ero
addormentata piangendo sul cuscino, nonostante l’anello
che lei portava al dito… ci ho creduto di nuovo. Ci ho
creduto perché lo volevo. Perché il cuore è testardo e
non impara mai. Perché quando mi guardavi così, con
quegli occhi che sembravano vedere solo me, dimenticavo
l’anello, dimenticavo la chiesa, dimenticavo le promesse
fatte davanti a duecento persone. Dimenticavo che eri
entrato in quel bar con la fede al dito e che, quando
hai posato la tazza, hai nascosto la mano in modo che
non si vedesse.
Abbiamo parlato per quasi due
ore. Mi hai detto che pensavi a me ogni giorno, che
avevi quasi mollato tutto il giorno prima del
matrimonio, ma poi non ce l’avevi fatta, che eri stato
un codardo. Mi hai chiesto scusa mille volte, con la
voce che tremava. E alla fine, quando ormai il bar stava
chiudendo, mi hai guardata e hai sussurrato: “Dimmi che
non è troppo tardi.” Io non ho risposto. Ho solo
abbassato gli occhi sulla tazza vuota, sentendo il cuore
che batteva forte, troppo forte, come se volesse
scappare dal petto.
Non ti ho detto di sì. Non
ti ho detto di no. Mi sono alzata, ho preso la borsa, ti
ho guardato un’ultima volta e sono uscita senza dire
niente. Camminando verso casa, sotto la pioggia fina che
aveva ricominciato a cadere, mi sono chiesta se fossi
guarita o se fossi solo ricaduta nella stessa trappola,
più profonda di prima. Perché anche stavolta, nonostante
tutto, una parte di me voleva crederti ancora. Una parte
di me voleva credere che fossi davvero l’unica. E questa
parte, la più fragile, la più ostinata, non si era
ancora arresa.
Da lì in poi ho abbassato
completamente le mie difese. Non c’è stato un momento
preciso, un giorno in cui ho detto “Va bene, accetto
tutto così com’è”. È stato un abbassamento graduale,
come una diga che cede non per un colpo violento, ma per
l’acqua che filtra piano piano, giorno dopo giorno, fino
a quando non resta più niente da trattenere. Ti ho
lasciato rientrare nella mia vita senza condizioni,
senza ultimatum, senza nemmeno chiedere che cosa sarebbe
successo dopo. Abbiamo ripreso a vederci con la stessa
frequenza di prima, forse di più. Tu entravi in casa
mia, nel mio corpo, con la stessa chiave che ti avevo
dato anni prima, quella che non avevi mai restituito.
La nostra storia ha preso una forma definitiva:
una relazione senza futuro, ma senza fine. Tua moglie
negli anni ti ha dato due bambini. Due maschi, mi hai
detto una volta, con gli occhi che ti si illuminavano in
un modo che mi faceva male e allo stesso tempo mi
inteneriva. Il primo è arrivato a sorpresa, mi hai
raccontato. Il secondo è arrivato dopo, voluto,
pianificato, con nome già scelto mesi prima. Hai
costruito con lei una famiglia ufficiale: foto di
compleanni, vacanze al mare, pranzi della domenica con i
suoceri, discussioni su asili e vaccini. Una vita
normale, lineare, visibile a tutti.
E io sono
rimasta lì, in una dimensione parallela. Quando eri
stanco, quando litigavi con lei, quando i bambini ti
svegliavano alle cinque del mattino e tu avevi bisogno
di sfogarti, eri tu a cercare me. Venivi da me dopo una
giornata pesante, ti buttavi sul divano, appoggiavi la
testa sulle mie gambe e mi dicevi: “Con te posso essere
me stesso”. E io ti accarezzavo i capelli, ti preparavo
il caffè, ti ascoltavo per ore senza interrompere,
perché sapevo che era l’unico spazio in cui potevi
respirare senza fingere. Ma non sono mai stata
abbastanza da cambiare la tua vita. Non abbastanza da
farti scegliere me al posto del nido che avevi
costruito. Non abbastanza da farti dire, anche solo una
volta: “Ho deciso di lasciare tutto per te”. Ero la tua
evasione, il tuo rifugio, l’Altra!
Ero
importante, sì, ma in un modo che non interferiva con il
resto. Potevi amarmi senza rischiare niente. Potevi
piangermi addosso senza dovermi dare un nome ufficiale.
Potevi avere me e avere lei, e i bambini, e la casa con
il giardino, e la macchina familiare, e la vita che
tutti si aspettavano da te. Io, invece, ho imparato a
esistere, a non pretendere compleanni condivisi, viaggi
insieme, progetti a lungo termine. Ho imparato ad essere
felice nei ritagli di tempo che tu mi concedevi: le sere
in cui lei era fuori con le amiche, i pomeriggi in cui i
bambini erano dai nonni. Ho imparato a non piangere più
quando te ne andavi. A non controllare più il telefono
ogni cinque minuti. A non fantasticare su un futuro che
non sarebbe mai arrivato.
Ogni volta che provavo
a staccarmi, tu lo percepivi. Non so come facessi. Forse
era solo che mi conoscevi meglio di quanto conoscessi me
stessa: sapevi quando il mio cuore stava provando a
respirare altrove. Allora iniziavi la tua battaglia
personale. Iniziavi con dolcezza. Mi chiamavi di sera
tardi, e dicevi: “Mi manchi da morire, lo sai vero?” E
io, che stavo cercando di convincermi che un altro uomo
potesse bastarmi, sentivo già la crepa allargarsi. Mi
pressavi con delicatezza implacabile. Mi mandavi audio
in cui la tua voce tremava un po’: “Non ce la faccio.
Sto impazzendo.” Mi scrivevi di notte: “Penso a noi due
in una casa sul mare, lontani da tutto, solo io e te.”
Promettevi mari e monti, fughe improvvise, vite nuove in
chissà quale parte del mondo, una baita in montagna, un
appartamento a Lisbona, un’isola greca dove nessuno ci
conosceva. Ma sempre e solo nella tua immaginazione. Mai
nei fatti. Mai nel tuo cervello. Mai in un piano
concreto, con date, valigie, separazioni, avvocati.
Ovviamente non è successo e nonostante tutto ho
capito che l’amore che provavo per te non aveva più
bisogno di un lieto fine per esistere. Esisteva e basta.
Ostinato, silenzioso, autosufficiente. Ti amavo senza
più aspettarmi nulla. Ti amavo anche quando non mi
scrivevi per una settimana, perché sapevo che saresti
tornato. E tornavi sempre. E io ti accoglievo sempre.
Senza più domande, ma con la consapevolezza che questa
era la nostra forma: tu con la tua vita ufficiale, io
con la mia esistenza in penombra. Tu padre, marito, uomo
perbene agli occhi del mondo. Io l’altra, la costante,
la segretezza. Ti amavo così, senza condizioni, senza
scadenza. Come si ama una droga che sai ti sta uccidendo
piano, ma che non riesci a smettere di cercare perché è
l’unica cosa che ti fa davvero respirare. E forse, in
fondo, è proprio questo l’amore più vero che ho
conosciuto: quello che non chiede, non pretende, non
spera più. Quello che semplicemente resta.
Ora
senza accorgermi sono passati vent’anni. Vent’anni che
pesano come un album di foto che non ho mai stampato, ma
che rivedo lo stesso ogni tanto, sfogliandolo
mentalmente nelle notti in cui non riesco a dormire.
Vent’anni di alti e bassi, di attese che si sono
allungate come ombre al tramonto. Non mi sento più in
competizione con tua moglie. Non è stata una resa, né
una sconfitta: è stata una specie di pace conquistata a
caro prezzo. Ho smesso di confrontare le nostre vite. Ho
capito che lei ha avuto la parte visibile di te e che
quella parte non era in palio per me. Mai stata. Due
vite parallele, due donne che non si sono mai incontrate
davvero, ma che hanno diviso lo stesso uomo per due
decenni.
Ogni volta che entri da quella porta,
ogni volta che mi guardi come se fossi l’unica al mondo,
ogni volta che mi dici “sei la mia vera casa”, una parte
di me si scioglie ancora. Perché anche se so che non
cambierà nulla, anche se so che tornerai da loro, anche
se so che la mia vita resta in standby mentre la tua va
avanti… continuo a volerti. Continuo a essere lì, nella
dimensione parallela. E forse, alla fine, è proprio
questo il mio ruolo: essere la donna che ti fa sentire
vivo senza chiederti di cambiare niente. La donna che
resta, anche quando non dovrebbe. L’altra. Sempre
l’altra.
Non sono più in guerra con me stessa. Ho
smesso di chiedermi perché non bastavo, perché non
sceglievi. Ho smesso di punirmi per averti amato in un
modo che il mondo chiama sbagliato. Ho capito che
l’amore non chiede il permesso alle regole, non si
adegua ai calendari, non si arrende alle etichette.
L’amore che provo per te è diventato una cosa mia,
privata, quasi sacra nella sua ostinazione. Non ha
bisogno di essere ricambiato allo stesso modo per
esistere.
So esattamente cosa puoi darmi e cosa
no. So che non avrò mai una mattina in cui mi svegli
accanto a te senza che tu debba guardare l’orologio e
calcolare quanto tempo resta prima di rientrare. So che
non avrò mai un anello, un cognome condiviso, una foto
nostra appesa in salotto. So che i tuoi figli
cresceranno senza sapere che esisto, so che i nostri non
esisteranno. So che non sarai mai completamente mio, non
nel senso che sognavo a trent’anni, quando credevo che
l’amore dovesse essere esclusivo per essere vero.
Ma so anche che, in qualche modo, per me ci sei
sempre stato. Ci sei stato nei momenti in cui cadevo a
pezzi, anche se solo per un’ora, eri lì a tenermi
insieme. Ci sei stato nei silenzi lunghi mesi, e poi nel
modo in cui ricomparivi senza scuse, come se fossimo
rimasti sospesi nello stesso punto. Ci sei stato, a modo
tuo, imperfetto, intermittente, egoista a volte, ma
reale. Vent’anni dopo, non aspetto più il grande gesto,
la fuga romantica, la scelta definitiva. Non aspetto più
niente, in realtà. Vivo la mia vita, il lavoro, gli
amici, i viaggi che faccio da sola o con chi capita, le
serate in cui rido fino alle lacrime senza che tu ci sia
– e quando entri dalla porta, o quando mi scrivi “posso
venire?”, apro e basta.
Perché questo è ciò che
siamo diventati: una costante quieta, una presenza che
non stravolge più niente ma che scalda lo stesso. Un
amore che non ha futuro scritto, ma che ha un presente
ostinato. E forse, alla fine, è proprio questo il
miracolo che non mi aspettavo: averti amato per
vent’anni. Averti amato sapendo che non saresti mai
stato solo mio, e averlo accettato senza diventare
amara. Io sono ancora l’altra. Ma ora lo sono con gli
occhi aperti, con il cuore calmo, con le mani che non
tremano più quando ti sfiorano. E tu, in qualche modo
inspiegabile, continui a essere il mio “sempre stato”.
Anche se non sarà mai “per sempre”.
Ora mentre
scrivo sto preparando la cena, apparecchiando la tavola
e come ogni giovedì ti aspetto vestita come mi vuoi. Ho
messo su la playlist che ascoltiamo da anni, quella che
parte con “L’altra donna” dei Pooh. Ho acceso due
candele piccole, non per romanticismo da film, ma perché
la luce gialla mi fa sentire meno nuda quando entri e mi
guardi come se fosse la prima volta. Indosso il vestito
nero aderente che comprai per il nostro primo
anniversario, le scarpe con il tacco che mi fanno le
gambe più lunghe, i capelli sciolti perché dici sempre
che ti piace passarci le dita dentro mentre mi baci il
collo. Non ho messo il rossetto rosso, non preoccuparti,
è da tempo che ho imparato la lezione.
Ti
aspetto con il cuore che fa sempre quel piccolo salto
quando sento l’ascensore fermarsi al mio piano, anche
dopo vent’anni. Non è più l’ansia febbrile dei primi
tempi, è una specie di riconoscimento quieto: sei tu,
stai arrivando, per due ore sarai solo mio. Ceneremo
insieme. Parleremo di cose banali e rideremo per le
solite stupidaggini. Tu mi dirai che i miei spaghetti
con le vongole sono i migliori del mondo, io farò finta
di crederci. Berremo quel Ribolla Giallo che teniamo per
i giovedì, quello che ci scalda i sensi. E poi faremo
l’amore. Sul divano prima, perché non riusciamo quasi
mai ad arrivare in camera senza toccarci. Tu mi
solleverai il vestito piano, come se fosse fragile, io
ti slaccerò la camicia con le dita che tremano ancora un
po’. Ci spoglieremo senza fretta, perché queste due ore
sono l’unico tempo in cui non dobbiamo correre. Mi
porterai in camera tenendomi in braccio – lo fai sempre
e ridiamo quando inciampi sul tappeto! E lì, tra le
lenzuola che cambio apposta il mercoledì sera, ci
ritroveremo come sempre: tu dentro di me, io che ti
stringo forte, i nostri respiri che si mischiano, i
gemiti bassi per non svegliare i vicini. Due ore non di
più. Il tempo esatto per una pizza, una partita di
calcetto o una di padel, insomma il tempo esatto per
consumare la scusa che metti a tua moglie. Due ore che
bastano per cenare, per parlare, per fare l’amore, per
lavarci in fretta sotto la doccia insieme, per
rivestirci e per darmi un ultimo bacio sulla porta.
Poi te ne andrai. Io resterò qui, con i piatti nel
lavandino, il profumo del tuo dopobarba sulle lenzuola.
Spegnerò le candele, metterò via la playlist, laverò i
bicchieri. E penserò, come ogni giovedì, che queste due
ore sono state perfette nella loro imperfezione. Che
anche se non sei mai completamente mio, stasera hai
scelto di essere qui. E che io, in fondo, continuo a
scegliere di aspettarti. Ogni giovedì. Come sempre.
Non è la storia che avrei scelto a vent’anni. A
vent’anni sognavo un amore da copertina: lui che arriva
con i fiori il primo appuntamento, un anello al dito,
una casa con il giardino dove i bambini corrono scalzi,
domeniche passate a scegliere il divano nuovo o a
litigare per il colore delle tende. Volevo il “per
sempre” stampato sul certificato, le foto di famiglia
incorniciate, il cognome condiviso sul campanello.
Volevo essere la protagonista indiscussa, non la
comparsa in una trama parallela. Non è nemmeno la storia
che consiglierei a qualcuno. Se una ragazza di
venticinque anni mi raccontasse oggi quello che sto
vivendo io, le direi di scappare. Le direi: “Non
accettare i ritagli, non accontentarti delle briciole.”
Le direi di pretendere di più, le direi che meritiamo di
essere scelte alla luce del sole, non al buio di una
casa con le serrande abbassate perché non si sa mai.
Ma questa è la mia vita. E dopo tanto tempo ho
smesso di giudicarla. Ho smesso di chiedermi se sono
stata debole, se ho sbagliato a restare, se avrei potuto
essere più forte, più furba, più egoista. Ho smesso di
confrontare la mia vita con quella delle altre: le
coppie che invecchiano insieme, le mani intrecciate nei
supermercati, le vacanze con i figli, i Natali, i
compleanni con la torta e le candeline. Ho smesso di
sentirmi in difetto. Ho amato un solo uomo. Anche se non
ho avuto il titolo, nemmeno il sottotitolo. Anche se il
mio nome non compare nelle tue storie, nemmeno in
piccolo. Anche se tua moglie non saprà mai che per
vent’anni hai avuto un’altra casa dove rifugiarti. Ho
amato te, e basta. Con tutto quello che potevo dare: la
pazienza, il silenzio complice, il mio corpo
disponibile, il cuore che non ha mai imparato a chiudere
la porta.
Il mio sentimento per te è sempre
stato autentico. Non costruito per convenienza, non
finto per noia, non calcolato per rivalsa. Era vero
quando avevo trent’anni e tremavo al tuo arrivo, era
vero quando ne avevo quaranta e piangevo in silenzio
dopo che te ne andavi, è vero ancora oggi, mentre
preparo la tavola e aspetto il suono del campanello.
Oggi mi basta questo: sapere chi sono stata, chi
sono, e accettare l’amore per quello che è, non per
quello che avrebbe potuto essere. Sono stata la donna
che ha amato senza condizioni, senza scadenze, senza
bisogno di un lieto fine per continuare a sentire il
cuore battere forte. Sono stata la tua costante, la tua
evasione, la tua ancora quando il resto pesava troppo.
Sono stata importante in un modo che non si misura solo
con l’amore.
E sono ancora qui. Non più con la
rabbia di chi aspetta un cambiamento che non arriverà,
non più con l’illusione di un “un giorno”. Solo con una
quieta, profonda accettazione: questo è l’amore che ho
vissuto, questo è l’amore che ho dato, questo è l’amore
che ho ricevuto. Imperfetto, limitato, intermittente, ma
mio. E mentre apparecchio la tavola per stasera, mentre
accendo le candele e sento già il tuo ascensore che
sale, penso che forse, in fondo, sia proprio questa la
libertà più grande che ho conquistato: smettere di
desiderare una storia diversa e iniziare ad abitare
pienamente questa. Con te, per due ore ogni giovedì. Con
me stessa, per il resto del tempo. E va bene così. Va
bene davvero.
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Questo racconto è opera di pura
fantasia. Nomi, personaggi e luoghi sono frutto
dell’immaginazione dell’autore e qualsiasi
somiglianza con fatti, scenari e persone è del
tutto casuale.
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