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RACCONTO

Adamo Bencivenga
IL SENSO DELL'INFEDELTA'
Moglie e marito si
interrogano sul valore dei propri tradimenti
reciproci cercando un senso alla loro vita di
coppia....

La luce dorata del tramonto
romano filtrava attraverso le persiane semiaperte della
loro camera da letto, proiettando strisce calde sui
corpi intrecciati di Martina e suo marito, Alessandro.
Erano tornati da una cena romantica in un piccolo
ristorante vicino al Pantheon e l'aria era ancora
impregnata del profumo di vino rosso novello e
dell’autunno inoltrato. A passeggio per strada tra i
vicoli romani, avevano riso, avevano cantato una vecchia
canzone di Sonny & Cher, camminando abbracciati come
fossero una cosa sola.
Appena varcata la soglia
di casa, Martina, con i suoi capelli castani sciolti
sulle spalle e un corpo sinuoso, avvolto in un semplice
abito di seta nera, iniziò a baciarlo con urgenza.
Alessandro, alto e atletico, con una barba curata e
occhi scuri, che tradivano una passione immediata,
rispose con eguale fervore, spingendola dolcemente
contro la parete dell’ingresso tra una riproduzione di
Manet e un vaso indiano, comprato nel loro ultimo
viaggio a Bombay. Un bacio profondo con le loro lingue
affamate che si intrecciavano in un duello sensuale. La
mano di lui scivolò tra le cosce umide di lei. Poi lungo
il corridoio Martina in preda ai sensi si tolse le
scarpe facendo scivolare le mutandine di pizzo lungo le
gambe.
Il grande letto matrimoniale con le
lenzuola nere di cotone egiziano li accolse sprofondando
sotto la loro passione. Martina, sdraiata supina con le
gambe leggermente divaricate e un sorriso malizioso,
iniziò ad accarezzarsi le labbra carnose e lisce. Come
in un rituale antico lo invitò muta offrendo il suo
tesoro come portata principale di un vassoio d’argento.
Lui le baciò prima il collo, poi il seno, per poi
scendere piano verso i suoi fianchi morbidi. “Ti
voglio Martina!” Mormorò infilando la testa tra le cosce
di lei e baciandola avidamente. Martina gemendo, afferrò
con forza la mano di lui e premendo contro le sue dita,
si cercò più in profondità aumentando il ritmo man mano
che il suo respiro si faceva affannoso.
"Dimmi
qualcosa di trasgressivo…" Sussurrò Martina, mentre
Alessandro si posizionava sopra di lei, il suo membro
eretto che sfiorava la sua intimità. I loro corpi erano
sudati, la pelle calda e scivolosa. “Sei la mia
puttana…” Disse lui, provocandole brividi su tutto il
corpo. “Oh sì, la tua troia, sì Ale dimmelo ancora…”
Rispose lei allargando le cosce ormai pronte e
accoglienti.
Ma quella sera Martina voleva di
più e allora lo incitò nuovamente: “Dai dimmi ancora
qualcosa, qualcosa di te che non so, fammi impazzire.
Alessandro esitò un momento, ma il desiderio negli occhi
di lei, con quel misto di eccitazione e sfida, lo spinse
a continuare penetrandola lentamente e, sentendola
stringersi attorno a lui, iniziò a muoversi con spinte
più profonde.
"Cosa vuoi sapere?" Chiese, la
voce grossa dal piacere, mentre le sue mani afferravano
i suoi fianchi per guidare il movimento. Martina
chiuse gli occhi per un istante, gemendo più forte ad
ogni affondo, le unghie che graffiavano la schiena di
lui. "Dimmi... hai mai pensato a un'altra donna mentre
fai l’amore con me?" Chiese, la voce tremante, non per
gelosia, ma per quel brivido di trasgressione che
rendeva l'atto più intenso.
Alessandro accelerò
il ritmo, il letto cigolava sotto di loro, i loro corpi
si scontravano in un'armonia perfetta. "Sì… tesoro sì."
Ammise lui, ansimando: "Si qualche volta ci penso…”
Lei spalancò gli occhi, fissandolo con intensità, poi
strinse le gambe attorno alla sua vita, tirandolo a sé.
"Pensi a qualcosa di reale?” Alessandro non rispose.
Lei al culmine dell’eccitazione lo incalzò: “E l'hai
fatto davvero? Mi hai mai tradita?" Il suo corpo tremava
per l'imminente orgasmo, le parole le uscivano come un
comando eccitato.
Lui indugiò di nuovo, era la
prima volta che sua moglie gli chiedeva una cosa del
genere, poi il desiderio lo travolse. "Sì, Martina sì,
ti ho tradita!" Confessò alla fine, con un gemito
profondo, mentre affondava più forte, sentendola
contrarsi attorno a lui. “L'ho fatto, una volta.”
Martina a quel punto esplose, urlando di piacere.
“Dimmelo ancora sì…” Quell'ammissione le amplificava il
godimento, come una scarica elettrica. “Dimmi di più.”
Lo implorava, con le mani nei capelli di lui e tirandolo
a sé per un bacio feroce.
“Era... era eccitante,
proibita." Balbettò lui, il ritmo che diventava
frenetico, i loro respiri che si mescolavano alla
trasgressione e agli umori di lei. "Ma tu sei mia, solo
mia.” L'orgasmo li colpì quasi simultaneamente.
Martina più capiente gridò il suo nome, mentre
Alessandro si svuotava dentro di lei con un ultimo
affondo potente, collassando poi sul suo seno, entrambi
esausti e appagati.
******
Lei stranamente
dopo l’orgasmo si alzò di fretta guadagnando il bagno,
lui invece rimase a contemplare il soffitto in penombra.
Pochi minuti dopo, avvolti nei loro accappatoi leggeri,
uscirono sulla terrazza del loro appartamento nel
quartiere Prati, con vista sui tetti rossi e arancioni
di Roma che si estendevano fino al Cupolone di San
Pietro in lontananza.
L'aria della sera era
fresca, profumata di gelsomino, e un bicchiere di vino
ciascuno scintillava sotto le luci soffuse. Dopo una
decina di minuti in silenzio, Martina, con i capelli
ancora scompigliati e un rossore sulle guance, si
appoggiò alla ringhiera, fissando l'orizzonte.
Alessandro sedeva su una sedia bianca di vimini,
sorseggiando il suo vino, ma il silenzio era carico di
tensione.
"Parlamene…" Disse Martina
all'improvviso, voltandosi verso di lui con occhi
curiosi. "Dell'altra donna. Voglio sapere tutto."
Alessandro sospirò, riluttante, posando il bicchiere.
"Martina, è stata solo una cosa stupida di una notte.
Non significa niente." Lei però insistette, sedendosi
sulle sue ginocchia e accarezzandogli il viso. "Per
favore, dimmi. Chi era? Com'era?"
Controvoglia,
lui iniziò a raccontare: "Si chiama Elena, l'ho
incontrata a un convegno a Milano sei mesi fa. Era una
collega, bionda, con un sorriso contagioso e un corpo
atletico, non come il tuo, ma diverso. Abbiamo bevuto
troppo al bar dell'hotel, e... poi è successo.
“Alessandro, non così, voglio sapere i dettagli!” Disse
lei quasi delusa.
Alessandro sospirò, come se
stesse cedendo a una pressione che non voleva davvero
assecondare, ma ormai il confine era stato superato. “Va
bene… te li dico, i particolari. Ma dopo non dirmi che
ti ho fatto male, perché sei tu che li vuoi.” Lei
annuì piano. “È stata una notte sola, tesoro, in
camera sua. Era passionale, aggressiva, ma non c'era
amore. Solo attrazione fisica. Mentre salivamo in
ascensore mi ha baciato, poi si è scoperta il seno per
farmelo baciare. Siamo entrati in stanza e si è tolta il
vestito rimanendo con le sole mutandine…” “Come aveva
il seno? Più grande del mio?” “Tesoro sinceramente
non me lo ricordo, lei si è distesa sul letto, mi ha
trascinato, ha aperto le gambe e abbiamo fatto sesso,
veloce, frettoloso, fisico, lei aveva solo voglia di
godere.”
Dai dimmi i particolari… Tu sopra di
lei?” Chiese ancora Martina. “Le luci erano basse,
solo quella della lampada da comodino accesa. Appena
chiusa la porta lei mi ha spinto contro il muro, mi ha
infilato la lingua in bocca come se volesse mangiarmi.
Aveva un sapore di gin e menta. Le ho preso i fianchi,
le ho infilato le mani sotto il vestito… era già
bagnata, si sentiva attraverso le mutandine.”
Martina deglutì. “Continua…” “Si è tolta il vestito
da sola, buttandolo per terra, poi si è inginocchiata.”
“Ti ha succhiato?” “Sì. Si è inginocchiata lì, sul
tappeto, mi ha aperto i pantaloni e… me l’ha preso in
bocca senza preavviso. Non era delicata, lo faceva
profondo, con la mano che stringeva la base, guardandomi
negli occhi tutto il tempo. Io le tenevo i capelli e
spingevo. Lei mugolava sul mio cazzo, vibrazioni che mi
facevano quasi venire subito. Ma era esperta, si è
fermata, si è alzata e mi ha detto testuale: “Non
ancora. Voglio che mi scopi.”
Alessandro, temendo
di aver detto troppo, si fermò fissando gli occhi di sua
moglie, aspettando un cenno di disapprovazione. Lei
disse: “E poi?” Lui riprese. “Si è buttata sul letto,
ha aperto le gambe, ha spostato le mutandine di lato,
per la fretta non se le è tolte. Mi ha tirato i capelli
e mi ha ordinato: “Leccami.” L’ho fatto. Aveva un sapore
forte, salato. Le ho infilato due dita dentro mentre con
la lingua le succhiavo le labbra lisce e carnose.”
“E poi, cosa è successo?” Sussurrò Martina, col fiato
grosso. “Poi mi ha girato sulla schiena. È salita
sopra, si è tolta le mutandine buttandole via sul
pavimento e si è impalata da sola. Cavalcava violenta,
sbattendomi il bacino addosso, le tette che
rimbalzavano. Mi graffiava il petto, mi mordeva il
collo. Diceva cose tipo “scopami più forte, sono la tua
troia!” Anche se era lei a dettare il ritmo. Dopo un
paio di minuti si è fermata, si è girata di schiena, a
pecora, il culo in aria. “Da dietro, forte!” Mi ha
ordinato. L’ho presa per i fianchi e ho spinto dentro
fino in fondo. Aveva una fica stretta, bagnatissima,
ogni colpo faceva un rumore di bagnato che riempiva la
stanza. Le ho tirato i capelli, le ho schiaffeggiato il
culo un paio di volte, lei gemeva più forte ogni volta.
A un certo punto si è infilata una mano sotto e si è
toccata mentre la scopavo. È venuta così, urlando,
stringendomi dentro a spasmi.”
“Ora sai tutto!”
Disse Alessandro guardando ancora Martina. Lei aveva
le guance rosse, il respiro spezzato. “E tu… sei
venuto dentro?” Domandò lei, quasi in un soffio.
“Sì. Non abbiamo usato niente. Quando ho sentito che
stavo per venire gliel’ho detto. Lei ha risposto “dentro
cazzo, vieni dentro, inondami!” Ho spinto ancora due,
tre volte e… sono venuto dentro, tanto, sentivo i fiotti
mentre lei continuava a contrarsi. Siamo rimasti così
qualche secondo, ansimanti, sudati. Poi è crollata sul
letto, ha riso piano e ha detto: “Bel convegno, eh?” Ti
giuro tesoro non c’è stato altro, mi sono alzato
immediatamente, ho raccolto i miei vestiti e sono andato
nella mia stanza.”
Silenzio. Martina lo fissò,
immobile. “Beh mi sembra abbastanza… Ti è piaciuto?”
Chiese alla fine, con una voce che tremava appena.
Alessandro distolse lo sguardo fissando i tetti di Roma.
“Non ti posso mentire, mi è piaciuto fottere una donna
quasi sconosciuta.”
Martina aveva ascoltato,
mordicchiandosi il labbro, un misto di gelosia e
curiosità che le accendeva lo sguardo. Alla fine, però,
non resistette e chiese: "Perché mi hai tradita?"
Alessandro spiazzato cercò una risposta tra le tante.
“Volevo solo gratificarmi, lei non si aspettava niente
da me. Con lei potevo essere solo un corpo, un momento,
uno sfogo. Non c’era rischio di deluderla, perché non
c’era niente da perdere. Era… facile.” “Perché quando
lo fai con me hai paura di deludermi?”
Alessandro
inspirò piano, come se quella domanda gli avesse appena
tolto l’aria dai polmoni. Andò verso la ringhiera.
“Perché con te non è solo scopare, Martina. È… tutto il
resto.” Lei rimase seduta, le braccia incrociate sul
petto, ma non per difendersi. “Spiegati meglio.”
“Con lei, o con chiunque altra, posso fallire, posso
sbagliare tutto e non importa. È solo una notte. Non c’è
storia, non ci sono aspettative. Non c’è il rischio che
un mio errore diventi una crepa in qualcosa di
importante.” Fece una pausa, si passò una mano tra i
capelli. “Con te invece… ogni volta che ti tocco,
che entro dentro di te, sento che sto toccando anche
tutto quello che c’è stato prima e che ci sarà dopo.
Devo a tutti i costi sentirmi maschio. Se ti deludessi,
se non fossi abbastanza duro, abbastanza attento,
abbastanza… presente… mi sembrerebbe di tradire non solo
il momento, ma tutto quello che abbiamo costruito.
Martina abbassò le braccia lentamente. “Quindi hai paura
che io ti giudichi.” “No. Ho paura che il nostro
amore possa esaurirsi, perché il sesso con te non è solo
attrazione: è il modo in cui ti dico “ti amo” senza
parole, “sto bene solo con te”, “non voglio stare in
nessun altro posto al mondo”. E se fallisco in quello…
mi sembra di fallire in tutto.”
Lei si alzò, gli
posò le mani sulle spalle, leggera. “Ma io non ti
giudico quando vieni in trenta secondi, Alessandro. O
quando sei stanco e non riesci a fare il maratoneta. O
quando mi baci il collo invece di scoparmi come una
bestia.” Lui alzò lo sguardo, gli occhi lucidi, ma
fermi. “Lo so. Razionalmente lo so. Ma quando sono
dentro di te, quando ti sento stringermi, quando ti
sento gemere… il cervello mi va in tilt. Penso: “Devo
farla impazzire, devo essere il migliore, devo
cancellare ogni ricordo di chiunque altro, devo farle
dimenticare che esista un mondo fuori da questo letto”.
E più ci provo, più mi blocco. Più mi blocco, più ho
paura. È un circolo del cazzo.” “Sì ti capisco, ma
tutto questo non giustifica un tradimento, potevamo
parlarne prima non credi?” “Hai ragione, ma non
trascurare il maschio, Martina. Il maschio che va a
caccia di trofei per sentirsi il migliore, il re del
cazzo, il conquistatore che sulla collina pianta la sua
bandiera come su ogni fica che conquista. Perché alla
fine, siamo tutti così: primitivi, guidati da un cazzo
che pensa al posto nostro. Davanti a una fica aperta,
l'uomo non resiste, non ragiona, non si ferma a pensare
alla compagna che ama, ai figli se ne ha, alla casa,
alle promesse sussurrate nel buio. Anzi dimentica tutto,
paure, incomprensioni e mutuo da pagare… Si butta dentro
come un animale in calore, perché quella è la vittoria
facile, il trofeo lucido che lo fa sentire potente per
cinque minuti, prima che il senso di colpa lo mangi
vivo.”
Martina lo guardò, le labbra socchiuse, un
misto di rabbia e disgusto. “Non conoscevo questo lato
di te, ho sempre creduto che tu fossi diverso dagli
altri. Dai ripetimi perché ti è piaciuto!”
Alessandro la guardava negli occhi, stringendola a sé, e
rispose con un sorriso ironico: "Perché non era mia
moglie!" La risposta rimase sospesa nell'aria, un
misto di confessione e provocazione. Le parole di
Alessandro galleggiarono nell’aria fresca della
terrazza, come un’eco che non voleva spegnersi. Martina
si staccò, si voltò verso il parapetto, fissando i tetti
di Roma che ora si tingevano di un viola profondo,
punteggiati dalle luci accese nelle finestre lontane. Il
bicchiere di vino le tremava leggermente in mano.
“Non era mia moglie…” Ripeté piano, quasi
assaporando l’amarezza della frase e pensando che per un
uomo il sesso migliore è sempre quello che si fa fuori
casa. Delusa iniziò a piangere e il bicchiere le scivolò
dalle dita frantumandosi a terra. Poi, con un
respiro profondo disse: “Sai una cosa? Mi hai delusa
profondamente...” Alessandro si irrigidì. “Martina,
ma che dici? Aspetta... mi hai chiesto tu stanotte di
dirti una cosa trasgressiva, credevo fosse un gioco, uno
stupido gioco…” “No.” Lo interruppe lei, girandosi di
scatto. I suoi occhi erano lucidi, per le lacrime e per
la rabbia. “Mi hai tradita. L’hai fatto, ma non è questo
il punto, può capitare, ci sta, un paio di corna le ho
sempre messe in conto, ma tu ora lo ammetti con quel
tono di maschio sprezzante e orgoglioso, come se fosse
una conquista, come se fosse normale per un maschio
riempire buchi. Lei non ero io, lei non era tua moglie e
quindi? Che schifo di scusa è questa?”
Lui si
avvicinò piano, le mani aperte in un gesto di resa.
“Amore, ascoltami. Mi dispiace. Mi dispiace da morire. È
stata una stupidaggine, una sola notte, ero ubriaco,
stanco, lontano da casa, solo... non so nemmeno
spiegarlo. Ma non ha significato niente. Non ti ho mai
smesso di amare, non ti ho mai messo in dubbio, nemmeno
per un secondo. Succede agli uomini, Martina. A volte
capita, è una debolezza, un momento di idiozia. Ma non
cambia quello che provo per te.” Martina rise, una
risata breve e aspra. “Succede agli uomini? Bella
consolazione. E alle donne no? Alle donne non capita mai
di cedere a un momento di debolezza? Di voler sentire
qualcosa di diverso, di provare qualcos’altro? Di
concedersi una serata di follia? Di aprire le cosce a
uno sconosciuto e sentirsi riempita solo per il gusto di
avere un orgasmo?”
Alessandro aggrottò la fronte,
confuso. “Che stai dicendo?” Lei posò il bicchiere
sul tavolino con un gesto secco, incrociò le braccia sul
petto. “Sto dicendo che anche a noi donne può capitare,
ma non puntiamo nessuna bandiera su nessuna collina,
nessuna tacca, ma solo la fragilità di sentirci
desiderate, di non sentirla secca tra le cosce…” “A
te è capitato?” Ormai il gioco era andato oltre… “Eh,
sì mio caro, anche a me è capitato pur non essendo un
uomo. Una volta. Solo una volta. Durante un fine
settimana a Firenze per un corso di aggiornamento. C’era
un collega, simpatico, carino, insistente. Abbiamo
bevuto, abbiamo riso, e alla fine... sì, siamo finiti a
letto. Una scopata veloce, senza emozioni. Niente di
speciale. Esattamente come la tua.”
Il silenzio
calò pesante. Alessandro la fissò, il viso che passava
dal pallore allo stupore, poi a qualcosa di più oscuro.
“Tu... hai...” “Sì.” Confermò lei, sostenendo il suo
sguardo senza abbassare gli occhi. “E non te l’ho
mai detto perché mi sembrava inutile. Perché tra noi va
tutto bene. La nostra coppia funziona, ci vogliamo bene.
È stata solo una scopata, Alessandro. Come la tua.”
Lui fece un passo indietro passandosi una mano tra i
capelli. “È assurdo. È diverso. Quando una donna
tradisce... significa che c’è qualcosa che non va
davvero. Che manca qualcosa nella coppia. Che non è
felice. Un uomo può... può sbagliare per istinto, per
stupidità, ma una donna...” Martina lo interruppe con
un gesto della mano. “Smettila. Non osare dirmi che il
mio tradimento vale di più del tuo, che è più grave, che
nasconde un problema profondo. Non c’è nessun problema
profondo tra noi. È stata una scopata e basta. Punto.
Proprio come la tua scopata. Non cercare di rendermi la
cattiva della storia solo perché sono una donna.”
“No, Martina. Non è la stessa cosa. Puoi ripetermelo
mille volte, puoi gridarmelo in faccia, ma non cambia la
verità biologica, emotiva, primordiale. Quando un uomo
tradisce, è quasi sempre un cedimento dell’istinto. Un
momento di debolezza animale. Il cazzo che prende il
comando, la caccia che si riaccende per cinque minuti,
il trofeo facile che ti fa sentire vivo, potente,
desiderato. È stupido, è egoista, è patetico… ma finisce
lì, nel letto di un hotel, e non tocca il nucleo. Non
intacca la capacità di amare davvero la propria donna. È
come una sbronza: ti svegli con il mal di testa, vomiti
i rimorsi, e poi torni a casa dalla tua.”
Fece
una pausa, gli occhi fissi su di lei, duri. “Ma quando
una donna tradisce… è diverso. È irreparabile. Perché
per una donna scegliere di aprire le gambe a un altro
significa che, in quel momento, ha permesso a un altro
di entrare nella sua anima. E questo non è istinto. È
una scelta. È un rifiuto dell’altro. È dire, anche solo
per un attimo: “Lui non mi basta più!” E tu hai deciso
che quell’uomo, anche solo per un’ora, valeva di più di
me. Non solo fisicamente. Emotivamente. Hai scelto di
dare a un estraneo qualcosa che dovrebbe essere solo
mio.”
Martina aprì la bocca per ribattere, ma lui
alzò una mano, bloccandola. “Non dirmi che era solo
sesso. Non insultarmi con questa bugia. Il sesso per una
donna non è mai solo sesso, e quel cazzo non entra solo
nelle ossa, nella fica, ma dentro il cervello. Voi lo
vivete con tutto il vostro essere. Voi vi connettete.
Voi fantasticate, idealizzate, create un legame. Quella
scopata lascia un’impronta indelebile che io non posso
cancellare. Non posso scoparti più forte per farla
sparire.”
Si avvicinò di un passo, la voce che
tremava di rabbia. “Il mio tradimento è stato una
scopata da ubriaco. Il tuo è stato un tradimento
dell’anima. E sì, lo so che suona misogino, antiquato,
patriarcale. Chiamalo come vuoi. Ma è così che lo sento
io. È così che lo sentono milioni di uomini, anche se
non lo dicono ad alta voce. Perché per noi la fedeltà di
una donna non è solo fedeltà fisica: è la prova che
siamo ancora l’unico maschio degno del suo desiderio.
Quando quella prova crolla… crolla tutto. La fiducia,
l’orgoglio, la voglia di toccarti senza immaginare un
altro al posto mio. E non si ripara. Si può convivere
con la cicatrice, si può fingere, si può scopare per
rabbia o per disperazione… ma il danno resta.
Irreparabile.”
Martina lo fissava, il viso
immobile, le mani strette a pugno lungo i fianchi.
Alessandro abbassò lo sguardo per un secondo, poi lo
rialzò, gli occhi lucidi ma spietati. “È stato in
quel periodo quando non riuscivo più a soddisfarti
vero?” “Ale non sempre una scopata ha una causa, a
volte succede e basta.” Lui non l’ascoltava: “Ero
stanco, avevo mille pensieri e mi rendevo conto, sai,
che a letto non riuscivo…” “Smettila di provare a
essere sempre il migliore. Io voglio un uomo che non ha
paura di deludermi…” “Sì, lo so, ma dimmi che non è
vero, rassicurami. Dimmi che quando lui ti ha scopata
non hai pensato, anche solo per un secondo, che era
diverso da me. Che non aveva il cazzo più grosso, anche
se lo aveva… Dimmi che non hai goduto di più. Dimmi che
non ti è rimasto niente di lui dentro. E forse… forse
potrei provare a crederci. Ma non mentirmi, Martina.”
“Ripeto, è stata solo una scopata. Ho goduto certo, ma
in quel nettare che usciva dalla mia fica non c’era
nulla Ale, proprio nulla, nessun significato, se non
quel liquido abbondante e denso. Devi fartene una
ragione, Ale, se non ripetuta, se è unica, una scopata è
solo una scopata, sia per me che per te, sia per l’uomo
che per la donna.”
Alessandro rimase in silenzio
per un lungo momento, lo sguardo perso sui tetti
illuminati. Poi, lentamente, tornò a guardarla. “Hai
ragione.” Mormorò. “Hai ragione tu. Sto facendo lo
stronzo. Sto cercando di giustificarmi con concetti a
cui non credo. Non c’entra niente l’uomo, la donna,
siamo persone… è solo una notte e non mette in
discussione una vita insieme.”
Martina annuì
appena, la tensione iniziòa a sciogliersi dalle spalle.
“Allora smettila di giustificarti e smettila di
giudicare. Accettiamo che entrambi abbiamo sbagliato,
anzi no, accettiamo che può succedere, che alle volte vi
è una necessità individuale che va oltre il legame di
coppia.”
Lui si avvicinò di nuovo, questa volta
con cautela. Le sfiorò il braccio, poi la mano. “Non
voglio perderti, Martina. Non per questo. Non per una
cazzata mia... e nemmeno per la tua.” Lei lo lasciò
fare, lasciando che le dita di lui si intrecciassero
alle sue. “Nemmeno io voglio perderti. Ma non voglio
nemmeno fingere che non sia successo. Dobbiamo essere
onesti. Tutti e due.” Alessandro annuì, tirandola
piano verso di sé. Lei si lasciò abbracciare, posando la
fronte contro il suo petto. Rimasero così, stretti,
mentre le luci di Roma scintillavano sotto di loro come
un mare di stelle cadute. Il vento portava profumo di
gelsomino e di notte romana. “Ti amo.” Sussurrò lui
tra i suoi capelli. “Anch’io.” Rispose lei,
stringendolo più forte. E mentre si baciavano piano,
sotto il cielo di Roma che ormai era completamente buio,
la terrazza sembrò di nuovo il loro rifugio, non più un
campo di battaglia. Solo loro due, con le ferite ancora
fresche, ma già in via di guarigione.
|
Questo racconto è opera di pura
fantasia. Nomi, personaggi e luoghi sono frutto
dell’immaginazione dell’autore e qualsiasi
somiglianza con fatti, scenari e persone è del
tutto casuale.
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RACCONTI DI ADAMO BENCIVENGA
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