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RACCONTO
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Adamo Bencivenga
IL SAPORE DOLCEAMARO DELLE CORNA
Lei era la mia donna da quindici anni. Quando scoprii che mi tradiva, il dolore fu devastante. Poi, tra rabbia e umiliazione, qualcosa di oscuro si svegliò dentro di me: ogni dettaglio del suo tradimento mi faceva eccitare in modo malato. Finché non le permisi di tornare da lui...

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Lei era la mia donna da quindici anni. Quando scoprii che mi tradiva, il dolore fu devastante. Poi, tra rabbia e umiliazione, qualcosa di oscuro si svegliò dentro di me: ogni dettaglio del suo tradimento mi faceva eccitare in modo malato. Finché non le permisi di tornare da lui…

Non avrei mai immaginato che portare le corna potesse avere un gusto amaro e, nello stesso tempo, dolciastro così intenso da far girare la testa. L’amaro arriva subito, violento, come un sorso di caffè nero senza zucchero. È un nodo stretto allo stomaco quando scopri che la tua donna che ami da quindici anni ha aperto le gambe ad un altro. È il bruciore alla gola quando ti tappi le orecchie per non sentire e gli occhi per non vedere distrutto da quella gelosia che ti strappa a morsi le parti più tenere del tuo cuore.

Ma allo stesso tempo senti un altro sapore, quasi dolciastro e quello arriva piano, insidioso, contro la tua volontà. È quel calore improvviso che ti sale tra le gambe mentre Gloria, sul divano, ti racconta con voce colpevole come Paolo, il suo collega, la faceva bagnare solo sfiorandole un fianco in ufficio. È l’erezione dolorosa e traditrice che ti prende mentre lei descrive, arrossendo, le sue sensazioni e tu vai oltre, immagini altro, una cena, un dopocena, una terrazza sul mare e l’altro che la bacia, la stringe, la prende e lei che si abbandona totalmente nelle braccia di lui.

È quel piacere malato, vischioso, che ti fa odiare te stesso mentre il tuo sesso pulsa al ritmo delle sue parole oscene. È la consapevolezza che, nonostante il dolore lancinante, una parte di te vuole sentire ancora, vuole sapere tutto: il rumore della sua fica quando veniva, come lui la chiamava in quei momenti e come a lei tremavano le cosce mentre lui la riempiva. Amaro e dolce si mescolano in un sapore che non si dimentica più.

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Quando scoprii che Gloria mi tradiva, era un dopo cena di maggio, Il tavolo del soggiorno era ancora apparecchiato a metà: due piatti con gli avanzi di un risotto al radicchio e un calice di vino vuoto. La luce era bassa, solo quella calda della lampada da terra nell’angolo e il bagliore arancione della candela. Fuori dalle grandi finestre del soggiorno pioveva piano, un rumore ovattato che sembrava isolare l’appartamento dal resto del mondo.

Gloria era seduta sul divano di velluto rosso, le gambe raccolte sotto di sé, scalza. Indossava il vestito nero semplice che aveva messo per la cena. Aveva in mano un bicchiere di vino quasi vuoto, lo faceva ruotare lentamente tra le dita. I capelli, che prima della cena erano raccolti, ora le ricadevano morbidi su una spalla. Io ero in piedi vicino alla finestra, di spalle, con la camicia bianca aperta e le maniche arrotolate. Tenevo le mani in tasca dei pantaloni. Guardavo fuori, verso le luci sfocate della città bagnata. L’atmosfera era densa, quasi soffocante, nonostante la stanza fosse fresca.

Non ricordo come entrammo in discorso, ma ricordo chiaramente il dolore, così violento da togliermi il respiro. Sconvolto uscii in terrazza, presi una boccata d’aria, e poi rientrai con lei che mi seguiva piangendo. Litigammo ferocemente. Le urlai contro parole orribili, la chiamai troia, puttana, zoccola e poi, preso da una rabbia cieca e furiosa, andai in camera da letto, spalancai i suoi cassetti e rovesciai a terra tutta la sua lingerie: reggiseni di pizzo, perizomi trasparenti, reggicalze e calze autoreggenti, tutto rigorosamente nero, tutto sparso sul pavimento come una confessione volgare. Lei cercò di spiegarsi, urlandomi di non dare alcun valore a quello che era successo e che amava solo me.

Non risposi alle sue suppliche e da quella sera mi chiusi in me stesso in un mutismo che sapeva di rimprovero e odio. Per giorni vivemmo come due estranei sotto lo stesso tetto. Io uscivo a orari impossibili senza dire una parola, dormivo sul divano e mangiavo in piedi in cucina. Una sera tardi incontrai anche una mia vecchia amica e finimmo a letto insieme in un albergo squallido vicino alla stazione. La scopai con rabbia, immaginando fosse Gloria, ma il vuoto che sentivo dentro non se ne andò. Anzi, peggiorò.

Tutto sembrava precipitare verso una separazione definitiva, fredda e inevitabile. Pensavo già a cosa mi sarei portato via da quella casa e quale amico avvocato mi potesse assistere per saziare la mia vendetta e toglierle ogni cosa. Andai avanti così, sempre con l’idea di separarmi, ma ogni sera un po’ per pigrizia un po’ per abitudine tornavo a casa ripensando ai nostri quindici anni di vita insieme e forse furono proprio quelli a trattenermi.

******

Una sera, mentre lei era in cucina ed io sul divano a guardare un film su Netflix che non seguivo davvero, non ce la feci più. Spensi la tv e la obbligai a parlare. Volevo sapere tutto: se lo vedeva ancora, chi era esattamente, cosa trovava in lui che io non le davo, perché si era lasciata andare con un estraneo invece di venire da me e perché non aveva cercato una soluzione meno umiliante ai nostri problemi, se mai ce ne fossero stati.

Gloria, sorpresa, ma felice di risentire la mia voce dopo settimane sospirò profondamente. Aveva gli occhi lucidi.
“Maurizio sei fuori strada. Tra noi non ci sono problemi. Non è stato per quello. Non è perché non ti amo.”
Poi cominciò a raccontare. E così seppi che Paolo era il suo nuovo capo, più giovane di qualche anno, sempre elegante e manager in carriera. Le aveva fatto una corte asfissiante per settimane: complimenti in ufficio, attenzioni particolari, inviti a pranzo, messaggi a tutte le ore che diventavano sempre più personali.

Insomma, quell’amicizia si era trasformata in confidenza e poi pian piano in attrazione.
“Sai mi sentivo bene, non lo nego, quelle attenzioni da parte del mio direttore mi facevano sentire importante ed avere una marcia in più in termini di carriera rispetto alle mie colleghe. Alla fine, ho accettato un appuntamento dopo l’orario di ufficio al centro commerciale, solo per parlare di lavoro, ma ovvio che le sue intenzioni erano diverse. Stavo bene, mi sembrava di vivere su una nuvola e non ho pensato minimamente alle conseguenze quando qualche sera dopo mi ha strappato un invito a cena e poi mi ha portato in albergo… tu eri fuori città per lavoro.”

Si interruppe temendo una mia reazione, ma io la incitai, con la voce che mi tremava.
“Dai, dimmi cosa cazzo aveva lui. Cosa ti eccitava tanto da tradirmi?”
Gloria abbassò lo sguardo, poi lo rialzò. Si lasciò andare.
“Beh, era… tutto fisico. Emozioni forti legate all’ambizione ma anche al sesso. Te lo giuro. Ma forse voi uomini queste cose non le capite fino in fondo. La prospettiva di carriera è stata la molla, ma poi è subentrato l’orgoglio di sentirmi femmina. In ufficio mi bastava che lui mi passasse vicino o mi sfiorasse un fianco per sentirmi desiderata e bagnarmi all’istante. Sentivo il calore salire tra le gambe, il cuore che batteva forte. E la mia fantasia galoppava, pensavo di essere spogliata di colpo, presa senza tante cerimonie, l’idea mi faceva impazzire. E poi… i sensi di colpa. Per assurdo più mi sentivo in colpa, più il desiderio diventava violento, irresistibile. Era un contrasto pazzesco, quasi insopportabile.”

Fece una pausa, come se stesse rivivendo quei momenti.
“La prima volta che l’ho visto duro, eretto solo per me… mi ha dato un brivido di autostima che non provavo da anni. Mi sentivo ancora desiderabile, ancora capace di far impazzire un uomo. Mi ha spogliata in modo deciso, mi ha fatta inginocchiare… ed io ho obbedito, l’ho preso in bocca, l’ho succhiato con una fame che non sapevo di avere. Poi mi ha scopata in tutte le posizioni. Vuoi sapere quante volte?”

Ero ancora lì in piedi con il cuore in gola.
“Certo che lo voglio sapere, questa sera mi devi dire tutto!”
Lei mi ha guardato dubbiosa.
“Tesoro ti sembra il caso?”
Annui.
“Tre! tre volte quella sera. La prima volta è venuto sul mio seno. La seconda dentro di me. Era eccitatissimo, mi ha riempita completamente. Ma non gli bastava. Ha voluto che lo prendessi di nuovo e mi è venuto in bocca. Mi pregava di ingoiare, diceva che voleva che portassi il suo sapore per ore…”
“E a te piaceva?”
“Noi donne non siamo come voi…”
Fece una pausa, deglutendo. Il suono della pioggia sembrava essersi fatto più forte, come se volesse coprire le sue parole e allo stesso tempo amplificarle.
“…Ci piace andare fino in fondo. Perderci. Abbandonarci fino a sentire il possesso puro, mentale.”

Le ultime parole le tremarono sulle labbra. Alzò lentamente gli occhi verso di me. Continuò, la voce che si fece più incerta, come se stesse confessando non solo il tradimento, ma anche una parte di sé che aveva sempre tenuto nascosta.
“Con te… è bello. È sicuro. È amore. Ma con lui… è stato diverso. Mi sono lasciata andare completamente. Senza filtri, senza controllo. Mi ha presa in un modo che mi ha fatto sentire… posseduta. Non solo il corpo. La testa. I pensieri. Tutto. Per ore non esisteva più niente altro. Solo quella sensazione di essere sua, fino in fondo, fino a perdere me stessa.”
Le guance le si arrossarono leggermente, non solo per la vergogna, ma per il ricordo vivo che quelle parole stavano facendo riaffiorare.
“Mi dispiace… Dio, mi dispiace da morire. Ma non riesco a mentirti. È successo perché ne avevo bisogno.”

Sentivo un nodo allo stomaco, un dolore lancinante al petto. Eppure, contro ogni logica, contro ogni mia volontà, avvertivo un piacere sottile, come se stessi rivedendo la scena su YouPorn. Le andai vicino, lei si accorse della mia eccitazione Mi guardò sorpresa, quasi spaventata. La baciai con violenza, quasi con rabbia. Lei rimase immobile per un secondo, poi ricambiò, confusa. “Sei una puttana…”
Mormorai contro le sue labbra.
“Sì, sono una puttana. Ma lui è stato solo un gioco parallelo che non coinvolgeva i miei sentimenti per te. Per il resto sono tua, Maurizio. Solo tua. Anche quando godevo tra le sue braccia.”
Rispose dolcemente, con un sorriso quasi compiaciuto che mi ferì e mi eccitò insieme.
“Ti fai scopare a mia insaputa e dici che mi ami?”
Ringhiai con la gelosia che mi bruciava dentro come acido.
“Tesoro… è successo. L’ho ammesso. So che non è facile capire… Ma tu? Perché mi insulti e intanto ti ecciti? Ti piaccio e ti faccio schifo allo stesso tempo?”
Il discorso finì lì, non risposi, non ero io in quel momento la persona da analizzare, era lei sotto accusa, lei che mi aveva tradito.
Mi alzai e andai a dormire.

******

Non ne parlammo più apertamente per giorni. Ma la prima volta che rifacemmo l’amore, la supplicai di raccontarmi di nuovo tutto, con ogni dettaglio più sporco e umiliante. E più mi umiliavo, più qualcosa di oscuro e feroce cresceva dentro di me. Sentivo il bisogno di schiaffeggiarla e di baciarla fino a farle male. Volevo possederla, violentemente, per cancellare ogni traccia di quell’altro. Ma allo stesso tempo volevo vederla di nuovo così: persa, abbandonata, posseduta da qualcuno che non ero io.

Volevo guardarla mentre un altro la fotteva fino a farla piangere di piacere. Volevo sentirla confessare ancora quanto le era piaciuto sentirsi puttana. Era un vortice malato, contrastante, pericoloso. La pregai di continuare e lei, vedendo quanto quella curiosità mi avesse preso, non si risparmiò. Rincarò la dose, descrivendo le sensazioni, i suoni, gli odori, le posizioni, il modo in cui il suo capo l’aveva fatta godere con due dita tra le cosce e fissandola intensamente negli occhi.
“Mi… mi ha presa da dietro. Mi teneva per i fianchi e spingeva così forte che il letto batteva contro il muro. Poi sul pavimento, sotto la doccia, in terrazza all’aperto col rischio che altri vedessero. Diceva che ero la sua troia… che il mio corpo era fatto per essere usato. E io… io gli rispondevo di sì. Gli dicevo di fottermi più forte, di riempirmi…”
Le mie mani si chiusero a pugno. Il cuore mi martellava nel petto. Sentivo il sangue pulsare nelle tempie e fu in quel momento che esplosi con un urlo cavernoso.

******

Non sapevo cosa mi stesse succedendo, ma di sicuro ero geloso delle mie sensazioni e della mia debolezza, mi ripetevo che mai e poi mai ne avrei parlato con lei. Nei giorni successivi le chiesi più volte se lo vedesse ancora e Gloria rispondeva sempre allo stesso modo.
“No. Non lo vedo più. Mi scrive. Mi ferma nelle pause caffè. Vuole rivedermi. Dice che non riesce a togliersi dalla testa una donna come me… ma io gli rispondo di no. Gli dico ogni volta che è stato un errore e che amo solo te.”
Le sue risposte mi davano una strana miscela di sollievo e delusione. Il sollievo era ovvio. La delusione… più oscura, più difficile da ammettere.
Io insistevo.
“Dimmi la verità. Se lui ti scrivesse mentre io sono fuori per lavoro… davvero non ci andresti?”
“No. Non ci andrei. Lui vuole continuare, vuole che sia la sua amante fissa… ma io non voglio farti ancora del male.”
Una parte di me non riusciva a crederle del tutto. O forse non voleva crederle. Perché l’altra parte malata di me desiderava che lei mentisse.

******

Nei giorni che seguirono lei fu perfetta: attenta, affettuosa, disponibile, quasi devota. Mi preparava la colazione, la cena, mi cercava a letto con passione, mi ripeteva spesso quanto mi amasse. E io facevo finta di crederle. Ma ogni volta che il suo telefono vibrava, ogni volta che indossava quella gonnellina a pieghe corta, ogni volta che usciva da sola, ogni volta che tornava a casa con le guance un po’ più rosse del solito… quel vortice pericoloso dentro di me si riaccendeva più forte. Il desiderio di possederla io, di marchiarla, di distruggerla… e allo stesso tempo il desiderio perverso di vederla posseduta da un altro. Era una guerra silenziosa che combattevo solo dentro la mia testa. E non sapevo ancora chi stesse vincendo.

Un sabato sera, all’improvviso, al culmine dell’orgasmo, mentre sentivo il suo sesso contrarsi ritmicamente attorno a me e il mio piacere saliva irrefrenabile, cedetti del tutto.
Mi chinai su di lei, il viso vicinissimo al suo, la voce impastata dal respiro affannoso.
“Va bene…”
Un altro colpo profondo.
“Quando facciamo l’amore… sento che una parte remota di te lo desidera ancora… comunque ci pensa…”
Lei aprì gli occhi di scatto, lucidi, sorpresi. Il suo corpo tremò sotto di me. Continuai a muovermi dentro di lei, più veloce, intenso, sillabando ogni parola.
“Quindi… se lo vuoi… puoi rifarlo di nuovo.”
Le ultime parole uscirono quasi come un’implosione soffocata, mentre l’orgasmo mi travolgeva. Venni dentro di lei con forza, spingendo fino in fondo, il corpo scosso da spasmi violenti. Lei mi strinse forte, le unghie conficcate nella mia schiena, e venne quasi nello stesso istante, un orgasmo lungo e profondo che la fece gemere contro il mio collo. Era evidente che quella eventualità non era mai svanita dalla sua mente!

Per qualche secondo ci fu solo il suono dei nostri respiri pesanti e della pioggia fuori. Poi lei immobile, alzò lentamente lo sguardo verso di me, incredula.
“…Cosa hai detto?”
Mormorò, la voce ancora tremante di piacere. Io non mi tirai fuori da lei. La guardai dritto negli occhi, il viso serio e allo stesso tempo carico di quel desiderio malato che ormai mi dominava.
“Hai capito bene. Se lo vuoi… puoi rivederlo. Puoi lasciarti possedere di nuovo come ti piace… fino in fondo, fino a perderti.”
Le accarezzai una guancia con il pollice, la voce più bassa.
“Ma voglio saperlo. Tutto. Voglio che mi racconti ogni dettaglio quando torni. Voglio sapere come ti ha guardata, come ti ha penetrata, come ti sei sentita… quanto ti sei fatta usare.”
Lei inghiottì aria. Aveva le guance arrossate, gli occhi che brillavano di una miscela pericolosa: shock, eccitazione, paura, complicità, desiderio.
“Stai… stai dicendo sul serio?”
Sussurrò. Io annuii lentamente e la baciai.
“Sì. Sono serio. Fatti scopare come ti pare, ma a una condizione, poi non lo vedi più.”
Lei mi guardò con gli occhi lucidi di paura. Era disorientata, smarrita e nello stesso tempo turbata. Non dissi altro, sapevo che in quel momento doveva fare i conti col proprio desiderio e capire di che natura fosse quella mia disponibilità.

*****

Il giorno seguente ne parlammo ancora. Eravamo seduti al tavolo della cucina, la luce grigia di una domenica mattina che filtrava dalle finestre. Lei teneva la tazza di caffè tra le mani come se fosse un’ancora, lo sguardo basso, le dita nervose. Io ero di fronte a lei, calmo in apparenza, ma dentro di me quel nodo di eccitazione malata non si era sciolto nemmeno per un istante.
“Stanotte eri serio?” Chiese piano, senza alzare gli occhi.
“Sì.”
Silenzio.
“Ma… perché? Non capisco. Mi hai dato della puttana e ora mi dici che posso… rifarlo?”
La sua voce era incerta, un misto di confusione e di qualcos’altro che non riusciva a nascondere del tutto: una scintilla di curiosità che la spaventava. Mi appoggiai allo schienale della sedia.
“Perché l’ho sentito. Mentre eravamo insieme. Quella parte di te che ancora ci pensa. Non è sparita. E fingere che non esista non la fa andare via. Anzi, la rende più forte. Preferisco saperlo, guardarlo in faccia… piuttosto che sentirti distante mentre fai finta che vada tutto bene.”
Lei scosse la testa, mordendosi il labbro inferiore.
“Ma è… sbagliato. Farlo con te consapevole è da malati. Io ti amo. Non voglio ferirti ancora”
“Lo so che mi ami. E io amo te. Ma questo… questo desiderio che hai dentro, questa cosa che ti eccita tanto… non riesco a ignorarla. E non voglio che tu la reprima fino a quando non esplode in altro modo, meglio consumarla del tutto e poi non ne parliamo più.”
Non ero pienamente certo di quello che dicevo, forse era solo il mio desiderio riflesso.

Lei alzò finalmente lo sguardo. Aveva gli occhi lucidi.
“Ho paura.”
“Di cosa?”
“Di tutto. Non sono sicura che poi riuscirei a fermarmi se ricomincio. Di scoprire che mi piace troppo… e di non sapere più dove finisce il gioco e dove comincia il casino.”
Si passò una mano tra i capelli, nervosa.
“E se poi… quando torno… se non riesco a dirtelo? Se mi vergogno troppo? O se invece mi eccita così tanto raccontartelo che diventa un’altra dipendenza?”
La sua voce si abbassò fino a diventare quasi un sussurro.
“E se mi piace di più con lui che con te?”
Quelle ultime parole rimasero sospese tra noi, pesanti.
“Allora lo sapremo…”
Dissi infine. Lei rimase in silenzio per un lungo momento, poi annuì. “Ci devo pensare... Non è una cosa che posso decidere così, su due piedi. Ho bisogno di tempo.”
“Prenditi tutto il tempo che vuoi.”
Risposi.

Ma dentro di me sapevo che il seme era già stato piantato. E che, nei giorni seguenti, quel dubbio sarebbe cresciuto dentro di lei come una pianta carnivora: metà terrore, metà desiderio irresistibile. La vedevo guardarmi di nascosto, mentre cucinavamo o guardavamo un film, con quell’espressione tormentata. La sorprendevo a fissare il vuoto, le gambe strette come se stesse trattenendo qualcosa. E ogni volta che facevamo l’amore, era diverso: più intenso, più disperato, come se stesse già provando a misurare quanto di lei appartenesse ancora a me… e quanto stesse già scivolando verso quell’altra possibilità che le avevo messo davanti. I suoi dubbi non sparivano. Si moltiplicavano. E con loro, anche la mia ossessione.

******

Passò poco tempo, solo una settimana, e una sera assistetti a una loro telefonata. Squillò il telefono, lei rispose. Evidentemente si erano già sentiti, qualcosa lei gli aveva detto. Gloria rispose con le mani che tremavano. Forse avevano già concordato quella telefonata. Lei mise il vivavoce. Io ero seduto accanto a lei, il cuore in subbuglio. Lei gli disse che non era sola in casa e che io stavo ascoltando. Io sorrisi, le strinsi la mano, e lei più sollevata cominciò a civettare, la voce che si faceva più calda. Parlarono di cose di lavoro, poi il discorso pian piano scivolò su un terreno più intimo, lui le sussurrò che avrebbe voluto rivederla, lei annuiva senza parlare finché lui la invitò per la sera dopo, cena e dopocena, Gloria mi guardò e senza attendere un mio cenno gli disse che per lei non c’era alcun problema. Sentii Paolo ridere dall’altra parte, eccitato. L’accordo fu rapido. Poi lei chiuse il telefono pensierosa.
“Va bene così? Dimmi che non stiamo facendo una cazzata.”

Rimase lì, con il telefono ancora stretto tra le dita, gli occhi fissi nei miei, una miscela di eccitazione e panico che le velava lo sguardo. Io le accarezzai lentamente il viso, cercando di sembrare più calmo di quanto non fossi in realtà.
“Sì, va bene così… Stiamo solo… lasciando che succeda quello che già desideravi.” Risposi provocandola.
Gloria si morse il labbro inferiore. Si alzò dal divano e cominciò a camminare avanti e indietro per la stanza, le braccia strette intorno al corpo come se avesse freddo.
“Domani sera… cena e dopocena. Ti rendi conto, cazzo? Lo sai cosa significa “dopocena”, vero? Non è solo bere un amaro. Lui si aspetta di scoparmi. E io… io gli ho detto che per me non c’è problema. Ma il problema c’è perché stavolta tu sai!”

La sua voce tremava, ma c’era anche una nota più profonda, che tradiva quanto quel pensiero la stesse già eccitando. Si fermò davanti a me.
“Maurizio, ho paura cazzo! Ho paura di lasciarmi andare troppo. Paura che mi piaccia di più di quanto dovrebbe… E se domani sera mi rendo conto che quel desiderio che pensavo di aver seppellito è ancora lì, più forte di prima?”
Mi alzai e la presi tra le braccia. Lei si lasciò stringere, ma il suo corpo era teso. Pianse.
“Ti prego fermami, sei ancora in tempo, perché una parte di me non vede l’ora. Mi prometti che dopo non mi odierai? Che qualunque cosa succeda domani sera, noi due restiamo qui, insieme?”
Io annuii, baciandola sulla fronte.
Te lo prometto. Ma voglio che tu sia sincera. Voglio che quando torni non mi nasconda niente, nemmeno il senso di colpa, nemmeno quanto ti è piaciuto aprire le cosce e farti fottere da lui. Anzi mi devi dire quanto le hai allargate, quanto ti sei bagnata, quanto ti è piaciuto sentirlo dentro…”
Gloria chiuse gli occhi e appoggiò la testa sulla mia spalla. Il suo corpo tremava ancora, ma ora il tremore era diverso: era quello di chi ha già iniziato a scivolare verso l’inevitabile.

******

La sera dopo la vidi prepararsi. Si truccò con cura, più pesante del solito: l’eyeliner nero, il rossetto rosso fuoco. Scelse l’intimo più spregiudicato: un reggiseno a balconcino che le sollevava il seno in modo indecente, un perizoma minuscolo di pizzo nero, le calze nere velate con la riga dietro. Sopra mise un vestito corto, aderente, con una scollatura profonda e tacchi alti che la facevano camminare come una vera troia. Si guardò allo specchio un’ultima volta, si sistemò i capelli con le dita, facendo ricadere qualche ciocca in modo studiato. Poi prese la borsa e si avviò verso la porta.

Prima di uscire, si fermò. Si voltò verso di me, ancora seduto sul bordo del letto dove ero rimasto a guardarla in silenzio per tutto il tempo. I suoi occhi erano lucidi, un misto di eccitazione nervosa e qualcosa di più profondo. Le guance erano leggermente arrossate.
“Amore… sto uscendo, non mi dici nulla?”
I suoi occhi cercarono i miei. Prima che io potessi rispondere, mi venne vicino e si alzò la gonna, poi prese la mia mano, la portò tra le sue gambe scostando le mutandine.
“Stringila ti prego… La senti come è bagnata? Può ancora essere solo tua… Mi basta una tua parola… Se vuoi che torni indietro adesso… dimmelo. Perché una parte di me spera ancora che tu mi fermi…”
Ma io non risposi.

******

Rimasi solo in casa. Il malessere fu atroce. Camminavo avanti e indietro come un animale in gabbia. Mi sentivo umiliato, tradito, eccitato contro la mia volontà. Guardavo spesso l’orologio, ogni minuto era una tortura. Immaginavo il loro incontro, dal ristorante all’hotel, poi ricominciavo daccapo aggiungendo dettagli, le mani di lui sul suo corpo, la sua bocca sulla sua pelle, il modo in cui lei si apriva per lui, il membro di lui duro e maschio che entrava e usciva, che si faceva desiderare.
Mi sentivo un fallito, un cornuto consenziente. E nello stesso tempo, il cazzo mi diventava duro ogni volta che pensavo a lei che si faceva fottere. Provavo disgusto per me stesso, rabbia verso di lei, e un desiderio malato che non riuscivo a controllare. Mi versai da bere, ma l’alcol non fece che peggiorare il groviglio di emozioni. Mi sdraiai sul divano, fissando il soffitto, odiandola e amandola con la stessa intensità.

E mentre ero lì disteso, le immagini diventavano sempre più nitide, più crude, impossibili da fermare. La vedevo nel ristorante, seduta di fronte a lui, con quel vestito corto che le saliva sulle cosce mentre accavallava le gambe. Lo vedevo allungare la mano sotto il tavolo, sfiorarle l’interno coscia, salire fino a toccare il bordo del perizoma già bagnato. Lei che arrossiva ma non lo fermava, anzi, apriva leggermente le gambe per facilitargli l’accesso. Poi in macchina, in hotel. Lui che la spingeva contro la porta della stanza ancora prima di accendere la luce, le mani che le tiravano giù la scollatura, liberando quel seno meraviglioso che per quindici anni era stato solo mio e ora era lì disponibile. La bocca di lui che le succhiava i capezzoli con avidità mentre lei gemeva, già persa.

La immaginavo in ginocchio sul letto, il vestito arrotolato intorno alla vita, il perizoma spostato di lato. Lui dietro di lei, il cazzo grosso e duro che le sfregava tra le labbra bagnate. Lei che voltava la testa, gli occhi lucidi di eccitazione, e sussurrava: “Scopami… mettimi dentro tutto quanto.” Lo vedevo affondare dentro di lei con una spinta lunga e decisa. Lei che inarcava la schiena, le calze nere tese sulle gambe, le mani che stringevano le lenzuola mentre lui la fotteva con forza, sempre più veloce. Sentivo nella mia testa i suoi gemiti sempre più alti, quel suono bagnato della sua figa che accoglieva ogni colpo, il rumore della pelle che sbatteva contro la pelle.

La vedevo mentre lui la girava sulla schiena, le allargava le cosce il più possibile, fino a farle male, e lei che lo aiutava, per sentire più dolore, per sentire più piacere, spalancando le gambe, per prenderlo tutto. Il rossetto rosso sbavato, i capelli scompigliati, il trucco che colava mentre lui la scopava, la pompava, la fotteva senza pietà. E la cosa peggiore… era la più eccitante: la immaginavo mentre lui le veniva dentro, senza preservativo, riempiendola con fiotti caldi e abbondanti. Lei che tremava, le gambe che tremavano, la figa contratta intorno al suo cazzo mentre godeva, sapendo che stava tradendo proprio me. Mi sentivo un cornuto consenziente, umiliato e tradito, eppure ero duro come non mai, mentre quelle immagini mi torturavano e mi eccitavano allo stesso tempo.


******

All’alba, quando la chiave girò nella serratura, il cuore mi balzò in gola. Gloria entrò. Accese la luce. Il trucco era colato, il mascara le aveva lasciato due righe scure sotto gli occhi. Il vestito era stropicciato, macchiato, i capelli in disordine. Si tolse le scarpe con un sospiro e si lasciò cadere sul divano e disse semplicemente: “Eccomi!”

Si alzò la gonna, aprì le cosce senza pudore. Non portava più le mutande. Il suo sesso era gonfio, arrossato, lucido di umori misti. Aveva addosso un odore intenso di sesso: sudore, sperma, eccitazione femminile. Il suo corpo emanava una rilassatezza profonda, quasi languida, come se ogni muscolo si fosse sciolto dopo ore di piacere. Non dovette dire molto. Quel corpo parlava per lei. C’era una soddisfazione animale nei suoi movimenti, una sicurezza femminile sfrontata, una luce appagata nei suoi occhi. Quella serata le aveva dato la giusta determinazione, sapeva di essere bella, desiderata e di avere un tesoro inestimabile tra le gambe.

“Sai cosa mi ha detto mentre mi scopava la seconda volta? Che la mia figa è un capolavoro dell’arte. Che è stretta, calda, carnosa, bagnata, accogliente, perfetta e regolare come poche. Che quando si contraeva intorno a lui, lo avvolgeva con un’intensità che sembrava volesse succhiargli l’anima.”
Rise piano, una risata bassa e gutturale, mentre si girava di nuovo verso di me completamente nuda, tranne per le autoreggenti smagliate. Si toccò il seno con una mano, poi fece scivolare le dita più giù, sfiorandosi tra le cosce arrossate.
“Guarda. È ancora aperta. La volevi così, no? Riempita due volte, fino in fondo. Ho goduto tanto sai, come una puttana. Ho urlato il suo nome mentre venivo, gli ho detto di scoparmi più forte, di usarmi. Mi sono fatta mettere in tutte le posizioni. Mi ha presa da dietro tenendomi per i capelli, mi ha fatta cavalcare sopra di lui guardandomi negli occhi, mi ha sbattuta contro il muro prima di buttarmi sul letto e finire dentro di me.”

I suoi occhi brillavano di una luce nuova: non era più la Gloria che dubitava, che pesava le parole, che aveva paura di ferirmi. Era una donna che aveva appena riscoperto il potere assoluto del proprio essere femmina, e ne era ebbra.
“Sai qual è la cosa più perversa?» Sussurrò.
“Che mentre lui mi scopava, io pensavo a te, a quanto ti sarebbe piaciuto sapere ogni dettaglio. Memorizzavo ogni dettaglio per riferirtelo. E questo mi ha fatta venire ancora più forte. Mi sento… viva. Bella. Femmina.”
La guardai più intensamente, era davvero bella, seducente, vissuta, consapevole del proprio fascino, ma nel fondo dei suoi occhi vedevo un velo sottile di tristezza, qualcosa di malinconico che non c’era prima.
Si lasciò accarezzare. Nonostante fosse chiaramente spossata, non si rifiutò quando la toccai. Si mise a cavalcioni su di me, ancora sporca di lui, e cominciò a strusciarsi lentamente contro la mia erezione dolorosa.
“Adesso voglio che mi scopi tu, mentre ti racconto tutto per filo e per segno. Voglio che senti quanto sono ancora aperta per lui. Voglio che senti quanto mi ha allargata, e quanto mi è piaciuto.”

La sua voce era diversa, cinica. Non c’era più traccia dei dubbi che l’avevano tormentata nei giorni precedenti. Al loro posto c’era solo questa nuova Gloria: consapevole, sfrontata, quasi arrogante nella sua femminilità appena riaccesa. E mentre la penetravo, sentendo chiaramente quanto fosse scivolosa e dilatata, lei mi guardava dall’alto con quegli occhi appagati e mi sussurrava.
“Domani… lo rivedo. Perché adesso, grazie a te, so quanto vale quello che ho tra le gambe. E voglio godermelo fino in fondo.”
“Non erano questi i patti.” Dissi timidamente mentre dentro di lei mescolavo il mio sperma con i resti di quello che un altro le aveva lasciato dentro.
Non rispose subito. Aspettò l’ultimo mio gemito e poi con voce bassa disse.
“Maurizio… mi sono innamorata. Forse lo sono sempre stata.”

Le sue parole caddero tra noi come un macigno caldo e viscido. Io rimasi immobile dentro di lei, ancora sepolto nel suo sesso caldo e scivoloso.
“Mi sono innamorata di come mi fa sentire quando mi possiede. E sì… forse lo sono sempre stata, anche quando fingevo di averlo dimenticato.”
Si contrasse intorno a me con più forza, strappandomi un gemito involontario.
“Stanotte mi ha detto che mi vuole tutta per sé. Che non sopporta più di condividermi. Che vuole che lasci questa casa, che vada a vivere da lui.”

Il silenzio che seguì fu denso, rotto solo dai nostri respiri affannosi e dal suono umido dei nostri corpi che si muovevano ancora insieme, quasi per inerzia. Chiusi gli occhi, sentendo le lacrime bruciarmi sotto le palpebre, mentre il piacere perverso e il dolore si mescolavano in modo insopportabile.
“Quindi… è finita?”
Chiesi, la voce ridotta a un rantolo. Gloria mi baciò dolcemente sulle labbra, un bacio lento, quasi di addio, mentre i suoi fianchi continuavano a ondeggiare piano contro i miei.

“Non lo so ancora. Ma so che non posso più fermarmi. Domani gli dirò che voglio provarci sul serio con lui. E tu… tu dovrai decidere se vuoi vedermi andare via, o se è il momento di lasciarmi andare.”
Si inarcò sotto di me, venendo con un gemito lungo e profondo, il corpo scosso da brividi, mentre io, incapace di trattenermi, venni di nuovo dentro di lei.
“Mi dispiace… ma non riesco più a mentire né a te né a me stessa. Forse stasera finalmente ho capito cosa voglio davvero.”
E in quel momento, con il suo corpo ancora caldo contro il mio e il profumo di un altro uomo ancora addosso a lei, capii che i patti erano stati infranti da tempo e che quel mio desiderio aveva solo obbedito alla sua forza interiore.

Quelle parole mi colpirono come un pugno nello stomaco. L’amaro e il dolciastro si mescolarono fino a diventare una cosa sola. Un sapore unico. Perché nel momento in cui capivo di aver perso tutto assaporavo la cosa più eccitante che avessi mai provato. Avevo puntato tutto su questa perversione, convinto che dare sfogo alle nostre fantasie più oscure avrebbe rafforzato il nostro legame, avrebbe liberato qualcosa di profondo tra noi e soprattutto scacciato le mie paure. Invece avevo perso. Gloria aveva assaporato qualcosa di nuovo, qualcosa che durante i loro incontri segreti non aveva mai provato davvero. E ora quel “qualcosa” aveva un nome: amore.

Rimasi lì, in silenzio, ancora duro dentro di lei, il cuore che si spezzava lentamente mentre capivo che le corna che tanto mi avevano eccitato avevano finito per portarmi via tutto. La mia bellissima moglie, la donna che amavo da quindici anni, non era più solo mia. E io, in quel momento, non sapevo più se odiassi lei, lui… o soprattutto me stesso per averlo permesso.
 



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Questo racconto è opera di pura fantasia.
Nomi, personaggi e luoghi sono frutto
dell’immaginazione dell’autore e
qualsiasi somiglianza con
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