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RACCONTO

Adamo Bencivenga
IL SAPORE DOLCEAMARO
DELLE CORNA
Lei era la mia donna da
quindici anni. Quando scoprii che mi tradiva, il
dolore fu devastante. Poi, tra rabbia e umiliazione,
qualcosa di oscuro si svegliò dentro di me: ogni
dettaglio del suo tradimento mi faceva eccitare in
modo malato. Finché non le permisi di tornare da lui...

Lei era la mia donna da
quindici anni. Quando scoprii che mi tradiva, il dolore
fu devastante. Poi, tra rabbia e umiliazione, qualcosa
di oscuro si svegliò dentro di me: ogni dettaglio del
suo tradimento mi faceva eccitare in modo malato. Finché
non le permisi di tornare da lui…
Non avrei mai
immaginato che portare le corna potesse avere un gusto
amaro e, nello stesso tempo, dolciastro così intenso da
far girare la testa. L’amaro arriva subito, violento,
come un sorso di caffè nero senza zucchero. È un nodo
stretto allo stomaco quando scopri che la tua donna che
ami da quindici anni ha aperto le gambe ad un altro. È
il bruciore alla gola quando ti tappi le orecchie per
non sentire e gli occhi per non vedere distrutto da
quella gelosia che ti strappa a morsi le parti più
tenere del tuo cuore.
Ma allo stesso tempo senti
un altro sapore, quasi dolciastro e quello arriva piano,
insidioso, contro la tua volontà. È quel calore
improvviso che ti sale tra le gambe mentre Gloria, sul
divano, ti racconta con voce colpevole come Paolo, il
suo collega, la faceva bagnare solo sfiorandole un
fianco in ufficio. È l’erezione dolorosa e traditrice
che ti prende mentre lei descrive, arrossendo, le sue
sensazioni e tu vai oltre, immagini altro, una cena, un
dopocena, una terrazza sul mare e l’altro che la bacia,
la stringe, la prende e lei che si abbandona totalmente
nelle braccia di lui.
È quel piacere malato,
vischioso, che ti fa odiare te stesso mentre il tuo
sesso pulsa al ritmo delle sue parole oscene. È la
consapevolezza che, nonostante il dolore lancinante, una
parte di te vuole sentire ancora, vuole sapere tutto: il
rumore della sua fica quando veniva, come lui la
chiamava in quei momenti e come a lei tremavano le cosce
mentre lui la riempiva. Amaro e dolce si mescolano in un
sapore che non si dimentica più.
******
Quando scoprii che Gloria mi tradiva, era un dopo cena
di maggio, Il tavolo del soggiorno era ancora
apparecchiato a metà: due piatti con gli avanzi di un
risotto al radicchio e un calice di vino vuoto. La luce
era bassa, solo quella calda della lampada da terra
nell’angolo e il bagliore arancione della candela. Fuori
dalle grandi finestre del soggiorno pioveva piano, un
rumore ovattato che sembrava isolare l’appartamento dal
resto del mondo.
Gloria era seduta sul divano di
velluto rosso, le gambe raccolte sotto di sé, scalza.
Indossava il vestito nero semplice che aveva messo per
la cena. Aveva in mano un bicchiere di vino quasi vuoto,
lo faceva ruotare lentamente tra le dita. I capelli, che
prima della cena erano raccolti, ora le ricadevano
morbidi su una spalla. Io ero in piedi vicino alla
finestra, di spalle, con la camicia bianca aperta e le
maniche arrotolate. Tenevo le mani in tasca dei
pantaloni. Guardavo fuori, verso le luci sfocate della
città bagnata. L’atmosfera era densa, quasi soffocante,
nonostante la stanza fosse fresca.
Non ricordo
come entrammo in discorso, ma ricordo chiaramente il
dolore, così violento da togliermi il respiro. Sconvolto
uscii in terrazza, presi una boccata d’aria, e poi
rientrai con lei che mi seguiva piangendo. Litigammo
ferocemente. Le urlai contro parole orribili, la chiamai
troia, puttana, zoccola e poi, preso da una rabbia cieca
e furiosa, andai in camera da letto, spalancai i suoi
cassetti e rovesciai a terra tutta la sua lingerie:
reggiseni di pizzo, perizomi trasparenti, reggicalze e
calze autoreggenti, tutto rigorosamente nero, tutto
sparso sul pavimento come una confessione volgare. Lei
cercò di spiegarsi, urlandomi di non dare alcun valore a
quello che era successo e che amava solo me.
Non
risposi alle sue suppliche e da quella sera mi chiusi in
me stesso in un mutismo che sapeva di rimprovero e odio.
Per giorni vivemmo come due estranei sotto lo stesso
tetto. Io uscivo a orari impossibili senza dire una
parola, dormivo sul divano e mangiavo in piedi in
cucina. Una sera tardi incontrai anche una mia vecchia
amica e finimmo a letto insieme in un albergo squallido
vicino alla stazione. La scopai con rabbia, immaginando
fosse Gloria, ma il vuoto che sentivo dentro non se ne
andò. Anzi, peggiorò.
Tutto sembrava precipitare
verso una separazione definitiva, fredda e inevitabile.
Pensavo già a cosa mi sarei portato via da quella casa e
quale amico avvocato mi potesse assistere per saziare la
mia vendetta e toglierle ogni cosa. Andai avanti così,
sempre con l’idea di separarmi, ma ogni sera un po’ per
pigrizia un po’ per abitudine tornavo a casa ripensando
ai nostri quindici anni di vita insieme e forse furono
proprio quelli a trattenermi.
******
Una
sera, mentre lei era in cucina ed io sul divano a
guardare un film su Netflix che non seguivo davvero, non
ce la feci più. Spensi la tv e la obbligai a parlare.
Volevo sapere tutto: se lo vedeva ancora, chi era
esattamente, cosa trovava in lui che io non le davo,
perché si era lasciata andare con un estraneo invece di
venire da me e perché non aveva cercato una soluzione
meno umiliante ai nostri problemi, se mai ce ne fossero
stati.
Gloria, sorpresa, ma felice di risentire
la mia voce dopo settimane sospirò profondamente. Aveva
gli occhi lucidi. “Maurizio sei fuori strada. Tra
noi non ci sono problemi. Non è stato per quello. Non è
perché non ti amo.” Poi cominciò a raccontare. E
così seppi che Paolo era il suo nuovo capo, più giovane
di qualche anno, sempre elegante e manager in carriera.
Le aveva fatto una corte asfissiante per settimane:
complimenti in ufficio, attenzioni particolari, inviti a
pranzo, messaggi a tutte le ore che diventavano sempre
più personali.
Insomma, quell’amicizia si era
trasformata in confidenza e poi pian piano in
attrazione. “Sai mi sentivo bene, non lo nego,
quelle attenzioni da parte del mio direttore mi facevano
sentire importante ed avere una marcia in più in termini
di carriera rispetto alle mie colleghe. Alla fine, ho
accettato un appuntamento dopo l’orario di ufficio al
centro commerciale, solo per parlare di lavoro, ma ovvio
che le sue intenzioni erano diverse. Stavo bene, mi
sembrava di vivere su una nuvola e non ho pensato
minimamente alle conseguenze quando qualche sera dopo mi
ha strappato un invito a cena e poi mi ha portato in
albergo… tu eri fuori città per lavoro.”
Si
interruppe temendo una mia reazione, ma io la incitai,
con la voce che mi tremava. “Dai, dimmi cosa cazzo
aveva lui. Cosa ti eccitava tanto da tradirmi?”
Gloria abbassò lo sguardo, poi lo rialzò. Si lasciò
andare. “Beh, era… tutto fisico. Emozioni forti
legate all’ambizione ma anche al sesso. Te lo giuro. Ma
forse voi uomini queste cose non le capite fino in
fondo. La prospettiva di carriera è stata la molla, ma
poi è subentrato l’orgoglio di sentirmi femmina. In
ufficio mi bastava che lui mi passasse vicino o mi
sfiorasse un fianco per sentirmi desiderata e bagnarmi
all’istante. Sentivo il calore salire tra le gambe, il
cuore che batteva forte. E la mia fantasia galoppava,
pensavo di essere spogliata di colpo, presa senza tante
cerimonie, l’idea mi faceva impazzire. E poi… i sensi di
colpa. Per assurdo più mi sentivo in colpa, più il
desiderio diventava violento, irresistibile. Era un
contrasto pazzesco, quasi insopportabile.”
Fece
una pausa, come se stesse rivivendo quei momenti.
“La prima volta che l’ho visto duro, eretto solo per me…
mi ha dato un brivido di autostima che non provavo da
anni. Mi sentivo ancora desiderabile, ancora capace di
far impazzire un uomo. Mi ha spogliata in modo deciso,
mi ha fatta inginocchiare… ed io ho obbedito, l’ho preso
in bocca, l’ho succhiato con una fame che non sapevo di
avere. Poi mi ha scopata in tutte le posizioni. Vuoi
sapere quante volte?”
Ero ancora lì in piedi con
il cuore in gola. “Certo che lo voglio sapere,
questa sera mi devi dire tutto!” Lei mi ha guardato
dubbiosa. “Tesoro ti sembra il caso?” Annui.
“Tre! tre volte quella sera. La prima volta è venuto sul
mio seno. La seconda dentro di me. Era eccitatissimo, mi
ha riempita completamente. Ma non gli bastava. Ha voluto
che lo prendessi di nuovo e mi è venuto in bocca. Mi
pregava di ingoiare, diceva che voleva che portassi il
suo sapore per ore…” “E a te piaceva?” “Noi donne
non siamo come voi…” Fece una pausa, deglutendo. Il
suono della pioggia sembrava essersi fatto più forte,
come se volesse coprire le sue parole e allo stesso
tempo amplificarle. “…Ci piace andare fino in fondo.
Perderci. Abbandonarci fino a sentire il possesso puro,
mentale.”
Le ultime parole le tremarono sulle
labbra. Alzò lentamente gli occhi verso di me. Continuò,
la voce che si fece più incerta, come se stesse
confessando non solo il tradimento, ma anche una parte
di sé che aveva sempre tenuto nascosta. “Con te… è
bello. È sicuro. È amore. Ma con lui… è stato diverso.
Mi sono lasciata andare completamente. Senza filtri,
senza controllo. Mi ha presa in un modo che mi ha fatto
sentire… posseduta. Non solo il corpo. La testa. I
pensieri. Tutto. Per ore non esisteva più niente altro.
Solo quella sensazione di essere sua, fino in fondo,
fino a perdere me stessa.” Le guance le si
arrossarono leggermente, non solo per la vergogna, ma
per il ricordo vivo che quelle parole stavano facendo
riaffiorare. “Mi dispiace… Dio, mi dispiace da
morire. Ma non riesco a mentirti. È successo perché ne
avevo bisogno.”
Sentivo un nodo allo stomaco, un
dolore lancinante al petto. Eppure, contro ogni logica,
contro ogni mia volontà, avvertivo un piacere sottile,
come se stessi rivedendo la scena su YouPorn. Le andai
vicino, lei si accorse della mia eccitazione Mi guardò
sorpresa, quasi spaventata. La baciai con violenza,
quasi con rabbia. Lei rimase immobile per un secondo,
poi ricambiò, confusa. “Sei una puttana…” Mormorai
contro le sue labbra. “Sì, sono una puttana. Ma lui
è stato solo un gioco parallelo che non coinvolgeva i
miei sentimenti per te. Per il resto sono tua, Maurizio.
Solo tua. Anche quando godevo tra le sue braccia.”
Rispose dolcemente, con un sorriso quasi compiaciuto che
mi ferì e mi eccitò insieme. “Ti fai scopare a mia
insaputa e dici che mi ami?” Ringhiai con la gelosia
che mi bruciava dentro come acido. “Tesoro… è
successo. L’ho ammesso. So che non è facile capire… Ma
tu? Perché mi insulti e intanto ti ecciti? Ti piaccio e
ti faccio schifo allo stesso tempo?” Il discorso finì
lì, non risposi, non ero io in quel momento la persona
da analizzare, era lei sotto accusa, lei che mi aveva
tradito. Mi alzai e andai a dormire.
******
Non ne parlammo più apertamente per giorni. Ma la
prima volta che rifacemmo l’amore, la supplicai di
raccontarmi di nuovo tutto, con ogni dettaglio più
sporco e umiliante. E più mi umiliavo, più qualcosa di
oscuro e feroce cresceva dentro di me. Sentivo il
bisogno di schiaffeggiarla e di baciarla fino a farle
male. Volevo possederla, violentemente, per cancellare
ogni traccia di quell’altro. Ma allo stesso tempo volevo
vederla di nuovo così: persa, abbandonata, posseduta da
qualcuno che non ero io.
Volevo guardarla mentre
un altro la fotteva fino a farla piangere di piacere.
Volevo sentirla confessare ancora quanto le era piaciuto
sentirsi puttana. Era un vortice malato, contrastante,
pericoloso. La pregai di continuare e lei, vedendo
quanto quella curiosità mi avesse preso, non si
risparmiò. Rincarò la dose, descrivendo le sensazioni, i
suoni, gli odori, le posizioni, il modo in cui il suo
capo l’aveva fatta godere con due dita tra le cosce e
fissandola intensamente negli occhi. “Mi… mi ha
presa da dietro. Mi teneva per i fianchi e spingeva così
forte che il letto batteva contro il muro. Poi sul
pavimento, sotto la doccia, in terrazza all’aperto col
rischio che altri vedessero. Diceva che ero la sua
troia… che il mio corpo era fatto per essere usato. E
io… io gli rispondevo di sì. Gli dicevo di fottermi più
forte, di riempirmi…” Le mie mani si chiusero a
pugno. Il cuore mi martellava nel petto. Sentivo il
sangue pulsare nelle tempie e fu in quel momento che
esplosi con un urlo cavernoso.
******
Non
sapevo cosa mi stesse succedendo, ma di sicuro ero
geloso delle mie sensazioni e della mia debolezza, mi
ripetevo che mai e poi mai ne avrei parlato con lei. Nei
giorni successivi le chiesi più volte se lo vedesse
ancora e Gloria rispondeva sempre allo stesso modo.
“No. Non lo vedo più. Mi scrive. Mi ferma nelle pause
caffè. Vuole rivedermi. Dice che non riesce a togliersi
dalla testa una donna come me… ma io gli rispondo di no.
Gli dico ogni volta che è stato un errore e che amo solo
te.” Le sue risposte mi davano una strana miscela di
sollievo e delusione. Il sollievo era ovvio. La
delusione… più oscura, più difficile da ammettere. Io
insistevo. “Dimmi la verità. Se lui ti scrivesse
mentre io sono fuori per lavoro… davvero non ci
andresti?” “No. Non ci andrei. Lui vuole continuare,
vuole che sia la sua amante fissa… ma io non voglio
farti ancora del male.” Una parte di me non riusciva
a crederle del tutto. O forse non voleva crederle.
Perché l’altra parte malata di me desiderava che lei
mentisse.
******
Nei giorni che seguirono
lei fu perfetta: attenta, affettuosa, disponibile, quasi
devota. Mi preparava la colazione, la cena, mi cercava a
letto con passione, mi ripeteva spesso quanto mi amasse.
E io facevo finta di crederle. Ma ogni volta che il suo
telefono vibrava, ogni volta che indossava quella
gonnellina a pieghe corta, ogni volta che usciva da
sola, ogni volta che tornava a casa con le guance un po’
più rosse del solito… quel vortice pericoloso dentro di
me si riaccendeva più forte. Il desiderio di possederla
io, di marchiarla, di distruggerla… e allo stesso tempo
il desiderio perverso di vederla posseduta da un altro.
Era una guerra silenziosa che combattevo solo dentro la
mia testa. E non sapevo ancora chi stesse vincendo.
Un sabato sera, all’improvviso, al culmine
dell’orgasmo, mentre sentivo il suo sesso contrarsi
ritmicamente attorno a me e il mio piacere saliva
irrefrenabile, cedetti del tutto. Mi chinai su di
lei, il viso vicinissimo al suo, la voce impastata dal
respiro affannoso. “Va bene…” Un altro colpo
profondo. “Quando facciamo l’amore… sento che una
parte remota di te lo desidera ancora… comunque ci
pensa…” Lei aprì gli occhi di scatto, lucidi,
sorpresi. Il suo corpo tremò sotto di me. Continuai a
muovermi dentro di lei, più veloce, intenso, sillabando
ogni parola. “Quindi… se lo vuoi… puoi rifarlo di
nuovo.” Le ultime parole uscirono quasi come
un’implosione soffocata, mentre l’orgasmo mi travolgeva.
Venni dentro di lei con forza, spingendo fino in fondo,
il corpo scosso da spasmi violenti. Lei mi strinse
forte, le unghie conficcate nella mia schiena, e venne
quasi nello stesso istante, un orgasmo lungo e profondo
che la fece gemere contro il mio collo. Era evidente che
quella eventualità non era mai svanita dalla sua mente!
Per qualche secondo ci fu solo il suono dei nostri
respiri pesanti e della pioggia fuori. Poi lei immobile,
alzò lentamente lo sguardo verso di me, incredula.
“…Cosa hai detto?” Mormorò, la voce ancora tremante
di piacere. Io non mi tirai fuori da lei. La guardai
dritto negli occhi, il viso serio e allo stesso tempo
carico di quel desiderio malato che ormai mi dominava.
“Hai capito bene. Se lo vuoi… puoi rivederlo. Puoi
lasciarti possedere di nuovo come ti piace… fino in
fondo, fino a perderti.” Le accarezzai una guancia
con il pollice, la voce più bassa. “Ma voglio
saperlo. Tutto. Voglio che mi racconti ogni dettaglio
quando torni. Voglio sapere come ti ha guardata, come ti
ha penetrata, come ti sei sentita… quanto ti sei fatta
usare.” Lei inghiottì aria. Aveva le guance
arrossate, gli occhi che brillavano di una miscela
pericolosa: shock, eccitazione, paura, complicità,
desiderio. “Stai… stai dicendo sul serio?”
Sussurrò. Io annuii lentamente e la baciai. “Sì. Sono
serio. Fatti scopare come ti pare, ma a una condizione,
poi non lo vedi più.” Lei mi guardò con gli occhi
lucidi di paura. Era disorientata, smarrita e nello
stesso tempo turbata. Non dissi altro, sapevo che in
quel momento doveva fare i conti col proprio desiderio e
capire di che natura fosse quella mia disponibilità.
*****
Il giorno seguente ne parlammo ancora.
Eravamo seduti al tavolo della cucina, la luce grigia di
una domenica mattina che filtrava dalle finestre. Lei
teneva la tazza di caffè tra le mani come se fosse
un’ancora, lo sguardo basso, le dita nervose. Io ero di
fronte a lei, calmo in apparenza, ma dentro di me quel
nodo di eccitazione malata non si era sciolto nemmeno
per un istante. “Stanotte eri serio?” Chiese piano,
senza alzare gli occhi. “Sì.” Silenzio. “Ma…
perché? Non capisco. Mi hai dato della puttana e ora mi
dici che posso… rifarlo?” La sua voce era incerta, un
misto di confusione e di qualcos’altro che non riusciva
a nascondere del tutto: una scintilla di curiosità che
la spaventava. Mi appoggiai allo schienale della sedia.
“Perché l’ho sentito. Mentre eravamo insieme. Quella
parte di te che ancora ci pensa. Non è sparita. E
fingere che non esista non la fa andare via. Anzi, la
rende più forte. Preferisco saperlo, guardarlo in
faccia… piuttosto che sentirti distante mentre fai finta
che vada tutto bene.” Lei scosse la testa, mordendosi
il labbro inferiore. “Ma è… sbagliato. Farlo con te
consapevole è da malati. Io ti amo. Non voglio ferirti
ancora” “Lo so che mi ami. E io amo te. Ma questo…
questo desiderio che hai dentro, questa cosa che ti
eccita tanto… non riesco a ignorarla. E non voglio che
tu la reprima fino a quando non esplode in altro modo,
meglio consumarla del tutto e poi non ne parliamo più.”
Non ero pienamente certo di quello che dicevo, forse era
solo il mio desiderio riflesso.
Lei alzò
finalmente lo sguardo. Aveva gli occhi lucidi. “Ho
paura.” “Di cosa?” “Di tutto. Non sono sicura che
poi riuscirei a fermarmi se ricomincio. Di scoprire che
mi piace troppo… e di non sapere più dove finisce il
gioco e dove comincia il casino.” Si passò una mano
tra i capelli, nervosa. “E se poi… quando torno… se
non riesco a dirtelo? Se mi vergogno troppo? O se invece
mi eccita così tanto raccontartelo che diventa un’altra
dipendenza?” La sua voce si abbassò fino a diventare
quasi un sussurro. “E se mi piace di più con lui che
con te?” Quelle ultime parole rimasero sospese tra
noi, pesanti. “Allora lo sapremo…” Dissi infine.
Lei rimase in silenzio per un lungo momento, poi annuì.
“Ci devo pensare... Non è una cosa che posso decidere
così, su due piedi. Ho bisogno di tempo.” “Prenditi
tutto il tempo che vuoi.” Risposi.
Ma dentro
di me sapevo che il seme era già stato piantato. E che,
nei giorni seguenti, quel dubbio sarebbe cresciuto
dentro di lei come una pianta carnivora: metà terrore,
metà desiderio irresistibile. La vedevo guardarmi di
nascosto, mentre cucinavamo o guardavamo un film, con
quell’espressione tormentata. La sorprendevo a fissare
il vuoto, le gambe strette come se stesse trattenendo
qualcosa. E ogni volta che facevamo l’amore, era
diverso: più intenso, più disperato, come se stesse già
provando a misurare quanto di lei appartenesse ancora a
me… e quanto stesse già scivolando verso quell’altra
possibilità che le avevo messo davanti. I suoi dubbi non
sparivano. Si moltiplicavano. E con loro, anche la mia
ossessione.
******
Passò poco tempo, solo
una settimana, e una sera assistetti a una loro
telefonata. Squillò il telefono, lei rispose.
Evidentemente si erano già sentiti, qualcosa lei gli
aveva detto. Gloria rispose con le mani che tremavano.
Forse avevano già concordato quella telefonata. Lei mise
il vivavoce. Io ero seduto accanto a lei, il cuore in
subbuglio. Lei gli disse che non era sola in casa e che
io stavo ascoltando. Io sorrisi, le strinsi la mano, e
lei più sollevata cominciò a civettare, la voce che si
faceva più calda. Parlarono di cose di lavoro, poi il
discorso pian piano scivolò su un terreno più intimo,
lui le sussurrò che avrebbe voluto rivederla, lei
annuiva senza parlare finché lui la invitò per la sera
dopo, cena e dopocena, Gloria mi guardò e senza
attendere un mio cenno gli disse che per lei non c’era
alcun problema. Sentii Paolo ridere dall’altra parte,
eccitato. L’accordo fu rapido. Poi lei chiuse il
telefono pensierosa. “Va bene così? Dimmi che non
stiamo facendo una cazzata.”
Rimase lì, con il
telefono ancora stretto tra le dita, gli occhi fissi nei
miei, una miscela di eccitazione e panico che le velava
lo sguardo. Io le accarezzai lentamente il viso,
cercando di sembrare più calmo di quanto non fossi in
realtà. “Sì, va bene così… Stiamo solo… lasciando che
succeda quello che già desideravi.” Risposi
provocandola. Gloria si morse il labbro inferiore. Si
alzò dal divano e cominciò a camminare avanti e indietro
per la stanza, le braccia strette intorno al corpo come
se avesse freddo. “Domani sera… cena e dopocena. Ti
rendi conto, cazzo? Lo sai cosa significa “dopocena”,
vero? Non è solo bere un amaro. Lui si aspetta di
scoparmi. E io… io gli ho detto che per me non c’è
problema. Ma il problema c’è perché stavolta tu sai!”
La sua voce tremava, ma c’era anche una nota più
profonda, che tradiva quanto quel pensiero la stesse già
eccitando. Si fermò davanti a me. “Maurizio, ho paura
cazzo! Ho paura di lasciarmi andare troppo. Paura che mi
piaccia di più di quanto dovrebbe… E se domani sera mi
rendo conto che quel desiderio che pensavo di aver
seppellito è ancora lì, più forte di prima?” Mi alzai
e la presi tra le braccia. Lei si lasciò stringere, ma
il suo corpo era teso. Pianse. “Ti prego fermami, sei
ancora in tempo, perché una parte di me non vede l’ora.
Mi prometti che dopo non mi odierai? Che qualunque cosa
succeda domani sera, noi due restiamo qui, insieme?”
Io annuii, baciandola sulla fronte. Te lo prometto.
Ma voglio che tu sia sincera. Voglio che quando torni
non mi nasconda niente, nemmeno il senso di colpa,
nemmeno quanto ti è piaciuto aprire le cosce e farti
fottere da lui. Anzi mi devi dire quanto le hai
allargate, quanto ti sei bagnata, quanto ti è piaciuto
sentirlo dentro…” Gloria chiuse gli occhi e appoggiò
la testa sulla mia spalla. Il suo corpo tremava ancora,
ma ora il tremore era diverso: era quello di chi ha già
iniziato a scivolare verso l’inevitabile.
******
La sera dopo la vidi prepararsi. Si truccò con cura,
più pesante del solito: l’eyeliner nero, il rossetto
rosso fuoco. Scelse l’intimo più spregiudicato: un
reggiseno a balconcino che le sollevava il seno in modo
indecente, un perizoma minuscolo di pizzo nero, le calze
nere velate con la riga dietro. Sopra mise un vestito
corto, aderente, con una scollatura profonda e tacchi
alti che la facevano camminare come una vera troia. Si
guardò allo specchio un’ultima volta, si sistemò i
capelli con le dita, facendo ricadere qualche ciocca in
modo studiato. Poi prese la borsa e si avviò verso la
porta.
Prima di uscire, si fermò. Si voltò verso
di me, ancora seduto sul bordo del letto dove ero
rimasto a guardarla in silenzio per tutto il tempo. I
suoi occhi erano lucidi, un misto di eccitazione nervosa
e qualcosa di più profondo. Le guance erano leggermente
arrossate. “Amore… sto uscendo, non mi dici nulla?”
I suoi occhi cercarono i miei. Prima che io potessi
rispondere, mi venne vicino e si alzò la gonna, poi
prese la mia mano, la portò tra le sue gambe scostando
le mutandine. “Stringila ti prego… La senti come è
bagnata? Può ancora essere solo tua… Mi basta una tua
parola… Se vuoi che torni indietro adesso… dimmelo.
Perché una parte di me spera ancora che tu mi fermi…”
Ma io non risposi.
******
Rimasi solo in
casa. Il malessere fu atroce. Camminavo avanti e
indietro come un animale in gabbia. Mi sentivo umiliato,
tradito, eccitato contro la mia volontà. Guardavo spesso
l’orologio, ogni minuto era una tortura. Immaginavo il
loro incontro, dal ristorante all’hotel, poi
ricominciavo daccapo aggiungendo dettagli, le mani di
lui sul suo corpo, la sua bocca sulla sua pelle, il modo
in cui lei si apriva per lui, il membro di lui duro e
maschio che entrava e usciva, che si faceva desiderare.
Mi sentivo un fallito, un cornuto consenziente. E
nello stesso tempo, il cazzo mi diventava duro ogni
volta che pensavo a lei che si faceva fottere. Provavo
disgusto per me stesso, rabbia verso di lei, e un
desiderio malato che non riuscivo a controllare. Mi
versai da bere, ma l’alcol non fece che peggiorare il
groviglio di emozioni. Mi sdraiai sul divano, fissando
il soffitto, odiandola e amandola con la stessa
intensità.
E mentre ero lì disteso, le immagini
diventavano sempre più nitide, più crude, impossibili da
fermare. La vedevo nel ristorante, seduta di fronte a
lui, con quel vestito corto che le saliva sulle cosce
mentre accavallava le gambe. Lo vedevo allungare la mano
sotto il tavolo, sfiorarle l’interno coscia, salire fino
a toccare il bordo del perizoma già bagnato. Lei che
arrossiva ma non lo fermava, anzi, apriva leggermente le
gambe per facilitargli l’accesso. Poi in macchina, in
hotel. Lui che la spingeva contro la porta della stanza
ancora prima di accendere la luce, le mani che le
tiravano giù la scollatura, liberando quel seno
meraviglioso che per quindici anni era stato solo mio e
ora era lì disponibile. La bocca di lui che le succhiava
i capezzoli con avidità mentre lei gemeva, già persa.
La immaginavo in ginocchio sul letto, il vestito
arrotolato intorno alla vita, il perizoma spostato di
lato. Lui dietro di lei, il cazzo grosso e duro che le
sfregava tra le labbra bagnate. Lei che voltava la
testa, gli occhi lucidi di eccitazione, e sussurrava:
“Scopami… mettimi dentro tutto quanto.” Lo vedevo
affondare dentro di lei con una spinta lunga e decisa.
Lei che inarcava la schiena, le calze nere tese sulle
gambe, le mani che stringevano le lenzuola mentre lui la
fotteva con forza, sempre più veloce. Sentivo nella mia
testa i suoi gemiti sempre più alti, quel suono bagnato
della sua figa che accoglieva ogni colpo, il rumore
della pelle che sbatteva contro la pelle.
La
vedevo mentre lui la girava sulla schiena, le allargava
le cosce il più possibile, fino a farle male, e lei che
lo aiutava, per sentire più dolore, per sentire più
piacere, spalancando le gambe, per prenderlo tutto. Il
rossetto rosso sbavato, i capelli scompigliati, il
trucco che colava mentre lui la scopava, la pompava, la
fotteva senza pietà. E la cosa peggiore… era la più
eccitante: la immaginavo mentre lui le veniva dentro,
senza preservativo, riempiendola con fiotti caldi e
abbondanti. Lei che tremava, le gambe che tremavano, la
figa contratta intorno al suo cazzo mentre godeva,
sapendo che stava tradendo proprio me. Mi sentivo un
cornuto consenziente, umiliato e tradito, eppure ero
duro come non mai, mentre quelle immagini mi torturavano
e mi eccitavano allo stesso tempo.
******
All’alba, quando la chiave girò nella serratura, il
cuore mi balzò in gola. Gloria entrò. Accese la luce. Il
trucco era colato, il mascara le aveva lasciato due
righe scure sotto gli occhi. Il vestito era
stropicciato, macchiato, i capelli in disordine. Si
tolse le scarpe con un sospiro e si lasciò cadere sul
divano e disse semplicemente: “Eccomi!”
Si alzò
la gonna, aprì le cosce senza pudore. Non portava più le
mutande. Il suo sesso era gonfio, arrossato, lucido di
umori misti. Aveva addosso un odore intenso di sesso:
sudore, sperma, eccitazione femminile. Il suo corpo
emanava una rilassatezza profonda, quasi languida, come
se ogni muscolo si fosse sciolto dopo ore di piacere.
Non dovette dire molto. Quel corpo parlava per lei.
C’era una soddisfazione animale nei suoi movimenti, una
sicurezza femminile sfrontata, una luce appagata nei
suoi occhi. Quella serata le aveva dato la giusta
determinazione, sapeva di essere bella, desiderata e di
avere un tesoro inestimabile tra le gambe.
“Sai
cosa mi ha detto mentre mi scopava la seconda volta? Che
la mia figa è un capolavoro dell’arte. Che è stretta,
calda, carnosa, bagnata, accogliente, perfetta e
regolare come poche. Che quando si contraeva intorno a
lui, lo avvolgeva con un’intensità che sembrava volesse
succhiargli l’anima.” Rise piano, una risata bassa e
gutturale, mentre si girava di nuovo verso di me
completamente nuda, tranne per le autoreggenti
smagliate. Si toccò il seno con una mano, poi fece
scivolare le dita più giù, sfiorandosi tra le cosce
arrossate. “Guarda. È ancora aperta. La volevi così,
no? Riempita due volte, fino in fondo. Ho goduto tanto
sai, come una puttana. Ho urlato il suo nome mentre
venivo, gli ho detto di scoparmi più forte, di usarmi.
Mi sono fatta mettere in tutte le posizioni. Mi ha presa
da dietro tenendomi per i capelli, mi ha fatta cavalcare
sopra di lui guardandomi negli occhi, mi ha sbattuta
contro il muro prima di buttarmi sul letto e finire
dentro di me.”
I suoi occhi brillavano di una
luce nuova: non era più la Gloria che dubitava, che
pesava le parole, che aveva paura di ferirmi. Era una
donna che aveva appena riscoperto il potere assoluto del
proprio essere femmina, e ne era ebbra. “Sai qual è
la cosa più perversa?» Sussurrò. “Che mentre lui mi
scopava, io pensavo a te, a quanto ti sarebbe piaciuto
sapere ogni dettaglio. Memorizzavo ogni dettaglio per
riferirtelo. E questo mi ha fatta venire ancora più
forte. Mi sento… viva. Bella. Femmina.” La guardai
più intensamente, era davvero bella, seducente, vissuta,
consapevole del proprio fascino, ma nel fondo dei suoi
occhi vedevo un velo sottile di tristezza, qualcosa di
malinconico che non c’era prima. Si lasciò
accarezzare. Nonostante fosse chiaramente spossata, non
si rifiutò quando la toccai. Si mise a cavalcioni su di
me, ancora sporca di lui, e cominciò a strusciarsi
lentamente contro la mia erezione dolorosa. “Adesso
voglio che mi scopi tu, mentre ti racconto tutto per
filo e per segno. Voglio che senti quanto sono ancora
aperta per lui. Voglio che senti quanto mi ha allargata,
e quanto mi è piaciuto.”
La sua voce era diversa,
cinica. Non c’era più traccia dei dubbi che l’avevano
tormentata nei giorni precedenti. Al loro posto c’era
solo questa nuova Gloria: consapevole, sfrontata, quasi
arrogante nella sua femminilità appena riaccesa. E
mentre la penetravo, sentendo chiaramente quanto fosse
scivolosa e dilatata, lei mi guardava dall’alto con
quegli occhi appagati e mi sussurrava. “Domani… lo
rivedo. Perché adesso, grazie a te, so quanto vale
quello che ho tra le gambe. E voglio godermelo fino in
fondo.” “Non erano questi i patti.” Dissi timidamente
mentre dentro di lei mescolavo il mio sperma con i resti
di quello che un altro le aveva lasciato dentro. Non
rispose subito. Aspettò l’ultimo mio gemito e poi con
voce bassa disse. “Maurizio… mi sono innamorata.
Forse lo sono sempre stata.”
Le sue parole
caddero tra noi come un macigno caldo e viscido. Io
rimasi immobile dentro di lei, ancora sepolto nel suo
sesso caldo e scivoloso. “Mi sono innamorata di come
mi fa sentire quando mi possiede. E sì… forse lo sono
sempre stata, anche quando fingevo di averlo
dimenticato.” Si contrasse intorno a me con più
forza, strappandomi un gemito involontario. “Stanotte
mi ha detto che mi vuole tutta per sé. Che non sopporta
più di condividermi. Che vuole che lasci questa casa,
che vada a vivere da lui.”
Il silenzio che seguì
fu denso, rotto solo dai nostri respiri affannosi e dal
suono umido dei nostri corpi che si muovevano ancora
insieme, quasi per inerzia. Chiusi gli occhi, sentendo
le lacrime bruciarmi sotto le palpebre, mentre il
piacere perverso e il dolore si mescolavano in modo
insopportabile. “Quindi… è finita?” Chiesi, la
voce ridotta a un rantolo. Gloria mi baciò dolcemente
sulle labbra, un bacio lento, quasi di addio, mentre i
suoi fianchi continuavano a ondeggiare piano contro i
miei.
“Non lo so ancora. Ma so che non posso più
fermarmi. Domani gli dirò che voglio provarci sul serio
con lui. E tu… tu dovrai decidere se vuoi vedermi andare
via, o se è il momento di lasciarmi andare.” Si
inarcò sotto di me, venendo con un gemito lungo e
profondo, il corpo scosso da brividi, mentre io,
incapace di trattenermi, venni di nuovo dentro di lei.
“Mi dispiace… ma non riesco più a mentire né a te né a
me stessa. Forse stasera finalmente ho capito cosa
voglio davvero.” E in quel momento, con il suo corpo
ancora caldo contro il mio e il profumo di un altro uomo
ancora addosso a lei, capii che i patti erano stati
infranti da tempo e che quel mio desiderio aveva solo
obbedito alla sua forza interiore.
Quelle parole
mi colpirono come un pugno nello stomaco. L’amaro e il
dolciastro si mescolarono fino a diventare una cosa
sola. Un sapore unico. Perché nel momento in cui capivo
di aver perso tutto assaporavo la cosa più eccitante che
avessi mai provato. Avevo puntato tutto su questa
perversione, convinto che dare sfogo alle nostre
fantasie più oscure avrebbe rafforzato il nostro legame,
avrebbe liberato qualcosa di profondo tra noi e
soprattutto scacciato le mie paure. Invece avevo perso.
Gloria aveva assaporato qualcosa di nuovo, qualcosa che
durante i loro incontri segreti non aveva mai provato
davvero. E ora quel “qualcosa” aveva un nome: amore.
Rimasi lì, in silenzio, ancora duro dentro di lei,
il cuore che si spezzava lentamente mentre capivo che le
corna che tanto mi avevano eccitato avevano finito per
portarmi via tutto. La mia bellissima moglie, la donna
che amavo da quindici anni, non era più solo mia. E io,
in quel momento, non sapevo più se odiassi lei, lui… o
soprattutto me stesso per averlo permesso. |
Questo racconto è opera di pura
fantasia. Nomi, personaggi e luoghi sono frutto
dell’immaginazione dell’autore e qualsiasi
somiglianza con fatti, scenari e persone è del
tutto casuale.
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