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RACCONTO
 
Adamo Bencivenga
Il nero che non mente
In un gennaio fradicio di pioggia, la giovane contessa Ginevra trasforma il suo lutto in un’arma affilata. Con pazienza glaciale e una verginità custodita come moneta di scambio, orchestra la morte del marito anziano e, nello stesso pomeriggio, usa il corpo dell’amante medico per sigillare l’alibi perfetto...

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Pioveva da giorni, una pioggia che non lavava niente, solo rendeva tutto più unto, più sporco. Quando attraversò il viale di magnolie la giovane contessa Ginevra era vestita di nero assoluto, un nero che assorbiva tutta la poca luce rimasta nel pomeriggio di un gennaio morente. La donna camminava attenta, lo sguardo basso, calcolando ogni passo per non sporcare le belle scarpe nere di vernice.

L’inserviente in livrea le andò incontro di corsa con un ombrello aperto: “Il dottore la sta aspettando, signora.” La voce uscì bassa, quasi inghiottita dal fruscio delle foglie bagnate. Lei salì la scalinata di marmo lentamente, ogni gradino era un piccolo teatro: il tacco che batteva, la gonna stretta che si tendeva appena, il velo del cappello che oscillava come un fumo leggero.

Dentro la villa era già sera. Luci basse, ombre lunghe, odore di mobili vecchi e di sigaro spento da poco tempo. Il dottor Florio la ricevette nello studio, in piedi dietro la sua scrivania di radica gialla. Florio, benché fosse già in pensione, era considerato nella zona un medico illustre, ma soprattutto era il discendente di un famoso casato siciliano da cui aveva ereditato quella splendida villa in stile normanno e sterminati terreni adiacenti dove crescevano uve come l’Inzolia, con i suoi grappoli dorati che sapevano di mandorla amara e di zagara sfatta al sole e il Nerello Mascalese, capriccioso, tardivo, capace di dare vini che profumavano di viola appassita e liquirizia.

Ginevra si girò appena per appoggiare il soprabito sulla poltrona, lui la squadrò lentamente, senza fretta, partendo dalle caviglie per poi risalire lentamente seguendo la cucitura della calza nera. “Bel tailleur… quelle calze ti donano…” Disse. Ma non era un complimento. Era una semplice constatazione. Lei sorrise maliziosamente e si sedette. Accavallò le gambe con un movimento fluido, quasi meccanico, lasciando che il fruscio della seta diventasse un’eco carico di seduzione. La gonna risalì di qualche centimetro oltre il confine del lutto decoroso. Un gesto piccolo. Un’arma antica.

“Quando è successo?” Chiese lui con gli occhi che erano già scivolati oltre l’orlo della stoffa e il bordo più scuro della calza. “Ieri sera. Dopo cena.” Rispose la donna. Poi silenzio, solo il suono morbido delle lancette dell’orologio antico appeso alla parete. “Infarto, dicono.” Aggiunse lei, quasi tra sé, ma conoscendo benissimo il valore di quella menzogna. Il medico annuì, ma era un assenso vuoto, come se sapesse, come se fosse tutto previsto. Entrambi si guardarono negli occhi, consapevoli di quanto i muri potessero parlare, tra l’altro fuori il cielo aveva smesso di piovere, come se avesse deciso di origliare.

Tutti sapevano che i due erano amanti promessi. Tutti tranne il marito della giovane, naturalmente, ma ormai il conte era morto. “Pace all’anima sua.” Mormorò il medico. “Ora pro nobis…” Rispose lei rovistando nella borsa di vernice nera alla ricerca del suo prezioso ventaglio di pizzo. Lo aprì con un gesto secco, quasi un colpo di frusta. L’aria mossa fece tremare il velo del suo cappello.

Ginevra aveva 21 anni, mentre suo marito ne aveva settantotto, gli stessi dell’amante. Quarantasette di differenza, contati con precisione crudele. Lui l’aveva sposata da vedovo in seconde nozze nel giugno dell’anno prima nella cattedrale del paese tra gli sguardi increduli dei paesani. Il medico aveva fatto da testimone insieme a un cugino acquisito della sposa, un notaio di provincia. Lei aveva firmato il registro con la stessa penna con cui, mesi prima, aveva firmato il contratto prematrimoniale: clausole blindate, testamento olografo già pronto, tutto al suo posto.
Ginevra si era sposata vergine e durante quel breve periodo, a causa della malattia di lui, moglie e marito non avevano mai consumato.

Ma a Ginevra non gravava affatto quel sigillo di verginità: lo custodiva senza affanno, come un fiore che attende il sole più caldo. Sapeva aspettare, paziente e fiduciosa. E nei suoi sogni, quando la notte si faceva complice, si materializzavano giovani, belli e prestanti, della sua età ai quali, in un futuro non troppo lontano, avrebbe offerto le sue grazie intatte, come un dono prezioso. Fu in quell’istante che fissò lo sguardo passionale del medico, che impaziente si alzò, certo che non ci sarebbero stati altri impedimenti. Lentamente girò intorno alla scrivania, il parquet scricchiolò sotto le suole. Si fermò dietro la poltrona di lei, abbastanza vicino da farle sentire il calore del suo corpo attraverso la stoffa della giacca, ma non la toccò. Disse: “Il testamento è chiaro, ti lascia tutto. La villa, i terreni, i conti… finché sei viva i suoi figli non potranno pretendere nulla.”

Ginevra tradì il suo stato d’animo chiudendo il ventaglio di scatto. Il suono echeggiò nello studio come una porta che si chiude per sempre. “Tutto?” Chiese, senza voltarsi. “Tutto.” Enfatizzò lui. Poi una pausa. “Ti ha lasciato tutto, anche me!” Fuori la pioggia aveva ripreso a cadere, fitta, insistente, come se il cielo volesse cancellare ogni traccia di ciò che era stato. Dentro, il silenzio di lui era denso di promesse non dette, di notti già immaginate, di un lutto che durava il tempo di un battito accelerato. Lei alzò il ventaglio chiuso, lo portò alle labbra rosse come per nascondere, sotto la veletta, un sorriso o simulare un gesto erotico. Senza alcun dubbio il nero le donava. E ora che il marito non c’era più, poteva finalmente indossarlo per sé.

Senza aspettare il consenso della giovane donna, lui le alzò leggermente la veletta e le loro labbra si unirono in un bacio complice e mortale. Tra loro non avevano mai parlato di delitto e di morte. Non era necessario. Il medico le aveva solo spiegato, una sera di settembre, mentre le sfiorava segretamente il polso con la punta delle dita sopra un tavolo del solito caffè fuori dal paese, quali fossero le sostanze che il corpo umano metabolizzava in fretta, senza lasciare tracce. “Il cuore è un organo traditore…” Le aveva detto. “Basta un piccolo aiuto perché smetta di mentire.” Ginevra aveva ascoltato. Aveva preso appunti mentali. E aveva scelto la via più semplice, la più domestica, la più invisibile.

Come da istruzioni del medico per tre mesi aveva sostituito le capsule dell’integratore per la prostata che il marito prendeva ogni sera con altre identiche, preparate dall’amante. La dose era calcolata con precisione chirurgica: abbastanza per accumularsi lentamente nel sangue, non abbastanza per scatenare un vomito plateale o convulsioni.
Solo un progressivo, inesorabile rallentamento del ritmo cardiaco. Un blocco ventricolare, un arresto dolce.

Ogni sera lei gli portava il bicchier d’acqua e le capsule sul vassoio d’argento. “Prendi le tue medicine, amore, mi raccomando…” Il conte le sorrideva e lei usciva dalla stanza. Non dormivano insieme, non lo avevano mai fatto. Nei giorni successivi lui aveva cominciato a lamentarsi di una stanchezza strana, di vista annebbiata, di nausea che attribuiva al fegato. “Sarà l’età.” diceva. E l’ultima sera, dopo cena, alle ventidue e quarantasette aveva accusato un dolore al petto. Aveva detto: “Ginevra, mi sento…” Non finì la frase scivolando in avanti con la fronte sul tavolo e gli occhi spalancati in un’espressione quasi sorpresa. Lei aveva aspettato tre minuti buoni, in piedi dietro di lui.

Aveva chiamato la domestica, poi i soccorsi piangendo disperata al telefono. I medici parlarono subito di infarto miocardico acuto e questo bastava anche perché in un paesino di settemila anime, con un medico legale che faceva anche il turno di guardia in ospedale, nessuno aveva ordinato di fare ricerche più specifiche di intossicazione da glicosidi cardiaci.

“Vedi Ginevra, tutto come previsto!” Disse Florio compiaciuto. Lei con le mani tremanti prese il referto dalla borsa. Il medico lo lesse e annuì: “Pulito!” Disse, e le sfiorò la nuca con le labbra. Ginevra aveva imparato la lezione meglio di quanto il medico si aspettasse. La medicina non aveva lasciato tracce. Solo un marito in meno. E un futuro che, finalmente, poteva cominciare a odorare di libertà.

Tra i due amanti promessi c’era stato solo un tacito accordo: nulla di nulla prima del misfatto. Non perché lei si sentisse in colpa, ma semplicemente per portare a buon fine senza intoppi quel loro disegno. Infatti i due non avevano mai consumato. Solo qualche bacio, ma nessun amplesso! Non una sola notte rubata, non un gemito soffocato tra le pareti dello studio o in qualche motel anonimo alla periferia del paese. Niente.

Durante i loro incontri segreti in quello studio Florio se lo era chiesto a più riprese, mentre la guardava accavallare le gambe o giocherellare con il ventaglio. Perché aspettare? Lei però lo aveva sempre tenuto a distanza manifestandogli però un interesse che bruciava solo a parole: sussurri roventi al telefono, lettere che trasudavano di passione e ardenti promesse sussurrate.
Eppure, quando lui allungava la mano, sempre con la stessa studiata lentezza, come se temesse di spezzare qualcosa di fragile, lei si ritraeva quel tanto che bastava a scoraggiarlo: “Caro, non sai quanto vorrei cedere alle tue lusinghe, ma ti prego non ora!” Diceva. E lui si fermava. Non perché fosse debole. Ma perché capiva che lei stava giocando una partita più lunga, più crudele. Il desiderio non era il premio. Il desiderio era l’arma.

Si vedevano con regolarità ossessiva. Sempre nello stesso studio, sempre alla stessa ora del tardo pomeriggio, quando il paese si svuotava verso la cena. Stessa modalità: lei entrava senza bussare, posava la borsa sul divanetto di pelle, si sedeva sulla poltrona di fronte alla scrivania, accavallava le gambe, lasciava che la gonna risalisse quel tanto che bastava per mantenere carica quella tensione. Lui rimaneva in piedi, o si sedeva sul bordo della scrivania, o faceva il giro lento come un predatore che sa di avere tempo. Parlavano di tutto e di niente: del testamento, del decorso di quel veleno, delle voci che correvano in paese, del nero che le donava tanto. Mai del dopo.

E quei sussurri bollenti si erano risolti, fino a quel momento, in abbracci casti che duravano un secondo di troppo, in teneri sorrisi che nascondevano fame, in troppe, troppe parole. Solo una volta, lei aveva ceduto alle sue mani, lasciandosi accarezzare i fianchi durante un bacio, ma era stato un contatto leggero, quasi accidentale, il sapore di rossetto al ribes e di sigaretta spenta da poco. Un solo attimo che lui ricordava ancora con ostinazione infantile, come se ripensarlo avesse potuto trasformarlo in qualcosa di vero e di più carnale. Ma per lei era stato solo un incidente di percorso, un errore di traiettoria, una virgola sbagliata in una frase che non voleva finire. Lui invece ricordava ogni dettaglio di quel momento: ricordava persino l’ora esatta: le 17:42 di un martedì di ottobre, mentre fuori il paese si preparava alla processione di San Luca.

Ora però il destino aveva fatto il suo corso e Ginevra era consapevole di aver ucciso un uomo con la stessa precisione con cui per mesi aveva frenato la passione del suo amante.
Lentamente. Senza lasciare tracce. Senza fretta in entrambi i casi. Fuori, la pioggia continuava a cadere, paziente come lei. Dentro, l’aria tra loro si era fatta elettrica, densa, irrespirabile. Eppure restavano fermi, a un soffio l’uno dall’altra, separati solo da parole, da silenzi, da un nero vestito di seta che prometteva tutto e non dava niente.

Proprio in quel momento il maggiordomo entrò senza bussare, come se lei stessa lo avesse mandato a interrompere il silenzio prima che diventasse pericoloso. Portava un vassoio fiammingo d’argento antico, annerito dal tempo: due tazze di succo di limone e arancia mescolati e una manciata di pasticcini all’uvetta, pallidi come ostie dimenticate.

Ginevra notò i guanti bianchi immacolati del maggiordomo, tesi sulla pelle come una seconda epidermide. Un dettaglio da film in bianco e nero, pensò, mentre lui posava il vassoio con la delicatezza di chi maneggia reliquie. Il medico invece non staccò gli occhi dal vestito a lutto di lei: la seta nera che le modellava il collo, le spalle, il seno, come se il dolore avesse deciso di vestirsi da tentazione. Lei scostò leggermente la veletta dal viso e portò la tazza alle labbra. Bevve il succo a piccoli sorsi, lasciando che l’acidità le pizzicasse la lingua. Poi posò la tazza. Il rossetto aveva lasciato una mezzaluna scarlatta sul bordo di porcellana.

Solo a quel punto lui notò il colore del nuovo rossetto: un vermiglio acceso, quasi indecente, che contrastava con il pallore della pelle e il nero del velo. Si chiese se fosse lecito, in quella circostanza, portare sulle labbra un colore così sfacciato, così vivo che sapeva di peccato, mentre il marito giaceva ancora nella camera ardente con le mani giunte e il rosario intrecciato alle dita.
La guardò intensamente, senza rimprovero. Nei suoi occhi bollenti albergava solo fame, mentre quelli di lei, di un freddo celeste normanno, tenevano lo sguardo del suo amante. Non batté ciglio. Non sorrise. Solo quello sguardo che sapeva di attesa e non di passione immediata. Comunque entrambi si voltarono contemporaneamente a fissare l’orologio a parete. Mancava poco meno di un’ora all’appuntamento col notaio, ossia all’apertura ufficiale del testamento, alla lettura ad alta voce delle ultime volontà del defunto.

Quando il maggiordomo guadagnò l’uscita, con l’andatura claudicante rimasero di nuovo e il silenzio tornò, più pesante di prima. Passata quell’ora, forse, non ci sarebbe stato più bisogno di aspettare. Lei riprese il referto medico e lo ripose nella sua borsa lasciandosi sfuggire un sospiro evidente, quasi teatrale. Tra un’ora si sarebbe recata nello studio del notaio e alla presenza dei figli del suo ex marito sarebbe diventata ufficialmente la donna più ricca del paese.

I suoi occhi tradirono una soddisfazione così radiosa che non si accorsero dell’espressione perplessa dell’amante. Era impossibile, per lui, non pensare alla casualità degli eventi: un cuore che cede proprio quando serve, un testamento che cade a fagiolo, una vedova che diventa padrona di tutto in sette mesi esatti. Troppa fortuna. Tutto troppo semplice. Si chiese, senza mostrare i suoi timori alla bella amante, se quella perfezione fosse essa stessa un movente.

Poi tornò alla scrivania e le sue mani calde si posarono di nuovo sulle spalle di Ginevra. Lei non si mosse. Non passarono che attimi e lui vide chiaramente il collo della sua amante imperlarsi di piccole gocce di sudore, perle trasparenti che rotolavano lente verso la clavicola. Lei senza guardarlo si tolse il giacchino nero. Rimase con tutto il suo splendore di vedova con la camicetta di seta nera, aderente, trasparente quanto bastava per far intravedere la pelle chiara, lattea, segno che la bella stagione era ancora lontana e che lei non si era mai esposta al sole per nessuno. Lui notò ogni dettaglio: la curva delicata della spalla, il piccolo neo sotto la scapola destra, il modo in cui il respiro le sollevava appena il petto e lasciava intravedere i suoi capezzoli turgidi.

Ora però lo scenario era cambiato, quasi capovolto, il marito era morto per cui la preoccupazione della giovane e bella Ginevra non era più che il marito potesse interrompere quel suo disegno criminale, ma che i figli di primo letto potessero impugnare il testamento. Del resto il notaio, suo cugino, era stato chiaro: quel matrimonio ai sensi dell’art 3 della Legge n. 898 del 1970 era da considerarsi nullo nel caso in cui non fosse stato consumato.

Fu a quel punto che decise di apprezzare quella leggera pressione delle mani, quel calore che le scendeva lungo la schiena come una promessa di protezione. Passarono altri minuti troppo velocemente e l’ora dell’apertura del testamento era troppo vicina quando Ginevra con il solo sguardo gli diede il consenso. Florio la guardò incredulo, del resto ignorava la clausola, pensando a sproposito che la morte del conte avesse finalmente liberato la sua amata da fastidiosi pregiudizi. Senza farsi più domande chiuse la porta a chiave mentre lei si adagiò sul divano in penombra, consapevole del sacrificio che stava per compiere.

Le si dimostrò subito disponibile e lui si dimostrò maschio sin dall’inizio: movimenti decisi, mani che sapevano dove andare, un’urgenza repressa da mesi che esplodeva senza preavviso. Lei nonostante l’inesperienza divenne femmina dopo i preliminari, che durarono esattamente il tempo necessario a far scendere la lampo del vestito nero. Poi la penetrò a più riprese, assumendo la postura naturale tra maschio e femmina: lei sotto di lui, le gambe aperte quel tanto che bastava per accoglierlo senza resistenza, le mani aggrappate alle sue spalle come per tenersi in equilibrio su un precipizio. Lei sembrò gradire, agevolando per quanto possibile la tecnica utilizzata e soprattutto l’impeto del maschio: inarcava la schiena al momento giusto, stringeva i muscoli interni con precisione studiata, emetteva gemiti calibrati che salivano di volume quanto serviva a convincerlo della sua resa.

Ma durante quell’amplesso Ginevra non perse mai di vista l’obiettivo finale che ovviamente non era il piacere sessuale, ma tutt’altro. Grazie all’amante aveva ottenuto la dipartita del suo povero marito e grazie ancora a quell’amante nessuna clausola avrebbe più messo in discussione il suo progetto. Non era il piacere. Non era l’amore. Ciò che voleva in quel momento era la prova definitiva, l’alibi perfetto, il dettaglio che avrebbe reso tutto irreversibile: eh già lei non era più vergine!

Tutto durò sette minuti. Un amplesso rapido, tecnico, quasi clinico. Eppure, mentre lui ansimava dentro di lei, Ginevra non aveva sentito nulla e si chiese se tutto fosse andato nel verso giusto. “Davvero non era più vergine?” Non aveva subito alcun trauma della prima volta e soprattutto niente piacere. Nella penombra di quella stanza si guardò tra le gambe e non vide nulla, neanche quel minimo rossore decantato dai poeti.

Guardo l’orologio a parete, ormai mancava poco più di mezzora all’incontro col notaio. Allora non perse tempo, reclamò ancora il suo amante cambiando posizione: ora lei sopra, cavalcandolo con movimenti lenti e poi sempre più rapidi. Durante quel secondo amplesso lei si chiese a più riprese, con un recitato imbarazzo da collegiale tardiva, se anche altre parti del suo corpo sarebbero state oggetto di un’eventuale visita legale. E fingendo pudore ruotò i suoi fianchi per fargli capire che sì, era disposta a tutto…

Si mise allora a quattro zampe sul divano, la gonna nera ancora arrotolata intorno ai fianchi, le calze velate che le segnavano le cosce. Pur rendendosi conto che la posizione non era consona, non adatta a una signora, soprattutto una vedova fresca di lutto, cercò di favorire l’appetito del maschio, spingendo indietro i fianchi, offrendo la curva del sedere con una lentezza provocatoria, insomma un plateale invito a una consumazione insolita.
Lui sbalordito e ansimante, la guardò ancora in preda al languore. Le sfiorò la schiena con le dita, esitò, ma perso nell’oblio assoluto assaggiò il sapore dell’ineluttabilità e con respiri spezzati e le mani tremanti strinse i suoi fianchi più forte. Per due volte le chiese “Tesoro, sei sicura?” Una volta prima di entrare, l’altra quando sentì la sua carne cedere, e un «ti adoro» di passaggio nel bel mezzo dell’unione, quasi involontario, sfuggito mentre le baciava il collo sudato e spingeva, spingeva dentro quel paradiso.

Lei non disse nulla, sorrise gemendo, un sorriso che lui non vide, perso nel ritmo, nella carne, nell’illusione di averla conquistata. Si baciarono ardentemente solo poco prima della fine della seconda unione: lingue che si cercavano con fame vera da parte sua, calcolata da parte di lei. Poi lui preferì chiudere gli occhi e concentrarsi per l’atto finale, che si concluse con un’esplosione fragorosa, un ruggito soffocato contro la sua spalla, il corpo che tremava come se avesse scaricato mesi di attesa repressa in quei pochi minuti. Ginevra, sorpresa da quella novità e per questo motivo non del tutto sazia, rimase lucida, fredda, distante.
Ma il tempo ormai non bastava più. L’orologio sulla parete segnava già le 16:35.

I due corpi stremati rimasero uniti per altri venti interminabili secondi. Non era più sesso, era qualcos’altro: un residuo di calore che si spegneva piano, un abbraccio postumo che nessuno dei due aveva il coraggio di sciogliere per primo. Lui lo interpretò come un segno, un’intimità profonda, un legame che andava oltre la carne appena consumata. Gli diede più importanza del necessario, come fanno gli uomini quando credono di aver conquistato qualcosa di definitivo. Chiuse gli occhi, inspirò l’odore di lei – sudore, profumo al gelsomino, seta nera – e pensò che forse, da quel momento, tutto sarebbe cambiato.
Ginevra invece volse lo sguardo verso l’uomo. Per un attimo s’intenerì, un lampo rapido e sincero: ripensò al “tesoro” sussurrato tra un gemito e l’altro, a quella parola che le era scivolata addosso come una carezza inesperta. Un attimo solo. Poi la tenerezza si spense, sostituita dalla lucidità gelida che l’aveva accompagnata fin lì.

Quando lui si staccò, Ginevra si rialzò in fretta, si sistemò la gonna, si passò le dita tra i capelli per ridare loro una parvenza di ordine. Raccolse il giacchino. Lo indossò. “Grazie.” Disse piano, senza guardarlo negli occhi. Non era gratitudine. Era congedo. Fuori, il paese continuava a pettegolare sul lutto prematuro. Dentro, l’orologio segnava le 16:37. E Ginevra sapeva che, da quel momento, ogni sospetto sarebbe caduto nel vuoto. Come il cuore di un marito che non batteva più. E come il desiderio di un medico che, pur avendola penetrata, aveva appena perso, senza saperlo, la partita più importante.

Lei si voltò verso di lui con lo stesso sorriso gentile che aveva riservato al prete durante le condoglianze. Disse: “Abbiamo fatto tardi.” Lui annuì, ancora con il respiro corto, gli occhi appannati. Si rivestì in fretta, aveva ottenuto ciò che voleva: la carne, il calore, l’illusione di possesso. Lei aveva ottenuto ciò che voleva davvero, raccolse il suo ventaglio, lo aprì e lo richiuse con uno scatto secco. L’aria odorava di sesso, di sudore, di limone stantio e di vittoria. E lei, finalmente, uscì con la certezza che non avrebbe mai più messo piede in quella casa. Non era più vergine e nessuno mai avrebbe potuto insinuare che il fortunato non fosse stato il suo ex marito. Il resto era già superfluo. Prese la borsa di vernice nera dal pavimento, quasi con urgenza, come se scottasse. Non si rimise il rossetto, non si guardò allo specchio. Non c’era tempo per le apparenze: il notaio alle cinque in punto avrebbe aperto il testamento… e lei si sarebbe presentata composta e vedova addolorata.

Florio non disse niente, ma forse intuì, in quel silenzio, che qualcosa si era rotto prima ancora di nascere davvero. Ginevra guadagnò la porta senza voltarsi. La aprì piano, la richiuse con la stessa delicatezza con cui aveva chiuso il suo ventaglio. Non si salutarono. Nessuna promessa vuota, solo il clic della serratura che tornava al suo posto, e il rumore dei suoi tacchi che si allontanavano nel corridoio, decisi, regolari, già lontani. Fuori, il paese era immerso in una luce grigia di gennaio, la stessa che aveva accolto il suo lutto sette mesi prima.

Fuori pioveva ancora, una pioggia sottile e insistente che trasformava il viale di magnolie in un nastro nero lucido. Ginevra camminava sotto l’ombrello tenuto dal maggiordomo, attenta a non sporcarsi le scarpe di vernice, come se il fango fosse l’unica cosa al mondo che potesse ancora macchiarla. Salì sul taxi che l’aspettava da quasi 45 minuti oltre il cancello. Si accomodò sul sedile posteriore, chiuse la portiera con delicatezza.

Il taxi si mosse piano sulla ghiaia bagnata, con quel rumore di carta vetrata umida che hanno le ruote quando piove da giorni. Ginevra si appoggiò allo schienale, le mani composte in grembo, la borsa di vernice nera posata di fianco come un cagnolino fedele. Nel minuscolo specchietto rettangolare ravvivò le labbra con il vermiglio, un gesto lento, quasi liturgico. Non era vanità: era firma. L’ultima pennellata su un quadro che ormai considerava concluso.

Guardò fuori dal finestrino. Le magnolie gocciolavano, nere e lucide come se avessero assorbito tutto il lutto del paese. Prese il telefono. Il messaggio a Florio era già scritto da prima. Lo inviò senza rileggerlo: «Grazie per la piacevole giornata. È stato… utile.» Nessun punto interrogativo, nessuna faccina, nessun cuore. Un telegramma da vedova di lusso. Premette invio e spense il telefono. Non voleva risposte. Non quel giorno, e probabilmente mai più.

Durante il tragitto ripensò piacevolmente all’accaduto: non al piacere fisico in sé, quello era stato breve, tecnico, quasi accessorio, ma alla perfezione con cui ogni pezzo era andato al proprio posto. Addirittura pensò che quella non era stata affatto la sua prima volta pensando a quando sarebbe successo davvero e chi fosse stato il fortunato. Un ghigno di soddisfazione le attraversò il viso, rapido e affilato come una lama.

Lui aveva creduto che il sesso fosse stato il premio, il suggello di una passione repressa per mesi. Invece era stato l’oggetto: il pezzo mancante, l’assicurazione sulla vita, quella di lei, contro ogni indagine futura. Ginevra non provava rimorso per il marito: era stato un matrimonio di convenienza, un investimento a breve termine. Non provava tenerezza vera per il medico: era stato uno strumento per la morte di suo marito e per la sua perduta verginità. Nulla di più. Provava invece una soddisfazione profonda, quasi estetica, per la pulizia del piano. Ogni dettaglio era stato calcolato. Ogni rischio eliminato. Ogni testimone neutralizzato. Ora era ricca. Era libera. E soprattutto: era intoccabile.

Sorrise di nuovo, questa volta senza guardarsi allo specchio. Non ne aveva bisogno. Sapeva esattamente che faccia aveva una donna che aveva appena vinto tutto. Dopo l’incontro col notaio, sarebbe partita per una destinazione ignota, non tornando mai più in quel paese. Né dal medico, né dalla tomba del marito, né dalle voci che sarebbero continuate a girare per anni.
Certe storie come la sua, pensò scendendo dal taxi, non finiscono quando la pioggia smette di cadere, in caso si limitano a cambiare vittima.






Questo racconto è opera di pura fantasia.
Nomi, personaggi e luoghi sono frutto
dell’immaginazione dell’autore e
qualsiasi somiglianza con
fatti, scenari e persone è del tutto casuale.

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