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RACCONTO

Adamo Bencivenga
Il nero che non mente
In un gennaio fradicio di
pioggia, la giovane contessa Ginevra trasforma il
suo lutto in un’arma affilata. Con pazienza glaciale
e una verginità custodita come moneta di scambio,
orchestra la morte del marito anziano e, nello
stesso pomeriggio, usa il corpo dell’amante medico
per sigillare l’alibi perfetto...

Pioveva da giorni, una
pioggia che non lavava niente, solo rendeva tutto più
unto, più sporco. Quando attraversò il viale di magnolie
la giovane contessa Ginevra era vestita di nero
assoluto, un nero che assorbiva tutta la poca luce
rimasta nel pomeriggio di un gennaio morente. La donna
camminava attenta, lo sguardo basso, calcolando ogni
passo per non sporcare le belle scarpe nere di vernice.
L’inserviente in livrea le andò incontro di corsa
con un ombrello aperto: “Il dottore la sta aspettando,
signora.” La voce uscì bassa, quasi inghiottita dal
fruscio delle foglie bagnate. Lei salì la scalinata di
marmo lentamente, ogni gradino era un piccolo teatro: il
tacco che batteva, la gonna stretta che si tendeva
appena, il velo del cappello che oscillava come un fumo
leggero.
Dentro la villa era già sera. Luci
basse, ombre lunghe, odore di mobili vecchi e di sigaro
spento da poco tempo. Il dottor Florio la ricevette
nello studio, in piedi dietro la sua scrivania di radica
gialla. Florio, benché fosse già in pensione, era
considerato nella zona un medico illustre, ma
soprattutto era il discendente di un famoso casato
siciliano da cui aveva ereditato quella splendida villa
in stile normanno e sterminati terreni adiacenti dove
crescevano uve come l’Inzolia, con i suoi grappoli
dorati che sapevano di mandorla amara e di zagara sfatta
al sole e il Nerello Mascalese, capriccioso, tardivo,
capace di dare vini che profumavano di viola appassita e
liquirizia.
Ginevra si girò appena per appoggiare
il soprabito sulla poltrona, lui la squadrò lentamente,
senza fretta, partendo dalle caviglie per poi risalire
lentamente seguendo la cucitura della calza nera. “Bel
tailleur… quelle calze ti donano…” Disse. Ma non era un
complimento. Era una semplice constatazione. Lei sorrise
maliziosamente e si sedette. Accavallò le gambe con un
movimento fluido, quasi meccanico, lasciando che il
fruscio della seta diventasse un’eco carico di
seduzione. La gonna risalì di qualche centimetro oltre
il confine del lutto decoroso. Un gesto piccolo. Un’arma
antica.
“Quando è successo?” Chiese lui con gli
occhi che erano già scivolati oltre l’orlo della stoffa
e il bordo più scuro della calza. “Ieri sera. Dopo
cena.” Rispose la donna. Poi silenzio, solo il suono
morbido delle lancette dell’orologio antico appeso alla
parete. “Infarto, dicono.” Aggiunse lei, quasi tra sé,
ma conoscendo benissimo il valore di quella menzogna. Il
medico annuì, ma era un assenso vuoto, come se sapesse,
come se fosse tutto previsto. Entrambi si guardarono
negli occhi, consapevoli di quanto i muri potessero
parlare, tra l’altro fuori il cielo aveva smesso di
piovere, come se avesse deciso di origliare.
Tutti sapevano che i due erano amanti promessi. Tutti
tranne il marito della giovane, naturalmente, ma ormai
il conte era morto. “Pace all’anima sua.” Mormorò il
medico. “Ora pro nobis…” Rispose lei rovistando nella
borsa di vernice nera alla ricerca del suo prezioso
ventaglio di pizzo. Lo aprì con un gesto secco, quasi un
colpo di frusta. L’aria mossa fece tremare il velo del
suo cappello.
Ginevra aveva 21 anni, mentre suo
marito ne aveva settantotto, gli stessi dell’amante.
Quarantasette di differenza, contati con precisione
crudele. Lui l’aveva sposata da vedovo in seconde nozze
nel giugno dell’anno prima nella cattedrale del paese
tra gli sguardi increduli dei paesani. Il medico aveva
fatto da testimone insieme a un cugino acquisito della
sposa, un notaio di provincia. Lei aveva firmato il
registro con la stessa penna con cui, mesi prima, aveva
firmato il contratto prematrimoniale: clausole blindate,
testamento olografo già pronto, tutto al suo posto.
Ginevra si era sposata vergine e durante quel breve
periodo, a causa della malattia di lui, moglie e marito
non avevano mai consumato.
Ma a Ginevra non
gravava affatto quel sigillo di verginità: lo custodiva
senza affanno, come un fiore che attende il sole più
caldo. Sapeva aspettare, paziente e fiduciosa. E nei
suoi sogni, quando la notte si faceva complice, si
materializzavano giovani, belli e prestanti, della sua
età ai quali, in un futuro non troppo lontano, avrebbe
offerto le sue grazie intatte, come un dono prezioso. Fu
in quell’istante che fissò lo sguardo passionale del
medico, che impaziente si alzò, certo che non ci
sarebbero stati altri impedimenti. Lentamente girò
intorno alla scrivania, il parquet scricchiolò sotto le
suole. Si fermò dietro la poltrona di lei, abbastanza
vicino da farle sentire il calore del suo corpo
attraverso la stoffa della giacca, ma non la toccò.
Disse: “Il testamento è chiaro, ti lascia tutto. La
villa, i terreni, i conti… finché sei viva i suoi figli
non potranno pretendere nulla.”
Ginevra tradì il
suo stato d’animo chiudendo il ventaglio di scatto. Il
suono echeggiò nello studio come una porta che si chiude
per sempre. “Tutto?” Chiese, senza voltarsi. “Tutto.”
Enfatizzò lui. Poi una pausa. “Ti ha lasciato tutto,
anche me!” Fuori la pioggia aveva ripreso a cadere,
fitta, insistente, come se il cielo volesse cancellare
ogni traccia di ciò che era stato. Dentro, il silenzio
di lui era denso di promesse non dette, di notti già
immaginate, di un lutto che durava il tempo di un
battito accelerato. Lei alzò il ventaglio chiuso, lo
portò alle labbra rosse come per nascondere, sotto la
veletta, un sorriso o simulare un gesto erotico. Senza
alcun dubbio il nero le donava. E ora che il marito non
c’era più, poteva finalmente indossarlo per sé.
Senza aspettare il consenso della giovane donna, lui le
alzò leggermente la veletta e le loro labbra si unirono
in un bacio complice e mortale. Tra loro non avevano mai
parlato di delitto e di morte. Non era necessario. Il
medico le aveva solo spiegato, una sera di settembre,
mentre le sfiorava segretamente il polso con la punta
delle dita sopra un tavolo del solito caffè fuori dal
paese, quali fossero le sostanze che il corpo umano
metabolizzava in fretta, senza lasciare tracce. “Il
cuore è un organo traditore…” Le aveva detto. “Basta un
piccolo aiuto perché smetta di mentire.” Ginevra aveva
ascoltato. Aveva preso appunti mentali. E aveva scelto
la via più semplice, la più domestica, la più
invisibile.
Come da istruzioni del medico per tre
mesi aveva sostituito le capsule dell’integratore per la
prostata che il marito prendeva ogni sera con altre
identiche, preparate dall’amante. La dose era calcolata
con precisione chirurgica: abbastanza per accumularsi
lentamente nel sangue, non abbastanza per scatenare un
vomito plateale o convulsioni. Solo un progressivo,
inesorabile rallentamento del ritmo cardiaco. Un blocco
ventricolare, un arresto dolce.
Ogni sera lei
gli portava il bicchier d’acqua e le capsule sul vassoio
d’argento. “Prendi le tue medicine, amore, mi
raccomando…” Il conte le sorrideva e lei usciva dalla
stanza. Non dormivano insieme, non lo avevano mai fatto.
Nei giorni successivi lui aveva cominciato a lamentarsi
di una stanchezza strana, di vista annebbiata, di nausea
che attribuiva al fegato. “Sarà l’età.” diceva. E
l’ultima sera, dopo cena, alle ventidue e quarantasette
aveva accusato un dolore al petto. Aveva detto:
“Ginevra, mi sento…” Non finì la frase scivolando in
avanti con la fronte sul tavolo e gli occhi spalancati
in un’espressione quasi sorpresa. Lei aveva aspettato
tre minuti buoni, in piedi dietro di lui.
Aveva
chiamato la domestica, poi i soccorsi piangendo
disperata al telefono. I medici parlarono subito di
infarto miocardico acuto e questo bastava anche perché
in un paesino di settemila anime, con un medico legale
che faceva anche il turno di guardia in ospedale,
nessuno aveva ordinato di fare ricerche più specifiche
di intossicazione da glicosidi cardiaci.
“Vedi
Ginevra, tutto come previsto!” Disse Florio compiaciuto.
Lei con le mani tremanti prese il referto dalla borsa.
Il medico lo lesse e annuì: “Pulito!” Disse, e le sfiorò
la nuca con le labbra. Ginevra aveva imparato la lezione
meglio di quanto il medico si aspettasse. La medicina
non aveva lasciato tracce. Solo un marito in meno. E un
futuro che, finalmente, poteva cominciare a odorare di
libertà.
Tra i due amanti promessi c’era stato
solo un tacito accordo: nulla di nulla prima del
misfatto. Non perché lei si sentisse in colpa, ma
semplicemente per portare a buon fine senza intoppi quel
loro disegno. Infatti i due non avevano mai consumato.
Solo qualche bacio, ma nessun amplesso! Non una sola
notte rubata, non un gemito soffocato tra le pareti
dello studio o in qualche motel anonimo alla periferia
del paese. Niente.
Durante i loro incontri
segreti in quello studio Florio se lo era chiesto a più
riprese, mentre la guardava accavallare le gambe o
giocherellare con il ventaglio. Perché aspettare? Lei
però lo aveva sempre tenuto a distanza manifestandogli
però un interesse che bruciava solo a parole: sussurri
roventi al telefono, lettere che trasudavano di passione
e ardenti promesse sussurrate. Eppure, quando lui
allungava la mano, sempre con la stessa studiata
lentezza, come se temesse di spezzare qualcosa di
fragile, lei si ritraeva quel tanto che bastava a
scoraggiarlo: “Caro, non sai quanto vorrei cedere alle
tue lusinghe, ma ti prego non ora!” Diceva. E lui si
fermava. Non perché fosse debole. Ma perché capiva che
lei stava giocando una partita più lunga, più crudele.
Il desiderio non era il premio. Il desiderio era l’arma.
Si vedevano con regolarità ossessiva. Sempre nello
stesso studio, sempre alla stessa ora del tardo
pomeriggio, quando il paese si svuotava verso la cena.
Stessa modalità: lei entrava senza bussare, posava la
borsa sul divanetto di pelle, si sedeva sulla poltrona
di fronte alla scrivania, accavallava le gambe, lasciava
che la gonna risalisse quel tanto che bastava per
mantenere carica quella tensione. Lui rimaneva in piedi,
o si sedeva sul bordo della scrivania, o faceva il giro
lento come un predatore che sa di avere tempo. Parlavano
di tutto e di niente: del testamento, del decorso di
quel veleno, delle voci che correvano in paese, del nero
che le donava tanto. Mai del dopo.
E quei
sussurri bollenti si erano risolti, fino a quel momento,
in abbracci casti che duravano un secondo di troppo, in
teneri sorrisi che nascondevano fame, in troppe, troppe
parole. Solo una volta, lei aveva ceduto alle sue mani,
lasciandosi accarezzare i fianchi durante un bacio, ma
era stato un contatto leggero, quasi accidentale, il
sapore di rossetto al ribes e di sigaretta spenta da
poco. Un solo attimo che lui ricordava ancora con
ostinazione infantile, come se ripensarlo avesse potuto
trasformarlo in qualcosa di vero e di più carnale. Ma
per lei era stato solo un incidente di percorso, un
errore di traiettoria, una virgola sbagliata in una
frase che non voleva finire. Lui invece ricordava ogni
dettaglio di quel momento: ricordava persino l’ora
esatta: le 17:42 di un martedì di ottobre, mentre fuori
il paese si preparava alla processione di San Luca.
Ora però il destino aveva fatto il suo corso e
Ginevra era consapevole di aver ucciso un uomo con la
stessa precisione con cui per mesi aveva frenato la
passione del suo amante. Lentamente. Senza lasciare
tracce. Senza fretta in entrambi i casi. Fuori, la
pioggia continuava a cadere, paziente come lei. Dentro,
l’aria tra loro si era fatta elettrica, densa,
irrespirabile. Eppure restavano fermi, a un soffio l’uno
dall’altra, separati solo da parole, da silenzi, da un
nero vestito di seta che prometteva tutto e non dava
niente.
Proprio in quel momento il maggiordomo
entrò senza bussare, come se lei stessa lo avesse
mandato a interrompere il silenzio prima che diventasse
pericoloso. Portava un vassoio fiammingo d’argento
antico, annerito dal tempo: due tazze di succo di limone
e arancia mescolati e una manciata di pasticcini
all’uvetta, pallidi come ostie dimenticate.
Ginevra notò i guanti bianchi immacolati del
maggiordomo, tesi sulla pelle come una seconda
epidermide. Un dettaglio da film in bianco e nero,
pensò, mentre lui posava il vassoio con la delicatezza
di chi maneggia reliquie. Il medico invece non staccò
gli occhi dal vestito a lutto di lei: la seta nera che
le modellava il collo, le spalle, il seno, come se il
dolore avesse deciso di vestirsi da tentazione. Lei
scostò leggermente la veletta dal viso e portò la tazza
alle labbra. Bevve il succo a piccoli sorsi, lasciando
che l’acidità le pizzicasse la lingua. Poi posò la
tazza. Il rossetto aveva lasciato una mezzaluna
scarlatta sul bordo di porcellana.
Solo a quel
punto lui notò il colore del nuovo rossetto: un
vermiglio acceso, quasi indecente, che contrastava con
il pallore della pelle e il nero del velo. Si chiese se
fosse lecito, in quella circostanza, portare sulle
labbra un colore così sfacciato, così vivo che sapeva di
peccato, mentre il marito giaceva ancora nella camera
ardente con le mani giunte e il rosario intrecciato alle
dita. La guardò intensamente, senza rimprovero. Nei
suoi occhi bollenti albergava solo fame, mentre quelli
di lei, di un freddo celeste normanno, tenevano lo
sguardo del suo amante. Non batté ciglio. Non sorrise.
Solo quello sguardo che sapeva di attesa e non di
passione immediata. Comunque entrambi si voltarono
contemporaneamente a fissare l’orologio a parete.
Mancava poco meno di un’ora all’appuntamento col notaio,
ossia all’apertura ufficiale del testamento, alla
lettura ad alta voce delle ultime volontà del defunto.
Quando il maggiordomo guadagnò l’uscita, con
l’andatura claudicante rimasero di nuovo e il silenzio
tornò, più pesante di prima. Passata quell’ora, forse,
non ci sarebbe stato più bisogno di aspettare. Lei
riprese il referto medico e lo ripose nella sua borsa
lasciandosi sfuggire un sospiro evidente, quasi
teatrale. Tra un’ora si sarebbe recata nello studio del
notaio e alla presenza dei figli del suo ex marito
sarebbe diventata ufficialmente la donna più ricca del
paese.
I suoi occhi tradirono una soddisfazione
così radiosa che non si accorsero dell’espressione
perplessa dell’amante. Era impossibile, per lui, non
pensare alla casualità degli eventi: un cuore che cede
proprio quando serve, un testamento che cade a fagiolo,
una vedova che diventa padrona di tutto in sette mesi
esatti. Troppa fortuna. Tutto troppo semplice. Si
chiese, senza mostrare i suoi timori alla bella amante,
se quella perfezione fosse essa stessa un movente.
Poi tornò alla scrivania e le sue mani calde si
posarono di nuovo sulle spalle di Ginevra. Lei non si
mosse. Non passarono che attimi e lui vide chiaramente
il collo della sua amante imperlarsi di piccole gocce di
sudore, perle trasparenti che rotolavano lente verso la
clavicola. Lei senza guardarlo si tolse il giacchino
nero. Rimase con tutto il suo splendore di vedova con la
camicetta di seta nera, aderente, trasparente quanto
bastava per far intravedere la pelle chiara, lattea,
segno che la bella stagione era ancora lontana e che lei
non si era mai esposta al sole per nessuno. Lui notò
ogni dettaglio: la curva delicata della spalla, il
piccolo neo sotto la scapola destra, il modo in cui il
respiro le sollevava appena il petto e lasciava
intravedere i suoi capezzoli turgidi.
Ora però lo
scenario era cambiato, quasi capovolto, il marito era
morto per cui la preoccupazione della giovane e bella
Ginevra non era più che il marito potesse interrompere
quel suo disegno criminale, ma che i figli di primo
letto potessero impugnare il testamento. Del resto il
notaio, suo cugino, era stato chiaro: quel matrimonio ai
sensi dell’art 3 della Legge n. 898 del 1970 era da
considerarsi nullo nel caso in cui non fosse stato
consumato.
Fu a quel punto che decise di
apprezzare quella leggera pressione delle mani, quel
calore che le scendeva lungo la schiena come una
promessa di protezione. Passarono altri minuti troppo
velocemente e l’ora dell’apertura del testamento era
troppo vicina quando Ginevra con il solo sguardo gli
diede il consenso. Florio la guardò incredulo, del resto
ignorava la clausola, pensando a sproposito che la morte
del conte avesse finalmente liberato la sua amata da
fastidiosi pregiudizi. Senza farsi più domande chiuse la
porta a chiave mentre lei si adagiò sul divano in
penombra, consapevole del sacrificio che stava per
compiere.
Le si dimostrò subito disponibile e lui
si dimostrò maschio sin dall’inizio: movimenti decisi,
mani che sapevano dove andare, un’urgenza repressa da
mesi che esplodeva senza preavviso. Lei nonostante
l’inesperienza divenne femmina dopo i preliminari, che
durarono esattamente il tempo necessario a far scendere
la lampo del vestito nero. Poi la penetrò a più riprese,
assumendo la postura naturale tra maschio e femmina: lei
sotto di lui, le gambe aperte quel tanto che bastava per
accoglierlo senza resistenza, le mani aggrappate alle
sue spalle come per tenersi in equilibrio su un
precipizio. Lei sembrò gradire, agevolando per quanto
possibile la tecnica utilizzata e soprattutto l’impeto
del maschio: inarcava la schiena al momento giusto,
stringeva i muscoli interni con precisione studiata,
emetteva gemiti calibrati che salivano di volume quanto
serviva a convincerlo della sua resa.
Ma durante
quell’amplesso Ginevra non perse mai di vista
l’obiettivo finale che ovviamente non era il piacere
sessuale, ma tutt’altro. Grazie all’amante aveva
ottenuto la dipartita del suo povero marito e grazie
ancora a quell’amante nessuna clausola avrebbe più messo
in discussione il suo progetto. Non era il piacere. Non
era l’amore. Ciò che voleva in quel momento era la prova
definitiva, l’alibi perfetto, il dettaglio che avrebbe
reso tutto irreversibile: eh già lei non era più
vergine!
Tutto durò sette minuti. Un amplesso
rapido, tecnico, quasi clinico. Eppure, mentre lui
ansimava dentro di lei, Ginevra non aveva sentito nulla
e si chiese se tutto fosse andato nel verso giusto.
“Davvero non era più vergine?” Non aveva subito alcun
trauma della prima volta e soprattutto niente piacere.
Nella penombra di quella stanza si guardò tra le gambe e
non vide nulla, neanche quel minimo rossore decantato
dai poeti.
Guardo l’orologio a parete, ormai
mancava poco più di mezzora all’incontro col notaio.
Allora non perse tempo, reclamò ancora il suo amante
cambiando posizione: ora lei sopra, cavalcandolo con
movimenti lenti e poi sempre più rapidi. Durante quel
secondo amplesso lei si chiese a più riprese, con un
recitato imbarazzo da collegiale tardiva, se anche altre
parti del suo corpo sarebbero state oggetto di
un’eventuale visita legale. E fingendo pudore ruotò i
suoi fianchi per fargli capire che sì, era disposta a
tutto…
Si mise allora a quattro zampe sul divano,
la gonna nera ancora arrotolata intorno ai fianchi, le
calze velate che le segnavano le cosce. Pur rendendosi
conto che la posizione non era consona, non adatta a una
signora, soprattutto una vedova fresca di lutto, cercò
di favorire l’appetito del maschio, spingendo indietro i
fianchi, offrendo la curva del sedere con una lentezza
provocatoria, insomma un plateale invito a una
consumazione insolita. Lui sbalordito e ansimante, la
guardò ancora in preda al languore. Le sfiorò la schiena
con le dita, esitò, ma perso nell’oblio assoluto
assaggiò il sapore dell’ineluttabilità e con respiri
spezzati e le mani tremanti strinse i suoi fianchi più
forte. Per due volte le chiese “Tesoro, sei sicura?” Una
volta prima di entrare, l’altra quando sentì la sua
carne cedere, e un «ti adoro» di passaggio nel bel mezzo
dell’unione, quasi involontario, sfuggito mentre le
baciava il collo sudato e spingeva, spingeva dentro quel
paradiso.
Lei non disse nulla, sorrise gemendo,
un sorriso che lui non vide, perso nel ritmo, nella
carne, nell’illusione di averla conquistata. Si
baciarono ardentemente solo poco prima della fine della
seconda unione: lingue che si cercavano con fame vera da
parte sua, calcolata da parte di lei. Poi lui preferì
chiudere gli occhi e concentrarsi per l’atto finale, che
si concluse con un’esplosione fragorosa, un ruggito
soffocato contro la sua spalla, il corpo che tremava
come se avesse scaricato mesi di attesa repressa in quei
pochi minuti. Ginevra, sorpresa da quella novità e per
questo motivo non del tutto sazia, rimase lucida,
fredda, distante. Ma il tempo ormai non bastava più.
L’orologio sulla parete segnava già le 16:35.
I
due corpi stremati rimasero uniti per altri venti
interminabili secondi. Non era più sesso, era
qualcos’altro: un residuo di calore che si spegneva
piano, un abbraccio postumo che nessuno dei due aveva il
coraggio di sciogliere per primo. Lui lo interpretò come
un segno, un’intimità profonda, un legame che andava
oltre la carne appena consumata. Gli diede più
importanza del necessario, come fanno gli uomini quando
credono di aver conquistato qualcosa di definitivo.
Chiuse gli occhi, inspirò l’odore di lei – sudore,
profumo al gelsomino, seta nera – e pensò che forse, da
quel momento, tutto sarebbe cambiato. Ginevra invece
volse lo sguardo verso l’uomo. Per un attimo s’intenerì,
un lampo rapido e sincero: ripensò al “tesoro”
sussurrato tra un gemito e l’altro, a quella parola che
le era scivolata addosso come una carezza inesperta. Un
attimo solo. Poi la tenerezza si spense, sostituita
dalla lucidità gelida che l’aveva accompagnata fin lì.
Quando lui si staccò, Ginevra si rialzò in fretta,
si sistemò la gonna, si passò le dita tra i capelli per
ridare loro una parvenza di ordine. Raccolse il
giacchino. Lo indossò. “Grazie.” Disse piano, senza
guardarlo negli occhi. Non era gratitudine. Era congedo.
Fuori, il paese continuava a pettegolare sul lutto
prematuro. Dentro, l’orologio segnava le 16:37. E
Ginevra sapeva che, da quel momento, ogni sospetto
sarebbe caduto nel vuoto. Come il cuore di un marito che
non batteva più. E come il desiderio di un medico che,
pur avendola penetrata, aveva appena perso, senza
saperlo, la partita più importante.
Lei si voltò
verso di lui con lo stesso sorriso gentile che aveva
riservato al prete durante le condoglianze. Disse:
“Abbiamo fatto tardi.” Lui annuì, ancora con il respiro
corto, gli occhi appannati. Si rivestì in fretta, aveva
ottenuto ciò che voleva: la carne, il calore,
l’illusione di possesso. Lei aveva ottenuto ciò che
voleva davvero, raccolse il suo ventaglio, lo aprì e lo
richiuse con uno scatto secco. L’aria odorava di sesso,
di sudore, di limone stantio e di vittoria. E lei,
finalmente, uscì con la certezza che non avrebbe mai più
messo piede in quella casa. Non era più vergine e
nessuno mai avrebbe potuto insinuare che il fortunato
non fosse stato il suo ex marito. Il resto era già
superfluo. Prese la borsa di vernice nera dal pavimento,
quasi con urgenza, come se scottasse. Non si rimise il
rossetto, non si guardò allo specchio. Non c’era tempo
per le apparenze: il notaio alle cinque in punto avrebbe
aperto il testamento… e lei si sarebbe presentata
composta e vedova addolorata.
Florio non disse
niente, ma forse intuì, in quel silenzio, che qualcosa
si era rotto prima ancora di nascere davvero. Ginevra
guadagnò la porta senza voltarsi. La aprì piano, la
richiuse con la stessa delicatezza con cui aveva chiuso
il suo ventaglio. Non si salutarono. Nessuna promessa
vuota, solo il clic della serratura che tornava al suo
posto, e il rumore dei suoi tacchi che si allontanavano
nel corridoio, decisi, regolari, già lontani. Fuori, il
paese era immerso in una luce grigia di gennaio, la
stessa che aveva accolto il suo lutto sette mesi prima.
Fuori pioveva ancora, una pioggia sottile e
insistente che trasformava il viale di magnolie in un
nastro nero lucido. Ginevra camminava sotto l’ombrello
tenuto dal maggiordomo, attenta a non sporcarsi le
scarpe di vernice, come se il fango fosse l’unica cosa
al mondo che potesse ancora macchiarla. Salì sul taxi
che l’aspettava da quasi 45 minuti oltre il cancello. Si
accomodò sul sedile posteriore, chiuse la portiera con
delicatezza.
Il taxi si mosse piano sulla ghiaia
bagnata, con quel rumore di carta vetrata umida che
hanno le ruote quando piove da giorni. Ginevra si
appoggiò allo schienale, le mani composte in grembo, la
borsa di vernice nera posata di fianco come un cagnolino
fedele. Nel minuscolo specchietto rettangolare ravvivò
le labbra con il vermiglio, un gesto lento, quasi
liturgico. Non era vanità: era firma. L’ultima
pennellata su un quadro che ormai considerava concluso.
Guardò fuori dal finestrino. Le magnolie
gocciolavano, nere e lucide come se avessero assorbito
tutto il lutto del paese. Prese il telefono. Il
messaggio a Florio era già scritto da prima. Lo inviò
senza rileggerlo: «Grazie per la piacevole giornata. È
stato… utile.» Nessun punto interrogativo, nessuna
faccina, nessun cuore. Un telegramma da vedova di lusso.
Premette invio e spense il telefono. Non voleva
risposte. Non quel giorno, e probabilmente mai più.
Durante il tragitto ripensò piacevolmente
all’accaduto: non al piacere fisico in sé, quello era
stato breve, tecnico, quasi accessorio, ma alla
perfezione con cui ogni pezzo era andato al proprio
posto. Addirittura pensò che quella non era stata
affatto la sua prima volta pensando a quando sarebbe
successo davvero e chi fosse stato il fortunato. Un
ghigno di soddisfazione le attraversò il viso, rapido e
affilato come una lama.
Lui aveva creduto che il
sesso fosse stato il premio, il suggello di una passione
repressa per mesi. Invece era stato l’oggetto: il pezzo
mancante, l’assicurazione sulla vita, quella di lei,
contro ogni indagine futura. Ginevra non provava rimorso
per il marito: era stato un matrimonio di convenienza,
un investimento a breve termine. Non provava tenerezza
vera per il medico: era stato uno strumento per la morte
di suo marito e per la sua perduta verginità. Nulla di
più. Provava invece una soddisfazione profonda, quasi
estetica, per la pulizia del piano. Ogni dettaglio era
stato calcolato. Ogni rischio eliminato. Ogni testimone
neutralizzato. Ora era ricca. Era libera. E soprattutto:
era intoccabile.
Sorrise di nuovo, questa volta
senza guardarsi allo specchio. Non ne aveva bisogno.
Sapeva esattamente che faccia aveva una donna che aveva
appena vinto tutto. Dopo l’incontro col notaio, sarebbe
partita per una destinazione ignota, non tornando mai
più in quel paese. Né dal medico, né dalla tomba del
marito, né dalle voci che sarebbero continuate a girare
per anni. Certe storie come la sua, pensò scendendo
dal taxi, non finiscono quando la pioggia smette di
cadere, in caso si limitano a cambiare vittima.
|
Questo racconto è opera di pura
fantasia. Nomi, personaggi e luoghi sono frutto
dell’immaginazione dell’autore e qualsiasi
somiglianza con fatti, scenari e persone è del
tutto casuale.
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TUTTI I
RACCONTI DI ADAMO BENCIVENGA
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