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RACCONTO

Adamo Bencivenga
GISELLA
"Io sono Marisa, anzi la
madre di Gisella, e nessuno può capire cosa
significhi crescere una figlia da sola e vedere in
lei l’unica possibilità di riscatto da una vita di
miseria..."

Io sono Marisa, anzi la
madre di Gisella, e nessuno può capire cosa significhi
crescere una figlia da sola e vedere in lei l’unica
possibilità di riscatto da una vita di miseria. Ho le
mani segnate da tante cuciture infinite e gli occhi che
portano il peso dell’oscurità della casa accanto alla
finestra. La casa dove vivevamo era un buco umido in un
vicolo dimenticato di Trastevere, a Roma, in questa
città che divora e non perdona chi nasce senza niente.
Ho imparato a mie spese: un marito che se ne era
andato, dopo anni di corna e poi sparito senza neanche
un biglietto di saluti, una giovinezza sprecata a cucire
per quattro soldi in una casa che puzzava di sogni
infranti come piatti caduti dopo una lite furiosa.
Da ragazza avrei voluto studiare, diventare maestra, i
miei erano benestanti, ma poi per quell’insulso
sentimento che chiamano amore ho lasciato che la vita mi
travolgesse e alla fine sono diventata solo una madre
single e una donna invisibile. Ma Gisella no, mia figlia
era diversa. Gisella era il mio miracolo. Mai avrei
sperato di concepire una figlia così bella tanto che mi
chiedevo a volte se davvero fosse uscita dalla mia
pancia.
Nacque in una notte di tempesta con i
capelli e gli occhi neri come la notte romana. Era
bella, di una bellezza che non era solo pelle, seno
generoso e gambe dritte. Gisella era magnetica,
pericolosa, così bella che gli occhi degli uomini si
inchiodavano su di lei fin da quando era ancora era
un’adolescente. Più la guardavo con orgoglio di madre e
più pensavo che lei sarebbe stata la mia via d’uscita,
la chiave per aprire le porte che a me erano sempre
state sbattute in faccia. Lei non doveva finire come me,
no, costava quel che costava! La immaginavo avvolta
in abiti di seta, accompagnata da uomini ricchi, magari
avvocati con lo studio in via Condotti, o imprenditori
che sorseggiavano un espresso nei caffè eleganti di
Piazza di Spagna, dove il sole filtrava tra le palme e
illuminava volti che non conoscevano mai la fame.
“Non finirà come me!” Mi ripetevo come un mantra, mentre
lavavo i piatti o stiravo camicie per signori. Alle
volte, mentre lei dormiva, mi fermavo a guardarla
attraverso la porta socchiusa con la sua pelle liscia
come porcellana e i capelli sparsi sul cuscino. La
vedevo come il mio riscatto, la mia rivincita, un pugno
alla mia vita di sacrifici, a mio marito fuggito, alla
mia giovinezza svanita in un lampo!
Ma mentre la
guardavo di nascosto sentivo un nodo alla gola, un
terrore che mi stringeva il cuore come una morsa
d’acciaio. Ed era in quei momenti che mi saliva la paura
che Gisella si ribellasse a me, alle mie attenzioni
troppo assillanti, a un futuro che soltanto io vedevo.
Tremavo al pensiero che la sua bellezza si trasformasse
in una trappola e che il suo cuore la inghiottisse e la
trasformasse scegliendo l’amore, quello che non compra
niente, che non apre porte, che non cancella la muffa di
queste pareti. Tremavo al pensiero quando la vedevo
parlare e sorridere con i suoi amici di quartiere, il
meccanico, il barista o il figlio del portiere. Tremavo
pensando che cedesse al sentimento senza ragione come
era successo a me, perché l’amore è un lusso che non ti
puoi permettere quando hai fame, quando sai che domani
potresti non pagare l’affitto.
Quando Gisella era
ancora una bambina, già lo sapevo: il suo viso, il suo
corpo, erano un dono di Dio, un vero miracolo mandato
dal Cielo. Non solo per lei, ma anche per me, per noi,
per questa casa senza un uomo. La guardavo crescere e
pensavo: “Gisella sarà la mia redenzione!” Il
matrimonio? Sciocchezze. L’amore era una trappola per
gli sciocchi e gli uomini ricchi non volevano mogli, ma
specchi che riflettevano la loro grandezza, volevano
donne che li facessero sognare, che li facessero sentire
potenti e invincibili, come se il mondo girasse solo
attorno a loro.
E Gisella, con quei suoi occhi
grandi e profondi come pozzi neri, con quel sorriso che
nascondeva una fame antica, poteva farli sbavare. Io lo
sapevo! Lei non era fatta di carne, ma di oppio per
stordire ed illudere. Era potere! Potere femminile,
quello vero, quello che non si compra con i soldi né si
conquista con le parole. È il potere di una donna che
entra in una stanza e l’aria cambia, quando un uomo la
guarda e per un istante dimentica il suo nome, dimentica
la moglie, il lavoro, i figli, tutto. Dimentica sé
stesso! E lei diventa il suo sogno, la sua debolezza, la
sua ossessione. E in quel momento può chiedergli il
mondo: un appartamento in centro, un conto in banca, una
vita lontana dai debiti e dalle macchine da cucire. Non
perché lui l’amasse, l’amore è effimero, si consuma come
un fiammifero, ma perché lei lo avrebbe fatto sentire
grande, desiderato, unico. Per quello avrebbe pagato
qualsiasi prezzo e la donna sarebbe diventata un’arma
letale, quando abbassa le ciglia, quando cammina, quando
ancheggia sui tacchi, è un invito che non ha bisogno di
parole.
Io l’avevo cresciuta per questo. Le avevo
insegnato a tenere lo sguardo un secondo di troppo, a
camminare mostrando bene le sue forme, a fumare
schiudendo leggermente le labbra rosse, a lasciare che
l’immaginazione facesse il resto. Perché gli uomini
erano deboli davanti alla carne, davanti alla bellezza.
Gisella poteva averli in pugno, poteva prendere ciò che
voleva e andarsene lasciandoli a rimpiangere ciò che
avevano perso. Questo era il vero amore, per una come
noi! Era l’amore per noi stesse: non il sentimento
sdolcinato delle canzoni, ma l’illusione di poter
riscrivere il destino. Di trasformare la fame in oro, la
miseria in lusso, la sconfitta in vittoria.
Io
non avevo avuto questa forza da giovane, o forse non ero
stata capace ad usarla, scioccamente mi ero innamorata
lasciando che un uomo scrivesse il mio destino. Ma lei
sì. Lei poteva tutto. La sua bellezza avrebbe aperto
qualsiasi camera da letto. E io vegliavo su di lei
perché non la sprecasse per un ragazzo qualunque che le
offriva solo baci sotto la pioggia. E quando lo faceva,
Roma tremava. Perché una donna che sa di essere
desiderata, che è consapevole del proprio tesoro che
stringe tra le gambe... quella donna vince sempre!
All’inizio non è stato facile. Quando non aveva
ancora compiuto sedici anni, le confezionavo io stessa i
vestiti appariscenti: gonne corte che sfioravano appena
le cosce, top attillati che lasciavano intravedere la
pelle liscia dell’ombelico, scollature che sfidavano il
freddo romano dell’inverno. Cucivo di notte, con la luce
fioca della lampada da tavolo, usando stoffe comprate a
Porta Portese. “Metti questa! Provala, fammi vedere come
ti sta.” Le dicevo, porgendole una minigonna rossa con
uno spacco che saliva troppo in alto. “Fai vedere le
gambe, tesoro. Le gambe sono la tua forza.” Le
consigliavo di abbondare nel trucco, il rossetto rosso
acceso che le faceva sembrare le labbra più carnose, più
invitanti, ciglia finte che allungavano lo sguardo fino
a renderlo magnetico. “Non aver paura di esagerare.” Le
ordinavo di mettere le scarpe col tacco alto, anche se
le facevano male i piedi, ma io le dicevo: “Sopporta. Il
dolore è il prezzo della bellezza. E la bellezza apre
tutte le porte!”
La guardavo uscire così, una
ragazzina di quindici anni vestita da donna, e lei mi
ripagava con una sicurezza che non era sua, che le
insegnavo io, giorno dopo giorno, correggendo la postura
e sussurrandole di non abbassare mai lo sguardo per
prima, facendole ripetere il passo lento davanti allo
specchio fino a quando non diventava automatico,
naturale, letale! Spalle indietro, mento alto,
un’andatura lenta che faceva voltare le teste. Gli
uomini si fermavano. La fissavano. E io, dalla finestra
al primo piano, sentivo un brivido di trionfo misto a
qualcosa di oscuro, come una fitta al petto: la
soddisfazione di averla modellata io, di averla resa
oggetto di desiderio altrui e insieme il terrore sordo
che quel desiderio altrui, una volta acceso, potesse un
giorno portarmela via, trasformando il mio capolavoro in
un’arma che si sarebbe rivoltata contro di me.
Fu facile, sì. Perché a quell’età Gisella non capiva
ancora del tutto. Credeva fosse un gioco, un modo per
sentirsi grande, per essere notata. Io la spingevo
fuori, le dicevo: “Vai, fatti vedere!” E lei obbediva
con un sorriso timido, ignara che ogni sguardo era una
moneta nel salvadanaio del suo futuro. Io lo sapevo!
Stavo forgiando un’arma. Non un corpo da esibire per
vanità, ma un’esca perfetta per attirare chi poteva
cambiarci la vita. Gli sguardi erano i primi soldi, i
complimenti i primi interessi, i regali i primi
dividendi. Ma dentro di me, mentre la vedevo
allontanarsi con quelle gonne troppo corte e quei tacchi
che la facevano vacillare, sentivo di nuovo quel tarlo.
Presto lei capì e allora il facile divenne duro. Perché
il potere che le davo non era gratis: richiedeva di non
innamorarsi, di non abbassare mai la guardia. Di essere
cinica e a volte crudele. Eppure, non potevo fermarmi.
Quelle gonne, quel trucco, quei tacchi erano il mio
investimento. Il mio modo di riscrivere la mia storia.
Perché se Gisella avesse imparato a usarli bene, sarebbe
stata lei a divorare Roma.
******
Fu
in quel periodo, quando Gisella frequentava la scuola
d’arte, una di quelle piccole accademie private vicino a
San Lorenzo, che tutto prese una piega più decisa. Per
la sua bellezza le chiesero di posare per ritratti di
nudo, ma lei accettò solo come modella vestita. Non
voleva spogliarsi, si vergognava da morire. Arrossiva
fino alle orecchie: “Mamma, non ce la faccio!” Mi disse
una sera con quella voce sottile, quasi un sussurro. E
io la spingevo, la convincevo con parole che suonavano
come carezze, ma erano ordini. “Togliti i vestiti,
Gisella. Mostra quello che hai. Non è vergogna, è
autostima. Devi essere sicura del tuo corpo, devi
possederlo. Gli uomini pagano per vedere quello che tu
hai gratis, capisci? È potere, non peccato.”
Le
parlavo guardandola dritto negli occhi, e lei lentamente
si convinse, perché ero io a dirglielo, perché ero la
madre, perché in fondo desiderava farmi felice. Quei
quadri non valevano nulla, ma gli occhi di quegli
uomini, quando la vedevano nuda sopra quelle tele...
quelli sì che valevano oro. Era fame, pura fame. E io lo
sapevo: era solo l’inizio. Un modo per farla notare, per
far circolare il suo nome.
A sedici anni con il
seno cresciuto e le forme giù da donna, gli uomini
iniziarono a girarle intorno come mosche sul miele:
qualche fotografo, galleristi, artisti di vario genere.
Ovviamente non era la platea che desideravo. Nessuno che
poteva portarci via da quella miseria. Poi arrivò
Stefano. Proprietario di una catena di ristoranti di
lusso, tre o quattro locali sparsi tra il centro e
l’Eur. Sui quarant’anni, bell’uomo, capelli brizzolati,
sorriso da uno che sapeva di avere il mondo in tasca.
Sposato, sì, con una moglie che non si vedeva mai, ma
che importava?
La notò una sera, mentre Gisella
passava davanti al suo locale a Trastevere. Dopo averci
scambiato qualche parola e dopo aver visto un suo
ritratto, qualche settimana dopo, la invitò a cena nel
suo ristorante. Da quel giorno iniziò a farle una corte
spietata: fiori a domicilio, messaggi sul telefono che
lei mi mostrava arrossendo, e inviti a cena “solo per
parlare di arte”. Gisella, pur avendo soggezione di
quell’uomo “troppo adulto” accettava. Quando tornava a
casa, i suoi occhi brillavano e mi raccontava con
entusiasmo del pesce crudo, del vino francese, delle
luci che si riflettevano sul Tevere e di un bacio
appassionato sotto la luna rossa romana. Io ero
contenta, la spingevo ad accettare altri inviti, ma lei
da un giorno all’altro non ne volle più sapere. Le
chiesi spiegazioni e lei una sera con la voce rotta,
quasi piangendo mi disse: “Mamma, è sposato!” Come se
quella fede al dito fosse un muro invalicabile!
Avrei voluto scuoterla, dirle chiaro e tondo: “E allora?
È solo un dettaglio, Gisella. La fede si toglie, le
mogli si mettono da parte quando serve. Stefano è ricco,
conosce la gente giusta, imprenditori, gente che può
aprirti porte che io non vedo nemmeno da lontano.
Accetta la corte, e prendi quello che ti dà e tu offri
quello che hai. Devi pensare al tuo futuro, ma non
quello delle favole, quello di un conto in banca vero e
un appartamento senza muffa.” Ma non potevo ancora
dirglielo così, crudo, diretto. Era ancora
un’adolescente romantica, con i sogni nel cassetto:
l’amore vero, il principe azzurro, le passeggiate mano
nella mano sul Lungotevere. La guardavo e sentivo una
rabbia sorda mista a tenerezza. “Un giorno capirai…”
Pensavo. “Un giorno vedrai che l’amore vero è un lusso
per chi non ha mai freddo. Per noi, l’amore è solo uno
strumento. Non è una poesia, non è un film con la musica
che sale piano piano: è solo una moneta di scambio per
strappare un pezzo di potere in un mondo che non te ne
concede gratis.”
Pensavo a me stessa alla sua
età, con gli stessi sogni idioti, fragile e convinta che
l’amore fosse una cosa pulita: un bacio sotto la luna,
una carezza sotto la pioggia. E invece no. L’amore vero
è sporco, è quell’odore acre di nettare che cola dalle
cosce dopo che il maschio ha fatto il suo comodo, sono
le gambe che si allargano per invitarlo dentro, è
sentirsi preda, femmina in calore che si arrende al
ritmo animale, al bisogno primordiale di essere
riempita, dominata, usata.
Non c’è poesia lì
dentro: c’è carne che sbatte contro carne, gemiti che
escono storti, unghie che graffiano la schiena per
marcare il territorio, un odore di sesso che resta sulle
lenzuola e sulla pelle per ore. È l’istinto che prende
il sopravvento, il cervello che spegne le luci e lascia
fare al sangue che pompa, al maschio che entra, e preme
quel vuoto di carne illudendosi di riempire anche il
cuore.
******
Per il momento la lasciai
fare, ma dentro di me contavo i giorni. Presto avrebbe
dovuto scegliere: il sogno da ragazzina o la salvezza
che le costruivo mattone dopo mattone. E io ero lì, a
spingerla, a farle capire l’importanza del suo corpo, di
quella bellezza che non andava sprecata, o peggio
buttata via. Certo sì, sognavo per lei una vita diversa
dalla mia, sicura che prima o poi sarebbe arrivato
l’uomo giusto, il giro giusto con macchine
decappottabili e suite da sogno, ma invece del principe
azzurro arrivò quel Tullio, quell’autista con la faccia
da furbo, le mani callose e un profumo nauseante da
supermercato. Lo odiai dal primo momento.
Gisella lo incontrò in una di quelle sere d’estate
romana, afosa e appiccicosa, con l’aria che puzzava dei
rifiuti marci, accumulati nei vicoli di Trastevere.
Stava tornando dalla scuola d’arte, con la cartella
piena di schizzi a carboncino. Tullio era lì, appoggiato
a una Mercedes nera lucida, con gli occhiali da sole
anche se il sole era già tramontato, fumando una
sigaretta con aria da padrone del mondo. Faceva
l’autista per un politico, un certo Saverio, un nome che
a Roma girava sottovoce, legato a partiti minori,
appalti dubbi e giri della malavita che si intrecciavano
con la politica come edera velenosa sui palazzi antichi.
Saverio era un uomo sui cinquanta, sposato con una donna
di buona famiglia che lo copriva di alibi, ma era un
poco di buono: frequentava i locali notturni di Via
Veneto, gioco d’azzardo in case private all’Eur, ed
aveva le mani in pasta con tipi che non si presentavano
mai con il cognome.
Tullio, il suo autista, era
il suo braccio destro, un ragazzo di venticinque anni,
bello in modo rude, con i capelli neri pettinati
all’indietro e un tatuaggio sbiadito sul collo che
parlava di un passato di periferia. Quella sera lui le
aveva sorriso mentre lei attraversava la strada, e bastò
quel sorriso per farle battere il cuore. “Ehi, bella, ti
serve un passaggio? Roma è pericolosa di notte…” Le
disse con quella voce bassa, romana verace, che la fece
arrossire. Si incontrarono altre volte e non tanto per
caso, lui la seguiva e lei a poco a poco accettò la sua
compagnia finendo per innamorarsi pazzamente di lui.
Gisella aveva appena compiuto diciassette anni, con
la testa piena di sogni dopo qualche settimana parlava
già di una villetta, di un matrimonio, come se la
felicità fosse una casetta con le tendine bianche. Dio
com’era ingenua! Tullio non aveva niente da offrirle, a
parte le bugie, ma lei cadde subito nella sua trappola.
Provai a dirglielo, ma Gisella, testarda, si innamorò.
L’amore! Che parola ridicola. L’amore non paga
l’affitto, non mette un piatto in tavola ed io volevo di
più per lei, molto di più.
Capii subito di che
pasta fosse fatto Tullio, ma lei non si rese conto del
suo doppio gioco. La corteggiava con la bella macchina
che non era sua, scarrozzandola nella città di notte e
facendole ammirare il Colosseo illuminato e posti
incantevoli e romantici di Roma. Lui parlava di
matrimonio e figli e lei credeva a ogni sua parola,
ignara che Tullio era solo una pedina nella scacchiera
di Saverio: obbediente, calcolatore, pronto a fare
favori per un extra in busta paga o una promozione nei
giri che contavano.
Quando le confessò che
quella macchina non era sua e che era semplicemente un
autista, era già tardi. E in una maledetta sera di
giugno inoltrato accadde l’irreparabile. Quella sera
Tullio passò a prenderla sotto casa con la solita
Mercedes nera, ma invece di dirigersi verso il centro la
portò fuori città, lungo la via Appia Nuova, poi deviò
su stradine secondarie fino a perdersi tra i campi di
grano e i ruderi abbandonati della campagna romana. La
luna era quasi piena, illuminava i fili d’erba alti e le
sagome scure degli ulivi. Spense il motore in un punto
isolato. Gisella era nervosa, eccitata, spaventata. Non
aveva mai fatto l’amore. Tullio lo sapeva che era
vergine: “Tranquilla, amore mio. Ti voglio bene. Voglio
che sia bello per te.” Lei annuì, gli occhi lucidi e le
mani che si aggrapparono al suo collo. Si spostarono sul
sedile posteriore quando lui togliendole il vestito
lentamente le baciò il seno e lei chiuse gli occhi e si
abbandonò completamente.
Non oppose resistenza,
si lasciò guidare con una fiducia cieca, innamorata,
totale. Il dolore ci fu, breve, acuto, ma lei lo strinse
forte sussurrandogli: “Ti amo”, mentre lui si muoveva
dentro di lei, e in quel momento per Gisella tutto il
mondo si ridusse a loro due, alla macchina che odorava
di fumo e sudore, al rumore dei grilli fuori dal
finestrino socchiuso, alla sensazione di essere
finalmente la donna di qualcuno. “Sei stata perfetta,
amore. Ora sei mia per sempre…” Le disse lui e lei ci
credette con la testa sul suo petto, ascoltando il cuore
che rallentava, convinta che quella notte aveva
sigillato un patto eterno.
Gisella me lo confidò
la notte stessa. Ero seduta in cucina ad aspettarla, lo
facevo sempre quando tornava tardi. Con la sigaretta che
tremava tra le dita, capii tutto in un istante. Il
disgusto mi salì in gola come bile. Non era disgusto per
il sesso in sé. Era disgusto per l’inutilità di quel
gesto, per la verginità buttata via con un buono a
nulla, un autista di malavitosi, un ragazzo che non
aveva un euro in tasca oltre a quelli che elemosinava
dal capo. “Con uno così! Con uno che guida per altri,
che non possiede nemmeno una macchina.” Le dissi
stringendo i denti fino a farmi male.
Avevo
passato anni a forgiarla, a insegnarle a usare il corpo
come arma, a tenere gli uomini a distanza quel tanto che
bastava per farli pagare, e ora Gisella aveva ceduto
tutto, tutto per quattro carezze in una macchina
parcheggiata in mezzo al nulla. Per un ragazzo che
puzzava di sigarette e promesse false. Per un amore da
film di serie B che non portava né soldi e né salvezza.
Non urlai, non la schiaffeggiai. Seduta al tavolo
sentivo dentro di me qualcosa spezzarsi. Non era solo
rabbia: era fallimento. Avevo fallito nel trasmetterle
la lezione più importante: che il corpo è moneta, non
dono. Che la verginità non è una cosa da regalare a chi
ti fa sentire speciale, ma un capitale da spendere con
chi può restituire interessi alti. Gisella l’aveva
dilapidata con Tullio, un perdente, un servo, uno che
non poteva mai comprarle nemmeno un paio di scarpe
decenti. “Stupida! Stupida bambina romantica. Hai
buttato via l’unica cosa che ti rendeva preziosa per uno
che non vale niente. E ora che fai? Ti sposi con lui?
Andrai a vivere in un buco? Lavorerai per lui? Laverai i
piatti due volte al giorno? No. Ora sei solo una
ragazzina usata.” Pensai senza dire.
Il disgusto
mi rimase addosso per giorni. Ogni volta che vedevo
Gisella sentivo lo stomaco rivoltarsi. Non per pudore,
non per gelosia materna, ma per rabbia. Perché quella
notte in campagna Gisella aveva scelto il cuore invece
della testa, l’effimero invece del concreto, e io sapevo
che da lì in poi tutto sarebbe stato più difficile. Il
riscatto che sognavo per anni si stava allontanando e
forse per sempre. E mentre fumavo alla finestra,
guardando le luci di Roma che non dormivano mai, mi
ripromisi una cosa sola: non avrei lasciato che finisse
così. Dovevo tirare Gisella fuori da quella storia, a
costo di spezzarle il cuore. Perché l’amore, per me,
rimaneva sempre una gigantesca trappola. E ora mia
figlia ci era cascata dentro con tutti e due i piedi.
******
Quando Saverio vide Gisella per la
prima volta in foto, un chiodo fisso gli si piantò in
testa. Tullio gliela mostrò: “Guarda che roba, capo!”
Disse ridendo, mostrando Gisella con un vestito corto,
sorridente sotto le luci di un bar al Gianicolo.
Saverio, con gli occhi stretti dietro gli occhiali da
vista, annuì. “Bella. Molto bella. Fammela conoscere…”
Non era una richiesta, era un ordine. Saverio la voleva:
non per amore, ma per possesso, per aggiungere un altro
trofeo alla sua vita dal potere oscuro. Tullio rispose
timidamente: “È la mia ragazza…” Ma poi per ingraziarsi
il capo, ubbidì, come sempre. Dentro di sé, forse
provava un pizzico di gelosia, ma la lealtà verso
Saverio veniva prima di tutto.
Così, Tullio
iniziò a preparare il terreno con Gisella. Le parlò di
matrimonio, ma sempre con un velo di realismo crudele.
“Sai, amore, per sposarsi ci vogliono soldi. Una casa
decente. Io ti amo, ma cosa ti posso offrire ora? Solo
sogni. Sogni e baci.” Lei annuì, stringendosi a lui,
convinta che l’amore avrebbe risolto tutto. Non capendo
che quelle parole erano un’esca, un modo per farle
sentire la mancanza di qualcosa di concreto. Tullio le
riempì la testa con case da sogno, viaggi a Capri e cene
in ristoranti di lusso, sapendo che Gisella, influenzata
da me, aveva già quel seme di ambizione piantato dentro.
“Voglio il meglio per te, per noi…” Le disse vago,
accarezzandole i capelli. “Tu sei bella, non avrai
difficoltà ad aprire le porte della nostra felicità con
le chiavi giuste…” Lei rispose di sì, sempre più cieca
al doppio gioco di Tullio.
E così dopo appena
una settimana arrivò quella sera. Tullio organizzò
tutto: “Andiamo a cena, amore. Ti presento il mio capo,
uno importante. Potrebbe aiutarci con i soldi per il
matrimonio e per il viaggio di nozze. Voglio portarti a
Parigi.” Gisella esitò un attimo, ma poi come al solito
accettò, fidandosi ciecamente del suo fidanzato. Si
vestì con cura: una gonna corta che le cucii, trucco
pesante, i tacchi alti che le facevano male, ma la
rendevano irresistibile. Io la guardavo dalla cucina,
era bellissima mia figlia! Pronta per meritare di più
dei pochi spiccioli di Tullio. Dovetti ammettere, che
quel ragazzo che disprezzavo perché la stava ingannando,
stava facendo esattamente il mio gioco!
Tullio,
puntuale come non era mai stato, era sotto casa ad
aspettarla con la sua Mercedes nera. Quando lei scese la
baciò con foga, ma poi durante il viaggio iniziò ad
essere nervoso. Certo avrebbe dovuto dirle qualcosa,
confessare, ma non ce la fece. Il ristorante, vicino a
Piazza di Spagna, era illuminato da luci soffuse e con
un cameriere in livrea davanti all’entrata, Tullio fermò
l’auto, ma non scese. Con il motore ancora acceso le
disse: “Vai tu. Saverio ti sta aspettando dentro. Io
devo fare una commissione veloce per lui, torno tra
poco.” Ma non era vero! Lui era pur sempre un autista e
non avrebbe mai potuto sedere allo stesso tavolo del suo
capo. Lei lo guardò confusa, il cuore che batteva forte
in un misto di eccitazione e paura. “Ma… e tu?” Lui la
guardò sapendo già che l’avrebbe persa almeno per quella
sera e chissà per quante altre, eppure rispose: “Fidati
di me, amore. È per noi. Entra, ordina quello che vuoi.
Saverio è un tipo in gamba, è ricco, ti metterà a tuo
agio.” Le diede un ultimo bacio veloce spingendola
dolcemente fuori dall’auto.
Gisella entrò nel
ristorante con le gambe tremanti. L’aria odorava di cibo
raffinato, tartufo e vino d’annata invecchiato, i tavoli
erano occupati da gente elegante che parlava a bassa
voce. Signori in abito scuro, donne affascinanti vestite
con abiti elegantissimi. Saverio era lì, al tavolo
d’angolo, con un completo blu e un sorriso da predatore.
Appena la vide si alzò in piedi e le andò incontro:
“Gisella, finalmente. Sei bellissima! È un piacere
averti mia ospite. Tullio mi ha parlato tanto di te.
Siediti, ordina pure. Abbiamo tempo per conoscerci.” Lei
si sedette, un po’ a disagio, guardando verso la porta
in attesa di Tullio. Ma Tullio non tornò. Era già
ripartito con la Mercedes che sfrecciava per la città,
lasciando Gisella sola con l’uomo che la voleva a tutti
i costi.
Fu l’inizio di qualcosa di oscuro:
Saverio le offrì champagne, complimenti, promesse e
sogni. Gisella sorrideva timidamente, ignara del
tradimento, del doppio gioco che l’aveva portata lì.
Tullio intanto, tornato a casa, si distese sul letto e
guardando il soffitto pensò solo ai soldi che Saverio
gli avrebbe dato per quel “favore”. Io, in casa, non
riuscivo a dormire, sentivo a pelle la delusione di mia
figlia, ma una parte di me, quella che non aveva mai
smesso di sperare, era quasi felice!
Gisella era
seduta di fronte a lui, con le mani intrecciate in
grembo e il cuore che le martellava nel petto per
l’assenza di Tullio e per quell’uomo sconosciuto che la
guardava con occhi affamati, nascosti dietro un sorriso
affabile. Il tavolo era apparecchiato con tovaglie di
lino bianco, posate d’argento che riflettevano le fiamme
delle candele e un menu che parlava di piatti esotici
che lei non aveva mai assaggiato: ostriche fresche,
risotto al tartufo nero, filetto in crosta di pepe.
L’aria odorava di spezie e ricchezza, un contrasto netto
con la sua vita. Saverio, con la cravatta allentata, si
sporse leggermente in avanti. “Gisella, Tullio mi ha
detto che sei un’artista. Una modella per pittori, vero?
Devi essere abituata agli sguardi ammirati.” La sua voce
era vellutata, con una durezza sottostante, come un
coltello avvolto in una seta. Lei arrossì, abbassando lo
sguardo sul bicchiere. “Sì, signore... ma non è niente
di speciale. Solo per la scuola d’arte.” Lui rise piano.
“Niente di speciale? Una ragazza come te, con quegli
occhi che sembrano rubati a un quadro di Caravaggio? Non
essere modesta Gisella. Roma è piena di bellezze, ma
tu... tu sei diversa. Hai fame negli occhi, fame di
vita. E io posso darti quella vita, posso esaudire ogni
tuo desiderio. Un appartamento tuo, viaggi, vestiti che
non devi cucire da sola. Tullio è un bravo ragazzo, ma
non può offrirti il mondo. Io sì.”
Gisella
sorseggiò lo champagne, il sapore aspro e frizzante le
scaldò lo stomaco. Rispondeva con monosillabi, timida,
confusa dal tradimento che non vedeva ancora, Tullio
l’aveva lasciata lì come un pacco da consegnare. Saverio
continuava a parlare: “Immagina di non dover più posare
per quegli artisti squattrinati. Potresti avere una
galleria tutta tua, o viaggiare a Londra, Milano. Gli
uomini come me conoscono gente: produttori,
imprenditori. Basta un mio cenno, e le porte si aprono.
Altro che modella potresti fare l’attrice. Tu meriti di
più.”
Lei ripensò alle mie parole dette infinite
volte: “Usa la tua bellezza, Gisella. È potere. Gli
uomini pagano per sognare, e tu puoi farli sognare. Non
buttare via tutto per un ragazzo qualunque che ti offre
solo baci sotto la pioggia.” Poi le vennero in mente le
parole di Tullio, quelle sussurrate nei momenti intimi,
sul sedile posteriore della Mercedes. “Con la tua
bellezza apri tutte le porte, amore. Sei speciale. Un
giorno vivremo come dentro una favola, ma per ora...
servono soldi per realizzarla.” Tullio le aveva
accarezzato i capelli mentre lo diceva, e lei ci aveva
creduto perché voleva crederci, perché il suo tocco la
faceva sentire viva, perché pensava che l’amore fosse
abbastanza per riempire i buchi della vita.
Ma
lì, in quel ristorante di lusso, con il tintinnio delle
posate d’argento e il profumo di tartufo che le dava
quasi la nausea, i due discorsi si fusero nella sua
testa. Saverio le sfiorò la mano, sorridendo con quella
sicurezza da uomo che sapeva di aver già vinto. “Dimmi
di sì, Gisella. Lascia che mi prenda cura di te.” E in
quel momento, mentre annuiva e sorrideva meccanicamente,
uno squarcio di luce le attraversò la mente, crudele,
impietoso, chiarissimo. Vide tutto. Vide Tullio che la
lasciava davanti al ristorante con un bacio frettoloso e
un “torno tra poco”, sapendo esattamente cosa sarebbe
successo. Vide me che la vestivo con le gonne corte e i
tacchi alti per darle un futuro. Vide sé stessa nuda
negli studi di pittura, tremante sotto gli sguardi
affamati di uomini che non le avrebbero mai dato niente
oltre al quadro da quattro soldi. Vide la sua verginità
persa in campagna, su un sedile di una macchina che
puzzava di sigarette e sudore, con Tullio che le
prometteva “per sempre” mentre già negoziava con Saverio
il prezzo di quella notte.
Quel velo romantico
si squarciò di colpo. Non era amore, non era destino,
non era un principe che l’avrebbe salvata. Era
semplicemente un mercato e lei era la merce, Tullio il
venditore, Saverio l’acquirente, ed io la mediatrice.
Tutto combinava e in quel momento un accecante bagliore
inondò la sua mente come se le porte della sua bellezza
si aprissero verso stanze sempre più lussuose, dove il
prezzo da pagare in fin dei conti non era così esoso.
Una lacrima ribelle scese furtivamente sul suo bel viso,
ma lei la ricacciò indietro con un sorriso forzato.
Saverio non si accorse di nulla, continuò a parlare
di regali, di un appartamento in zona Prati, di “noi
due” come se fosse già tutto deciso. E mentre lui
parlava di sogni reali dentro di lei qualcosa si ruppe
per sempre. E lì proprio lì Gisella si rese conto di non
essere più la ragazzina innamorata che credeva ai sogni.
Era una ragazza che vedeva la crudezza di quel mondo e
capiva, finalmente, che la bellezza non era un dono, era
una condanna, un’arma che altri impugnavano al posto
suo. Il nodo di colpa per Tullio si sciolse. Forse non
era solo una cena, forse Saverio era davvero l’uomo
giusto. Abbassò la guardia lentamente, sorridendo un po’
di più, annuendo quando lui le riempì di nuovo il
bicchiere, ostentando la sua scollatura quando gli occhi
di Saverio le sfiorarono il seno.
Saverio si
rese conto di averla in pugno e le sue parole
diventarono sempre più taglienti, nette: “Tullio non
verrà a prenderti, se vuoi questa notte può essere solo
nostra… Io posso darti quello che vuoi e tu quello che
desidero.” Gisella aveva capito e quelle parole furono
del tutto inutili. La cena proseguì con piatti che
arrivarono uno dopo l’altro, mentre Saverio le
raccontava aneddoti di viaggi in yacht, di feste con
celebrità, promettendo di portarla con sé. Gisella
mangiò poco, ma continuò a bere e il calore dell’alcol
le sciolse le poche resistenze rimaste.
******
Quando uscirono dal ristorante, Saverio la
guidò verso il pied-à-terre e Gisella non oppose
resistenza. Camminò al suo fianco, il braccio di lui
intorno alla vita. Abbassò la guardia non per passione,
ma per rassegnazione. Capì che opporsi non serviva: il
gioco era già iniziato anni prima, e lei era solo
l’ultima pedina a muoversi sulla scacchiera. Roma
continuava a brillare indifferente, con le sue fontane e
i suoi palazzi antichi, pronta a inghiottire un’altra
anima che aveva osato sognare troppo in grande. E
Gisella, per la prima volta, si chiese se valesse la
pena salvarsi o se ormai fosse troppo tardi.
Il
pied-à-terre era una mansarda a due passi da Piazza di
Spagna, in un palazzo antico con la facciata in
travertino e un portone discreto che si apriva su un
cortile interno. Salirono con un ascensore minuscolo,
dorato, che odorava di legno lucidato. Lui tentò di
baciarla, ma lei non disse di no, disse solo “Aspetta”.
L’appartamento era piccolo, ma lussuoso: pareti
tappezzate di seta rossa, un divano in pelle nera che
dominava il salotto, un camino che proiettava ombre
danzanti. Sul tavolino basso, una bottiglia di vino già
aperta, bicchieri di cristallo, e una vista mozzafiato
sui tetti di Roma, con la scalinata della Trinità dei
Monti illuminata in lontananza.
L’aria odorava
di profumi femminili, un misto di eleganza e segretezza
che gridava a un “nascondiglio per amanti”. Gisella si
chiese quante altre amanti come lei fossero già passate
in quell’appartamento, ma fu solo un pensiero passeggero
perché Saverio la fece accomodare sul divano, versandole
un altro bicchiere. “Rilassati, Gisella. Qui nessuno ci
disturba.” Lei si sedette, volutamente lasciva, le gambe
accavallate, il vestito che saliva un po’ troppo, ma lei
non si coprì. Lui si avvicinò, sfiorandole il ginocchio
delicatamente. “Sei bellissima.” Le sue parole erano
sussurri, promesse intrecciate a carezze: “Ti darò
tutto. Basta che tu sia mia.” Gisella esitò per un
attimo, ma l’alcol la spinse oltre il limite. Si
abbandonò al primo bacio, le labbra di Saverio che
sapevano di vino e dominio, le mani che le slacciavano
il vestito con una passione esperta che forse sarebbe
bruciata in una sola notte. Ammirò il suo corpo giovane
come un collezionista con un’opera d’arte. “Sei
perfetta”, mormorò, baciandole il collo, le spalle,
scendendo piano mentre lei inizio ad ansimare.
Gisella si sentiva un trofeo, ma era stata educata per
esserlo e in quell’istante pensò quanto fosse semplice
essere una donna disponibile. Si lasciò andare,
chiudendo gli occhi, mescolando colpa e desiderio e quel
futuro che iniziava finalmente ad intravedere. Non era
come l’amore con Tullio, era qualcosa di più freddo, ma
più profondo, qualcosa che entrava nella sua essenza di
donna dandole la consapevolezza del suo valore.
Lui sopra di lei, scostò appena le mutandine senza
spogliarla, e la penetrò quasi subito con la forza del
maschio che non ammetteva repliche. I suoi movimenti
erano esperti, possessivi, mirati al suo godimento,
mentre le sussurrava promesse all’orecchio: “Ti
presenterò a gente importante. Sarai la mia musa,
Gisella. Niente più povertà, niente più Tullio. Solo
lusso, viaggi, tutto ciò che sogni.” Lei gemette ancora,
allargò le gambe per essere più capiente. E Saverio
accelerò, spinse forte col suo respiro affannoso finché
un orgasmo potente li colse insieme, lui con un grugnito
rauco, collassando su di lei, lei con un singhiozzo
misto a piacere e nessun rimpianto. Dopo, mentre
giacevano lì su quel piccolo divano, Saverio la
rassicurò: “Non preoccuparti di nulla. Sistemerò tutto
io con Tullio…” Gisella annuiva ma sapeva che non ci
sarebbe stato nulla da sistemare, Tullio era solo un
autista e lei meritava assolutamente di più.
******
Per qualche mese si incontrarono
regolarmente in quel pied-à-terre. Lei accettò ogni
invito non mancando mai un appuntamento. Certo non era
felice, Tullio non la cercò più e lei chiuse il suo
cuore a chiave lasciando aperta solo la parte di sé che
Saverio cercava e bramava quasi ogni giorno. Lui le
comprò un ricco guardaroba e lei fiera ostentava la sua
bellezza diventando irraggiungibile per gli sguardi del
quartiere. Ogni settimana, puntuale come un orologio
svizzero, una nuova scatola: un abito da cocktail nero
con la scollatura profonda sulla schiena, un cappotto di
cachemire cammello, décolleté di vernice col tacco a
spillo, guanti di pelle lunghi fino al gomito, foulard
di seta con stampe di cavalli e catene e poi orecchini,
collane, gioielli.
Certo non era gratis. Lei
pagava tutto con le sue cosce, rendendosi conto
finalmente del loro valore, quelle cosce lisce, giovani,
ancora senza smagliature, che si aprivano a comando e si
richiudevano solo dopo aver incassato il prezzo.
All’inizio fingeva di non capire. Apriva le scatole con
gli occhi che brillavano come una bambina davanti ai
regali di Natale, passava le dita sul cachemire morbido,
provava il tacco davanti allo specchio e rideva, quella
risata leggera che ancora sapeva di innocenza. Poi, la
sera stessa o quella dopo, arrivava il conto: le mani di
lui che le stringevano i fianchi, il respiro caldo sul
collo, il peso del corpo adulto che la schiacciava
contro il materasso o contro il muro del bagno di un
hotel a cinque stelle. Niente parole d’amore. Solo un
gemito basso, un “brava” sussurrato mentre entrava
dentro di lei, e la scopava e lei si faceva scopare e
imparava in fretta. Imparava che le cosce erano valuta,
erano potere, erano il biglietto per il paradiso, il
riscatto, la liberazione! Ogni volta che la vedevo
indossare un reggicalze nuovo, ogni volta che mi
chiedeva se la riga della calza fosse dritta sapevamo
entrambe che quella sera si sarebbe inginocchiata,
avrebbe allargato le gambe senza fare storie, ed io
vedevo nei suoi occhi quel lampo nuovo, non più
vergogna, ma calcolo, cosciente che quell’uomo non la
voleva per il suo cuore, ma per il suo corpo affittato a
pezzi: le cosce pagavano il cachemire, la bocca pagava i
gioielli, la fica pagava la sicurezza di non dover mai
più chiedere, il sedere la voglia di salire più in alto
possibile. Stava imparando la lezione più sporca della
sua vita, ma la più vera: il corpo è l’unica banca che
non fallisce mai, se sai come usarlo.
Gisella
imparò a camminare come una diva, tutto il quartiere la
guardava. I capelli cotonati in onde morbide, il
rossetto rosso scuro, l’ombretto grigio fumo che rendeva
gli occhi più grandi e distanti. Quando camminava per
via del Corso o saliva i gradini di piazza di Spagna,
gli uomini si voltavano, ma lei non ricambiava lo
sguardo. Era diventata un quadro: bello da ammirare,
impossibile da toccare. Un mese dopo il primo
tailleur, Saverio le mise in mano un mazzo di chiavi. La
nuova casa era un appartamento di centoventi metri
quadrati con i pavimenti di marmo venato, finestre alte
fino al soffitto e un balcone che guardava i tetti di
Roma. C’era già un divano di velluto verde bottiglia,
una specchiera veneziana, un mobile bar con bottiglie di
liquori. Saverio le aveva lasciato anche un’agenda di
pelle con numeri di telefono: sarta, parrucchiere,
estetista, fioraio. “Fanne quello che vuoi.” Le disse.
“Ma quando esci da questa porta sei solo mia,
intoccabile... irraggiungibile… inavvicinabile…”
Saverio la presentava agli amici come la sua musa.
La portava a cene in ristoranti con tovaglie di lino e
candele vere, a prime nei teatri dove le donne
indossavano pellicce anche d’estate. Sedeva al suo
fianco con la mano appoggiata allo schienale della
sedia, possessivo, ma discreto. Lei sorrideva poco,
parlava ancora meno. Aveva capito che il silenzio era
l’accessorio più costoso che le avesse regalato. Quando
tornava a casa da me, si toglieva le scarpe appena
varcata la soglia, si sedeva sul divano sfondato della
cucina e appoggiava la testa sulla mia spalla. “Mamma,
hai fatto tanto per me…” Mi disse una sera di febbraio,
mentre fuori pioveva. “Voglio ripagarti. Quando sarà
tutto sistemato verrai a stare con me. Vivremo insieme
come due signore. Vedrai.” Io non parlavo dall’emozione,
le accarezzavo i capelli cotonati, che ormai odoravano
di lacca francese. Era felice sì e dentro di sé sapeva
che la finestra socchiusa sul cuore non si era chiusa
del tutto. Ma ormai era diventata troppo piccola per far
entrare qualcuno che non fosse Saverio.
Ma una
mattina mentre facevavo colazione lesse un trafiletto
sul Messaggero: “Noto politico arrestato per connivenza
con la malavita.” A fianco dell’articolo la foto di
Saverio! Io ero lì davanti a lei. Lei scoppiò a
piangere, ma per la prima volta non vidi amore in quella
disperazione, ma solo il calcolo di ciò che aveva perso,
ossia l’appartamento in Prati che Saverio non aveva
fatto in tempo ad intestarle e solo qualche spicciolo in
banca. Lei era pur sempre stata l’amante di quel losco
figuro, avevano frequentato insieme ricevimenti e cene
di gala e dopo quel trafiletto la sua immagine si bruciò
irrimediabilmente.
Tullio che aveva perso il
lavoro tentò un nuovo approccio, ma Gisella non era più
la ragazzina di un tempo, era una donna fatta e
sofisticata, anche se in quel momento era solo una donna
che rimpiangeva il lusso. Cercò in tutti i modi di
rimanere nel giro, contattando amici e conoscenti di
Saverio, ma il suo destino era segnato, senza di lui,
ormai in carcere, era solo una ragazza disperata che
tutti cercavano di evitare. Per rassicurarla le dissi
che il tempo avrebbe rimesso a posto ogni cosa, ma non
fu così. Venne anche convocata in Questura, ma solo per
informazioni. Lei si vergognava e per settimane rimase
chiusa in casa con le finestre chiuse.
******
Fu allora che spinsi Gisella verso Clara,
la figlia della portiera che abitava nello stesso nostro
palazzo. Clara, appena ventenne, era ragazza furba,
smaliziata ed aveva già capito come muoversi nella vita…
ed io sapevo come si guadagnava da vivere. Alta, mora,
con un seno generoso e invitante, non frequentava uomini
ricchi, ma quello che le capitava sottomano, negozianti,
artigiani, impiegati di banca.
Gisella per la
smania di ritornare al vecchio splendore, grazie a lei,
iniziò a uscire frequentando la stessa gente. Insieme,
di sera, frequentavano bar e locali del quartiere,
finché una sera tornò a casa con un signore sulla
sessantina. Io le dissi che era troppo vecchio per lei,
ma Gisella rise: “Mamma non è nulla per me…” Capii. Da
quella sera tornava a casa sempre con uno diverso.
Brilla e su di giri sentiva una smania di risalire che
le bruciava dentro più forte del pudore. Gonne sempre
più corte, trucco sempre più pesante e quella porta
della sua stanza che si chiudeva con una mandata, come
un sigillo su un patto che nessuno dei due voleva
nominare ad alta voce. Io restavo in cucina, con la
televisione accesa a volume altissimo per non sentire,
fingendo di non sentire i passi pesanti sul corridoio,
le voci attutite, il letto che cigolava, le voci
maschili che la chiamavano troia e la sua che gemeva per
finta.
I clienti erano uomini d’ogni tipo, un
campionario umano che entrava e usciva dal nostro
appartamento come da una stazione di servizio. C’era il
signore sulla cinquantina con la cravatta allentata e
l’alito di whisky, un impiegato di banca che la sera si
concedeva “un piccolo sfizio” prima di tornare dalla
moglie. C’era il ragazzo sui venticinque anni, capelli
rasati e giacca di pelle, che arrivava con le banconote
stropicciate in tasca e se ne andava dopo venti minuti
esatti, quasi avesse il cronometro. Poi il commerciante
grassoccio con l’orologio d’oro vistoso, che parlava ad
alta voce di affari e di quanto avesse incassato quel
giorno, ma lasciava sul comodino solo il necessario.
Ogni tanto compariva anche qualche straniero di
passaggio, un turista tedesco taciturno, un uomo
d’affari arabo con la camicia immacolata, che aveva
trovato l’indirizzo tramite un contatto fidato. Non
erano mostri, erano solo uomini normali con desideri
normali e tasche di dimensioni diverse.
Gisella
accettava tutti, senza fare distinzioni, perché ogni
banconota era un mattone della scala che voleva salire,
certo non era più la scala lussuosa ed agevole di un
tempo, ma aveva i gradini ripidi e sconnessi. Dentro di
sé provava un misto feroce di determinazione e nausea.
Si preparava con cura, trucco pesante, lingerie
strategiche, scollature da capogiro, un profumo
economico che mascherava l’odore della paura. Sorrideva
quando apriva la porta, un sorriso professionale che non
arrivava mai agli occhi e appena la porta si richiudeva
alle spalle dell’uomo di turno, però, il sorriso
svaniva. Si muoveva meccanicamente, efficiente,
distante, come se il corpo fosse un attrezzo e la mente
altrove. Ogni volta che finiva, dopo aver accompagnato
l’uomo alla porta con un “grazie, torna presto” recitato
a memoria, Gisella tornava davanti allo specchio del
bagno. Si guardava a lungo, le mani appoggiate sul
lavandino, gli occhi lucidi, ma non piangeva, perché le
lacrime le sembravano un lusso che non poteva
permettersi.
Era in quel momento che indossava
una maschera, perché dentro ribolliva una rabbia sorda
contro sé stessa, contro la povertà che l’aveva spinta
fin lì, contro quei sogni che erano durati solo una
stagione, contro il mondo che le aveva insegnato che la
dignità si compra e non si eredita. Eppure, subito dopo,
arrivava la consolazione: “Mamma, ancora un po’, ancora
qualche mese, e poi smetto. Poi avrò i soldi per
cambiare tutto. Per non fare più la puttana.” E quella
parola le usciva fluida, non era rimprovero, era la
libertà che le altre non potevano avere, era quasi
orgoglio, perché la povertà le aveva insegnato a odiare
la povertà più di ogni altra cosa. Con quel tacco dodici
guardava le altre dall’alto verso il basso, guardava
oltre verso quell’orizzonte che le sue coetanee non
avrebbero mai potuto vedere.
E così continuò,
notte dopo notte, a chiudere la porta, a sorridere, a
contare le banconote, a promettersi che un giorno
avrebbe smesso. “Un giorno apro un negozio di
abbigliamento in via del Babuino, o forse una piccola
galleria d’arte.” Pensava che un giorno sarebbe stata
dall’altra parte dello specchio: quella che guarda, non
quella che viene guardata, ma questo giorno non arrivò
mai!
Io rimanevo muta, ma non pentita. Forse non
era quello che avrei voluto per lei, ma era ugualmente
una vita che io non avevo mai avuto. Ogni tanto la
vedevo triste, e la spronavo: “Non fare la sciocca,
Gisella. La tua occasione verrà. Non la buttare via per
un po’ di malinconia.” Non era felice, ma con quel
mestiere poteva comprarsi ogni cosa senza guardare il
prezzo. E questo per me non era tristezza, era saper
vivere perché pensavo e ne sono ancora convinta che i
soldi non danno la felicità, ma ti fanno vivere bene.
Adesso, ogni volta che la vedo, con quei suoi
occhi che sembrano chiedere qualcosa di diverso, penso:
“Non importa, figlia mia. Io ti ho salvata. Ti ho dato
quello che io non ho mai avuto! La dignità è un lusso
per chi può permetterselo. La felicità, beh quella viene
dopo, se mai verrà. Io voglio che tu abbia tutto: i
gioielli, le case, il rispetto che si compra con i
soldi. E se per averlo devi calpestare te stessa, beh,
lo farai. Io sono tua madre e so cosa è meglio per te.
Non mi fermerò, non ora, non mai…” |
Questo racconto è opera di pura
fantasia. Nomi, personaggi e luoghi sono frutto
dell’immaginazione dell’autore e qualsiasi
somiglianza con fatti, scenari e persone è del
tutto casuale.
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RACCONTI DI ADAMO BENCIVENGA
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