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RACCONTO
 
Adamo Bencivenga
GISELLA
"Io sono Marisa, anzi la madre di Gisella, e nessuno può capire cosa significhi crescere una figlia da sola e vedere in lei l’unica possibilità di riscatto da una vita di miseria..."

1

 
Io sono Marisa, anzi la madre di Gisella, e nessuno può capire cosa significhi crescere una figlia da sola e vedere in lei l’unica possibilità di riscatto da una vita di miseria. Ho le mani segnate da tante cuciture infinite e gli occhi che portano il peso dell’oscurità della casa accanto alla finestra. La casa dove vivevamo era un buco umido in un vicolo dimenticato di Trastevere, a Roma, in questa città che divora e non perdona chi nasce senza niente.
Ho imparato a mie spese: un marito che se ne era andato, dopo anni di corna e poi sparito senza neanche un biglietto di saluti, una giovinezza sprecata a cucire per quattro soldi in una casa che puzzava di sogni infranti come piatti caduti dopo una lite furiosa.
Da ragazza avrei voluto studiare, diventare maestra, i miei erano benestanti, ma poi per quell’insulso sentimento che chiamano amore ho lasciato che la vita mi travolgesse e alla fine sono diventata solo una madre single e una donna invisibile. Ma Gisella no, mia figlia era diversa. Gisella era il mio miracolo. Mai avrei sperato di concepire una figlia così bella tanto che mi chiedevo a volte se davvero fosse uscita dalla mia pancia.

Nacque in una notte di tempesta con i capelli e gli occhi neri come la notte romana. Era bella, di una bellezza che non era solo pelle, seno generoso e gambe dritte. Gisella era magnetica, pericolosa, così bella che gli occhi degli uomini si inchiodavano su di lei fin da quando era ancora era un’adolescente. Più la guardavo con orgoglio di madre e più pensavo che lei sarebbe stata la mia via d’uscita, la chiave per aprire le porte che a me erano sempre state sbattute in faccia. Lei non doveva finire come me, no, costava quel che costava!
La immaginavo avvolta in abiti di seta, accompagnata da uomini ricchi, magari avvocati con lo studio in via Condotti, o imprenditori che sorseggiavano un espresso nei caffè eleganti di Piazza di Spagna, dove il sole filtrava tra le palme e illuminava volti che non conoscevano mai la fame.
“Non finirà come me!” Mi ripetevo come un mantra, mentre lavavo i piatti o stiravo camicie per signori. Alle volte, mentre lei dormiva, mi fermavo a guardarla attraverso la porta socchiusa con la sua pelle liscia come porcellana e i capelli sparsi sul cuscino. La vedevo come il mio riscatto, la mia rivincita, un pugno alla mia vita di sacrifici, a mio marito fuggito, alla mia giovinezza svanita in un lampo!

Ma mentre la guardavo di nascosto sentivo un nodo alla gola, un terrore che mi stringeva il cuore come una morsa d’acciaio. Ed era in quei momenti che mi saliva la paura che Gisella si ribellasse a me, alle mie attenzioni troppo assillanti, a un futuro che soltanto io vedevo. Tremavo al pensiero che la sua bellezza si trasformasse in una trappola e che il suo cuore la inghiottisse e la trasformasse scegliendo l’amore, quello che non compra niente, che non apre porte, che non cancella la muffa di queste pareti. Tremavo al pensiero quando la vedevo parlare e sorridere con i suoi amici di quartiere, il meccanico, il barista o il figlio del portiere. Tremavo pensando che cedesse al sentimento senza ragione come era successo a me, perché l’amore è un lusso che non ti puoi permettere quando hai fame, quando sai che domani potresti non pagare l’affitto.

Quando Gisella era ancora una bambina, già lo sapevo: il suo viso, il suo corpo, erano un dono di Dio, un vero miracolo mandato dal Cielo. Non solo per lei, ma anche per me, per noi, per questa casa senza un uomo. La guardavo crescere e pensavo: “Gisella sarà la mia redenzione!” Il matrimonio? Sciocchezze. L’amore era una trappola per gli sciocchi e gli uomini ricchi non volevano mogli, ma specchi che riflettevano la loro grandezza, volevano donne che li facessero sognare, che li facessero sentire potenti e invincibili, come se il mondo girasse solo attorno a loro.

E Gisella, con quei suoi occhi grandi e profondi come pozzi neri, con quel sorriso che nascondeva una fame antica, poteva farli sbavare. Io lo sapevo! Lei non era fatta di carne, ma di oppio per stordire ed illudere. Era potere! Potere femminile, quello vero, quello che non si compra con i soldi né si conquista con le parole. È il potere di una donna che entra in una stanza e l’aria cambia, quando un uomo la guarda e per un istante dimentica il suo nome, dimentica la moglie, il lavoro, i figli, tutto. Dimentica sé stesso! E lei diventa il suo sogno, la sua debolezza, la sua ossessione. E in quel momento può chiedergli il mondo: un appartamento in centro, un conto in banca, una vita lontana dai debiti e dalle macchine da cucire. Non perché lui l’amasse, l’amore è effimero, si consuma come un fiammifero, ma perché lei lo avrebbe fatto sentire grande, desiderato, unico. Per quello avrebbe pagato qualsiasi prezzo e la donna sarebbe diventata un’arma letale, quando abbassa le ciglia, quando cammina, quando ancheggia sui tacchi, è un invito che non ha bisogno di parole.

Io l’avevo cresciuta per questo. Le avevo insegnato a tenere lo sguardo un secondo di troppo, a camminare mostrando bene le sue forme, a fumare schiudendo leggermente le labbra rosse, a lasciare che l’immaginazione facesse il resto. Perché gli uomini erano deboli davanti alla carne, davanti alla bellezza. Gisella poteva averli in pugno, poteva prendere ciò che voleva e andarsene lasciandoli a rimpiangere ciò che avevano perso. Questo era il vero amore, per una come noi! Era l’amore per noi stesse: non il sentimento sdolcinato delle canzoni, ma l’illusione di poter riscrivere il destino. Di trasformare la fame in oro, la miseria in lusso, la sconfitta in vittoria.

Io non avevo avuto questa forza da giovane, o forse non ero stata capace ad usarla, scioccamente mi ero innamorata lasciando che un uomo scrivesse il mio destino. Ma lei sì. Lei poteva tutto. La sua bellezza avrebbe aperto qualsiasi camera da letto. E io vegliavo su di lei perché non la sprecasse per un ragazzo qualunque che le offriva solo baci sotto la pioggia. E quando lo faceva, Roma tremava. Perché una donna che sa di essere desiderata, che è consapevole del proprio tesoro che stringe tra le gambe... quella donna vince sempre!

All’inizio non è stato facile. Quando non aveva ancora compiuto sedici anni, le confezionavo io stessa i vestiti appariscenti: gonne corte che sfioravano appena le cosce, top attillati che lasciavano intravedere la pelle liscia dell’ombelico, scollature che sfidavano il freddo romano dell’inverno. Cucivo di notte, con la luce fioca della lampada da tavolo, usando stoffe comprate a Porta Portese. “Metti questa! Provala, fammi vedere come ti sta.” Le dicevo, porgendole una minigonna rossa con uno spacco che saliva troppo in alto. “Fai vedere le gambe, tesoro. Le gambe sono la tua forza.” Le consigliavo di abbondare nel trucco, il rossetto rosso acceso che le faceva sembrare le labbra più carnose, più invitanti, ciglia finte che allungavano lo sguardo fino a renderlo magnetico. “Non aver paura di esagerare.” Le ordinavo di mettere le scarpe col tacco alto, anche se le facevano male i piedi, ma io le dicevo: “Sopporta. Il dolore è il prezzo della bellezza. E la bellezza apre tutte le porte!”

La guardavo uscire così, una ragazzina di quindici anni vestita da donna, e lei mi ripagava con una sicurezza che non era sua, che le insegnavo io, giorno dopo giorno, correggendo la postura e sussurrandole di non abbassare mai lo sguardo per prima, facendole ripetere il passo lento davanti allo specchio fino a quando non diventava automatico, naturale, letale! Spalle indietro, mento alto, un’andatura lenta che faceva voltare le teste. Gli uomini si fermavano. La fissavano. E io, dalla finestra al primo piano, sentivo un brivido di trionfo misto a qualcosa di oscuro, come una fitta al petto: la soddisfazione di averla modellata io, di averla resa oggetto di desiderio altrui e insieme il terrore sordo che quel desiderio altrui, una volta acceso, potesse un giorno portarmela via, trasformando il mio capolavoro in un’arma che si sarebbe rivoltata contro di me.


Fu facile, sì. Perché a quell’età Gisella non capiva ancora del tutto. Credeva fosse un gioco, un modo per sentirsi grande, per essere notata. Io la spingevo fuori, le dicevo: “Vai, fatti vedere!” E lei obbediva con un sorriso timido, ignara che ogni sguardo era una moneta nel salvadanaio del suo futuro. Io lo sapevo! Stavo forgiando un’arma. Non un corpo da esibire per vanità, ma un’esca perfetta per attirare chi poteva cambiarci la vita. Gli sguardi erano i primi soldi, i complimenti i primi interessi, i regali i primi dividendi. Ma dentro di me, mentre la vedevo allontanarsi con quelle gonne troppo corte e quei tacchi che la facevano vacillare, sentivo di nuovo quel tarlo. Presto lei capì e allora il facile divenne duro. Perché il potere che le davo non era gratis: richiedeva di non innamorarsi, di non abbassare mai la guardia. Di essere cinica e a volte crudele. Eppure, non potevo fermarmi. Quelle gonne, quel trucco, quei tacchi erano il mio investimento. Il mio modo di riscrivere la mia storia. Perché se Gisella avesse imparato a usarli bene, sarebbe stata lei a divorare Roma.


******

Fu in quel periodo, quando Gisella frequentava la scuola d’arte, una di quelle piccole accademie private vicino a San Lorenzo, che tutto prese una piega più decisa. Per la sua bellezza le chiesero di posare per ritratti di nudo, ma lei accettò solo come modella vestita. Non voleva spogliarsi, si vergognava da morire. Arrossiva fino alle orecchie: “Mamma, non ce la faccio!” Mi disse una sera con quella voce sottile, quasi un sussurro. E io la spingevo, la convincevo con parole che suonavano come carezze, ma erano ordini. “Togliti i vestiti, Gisella. Mostra quello che hai. Non è vergogna, è autostima. Devi essere sicura del tuo corpo, devi possederlo. Gli uomini pagano per vedere quello che tu hai gratis, capisci? È potere, non peccato.”

Le parlavo guardandola dritto negli occhi, e lei lentamente si convinse, perché ero io a dirglielo, perché ero la madre, perché in fondo desiderava farmi felice. Quei quadri non valevano nulla, ma gli occhi di quegli uomini, quando la vedevano nuda sopra quelle tele... quelli sì che valevano oro. Era fame, pura fame. E io lo sapevo: era solo l’inizio. Un modo per farla notare, per far circolare il suo nome.

A sedici anni con il seno cresciuto e le forme giù da donna, gli uomini iniziarono a girarle intorno come mosche sul miele: qualche fotografo, galleristi, artisti di vario genere. Ovviamente non era la platea che desideravo. Nessuno che poteva portarci via da quella miseria. Poi arrivò Stefano. Proprietario di una catena di ristoranti di lusso, tre o quattro locali sparsi tra il centro e l’Eur. Sui quarant’anni, bell’uomo, capelli brizzolati, sorriso da uno che sapeva di avere il mondo in tasca. Sposato, sì, con una moglie che non si vedeva mai, ma che importava?

La notò una sera, mentre Gisella passava davanti al suo locale a Trastevere. Dopo averci scambiato qualche parola e dopo aver visto un suo ritratto, qualche settimana dopo, la invitò a cena nel suo ristorante. Da quel giorno iniziò a farle una corte spietata: fiori a domicilio, messaggi sul telefono che lei mi mostrava arrossendo, e inviti a cena “solo per parlare di arte”. Gisella, pur avendo soggezione di quell’uomo “troppo adulto” accettava. Quando tornava a casa, i suoi occhi brillavano e mi raccontava con entusiasmo del pesce crudo, del vino francese, delle luci che si riflettevano sul Tevere e di un bacio appassionato sotto la luna rossa romana. Io ero contenta, la spingevo ad accettare altri inviti, ma lei da un giorno all’altro non ne volle più sapere. Le chiesi spiegazioni e lei una sera con la voce rotta, quasi piangendo mi disse: “Mamma, è sposato!” Come se quella fede al dito fosse un muro invalicabile!

Avrei voluto scuoterla, dirle chiaro e tondo: “E allora? È solo un dettaglio, Gisella. La fede si toglie, le mogli si mettono da parte quando serve. Stefano è ricco, conosce la gente giusta, imprenditori, gente che può aprirti porte che io non vedo nemmeno da lontano. Accetta la corte, e prendi quello che ti dà e tu offri quello che hai. Devi pensare al tuo futuro, ma non quello delle favole, quello di un conto in banca vero e un appartamento senza muffa.” Ma non potevo ancora dirglielo così, crudo, diretto. Era ancora un’adolescente romantica, con i sogni nel cassetto: l’amore vero, il principe azzurro, le passeggiate mano nella mano sul Lungotevere. La guardavo e sentivo una rabbia sorda mista a tenerezza. “Un giorno capirai…” Pensavo. “Un giorno vedrai che l’amore vero è un lusso per chi non ha mai freddo. Per noi, l’amore è solo uno strumento. Non è una poesia, non è un film con la musica che sale piano piano: è solo una moneta di scambio per strappare un pezzo di potere in un mondo che non te ne concede gratis.”

Pensavo a me stessa alla sua età, con gli stessi sogni idioti, fragile e convinta che l’amore fosse una cosa pulita: un bacio sotto la luna, una carezza sotto la pioggia. E invece no. L’amore vero è sporco, è quell’odore acre di nettare che cola dalle cosce dopo che il maschio ha fatto il suo comodo, sono le gambe che si allargano per invitarlo dentro, è sentirsi preda, femmina in calore che si arrende al ritmo animale, al bisogno primordiale di essere riempita, dominata, usata.

Non c’è poesia lì dentro: c’è carne che sbatte contro carne, gemiti che escono storti, unghie che graffiano la schiena per marcare il territorio, un odore di sesso che resta sulle lenzuola e sulla pelle per ore. È l’istinto che prende il sopravvento, il cervello che spegne le luci e lascia fare al sangue che pompa, al maschio che entra, e preme quel vuoto di carne illudendosi di riempire anche il cuore.

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Per il momento la lasciai fare, ma dentro di me contavo i giorni. Presto avrebbe dovuto scegliere: il sogno da ragazzina o la salvezza che le costruivo mattone dopo mattone. E io ero lì, a spingerla, a farle capire l’importanza del suo corpo, di quella bellezza che non andava sprecata, o peggio buttata via. Certo sì, sognavo per lei una vita diversa dalla mia, sicura che prima o poi sarebbe arrivato l’uomo giusto, il giro giusto con macchine decappottabili e suite da sogno, ma invece del principe azzurro arrivò quel Tullio, quell’autista con la faccia da furbo, le mani callose e un profumo nauseante da supermercato. Lo odiai dal primo momento.

Gisella lo incontrò in una di quelle sere d’estate romana, afosa e appiccicosa, con l’aria che puzzava dei rifiuti marci, accumulati nei vicoli di Trastevere. Stava tornando dalla scuola d’arte, con la cartella piena di schizzi a carboncino. Tullio era lì, appoggiato a una Mercedes nera lucida, con gli occhiali da sole anche se il sole era già tramontato, fumando una sigaretta con aria da padrone del mondo. Faceva l’autista per un politico, un certo Saverio, un nome che a Roma girava sottovoce, legato a partiti minori, appalti dubbi e giri della malavita che si intrecciavano con la politica come edera velenosa sui palazzi antichi. Saverio era un uomo sui cinquanta, sposato con una donna di buona famiglia che lo copriva di alibi, ma era un poco di buono: frequentava i locali notturni di Via Veneto, gioco d’azzardo in case private all’Eur, ed aveva le mani in pasta con tipi che non si presentavano mai con il cognome.

Tullio, il suo autista, era il suo braccio destro, un ragazzo di venticinque anni, bello in modo rude, con i capelli neri pettinati all’indietro e un tatuaggio sbiadito sul collo che parlava di un passato di periferia. Quella sera lui le aveva sorriso mentre lei attraversava la strada, e bastò quel sorriso per farle battere il cuore. “Ehi, bella, ti serve un passaggio? Roma è pericolosa di notte…” Le disse con quella voce bassa, romana verace, che la fece arrossire. Si incontrarono altre volte e non tanto per caso, lui la seguiva e lei a poco a poco accettò la sua compagnia finendo per innamorarsi pazzamente di lui.

Gisella aveva appena compiuto diciassette anni, con la testa piena di sogni dopo qualche settimana parlava già di una villetta, di un matrimonio, come se la felicità fosse una casetta con le tendine bianche. Dio com’era ingenua! Tullio non aveva niente da offrirle, a parte le bugie, ma lei cadde subito nella sua trappola. Provai a dirglielo, ma Gisella, testarda, si innamorò. L’amore! Che parola ridicola. L’amore non paga l’affitto, non mette un piatto in tavola ed io volevo di più per lei, molto di più.

Capii subito di che pasta fosse fatto Tullio, ma lei non si rese conto del suo doppio gioco. La corteggiava con la bella macchina che non era sua, scarrozzandola nella città di notte e facendole ammirare il Colosseo illuminato e posti incantevoli e romantici di Roma. Lui parlava di matrimonio e figli e lei credeva a ogni sua parola, ignara che Tullio era solo una pedina nella scacchiera di Saverio: obbediente, calcolatore, pronto a fare favori per un extra in busta paga o una promozione nei giri che contavano.

Quando le confessò che quella macchina non era sua e che era semplicemente un autista, era già tardi. E in una maledetta sera di giugno inoltrato accadde l’irreparabile. Quella sera Tullio passò a prenderla sotto casa con la solita Mercedes nera, ma invece di dirigersi verso il centro la portò fuori città, lungo la via Appia Nuova, poi deviò su stradine secondarie fino a perdersi tra i campi di grano e i ruderi abbandonati della campagna romana. La luna era quasi piena, illuminava i fili d’erba alti e le sagome scure degli ulivi. Spense il motore in un punto isolato. Gisella era nervosa, eccitata, spaventata. Non aveva mai fatto l’amore. Tullio lo sapeva che era vergine: “Tranquilla, amore mio. Ti voglio bene. Voglio che sia bello per te.” Lei annuì, gli occhi lucidi e le mani che si aggrapparono al suo collo. Si spostarono sul sedile posteriore quando lui togliendole il vestito lentamente le baciò il seno e lei chiuse gli occhi e si abbandonò completamente.

Non oppose resistenza, si lasciò guidare con una fiducia cieca, innamorata, totale. Il dolore ci fu, breve, acuto, ma lei lo strinse forte sussurrandogli: “Ti amo”, mentre lui si muoveva dentro di lei, e in quel momento per Gisella tutto il mondo si ridusse a loro due, alla macchina che odorava di fumo e sudore, al rumore dei grilli fuori dal finestrino socchiuso, alla sensazione di essere finalmente la donna di qualcuno. “Sei stata perfetta, amore. Ora sei mia per sempre…” Le disse lui e lei ci credette con la testa sul suo petto, ascoltando il cuore che rallentava, convinta che quella notte aveva sigillato un patto eterno.

Gisella me lo confidò la notte stessa. Ero seduta in cucina ad aspettarla, lo facevo sempre quando tornava tardi. Con la sigaretta che tremava tra le dita, capii tutto in un istante. Il disgusto mi salì in gola come bile. Non era disgusto per il sesso in sé. Era disgusto per l’inutilità di quel gesto, per la verginità buttata via con un buono a nulla, un autista di malavitosi, un ragazzo che non aveva un euro in tasca oltre a quelli che elemosinava dal capo. “Con uno così! Con uno che guida per altri, che non possiede nemmeno una macchina.” Le dissi stringendo i denti fino a farmi male.

Avevo passato anni a forgiarla, a insegnarle a usare il corpo come arma, a tenere gli uomini a distanza quel tanto che bastava per farli pagare, e ora Gisella aveva ceduto tutto, tutto per quattro carezze in una macchina parcheggiata in mezzo al nulla. Per un ragazzo che puzzava di sigarette e promesse false. Per un amore da film di serie B che non portava né soldi e né salvezza. Non urlai, non la schiaffeggiai. Seduta al tavolo sentivo dentro di me qualcosa spezzarsi. Non era solo rabbia: era fallimento. Avevo fallito nel trasmetterle la lezione più importante: che il corpo è moneta, non dono. Che la verginità non è una cosa da regalare a chi ti fa sentire speciale, ma un capitale da spendere con chi può restituire interessi alti. Gisella l’aveva dilapidata con Tullio, un perdente, un servo, uno che non poteva mai comprarle nemmeno un paio di scarpe decenti. “Stupida! Stupida bambina romantica. Hai buttato via l’unica cosa che ti rendeva preziosa per uno che non vale niente. E ora che fai? Ti sposi con lui? Andrai a vivere in un buco? Lavorerai per lui? Laverai i piatti due volte al giorno? No. Ora sei solo una ragazzina usata.” Pensai senza dire.

Il disgusto mi rimase addosso per giorni. Ogni volta che vedevo Gisella sentivo lo stomaco rivoltarsi. Non per pudore, non per gelosia materna, ma per rabbia. Perché quella notte in campagna Gisella aveva scelto il cuore invece della testa, l’effimero invece del concreto, e io sapevo che da lì in poi tutto sarebbe stato più difficile. Il riscatto che sognavo per anni si stava allontanando e forse per sempre. E mentre fumavo alla finestra, guardando le luci di Roma che non dormivano mai, mi ripromisi una cosa sola: non avrei lasciato che finisse così. Dovevo tirare Gisella fuori da quella storia, a costo di spezzarle il cuore. Perché l’amore, per me, rimaneva sempre una gigantesca trappola. E ora mia figlia ci era cascata dentro con tutti e due i piedi.


******

Quando Saverio vide Gisella per la prima volta in foto, un chiodo fisso gli si piantò in testa. Tullio gliela mostrò: “Guarda che roba, capo!” Disse ridendo, mostrando Gisella con un vestito corto, sorridente sotto le luci di un bar al Gianicolo. Saverio, con gli occhi stretti dietro gli occhiali da vista, annuì. “Bella. Molto bella. Fammela conoscere…” Non era una richiesta, era un ordine. Saverio la voleva: non per amore, ma per possesso, per aggiungere un altro trofeo alla sua vita dal potere oscuro. Tullio rispose timidamente: “È la mia ragazza…” Ma poi per ingraziarsi il capo, ubbidì, come sempre. Dentro di sé, forse provava un pizzico di gelosia, ma la lealtà verso Saverio veniva prima di tutto.

Così, Tullio iniziò a preparare il terreno con Gisella. Le parlò di matrimonio, ma sempre con un velo di realismo crudele. “Sai, amore, per sposarsi ci vogliono soldi. Una casa decente. Io ti amo, ma cosa ti posso offrire ora? Solo sogni. Sogni e baci.” Lei annuì, stringendosi a lui, convinta che l’amore avrebbe risolto tutto. Non capendo che quelle parole erano un’esca, un modo per farle sentire la mancanza di qualcosa di concreto. Tullio le riempì la testa con case da sogno, viaggi a Capri e cene in ristoranti di lusso, sapendo che Gisella, influenzata da me, aveva già quel seme di ambizione piantato dentro. “Voglio il meglio per te, per noi…” Le disse vago, accarezzandole i capelli. “Tu sei bella, non avrai difficoltà ad aprire le porte della nostra felicità con le chiavi giuste…” Lei rispose di sì, sempre più cieca al doppio gioco di Tullio.

E così dopo appena una settimana arrivò quella sera. Tullio organizzò tutto: “Andiamo a cena, amore. Ti presento il mio capo, uno importante. Potrebbe aiutarci con i soldi per il matrimonio e per il viaggio di nozze. Voglio portarti a Parigi.” Gisella esitò un attimo, ma poi come al solito accettò, fidandosi ciecamente del suo fidanzato. Si vestì con cura: una gonna corta che le cucii, trucco pesante, i tacchi alti che le facevano male, ma la rendevano irresistibile. Io la guardavo dalla cucina, era bellissima mia figlia! Pronta per meritare di più dei pochi spiccioli di Tullio. Dovetti ammettere, che quel ragazzo che disprezzavo perché la stava ingannando, stava facendo esattamente il mio gioco!

Tullio, puntuale come non era mai stato, era sotto casa ad aspettarla con la sua Mercedes nera. Quando lei scese la baciò con foga, ma poi durante il viaggio iniziò ad essere nervoso. Certo avrebbe dovuto dirle qualcosa, confessare, ma non ce la fece. Il ristorante, vicino a Piazza di Spagna, era illuminato da luci soffuse e con un cameriere in livrea davanti all’entrata, Tullio fermò l’auto, ma non scese. Con il motore ancora acceso le disse: “Vai tu. Saverio ti sta aspettando dentro. Io devo fare una commissione veloce per lui, torno tra poco.” Ma non era vero! Lui era pur sempre un autista e non avrebbe mai potuto sedere allo stesso tavolo del suo capo. Lei lo guardò confusa, il cuore che batteva forte in un misto di eccitazione e paura. “Ma… e tu?” Lui la guardò sapendo già che l’avrebbe persa almeno per quella sera e chissà per quante altre, eppure rispose: “Fidati di me, amore. È per noi. Entra, ordina quello che vuoi. Saverio è un tipo in gamba, è ricco, ti metterà a tuo agio.” Le diede un ultimo bacio veloce spingendola dolcemente fuori dall’auto.

Gisella entrò nel ristorante con le gambe tremanti. L’aria odorava di cibo raffinato, tartufo e vino d’annata invecchiato, i tavoli erano occupati da gente elegante che parlava a bassa voce. Signori in abito scuro, donne affascinanti vestite con abiti elegantissimi. Saverio era lì, al tavolo d’angolo, con un completo blu e un sorriso da predatore. Appena la vide si alzò in piedi e le andò incontro: “Gisella, finalmente. Sei bellissima! È un piacere averti mia ospite. Tullio mi ha parlato tanto di te. Siediti, ordina pure. Abbiamo tempo per conoscerci.” Lei si sedette, un po’ a disagio, guardando verso la porta in attesa di Tullio. Ma Tullio non tornò. Era già ripartito con la Mercedes che sfrecciava per la città, lasciando Gisella sola con l’uomo che la voleva a tutti i costi.

Fu l’inizio di qualcosa di oscuro: Saverio le offrì champagne, complimenti, promesse e sogni. Gisella sorrideva timidamente, ignara del tradimento, del doppio gioco che l’aveva portata lì. Tullio intanto, tornato a casa, si distese sul letto e guardando il soffitto pensò solo ai soldi che Saverio gli avrebbe dato per quel “favore”. Io, in casa, non riuscivo a dormire, sentivo a pelle la delusione di mia figlia, ma una parte di me, quella che non aveva mai smesso di sperare, era quasi felice!

Gisella era seduta di fronte a lui, con le mani intrecciate in grembo e il cuore che le martellava nel petto per l’assenza di Tullio e per quell’uomo sconosciuto che la guardava con occhi affamati, nascosti dietro un sorriso affabile. Il tavolo era apparecchiato con tovaglie di lino bianco, posate d’argento che riflettevano le fiamme delle candele e un menu che parlava di piatti esotici che lei non aveva mai assaggiato: ostriche fresche, risotto al tartufo nero, filetto in crosta di pepe. L’aria odorava di spezie e ricchezza, un contrasto netto con la sua vita. Saverio, con la cravatta allentata, si sporse leggermente in avanti. “Gisella, Tullio mi ha detto che sei un’artista. Una modella per pittori, vero? Devi essere abituata agli sguardi ammirati.” La sua voce era vellutata, con una durezza sottostante, come un coltello avvolto in una seta. Lei arrossì, abbassando lo sguardo sul bicchiere. “Sì, signore... ma non è niente di speciale. Solo per la scuola d’arte.” Lui rise piano. “Niente di speciale? Una ragazza come te, con quegli occhi che sembrano rubati a un quadro di Caravaggio? Non essere modesta Gisella. Roma è piena di bellezze, ma tu... tu sei diversa. Hai fame negli occhi, fame di vita. E io posso darti quella vita, posso esaudire ogni tuo desiderio. Un appartamento tuo, viaggi, vestiti che non devi cucire da sola. Tullio è un bravo ragazzo, ma non può offrirti il mondo. Io sì.”

Gisella sorseggiò lo champagne, il sapore aspro e frizzante le scaldò lo stomaco. Rispondeva con monosillabi, timida, confusa dal tradimento che non vedeva ancora, Tullio l’aveva lasciata lì come un pacco da consegnare. Saverio continuava a parlare: “Immagina di non dover più posare per quegli artisti squattrinati. Potresti avere una galleria tutta tua, o viaggiare a Londra, Milano. Gli uomini come me conoscono gente: produttori, imprenditori. Basta un mio cenno, e le porte si aprono. Altro che modella potresti fare l’attrice. Tu meriti di più.”

Lei ripensò alle mie parole dette infinite volte: “Usa la tua bellezza, Gisella. È potere. Gli uomini pagano per sognare, e tu puoi farli sognare. Non buttare via tutto per un ragazzo qualunque che ti offre solo baci sotto la pioggia.” Poi le vennero in mente le parole di Tullio, quelle sussurrate nei momenti intimi, sul sedile posteriore della Mercedes. “Con la tua bellezza apri tutte le porte, amore. Sei speciale. Un giorno vivremo come dentro una favola, ma per ora... servono soldi per realizzarla.” Tullio le aveva accarezzato i capelli mentre lo diceva, e lei ci aveva creduto perché voleva crederci, perché il suo tocco la faceva sentire viva, perché pensava che l’amore fosse abbastanza per riempire i buchi della vita.

Ma lì, in quel ristorante di lusso, con il tintinnio delle posate d’argento e il profumo di tartufo che le dava quasi la nausea, i due discorsi si fusero nella sua testa. Saverio le sfiorò la mano, sorridendo con quella sicurezza da uomo che sapeva di aver già vinto. “Dimmi di sì, Gisella. Lascia che mi prenda cura di te.” E in quel momento, mentre annuiva e sorrideva meccanicamente, uno squarcio di luce le attraversò la mente, crudele, impietoso, chiarissimo. Vide tutto. Vide Tullio che la lasciava davanti al ristorante con un bacio frettoloso e un “torno tra poco”, sapendo esattamente cosa sarebbe successo. Vide me che la vestivo con le gonne corte e i tacchi alti per darle un futuro. Vide sé stessa nuda negli studi di pittura, tremante sotto gli sguardi affamati di uomini che non le avrebbero mai dato niente oltre al quadro da quattro soldi. Vide la sua verginità persa in campagna, su un sedile di una macchina che puzzava di sigarette e sudore, con Tullio che le prometteva “per sempre” mentre già negoziava con Saverio il prezzo di quella notte.

Quel velo romantico si squarciò di colpo. Non era amore, non era destino, non era un principe che l’avrebbe salvata. Era semplicemente un mercato e lei era la merce, Tullio il venditore, Saverio l’acquirente, ed io la mediatrice. Tutto combinava e in quel momento un accecante bagliore inondò la sua mente come se le porte della sua bellezza si aprissero verso stanze sempre più lussuose, dove il prezzo da pagare in fin dei conti non era così esoso. Una lacrima ribelle scese furtivamente sul suo bel viso, ma lei la ricacciò indietro con un sorriso forzato.

Saverio non si accorse di nulla, continuò a parlare di regali, di un appartamento in zona Prati, di “noi due” come se fosse già tutto deciso. E mentre lui parlava di sogni reali dentro di lei qualcosa si ruppe per sempre. E lì proprio lì Gisella si rese conto di non essere più la ragazzina innamorata che credeva ai sogni. Era una ragazza che vedeva la crudezza di quel mondo e capiva, finalmente, che la bellezza non era un dono, era una condanna, un’arma che altri impugnavano al posto suo. Il nodo di colpa per Tullio si sciolse. Forse non era solo una cena, forse Saverio era davvero l’uomo giusto. Abbassò la guardia lentamente, sorridendo un po’ di più, annuendo quando lui le riempì di nuovo il bicchiere, ostentando la sua scollatura quando gli occhi di Saverio le sfiorarono il seno.

Saverio si rese conto di averla in pugno e le sue parole diventarono sempre più taglienti, nette: “Tullio non verrà a prenderti, se vuoi questa notte può essere solo nostra… Io posso darti quello che vuoi e tu quello che desidero.” Gisella aveva capito e quelle parole furono del tutto inutili. La cena proseguì con piatti che arrivarono uno dopo l’altro, mentre Saverio le raccontava aneddoti di viaggi in yacht, di feste con celebrità, promettendo di portarla con sé. Gisella mangiò poco, ma continuò a bere e il calore dell’alcol le sciolse le poche resistenze rimaste.


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Quando uscirono dal ristorante, Saverio la guidò verso il pied-à-terre e Gisella non oppose resistenza. Camminò al suo fianco, il braccio di lui intorno alla vita. Abbassò la guardia non per passione, ma per rassegnazione. Capì che opporsi non serviva: il gioco era già iniziato anni prima, e lei era solo l’ultima pedina a muoversi sulla scacchiera. Roma continuava a brillare indifferente, con le sue fontane e i suoi palazzi antichi, pronta a inghiottire un’altra anima che aveva osato sognare troppo in grande. E Gisella, per la prima volta, si chiese se valesse la pena salvarsi o se ormai fosse troppo tardi.

Il pied-à-terre era una mansarda a due passi da Piazza di Spagna, in un palazzo antico con la facciata in travertino e un portone discreto che si apriva su un cortile interno. Salirono con un ascensore minuscolo, dorato, che odorava di legno lucidato. Lui tentò di baciarla, ma lei non disse di no, disse solo “Aspetta”. L’appartamento era piccolo, ma lussuoso: pareti tappezzate di seta rossa, un divano in pelle nera che dominava il salotto, un camino che proiettava ombre danzanti. Sul tavolino basso, una bottiglia di vino già aperta, bicchieri di cristallo, e una vista mozzafiato sui tetti di Roma, con la scalinata della Trinità dei Monti illuminata in lontananza.

L’aria odorava di profumi femminili, un misto di eleganza e segretezza che gridava a un “nascondiglio per amanti”. Gisella si chiese quante altre amanti come lei fossero già passate in quell’appartamento, ma fu solo un pensiero passeggero perché Saverio la fece accomodare sul divano, versandole un altro bicchiere. “Rilassati, Gisella. Qui nessuno ci disturba.” Lei si sedette, volutamente lasciva, le gambe accavallate, il vestito che saliva un po’ troppo, ma lei non si coprì. Lui si avvicinò, sfiorandole il ginocchio delicatamente. “Sei bellissima.” Le sue parole erano sussurri, promesse intrecciate a carezze: “Ti darò tutto. Basta che tu sia mia.” Gisella esitò per un attimo, ma l’alcol la spinse oltre il limite. Si abbandonò al primo bacio, le labbra di Saverio che sapevano di vino e dominio, le mani che le slacciavano il vestito con una passione esperta che forse sarebbe bruciata in una sola notte. Ammirò il suo corpo giovane come un collezionista con un’opera d’arte. “Sei perfetta”, mormorò, baciandole il collo, le spalle, scendendo piano mentre lei inizio ad ansimare.

Gisella si sentiva un trofeo, ma era stata educata per esserlo e in quell’istante pensò quanto fosse semplice essere una donna disponibile. Si lasciò andare, chiudendo gli occhi, mescolando colpa e desiderio e quel futuro che iniziava finalmente ad intravedere. Non era come l’amore con Tullio, era qualcosa di più freddo, ma più profondo, qualcosa che entrava nella sua essenza di donna dandole la consapevolezza del suo valore.

Lui sopra di lei, scostò appena le mutandine senza spogliarla, e la penetrò quasi subito con la forza del maschio che non ammetteva repliche. I suoi movimenti erano esperti, possessivi, mirati al suo godimento, mentre le sussurrava promesse all’orecchio: “Ti presenterò a gente importante. Sarai la mia musa, Gisella. Niente più povertà, niente più Tullio. Solo lusso, viaggi, tutto ciò che sogni.” Lei gemette ancora, allargò le gambe per essere più capiente. E Saverio accelerò, spinse forte col suo respiro affannoso finché un orgasmo potente li colse insieme, lui con un grugnito rauco, collassando su di lei, lei con un singhiozzo misto a piacere e nessun rimpianto. Dopo, mentre giacevano lì su quel piccolo divano, Saverio la rassicurò: “Non preoccuparti di nulla. Sistemerò tutto io con Tullio…” Gisella annuiva ma sapeva che non ci sarebbe stato nulla da sistemare, Tullio era solo un autista e lei meritava assolutamente di più.


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Per qualche mese si incontrarono regolarmente in quel pied-à-terre. Lei accettò ogni invito non mancando mai un appuntamento. Certo non era felice, Tullio non la cercò più e lei chiuse il suo cuore a chiave lasciando aperta solo la parte di sé che Saverio cercava e bramava quasi ogni giorno. Lui le comprò un ricco guardaroba e lei fiera ostentava la sua bellezza diventando irraggiungibile per gli sguardi del quartiere. Ogni settimana, puntuale come un orologio svizzero, una nuova scatola: un abito da cocktail nero con la scollatura profonda sulla schiena, un cappotto di cachemire cammello, décolleté di vernice col tacco a spillo, guanti di pelle lunghi fino al gomito, foulard di seta con stampe di cavalli e catene e poi orecchini, collane, gioielli.

Certo non era gratis. Lei pagava tutto con le sue cosce, rendendosi conto finalmente del loro valore, quelle cosce lisce, giovani, ancora senza smagliature, che si aprivano a comando e si richiudevano solo dopo aver incassato il prezzo. All’inizio fingeva di non capire. Apriva le scatole con gli occhi che brillavano come una bambina davanti ai regali di Natale, passava le dita sul cachemire morbido, provava il tacco davanti allo specchio e rideva, quella risata leggera che ancora sapeva di innocenza. Poi, la sera stessa o quella dopo, arrivava il conto: le mani di lui che le stringevano i fianchi, il respiro caldo sul collo, il peso del corpo adulto che la schiacciava contro il materasso o contro il muro del bagno di un hotel a cinque stelle. Niente parole d’amore. Solo un gemito basso, un “brava” sussurrato mentre entrava dentro di lei, e la scopava e lei si faceva scopare e imparava in fretta. Imparava che le cosce erano valuta, erano potere, erano il biglietto per il paradiso, il riscatto, la liberazione! Ogni volta che la vedevo indossare un reggicalze nuovo, ogni volta che mi chiedeva se la riga della calza fosse dritta sapevamo entrambe che quella sera si sarebbe inginocchiata, avrebbe allargato le gambe senza fare storie, ed io vedevo nei suoi occhi quel lampo nuovo, non più vergogna, ma calcolo, cosciente che quell’uomo non la voleva per il suo cuore, ma per il suo corpo affittato a pezzi: le cosce pagavano il cachemire, la bocca pagava i gioielli, la fica pagava la sicurezza di non dover mai più chiedere, il sedere la voglia di salire più in alto possibile. Stava imparando la lezione più sporca della sua vita, ma la più vera: il corpo è l’unica banca che non fallisce mai, se sai come usarlo.

Gisella imparò a camminare come una diva, tutto il quartiere la guardava. I capelli cotonati in onde morbide, il rossetto rosso scuro, l’ombretto grigio fumo che rendeva gli occhi più grandi e distanti. Quando camminava per via del Corso o saliva i gradini di piazza di Spagna, gli uomini si voltavano, ma lei non ricambiava lo sguardo. Era diventata un quadro: bello da ammirare, impossibile da toccare.
Un mese dopo il primo tailleur, Saverio le mise in mano un mazzo di chiavi. La nuova casa era un appartamento di centoventi metri quadrati con i pavimenti di marmo venato, finestre alte fino al soffitto e un balcone che guardava i tetti di Roma. C’era già un divano di velluto verde bottiglia, una specchiera veneziana, un mobile bar con bottiglie di liquori. Saverio le aveva lasciato anche un’agenda di pelle con numeri di telefono: sarta, parrucchiere, estetista, fioraio. “Fanne quello che vuoi.” Le disse. “Ma quando esci da questa porta sei solo mia, intoccabile... irraggiungibile… inavvicinabile…”

Saverio la presentava agli amici come la sua musa. La portava a cene in ristoranti con tovaglie di lino e candele vere, a prime nei teatri dove le donne indossavano pellicce anche d’estate. Sedeva al suo fianco con la mano appoggiata allo schienale della sedia, possessivo, ma discreto. Lei sorrideva poco, parlava ancora meno. Aveva capito che il silenzio era l’accessorio più costoso che le avesse regalato. Quando tornava a casa da me, si toglieva le scarpe appena varcata la soglia, si sedeva sul divano sfondato della cucina e appoggiava la testa sulla mia spalla. “Mamma, hai fatto tanto per me…” Mi disse una sera di febbraio, mentre fuori pioveva. “Voglio ripagarti. Quando sarà tutto sistemato verrai a stare con me. Vivremo insieme come due signore. Vedrai.” Io non parlavo dall’emozione, le accarezzavo i capelli cotonati, che ormai odoravano di lacca francese. Era felice sì e dentro di sé sapeva che la finestra socchiusa sul cuore non si era chiusa del tutto. Ma ormai era diventata troppo piccola per far entrare qualcuno che non fosse Saverio.

Ma una mattina mentre facevavo colazione lesse un trafiletto sul Messaggero: “Noto politico arrestato per connivenza con la malavita.” A fianco dell’articolo la foto di Saverio! Io ero lì davanti a lei. Lei scoppiò a piangere, ma per la prima volta non vidi amore in quella disperazione, ma solo il calcolo di ciò che aveva perso, ossia l’appartamento in Prati che Saverio non aveva fatto in tempo ad intestarle e solo qualche spicciolo in banca. Lei era pur sempre stata l’amante di quel losco figuro, avevano frequentato insieme ricevimenti e cene di gala e dopo quel trafiletto la sua immagine si bruciò irrimediabilmente.

Tullio che aveva perso il lavoro tentò un nuovo approccio, ma Gisella non era più la ragazzina di un tempo, era una donna fatta e sofisticata, anche se in quel momento era solo una donna che rimpiangeva il lusso. Cercò in tutti i modi di rimanere nel giro, contattando amici e conoscenti di Saverio, ma il suo destino era segnato, senza di lui, ormai in carcere, era solo una ragazza disperata che tutti cercavano di evitare. Per rassicurarla le dissi che il tempo avrebbe rimesso a posto ogni cosa, ma non fu così. Venne anche convocata in Questura, ma solo per informazioni. Lei si vergognava e per settimane rimase chiusa in casa con le finestre chiuse.


******

Fu allora che spinsi Gisella verso Clara, la figlia della portiera che abitava nello stesso nostro palazzo. Clara, appena ventenne, era ragazza furba, smaliziata ed aveva già capito come muoversi nella vita… ed io sapevo come si guadagnava da vivere. Alta, mora, con un seno generoso e invitante, non frequentava uomini ricchi, ma quello che le capitava sottomano, negozianti, artigiani, impiegati di banca.

Gisella per la smania di ritornare al vecchio splendore, grazie a lei, iniziò a uscire frequentando la stessa gente. Insieme, di sera, frequentavano bar e locali del quartiere, finché una sera tornò a casa con un signore sulla sessantina. Io le dissi che era troppo vecchio per lei, ma Gisella rise: “Mamma non è nulla per me…” Capii. Da quella sera tornava a casa sempre con uno diverso. Brilla e su di giri sentiva una smania di risalire che le bruciava dentro più forte del pudore. Gonne sempre più corte, trucco sempre più pesante e quella porta della sua stanza che si chiudeva con una mandata, come un sigillo su un patto che nessuno dei due voleva nominare ad alta voce. Io restavo in cucina, con la televisione accesa a volume altissimo per non sentire, fingendo di non sentire i passi pesanti sul corridoio, le voci attutite, il letto che cigolava, le voci maschili che la chiamavano troia e la sua che gemeva per finta.

I clienti erano uomini d’ogni tipo, un campionario umano che entrava e usciva dal nostro appartamento come da una stazione di servizio. C’era il signore sulla cinquantina con la cravatta allentata e l’alito di whisky, un impiegato di banca che la sera si concedeva “un piccolo sfizio” prima di tornare dalla moglie. C’era il ragazzo sui venticinque anni, capelli rasati e giacca di pelle, che arrivava con le banconote stropicciate in tasca e se ne andava dopo venti minuti esatti, quasi avesse il cronometro. Poi il commerciante grassoccio con l’orologio d’oro vistoso, che parlava ad alta voce di affari e di quanto avesse incassato quel giorno, ma lasciava sul comodino solo il necessario. Ogni tanto compariva anche qualche straniero di passaggio, un turista tedesco taciturno, un uomo d’affari arabo con la camicia immacolata, che aveva trovato l’indirizzo tramite un contatto fidato. Non erano mostri, erano solo uomini normali con desideri normali e tasche di dimensioni diverse.

Gisella accettava tutti, senza fare distinzioni, perché ogni banconota era un mattone della scala che voleva salire, certo non era più la scala lussuosa ed agevole di un tempo, ma aveva i gradini ripidi e sconnessi. Dentro di sé provava un misto feroce di determinazione e nausea. Si preparava con cura, trucco pesante, lingerie strategiche, scollature da capogiro, un profumo economico che mascherava l’odore della paura. Sorrideva quando apriva la porta, un sorriso professionale che non arrivava mai agli occhi e appena la porta si richiudeva alle spalle dell’uomo di turno, però, il sorriso svaniva. Si muoveva meccanicamente, efficiente, distante, come se il corpo fosse un attrezzo e la mente altrove. Ogni volta che finiva, dopo aver accompagnato l’uomo alla porta con un “grazie, torna presto” recitato a memoria, Gisella tornava davanti allo specchio del bagno. Si guardava a lungo, le mani appoggiate sul lavandino, gli occhi lucidi, ma non piangeva, perché le lacrime le sembravano un lusso che non poteva permettersi.

Era in quel momento che indossava una maschera, perché dentro ribolliva una rabbia sorda contro sé stessa, contro la povertà che l’aveva spinta fin lì, contro quei sogni che erano durati solo una stagione, contro il mondo che le aveva insegnato che la dignità si compra e non si eredita. Eppure, subito dopo, arrivava la consolazione: “Mamma, ancora un po’, ancora qualche mese, e poi smetto. Poi avrò i soldi per cambiare tutto. Per non fare più la puttana.” E quella parola le usciva fluida, non era rimprovero, era la libertà che le altre non potevano avere, era quasi orgoglio, perché la povertà le aveva insegnato a odiare la povertà più di ogni altra cosa. Con quel tacco dodici guardava le altre dall’alto verso il basso, guardava oltre verso quell’orizzonte che le sue coetanee non avrebbero mai potuto vedere.

E così continuò, notte dopo notte, a chiudere la porta, a sorridere, a contare le banconote, a promettersi che un giorno avrebbe smesso. “Un giorno apro un negozio di abbigliamento in via del Babuino, o forse una piccola galleria d’arte.” Pensava che un giorno sarebbe stata dall’altra parte dello specchio: quella che guarda, non quella che viene guardata, ma questo giorno non arrivò mai!

Io rimanevo muta, ma non pentita. Forse non era quello che avrei voluto per lei, ma era ugualmente una vita che io non avevo mai avuto. Ogni tanto la vedevo triste, e la spronavo: “Non fare la sciocca, Gisella. La tua occasione verrà. Non la buttare via per un po’ di malinconia.” Non era felice, ma con quel mestiere poteva comprarsi ogni cosa senza guardare il prezzo. E questo per me non era tristezza, era saper vivere perché pensavo e ne sono ancora convinta che i soldi non danno la felicità, ma ti fanno vivere bene.

Adesso, ogni volta che la vedo, con quei suoi occhi che sembrano chiedere qualcosa di diverso, penso: “Non importa, figlia mia. Io ti ho salvata. Ti ho dato quello che io non ho mai avuto! La dignità è un lusso per chi può permetterselo. La felicità, beh quella viene dopo, se mai verrà. Io voglio che tu abbia tutto: i gioielli, le case, il rispetto che si compra con i soldi. E se per averlo devi calpestare te stessa, beh, lo farai. Io sono tua madre e so cosa è meglio per te. Non mi fermerò, non ora, non mai…”





Questo racconto è opera di pura fantasia.
Nomi, personaggi e luoghi sono frutto
dell’immaginazione dell’autore e
qualsiasi somiglianza con
fatti, scenari e persone è del tutto casuale.

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