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RACCONTO

Adamo Bencivenga
GELOSA DI MIA MADRE
Sara ha 28 anni, è una
ragazza dolce, docile e profondamente sottomessa per
natura, che sogna di essere protetta da un uomo
forte. Quando incontra Gianni, avvocato carismatico,
possessivo e seducente di 35 anni, crede di aver
trovato finalmente l’uomo dei suoi sogni più intimi.
Ma la passione viscerale si mescola presto a una
gelosia bruciante, che la porta a dubitare persino
di sua madre...

Mi chiamo Sara, ho 28 anni e
sono sempre stata una ragazza tranquilla, zuccherosa e
docile per natura. Da adolescente quando qualcuno mi
prendeva in braccio, mi lasciavo andare completamente,
mollavo tutti i muscoli e diventavo morbida come un
peluche. Ora, nel mio sogno più bello, c’è sempre un
uomo con le mani enormi e sicure. Mi vede, sorride, e
senza dire niente mi solleva con una sola mano… proprio
così, solo con il palmo aperto. Mi prende e io divento
leggerissima, come se non pesassi nulla. Mi alza in
alto, verso il cielo, e io volo. Volo davvero e lui mi
guarda e io mi sento la donna più protetta del mondo. Il
cuore mi batte piano, tranquillo ed è questo che voglio.
Essere piccola, coccolata e soprattutto protetta.
Dopo tanti fallimenti, dopo diverse storie brevi che
mi hanno lasciata sempre più vuota e delusa, finalmente
ho trovato l’uomo giusto. Gianni è un avvocato e ci
siamo conosciuti in un forum all’Eur sui femminicidi e
le molestie sulle donne. Non avrei mai pensato che
proprio in mezzo a discorsi così duri potesse nascere
qualcosa di così profondo per me. Dopo il forum lui si è
avvicinato ed abbiamo iniziato a parlare. Dopo un caffè
le parole si sono fatte più intime, più personali. Solo
un caffè… e tutto è cambiato.
I suoi occhi su di
me, la sua voce bassa, quel sorriso sicuro. Alla fine,
ci siamo scambiati i numeri di telefono con le mani che
tremavano leggermente. Il giorno dopo mi ha invitata a
casa sua, in un elegante palazzo nel quartiere Flaminio.
Quando l’ascensore si è aperto sul suo pianerottolo, il
cuore mi batteva più forte del rumore dei miei tacchi.
Appena entrata, non c’è stato bisogno di parole. Mi ha
presa tra le braccia, mi ha baciata e subito dopo
abbiamo fatto l’amore lì, sul grande divano rosso. Il
mio corpo tremava sotto le sue mani grandi, come se
finalmente avessi trovato il posto dove abbandonarmi
completamente.
Gianni ha 35 anni, sette più di
me, è brillante, magnetico, seducente e irresistibile. È
sempre circondato da amici, da persone che lo ammirano.
È possessivo in un modo che mi fa sentire desiderata e
spaventata insieme: mi controlla, mi guida, mi dice come
vestirmi, alle volte mi sgrida affettuosamente, ma
quando mi guarda sembra che mi marchi l’anima. Vive
secondo le sue regole slegate, un po’ amorale, un po’
dissacrante e cinico, senza fingere di essere ciò che
non è. Ed è così convinto del suo fascino che a volte
diventa quasi arrogante… eppure è proprio quella
sicurezza che mi fa sciogliere.
Da quella sera è
passato quasi un mese, quando sto con lui mi sento bene,
è l’uomo passionale e possessivo che ho sempre
desiderato, ma insieme a quell’amore viscerale però, è
nata anche lei: una gelosia profonda che non ho mai
provato prima. Una gelosia che mi stringe il petto ogni
volta che una donna gli sorride un po’ troppo a lungo,
ogni volta che il suo telefono vibra mentre siamo a
cena, ogni volta che una riunione di lavoro si prolunga
fino a notte fonda. Combatto contro questo sentimento
ogni giorno. Cerco di non lasciarmi travolgere, di
resistere, ma è come se una parte di me rimanesse senza
fili, proprio ora che ho finalmente trovato l’uomo che
nel mio sogno mi sollevava con un palmo di mano.
******
Sono in bagno, mi sto truccando, ma il
rossetto trema tra le mie dita come se avesse una vita
propria. Il colore scarlatto scivola appena fuori dal
bordo delle labbra, lasciando una traccia incerta, quasi
un presagio. In sala arrivano le voci, attutite dalla
porta socchiusa, eppure nitide come lame. Sento quella
di mia madre, calda, un po’ troppo squillante, e la sua,
quella di Gianni, avvolgente, con quella solita
parlantina affascinante che sembra fatta di velluto e
miele. Stanno parlando di cose innocue, di viaggi e
cucina, ma lui ha il potere di rendere ogni argomento
una rappresentazione sensuale ed accattivante come se
fosse su un palcoscenico.
È la seconda volta che
mette piede in casa mia. La prima volta mia madre ne era
rimasta subito stregata. Ignara, è caduta nella sua
trappola fascinosa come una falena nella luce.
Quando siamo rimaste da sole mi ha detto con tono
ammirato. «Che ragazzo splendido, Sara! È un tuo amico?
Chissà quante donne gli girano intorno… Non fartelo
scappare…» Nonostante fosse mia madre e fossi
inorgoglita da quelle parole, il sangue mi si è gelato
nelle vene perché forse non mi rendevo conto di quanto
fossi stata fortunata ad incontrarlo e allo stesso tempo
quanto fosse rischioso stare con lui. Eh sì, sono gelosa
anche dell’aria, terribilmente gelosa, perfino di mia
madre che in questo momento sta catturando la sua
attenzione! Lo so che lei è una donna sincera ed
onesta, mai mi farebbe del male, ma non mi fido più di
nessuna. Lei è separata da anni, è ancora una bellissima
donna di cinquantasette anni, con quegli occhi che
riflettono la sua voglia di vivere e un sorriso che sa
illuminare una stanza intera. So che frequenta un uomo
divorziato, ma è troppo bella e troppo sola e anche
troppo vulnerabile.
Sento la voce di Gianni, ora
sta parlando di un suo viaggio a Shangai, le sta
raccontando che una sera ha cenato in un bordello, ma
non è un racconto volgare è pura poesia! Immagino mia
madre estasiata da quelle parole un po’ piccanti e un
po' ruffiane. Ho un piccolo tremito, il rossetto mi
sfugge di mano e rotola nel lavandino. Non ce la faccio
più a restare qui in bagno, con l’immagine di loro due
che chiacchierano tranquilli. Mi precipito in sala.
Sono seduti sul divano, mamma gli ha servito un
Aperol sul vassoio d’argento che usa solo per ospiti di
riguardo. La postura è quella di due vecchi amici che si
sono ritrovati dopo anni, troppo familiare per due
persone che si incontrano per la seconda volta! Lei
ride ad una sua battuta. «Gianni, sei tremendo!» Lui
si sporge appena verso di lei, il gomito appoggiato
sullo schienale, il corpo rilassato come se fosse a casa
sua. La luce del pomeriggio gli accarezza il profilo,
rendendo ancora più nette quelle mascelle definite che
mi fanno impazzire. Alza gli occhi e mi guarda:
«Sara, sei bellissima!» Dice non appena mi vede, ma
non mi arriva come un complimento, penso che la sua
mente abbia qualcosa da nascondere. La sua voce è calda,
vellutata, e per un attimo mi avvolge come una carezza,
ma i suoi occhi… indugiano ancora un secondo sulla
vestaglia a fiori scollata di mia madre. Mi chiede:
«Sei pronta?» Annuisco mentre mia madre si alza dal
divano come una molla e diretta in cucina dice:
«Aspettate, vi preparo un caffè veloce, …» La fermo:
«No, mamma. Siamo in ritardo. Gli amici ci aspettano,
dobbiamo andare.» Gianni mi guarda come per dirmi che
non abbiamo nessun appuntamento, mentre io corro in
camera e afferro la borsa. Voglio solo uscire da questa
casa, portare via Gianni prima che sia troppo tardi,
prima che quell’aria diventi ancora più strana.
Mi fermo un secondo davanti allo specchio: «Che sto
facendo?» Penso. La gelosia mi stava divorando. Vedo
il tradimento dappertutto. «Sono pazza. Sono
completamente pazza a dubitare di mia madre.» Lei,
che mi ha cresciuta da sola, che ha sacrificato tutto
per me. Lei, che mi ha sempre protetta, che mi ha
insegnato a essere dolce e a sua immagine e somiglianza.
Come posso anche solo pensare che possa desiderare
l’uomo che amo? È assurdo. Eppure, quel tarlo mi rode
dentro: quel vassoio d’argento di lei, il secondo di
troppo degli occhi di lui che si sono fermati sulla
scollatura della vestaglia. Scuoto la testa, cercando di
scacciare quei pensieri. Prendo un respiro profondo,
mi sistemo i capelli e mi impongo un sorriso. «Devo
smetterla!»
Quando torno in salotto, cerco di
sembrare tranquilla. Lei è ancora lì, in piedi accanto
al divano, e lo guarda con quell’espressione incantata,
quasi sognante. Per un istante provo una fitta acuta da
togliermi il respiro. Gianni mi guarda con quel suo
sorriso caldo e sicuro, e per un attimo il nodo che
avevo nello stomaco si allenta. «Andiamo?» Chiede
dolcemente. Annuisco, gli prendo la mano, le dita si
intrecciano alle sue con una stretta possessiva, e lo
trascino verso la porta come se uscire da quella casa
possa bastare a lasciarmi alle spalle tutti i miei
dubbi. Mentre varchiamo la soglia sento lo sguardo di
mia madre su di noi, caldo, curioso… e qualcosa dentro
di me si stringe, come se avessi appena lasciato un
fuoco acceso in una stanza piena di paglia. Scendiamo le
scale e sento ancora quel peso leggero sul petto. La
gelosia non se ne va. Si è solo nascosta, in attesa del
prossimo sguardo, della prossima risata, della prossima
occasione per sussurrarmi che non sono abbastanza per
lui.
******
Salgo in macchina,
accavallo le gambe, per rapirgli la mente e un po’ di
attenzione, il vestito di seta scivola e mostra il pizzo
dell’autoreggente nera. Lui, al volante, bello da far
male, mi guarda e sorride. È perfetto, l’uomo perfetto
che avevo sempre desiderato: accattivante con tutte le
donne, capace di farle sentire uniche con una sola
occhiata, devo abituarmi, in fin dei conti ha scelto me.
Ed io lo volevo proprio così, un uomo che gioca a un
livello superiore, senza vincoli, senza regole
apparenti, travolge senza dare il tempo di respirare, e
io amo essere travolta. Amo quella sensazione di essere
trascinata via dalla corrente. Amo la sua forza, la sua
decisione, il modo in cui il mondo sembra piegarsi
quando lui entra in una stanza. Ma allo stesso tempo
so che la mia vita non sarà facile. A quel forum avevo
puntato in alto e lo avevo catturato ed ora, mentre
guida, la sua mano è tra le mie gambe. So che mi
desidera e allora rilancio: «Sei pazzo?» La domanda
esce secca. Lui esplode in una risata profonda, di gola,
che mi fa vibrare fin dentro le ossa. So che ha capito.
«Perché?» Risponde, mentre la sua mano è già dalle mie
parti umide. «Tua madre è una bella donna, elegante,
affascinante… e merita di essere corteggiata.» Fa una
pausa e un suo dito si impossessa del mio piacere. Un
piccolo gemito e lui rilancia. «E poi, così la tua bugia
acquista peso. La brava ragazza che esce per andare a
una festa di amici… invece questa sera è solo per noi.
Ti sei vergognata di dirle che andiamo a scopare?»
Le sue parole mi scivolano sulla pelle come seta
nera. Sento un brivido caldo scendere lungo le mie
cosce, un misto di eccitazione e paura che mi fa
stringere le gambe. Guardo fuori dal finestrino, le luci
della città che iniziano a scorrere più veloci, mentre
dentro di me tutto si mescola. Il ricordo dello sguardo
incantato di mia madre, la gelosia che ancora mi morde
lo stomaco, e quel desiderio feroce di lasciarmi andare
completamente tra le sue mani. Non rispondo subito.
Lascio che il silenzio si carichi di tutto quello che
non dico, mentre la macchina corre nella sera e il suo
profumo, virile e speziato, invade ogni mio respiro. So
che sto giocando col fuoco. E ora, più di ogni altra
cosa, voglio bruciarmi.
Non capisco se è questa
mano che mi penetra o lo sguardo estasiato di mia madre,
ma la consapevolezza del suo fascino del mio uomo mi fa
eccitare in modo vergognoso. Senza smettere di guardare
la strada, mi scopa con un solo dito. Sono fradicia. Le
mutandine di pizzo diventano un peso inutile, inzuppate,
appiccicate alla pelle. «Toglile!» Mi ordina, la voce
bassa e roca, appena un sussurro che vibra direttamente
tra le mie gambe. «Tua madre di solito le porta?»
L’associazione mi colpisce come una scarica elettrica.
L’immagine di mia madre, elegante, raffinata,
inconsapevole dei pensieri sporchi del mio uomo ed io
sua figlia con le cosce aperte nella sua macchina mentre
lui mi tocca. Sento un fiotto bollente che mi brucia
l’anima e mi fa stringere i muscoli. Non esito. Non
posso. Obbedisco come una fanciulla. E allora sollevo i
fianchi quel poco che basta, infilo le dita sotto il
vestito e le sfilo lentamente, arrotolandole nel palmo
prima di nasconderle nel vano dello sportello.
Appena le mutandine spariscono, lui è già di nuovo tra
le mie cosce. Le sue dita scivolano su e giù con un
ritmo costante, sicuro, senza fretta. Il medio e
l’anulare si muovono tra le mie labbra bagnate,
raccogliendo il mio umore, mentre il palmo preme sul
clitoride gonfio. Ogni passaggio è preciso, ogni tocco
esperto: un leggero cerchio, una pressione più decisa,
qualche secondo di attesa, poi di nuovo quel movimento
fluido che mi fa inarcare la schiena contro il sedile.
Sento il clitoride pulsare, ingrossarsi, diventare
sempre più sensibile sotto il suo tocco. Ogni volta che
sfiora quel punto esatto, un brivido mi attraversa le
gambe fino alla punta dei piedi. Non resisto. Mi
aggrappo al bordo del sedile per non scivolare: «Gianni
sto godendo!» Urlo mordendomi il labbro inferiore. Il
suono umido delle sue dita che mi lavorano riempie
l’abitacolo.
Apro gli occhi, lui imperterrito
guida con una mano sola, non si è scomposto, lo sguardo
fisso sulla strada. Un sorrisetto soddisfatto gli curva
le labbra. «Brava ragazza.» Mormora, senza guardarmi.
«Ti sei bagnata così tanto solo perché ho nominato
tua madre…» Fuori i lampioni scorrono veloci, la
città si fa più buia e lontana, mentre dentro di me
tutto si stringe, si scalda, si prepara a sciogliersi
ancora perché so che questo è solo un antipasto...
******
Arriviamo al mare. La strada si è
fatta più stretta, più buia, fino a trasformarsi in uno
sterrato che termina proprio sulla spiaggia deserta.
Scendo dall’auto, l’aria fresca della notte mi avvolge
immediatamente le cosce nude, sfiorandomi la fica ancora
bagnata e sensibile. Quel vento leggero sulla pelle
esposta mi eccita come nient’altro al mondo. Un brivido
elettrico che mi fa stringere le gambe e al tempo stesso
desiderare di aprirle di più. Vedo l’insegna
illuminata del ristorante. Siamo in anticipo. Ci sediamo
sulla riva dietro una barca, la sabbia ancora tiepida
sotto di noi, il rumore delle onde che copre ogni altro
suono. La luna è alta, piena, e disegna riflessi
argentei sull’acqua nera. «Slaccia il vestito Sara,
rimani a seno nudo.» Ordina piano. «Voglio
ammirarti.» Cerco di resistere: «Ho prenotato il
tavolo per le otto, facciamo dopo?» Lui mi guarda di
traverso e sotto quello sguardo mi sento indifesa e
pronta a obbedire a ogni suo ordine. Le dita mi tremano
appena mentre slaccio i bottoni uno dopo l’altro.
Rimango lì, in topless, i capezzoli tesi e duri per
il freddo e per l’eccitazione, esposti alla luce della
luna e al suo sguardo che mi brucia addosso. Non sono
più Sara, la ragazza che ha detto di no a tanti uomini.
Sono un suo giocattolo. Un corpo da esporre, da usare,
da possedere. E invece del disagio, provo solo un
piacere profondo, oscuro, che mi fa bagnare ancora di
più. Lui mi attira a sé e mi bacia con foga, la lingua
che invade la mia bocca con la stessa prepotenza con cui
le sue dita mi avevano presa in macchina. Poi mi spinge
indietro sulla sabbia, mi allarga le gambe senza
gentilezza e la sua lingua si avventura fin dentro la
mia fica. Mescola i miei umori alla sua saliva,
leccando, succhiando, penetrandomi con movimenti lenti e
profondi che mi fanno gemere senza controllo.
Al
culmine del piacere si allontana, non mi fa godere, ora
è lui che pretende, abbassa la lampo dei suoi pantaloni.
Il suo membro è duro, pesante, mi accarezza i capelli ed
io so quello che devo fare. Lo prendo in bocca con
avidità, cercando di dargli tutto il piacere possibile.
Ci metto impegno, dovere, ostinazione, la mia lingua
gira intorno alla punta, le labbra scivolano su e giù,
succhiando sempre più in fondo finché non sento la sua
mano stringermi forte i seni. Lo sento gemere, respirare
affannosamente, supplicarmi di non fermarmi. Fino a che,
con un ringhio basso, viene. I suoi getti caldi mi
riempiono la bocca, densi, salati, e io ingoio fino
all’ultima goccia, assaporando quel gesto di totale
sottomissione.
Quando si ritrae, mi guarda con un
sorriso oscuro e mormora: «Pensa se invece della tua
bocca fosse quella di tua madre…» Era venuto
pensando a lei! Non rispondo, non mi irrigidisco, anzi
quella frase, invece di ferirmi, mi fa fantasticare.
Un’ondata di eccitazione mista a gelosia mi travolge
così forte che sento la mia fica contrarsi di nuovo,
vuota e dolorosamente bagnata. Vorrei, ma lui ora non
vuole. Mi adagio sulla sabbia fresca. Ho il suo sapore
ancora in bocca, il suo seme che mi scende piano in
gola. Stringo le cosce e mi dico che sto bene così. So,
in cuor mio, che è più di un compagno, lui è un uomo
totalizzante, lui è il centro ed io una meteora che gira
intorno a lui. E so che da questa sera niente sarà più
come prima. Quel riferimento a mia madre segna un
confine pericoloso! Dopo dieci minuti, si alza, il
ristorante ci aspetta ed io lo seguo senza mutande e con
un desiderio che rimarrà tale per tutta la sera perché
lui vuole così.
******
Avevo avuto altre
storie con uomini gentili e cortesi, di quelli che ti
aprono la portiera, ti mandano fiori e ti chiedono
sempre se stai bene. Uomini morbidi, prevedibili, che
facevano l’amore come se seguissero un manuale di buone
maniere. Ma lui no. Lui è l’uomo che mi fa vibrare
davvero. Quello che con una sola parola, con un solo
sguardo, riusciva a farmi sentire piccola, bagnata e
viva nello stesso istante. Pericoloso. Lo sapevo. Lo
sapevo fin dal primo momento in cui le sue dita avevano
sfiorato la mia pelle. Stavo rischiando tutto, la mia
pace, la mia dignità di ragazza per bene, di
specializzanda in giurisprudenza con una laurea da cento
dieci e lode e ora iscritta alla Scuola di
Specializzazione per le Professioni Legali per diventare
magistrato. Eppure, ora mentre sono seduta senza slip al
ristorante e mi riecheggiano in testa le sue parole su
mia madre non provo rimpianto. Solo un calore profondo,
oscuro, che mi sale dal ventre e mi stringe il petto. Mi
piace il rischio. Mi piace il modo in cui mi guarda come
se fossi cosa sua, senza bisogno di chiederlo. Mi piace
questa sensazione di essere sul bordo di un precipizio.
So che prima o poi cadrò. Ma ora, con lui davanti che
beve un sorso di rosso dal calice voglio solo cadere più
in fretta. Lui è l’azzardo e la minaccia che ho sempre
cercato. La sera finisce così. Dopo la cena a base
di pesce mi riaccompagna a casa. Forse avrei preferito
concludere in bellezza nel suo letto, ma non sono
delusa, a me sta bene così.
******
Il
giorno dopo mi sveglio con il corpo ancora indolenzito
dalla notte sulla spiaggia e il pensiero di lui. Sono
innamorata cotta. Innamorata in un modo stupido, totale,
che mi fa tremare le ginocchia anche quando sono a
letto. Lo amo con una fame che mi spaventa, perché so
che lui ha avuto mille esperienze prima di me. Donne più
grandi, donne della stessa età di mia madre, donne che
probabilmente sapevano esattamente come muoversi, come
parlare, come dare piacere senza chiedere nulla in
cambio. E io, con i miei ventotto anni prego in silenzio
Dio che quel gioco su mia madre sia solo una sua
fantasia. Che sia solo una provocazione detta per
coltivare il suo ego e per eccitarmi, per mettermi alla
prova e spingermi più in fondo nel buio con lui. Ma
dentro di me, nella parte più lucida e terrorizzata, mi
rendo conto della cruda verità: non lo perderò per
questo gioco, ma solo se mi irrigidisco, se faccio
retromarcia, se gli tarpo le ali, se gli chiedo di
interrompere questo gioco, sporco, immorale, ma per lui
eccitante.
Lui mi vuole esattamente così,
trasgressiva, senza freni, pronta a tutto. Mi vuole
complice del suo io smisurato e non solo amante. Mi
vuole partecipe fino in fondo, alle sue trasgressioni,
fino a quel confine dove il piacere si mescola alla
vergogna e alla paura. Lo sento nel tono della sua voce
quando pronuncia certe frasi, nel modo in cui i suoi
occhi si stringono quando mi guarda, come se stesse già
misurando fino a che punto io possa spingermi. Ieri sera
mentre gli davo piacere con la bocca ho capito che stavo
camminando su un filo sottilissimo. L’amore che provo
per lui è assoluto, universale pronta a sacrificare
tutto pur di non deluderlo chiedendomi fino a dove sarò
disposta a cadere per lui e con lui.
E lo sento
anche ora, mi chiama al telefono, mi dice che ieri sono
stata fantastica, che vuole rivedermi oggi, che verrà a
casa mia… Oddio un fremito di gelosia, s’infila di nuovo
nel mio petto come una lama affilata. «Tua madre ha
parlato di me? Cosa ti ha detto?» Lo so che devo
stare al gioco, farlo sentire sempre al centro
dell’attenzione, allora invento: «Mi ha detto che sei un
uomo speciale…» Non è vero, mamma ancora non l’ho vista
questa mattina, ma già lo vedo, vedo il suo petto
gonfiarsi, la sua boria pompare la sua smisurata
autostima.
Per qualche minuto rimango immobile a
fissare il soffitto, mentre le sensazioni di ieri sera
mi scorrono addosso come acqua bollente: la sua lingua
tra le mie gambe, il suo seme nella mia gola, quella
frase pronunciata per eccitarsi… «Pensa se invece
della tua bocca fosse quella di tua madre…» Sento un
nodo allo stomaco, un misto di eccitazione e terrore che
mi fa contrarre la fica ancora sensibile. So che non è
finita qui, oggi si ricomincia. Ho scelto io questa
guerra e sono felice di combatterla.
A
mezzogiorno sento il campanello squillare, è lui, io
sono in bagno mi sto facendo bella per lui. Sono sola,
mamma non è ancora tornata. Appena mi vede mi
abbraccia: «Sei uno splendore tesoro.» Ci sediamo
sul divano, lui mi bacia, le sue carezze sono bollenti,
lo sento che ha voglia. Poi mi gela: «Sai… non ho
smesso di pensarci tutta la notte.» Il cuore mi
salta in gola. «A cosa?» Chiedo, anche se lo so già.
«A tua madre.» Pronuncia quelle tre parole con calma,
quasi con tenerezza, ma il tono è carico di qualcosa di
molto più sporco. La sua mano risale fino a
sfiorarmi le labbra umide, ancora gonfie. Lui non
demorde: «Immagina… lei seduta su quel divano, con quel
suo sorriso elegante. Chissà cosa farebbe se le parlassi
nello stesso modo con cui parlo a te. Chissà se
arrossirebbe… o se si bagnerebbe come fai tu.» Le
sue dita scivolano tra le mie pieghe, raccogliendo il
mio umore che già comincia a colare. «Ti eccita,
vero? Sapere che potrei corteggiarla davvero. Sapere che
potrei farla sentire desiderata… mentre tu sei qui, a
gambe aperte, che sgoccioli solo a sentirne parlare.»
Chiudo gli occhi, il respiro corto. Vorrei
negare, vorrei dirgli di smettere, ma il mio corpo mi
tradisce: i capezzoli si sono induriti, le mi cosce
tremano. So che è un gioco, perverso, ma un gioco, so
che devo giocare, ma so anche che sto morendo di
piacere. Gianni non mi dà tregua si avvicina al mio
orecchio. «Dimmi la verità, Sara. Se dopo pranzo
restassi qui… e se davanti a te cominciassi a flirtare
un po’ più apertamente… tu cosa faresti?» Lui è
esperto, un professionista dell’intrattenimento, conosce
il momento preciso, quando affondare, quando parlare. E
le sue dita entrano eccome se entrano! Si curvano nel
punto esatto che mi fa impazzire. Non demorde: «Mi
fermeresti? O ti bagneresti ancora di più sapendo che
sto giocando con lei proprio sotto i tuoi occhi?»
Poi tace, continua a muovere la mano con quel ritmo
lento e crudele. Dentro di me la guerra è già
cominciata: l’amore feroce che provo per lui, la gelosia
che mi brucia il petto, e quel desiderio oscuro, malato
di essere completamente sua anche nella perversione e
che mi spinge a voler vedere fino a dove sarebbe
arrivato. Sa che mi deve tenere in tensione, e
allora si ferma, mi bacia il collo, mordicchiandomi
piano. «Rispondi, piccola. Dimmi che vuoi essere mia
totalmente, dimmi che ti piace quando ti scopo la
mente.» Ha ragione, è una sensazione ancora più
forte di un atto carnale, quasi un senso di liberazione.
Sussurro la cosa più pericolosa che possa dire in quel
momento: «… Amore non so cosa voglio, ma so che ti
seguirò...» Niente sarebbe più stato lo stesso, ma
non riesco a ribellarmi, anzi non voglio.
******
Mia madre è in cucina, la sento
trafficare, canticchiare piano come fa sempre quando è
di buon umore. Io sono ancora sul divano, le gambe
molli, il respiro corto per le dita di Gianni. Lui
mi guarda con quel sorriso complice, si sistema i
capelli con una mano e mi sussurra: «Andiamo a darle una
mano?» Annuisco, la gola secca. Non so se sto
accettando il pranzo o il gioco. Mamma ci vede
arrivare in cucina e il suo viso si illumina. «Gianni!
Che piacere averti a pranzo. Sono una brava cuoca sai?»
«Colpa mia, signora. Ho insistito con Sara e sono
curioso di assaggiare la sua cucina.» Lei ride:
«Signora? Ma dai, chiamami pure Elena. E poi sei un
avvocato no? Non credo che ti manchi la faccia tosta.»
Gianni sorride, quel sorriso che sa di velluto e di
trappola. «Elena, allora. Un nome che suona già come una
promessa di buona cucina e buon vino.» Mia madre
ride di nuovo, scuotendo la testa, completamente ignara
del suo gioco. Io invece sento una fitta calda tra le
gambe e una morsa allo stomaco nello stesso istante.
Ci mettiamo a tavola. Mamma ha preparato un risotto
ai frutti di mare e un’orata al forno che profuma tutta
la casa. Gianni si siede di fronte a me, mamma alla sua
destra. Io a sinistra, vicinissima a lui. Sotto il
tavolo il mio ginocchio sfiora il suo di continuo.
All’inizio parla di cose leggere: il tempo, il traffico,
Roma caotica, quanto è bella la luce che entra dalla
finestra del salotto. Poi, mentre versa il vino
bianco nei bicchieri, guarda mia madre con attenzione
studiata. «Elena, devo dirle che ha un gusto
impeccabile. Questa tavola è apparecchiata con una cura…
quasi sensuale. I dettagli, i fiori, persino il modo in
cui ha piegato i tovaglioli.» Mia madre arrossisce
leggermente, compiaciuta. «Oh, esageri. È solo un pranzo
semplice.» «Non è mai semplice quando c’è una donna
che sa rendere ogni gesto un piccolo invito.» Risponde
lui, la voce bassa e calda. «Lei hai quel raro
talento di far sentire un uomo… a casa, anche se è la
prima volta che si siede a questa tavola.»
Si
guardano, si fissano, gli occhi di lui dentro quelli di
lei. Io stringo il calice troppo forte. Il vino ondeggia
pericolosamente. Un secondo dopo il bicchiere mi scivola
dalle dita e si rovescia sulla tovaglia bianca, una
macchia che si allarga come una ferita. «Che
sbadata!» Dico. Gianni non si scompone. Mi guarda,
un lampo divertito negli occhi. «Tranquilla, tesoro.
Succede quando si è… distratti da pensieri piacevoli.»
Mentre mamma tampona la macchia, io allungo la mano
sotto il tavolo e afferro quella di Gianni. La tiro
verso di me, la faccio scivolare sotto il mio vestito,
tra le cosce nude. Sono ancora bagnata da prima. Le sue
dita sfiorano le mie labbra e io trattengo un respiro.
Lui non ritira la mano. Anzi, con il pollice mi
accarezza lentamente, un tocco leggerissimo, quasi
distratto, mentre continua a parlare con mia madre.
«Elena vedo che se ne intende di vini… Questo Traminer
sa di spezie aromatiche con un retrogusto che resta
sulla lingua… persistente, quasi indelebile. Come certi
ricordi che non vorresti far finire.» Mia madre ride,
gli occhi che brillano. «Tu sì che sai descrivere le
cose buone. Sembri uno che sa assaporare la vita fino
all’ultima goccia.» Gianni sorride, il pollice che
continua il suo lento cerchio sotto il tavolo, facendomi
stringere le gambe intorno alla sua mano. «Diciamo
che mi piace assaporare ciò che è buono… e ciò che è
proibito ha spesso il sapore più intenso.» Io
rovescio quasi un altro bicchiere. Questa volta è
l’acqua. Mamma mi guarda preoccupata: «Amore, tutto
bene? Sembri… agitata oggi.» «Sto benissimo.»
Mormoro, la voce un po’ insicura. Sotto il tavolo
apro di più le gambe, spingendo le sue dita contro di
me. Voglio che senta quanto sono fradicia, quanto sono
sua, voglio rubargli l’attenzione, voglio che smetta di
guardare lei e guardi me. Ma lui continua il doppio
gioco con eleganza chirurgica. «Elena, lei ha un
meraviglioso sorriso… ma non credo sia il primo a farle
i complimenti.» Mia madre ride di gusto, portandosi
una mano al petto. «Gianni, sei un vero adulatore! Sara,
ma dove l’hai trovato questo gentiluomo?» Io non
rispondo. Ho la gola chiusa. Invece prendo la mano di
Gianni e la premo più forte contro la mia fica,
facendogli sentire il calore umido che cola. Lui mi
penetra con un dito per un secondo solo, lentamente, poi
la ritira come se niente fosse e lo porta al bicchiere,
facendo finta di aggiustare il tovagliolo.
Il
pranzo prosegue così: lui che lancia frasi a doppio
senso, mia madre che ride estasiata, convinta di avere
davanti un uomo affascinante e rispettoso, e io che
alterno momenti in cui cerco di attirare la sua
attenzione a momenti in cui la gelosia mi stringe così
forte che devo mordermi l’interno della guancia per
sentire un dolore più forte. I minuti scivolano e non
succede niente di esplicito. Gianni non supera mai il
confine. È sempre elegante, malizioso, mai volgare. Mia
madre resta nella sua innocenza luminosa, felice di
sentirsi corteggiata da un uomo così “per bene”.
Dopo il caffè, Gianni si alza, bacia la mano a mia madre
con galanteria d’altri tempi. «Elena, è stato un piacere
immenso. Spero di ripetere presto questa bellissima
esperienza.» Lei sorride radiosa: «Quando vuoi! La
porta è sempre aperta per te.» Appena siamo fuori, in
macchina, lui non dice una parola. Mi porta direttamente
a casa sua, nel suo bell’attico nel quartiere Flaminio.
Appena la porta si chiude alle nostre spalle, cambia
tutto.
Mi spinge contro il muro con una forza che
non gli avevo mai sentito. Mi solleva il vestito, mi
strappa le mutandine e mi penetra con un colpo solo,
profondo, brutale. Io urlo di piacere e di sorpresa. Mi
scopa in piedi, contro il muro, con impeto animale,
tenendomi per i fianchi come se volesse entrarmi dentro
fino all’anima. Poi sul divano alzandomi il bacino e
prendendomi da dietro. Poi in camera, gettandomi sul
letto a pancia in giù, più forte, più veloce. Ogni
spinta è una dichiarazione di possesso. «Sei bagnata
da morire… Ammettilo che ti eccita l’idea che mentre ti
scopo sto pensando a come sarebbe scoparmi tua madre.
Lei è così elegante, così signora… e tu invece sei qui a
farti fottere come una troia solo perché nomino lei.
Questo ti rende mia fino in fondo, lo capisci?» Io
vengo tutte le volte, urlando il suo nome. Lui non si
ferma. «Pensa se fosse Elena sotto di me adesso… con
quelle tette mature che ballano mentre la prendo. E tu
verresti lo stesso, perché sei la mia piccola complice
malata.» Mi gira, mi apre le gambe e mi scopa
guardandomi negli occhi, il viso teso, gli occhi scuri
che bruciano. «Ti piace soffrire un po’, vero? Ti
piace essere gelosa di tua madre mentre ti scopo. Brava
ragazza… continua a gemere. Ogni volta che ti nomino tua
madre ti bagni di più. Sai che significa questo? Che sei
pronta a tutto per tenermi, anche a condividermi con lei
nella mia testa.»
Lui continua a parlare ed io
sono lì, sudata, tremante, con lui che affonda dentro di
me senza pietà, mi chiedo confusamente: «È eccitato per
il gioco con mia madre? O è eccitato perché io ho
accettato di giocare? Dove finisce l’una e dove comincia
l’altra?» Non lo so. Anzi in quel momento mi chiedo
se quelle cose le sta dicendo davvero o è la mia mente
che le inventa per godere di più. Non mi importa. Quando
finalmente viene, con un urlo profondo, riversandosi
dentro di me, io mi sento completamente sua. Femmina.
Complice. Soddisfatta in un modo oscuro e totale. Mi
abbraccia dopo, mi bacia la fronte con una tenerezza
improvvisa che contrasta con la violenza di poco prima.
«Brava la mia piccola!» Sussurra. «Oggi sei
stata perfetta. Tutto è stato perfetto!» Io chiudo
gli occhi, il cuore che batte ancora fortissimo. So che
il gioco è appena iniziato. E so anche, per quanto mi
spaventi, non voglio che finisca.
******
Sono passati quattro giorni da quel pranzo carico di
doppi sensi e dalla notte selvaggia a casa di Gianni.
Quattro giorni in cui ho cercato di fingere che tutto
fosse normale: riunioni, contratti, sorrisi
professionali. Ma dentro di me c’era solo un buco nero
che inghiottiva ogni pensiero. Ogni volta che chiudevo
gli occhi rivedevo gli occhi penetranti di Gianni e il
rossore sulle guance di mia madre, da donna che si sente
di nuovo desiderata dopo anni di solitudine.
Quando torno a casa quella sera, sono le otto e venti
passate. Ho i tacchi che mi torturano i piedi, la
camicetta appiccicata alla schiena sudata. Infilo la
chiave nella toppa e, ancora prima di aprire
completamente la porta, sento le loro voci. Non ci posso
credere! Gianni è a casa mia senza che ne sapessi nulla!
Stanno ridendo. Una risata bassa, intima, calda, troppo
familiare. Una risata da amanti che hanno appena
condiviso qualcosa di proibito. Penso. Entro in
salotto e la scena mi colpisce come un pugno nello
stomaco, lasciandomi senza fiato. Gianni è seduto sul
nostro divano, rilassato come se quella fosse casa sua
da sempre. La giacca è appoggiata con cura sulla
poltrona, ma la camicia bianca ha un lembo fuori dai
pantaloni sul fianco destro. Per chiunque altro sarebbe
un dettaglio insignificante. Per me è una confessione.
Gianni è sempre impeccabile, controllato, perfetto. Quel
lembo fuori grida altro! Cavolo no! Non è possibile,
invoco Dio pregandolo di dirmi che non è vero!
Mia madre è seduta sulla poltrona di fronte a lui. Le
gambe accavallate, la calza velata nera che non le
vedevo da tempo immemorabile. Un bicchiere di vino rosso
tra le dita. Indossa la camicetta di seta color crema
che le ho regalato io due Natali fa. È sgualcita, me ne
accorgo, stropicciata all’altezza del seno, come se due
mani grandi l’avessero stretta, tirata, aperta con
impazienza. Il primo bottone è slacciato, il secondo
pure. La scollatura è profonda e lascia intravedere il
pizzo nero del reggiseno. Sulla coscia destra, la calza
ha una smagliatura evidente: parte dal ginocchio e sale
verso l’alto, un filo sottile che si allarga proprio
dove la carne è più morbida. Sembra fatta da poco.
Fresca.
Il cuore mi esplode nel petto. Un’ondata
di nausea mista a eccitazione mi travolge. «Sara!
Amore, sei tornata…» Dice mia madre con un sorriso
luminoso, quasi ebbro di piacere. Si alza di scatto.
«Gianni è passato a farti una sorpresa. Abbiamo
chiacchierato un po’.» La sento si sta
giustificando! Lui mi guarda, gli occhi scuri che
brillano di una soddisfazione profonda, quasi crudele.
«Ciao piccola. Ho finito prima oggi e ho pensato di
aspettarti qui.» Non si alza. Non mi viene incontro.
Non mi bacia. Rimane seduto, una gamba accavallata
sull’altra, con quell’aria affabile e leggermente
arrogante che mi fa sentire piccola, insignificante,
stupida e gelosa… Resto immobile, la borsa che mi pesa
sulla spalla come un macigno. Nella testa mi scorrono
immagini crude, viscide, dettagliatissime: Gianni che
spinge mia madre contro lo schienale del divano, le mani
grandi che le aprono brutalmente la camicetta, la bocca
di lei che si apre in un gemito sorpreso sui suoi
capezzoli maturi, mentre lui le solleva la gonna, le
dita che trovano la pelle calda e umida sotto le calze,
lo strappo netto della smagliatura mentre le allarga le
cosce tornite, il suono bagnato dei loro corpi che si
uniscono… Mamma che sussurra fintamente sorpresa: «Ma
che fai?» Ma in realtà le piace, eccome le piace! E geme
come per dirgli di non smettere, di andare oltre…
«Tutto bene, tesoro?» Chiede mia madre, inclinando
la testa. Ha le guance ancora arrossate. Le labbra
leggermente gonfie, come dopo un bacio lungo e profondo
e chissà dove... «Sì… solo stanca, oggi in ufficio è
stata una giornata faticosa.» Riesco a dire. Pochi
minuti dopo il telefono di Gianni vibra. Lui guarda lo
schermo, fa un sospiro professionale. «Scusatemi,
devo rispondere. È importante.» Si alza, si sistema
la camicia dentro i pantaloni con un gesto quasi
teatrale, come se volesse farmi notare qualcosa. Poi va
verso il balcone chiudendo la porta dietro di sé. Lo
guardo attraverso il vetro. Parla con sicurezza,
gesticola, sorride. Sembra un uomo pienamente
soddisfatto. Appagato, come se avesse portato a termine
con successo una missione, come se avesse vinto una
causa milionaria. Esattamente il contrario di me che
sono tesa come una corda di violino.
Ho bisogno
di parlargli. Ora mi deve spiegare tutto, perché è qui,
a casa mia, perché non mi ha detto nulla. Aspetto
impaziente che finisca la telefonata, ma quando rientra,
prende la giacca, mi viene vicino e mi sfiora la guancia
con un bacio ruffiano. Nessuna mano tra le cosce in
segno di complicità, nessun sussurro malizioso.
Solo: «Devo andare, il lavoro mi chiama… Ci sentiamo
dopo, Sara.» E se ne va, lasciandomi sola con il
vuoto che mi divora. Guardo l’orologio, sono le otto
passate e mi chiedo: «Non poteva trovare una scusa più
credibile?»
******
Rimango sola con
mia madre. A cena l’aria è densa, irrespirabile. Lei mi
versa del vino, sorride tra sé con uno sguardo lontano.
È distratta, trasognante, la vedo, come se avesse un
segreto che non potrà mai confidarmi. Poi, dopo
qualche minuto di silenzio dice. «Gianni è davvero un
uomo meraviglioso, sai? Sa come valorizzare un semplice
incontro, valorizzare un’attesa. Ha un modo di parlare
che ti entra dentro. È così… attento. Molto attento ai
dettagli.» Non aggiunge altro. Ma quei “dettagli”
restano sospesi nell’aria come se si riferisse ai ricami
della sua lingerie o al modo in cui lui l’ha fatta
godere… Dio cosa vado a pensare? Stringo il coltello
fino a farmi sbiancare le nocche. Dentro di me urlo con
tutto il fiato che ho, con una rabbia e un’eccitazione
malata che mi terrorizza: «Te lo sei scopato, vero? Ti
sei fatta fottere dal mio uomo su questo stesso divano
mentre io ero in ufficio? Gli hai aperto le gambe come
una troia affamata? Gli hai preso il cazzo in bocca? Gli
hai detto “sì” mentre ti veniva dentro?» Ma non
posso dirlo. È mia madre, cavolo. La donna che mi ha
cresciuta da sola, che ha sacrificato tutto per me, che
mi ha insegnato a essere brava, dolce, rispettabile. La
donna che ora, forse, ha appena tradito proprio me con
l’uomo che amo. «Già…» Mormoro soltanto, la voce
strozzata dal nodo che ho in gola.
La sera, nel
mio lettino singolo, non riesco a prendere sonno. Il
buio è popolato da immagini oscene e tormentose. La
camicetta sgualcita. La smagliatura della calza che
saliva verso l’alto. Il lembo della camicia di Gianni
fuori dai pantaloni. Immagino mia madre a cavalcioni su
di lui, la gonna alzata, le tette mature che ballano
mentre lui la tiene per i fianchi e la fa scendere con
forza per riempirla. Immagino lei che geme il suo
nome, che gli dice: «Scopami. Più forte. Mi fai
impazzire.» Che gli chiede di venire dentro... Ed io
qui tra le mie lenzuola morbide non resisto. Mi convinco
che non è eccitazione, ma solo rabbia. Mi tocco, sono
fradicia, disgustosamente bagnata. Infilo due dita
dentro di me e mi masturbo con violenza, pensando a loro
due, a lei che lo prende in bocca, alle tette indecenti
che ballano, a lui estasiato e padrone di madre e
figlia. Dio mi sto identificando a lei! Ora vorrei
essere lei, la madre matura, la suocera che accende
desideri proibiti, l’irraggiungibile che alimenta
pensieri sporchi. E allora vengo con un singhiozzo
silenzioso, mordendo il cuscino fino a farmi male, il
corpo scosso da spasmi di piacere colpevole e
autodistruttivo. Piango mentre vengo. Non resisto più.
Prendo il telefono con le dita inzuppate del mio nettare
che tremano e lo chiamo. Sono le undici e quaranta. Non
me ne frega nulla se dorme.
Gianni risponde al
terzo squillo. «Ciao piccola. Ancora sveglia?»
«Gianni… scusami, ma non riesco a dormire, sto pensando
ad oggi… quando sono rientrata, tu e mia madre, soli in
casa. Dimmi la verità. Ti prego.» Silenzio breve. Poi
sento il suo sorriso, quel sorriso crudele che mi
conosce troppo bene. «Perché me lo chiedi?» Lo sento,
sta prendendo tempo, forse per inventarmi una scusa. Ma
lo so che non è il tipo, se avesse fatto qualcosa me lo
direbbe, il suo orgoglio di maschio è toppo più grande
del rispetto. «Ti prego Gianni… Rispondimi. L’hai
toccata? C’è stato qualcosa tra di voi?» Lui ride
ancora, un suono sadico che mi fa contrarre tutti i
muscoli dolorosamente. «Tua madre, Sara, è una donna
ancora molto affascinante… il suo corpo ha una maturità
appetitosa, proibita. Oggi era particolarmente
maliziosa, pensa che ad un certo punto ha accavallato le
gambe e non so quanto involontariamente è spuntato da
sotto la gonna un meraviglioso merletto rosa antico e
nero. Secondo me era bagnata fradicia e il suo fiore
spampanato completamente aperto.»
Sto
impazzendo. Lo so lo fa apposta, cazzo, allunga il brodo
per fami colare… «Ti prego Gianni dimmi la verità, non
mi interessano i particolari, i tuoi pensieri, mi
interessa quello che avete fatto!» Ma lui non mi
ascolta. «Immagina se l’avessi toccata in quel momento…
se le avessi alzato la gonna, se le avessi infilato due
dita dentro mentre mi guardava con quegli occhi da donna
separata e affamata. Chissà come avrebbe sussurrato il
mio nome… chissà se avrebbe preso il mio cazzo in bocca
come fa sua figlia, avida e con la stessa fame.»
«Gianni… ti prego… dimmi se l’hai fatto davvero…»
Singhiozzo, lo imploro. «Shh. Non fare la gelosona.
Non essere pesante. Ti voglio leggera perché so che ti
eccita da morire. Ti stai toccando adesso, vero? Mentre
pensi che forse oggi ho riempito tua madre proprio sul
divano.»
Non rispondo. Mai gli confesserò che
sono già venuta, ma le dita sono di nuovo tra le mie
gambe, che si muovono frenetiche. Lui abbassa ancora
la voce, quasi un sussurro tenero e crudele: «La verità
è che sei mia, Sara. Completamente mia. E più ti faccio
impazzire di gelosia, più ti bagni come una puttana
malata. Questo è il nostro gioco. Vuoi davvero sapere se
l’ho scopata… o preferisci continuare a immaginarlo
mentre ti masturbi pensando che tua madre si è fatta
scopare dell’uomo che ami?» Resto in silenzio, il
respiro corto, lui ha vinto, le dita che si muovono
sempre più veloci. Lui se ne accorge. «Brava la mia
piccola malata.» Dice con una tenerezza velenosa.
«Domani sera ti porto a cena. Non mettere le mutande. E
porta tutta questa gelosia bagnata, tutta questa
vergogna. La useremo per bene… fino in fondo.» Sto
venendo di nuovo, cavolo, e lui sa che deve andare più
in fondo. Ci pensa un attimo e poi aggiunge: «Anzi no,
facciamo così, vi porto a cena tutte e due, dille che è
una serata speciale, inventa che è il mio compleanno
oppure che ho vinto alla lotteria, falla vestire
elegante.» Faccio in tempo solo a dire: «Tu sei
pazzo!» Chiude la chiamata. Io rimango al buio, il
telefono premuto contro l’orecchio, il corpo che trema
di eccitazione, vergogna, odio verso me stessa e
desiderio disperato. Sto affondando. E la cosa più
terribile è che voglio affondare ancora di più.
Odio tutto di me, amo tutto di lui! Ma ho paura che
prima o poi si arriverà ad un dunque! Che questo gioco
diventi realtà cruda e lui mi metterà davanti al fatto
compiuto confessandomi tutte le volte che hanno fatto
l’amore. Anzi no, un giorno molto presto mi chiamerà e
mi di metterà di fronte ad un bivio e sarà ancora peggio
perché farà scegliere me. Vedo già la scena. È un
ristorante romantico, l’atmosfera è intima. La
prenderà alla larga: «Tesoro, io sono fatto così e tu
sei una donna meravigliosa, voglio stare con te tutta la
vita.» Ma poi guardandomi negli occhi Gianni
affonderà il colpo: «Dimmi che anche tu lo vuoi…»
Chiudo gli occhi, stringo le palpebre fino a farmi male.
Spero mai succeda, ma ora non sono sicura più di niente
neanche della mia sfrenata gelosia. Come un’adolescente
mi chiedo se è lecito provare questa gelosia per una
madre, forse non dovrei, lei non potrà mai essere una
mia rivale, di certo sarebbe peggio se lui si stancasse
di me, se un’altra donna catturasse le sue attenzioni. E
allora mi dico che mia madre è vecchia, che ha le
smagliature, che vale una scopata, sì certo, ma l’amore
di Gianni, i suoi sentimenti saranno sempre tutti per
me. Forse questo è davvero un modo per legarlo a me per
sempre… Forse sono stata fortunata e se davvero deve
avvenire, che quel tradimento si consumi in casa, tra le
quattro mura familiari.
******
La
mattina dopo mi sveglio con il corpo ancora indolenzito
dal piacere colpevole della notte. Ho gli occhi gonfi di
pianto e di sonno mancato, ma tra le gambe sento ancora
quel calore umido e traditore che non vuole spegnersi.
Guardo il telefono. Nessun messaggio da Gianni. Solo
quel silenzio che sa di sfida. Devo preparare mia
madre. Entro in cucina mentre lei sta preparando la
colazione. Indossa una vestaglia leggera, i capelli
ancora un po’ arruffati. Sembra serena, quasi luminosa.
Mi fa male guardarla. Dico tutto d’un fiato: «Mamma…
stasera Gianni ci porta a cena fuori. Tutte e due. Deve
festeggiare qualcosa sul lavoro... Ha insistito tanto.»
Lei si volta, un sopracciglio leggermente alzato, ma
sorride. Un sorriso compiaciuto. «Tutte e due?
Davvero? Che carino. E tu sei d’accordo?» «Sì, certo.
Perché non dovrei?» Rispondo. «Ha detto di vestirci
eleganti. Per come lo conosco ci porterà in uno di quei
posti raffinati che frequenta con i colleghi.» Lei
annuisce, gli occhi che brillano di una luce che non
riesco a decifrare, ma non è sorpresa. E se sapesse già
tutto? Abbassa gli occhi e mi dice: «Va bene,
tesoro. Abbiamo tutto il tempo per prepararci.»
Resto lì, con il nodo allo stomaco, a chiedermi se sto
davvero spingendo mia madre tra le braccia dell’uomo che
amo, se sto solo obbedendo a un gioco che ormai mi
possiede completamente oppure se sono io la cavia e loro
si erano già messi d’accordo…
******
Il ristorante è piccolo, nascosto in una traversa di
Piazza Navona. Si chiama “Quarto Salmo”. Solo otto
tavoli, luci basse, candele rosse sui tovagliati di lino
bianco. Le pareti sono di pietra antica, il soffitto
basso con le travi a vista. Ogni tavolo è diviso dagli
altri da séparé discreti di legno scuro e piante
rigogliose. Sembra fatto apposta per amanti, per
sfioramenti, per segreti. Quando entriamo, Gianni è
già lì, seduto. Si alza subito, elegante nel suo
completo nero e camicia bianca aperta senza cravatta. Il
suo sguardo ci passa addosso come una carezza lenta e
possessiva. «Cazzo…» Mormora appena ci vede, senza
nemmeno provare a nascondere lo stupore. «Siete
stupende. Siete due gemelle. Giuro, se non sapessi che
siete madre e figlia direi che siete sorelle. Non si
nota nemmeno un anno di differenza.» È il solito
galante, non c’è dubbio! Ma come al solito il
complimento è tutto per mia madre. Lei ride lusingata.
Io sento le guance bruciare. Mamma ha scelto un abito
lungo nero, di seta morbida, con una scollatura profonda
a V che scende fino al limite del seno maturo. Il
tessuto le accarezza i fianchi generosi e scende fino
alle caviglie, ma si apre con uno spacco laterale che
lascia intravedere la calza velata nera con la riga
dietro, perfettamente dritta. Tacco alto, rosso fuoco
come il rossetto che le tinge le labbra di un rosso
sangue intenso. Sembra una donna che sa esattamente
quanto vale il suo corpo. Io invece ho optato per un
tubino aderente, sempre nero, corto appena sopra il
ginocchio, molto più giovanile, che mi fascia il corpo
come una seconda pelle. Scollatura meno audace, ma il
tessuto è così sottile che si vede il profilo del mio
seno piccolo e sodo. Rossetto rosa tenue, quasi
innocente. Sembriamo davvero la versione matura e quella
giovane della stessa donna.
Il tavolo è da sei.
Gianni fa sedere mia madre accanto a lui, io di fronte.
Ordina vino rosso costoso senza nemmeno consultare il
menu. Sono in evidente imbarazzo, ho paura di sbagliare,
ma mi sforzo di essere disinvolta. Non ho saputo
inventare il motivo della cena, ma ci pensa Gianni,
raccontando di un suo successo al lavoro. Durante la
cena le battute diventano sempre più dirette: «Elena,
devo dirtelo… quel vestito ti sta da Dio, la scollatura
poi... Sembra fatto per far impazzire un uomo.» Mia
madre arrossisce, ma non abbassa lo sguardo. Anzi,
sorride con quella sua nuova aria maliziosa. Dice:
«Gianni, sei sempre così esplicito?» Lui ride: «Con
due donne belle come voi? Sì. Non vedo perché dovrei
fingere.» Si volta verso di me, ma la sua mano
destra sparisce sotto il tavolo. «E tu, Sara… sei così
affascinante… praticamente un peccato mortale.» Io
stringo le cosce sotto il vestito. Annuisco compiaciuta.
Poi torna a guardare mia madre. La conversazione
scorre, ma io non riesco a seguire le parole. Perché
sotto il tavolo sta succedendo qualcosa. O almeno lo
immagino. Vedo il braccio di Gianni, quello dalla parte
di mia madre, muoversi lentamente. La sua spalla destra
è rilassata, ma il gomito è piegato in modo strano. La
mano è sparita. Mia madre ora non parla. Lo guarda e fa
scivolare il tovagliolo sulle gambe come se volesse
nascondere qualcosa. Il suo respiro è più profondo. Il
petto le si solleva, la scollatura si tende. Le guance
le si colorano di un rossore che non è solo di vino. Le
labbra si schiudono leggermente. La voce diventa
quasi un vapore caldo: «Gianni… sei davvero
incorreggibile…» Dice lei, ma il tono è tutto
fuorché di rimprovero. Poi per simulare aggiunge:
«Questo posto è magnifico. Era tanto che non passavo una
serata così.»
Lo so. Lo sento nelle viscere. Sono
sicura che la mano di lui è sulla coscia di mia madre.
Conosco quelle dita… Sta risalendo. Le sta accarezzando
la calza velata, forse sta già sfiorando la pelle nuda
sopra il bordo autoreggente. Forse sta premendo proprio
lì, sul suo sesso maturo, caldo, probabilmente già
bagnato. E lei… lei non lo ferma. I suoi gomiti sono
appoggiati al tavolo. Sono certa che ora sta spostando
leggermente le gambe, come per dargli più spazio. Lo
vedo dal modo in cui il suo busto si inclina appena in
avanti, dal respiro che diventa più corto. Sto
impazzendo, cerco di parlare, mi escono cose stupide sul
tempo, sul mio lavoro, su un contrattempo di questa
mattina. Ma dentro sono un turbine di sensazioni. La mia
anima urla gelosia, rabbia… Ma allo stesso tempo mi dico
che è solo un gioco. Solo il nostro gioco. Lui sta
usando lei per far impazzire me. Dopo, quando saremo
soli, sarà di pietra solo per me. Sarà più duro, più
violento, più mio. Ho fatto bene ad accettare questa
cena. «Sara è tutto sotto controllo!» Mi dico, ma la
voce sembra quella di Gianni.
Però non riesco a
smettere di immaginare: le dita di Gianni che sfiorano
il merletto delle sue mutandine, che trovano la stoffa
già fradicia, che divaricano le labbra gonfie di mia
madre. Lei che stringe la bocca per non gemere davanti a
me. E la cosa peggiore è che, mentre lo penso, la mia
fica si bagna. Sento vuoto e pieno, caldo e freddo. Ora
vorrei che lui toccasse anche me. Vorrei essere
dall’altra parte con lui che tocca contemporaneamente me
e lei. Anzi no, vorrei essere lei, avere il suo corpo
maturo un po’ sfatto, che lui sembra desiderare più del
mio perfetto. Quelle tette pesanti, quei fianchi larghi,
quella pelle sicuramente più morbida, più esperta, più
bagnata. Stringo il bicchiere fino a farmi male. Gianni
mi guarda e sorride, come se sapesse esattamente cosa mi
stia passando per la testa. «Tutto bene, Sara?»
Chiede con voce innocente, mentre sotto il tavolo la
mano continua il suo lavoro lento e spietato. Mia
madre emette un sospiro leggerissimo, quasi
impercettibile, e beve un sorso di vino per nascondere
il tremito delle labbra. Io annuisco, con la voce
rotta: «Sì… tutto benissimo.» Ma sto mentendo. Sto
affondando ancora di più. E la cosa terribile è che non
voglio più risalire.
Lui non smette di farle
complimenti, ora mi sento davvero il terzo incomodo, mi
guardo intorno, guardo il cameriere e mi chiedo cosa
penserà di me, di lui, di mia madre. Gianni sorride con
quella sua aria da predatore soddisfatto, gli occhi che
brillano alla luce della candela. Si appoggia
leggermente indietro sulla sedia, ma il braccio destro
resta sotto il tavolo, il movimento lento e ritmico che
non accenna a fermarsi. Poi risponde a mia madre:
«Incorreggibile? Per me le donne sono tutte regine… Mi
piace sorprenderle, scandalizzarle… Farle sentire uniche
al mondo…»
Mia madre ha gli occhi lucidi, fa
finta di sistemare il tovagliolo sulle gambe, ma le dita
tremano leggermente: «Gianni… per l’amor di Dio…» Le
parole di mia madre mi colpiscono come uno schiaffo
caldo. Il mio cuore batte fortissimo. Non riesco a
distogliere lo sguardo dal suo viso: le labbra
socchiuse, gli occhi semi-chiusi, il respiro corto e
affannoso. Gianni continua a parlare, la voce sempre
più sporca. «Adoro le donne che si lasciano andare.»
Mia madre emette un gemito più forte questa volta, che
cerca di mascherare con un colpo di tosse. Il suo corpo
trema leggermente. Il rossore le è sceso fino al collo e
al décolleté.
Io sono paralizzata. Mi rendo conto
che sono passati solo alcuni secondi da quando la sua
mano è scomparsa sotto il tavolo. La gelosia mi sta
divorando, ma anche un’eccitazione malata. Sto per
urlare, dire qualcosa, qualsiasi cosa, quando
improvvisamente Gianni ritira la mano da sotto il tavolo
con un movimento fluido, come se niente fosse. Si porta
le dita alla bocca e le lecca lentamente, guardandomi
negli occhi con un sorriso innocente. «Delizioso.»
Mormora, prima di prendere il calice di vino e bere un
sorso come se avesse appena assaggiato un antipasto. Mia
madre sbatte le palpebre, confusa per un secondo. Il suo
respiro è ancora accelerato, le guance in fiamme. Si
sistema il vestito con mani tremanti e mi guarda,
cercando di sorridere normalmente. «Sara, tesoro…
tutto bene? Sei pallida.» Fisso la mano di Gianni, le
sue dita sono asciutte. Non c’è traccia di umidità,
nessun segno. Lei respira un po’ affannosamente, ma
potrebbe essere solo il vino, l’imbarazzo. Forse… forse
non è successo niente. Forse ho immaginato tutto. Forse
era solo la mia mente gelosa ed eccitata che ha riempito
i vuoti, trasformando un gioco di sguardi in qualcosa di
osceno.
Gianni con un gesto teatrale apre un
astuccio di velluto nero: dentro scintilla un brillante!
Dio sono emozionata. Dico solo: «Per me!» Lui prende
l’anello e lo infila delicatamente nel mio anulare
sinistro. Scusami tesoro, l’astuccio si era incastrato
nella tasca dei pantaloni… Dio che scema! Mi alzo,
lo bacio, lo abbraccio. Ma dentro di me qualcosa stride.
«Sarò vero?» Penso. Il dubbio resta vivo, bruciante.
Perché mia madre ha ancora le pupille dilatate. E Gianni
mi guarda con quel sorriso che sa troppo, come se avesse
appena vinto una partita di cui solo io non conosco
tutte le regole. «Tutto benissimo.» Rispondo alla
fine, la voce un filo strozzato. Ma dentro di me so
che non è vero. Nonostante l’anello…
******
Sono passati due mesi da quella cena al “Quarto
Salmo”. Io e Gianni viviamo insieme nel suo
appartamento. Le mie cose si sono lentamente mescolate
alle sue: il mio spazzolino accanto al suo, i miei
vestiti nell’armadio, il mio profumo sul comodino.
Dovrebbe essere il paradiso. Forse lo è davvero, ma la
sento come una prigione dorata fatta di dubbi e di
gelosia che non mi abbandona mai. Mia madre è cambiata.
Tanto. Troppo. Ogni volta che la vedo, sempre più
raramente, sembra un’altra donna. Ha rinnovato il
guardaroba con vestiti più attillati, scollature più
profonde e tacchi alti da 12. Si è fatta fare dei colpi
di sole che le addolciscono il viso e le tolgono almeno
cinque anni. Ride di più, parla con una voce più calda,
cammina con una sicurezza sensuale che prima non aveva.
Sembra spensierata, quasi euforica. Continuamente
“ricercata”, come se avesse riscoperto il piacere di
guardarsi allo specchio o farsi guardare…
Ha
smesso di uscire con l’uomo che frequentava da quasi un
anno. Quando le ho chiesto il motivo, ha alzato le
spalle con un sorriso malizioso: «Sto bene così, Sara.
Da sola. Non ho bisogno di compagnia per sentirmi
giovane.» Quelle parole mi hanno trafitto. Perché so
che non è vero. O meglio, so che c’è qualcos’altro.
Dentro di me sono convinta che Gianni abbia voluto che
venissi a vivere da lui proprio per avere la casa di mia
madre libera nelle pause di lavoro, quando io non posso
controllarlo. Libera per loro due. Libera per gli
incontri che io non devo sapere. Gli indizi ci sono,
eccome. Il profumo di mia madre al gelsomino che a volte
mi pare di sentire sui vestiti di Gianni quando torna
tardi dal “lavoro”. I messaggi che cancella velocemente.
Il modo in cui evita ogni discorso su di lei.
Eppure, non ho prove. Nemmeno una. Le cene da mia madre
sono diventate rare: una ogni tre settimane al massimo,
sempre frettolose. E quando facciamo l’amore, Gianni non
la nomina più. Prima era il suo giocattolo preferito:
“Pensa a tua madre mentre ti scopo”, “Immagina che sia
lei a prenderlo in bocca”. Adesso è raro, quasi sparito.
Mi scopa con passione, certo, ma quel sadismo verbale
che mi faceva impazzire sembra evaporato. Mi manca. Mi
manca perché sospetto che mia madre non sia più una
fantasia.
Una sera, mentre siamo a letto sudati
dopo aver fatto l’amore, provo a riaprire il gioco.
Mi stringo a lui, gli sfioro il petto con le dita:
«Gianni… perché non parli più di lei? Di mia madre,
intendo. Ti eccitava tanto, dicevi che ti dava
ispirazione...» Lui sorride, mi accarezza i capelli,
ma la voce è distratta: «Sei ancora fissata con quella
storia? È passato tempo.» Insisto: «Lo so… Possiamo
riprenderlo se vuoi… Solo per gioco…» Non risponde
subito. Poi mi bacia la fronte e chiude: «Magari
un’altra volta.»
Un’altra volta. Sempre un’altra
volta. Sere dopo ci ho provato di nuovo. Ma questa volta
vado più a fondo. Mi trucco come lei: rossetto rosso
sangue, eyeliner più marcato, i capelli raccolti in uno
chignon morbido come di solito li porta mia madre, le
calze nere da reggicalze con la riga dietro. Mi guardo
allo specchio, avrò per lo meno dieci anni di più.
Contenta mi infilo nel letto e gli sussurro
all’orecchio: «Guarda… stasera come sono diversa. Potrei
assomigliare a mamma? Dimmi cosa le faresti… dimmi cosa
le hai fatto su quel divano mentre io non c’ero.»
Gianni mi guarda, gli occhi brillano un secondo, poi
ride piano e mi gira sulla pancia: «Sei meravigliosa,
non ti serve assomigliare a tua madre, tu sei tu! E io
voglio solo te.» La sua passione è a mille, mi scopa
da dietro, forte, profondo, possessivo. Ma senza una
parola su di lei. Senza quel veleno dolce che mi faceva
venire singhiozzando.
Quando finisce, resto lì,
con il cuore che batte di frustrazione. Mi guardo, col
reggicalze indosso sono quasi ridicola. Il sospetto non
se ne va. Anzi, cresce. Perché se non parla più di lei…
Forse è successo davvero. E forse continua a succedere.
Ogni volta che ci penso, la gelosia mi mangia viva. E
ogni volta che la gelosia mi mangia, mi bagno come una
puttana malata. Odio non sapere. Odio volere ancora quel
gioco che per assurdo mi farebbe sentire ancora più sua.
Odio soprattutto il fatto che, nonostante tutto, lo amo
da impazzire… e ho paura che prima o poi dovrò scegliere
se continuare a fingere o pretendere la verità che mi
distruggerà.
******
La nostra
convivenza è quanto di meglio avrei potuto mai sperare.
Gianni è pieno di amici, di gente di alto livello,
intellettuali, artisti, magistrati, architetti.
Difficilmente la sera ceniamo a casa, lui ha sempre
qualche invito in ristoranti e casa private. Quando
siamo soli è affettuoso, attento, insomma non posso
lamentarmi di nulla, ma proprio di nulla. Eppure,
non passa giorno che non mi senta estranea in questa
casa che dovrebbe essere ormai anche mia. Gianni è
premuroso, fa l’amore in modo divino ogni volta come
fosse la prima, mi chiama “piccola” con quel tono
possessivo che mi fa sciogliere… ma dentro di me
qualcosa è cambiato, la mia percezione è cambiata ed io
sto impazzendo.
Oggi pomeriggio, mentre lui è
fuori per una riunione che durerà fino a tardi, decido
di non resistere più. Prendo la macchina e vado da mia
madre senza avvertire. Parcheggio lontano, cammino piano
fino alla porta di casa sua. Busso. Nessuna risposta.
Prendo le chiavi ed entro. L’aria dentro è calda,
leggermente profumata. Sento un profumo di dopobarba al
tabacco come quello di Gianni. Cazzo, non sto
farneticando… lo sento veramente! Non sono pazza! Faccio
due passi, sul tavolino del salotto ci sono due
bicchieri di vino rosso. Uno ha il bordo segnato dal
rossetto rosso sangue di mia madre. Sul divano i cuscini
sono schiacciati, come se qualcuno ci si fosse sdraiato
pesantemente. O come se due corpi si fossero mossi lì
sopra.
Ho il fiatone, che faccio? Mi sento una
disonesta, sto spiando mia madre, sto violentando la sua
privacy… La porta della camera da letto è socchiusa,
solo un piccolo spiraglio. Sento delle voci basse.
Risate soffocate. Gemiti. Il cigolio leggero del letto.
Non entro. Non posso. Mi chiedo che mi direbbe mia madre
se mi vedesse che la sto spiando. Mi fermo sulla soglia,
nascosta dal battente. Non vedo niente di chiaro. Solo
ombre nude che si muovono. Vedo mia madre a cavalcioni
che si dimenta e geme, l’uomo è di spalle. Lei sospira
profondamente, un sospiro lungo, soddisfatto. Lo
implora: «…Così ancora… mi fai impazzire… non ti
fermare… Sì, sì, amore scopami così…» L’uomo non
parla, grugnisce proprio come farebbe Gianni. Poi
silenzio. Solo respiri pesanti. Il rumore di un bacio
umido. Un gemito soffocato di lei. Non resisto. Aspetto
ancora, voglio essere sicura, mi sto facendo del male.
«Se entro nella stanza e non è Gianni?» No, no, non
posso. Loro hanno finito, tra poco si alzeranno, mi
prende il panico, torno indietro, attraverso la sala
come una ladra, chiudo la porta, scendo le scale di
corsa con le gambe molli e il respiro corto. Non ho
visto niente di esplicito. So solo che mia madre ha un
amante! Ma non so chi è, se è lui, ho visto solo un uomo
di spalle che la penetrava. Null’altro. Eppure… quegli
indizi mi bastano. Il profumo, i bicchieri, i cuscini,
quel sospiro.
Mi fermo sotto il portone, sono
quasi le otto, aiutata dall’oscurità mi nascondo dietro
una siepe ed aspetto. Se è Gianni tra poco uscirà per
tornare a casa. Aspetto mezzora, ma da quel portone non
esce nessuno, solo il signore del secondo piano con il
cane al guinzaglio. Aspetto ancora cinque minuti, poi
desisto e torno a casa delusa. Mi chiudo in bagno, mi
siedo per terra con la schiena contro la porta e lascio
che il dubbio mi invada la testa come un fiume nero.
“Dio mio… cosa sto facendo? Lo so. Lo sento nelle
viscere. Non è più solo un gioco nella mia testa malata.
Quei due bicchieri… quel rossetto sul bordo… quel
dopobarba al tabacco. E quel sospiro di mia madre… quel
sospiro profondo, appagato, da donna che sta ricevendo
esattamente ciò che desidera. Lui era lì. Nella casa
dove sono cresciuta. E lei… lei è cambiata così tanto.
Più luminosa, più sensuale, più viva. Ha smesso di
vedere l’uomo che frequentava da un anno senza darmi
spiegazioni. «Sto bene da sola…» Ma lei non è sola, ora
ne ho la prova, lei è una donna appagata, lo vedo da
come cammina, come si veste, come si guarda allo
specchio! E l’uomo che la soddisfa ha solo un nome!
Eppure, non ho prove. Perché sono una vigliacca,
oggi avrei potuto, avrei potuto squarciale quel velo, ma
alla fine ho solo indizi e niente prove. Solo sospetti
che mi stanno divorando. Se fosse tutto vero… cosa
dovrei fare? Urlare? Lasciarlo? Odiare mia madre? La
realtà sarebbe troppo cruda. Troppo definitiva. Se
ammettessi che lui la desidera, che è la sua amante, che
la scopa di nascosto, che lei ci gode a tradirmi… dovrei
scegliere. Dovrei andarmene. Dovrei distruggere tutto. E
io non voglio distruggere niente. Perché la cosa più
malata è che… in fin dei conti preferisco restare così.
Anche adesso, seduta per terra in bagno, mentre
immagino le sue mani sulle cosce di mia madre, sulle sue
calze con la riga, sulla sua pelle matura… mi bagno. Mi
bagno da morire. Voglio illudermi che sia tutta
fantasia, che lui torni sempre da me. Voglio che sia
solo un gioco. Voglio che lui immagini di usarla per
fare impazzire me, per farmi venire più forte. Per
questo resto. Per questo, stasera, quando tornerà a
casa, gli chiederò di nuovo di parlarmi di lei. Gli dirò
che mi manca quel gioco, che voglio sentirlo dire quanto
è stuzzicante mia madre e quanto è proibito toccarla e
quanto è tremendamente eccitante per lui scoparsi madre
e figlia.
Mi truccherò con il rossetto rosso
come lei, mi metterò le calze velate con la riga, mi
infilerò nel letto e implorerò: “Dimmi cosa le faresti…
dimmi cosa forse le hai già fatto”. Anche se dentro di
me so che forse non è più “forse”. Anche se il velo
si è strappato un po’ di più oggi. Preferisco rimanere
in tensione, affondare nella gelosia e saperlo tutto
mio, anche se mi sento umiliata e forse è proprio questo
che mi piace… La verità potrebbe uccidermi, mentre
questo gioco mi tiene viva. Mi fa sentire desiderata,
anche se in modo malato. Mi fa sentire sua. Odio mia
madre. Odio me stessa. Ma amo lui. E amo questo
veleno che mi scorre dentro. Quindi resto. Resto nel
dubbio. Resto nel gioco. E prego solo che lui non smetta
mai di alimentarlo… perché se smettesse, dovrei
ammettere che forse è diventato realtà. E quello non lo
sopporterei.
Quando Gianni torna, lo accolgo sul
divano. Lui sa di gelsomino e tabacco. Gli sorrido nel
buio, la voce dolce e tremante: «Mi sei mancato… voglio
giocare un po’. Ti prego.» Lui sorride
svogliatamente, ma mi viene vicino. Forse davvero ha
fatto l’amore… forse davvero era lui… Chissà se si è
accorto che ero lì in casa. A lui non sfugge mai niente.
Quando mi entra dentro, stranamente mi parla di lei…
forse vuole allontanare i sospetti, ma io chiudo gli
occhi e lascio che la gelosia mi porti via, perché è
l’unica linfa che mi fa godere davvero. Il velo si è
strappato, forse, ma io continuo a vedere attraverso la
parte non ancora lacerata.
|
Questo racconto è opera di pura
fantasia. Nomi, personaggi e luoghi sono frutto
dell’immaginazione dell’autore e qualsiasi
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