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CONFESSIONE DISPERATA
“Sono l’amante di mio cognato da un anno e sto impazzendo”
"Non so nemmeno bene perché sto scrivendo queste righe, forse perché non ho nessuno con cui parlare. Forse perché se continuo a tenere tutto dentro rischio di impazzire.

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Mi chiamo Malvina, ho 45 anni e vivo in un piccolo paese in provincia di Latina, uno di quelli dove se starnutisci in casa lo sanno tutti entro mezz’ora. Sono sposata da quindici anni ed ho un figlio di 13 anni che è la cosa più bella e importante della mia vita. Eppure, non ce la faccio più. Mi vergogno così tanto che mi tremano le mani mentre scrivo. Se qualcuno della mia famiglia leggesse queste parole e capisse che sono io… credo che preferirei sparire. Mia suocera mi ammazzerebbe con le sue mani, mio suocero mi darebbe della puttana snaturata, mio marito… non riesco nemmeno a immaginare la sua faccia. E qui al paese una voce basta per rovinarti la vita per sempre.


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Tutto è iniziato esattamente un anno fa quando mio marito è stato licenziato dall’azienda dove lavorava da anni, quella che faceva accessori per la Fiat. I soldi di un affitto di un vecchio casolare di proprietà della mia famiglia non bastavano più. Io ho sempre fatto la casalinga, non ho mai avuto un lavoro vero e proprio, e con la disoccupazione di mio marito mi sono sentita inutile, incapace persino di mettere insieme il pranzo con la cena.

È stato allora che è entrato in scena mio cognato, Mario. Il fratello maggiore di mio marito, 63 anni, sposato con quattro figli, perennemente abbronzato dal sole dei campi. Lui gestisce un’azienda agricola piuttosto grossa: una decina di operai regolari, diversi braccianti a nero, ettari di terra, serre, trattori. Insomma, un uomo che conta, da queste parti.

Lui e mio marito non si parlano da anni. Si odiano, proprio come due fratelli coltelli. Mio marito non avrebbe mai accettato di andare a testa bassa a chiedere lavoro da lui, mai e poi mai si sarebbe messo a fare il subalterno sotto il fratello maggiore. Troppo orgoglio, troppa rabbia accumulata.
Per me invece è stato diverso. Mario mi ha trattata sempre con garbo. Ricordo ancora quando mi ha difesa durante una lite familiare per una proprietà, mio marito stava dalla parte di sua madre, come sempre. Mio cognato invece mi ha presa da parte e ha detto chiaro e tondo: «Malvina ha ragione, basta con queste divisioni da squali». Quella sera mi ha anche scritto un messaggio: «Come stai? Mi dispiace per oggi. Se ti avessi conosciuta prima di mio fratello…» Io ho risposto ringraziandolo, sollevata che qualcuno ascoltasse le mie ragioni.

Da lì è nata una certa confidenza solidale, almeno all’inizio. Non proprio un’amicizia, perché Mario non mi ha mai guardata come si guarda una cognata. Lui ha sempre avuto un debole per me, lo sapevo da anni. Me lo diceva con gli occhi ogni volta che capitava di incrociarci al paese, o alle feste di famiglia quando ancora ci si vedeva tutti insieme. Uno sguardo che durava un secondo di troppo, un complimento buttato lì con quel mezzo sorriso da uomo che sa di piacere.

Insomma, da quella volta ha cominciato a mandarmi messaggi. All’inizio erano cose innocenti: “Come stai oggi? Se ti serve qualcosa in paese dimmelo che passo.” Poi piano piano il tono è cambiato. “Sei bellissima, Malvina. Mio fratello non ti merita.” Oppure: “Con mia moglie non succede più niente da anni. Dopo l’operazione al seno si è appesantita, non la riconosco più. Non provo niente, zero.” Quelle parole mi facevano battere forte il cuore, ma non solo per lusinga. C’era anche paura. Paura di quello che significavano, paura di quello che stavo cominciando a provare io. Perché sì, lo ammetto: mi sentivo considerata. Per la prima volta dopo tanto tempo qualcuno mi guardava come donna, non solo come madre, come moglie che lava, stira e tiene in piedi una casa che sta crollando

Allora ho sfruttato la situazione e mi sono offerta io di andare a lavorare da lui. Mario ha accettato subito e mio marito, messo alle strette per i problemi economici che avevamo, non si è opposto. Le prime due settimane in ufficio sono state come un sogno a occhi aperti, uno di quelli che ti fanno sentire in colpa solo a pensarlo. Mario non mi trattava come una dipendente: mi trattava come una donna preziosa, quasi fragile. Ogni mattina mi portava il caffè e lo posava sulla scrivania con un “Buongiorno, regina” detto a mezza voce, come se fosse un segreto nostro. Mi insegnava il computer e la contabilità dell’azienda con una pazienza che mio marito non aveva mai avuto: si sedeva accanto a me, la sedia vicinissima, il braccio che sfiorava il mio mentre muoveva il mouse. E mi guardava. Dio, come mi guardava. Quegli occhi scuri, un po’ stanchi, ma ancora accesi, che si fermavano sulle mie labbra, sul collo, sul modo in cui mi sistemavo i capelli dietro l’orecchio. Nessuno mi aveva guardata così da… non so nemmeno più quanti anni. Mio marito mi vedeva come il frigo, la lavatrice, Mario invece mi vedeva come una donna.


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Ogni giorno mi sentivo sempre più coinvolta, certo sì, aspettavo un suo passo, non lo nego, e un pomeriggio, dopo che l’ultimo operaio aveva timbrato e se n’era andato sbattendo la porta di ferro, l’ufficio era diventato improvvisamente troppo piccolo, troppo silenzioso. Si sentiva solo il ronzio del ventilatore e il mio cuore che pompava nel petto. Mario che era rientrato da poco dai campi, si è avvicinato lentamente, come se non volesse spaventarmi. Si è fermato davanti a me, troppo vicino. Profumava di terra e di sudore. «Malvina…» Ha detto piano. «Sei la cosa più bella che mi è capitata da vent’anni a questa parte. Lo sai, vero?»

Non ho risposto. Non riuscivo. Le parole mi si erano incastrate in gola, ho solo sorriso timidamente. Lui ha continuato, come se il mio silenzio fosse un invito. «Ecco, vedi, quel sorriso che fai quando ti faccio i complimenti… mi fa impazzire. Come quando ti mordi il labbro quando sei concentrata, come arrossisci quando ti emozioni. Sei viva, sei fuoco. E io sto bruciando da quando hai detto sì a questo lavoro.» Le sue mani sono salite piano alle mie guance. Calde e gentili, ma anche ruvide per il lavoro nei campi. Mi ha preso il viso come se fossi di porcellana. Io ero paralizzata. Le gambe molli, lo stomaco in subbuglio. Una parte di me urlava di spingere via quelle mani, di dire “no”, di scappare. L’altra parte però, quella che si sentiva invisibile da anni, quella che aveva fame di essere desiderata, restava ferma, ipnotizzata.

Sentivo il suo fiato caldo, le labbra vicine. Poi mi ha baciata. Non un bacio veloce, rubato. Un bacio lungo, profondo, affamato. Le sue labbra sulle mie, prima morbide, poi insistenti. La lingua che cercava la mia con una dolcezza disperata, come se avesse aspettato quel momento da tanto tempo. Mi ha stretto il viso più forte, inclinando la testa, e io… io non ho reagito. Non ho ricambiato, ma non ho nemmeno ritratto la testa. Ero bloccata in un misto di shock, vergogna e un calore che saliva dal petto. Sentivo il suo respiro accelerato, il cuore che gli batteva forte contro il mio. Le sue mani tremavano leggermente, come se anche lui avesse paura di rompere tutto.

Quando si è staccato, dopo un tempo che sembrava eterno, mi ha guardata negli occhi. «Dimmi che non ti è piaciuto e me ne vado. Dimmi di smettere e non succederà più. Lo sento che anche tu…» Non ha finito la frase. Io non ho detto niente. Avevo le labbra gonfie, il sapore di lui in bocca, e un nodo in gola che non si scioglieva. Lui ha sorriso piano, un sorriso trionfante, mi ha sfiorato la guancia con il pollice e poi è uscito dall’ufficio senza aggiungere altro.

Solo allora sono crollata per la vergogna, per aver lasciato che accadesse, per non aver detto no, per aver sentito, anche solo per un secondo, quel brivido di vita che mi aveva attraversata. “Non ci torno più!” Mi ripetevo tra le lacrime. “Giuro su mio figlio che non ci torno.” Ma il giorno dopo… sono tornata lo stesso. Perché i soldi mi servivano. Perché mio figlio sorrideva quando vedeva il frigo pieno. E perché, in fondo al cuore, una vocina traditrice mi sussurrava che forse, solo forse, volevo sentirmi ancora così… desiderata.

Dopo quel bacio, il suo atteggiamento è cambiato, lo vedevo più sicuro, più audace. Lo sentivo nell’aria ogni volta che entravo in azienda: l’atmosfera era cambiata, era diventata elettrica, pesante, come se tra noi ci fosse già un patto non detto. E il patto era chiaro. Le mie mansioni non sarebbero state solo quelle della segretaria. Mario non fingeva più. Non c’erano più complimenti velati o sguardi che duravano un secondo di troppo. Mi guardava come un uomo che ha fame e sa che il cibo è lì, a portata di mano. Me lo diceva apertamente, quasi con urgenza: «Malvina, sento un’attrazione sessuale pazzesca per te. Non riesco a pensare ad altro. Ti vedo muoverti in ufficio e mi viene duro all’istante. Voglio fare l’amore con te.» Parole dirette, senza giri. E io… io che da anni non sentivo più il corpo di un uomo su di me, quelle parole mi entravano dentro come un veleno dolce. Mi facevano tremare le gambe, mi bagnavo anche solo a sentirle. Mi odiavo per questo, ma non riuscivo ad oppormi, a dirgli che non ci sarebbe stato altro.

La sera, a letto, i pensieri arrivavano tutti insieme, come un’onda che non chiedeva permesso. Ci ripensavo. Mi ripetevo le sue parole. A come le aveva dette, senza abbassare gli occhi: «Mi viene duro.» Dio.
Sudavo, come se il mio corpo rispondesse automaticamente. Sentivo ancora quel calore improvviso tra le cosce, quella specie di fitta bagnata. Mi odiavo. A Quarantacinque anni mi ritrovavo con i capezzoli duri come un’adolescente. Ma il bisogno era più forte della mia resistenza. Chiudevo gli occhi e immaginavo le sue mani sporche di terra che mi afferravano i fianchi, che mi tiravano a sé senza chiedere. Immaginavo la sua bocca, il respiro caldo, il suo sesso duro contro la mia coscia sperando in cuor mio che non mi sarei mai trovata in quella situazione e che non sarebbe mai successo. «Se cedessi… dopo che ne sarebbe di me?»


******

E invece no. Dopo pochi giorni da quel bacio è successo, sempre in ufficio, sempre dopo che l’ultimo bracciante era andato via. L’aria puzzava ancora di terra e concimi. Mario ha chiuso la porta a chiave senza dire una parola, ha spento la luce principale. Si è avvicinato da dietro, mentre ero ancora seduta alla scrivania a sistemare fogli e fatture. Non ha parlato. Non ha chiesto permesso. Mi ha solo preso per i fianchi e mi ha fatto alzare in piedi con una presa decisa. Mi ha girata piano, mi ha spinto i gomiti sulla scrivania, facendomi chinare in avanti. Mi ha slacciato la camicetta. Sentivo il freddo del legno contro miei seni nudi. Sentivo il suo respiro accelerato sul collo, il calore del suo corpo premuto contro la mia schiena.

Ha sollevato la gonna con un gesto impaziente. Le dita callose lungo le mie cosce hanno trovato l’orlo dello slip e l’hanno scostato di lato senza delicatezza. Non c’era preliminare, non c’era carezza. Solo urgenza. Ho sentito la zip dei pantaloni che si apriva, il rumore secco della cintura che cadeva. Poi la sua erezione, dura, calda, che premeva contro di me. Ha spinto con un colpo secco, entrando tutto in una volta. Ho trattenuto il fiato per il bruciore improvviso – ero stretta, asciutta per la tensione, per la paura – ma lui non si è fermato. Ha iniziato a muoversi forte, ritmico, quasi meccanico. Le mani strette sui miei fianchi, le dita che affondavano nella carne morbida sopra le ossa.

Non c’era romanticismo. Non c’erano sussurri o un semplice “sei bellissima”, niente di quello che mi aveva detto nei messaggi o nei giorni prima. Avevo ceduto ed era finito il corteggiamento, il gioco delle parole, i sottintesi. Era iniziata la carnalità pura, animale. Lui grugniva piano a ogni spinta, un suono gutturale che mi vibrava dentro. Io ero lì, piegata, con il sedere nudo a portata di mano e le mani aggrappate al bordo della scrivania, il corpo che oscillava a ogni affondo. Sentivo il rumore umido dei nostri corpi che sbattevano, il suo bacino contro le mie natiche, il suo respiro che diventava sempre più corto.

Certo mi rendevo conto che quella fame animalesca, primitiva, non aveva niente a che fare con l’amore, ma nonostante quella crudezza rimanevo, lì, disponibile ed aperta, avvertendo nel profondo una sottile soddisfazione, come se eccitare un uomo, sentirlo così passionale, fosse la mia rivincita personale ad una vita piatta e piena di rinunce.

È durato qualche minuto. L’ho sentito premere più forte, muoversi di lato come se volesse farsi più spazio. Mi diceva di godere, mi ordinava di essere più attiva come un padrone che ordina ai suoi braccianti di produrre di più. Poi ha accelerato, all’improvviso, ha stretto i denti, ha emesso un gemito strozzato e si è svuotato dentro di me con un ultimo colpo profondo. Ho sentito il calore del suo seme, il pulsare dentro, il bruciore della mia carne, e poi… niente. Si è tirato fuori quasi subito, ha sistemato i pantaloni con gesti rapidi. Poi mi ha sistemato le mutandine ricoprendo il mio sesso ormai non più utile alla sua passione.

Io sono rimasta lì, ancora piegata, le gambe che tremavano, il suo rivolo caldo che scivolava lungo la mia coscia interna. Non avevo avuto il tempo di concentrarmi. Non c’era stato piacere, non c’era stato orgasmo, solo una sensazione di pienezza improvvisa e poi di vuoto. Il mio corpo era rimasto sospeso, eccitato, ma non appagato, confuso. Mi sono raddrizzata piano, ho abbassato la gonna con le mani che mi tremavano.

Lui mi ha guardata, ha fatto un mezzo sorriso quasi imbarazzato. «Scusa… era troppo tempo che… non ce la facevo più.» Io non ho risposto. Mi sono seduta di nuovo sulla sedia, le gambe molli, e ho sentito le lacrime che salivano. Non ho pianto lì, davanti a lui. Ho aspettato di essere in macchina, sulla strada di casa, con le mani strette sul volante, per lasciarle uscire. Mi sentivo sporca, usata, ma allo stesso tempo… viva. Il corpo mi pulsava ancora, traditore, ricordandomi che una parte di me aveva voluto quel momento, anche se era stato così brutale, così veloce. E il giorno dopo… sono tornata lo stesso.


******

Ora è passato quasi un anno, e quella che all’inizio era un’evasione si è trasformata in una routine quotidiana, implacabile. Mario esce all’alba per i campi, torna verso le cinque del pomeriggio puzzando di terra, sudore e fatica, ma con gli occhi che già mi cercano. Entra in ufficio senza salutare nessuno, chiude la porta a chiave con un gesto secco da padrone. Non parla quasi mai. Mi guarda, le tette, il sedere, come se stesse decidendo da che parte iniziare e scegliendo la parte di me da consumare. Mi prende sempre allo stesso modo: mi fa alzare dalla sedia con una mano sola, mi spinge contro la scrivania e mi piega in avanti. Le carte volano per terra, il mouse cade, ma a lui non importa.

Ferma in quella posizione lo aspetto. Lui solleva la gonna, ormai le porto quasi tutte corte, strette, che si arrotolano da sole sulle cosce, scosta le mutandine con due dita e mi penetra di colpo, senza preliminari. Spinge forte, ritmico, con una foga che a 63 anni non dovrebbe esistere. Le mani sui miei fianchi, le dita che lasciano segni rossi sulla pelle, il bacino che sbatte contro di me con un rumore sordo che riempie la stanza. Grugnisce, ansima, a volte mi tira i capelli per farmi inarcare di più la schiena, altre mi stringe forte il seno per farmi sentire quel leggero dolore che sa che mi eccita.

Dura poco, non come la prima volta, ma ormai ci sono abituata: conosco i suoi tempi e mi affretto a godere. Lui arriva subito dopo, esplode dentro con un gemito rauco, poi si tira fuori, si sistema i pantaloni e mi dà una pacca sul sedere come se fossi una puledra che ha fatto bene il suo dovere. Come la prima volta sento ancora disagio, ma non è solo per il sesso. Sono le parole che mi uccidono piano. Mentre mi prende, mentre spinge, mi sussurra all’orecchio cose che mi fanno arrossire anche solo a ripensarci: «Sei la mia puttana personale, Malvina. Solo mia. Devi scopare solo con me, a quel cornuto di tuo marito non devi darla. Dimmi che sei la mia troia.» E io, con la voce spezzata, glielo dico. Ma lui non si accontenta. «Dillo più forte.» Urlo, mentre è dentro. «Sono la tua puttana…» Oppure: «Vestiti sempre così. Voglio che tutti vedano quanto sei mia. Che capiscano che questa fica è solo per me.» E io obbedisco.

Non porto più quei vestitini a fiori comprati all’emporio del paese, quelli comodi, da madre, da moglie rispettabile. Ora entro in ufficio con scollature che arrivano quasi all’ombelico, reggiseni che spingono il seno in fuori, gonne così corte che devo stare attenta a come mi siedo. Tacchi alti, che mi fanno ondeggiare in quel modo che a lui piace da impazzire. Gli altri dipendenti dell’azienda hanno capito tutto. Quando entro la mattina, sento i loro sguardi che mi scivolano addosso: le gambe, il culo, il décolleté. Ridacchiano tra loro, si danno di gomito, fanno battute a mezza voce che arrivano lo stesso alle mie orecchie quando passo. Io abbasso lo sguardo, stringo la borsa al petto, cammino veloce verso l’ufficio. Mi sento morire di vergogna ogni mattina. Il paese lo sa già, ne sono sicura. Le altre parlano, ma nessuno dice niente in faccia. Solo sguardi, sorrisetti, silenzi che pesano come macigni.

Eppure… non riesco a dirgli di no. Quando entra in stanza non dico nulla, lo so che è un assenso. E nonostante tutto sento un calore traditore tra le gambe. So che mi sbatterà sulla scrivania, so che mi riempirà con rabbia e desiderio che sembra non finire mai, so che mi chiamerà troia e mio marito cornuto, ma mentre una parte di me si spegne l’altra si accende. Mi sento usata, sporca, sbagliata… ma anche desiderata come non lo sono mai stata. Come se le mie tette, le mie cosce avessero un valore, diverso dalla lavatrice o dal frigorifero. Vivo per quei momenti in cui mi guarda come se fossi l’unica cosa al mondo che conta, anche se è solo per sfogarsi, anche se mi tratta come fossi solo una fessura, piacevole sì, ma sempre una fessura.

Torno a casa la sera, mi lavo sotto la doccia fino a quando l’acqua diventa fredda, cerco di cancellare l’odore di lui dalla pelle, il seme che ancora mi cola dentro, i segni sulle cosce, il pensiero di essere stata chiamata semplicemente puttana. Poi preparo la cena per mio marito e per mio figlio, sorrido, parlo del più e del meno, fingo che tutto sia normale. Ma è un incubo. Lui a volte mi chiede: «Com’è andata al lavoro?» Io gli sorrido, ma non mento: «Bene, solite cose». Perché in effetti sono le solite cose, ogni giorno alla stessa ora, nella stessa posizione.

Mentre lo dico però muoio di vergogna. Nascondo i segni, i lividi, il profumo di lui sulla pelle. Ho paura anche di sognare, perché potrei parlare nel sonno. E poi c’è il terrore più grande: che qualcuno scopra tutto. Se mia suocera sapesse che scopo con il figlio maggiore… mi caccerebbe dal paese a calci. Se i miei genitori lo scoprissero, morirebbero di crepacuore. Se lo sapesse l’intero paese sarei né più e né meno una troia ossia quello che mi dice lui ogni giorno.

Mio marito è ancora disoccupato ed ha smesso di cercare lavoro. Passa le giornate tra il bar e il divano di casa, contento che qualcuno lavori per lui e gli abbia tolto ogni responsabilità e incombenza. Ovviamente non sa a quale prezzo, non sa che sua moglie manda avanti la casa allargando le cosce a suo fratello, il suo acerrimo nemico, non sa che ogni piatto di pasta che preparo è il frutto della mia dedizione e della mia bravura, per come mi inginocchio ed apro la bocca o per come lo accolgo coi i gomiti sulla scrivania. Ho paura. Mio figlio credo abbia sentito qualcosa. Una settimana fa è tornato da scuola con gli occhi bassi. Stranamente a chiesto dello zio. Non era mai successo. Da allora non mi guarda più come prima. Mi evita. E io muoio dentro ogni volta che lo vedo. Forse sono solo miei fantasmi, ma non so più chi sono, vedo il pericolo in ogni sua frase, in ogni sguardo di mio marito, di mia suocera.

Non so quanto durerà ancora, mi preoccupo del posto di lavoro e mi chiedo se potrò mai affrontare la verità. La mia insicurezza mi distrugge. Nel tempo mi ero illusa che quel rapporto cambiasse, ma mio cognato non prova nulla per me. Io invece sento qualcosa per lui, dopo un anno credo sia normale, il pomeriggio lo aspetto con ansia quando torna dai campi. È brutale, l’amore con lui è qualcosa di sporco, ma non posso farne a meno. Lo aspetto con l’ansia di una ragazzina. Quando non lo vedo per un giorno mi manca il respiro. Ma so che per lui è solo sesso e mi chiedo come mai non si sia ancora stancato.

Alle volte gli chiedo timidamente cosa sarà di noi, di me, ma lui me lo ha detto chiaro e tondo: «Malvina siamo entrambi sposati, fuori da questa stanza non c’è niente! Non farti scoprire da tuo marito, se ti lascia io non mi prenderò cura di te.» Mi fa male, non perché spero in qualcosa di diverso, ma solo perché senza di lui ora mi sentirei persa. No, no non sono innamorata. Forse sono solo diventata dipendente da come mi fa sentire desiderata. Ma allo stesso tempo, sono stanca di mentire. Sono stanca di vergognarmi. È un male farsi scopare dal proprio cognato? Sono stanca di avere paura che un giorno mio marito apra la porta dell’ufficio e ci trovi lì, io piegata sulla scrivania con la gonna alzata e suo fratello dietro di me che mi pompa come un toro. Non so cosa fare. Dentro… sto morendo, un po’ ogni giorno, ma domani mattina mi rimetterò la gonna corta, i tacchi, il rossetto rosso. Perché lui vuole così. E io non so più come smettere.

Ora non so nemmeno perché ho scritto questa lettera, ma forse sì, Voglio solo che qualcuno mi legga e mi dica che non sono un mostro. O forse sì, lo sono.

Malvina
Provincia di Latina, marzo 2026





Questo racconto  è opera di pura fantasia.
Nomi, personaggi e luoghi sono frutto
dell’immaginazione dell’autore e
qualsiasi somiglianza con
fatti, scenari e persone è del tutto casuale.

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