| |
HOME
CERCA
CONTATTI
COOKIE POLICY 


CONFESSIONE DISPERATA
“Sono l’amante di mio
cognato da un anno e sto impazzendo”
"Non so nemmeno bene
perché sto scrivendo queste righe, forse perché non
ho nessuno con cui parlare. Forse perché se continuo
a tenere tutto dentro rischio di impazzire.

Mi chiamo Malvina, ho 45
anni e vivo in un piccolo paese in provincia di Latina,
uno di quelli dove se starnutisci in casa lo sanno tutti
entro mezz’ora. Sono sposata da quindici anni ed ho un
figlio di 13 anni che è la cosa più bella e importante
della mia vita. Eppure, non ce la faccio più. Mi
vergogno così tanto che mi tremano le mani mentre
scrivo. Se qualcuno della mia famiglia leggesse queste
parole e capisse che sono io… credo che preferirei
sparire. Mia suocera mi ammazzerebbe con le sue mani,
mio suocero mi darebbe della puttana snaturata, mio
marito… non riesco nemmeno a immaginare la sua faccia. E
qui al paese una voce basta per rovinarti la vita per
sempre.
******
Tutto è iniziato
esattamente un anno fa quando mio marito è stato
licenziato dall’azienda dove lavorava da anni, quella
che faceva accessori per la Fiat. I soldi di un affitto
di un vecchio casolare di proprietà della mia famiglia
non bastavano più. Io ho sempre fatto la casalinga, non
ho mai avuto un lavoro vero e proprio, e con la
disoccupazione di mio marito mi sono sentita inutile,
incapace persino di mettere insieme il pranzo con la
cena.
È stato allora che è entrato in scena mio
cognato, Mario. Il fratello maggiore di mio marito, 63
anni, sposato con quattro figli, perennemente abbronzato
dal sole dei campi. Lui gestisce un’azienda agricola
piuttosto grossa: una decina di operai regolari, diversi
braccianti a nero, ettari di terra, serre, trattori.
Insomma, un uomo che conta, da queste parti.
Lui
e mio marito non si parlano da anni. Si odiano, proprio
come due fratelli coltelli. Mio marito non avrebbe mai
accettato di andare a testa bassa a chiedere lavoro da
lui, mai e poi mai si sarebbe messo a fare il subalterno
sotto il fratello maggiore. Troppo orgoglio, troppa
rabbia accumulata. Per me invece è stato diverso.
Mario mi ha trattata sempre con garbo. Ricordo ancora
quando mi ha difesa durante una lite familiare per una
proprietà, mio marito stava dalla parte di sua madre,
come sempre. Mio cognato invece mi ha presa da parte e
ha detto chiaro e tondo: «Malvina ha ragione, basta con
queste divisioni da squali». Quella sera mi ha anche
scritto un messaggio: «Come stai? Mi dispiace per oggi.
Se ti avessi conosciuta prima di mio fratello…» Io ho
risposto ringraziandolo, sollevata che qualcuno
ascoltasse le mie ragioni.
Da lì è nata una
certa confidenza solidale, almeno all’inizio. Non
proprio un’amicizia, perché Mario non mi ha mai guardata
come si guarda una cognata. Lui ha sempre avuto un
debole per me, lo sapevo da anni. Me lo diceva con gli
occhi ogni volta che capitava di incrociarci al paese, o
alle feste di famiglia quando ancora ci si vedeva tutti
insieme. Uno sguardo che durava un secondo di troppo, un
complimento buttato lì con quel mezzo sorriso da uomo
che sa di piacere.
Insomma, da quella volta ha
cominciato a mandarmi messaggi. All’inizio erano cose
innocenti: “Come stai oggi? Se ti serve qualcosa in
paese dimmelo che passo.” Poi piano piano il tono è
cambiato. “Sei bellissima, Malvina. Mio fratello non ti
merita.” Oppure: “Con mia moglie non succede più niente
da anni. Dopo l’operazione al seno si è appesantita, non
la riconosco più. Non provo niente, zero.” Quelle parole
mi facevano battere forte il cuore, ma non solo per
lusinga. C’era anche paura. Paura di quello che
significavano, paura di quello che stavo cominciando a
provare io. Perché sì, lo ammetto: mi sentivo
considerata. Per la prima volta dopo tanto tempo
qualcuno mi guardava come donna, non solo come madre,
come moglie che lava, stira e tiene in piedi una casa
che sta crollando
Allora ho sfruttato la
situazione e mi sono offerta io di andare a lavorare da
lui. Mario ha accettato subito e mio marito, messo alle
strette per i problemi economici che avevamo, non si è
opposto. Le prime due settimane in ufficio sono state
come un sogno a occhi aperti, uno di quelli che ti fanno
sentire in colpa solo a pensarlo. Mario non mi trattava
come una dipendente: mi trattava come una donna
preziosa, quasi fragile. Ogni mattina mi portava il
caffè e lo posava sulla scrivania con un “Buongiorno,
regina” detto a mezza voce, come se fosse un segreto
nostro. Mi insegnava il computer e la contabilità
dell’azienda con una pazienza che mio marito non aveva
mai avuto: si sedeva accanto a me, la sedia vicinissima,
il braccio che sfiorava il mio mentre muoveva il mouse.
E mi guardava. Dio, come mi guardava. Quegli occhi
scuri, un po’ stanchi, ma ancora accesi, che si
fermavano sulle mie labbra, sul collo, sul modo in cui
mi sistemavo i capelli dietro l’orecchio. Nessuno mi
aveva guardata così da… non so nemmeno più quanti anni.
Mio marito mi vedeva come il frigo, la lavatrice, Mario
invece mi vedeva come una donna.
******
Ogni giorno mi sentivo sempre più coinvolta, certo
sì, aspettavo un suo passo, non lo nego, e un
pomeriggio, dopo che l’ultimo operaio aveva timbrato e
se n’era andato sbattendo la porta di ferro, l’ufficio
era diventato improvvisamente troppo piccolo, troppo
silenzioso. Si sentiva solo il ronzio del ventilatore e
il mio cuore che pompava nel petto. Mario che era
rientrato da poco dai campi, si è avvicinato lentamente,
come se non volesse spaventarmi. Si è fermato davanti a
me, troppo vicino. Profumava di terra e di sudore.
«Malvina…» Ha detto piano. «Sei la cosa più bella che mi
è capitata da vent’anni a questa parte. Lo sai, vero?»
Non ho risposto. Non riuscivo. Le parole mi si
erano incastrate in gola, ho solo sorriso timidamente.
Lui ha continuato, come se il mio silenzio fosse un
invito. «Ecco, vedi, quel sorriso che fai quando ti
faccio i complimenti… mi fa impazzire. Come quando ti
mordi il labbro quando sei concentrata, come arrossisci
quando ti emozioni. Sei viva, sei fuoco. E io sto
bruciando da quando hai detto sì a questo lavoro.» Le
sue mani sono salite piano alle mie guance. Calde e
gentili, ma anche ruvide per il lavoro nei campi. Mi ha
preso il viso come se fossi di porcellana. Io ero
paralizzata. Le gambe molli, lo stomaco in subbuglio.
Una parte di me urlava di spingere via quelle mani, di
dire “no”, di scappare. L’altra parte però, quella che
si sentiva invisibile da anni, quella che aveva fame di
essere desiderata, restava ferma, ipnotizzata.
Sentivo il suo fiato caldo, le labbra vicine. Poi mi ha
baciata. Non un bacio veloce, rubato. Un bacio lungo,
profondo, affamato. Le sue labbra sulle mie, prima
morbide, poi insistenti. La lingua che cercava la mia
con una dolcezza disperata, come se avesse aspettato
quel momento da tanto tempo. Mi ha stretto il viso più
forte, inclinando la testa, e io… io non ho reagito. Non
ho ricambiato, ma non ho nemmeno ritratto la testa. Ero
bloccata in un misto di shock, vergogna e un calore che
saliva dal petto. Sentivo il suo respiro accelerato, il
cuore che gli batteva forte contro il mio. Le sue mani
tremavano leggermente, come se anche lui avesse paura di
rompere tutto.
Quando si è staccato, dopo un
tempo che sembrava eterno, mi ha guardata negli occhi.
«Dimmi che non ti è piaciuto e me ne vado. Dimmi di
smettere e non succederà più. Lo sento che anche tu…»
Non ha finito la frase. Io non ho detto niente. Avevo le
labbra gonfie, il sapore di lui in bocca, e un nodo in
gola che non si scioglieva. Lui ha sorriso piano, un
sorriso trionfante, mi ha sfiorato la guancia con il
pollice e poi è uscito dall’ufficio senza aggiungere
altro.
Solo allora sono crollata per la
vergogna, per aver lasciato che accadesse, per non aver
detto no, per aver sentito, anche solo per un secondo,
quel brivido di vita che mi aveva attraversata. “Non ci
torno più!” Mi ripetevo tra le lacrime. “Giuro su mio
figlio che non ci torno.” Ma il giorno dopo… sono
tornata lo stesso. Perché i soldi mi servivano. Perché
mio figlio sorrideva quando vedeva il frigo pieno. E
perché, in fondo al cuore, una vocina traditrice mi
sussurrava che forse, solo forse, volevo sentirmi ancora
così… desiderata.
Dopo quel bacio, il suo
atteggiamento è cambiato, lo vedevo più sicuro, più
audace. Lo sentivo nell’aria ogni volta che entravo in
azienda: l’atmosfera era cambiata, era diventata
elettrica, pesante, come se tra noi ci fosse già un
patto non detto. E il patto era chiaro. Le mie mansioni
non sarebbero state solo quelle della segretaria. Mario
non fingeva più. Non c’erano più complimenti velati o
sguardi che duravano un secondo di troppo. Mi guardava
come un uomo che ha fame e sa che il cibo è lì, a
portata di mano. Me lo diceva apertamente, quasi con
urgenza: «Malvina, sento un’attrazione sessuale pazzesca
per te. Non riesco a pensare ad altro. Ti vedo muoverti
in ufficio e mi viene duro all’istante. Voglio fare
l’amore con te.» Parole dirette, senza giri. E io… io
che da anni non sentivo più il corpo di un uomo su di
me, quelle parole mi entravano dentro come un veleno
dolce. Mi facevano tremare le gambe, mi bagnavo anche
solo a sentirle. Mi odiavo per questo, ma non riuscivo
ad oppormi, a dirgli che non ci sarebbe stato altro.
La sera, a letto, i pensieri arrivavano tutti
insieme, come un’onda che non chiedeva permesso. Ci
ripensavo. Mi ripetevo le sue parole. A come le aveva
dette, senza abbassare gli occhi: «Mi viene duro.» Dio.
Sudavo, come se il mio corpo rispondesse
automaticamente. Sentivo ancora quel calore improvviso
tra le cosce, quella specie di fitta bagnata. Mi odiavo.
A Quarantacinque anni mi ritrovavo con i capezzoli duri
come un’adolescente. Ma il bisogno era più forte della
mia resistenza. Chiudevo gli occhi e immaginavo le sue
mani sporche di terra che mi afferravano i fianchi, che
mi tiravano a sé senza chiedere. Immaginavo la sua
bocca, il respiro caldo, il suo sesso duro contro la mia
coscia sperando in cuor mio che non mi sarei mai trovata
in quella situazione e che non sarebbe mai successo. «Se
cedessi… dopo che ne sarebbe di me?»
******
E invece no. Dopo pochi giorni da quel bacio è
successo, sempre in ufficio, sempre dopo che l’ultimo
bracciante era andato via. L’aria puzzava ancora di
terra e concimi. Mario ha chiuso la porta a chiave senza
dire una parola, ha spento la luce principale. Si è
avvicinato da dietro, mentre ero ancora seduta alla
scrivania a sistemare fogli e fatture. Non ha parlato.
Non ha chiesto permesso. Mi ha solo preso per i fianchi
e mi ha fatto alzare in piedi con una presa decisa. Mi
ha girata piano, mi ha spinto i gomiti sulla scrivania,
facendomi chinare in avanti. Mi ha slacciato la
camicetta. Sentivo il freddo del legno contro miei seni
nudi. Sentivo il suo respiro accelerato sul collo, il
calore del suo corpo premuto contro la mia schiena.
Ha sollevato la gonna con un gesto impaziente. Le
dita callose lungo le mie cosce hanno trovato l’orlo
dello slip e l’hanno scostato di lato senza delicatezza.
Non c’era preliminare, non c’era carezza. Solo urgenza.
Ho sentito la zip dei pantaloni che si apriva, il rumore
secco della cintura che cadeva. Poi la sua erezione,
dura, calda, che premeva contro di me. Ha spinto con un
colpo secco, entrando tutto in una volta. Ho trattenuto
il fiato per il bruciore improvviso – ero stretta,
asciutta per la tensione, per la paura – ma lui non si è
fermato. Ha iniziato a muoversi forte, ritmico, quasi
meccanico. Le mani strette sui miei fianchi, le dita che
affondavano nella carne morbida sopra le ossa.
Non c’era romanticismo. Non c’erano sussurri o un
semplice “sei bellissima”, niente di quello che mi aveva
detto nei messaggi o nei giorni prima. Avevo ceduto ed
era finito il corteggiamento, il gioco delle parole, i
sottintesi. Era iniziata la carnalità pura, animale. Lui
grugniva piano a ogni spinta, un suono gutturale che mi
vibrava dentro. Io ero lì, piegata, con il sedere nudo a
portata di mano e le mani aggrappate al bordo della
scrivania, il corpo che oscillava a ogni affondo.
Sentivo il rumore umido dei nostri corpi che sbattevano,
il suo bacino contro le mie natiche, il suo respiro che
diventava sempre più corto.
Certo mi rendevo
conto che quella fame animalesca, primitiva, non aveva
niente a che fare con l’amore, ma nonostante quella
crudezza rimanevo, lì, disponibile ed aperta, avvertendo
nel profondo una sottile soddisfazione, come se eccitare
un uomo, sentirlo così passionale, fosse la mia
rivincita personale ad una vita piatta e piena di
rinunce.
È durato qualche minuto. L’ho sentito
premere più forte, muoversi di lato come se volesse
farsi più spazio. Mi diceva di godere, mi ordinava di
essere più attiva come un padrone che ordina ai suoi
braccianti di produrre di più. Poi ha accelerato,
all’improvviso, ha stretto i denti, ha emesso un gemito
strozzato e si è svuotato dentro di me con un ultimo
colpo profondo. Ho sentito il calore del suo seme, il
pulsare dentro, il bruciore della mia carne, e poi…
niente. Si è tirato fuori quasi subito, ha sistemato i
pantaloni con gesti rapidi. Poi mi ha sistemato le
mutandine ricoprendo il mio sesso ormai non più utile
alla sua passione.
Io sono rimasta lì, ancora
piegata, le gambe che tremavano, il suo rivolo caldo che
scivolava lungo la mia coscia interna. Non avevo avuto
il tempo di concentrarmi. Non c’era stato piacere, non
c’era stato orgasmo, solo una sensazione di pienezza
improvvisa e poi di vuoto. Il mio corpo era rimasto
sospeso, eccitato, ma non appagato, confuso. Mi sono
raddrizzata piano, ho abbassato la gonna con le mani che
mi tremavano.
Lui mi ha guardata, ha fatto un
mezzo sorriso quasi imbarazzato. «Scusa… era troppo
tempo che… non ce la facevo più.» Io non ho risposto. Mi
sono seduta di nuovo sulla sedia, le gambe molli, e ho
sentito le lacrime che salivano. Non ho pianto lì,
davanti a lui. Ho aspettato di essere in macchina, sulla
strada di casa, con le mani strette sul volante, per
lasciarle uscire. Mi sentivo sporca, usata, ma allo
stesso tempo… viva. Il corpo mi pulsava ancora,
traditore, ricordandomi che una parte di me aveva voluto
quel momento, anche se era stato così brutale, così
veloce. E il giorno dopo… sono tornata lo stesso.
******
Ora è passato quasi un anno, e
quella che all’inizio era un’evasione si è trasformata
in una routine quotidiana, implacabile. Mario esce
all’alba per i campi, torna verso le cinque del
pomeriggio puzzando di terra, sudore e fatica, ma con
gli occhi che già mi cercano. Entra in ufficio senza
salutare nessuno, chiude la porta a chiave con un gesto
secco da padrone. Non parla quasi mai. Mi guarda, le
tette, il sedere, come se stesse decidendo da che parte
iniziare e scegliendo la parte di me da consumare. Mi
prende sempre allo stesso modo: mi fa alzare dalla sedia
con una mano sola, mi spinge contro la scrivania e mi
piega in avanti. Le carte volano per terra, il mouse
cade, ma a lui non importa.
Ferma in quella
posizione lo aspetto. Lui solleva la gonna, ormai le
porto quasi tutte corte, strette, che si arrotolano da
sole sulle cosce, scosta le mutandine con due dita e mi
penetra di colpo, senza preliminari. Spinge forte,
ritmico, con una foga che a 63 anni non dovrebbe
esistere. Le mani sui miei fianchi, le dita che lasciano
segni rossi sulla pelle, il bacino che sbatte contro di
me con un rumore sordo che riempie la stanza. Grugnisce,
ansima, a volte mi tira i capelli per farmi inarcare di
più la schiena, altre mi stringe forte il seno per farmi
sentire quel leggero dolore che sa che mi eccita.
Dura poco, non come la prima volta, ma ormai ci sono
abituata: conosco i suoi tempi e mi affretto a godere.
Lui arriva subito dopo, esplode dentro con un gemito
rauco, poi si tira fuori, si sistema i pantaloni e mi dà
una pacca sul sedere come se fossi una puledra che ha
fatto bene il suo dovere. Come la prima volta sento
ancora disagio, ma non è solo per il sesso. Sono le
parole che mi uccidono piano. Mentre mi prende, mentre
spinge, mi sussurra all’orecchio cose che mi fanno
arrossire anche solo a ripensarci: «Sei la mia puttana
personale, Malvina. Solo mia. Devi scopare solo con me,
a quel cornuto di tuo marito non devi darla. Dimmi che
sei la mia troia.» E io, con la voce spezzata, glielo
dico. Ma lui non si accontenta. «Dillo più forte.» Urlo,
mentre è dentro. «Sono la tua puttana…» Oppure: «Vestiti
sempre così. Voglio che tutti vedano quanto sei mia. Che
capiscano che questa fica è solo per me.» E io
obbedisco.
Non porto più quei vestitini a fiori
comprati all’emporio del paese, quelli comodi, da madre,
da moglie rispettabile. Ora entro in ufficio con
scollature che arrivano quasi all’ombelico, reggiseni
che spingono il seno in fuori, gonne così corte che devo
stare attenta a come mi siedo. Tacchi alti, che mi fanno
ondeggiare in quel modo che a lui piace da impazzire.
Gli altri dipendenti dell’azienda hanno capito tutto.
Quando entro la mattina, sento i loro sguardi che mi
scivolano addosso: le gambe, il culo, il décolleté.
Ridacchiano tra loro, si danno di gomito, fanno battute
a mezza voce che arrivano lo stesso alle mie orecchie
quando passo. Io abbasso lo sguardo, stringo la borsa al
petto, cammino veloce verso l’ufficio. Mi sento morire
di vergogna ogni mattina. Il paese lo sa già, ne sono
sicura. Le altre parlano, ma nessuno dice niente in
faccia. Solo sguardi, sorrisetti, silenzi che pesano
come macigni.
Eppure… non riesco a dirgli di no.
Quando entra in stanza non dico nulla, lo so che è un
assenso. E nonostante tutto sento un calore traditore
tra le gambe. So che mi sbatterà sulla scrivania, so che
mi riempirà con rabbia e desiderio che sembra non finire
mai, so che mi chiamerà troia e mio marito cornuto, ma
mentre una parte di me si spegne l’altra si accende. Mi
sento usata, sporca, sbagliata… ma anche desiderata come
non lo sono mai stata. Come se le mie tette, le mie
cosce avessero un valore, diverso dalla lavatrice o dal
frigorifero. Vivo per quei momenti in cui mi guarda come
se fossi l’unica cosa al mondo che conta, anche se è
solo per sfogarsi, anche se mi tratta come fossi solo
una fessura, piacevole sì, ma sempre una fessura.
Torno a casa la sera, mi lavo sotto la doccia fino a
quando l’acqua diventa fredda, cerco di cancellare
l’odore di lui dalla pelle, il seme che ancora mi cola
dentro, i segni sulle cosce, il pensiero di essere stata
chiamata semplicemente puttana. Poi preparo la cena per
mio marito e per mio figlio, sorrido, parlo del più e
del meno, fingo che tutto sia normale. Ma è un incubo.
Lui a volte mi chiede: «Com’è andata al lavoro?» Io gli
sorrido, ma non mento: «Bene, solite cose». Perché in
effetti sono le solite cose, ogni giorno alla stessa
ora, nella stessa posizione.
Mentre lo dico però
muoio di vergogna. Nascondo i segni, i lividi, il
profumo di lui sulla pelle. Ho paura anche di sognare,
perché potrei parlare nel sonno. E poi c’è il terrore
più grande: che qualcuno scopra tutto. Se mia suocera
sapesse che scopo con il figlio maggiore… mi caccerebbe
dal paese a calci. Se i miei genitori lo scoprissero,
morirebbero di crepacuore. Se lo sapesse l’intero paese
sarei né più e né meno una troia ossia quello che mi
dice lui ogni giorno.
Mio marito è ancora
disoccupato ed ha smesso di cercare lavoro. Passa le
giornate tra il bar e il divano di casa, contento che
qualcuno lavori per lui e gli abbia tolto ogni
responsabilità e incombenza. Ovviamente non sa a quale
prezzo, non sa che sua moglie manda avanti la casa
allargando le cosce a suo fratello, il suo acerrimo
nemico, non sa che ogni piatto di pasta che preparo è il
frutto della mia dedizione e della mia bravura, per come
mi inginocchio ed apro la bocca o per come lo accolgo
coi i gomiti sulla scrivania. Ho paura. Mio figlio credo
abbia sentito qualcosa. Una settimana fa è tornato da
scuola con gli occhi bassi. Stranamente a chiesto dello
zio. Non era mai successo. Da allora non mi guarda più
come prima. Mi evita. E io muoio dentro ogni volta che
lo vedo. Forse sono solo miei fantasmi, ma non so più
chi sono, vedo il pericolo in ogni sua frase, in ogni
sguardo di mio marito, di mia suocera.
Non so
quanto durerà ancora, mi preoccupo del posto di lavoro e
mi chiedo se potrò mai affrontare la verità. La mia
insicurezza mi distrugge. Nel tempo mi ero illusa che
quel rapporto cambiasse, ma mio cognato non prova nulla
per me. Io invece sento qualcosa per lui, dopo un anno
credo sia normale, il pomeriggio lo aspetto con ansia
quando torna dai campi. È brutale, l’amore con lui è
qualcosa di sporco, ma non posso farne a meno. Lo
aspetto con l’ansia di una ragazzina. Quando non lo vedo
per un giorno mi manca il respiro. Ma so che per lui è
solo sesso e mi chiedo come mai non si sia ancora
stancato.
Alle volte gli chiedo timidamente cosa
sarà di noi, di me, ma lui me lo ha detto chiaro e
tondo: «Malvina siamo entrambi sposati, fuori da questa
stanza non c’è niente! Non farti scoprire da tuo marito,
se ti lascia io non mi prenderò cura di te.» Mi fa male,
non perché spero in qualcosa di diverso, ma solo perché
senza di lui ora mi sentirei persa. No, no non sono
innamorata. Forse sono solo diventata dipendente da come
mi fa sentire desiderata. Ma allo stesso tempo, sono
stanca di mentire. Sono stanca di vergognarmi. È un male
farsi scopare dal proprio cognato? Sono stanca di avere
paura che un giorno mio marito apra la porta
dell’ufficio e ci trovi lì, io piegata sulla scrivania
con la gonna alzata e suo fratello dietro di me che mi
pompa come un toro. Non so cosa fare. Dentro… sto
morendo, un po’ ogni giorno, ma domani mattina mi
rimetterò la gonna corta, i tacchi, il rossetto rosso.
Perché lui vuole così. E io non so più come smettere.
Ora non so nemmeno perché ho scritto questa lettera,
ma forse sì, Voglio solo che qualcuno mi legga e mi dica
che non sono un mostro. O forse sì, lo sono.
Malvina Provincia di Latina, marzo 2026
|
Questo racconto è opera di pura
fantasia. Nomi, personaggi e luoghi sono frutto
dell’immaginazione dell’autore e qualsiasi
somiglianza con fatti, scenari e persone è del
tutto casuale.
IMMAGINE GENERATA DA
IA
© All rights
reserved
TUTTI I
RACCONTI DI ADAMO BENCIVENGA
© Adamo Bencivenga - Tutti i diritti riservati
Il presente racconto è tutelato dai diritti d'autore.
L'utilizzo è limitato ad un ambito esclusivamente personale.
Ne è vietata la riproduzione, in qualsiasi forma, senza il consenso
dell'autore



Tutte
le immagini pubblicate sono di proprietà dei rispettivi
autori. Qualora l'autore ritenesse
improprio l'uso, lo comunichi e l'immagine in questione
verrà ritirata immediatamente. (All
images and materials are copyright protected and are the
property of their respective authors.and are the
property of their respective authors.If the
author deems improper use, they will be deleted from our
site upon notification.) Scrivi a
liberaeva@libero.it
COOKIE
POLICY
TORNA SU (TOP)
LiberaEva Magazine
Tutti i diritti Riservati
Contatti

|
|