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RACCONTO

ALTROVE
La mia vita si è spezzata
come vetro fragile sotto il peso di un amore che non
esisteva più. Eppure, proprio in quel vuoto
assoluto, ho sentito per la prima volta il richiamo
dell’Altrove: un luogo oltre il dolore, oltre le
maschere, oltre ciò che credevo di essere. Lì, nuda
e senza nome, mi sono finalmente ritrovata: donna
intera, libera, rinata dalle mie stesse rovine....

LEI La mia vita si è
infranta in un silenzio finale e ogni mio respiro ora ha
il sapore di un battito rubato al tempo. Ho lasciato mio
marito con un biglietto di cinque righe attaccato al
frigorifero. Parole asciutte come ossa, fredde, senza
virgole, come la lama di un addio che covavo da anni nel
petto. Non me ne pentirò, perché non dipenderò più da
nessuno, perché ho capito che la catena più crudele non
è fatta di ferro, ma di silenzi pesanti e che la
dipendenza più subdola è quella di parlare senza dirsi
niente.
Ora sono altrove. E altrove è un luogo
sospeso tra il prima e il mai più, dove l’aria stessa
sembra conoscere il mio destino. Ogni passo che muovo
sul sentiero lungo il lago va verso qualcosa di
inevitabile, come se il vento, l’acqua e la luce obliqua
delle persiane socchiuse avessero già scritto il mio
nome su una pagina che ancora non oso leggere fino in
fondo.
Stamattina ho camminato per quasi un’ora
in perfetta solitudine. L’aria era fresca, sapeva di
resina e di terra umida. L’albergo dove mi trovo è
piccolo, un rifugio di legno e pietra che sussurra
segreti solo a chi sa di essere altrove. Solo quattro
stanze occupate, oltre alla mia. La coppia di innamorati
esce dalla loro camera solo al mattino, mano nella mano,
con quell’aria di chi ha appena riscoperto il mondo; la
signora gentile con l’accento straniero parla poco, ma
sorride come se custodisse un’antica saggezza; il
commercialista, in fondo al corridoio, ha già le valigie
pronte per domani, lo sguardo di chi conta i giorni come
se fossero numeri.
E poi c’è lui. L’ho visto
solo di sfuggita, ieri sera e stamattina a colazione.
Vestito di bianco, un accenno di barba che gli dà
un’aria da viaggiatore stanco, occhiali scuri anche
quando il sole è ancora basso. Fa colazione tardi, esce
sempre di fretta, come se il mondo fuori lo inseguisse o
lui inseguisse qualcosa di invisibile. Ho notato come
tiene il taccuino sottobraccio, stretto, quasi geloso.
Mi ha fissata, una volta, due. Non so per quale motivo.
Io indossavo il mio vestito a fiori, troppo leggero
per questo vento di aprile, troppo elegante per un posto
così semplice. Mi sono sentita osservata, per la prima
volta dopo tanto tempo. Non come un’abitudine, ma come
una donna che ha qualcosa da dire, anche solo con gli
occhi, anche solo con la mia presenza o il mazzetto di
viole che ho raccolto lungo il cammino.
Mi siedo
sul terrazzo, con una tazza di tè che si raffredda tra
le mani. Il lago è uno specchio imperfetto, increspato
dal vento. Penso a lui, a quell’uomo che non conosco, ma
che so che nasconde un segreto, e mi chiedo se anche io
ne abbia uno. O se il mio segreto sia proprio questo:
essere qui, senza più maschere, pronta a riscrivere la
mia storia su fogli bianchi come questa luce.
LUI Fa sempre uno strano effetto uscire a
mezzogiorno e passeggiare lungo il sentiero che curva
giù in fondo, tra i lamponi maturi e le more nere, dove
i pini storti sembrano raccontare storie antiche come le
loro cortecce. Fa sempre uno strano effetto tornare in
questi posti, e ci torno ogni volta per iniziare una
nuova storia. Trovare lo spunto dove di notte m’immergo,
con il lago che culla e l’acqua che feconda la parte di
me che ancora scrive fertile. Perché io sono uno
scrittore, e lo faccio di notte, lasciando al giorno
questi silenzi, queste pause, questi punti sospesi prima
d’ogni parola.
Stamattina, mentre facevo
colazione tardi, con caffè nero, due croissant e il
taccuino aperto, ho visto la nuova ospite, forse è
arrivata proprio ieri. Non l’avevo mai notata prima, ma
ora i suoi occhi mi restano addosso come un’immagine che
non riesco a cancellare. Occhi che dicono di essere
altrove, e altrove è un posto diverso da dove si era,
dove il passato smette di essere un ricordo e il
desiderio quello di essere un sogno.
Indossava
un cappello e un vestito a fiori, troppo leggero per la
brezza del lago, troppo elegante per un albergo fuori
stagione. L’ho fissata più volte, dietro gli occhiali
scuri, pensando al mio romanzo. Ma il romanzo, per un
attimo, è diventato lei. Perché lei ha l’aria di chi ha
qualcosa da confidare, qualcosa che non si dice a voce
alta, o forse non si dice mai, ma si lascia intravedere
in un gesto, in uno sguardo che sfugge, in un mazzetto
di viole raccolte durante il cammino.
Io, che
vivo di parole, so riconoscere chi le porta dentro come
un segreto nascosto. Forse è una lettrice. Forse è una
che fugge. Forse è entrambe le cose. Io scrivo di notte
per non giustificarmi con me stesso e perché il giorno
serve ad altro, come incontrare una signora che sa di
essere altrove. Ma lei sembra aver già fatto i conti con
il suo giorno. E ora è qui, a respirare lo stesso
silenzio che respiro io.
Torno in camera, chiudo
la porta, apro il taccuino. La penna esita. Il lago
fuori dalla finestra è calmo, ma dentro di me c’è
un’increspatura nuova. Non è ancora una storia, forse
solo un’ispirazione indotta. È solo un’immagine: una
donna con un vestito a fiori, un cappello, uno sguardo
che dice “altrove”. E io, vestito di bianco, che la
guardo da lontano, chiedendomi se le mie parole possano
mai sfiorare le sue. Per ora restiamo così. Due anime
che si sfiorano senza toccarsi, come il vento e le
foglie dei pini. Lei con la sua libertà appena
conquistata. Io con il mio romanzo che ancora non ha un
nome, una storia, una trama, solo un libro di pagine
bianche che il vento gira come fosse già scritto ed io
lo debba solo leggere.
LEI L’altrove
non è un posto. È una condizione dell’anima, un confine
che ho varcato senza biglietto di ritorno. Quando ho
chiuso la porta di casa con la mia Samsonite azzurra in
mano, non stavo solo lasciando un uomo: stavo lasciando
un’esistenza, qualcosa che varcata la soglia era già
passato. Stamattina, mentre camminavo, ho percepito
per la prima volta il mio corpo libero, mio, quasi
immateriale. Ma non è solitudine, è compagnia di me
stessa. Eppure, in questo altrove così perfetto, c’è una
crepa sottile. Lui. Quell’uomo vestito di bianco che fa
colazione tardi. L’ho visto di nuovo oggi, di sfuggita,
mentre usciva. Non ci siamo parlati, ma i nostri sguardi
si sono incrociati un secondo di troppo. E in quel
secondo ho capito che anche il suo altrove è qui. Che
forse, senza saperlo, stiamo condividendo lo stesso
confine. Io sono venuta per ritrovarmi. Lui, forse, per
perdersi dentro una storia. E questa coincidenza mi
spaventa e mi attrae insieme, come il lago che riflette
il cielo, ma non lo possiede mai del tutto.
L’altrove, per me, non è più solo un luogo. È diventato
uno stato di grazia fragile, dove ogni cosa, anche uno
sguardo di uno sconosciuto, può riscrivere le regole del
mio sentire.
LUI L’altrove non è un
luogo geografico. È un tempo sospeso, un interstizio tra
la vita e la pagina, dove le parole finalmente respirano
libere. Io ci torno ogni volta per lo stesso motivo:
perché solo qui il lago culla la parte di me che di
giorno tace e di notte scrive. Fuori da questo altrove
il mondo è caos, qui invece è silenzio fertile. I pini
storti, i lamponi maturi, la luce che cambia sull’acqua:
tutto diventa spunto, tutto diventa materia per il
romanzo che ancora non ho scritto.
Ma questa
volta l’altrove ha cambiato sapore. È arrivato con lei.
Con quella donna dal vestito a fiori troppo leggero, che
grida altrove senza bisogno di parole. L’ho vista di
nuovo stamattina, sul terrazzo, la tazza di tè tra le
mani, lo sguardo perso sul lago come se stesse
immaginando un suo futuro. Non è una lettrice qualunque,
forse una scrittrice inconsapevole di se stessa. Sta
scrivendo la sua storia, pagina dopo pagina.
Per
me l’altrove è sempre stato un rifugio solo mio, per
proteggere la storia che nasce di notte. Ma ora sento
che questo altrove si è fatto più grande. Perché
qualcosa mi dice che lei lo abita. Perché i suoi silenzi
sembrano dialogare con i miei. Perché quando l’ho
fissata dietro gli occhiali scuri, per un attimo il
romanzo ha smesso di essere solo mio.
Ho la
netta sensazione che l’altrove non è più solo un luogo
dove scrivo, potrebbe diventare il posto, per la prima
volta, dove potrei leggere. E questa consapevolezza mi
fa tremare la mano mentre apro il taccuino, perché so
che la penna, stanotte, non vorrà solo scrivere, ma
leggere di due anime che, per un motivo che ancora non
capisco, hanno deciso di incontrarsi proprio
nell’altrove.
LEI Sono rientrata
presto stasera, il vestito troppo leggero mi accarezza
la pelle. Il freddo del lago mi pizzica le braccia nude,
mi entra dentro, mi fa rabbrividire in un modo che non è
solo freddo. È piacere. È consapevolezza. Mi sento
libera, sì, ma anche esposta, come se ogni centimetro di
me stesse finalmente respirando dopo anni di apnea.
Mi abbandono sul divano di velluto giallo ocra della
hall, le gambe leggermente dischiuse, il tessuto del
vestito che sale sulle cosce. Aspetto, senza sapere cosa
per chiamarla attesa. Intanto fisso il tramonto
attraverso la vetrata: il cielo si scioglie in rosso
cupo, quasi sanguigno, e l’acqua lo beve con lentezza
sensuale. Avrei voglia di fotografarlo, di catturarlo,
ma ho lasciato la macchina fotografica a casa. Non
tornerò. Non tornerò più indietro. Socchiudo gli
occhi. Il tempo si ferma.
E lui è lì, in
penombra. Lo sento prima di vederlo. Il suo sguardo mi
sfiora. Sa che lo sto guardando. Ricambia con un cenno
del capo, togliendosi il cappello. Se conosco bene gli
uomini tra poco non sarò più sola. Infatti, si avvicina
e il suo passo è calmo, ma dentro quel passo c’è già una
seduzione silenziosa, un gioco che inizia prima ancora
delle parole. «Vorrei che leggesse questo…» La sua
voce è vellutata, come immaginavo, quasi un sussurro
complice. Mi porge il libro dalla copertina rossa. Le
nostre dita si sfiorano. Non è un tocco casuale. È
un’intenzione. Un piccolo brivido mi corre dal polso
fino al centro del petto, poi più giù, dove il corpo si
risveglia senza permesso. Ritraggo la mano troppo in
fretta, ma il calore della sua pelle resta impresso
sulla mia. Come una firma.
Lui sorride, appena,
un angolo della bocca si solleva come se avvertisse cosa
ho sentito. Si allontana verso le scale, ma prima di
voltarsi mi lancia un’ultima occhiata. Che tipo strano…
pericolosamente attraente. Spero che rimanga qui ancora
per qualche giorno. Quando scompare nella penombra
delle scale apro il libro. La dedica mi colpisce come un
respiro sulla pelle: «A chi è già altrove.» Le parole
sul foglio sembrano scritte per me, su di me. Leggo la
prima frase e sento la sua voce nella testa, bassa,
intima. Come se mi stesse spogliando lentamente, non con
le mani, ma con la mente. Ogni riga è una carezza
diversa. Ogni pausa, un sospiro. Il corpo mi tradisce:
un calore sottile si diffonde tra le gambe,
un’appartenenza indefinita, come se queste pagine
sapessero già come toccarmi.
Mi fermo, chiudo gli
occhi un secondo. Lo immagino sopra di me, mentre scrive
sul mio corpo con la stessa penna con cui ha scritto
queste righe. E sento, per la prima volta, che forse
anch’io sto scrivendo con il pensiero.
LUI So solo che il giorno finisce di sera e la sera è
penombra, scontorni di ombre, e lascia alla notte quei
fantasmi che diventano righe, virgole, punti… e corpi.
Sono rientrato alle sette e l’ho vista lì, sul divano,
il vestito troppo leggero che le scopriva le gambe
raccolte, il tramonto che le dipingeva la pelle di un
rosso caldo. Ho sentito il suo sguardo prima ancora di
guardarla. Un richiamo silenzioso. Un gioco già
iniziato. Non ho resistito. Le ho dato il mio libro.
Solo una pagina scritta, le altre vuote perché il resto
lo scriveremo insieme. «Vorrei che leggesse questo…» Le
ho detto. Le nostre dita si sono sfiorate. Ho sentito il
suo brivido, piccolo, elettrico, correre sulla pelle
come una scarica che arriva dritta al mio. Lei ha
ritratto la mano, ma troppo tardi, ma non troppo presto:
quel tremito è rimasto tra noi, sospeso, vivo. È il
brivido di chi sa di essere già altrove, di chi sta per
essere letta nel modo più profondo, più intimo.
Prima di salire le scale mi sono informato con la
signora dell’albergo. Ora so tutto. La casa lasciata,
l’uomo abbandonato, le cinque righe di addio. E so anche
che lei è qui per appartenere finalmente a se stessa… ma
sento, con una certezza che mi eccita e mi spaventa, che
una parte di lei già mi appartiene. Senza parole. Solo
con gli sguardi, con i silenzi, con la sua presenza e il
vestito leggero. Ci siamo guardati di nuovo. Nei suoi
occhi ho visto il tramonto cadere, ma anche qualcosa di
più oscuro, di più caldo: un desiderio che non osa
confessare. Un gioco della mente. Lei sta già
immaginando cosa succederà ed io saprò cosa scrivere.
Ora sono in camera. La finestra aperta sul lago
nero. La penna in mano. Mi accorgo che non è un romanzo,
ma solo un dettato. Ogni frase sulla pagina è una
carezza lenta sulla sua pelle immaginata, un dito che
scorre lungo la curva del suo collo, sulle spalle nude,
giù fino al bordo del vestito troppo leggero. Immagino
il suo respiro mentre legge, il modo in cui stringe le
cosce senza accorgersene, il piccolo gemito che
trattiene tra le labbra quando capisce che è lei che sta
scrivendo mentre legge.
Stanotte il romanzo non è
più solo parole. È seduzione, magica fusione tra
scrittore e lettrice, perché è lei che sta leggendo me.
E l’altrove, questa volta, ha il sapore della sua pelle,
il calore del suo brivido, il silenzio di due menti che
si stanno già toccando prima ancora che i corpi si
sfiorino di nuovo.
LEI Ricomincio a
leggere le prime righe e quelle parole mi colpiscono
come un respiro caldo sulla nuca. Ogni frase è una
carezza lenta. Parla di una donna che fugge, che arriva
sul lago con una valigia azzurra e un vestito troppo
leggero, che sente il freddo morderle la pelle nuda e lo
accoglie come un amante. Lei socchiude gli occhi sul
divano mentre un uomo vestito di bianco le porge un
libro e le sfiora le dita. Un brivido le scende lungo la
schiena, fino al basso ventre, fino a quel punto caldo e
pulsante che si risveglia senza permesso. Sono io.
Ogni riga è il mio corpo. Ogni pausa è il mio respiro
che si ferma.
Leggo e sento il calore salire. Le
cosce si stringono istintivamente, cercando sollievo da
una tensione che cresce. Sono ancora alla prima pagina e
il tessuto del vestito mi sfrega contro i capezzoli già
turgidi. Immagino le sue mani mentre scrive: forti,
sicure, che sanno esattamente dove fermarsi, dove
insistere e ora scivolano sotto il vestito e separano
lentamente le mie gambe mentre lui continua a scrivere
nella mia mente. Voglio rinascere così. Voglio
un’anima nuova, audace, bagnata di desiderio. Un’anima
che non abbia più paura di inseguire la Bellezza, anche
quando la Bellezza ha il sapore proibito di uno
sconosciuto che ti spoglia con le parole.
Mi
fermo in fondo alla pagina, il libro appoggiato sulle
ginocchia tremanti. Non vado oltre, chissà cosa ci sarà
scritto oltre. Ho paura di girare il foglio, di leggere
che ora un calore umido si diffonde tra le mie gambe.
Stringo le cosce più forte, ma non basta. Sento il
clitoride pulsare a ogni frase, come se lui stesse
scrivendo direttamente lì tra le mie gambe, che intinge
la punta della penna e sfiora, preme, gira in cerchi
lenti. Chiudo gli occhi. Il suo sguardo è su di me
anche se non è qui. Lo sento. Mi possiede già.
E mi piace da impazzire.
LUI Nel buio
della mia stanza, con la finestra aperta sul lago nero,
la penna mi trema tra le dita. Davvero ho scritto io
quelle parole? Non so più se è lei che legge o io che
scrivo. Perché ogni parola che sulla pagina nasce dal
pensiero del suo corpo che reagisce di sotto, sul divano
di velluto. Immagino le sue cosce che si stringono e poi
si allargano mentre legge di sé, il leggero inarcarsi
della schiena, il respiro che si fa corto e caldo.
Immagino il suo sesso che si gonfia e si bagna sotto
quel vestito troppo leggero e fuori stagione, mentre io
descrivo esattamente ciò che lei sta provando.
Scrivo di un uomo che desidera entrarle dentro non solo
con il corpo, ma con ogni singola parola. Che vuole
farle sentire la penna come una lingua lenta che scorre
lungo l’interno della coscia, che sale, che si ferma un
respiro prima di toccare il centro caldo e bagnato di
lei. Che vuole farle aprire le gambe con la sola forza
della mente, mentre lei continua a leggere, incapace di
smettere.
Non potrei scrivere se lei non
leggesse. E lei non potrebbe bagnarsi così se io non
scrivessi. Il confine tra chi scrive e chi legge è
scomparso. Io metto le righe nere; lei riempie gli spazi
bianchi con il suo desiderio, con il suo umore che
inzuppa il tessuto delle mutandine, con quel piccolo
gemito soffocato che trattiene tra i denti. Scrivo di
come ora sto scendendo nella hall, fermarmi davanti a
lei e guardarla negli occhi mentre lei continua a
leggere. Perché stanotte il romanzo non è più
letteratura. È seduzione pura, cruda, inevitabile. Lei è
di sotto, le gambe strette, il respiro accelerato, il
sesso che pulsa al ritmo delle mie frasi.
Io sono
qui, il membro duro che preme contro i pantaloni mentre
scrivo di lei che si bagna per me. Le nostre menti si
stanno già toccando. Si stanno già leccando. Si
stanno già scopando lentamente, parola per parola,
pagina dopo pagina che scriverò. E l’altrove ha il
sapore del suo desiderio, il calore del suo sesso
bagnato, il silenzio carico di due corpi che si
appartengono senza essersi ancora sfiorati.
LEI Il libro è ancora aperto sulle mie ginocchia, ma
le parole hanno smesso di stare sulla pagina. Fluttuano.
Si sollevano dal foglio come vapore caldo e mi
avvolgono. La hall scompare. Sono sola, l’ultimo ospite
è andato a dormire. Tutto qui è penombra. Il divano di
velluto giallo ocra si dissolve. Il lago fuori dalla
vetrata diventa solo un ricordo lontano. Sono altrove.
Un altrove senza pareti, senza tempo, senza gravità. Un
luogo fatto solo di sensi illimitati. L’aria è densa,
quasi liquida, e profuma di resina, di lago notturno,
del suo odore, di inchiostro e di pelle calda. Giro il
foglio e mi accorgo che le altre pagine sono vuote e
allora lo prego di scrivere, di andare oltre, altrove,
dove sono io ora.
Lo vedo apparire davanti a me,
vestito di bianco, ma il bianco è diventato luce. Non ha
più occhiali scuri. I suoi occhi sono neri, profondi, e
mi guardano come se mi stessero già dentro. Non c’è
bisogno di parole. Qui le parole sono carne, sono pagine
vuote che riempiremo insieme. Mi alzo verso di lui. Il
mio vestito a fiori scivola via dal corpo come acqua,
senza che io lo tolga. Rimango nuda, completamente
esposta, eppure non provo nessuna vergogna. Solo un
desiderio assoluto. Le sue mani non mi toccano: mi
attraversano. Le dita scorrono dentro la mia pelle,
dentro i miei pensieri, dentro il mio sesso già bagnato.
Sento ogni centimetro di lui entrare in me senza
barriere. Non è penetrazione. È fusione. Il suo membro
duro e caldo si materializza tra le mie gambe, scivola
dentro di me con una lentezza esasperante, poi affonda,
scivola, si fa spazio fino in fondo in un colpo solo.
Grido, ma il grido è silenzio. Il piacere è infinito,
senza limiti, senza condizioni. I nostri corpi si
abbandonano completamente. Lui mi prende da dietro
mentre fluttuiamo, le sue mani stringono i miei seni,
pizzicano i capezzoli turgidi. Io mi inarco, mi apro di
più, lo accolgo più a fondo. Ora è sopra di me, poi
sotto, poi dentro. Non ci sono regole. Non ci sono
confini. Il mio sesso si contrae intorno a lui in
orgasmi continui, uno dopo l’altro, senza sosta.
Sento il suo seme caldo riempirmi, ma lui non smette
di possedermi. Le nostre menti sono intrecciate: io
sento ciò che lui sente, lui sente il mio piacere
moltiplicato. Siamo due corpi che si diluiscono in un
unico orgasmo eterno, senza inizio e senza fine. Qui, in
questo altrove di sensi illimitati, non esiste ieri, non
esiste il romanzo. Esistono solo la carne, il desiderio
puro, l’abbandono totale. Alla fine, quando il
piacere raggiunge un picco quasi insostenibile, apro gli
occhi dentro questo sogno e sussurro, con la voce che
trema ancora di estasi: «Ti prego continua a scrivere.»
LUI Sono nella mia stanza, la penna ancora in
mano, quando il confine si rompe. Il lago fuori dalla
finestra si dissolve. La camera sparisce. Rimane solo
l’altrove. Un luogo senza leggi, senza morale, senza
governo e senza domani. Un luogo dove i sensi sono
desiderio e purezza. La vedo apparire, nuda, bellissima,
il corpo che brilla di una luce interna. Il vestito a
fiori è solo un ricordo. I suoi seni sono pieni, i
capezzoli scuri e duri, il sesso proteso. Non parlo. Non
c’è bisogno.
Mi avvicino e il mio corpo si
materializza contro il suo. Il mio membro è già eretto.
Entro dentro di lei con un solo movimento fluido,
profondo. Sento le sue pareti calde e bagnate stringermi
come se mi avessero aspettato per giustificare l’attesa.
Lei geme, si inarca, mi avvolge le gambe intorno ai
fianchi. Qui non ci sono limiti. La prendo. La faccio
mia contro una parete invisibile, poi sospesa nell’aria,
poi sdraiata su un letto di nebbia e luce. Le mie spinte
sono potenti, senza pietà, eppure perfettamente
sincronizzate con il suo piacere.
Sento il suo
clitoride pulsare contro di me, il suo sesso, che mi
avvolge a ventosa, contrarsi in orgasmi violenti che la
fanno tremare tutta. Riempio il suo ventre di seme
caldo, ancora e ancora, eppure resto duro, instancabile.
Le nostre bocche si fondono. Le nostre lingue danzano.
Le mie mani esplorano ogni curva, ogni piega, ogni
segreto del suo corpo. Lei mi graffia la schiena, mi
morde il collo, mi cavalca con una fame selvaggia, i
seni che ondeggiano a ogni movimento.
Siamo puro
abbandono. Corpi senza condizioni. Desiderio senza
fine. Quando il piacere diventa quasi insopportabile,
quando sento che sto per dissolvermi dentro di lei, la
guardo negli occhi e le dico, con una voce che è insieme
mia e del sogno: «Tu sei l’altrove, quel posto dove
tutti vorrebbero stare, ma nessuno conosce.» Il
piacere raggiunge il culmine finale, accecante. Poi,
lentamente, l’altrove comincia a dissolversi. Il lago
ritorna. Ritorna la stanza, la penna è ancora nella
mia mano. Penso a lei che sta leggendo e rileggendo
l’unica pagina che mi ha permesso di scrivere.
ALTROVE Capitolo Primo
La mia vita è
cambiata, per sempre. Ho lasciato mio marito con un
biglietto di cinque righe. Parole secche, quasi crudeli,
scritte in fretta. So che non me ne pentirò. Non
dipenderò mai più da nessuno, perché ho capito che la
vera dipendenza era non cercare l’altrove. Un posto dove
il mio corpo non fosse più un’abitudine, dove il mio
desiderio non fosse più qualcosa da nascondere. Un
giorno ho deciso. Ho riempito la mia Samsonite azzurra
in meno di mezz’ora: un solo vestito leggero, fuori
stagione e un po’ di biancheria che non avevo più il
coraggio di indossare. Adesso sono altrove. Altrove
è un piccolo albergo sul lago, fuori stagione. Le
persiane socchiuse lasciano entrare solo la luce che
voglio. Il vento freddo mi pizzica la pelle nuda sotto
il vestito troppo leggero e mi fa sentire viva, esposta,
desiderabile. Cammino lungo la riva e sento il lago
guardarmi come un amante paziente. Poi rientro e mi
siedo sul divano di velluto giallo ocra della hall e
lascio che il tramonto mi colori il corpo di rosso cupo.
E qui, in questo altrove, ho incontrato lui. Un uomo
vestito di bianco, con un accenno di barba e occhi che
sembrano già sapere tutto di me. Mi ha guardata come se
mi stesse scrivendo sulla pelle. Mi ha sfiorato le dita
porgendomi un libro dalla copertina rossa, e quel tocco
è sceso dritto tra le mie gambe, caldo, insistente,
umido. Da quel momento non leggo più solo parole.
Leggo mani che mi spogliano lentamente. Leggo labbra
che scivolano lungo il mio collo, denti che mordono
piano la pelle sensibile sotto l’orecchio. Leggo un
sesso duro e caldo che entra dentro di me senza
chiedere, senza fretta, riempiendomi fino a farmi
tremare. Leggo me stessa mentre mi apro, mentre mi
bagno, mentre gemo in silenzio sul divano con il libro
tra le mani tremanti. Perché questo libro non racconta
solo la mia fuga. Racconta il mio risveglio.
Racconta come una donna che voleva essere altrove abbia
scoperto, tra queste pagine, che l’altrove più profondo
è il desiderio stesso. Un desiderio senza limiti, senza
condizioni, senza vergogna. E mentre leggo, sento già
che lui è di sopra, nella sua stanza, e sta scrivendo
esattamente ciò che sto provando in questo momento: il
calore che sale, le cosce che si stringono, il clitoride
che pulsa a ogni frase, il bisogno di essere presa,
posseduta, riscritta da capo. Sono altrove. E per la
prima volta dopo anni, sono me stessa. Completamente.
Bagnata. Viva. |
Questo racconto è opera di pura
fantasia. Nomi, personaggi e luoghi sono frutto
dell’immaginazione dell’autore e qualsiasi
somiglianza con fatti, scenari e persone è del
tutto casuale.
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