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RACCONTO
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ALTROVE
La mia vita si è spezzata come vetro fragile sotto il peso di un amore che non esisteva più. Eppure, proprio in quel vuoto assoluto, ho sentito per la prima volta il richiamo dell’Altrove: un luogo oltre il dolore, oltre le maschere, oltre ciò che credevo di essere. Lì, nuda e senza nome, mi sono finalmente ritrovata: donna intera, libera, rinata dalle mie stesse rovine....

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LEI
La mia vita si è infranta in un silenzio finale e ogni mio respiro ora ha il sapore di un battito rubato al tempo. Ho lasciato mio marito con un biglietto di cinque righe attaccato al frigorifero. Parole asciutte come ossa, fredde, senza virgole, come la lama di un addio che covavo da anni nel petto. Non me ne pentirò, perché non dipenderò più da nessuno, perché ho capito che la catena più crudele non è fatta di ferro, ma di silenzi pesanti e che la dipendenza più subdola è quella di parlare senza dirsi niente.

Ora sono altrove. E altrove è un luogo sospeso tra il prima e il mai più, dove l’aria stessa sembra conoscere il mio destino. Ogni passo che muovo sul sentiero lungo il lago va verso qualcosa di inevitabile, come se il vento, l’acqua e la luce obliqua delle persiane socchiuse avessero già scritto il mio nome su una pagina che ancora non oso leggere fino in fondo.

Stamattina ho camminato per quasi un’ora in perfetta solitudine. L’aria era fresca, sapeva di resina e di terra umida. L’albergo dove mi trovo è piccolo, un rifugio di legno e pietra che sussurra segreti solo a chi sa di essere altrove. Solo quattro stanze occupate, oltre alla mia. La coppia di innamorati esce dalla loro camera solo al mattino, mano nella mano, con quell’aria di chi ha appena riscoperto il mondo; la signora gentile con l’accento straniero parla poco, ma sorride come se custodisse un’antica saggezza; il commercialista, in fondo al corridoio, ha già le valigie pronte per domani, lo sguardo di chi conta i giorni come se fossero numeri.

E poi c’è lui. L’ho visto solo di sfuggita, ieri sera e stamattina a colazione. Vestito di bianco, un accenno di barba che gli dà un’aria da viaggiatore stanco, occhiali scuri anche quando il sole è ancora basso. Fa colazione tardi, esce sempre di fretta, come se il mondo fuori lo inseguisse o lui inseguisse qualcosa di invisibile. Ho notato come tiene il taccuino sottobraccio, stretto, quasi geloso. Mi ha fissata, una volta, due. Non so per quale motivo.
Io indossavo il mio vestito a fiori, troppo leggero per questo vento di aprile, troppo elegante per un posto così semplice. Mi sono sentita osservata, per la prima volta dopo tanto tempo. Non come un’abitudine, ma come una donna che ha qualcosa da dire, anche solo con gli occhi, anche solo con la mia presenza o il mazzetto di viole che ho raccolto lungo il cammino.

Mi siedo sul terrazzo, con una tazza di tè che si raffredda tra le mani. Il lago è uno specchio imperfetto, increspato dal vento. Penso a lui, a quell’uomo che non conosco, ma che so che nasconde un segreto, e mi chiedo se anche io ne abbia uno. O se il mio segreto sia proprio questo: essere qui, senza più maschere, pronta a riscrivere la mia storia su fogli bianchi come questa luce.



LUI
Fa sempre uno strano effetto uscire a mezzogiorno e passeggiare lungo il sentiero che curva giù in fondo, tra i lamponi maturi e le more nere, dove i pini storti sembrano raccontare storie antiche come le loro cortecce. Fa sempre uno strano effetto tornare in questi posti, e ci torno ogni volta per iniziare una nuova storia. Trovare lo spunto dove di notte m’immergo, con il lago che culla e l’acqua che feconda la parte di me che ancora scrive fertile. Perché io sono uno scrittore, e lo faccio di notte, lasciando al giorno questi silenzi, queste pause, questi punti sospesi prima d’ogni parola.

Stamattina, mentre facevo colazione tardi, con caffè nero, due croissant e il taccuino aperto, ho visto la nuova ospite, forse è arrivata proprio ieri. Non l’avevo mai notata prima, ma ora i suoi occhi mi restano addosso come un’immagine che non riesco a cancellare. Occhi che dicono di essere altrove, e altrove è un posto diverso da dove si era, dove il passato smette di essere un ricordo e il desiderio quello di essere un sogno.

Indossava un cappello e un vestito a fiori, troppo leggero per la brezza del lago, troppo elegante per un albergo fuori stagione. L’ho fissata più volte, dietro gli occhiali scuri, pensando al mio romanzo. Ma il romanzo, per un attimo, è diventato lei. Perché lei ha l’aria di chi ha qualcosa da confidare, qualcosa che non si dice a voce alta, o forse non si dice mai, ma si lascia intravedere in un gesto, in uno sguardo che sfugge, in un mazzetto di viole raccolte durante il cammino.

Io, che vivo di parole, so riconoscere chi le porta dentro come un segreto nascosto. Forse è una lettrice. Forse è una che fugge. Forse è entrambe le cose. Io scrivo di notte per non giustificarmi con me stesso e perché il giorno serve ad altro, come incontrare una signora che sa di essere altrove. Ma lei sembra aver già fatto i conti con il suo giorno. E ora è qui, a respirare lo stesso silenzio che respiro io.

Torno in camera, chiudo la porta, apro il taccuino. La penna esita. Il lago fuori dalla finestra è calmo, ma dentro di me c’è un’increspatura nuova. Non è ancora una storia, forse solo un’ispirazione indotta. È solo un’immagine: una donna con un vestito a fiori, un cappello, uno sguardo che dice “altrove”. E io, vestito di bianco, che la guardo da lontano, chiedendomi se le mie parole possano mai sfiorare le sue. Per ora restiamo così. Due anime che si sfiorano senza toccarsi, come il vento e le foglie dei pini. Lei con la sua libertà appena conquistata. Io con il mio romanzo che ancora non ha un nome, una storia, una trama, solo un libro di pagine bianche che il vento gira come fosse già scritto ed io lo debba solo leggere.



LEI
L’altrove non è un posto. È una condizione dell’anima, un confine che ho varcato senza biglietto di ritorno. Quando ho chiuso la porta di casa con la mia Samsonite azzurra in mano, non stavo solo lasciando un uomo: stavo lasciando un’esistenza, qualcosa che varcata la soglia era già passato.
Stamattina, mentre camminavo, ho percepito per la prima volta il mio corpo libero, mio, quasi immateriale. Ma non è solitudine, è compagnia di me stessa. Eppure, in questo altrove così perfetto, c’è una crepa sottile. Lui. Quell’uomo vestito di bianco che fa colazione tardi. L’ho visto di nuovo oggi, di sfuggita, mentre usciva. Non ci siamo parlati, ma i nostri sguardi si sono incrociati un secondo di troppo. E in quel secondo ho capito che anche il suo altrove è qui. Che forse, senza saperlo, stiamo condividendo lo stesso confine. Io sono venuta per ritrovarmi. Lui, forse, per perdersi dentro una storia. E questa coincidenza mi spaventa e mi attrae insieme, come il lago che riflette il cielo, ma non lo possiede mai del tutto.
L’altrove, per me, non è più solo un luogo. È diventato uno stato di grazia fragile, dove ogni cosa, anche uno sguardo di uno sconosciuto, può riscrivere le regole del mio sentire.



LUI
L’altrove non è un luogo geografico. È un tempo sospeso, un interstizio tra la vita e la pagina, dove le parole finalmente respirano libere. Io ci torno ogni volta per lo stesso motivo: perché solo qui il lago culla la parte di me che di giorno tace e di notte scrive. Fuori da questo altrove il mondo è caos, qui invece è silenzio fertile. I pini storti, i lamponi maturi, la luce che cambia sull’acqua: tutto diventa spunto, tutto diventa materia per il romanzo che ancora non ho scritto.

Ma questa volta l’altrove ha cambiato sapore. È arrivato con lei. Con quella donna dal vestito a fiori troppo leggero, che grida altrove senza bisogno di parole. L’ho vista di nuovo stamattina, sul terrazzo, la tazza di tè tra le mani, lo sguardo perso sul lago come se stesse immaginando un suo futuro. Non è una lettrice qualunque, forse una scrittrice inconsapevole di se stessa. Sta scrivendo la sua storia, pagina dopo pagina.

Per me l’altrove è sempre stato un rifugio solo mio, per proteggere la storia che nasce di notte. Ma ora sento che questo altrove si è fatto più grande. Perché qualcosa mi dice che lei lo abita. Perché i suoi silenzi sembrano dialogare con i miei. Perché quando l’ho fissata dietro gli occhiali scuri, per un attimo il romanzo ha smesso di essere solo mio.

Ho la netta sensazione che l’altrove non è più solo un luogo dove scrivo, potrebbe diventare il posto, per la prima volta, dove potrei leggere. E questa consapevolezza mi fa tremare la mano mentre apro il taccuino, perché so che la penna, stanotte, non vorrà solo scrivere, ma leggere di due anime che, per un motivo che ancora non capisco, hanno deciso di incontrarsi proprio nell’altrove.



LEI
Sono rientrata presto stasera, il vestito troppo leggero mi accarezza la pelle. Il freddo del lago mi pizzica le braccia nude, mi entra dentro, mi fa rabbrividire in un modo che non è solo freddo. È piacere. È consapevolezza. Mi sento libera, sì, ma anche esposta, come se ogni centimetro di me stesse finalmente respirando dopo anni di apnea.
Mi abbandono sul divano di velluto giallo ocra della hall, le gambe leggermente dischiuse, il tessuto del vestito che sale sulle cosce. Aspetto, senza sapere cosa per chiamarla attesa. Intanto fisso il tramonto attraverso la vetrata: il cielo si scioglie in rosso cupo, quasi sanguigno, e l’acqua lo beve con lentezza sensuale. Avrei voglia di fotografarlo, di catturarlo, ma ho lasciato la macchina fotografica a casa. Non tornerò. Non tornerò più indietro.
Socchiudo gli occhi. Il tempo si ferma.

E lui è lì, in penombra. Lo sento prima di vederlo. Il suo sguardo mi sfiora. Sa che lo sto guardando. Ricambia con un cenno del capo, togliendosi il cappello. Se conosco bene gli uomini tra poco non sarò più sola. Infatti, si avvicina e il suo passo è calmo, ma dentro quel passo c’è già una seduzione silenziosa, un gioco che inizia prima ancora delle parole.
«Vorrei che leggesse questo…» La sua voce è vellutata, come immaginavo, quasi un sussurro complice. Mi porge il libro dalla copertina rossa. Le nostre dita si sfiorano. Non è un tocco casuale. È un’intenzione. Un piccolo brivido mi corre dal polso fino al centro del petto, poi più giù, dove il corpo si risveglia senza permesso. Ritraggo la mano troppo in fretta, ma il calore della sua pelle resta impresso sulla mia. Come una firma.

Lui sorride, appena, un angolo della bocca si solleva come se avvertisse cosa ho sentito. Si allontana verso le scale, ma prima di voltarsi mi lancia un’ultima occhiata. Che tipo strano… pericolosamente attraente. Spero che rimanga qui ancora per qualche giorno.
Quando scompare nella penombra delle scale apro il libro. La dedica mi colpisce come un respiro sulla pelle: «A chi è già altrove.»
Le parole sul foglio sembrano scritte per me, su di me. Leggo la prima frase e sento la sua voce nella testa, bassa, intima. Come se mi stesse spogliando lentamente, non con le mani, ma con la mente. Ogni riga è una carezza diversa. Ogni pausa, un sospiro. Il corpo mi tradisce: un calore sottile si diffonde tra le gambe, un’appartenenza indefinita, come se queste pagine sapessero già come toccarmi.

Mi fermo, chiudo gli occhi un secondo. Lo immagino sopra di me, mentre scrive sul mio corpo con la stessa penna con cui ha scritto queste righe. E sento, per la prima volta, che forse anch’io sto scrivendo con il pensiero.



LUI
So solo che il giorno finisce di sera e la sera è penombra, scontorni di ombre, e lascia alla notte quei fantasmi che diventano righe, virgole, punti… e corpi.
Sono rientrato alle sette e l’ho vista lì, sul divano, il vestito troppo leggero che le scopriva le gambe raccolte, il tramonto che le dipingeva la pelle di un rosso caldo. Ho sentito il suo sguardo prima ancora di guardarla. Un richiamo silenzioso. Un gioco già iniziato.
Non ho resistito. Le ho dato il mio libro. Solo una pagina scritta, le altre vuote perché il resto lo scriveremo insieme. «Vorrei che leggesse questo…» Le ho detto. Le nostre dita si sono sfiorate. Ho sentito il suo brivido, piccolo, elettrico, correre sulla pelle come una scarica che arriva dritta al mio. Lei ha ritratto la mano, ma troppo tardi, ma non troppo presto: quel tremito è rimasto tra noi, sospeso, vivo. È il brivido di chi sa di essere già altrove, di chi sta per essere letta nel modo più profondo, più intimo.

Prima di salire le scale mi sono informato con la signora dell’albergo. Ora so tutto. La casa lasciata, l’uomo abbandonato, le cinque righe di addio. E so anche che lei è qui per appartenere finalmente a se stessa… ma sento, con una certezza che mi eccita e mi spaventa, che una parte di lei già mi appartiene. Senza parole. Solo con gli sguardi, con i silenzi, con la sua presenza e il vestito leggero.
Ci siamo guardati di nuovo. Nei suoi occhi ho visto il tramonto cadere, ma anche qualcosa di più oscuro, di più caldo: un desiderio che non osa confessare. Un gioco della mente. Lei sta già immaginando cosa succederà ed io saprò cosa scrivere.

Ora sono in camera. La finestra aperta sul lago nero. La penna in mano. Mi accorgo che non è un romanzo, ma solo un dettato. Ogni frase sulla pagina è una carezza lenta sulla sua pelle immaginata, un dito che scorre lungo la curva del suo collo, sulle spalle nude, giù fino al bordo del vestito troppo leggero. Immagino il suo respiro mentre legge, il modo in cui stringe le cosce senza accorgersene, il piccolo gemito che trattiene tra le labbra quando capisce che è lei che sta scrivendo mentre legge.

Stanotte il romanzo non è più solo parole.
È seduzione, magica fusione tra scrittore e lettrice, perché è lei che sta leggendo me. E l’altrove, questa volta, ha il sapore della sua pelle, il calore del suo brivido, il silenzio di due menti che si stanno già toccando prima ancora che i corpi si sfiorino di nuovo.


LEI
Ricomincio a leggere le prime righe e quelle parole mi colpiscono come un respiro caldo sulla nuca. Ogni frase è una carezza lenta. Parla di una donna che fugge, che arriva sul lago con una valigia azzurra e un vestito troppo leggero, che sente il freddo morderle la pelle nuda e lo accoglie come un amante. Lei socchiude gli occhi sul divano mentre un uomo vestito di bianco le porge un libro e le sfiora le dita. Un brivido le scende lungo la schiena, fino al basso ventre, fino a quel punto caldo e pulsante che si risveglia senza permesso.
Sono io.
Ogni riga è il mio corpo.
Ogni pausa è il mio respiro che si ferma.

Leggo e sento il calore salire. Le cosce si stringono istintivamente, cercando sollievo da una tensione che cresce. Sono ancora alla prima pagina e il tessuto del vestito mi sfrega contro i capezzoli già turgidi. Immagino le sue mani mentre scrive: forti, sicure, che sanno esattamente dove fermarsi, dove insistere e ora scivolano sotto il vestito e separano lentamente le mie gambe mentre lui continua a scrivere nella mia mente.
Voglio rinascere così.
Voglio un’anima nuova, audace, bagnata di desiderio. Un’anima che non abbia più paura di inseguire la Bellezza, anche quando la Bellezza ha il sapore proibito di uno sconosciuto che ti spoglia con le parole.

Mi fermo in fondo alla pagina, il libro appoggiato sulle ginocchia tremanti. Non vado oltre, chissà cosa ci sarà scritto oltre. Ho paura di girare il foglio, di leggere che ora un calore umido si diffonde tra le mie gambe. Stringo le cosce più forte, ma non basta. Sento il clitoride pulsare a ogni frase, come se lui stesse scrivendo direttamente lì tra le mie gambe, che intinge la punta della penna e sfiora, preme, gira in cerchi lenti.
Chiudo gli occhi.
Il suo sguardo è su di me anche se non è qui.
Lo sento.
Mi possiede già.
E mi piace da impazzire.


LUI
Nel buio della mia stanza, con la finestra aperta sul lago nero, la penna mi trema tra le dita. Davvero ho scritto io quelle parole? Non so più se è lei che legge o io che scrivo. Perché ogni parola che sulla pagina nasce dal pensiero del suo corpo che reagisce di sotto, sul divano di velluto. Immagino le sue cosce che si stringono e poi si allargano mentre legge di sé, il leggero inarcarsi della schiena, il respiro che si fa corto e caldo. Immagino il suo sesso che si gonfia e si bagna sotto quel vestito troppo leggero e fuori stagione, mentre io descrivo esattamente ciò che lei sta provando.

Scrivo di un uomo che desidera entrarle dentro non solo con il corpo, ma con ogni singola parola. Che vuole farle sentire la penna come una lingua lenta che scorre lungo l’interno della coscia, che sale, che si ferma un respiro prima di toccare il centro caldo e bagnato di lei. Che vuole farle aprire le gambe con la sola forza della mente, mentre lei continua a leggere, incapace di smettere.

Non potrei scrivere se lei non leggesse.
E lei non potrebbe bagnarsi così se io non scrivessi.
Il confine tra chi scrive e chi legge è scomparso. Io metto le righe nere; lei riempie gli spazi bianchi con il suo desiderio, con il suo umore che inzuppa il tessuto delle mutandine, con quel piccolo gemito soffocato che trattiene tra i denti.
Scrivo di come ora sto scendendo nella hall, fermarmi davanti a lei e guardarla negli occhi mentre lei continua a leggere. Perché stanotte il romanzo non è più letteratura. È seduzione pura, cruda, inevitabile. Lei è di sotto, le gambe strette, il respiro accelerato, il sesso che pulsa al ritmo delle mie frasi.

Io sono qui, il membro duro che preme contro i pantaloni mentre scrivo di lei che si bagna per me.
Le nostre menti si stanno già toccando.
Si stanno già leccando.
Si stanno già scopando lentamente, parola per parola, pagina dopo pagina che scriverò. E l’altrove ha il sapore del suo desiderio, il calore del suo sesso bagnato, il silenzio carico di due corpi che si appartengono senza essersi ancora sfiorati.


LEI
Il libro è ancora aperto sulle mie ginocchia, ma le parole hanno smesso di stare sulla pagina. Fluttuano. Si sollevano dal foglio come vapore caldo e mi avvolgono. La hall scompare. Sono sola, l’ultimo ospite è andato a dormire. Tutto qui è penombra. Il divano di velluto giallo ocra si dissolve. Il lago fuori dalla vetrata diventa solo un ricordo lontano. Sono altrove. Un altrove senza pareti, senza tempo, senza gravità. Un luogo fatto solo di sensi illimitati. L’aria è densa, quasi liquida, e profuma di resina, di lago notturno, del suo odore, di inchiostro e di pelle calda. Giro il foglio e mi accorgo che le altre pagine sono vuote e allora lo prego di scrivere, di andare oltre, altrove, dove sono io ora.

Lo vedo apparire davanti a me, vestito di bianco, ma il bianco è diventato luce. Non ha più occhiali scuri. I suoi occhi sono neri, profondi, e mi guardano come se mi stessero già dentro. Non c’è bisogno di parole. Qui le parole sono carne, sono pagine vuote che riempiremo insieme. Mi alzo verso di lui. Il mio vestito a fiori scivola via dal corpo come acqua, senza che io lo tolga. Rimango nuda, completamente esposta, eppure non provo nessuna vergogna. Solo un desiderio assoluto. Le sue mani non mi toccano: mi attraversano. Le dita scorrono dentro la mia pelle, dentro i miei pensieri, dentro il mio sesso già bagnato.

Sento ogni centimetro di lui entrare in me senza barriere. Non è penetrazione. È fusione. Il suo membro duro e caldo si materializza tra le mie gambe, scivola dentro di me con una lentezza esasperante, poi affonda, scivola, si fa spazio fino in fondo in un colpo solo. Grido, ma il grido è silenzio.
Il piacere è infinito, senza limiti, senza condizioni. I nostri corpi si abbandonano completamente. Lui mi prende da dietro mentre fluttuiamo, le sue mani stringono i miei seni, pizzicano i capezzoli turgidi. Io mi inarco, mi apro di più, lo accolgo più a fondo. Ora è sopra di me, poi sotto, poi dentro. Non ci sono regole. Non ci sono confini. Il mio sesso si contrae intorno a lui in orgasmi continui, uno dopo l’altro, senza sosta.

Sento il suo seme caldo riempirmi, ma lui non smette di possedermi. Le nostre menti sono intrecciate: io sento ciò che lui sente, lui sente il mio piacere moltiplicato. Siamo due corpi che si diluiscono in un unico orgasmo eterno, senza inizio e senza fine. Qui, in questo altrove di sensi illimitati, non esiste ieri, non esiste il romanzo. Esistono solo la carne, il desiderio puro, l’abbandono totale.
Alla fine, quando il piacere raggiunge un picco quasi insostenibile, apro gli occhi dentro questo sogno e sussurro, con la voce che trema ancora di estasi: «Ti prego continua a scrivere.»

LUI
Sono nella mia stanza, la penna ancora in mano, quando il confine si rompe. Il lago fuori dalla finestra si dissolve. La camera sparisce. Rimane solo l’altrove. Un luogo senza leggi, senza morale, senza governo e senza domani. Un luogo dove i sensi sono desiderio e purezza. La vedo apparire, nuda, bellissima, il corpo che brilla di una luce interna. Il vestito a fiori è solo un ricordo. I suoi seni sono pieni, i capezzoli scuri e duri, il sesso proteso. Non parlo. Non c’è bisogno.

Mi avvicino e il mio corpo si materializza contro il suo. Il mio membro è già eretto. Entro dentro di lei con un solo movimento fluido, profondo. Sento le sue pareti calde e bagnate stringermi come se mi avessero aspettato per giustificare l’attesa. Lei geme, si inarca, mi avvolge le gambe intorno ai fianchi. Qui non ci sono limiti. La prendo. La faccio mia contro una parete invisibile, poi sospesa nell’aria, poi sdraiata su un letto di nebbia e luce. Le mie spinte sono potenti, senza pietà, eppure perfettamente sincronizzate con il suo piacere.

Sento il suo clitoride pulsare contro di me, il suo sesso, che mi avvolge a ventosa, contrarsi in orgasmi violenti che la fanno tremare tutta. Riempio il suo ventre di seme caldo, ancora e ancora, eppure resto duro, instancabile. Le nostre bocche si fondono. Le nostre lingue danzano. Le mie mani esplorano ogni curva, ogni piega, ogni segreto del suo corpo. Lei mi graffia la schiena, mi morde il collo, mi cavalca con una fame selvaggia, i seni che ondeggiano a ogni movimento.

Siamo puro abbandono.
Corpi senza condizioni.
Desiderio senza fine. Quando il piacere diventa quasi insopportabile, quando sento che sto per dissolvermi dentro di lei, la guardo negli occhi e le dico, con una voce che è insieme mia e del sogno: «Tu sei l’altrove, quel posto dove tutti vorrebbero stare, ma nessuno conosce.»
Il piacere raggiunge il culmine finale, accecante. Poi, lentamente, l’altrove comincia a dissolversi. Il lago ritorna.
Ritorna la stanza, la penna è ancora nella mia mano. Penso a lei che sta leggendo e rileggendo l’unica pagina che mi ha permesso di scrivere.


ALTROVE
Capitolo Primo

La mia vita è cambiata, per sempre. Ho lasciato mio marito con un biglietto di cinque righe. Parole secche, quasi crudeli, scritte in fretta. So che non me ne pentirò. Non dipenderò mai più da nessuno, perché ho capito che la vera dipendenza era non cercare l’altrove. Un posto dove il mio corpo non fosse più un’abitudine, dove il mio desiderio non fosse più qualcosa da nascondere. Un giorno ho deciso. Ho riempito la mia Samsonite azzurra in meno di mezz’ora: un solo vestito leggero, fuori stagione e un po’ di biancheria che non avevo più il coraggio di indossare.
Adesso sono altrove. Altrove è un piccolo albergo sul lago, fuori stagione. Le persiane socchiuse lasciano entrare solo la luce che voglio. Il vento freddo mi pizzica la pelle nuda sotto il vestito troppo leggero e mi fa sentire viva, esposta, desiderabile. Cammino lungo la riva e sento il lago guardarmi come un amante paziente. Poi rientro e mi siedo sul divano di velluto giallo ocra della hall e lascio che il tramonto mi colori il corpo di rosso cupo. E qui, in questo altrove, ho incontrato lui. Un uomo vestito di bianco, con un accenno di barba e occhi che sembrano già sapere tutto di me. Mi ha guardata come se mi stesse scrivendo sulla pelle. Mi ha sfiorato le dita porgendomi un libro dalla copertina rossa, e quel tocco è sceso dritto tra le mie gambe, caldo, insistente, umido. Da quel momento non leggo più solo parole.
Leggo mani che mi spogliano lentamente.
Leggo labbra che scivolano lungo il mio collo, denti che mordono piano la pelle sensibile sotto l’orecchio.
Leggo un sesso duro e caldo che entra dentro di me senza chiedere, senza fretta, riempiendomi fino a farmi tremare. Leggo me stessa mentre mi apro, mentre mi bagno, mentre gemo in silenzio sul divano con il libro tra le mani tremanti. Perché questo libro non racconta solo la mia fuga.
Racconta il mio risveglio.
Racconta come una donna che voleva essere altrove abbia scoperto, tra queste pagine, che l’altrove più profondo è il desiderio stesso. Un desiderio senza limiti, senza condizioni, senza vergogna. E mentre leggo, sento già che lui è di sopra, nella sua stanza, e sta scrivendo esattamente ciò che sto provando in questo momento: il calore che sale, le cosce che si stringono, il clitoride che pulsa a ogni frase, il bisogno di essere presa, posseduta, riscritta da capo. Sono altrove.
E per la prima volta dopo anni, sono me stessa.
Completamente.
Bagnata.
Viva.

 



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Questo racconto è opera di pura fantasia.
Nomi, personaggi e luoghi sono frutto
dell’immaginazione dell’autore e
qualsiasi somiglianza con
fatti, scenari e persone è del tutto casuale.

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