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RACCONTO

Adamo Bencivenga
VIVIENNE, LA DONNA
SENZA NOME
L’uomo si sporse in avanti
sulla sedia, le mani che stringevano nervosamente il
bordo del tavolo. I suoi occhi, lucidi e febbrili,
cercavano quelli dell’avvocato. «Avvocato mi creda,
io non l’ho uccisa! Non ho fatto nulla di male!»
esclamò con voce rotta...

L’uomo si sporse in avanti
sulla sedia, le mani che stringevano nervosamente il
bordo del tavolo. I suoi occhi, lucidi e febbrili,
cercavano quelli dell’avvocato. «Avvocato mi creda,
io non l’ho uccisa! Non ho fatto nulla di male!» esclamò
con voce rotta. Fece una breve pausa, come se
cercasse di calmare il respiro. «Sì, certo ero lì,
ma l’avevo solo seguita. Erano circa le sette e mezza,
le commesse stavano chiudendo i negozi. Sa, a quell’ora
d’inverno è già buio fitto. Tra l’altro cadeva una
leggera pioggerellina.» Il suo sguardo si perse per
un istante nel vuoto, come se stesse rivedendo la scena.
«Lei aveva l’ombrello aperto. Era graziosissimo
quell’ombrellino a scacchi, arancione e giallo. Una nota
di colore su quel marciapiede grigio. Mi ha colpito quel
suo andare di fretta a passi corti per evitare le
grate.»
Si passò una mano tra i capelli, agitato.
«Avvocato mi creda, io non l’ho uccisa. Ho visto che si
dirigeva lungo via Marmorata, e come mi capita spesso ho
cominciato a ricamarci una storia.» La sua voce si
fece più calda, quasi sognante. «Era molto elegante,
portava un tailleur scuro, non so forse marrone oppure
grigio. Sicuramente non nero. La gonna era di quelle a
tubino che fasciano i fianchi. Sull’orlo dietro si
apriva un leggero spacco con dei ricami bianchi che
riprendevano i polsini della giacca. I tacchi li portava
altissimi, ricordo come se fosse ora quelle scarpe semi
aperte con il laccetto alla caviglia. Io adoro quel tipo
di scarpe, ma soprattutto ero colpito dalla cucitura
della calza stile anni Quaranta. Non potevo non notarla,
non potevo non seguirla. Avvocato mi creda!»
Fece
un respiro profondo, le dita intrecciate sul tavolo.
«Si è solo fermata un attimo, credo all’altezza di un
negozio di dolciumi e caffè. Credevo volesse entrare,
poi ha rovistato nella borsa in cerca del telefono.
Ecco, ora ricordo bene, ho sentito nitidamente la
suoneria della Primavera di Vivaldi. Lei ha risposto.
Pronto, pronto, ma evidentemente non ha fatto in tempo.»
L’uomo alzò improvvisamente lo sguardo, supplichevole.
«Avvocato mi creda, io non l’ho uccisa! La seguivo solo
per poi scrivere un racconto, ero in cerca di
sensazioni, ma giuro non c’era altro.» La sua voce si
incrinò. «Avvocato no, non mi guardi così, almeno lei mi
deve credere!»
Si passò la lingua sulle labbra
secche e proseguì, cercando di ritrovare il filo.
«Dov’eravamo rimasti? Ah già Vivaldi. Mi mantenevo ad
una leggera distanza, volevo che lei non se ne
accorgesse, in modo da poterla seguire più a lungo, ma
soprattutto volevo che si sentisse libera nei movimenti,
senza essere condizionata dalla mia presenza. Era
fondamentale per me vederla libera e al naturale, avevo
in mente una figura retrò e lei certo lo era. Era così
romantica! Una figura d’altri tempi.» Il suo volto
si illuminò per un attimo di un sorriso malinconico.
«Lei avvocato sa che donne così non esistono più?
Portava un cappellino rosso sceso fino alle sopracciglia
e dei delicatissimi guanti di rete.»
Si raddrizzò
sulla sedia, come per darsi forza. «Avvocato mi
creda, io non l’ho uccisa! La mia professione è scrivere
e sono abbastanza famoso. Ha letto qualcosa? Sono
contento sa! Mica è normale trovarsi davanti ad un
proprio lettore! Tra l’altro in questo periodo ho aperto
un blog dove scrivo i miei appunti, le mie storie
d’altri tempi, ricevo molti complimenti sa! È un modo
per tenermi vivo, giorno dopo giorno.» Fece una breve
pausa, poi riprese con tono più appassionato.
«Ebbene, come le dicevo, la seguivo e pensavo al mio
prossimo racconto. Aveva tutta l’aria di essere
un’attrice di teatro. Ha presente quelle attrici che non
escono mai dalla parte? E alla sera tornano a casa
abbigliate come se stessero ancora recitando? Ecco così!
Comunque si riconoscono… un rossetto sbordato, una
matita colata. Ecco quel tipo di figura decadente. Mi
capisce vero? Già un’attrice, e le attrici sono tutte
belle per definizione!»
La sua espressione si
fece più tesa, la voce più bassa e concitata.
«Avvocato mi creda, io non l’ho uccisa! Ho visto che si
dirigeva verso il LungoTevere. Lì c’è una stazione di
taxi, credevo che dovesse appunto prendere un taxi. Ma
poi ha attraversato la strada, facendo attenzione a non
scivolare sui binari del tram. La strada era vuota,
stranamente niente traffico. Sentivo benissimo il rumore
dei suoi tacchi sull’asfalto. Adoro quel dolce suono.
Una volta sono riuscito a catturarlo con un piccolo
registratore.»
Si lasciò sfuggire una risatina
nervosa. «Avvocato, mi creda, non sono un maniaco. A
me tutto questo serve per raccontare storie, per calarmi
esattamente nella parte. Non rida. Le giuro, a volte è
sufficiente una punta di colore di rossetto più acceso
per fecondare il mio estro e buttare giù fiumi di parole
immergendomi in un mondo dove il vento soffia a onde, e
m’accarezza con la cresta e mi sfiora con la curva fino
a raggiungere l’oblio di pause e di nessi, di punti e
sottintesi, di detto e di non detto, come un vortice che
annega ed un mulinello che trascina… Avvocato le ripeto
sono solo che parole, nulla a che vedere con quello che
è accaduto.»
Il suo sguardo si velò di tristezza.
«Sa, se non fosse che con quel gesto mi ha cacciato in
un mare di guai, penso spesso che mi dovrei concentrare
sul motivo. Perché l’ha fatto? Quale tragedia, quale
tempesta nel suo cuore!» Scosse la testa, come per
scacciare un pensiero. «Avvocato mi scusi perdo
sempre il filo, ogni tanto divago, ah sì, il rumore dei
tacchi… come potevo non seguirla? Ero curioso sa. Sempre
per il vizio di ricamarci una storia, mi domandavo dove
quei tacchi la stavano portando. Mi sono immaginato un
uomo fermo all’incrocio ad aspettarla.»
Il suo
volto si incupì nuovamente. «Avvocato mi creda, io
non l’ho uccisa! Ha tirato avanti verso il ponte. Lei
non ci crederà, ma visto la zona, ho avuto un attimo di
apprensione per quella figura leggiadra ed esile.
Pensavo che se si fosse avvicinato un malintenzionato
l’avrei potuta difendere, in caso di aggressione l’avrei
di certo salvata. Non rida, la prego! In quel momento mi
sentivo il suo guardaspalle. Sicuramente non pensavo che
nel suo cervello frullasse altro.»
Fece un
respiro tremante. «Ad un certo punto ha rallentato e
si è accesa una sigaretta. Sa, una di quelle sottili,
anche quello denotava eleganza, ma per un attimo ho
pensato che mi fossi sbagliato sul suo conto, non so per
quale motivo, ma ho pensato davvero che fosse una di
quelle. Mi capisce vero? In fin dei conti alla fine di
quel ponte inizia Porta Portese ed a quell’ora ci si
possono incontrare donne italiane e non che fanno il
mestiere. Ho pensato di fare solo qualche altro passo e
poi andarmene per i fatti miei. Giuro era solo
curiosità! Comunque, ero stupito! Che strano, una
persona così a modo, non potevo credere che davvero
lavorasse in quel posto.»
La voce dell’uomo
divenne quasi un sussurro, carica di emozione.
«Avvocato mi creda, io non l’ho uccisa! A metà del ponte
si è fermata. Si è affacciata sul fiume nella direzione
della corrente. Ho creduto che stesse ammirando il
panorama. Verso Ostia si intravedeva ancora qualche
timido squarcio rossastro. Poteva essere benissimo
un’artista che contemplava il suo prossimo quadro. Vede?
Cercavo in tutti i modi di darle un alone diverso!»
Si agitò sulla sedia, rivivendo il momento. «Io
ero praticamente a dieci metri da lei, non potevo più
fermarmi, altrimenti avrebbe notato che ero lì per lei.
Allora ho proseguito e a meno di un metro senza voltare
la faccia lei mi ha chiesto l’ora. Ho notato le sue
unghie rosse sotto i suoi guanti a rete. Poi ha sorriso
in faccia al fiume, non ne vedevo il motivo, ma
sicuramente non era per me. Io non sapevo cosa fare se
proseguire oppure scambiare quattro chiacchiere, ma lei
aveva lo sguardo assente… ha presente avvocato quegli
occhi umidi che vedono e non vedono? Esatto, proprio
così! Le ho chiesto il suo nome, non so perché, forse
volevo che mi suggerisse un nome da dare al mio
personaggio, ma lei ha riso di nuovo dicendo sottovoce
che non aveva un nome, anzi forse ha detto che non lo
aveva mai avuto un nome. Dio, ora non ricordo bene…»
L’uomo si interruppe, gli occhi lucidi. La sua voce
tremò mentre concludeva: «Avvocato mi creda, io non
l’ho uccisa! Finita la sigaretta si è voltata verso di
me e mi ha chiesto se potessi badare alla sua borsa
poggiata sulla balaustra. L’ombrello era poggiato sul
cornicione. Giuro, in quel momento non ho intuito quali
fossero le sue intenzioni. Anzi in quel momento ho
pensato che se avessi avuto la mia Canon avrei fatto una
foto con l’ombrello in primo piano e lei dietro sfocata
nell’oscurità. Avvocato, mi creda, è stato un attimo. Si
è alzata la gonna stretta, ha fatto forza con il piede
sinistro poggiandolo sull’incavo della colonnina di
marmo e con la gamba destra ha scavalcato il parapetto.
Credevo che si volesse mettere seduta, non so, guardare
la corrente del fiume, fare qualcosa di stravagante. Ma
quando l’ho vista portare l’altra gamba oltre il muretto
ho cercato di afferrarla, ma ormai era troppo tardi, mi
è rimasto il suo giacchino in mano mentre lei cadeva nel
vuoto.»
Si appoggiò allo schienale, esausto, con
il respiro affannoso. «Avvocato mi creda, io non l’ho
uccisa! I fatti sono andati come ho riferito alla
polizia, niente di più. Mi hanno fatto ripetere la
storia non so quante volte! Giuro, è andata così. Ero
incredulo in quel momento, non sapevo cosa fare, credo
di aver urlato o forse no. Ho avuto solo l’istinto di
salvarla, ed ho preso la borsetta e ho cominciato a
correre verso la fine del ponte. Cercavo qualche
apertura che mi portasse giù sul greto. Tra le altre
cose io non so nuotare, ma davvero la mia intenzione era
quella di salvarla, non so in che modo, ma in quel
momento pensavo solo a quello.»
La sua voce si
alzò di nuovo, carica di frustrazione. «Avvocato mi
creda, io non l’ho uccisa! Quale motivo avrei avuto per
farlo? Alla fine del ponte, una pattuglia della polizia,
insospettita dalla mia corsa frenetica, mi ha fermato.
Ho cercato di divincolarmi. Gridavo, ero esagitato, ho
urlato che bisognava salvare una donna. Loro invece,
forse per la borsetta che tenevo stretta in mano ed il
giacchino nero, hanno creduto che fossi uno scippatore e
che stavo solo scappando.»
Scosse la testa,
sconfitto. «Mi hanno fermato e poi portato in
questura. Beh, non dico cosa è successo lì! Poi il resto
lo conosce.» Fece un ultimo sospiro profondo.
«Alla fine li ho convinti ed hanno mandato dei
sommozzatori.» L’uomo a quel punto tacque, lo sguardo
fisso sul tavolo, le spalle curve sotto il peso dei suoi
ricordi raccontati senza prende fiato.
Lo sguardo
fisso sul tavolo, le spalle curve sotto quel racconto
che nessuno sembrava disposto a credere fino in fondo.
L’avvocato d’ufficio rimase in silenzio per alcuni
lunghi secondi, le dita intrecciate sotto il mento, gli
occhi ridotti a due fessure fredde e attente. La luce al
neon della stanza degli interrogatori gli scavava ombre
profonde sul viso, rendendolo più vecchio e più duro di
quanto non fosse. Alla fine, si appoggiò allo schienale
della sedia, producendo un lieve cigolio metallico che
risuonò innaturalmente forte nel silenzio.
«Il
problema… Signor scrittore…» Disse cercando tra le carte
il nome del suo nuovo cliente. «Non è se io le credo. Il
problema è che il corpo non si trova. Lei è sicuro di
quello che ha raccontato?» Lo scrittore sollevò di
scatto la testa, come se avesse ricevuto uno schiaffo.
Il colore abbandonò il suo volto in un istante,
lasciando solo due macchie rosse sugli zigomi. Le mani,
fino a quel momento strette al bordo del tavolo,
cominciarono a tremare visibilmente. L’avvocato
proseguì, senza distogliere lo sguardo. «I
sommozzatori hanno dragato il Tevere per tre giorni
interi. Hanno setacciato ogni metro di fondale tra il
ponte e l’ansa successiva. Niente. Nessun cadavere,
nessun tailleur scuro, nessuna scarpa col laccetto alla
caviglia, nessun ombrellino a scacchi arancione e giallo
e soprattutto nessun testimone. L’acqua è bassa in quel
punto, la corrente quasi assente… quindi capirà, non è
possibile che un corpo si sia dissolto nel nulla.»
Fece una pausa, lasciando che le parole si
depositassero come piombo nello stomaco dell’uomo seduto
di fronte a lui. «Senza cadavere non c’è omicidio e
di conseguenza assassino. Ma lei capisce cosa significa
questo, vero?» L’avvocato si sporse leggermente in
avanti, la voce che si abbassava ancora di più, quasi
confidenziale. «Significa che per la legge lei è solo
un uomo che ha raccontato una storia di uno scrittore
che inseguiva una donna sotto la pioggia e che poi è
stato trovato a correre con la sua borsa e il suo
giacchino in mano. Un uomo che racconta una storia
bellissima, dettagliatissima… ma senza prova concreta
che quella donna sia mai esistita. E senza prova che sia
mai morta.»
Lo scrittore aprì la bocca per
parlare, ma ne uscì solo un suono strozzato. L’avvocato
alzò una mano per fermarlo. «Mi ascolti bene. Dal
giacchino e dal contenuto della borsa la polizia non è
riuscita a risalire a nessuna persona scomparsa e finché
non salta fuori il cadavere o una donna viva, lei rimane
sospeso in un limbo. E i limbi, mio caro, sono posti
pericolosi per chi vive di storie. Perché senza quel
corpo prima o poi qualcuno si chiederà sei lei sia solo
un millantatore o un cinico scrittore affamato di fama.»
L’uomo deglutì a vuoto. Fuori dalla piccola finestra
sbarrata, la pioggia aveva ricominciato a cadere,
sottile e insistente, esattamente come quella notte su
via Marmorata.
L’avvocato chiuse la cartellina
che aveva davanti con un gesto secco. Il clic della
copertina di plastica risuonò nella stanza come una
sentenza. «Quindi ricominciamo da capo. E questa
volta, mi racconti tutto un’altra volta. Senza
divagazioni. Senza poesia. Solo i fatti.» Fece una
pausa brevissima, poi aggiunse con un mezzo sorriso
gelido. «Sempre che lei riesca ancora a distinguere i
fatti dalla sua prossima opera letteraria…»
******
Nei giorni successivi tutto parve
dissolversi in una nebbia grigia, esattamente come la
pioggia che non aveva smesso di cadere su Roma. Lo
scrittore fu rilasciato con l’obbligo di firma
quotidiana in questura. Non c’erano prove per
trattenerlo. Non c’era la pistola fumante del corpo
della donna. Non c’era omicidio. Solo un uomo con una
borsa di donna in mano e una storia troppo elaborata per
essere vera. La donna senza nome sembrava non essere mai
esistita. La polizia aveva controllato tutte le
denunce di scomparsa negli ultimi mesi: nessuna
corrispondeva alla descrizione. Nessuna donna tra i
trenta e i quarant’anni era stata segnalata come
mancante nelle ultime settimane. Nessun tailleur scuro,
nessun cappellino rosso, nessun ombrellino a scacchi
arancione e giallo. Il cellulare con la suoneria della
Primavera di Vivaldi non era mai stato rintracciato.
Nella borsa che lo scrittore aveva consegnato c’erano
solo un pacchetto di sigarette, un rossetto, un paio di
guanti di rete strappati e un portamonete vuoto. Nessun
documento, nessuna carta di credito, nessuna chiave.
Come se quella donna fosse uscita di casa decisa a non
lasciare traccia di sé. I sommozzatori avevano
ampliato le ricerche fino all’Isola Tiberina, poi le
avevano sospese e il caso venne archiviato
provvisoriamente. Sulla pratica qualcuno aveva scritto a
penna, con calligrafia frettolosa: «Nessun elemento di
reato».
Lo scrittore tornò nel suo appartamento
piccolo e disordinato di Testaccio. Chiuse la porta a
doppia mandata e rimase per ore seduto al tavolo della
cucina, davanti al computer spento. Ogni tanto alzava
gli occhi verso la finestra rigata di pioggia, come se
si aspettasse di vedere quella donna passare sul
marciapiede, ma vedeva solo il suo riflesso distorto sul
vetro: quello di un uomo che aveva seguito una figura
elegante sotto la pioggia e senza nome e che ora si
ritrovava sospeso tra la realtà e una storia che nessuno
voleva più ascoltare.
Non riuscì a chiudere
occhio per tre notti di seguito. Ogni volta che spegneva
la luce, rivedeva l’ombrellino a scacchi che danzava
sotto la pioggia, il suono secco dei tacchi sull’asfalto
bagnato, il sorriso assente rivolto al fiume. La donna
senza nome gli si era conficcata nella mente come una
scheggia di vetro. Il quarto giorno, verso le tre del
mattino, si alzò dal letto con gli occhi arrossati e si
sedette davanti al computer. Le dita tremavano
leggermente sulla tastiera. Aprì il suo blog, quel
piccolo rifugio dove pubblicava le sue “storie d’altri
tempi”, e cominciò a scrivere il suo racconto senza
fermarsi.
Il titolo apparve sullo schermo in
lettere nere e spigolose: “La donna senza nome si
chiamava Vivienne.” Come nome scelse Vivienne perché
evocava l’immagine di una donna d’altri tempi, viva,
quasi eterea, con quel tocco francese che suggeriva
eleganza e sensualità. Come cognome scelse Delacroix
perché portava con sé un’eco più oscura: “de la croix”
(della croce), ma anche un richiamo al pittore romantico
Eugène Delacroix, maestro di colori intensi, passioni
violente e drammi umani. E quel cognome suggeriva una
bellezza tragica, pericolosa, capace di sedurre e
distruggere con la stessa naturalezza con cui un quadro
prende vita sulla tela. Un nome perfetto per una femme
fatale: elegante, sofisticato, con un velo di fatalità e
di mistero antico. Sembrava uscito direttamente dagli
anni ’40.
Scrisse in modo febbrile, quasi
posseduto. Ogni dettaglio tornava vivo sotto le sue
dita: l’ombrellino a scacchi che spiccava come una
ferita di colore sul marciapiede grigio, la cucitura
delle calze stile anni Quaranta che risaliva lungo la
gamba, sottile ed estremamente sensuale, il cappellino
rosso calato fino alle sopracciglia, i guanti di rete
che lasciavano intravedere le unghie scarlatte.
Descrisse il suono della Primavera di Vivaldi che usciva
dal cellulare, il lieve spacco della gonna a tubino, il
modo in cui lei aveva sorriso al fiume come se
condividesse un segreto con l’acqua scura. Scrisse del
momento in cui la donna aveva scavalcato il parapetto,
del giacchino nero rimasto tra le sue dita, del vuoto
che si era aperto sotto di lei.
Terminò il
racconto alle prime luci dell’alba, con le mani
indolenzite e la schiena curva. Lo pubblicò senza
rileggerlo. Nelle ore successive i commenti
cominciarono ad arrivare. I primi erano entusiasti:
«Che atmosfera incredibile, sembra di essere lì sul
ponte con lei.» «Il tuo stile è sempre più raffinato,
sembra un film degli anni ’40.» «Questa è la cosa
migliore che hai scritto, complimenti!» Poi
arrivarono gli altri. In poche ore il post accumulò
centinaia di visualizzazioni. Il tono dei commenti si
fece sempre più velenoso. Altri cominciarono a speculare
apertamente: «E se la protagonista fosse davvero
esistita?» Lo scrittore rimase davanti allo schermo
fino a sera, facendo refresh sulla pagina
ossessivamente. Ogni nuovo commento gli provocava un
brivido lungo la schiena. Una parte di lui era
terrorizzata. Un’altra parte, più oscura, più profonda,
provava uno strano, perverso piacere nel vedere la sua
storia che sfuggiva al controllo e iniziava a vivere di
vita propria. Si alzò solo per versarsi un bicchiere
di whisky. Mentre beveva, guardò fuori dalla finestra.
La pioggia continuava a cadere sottile e insistente.
Per un attimo gli parve di scorgere, sotto un lampione,
la sagoma di una figura elegante con un cappellino
rosso. Quando sbatté le palpebre, non c’era più
nessuno.
******
Passava ormai le
giornate davanti al computer, rileggendo ossessivamente
il racconto “La donna senza nome che si chiamava
Vivienne” e controllando i commenti che continuavano ad
arrivare. Il whisky era diventato un compagno fisso sul
tavolo. La pioggia di marzo non dava tregua. Una
sera, mentre fuori era già buio da ore, il telefono
fisso squillò. Lui sobbalzò sulla sedia. Il display
mostrava “Numero privato”. Esitò un istante, poi
rispose. Dall’altra parte ci fu solo silenzio, rotto
da un rumore di auto in corsa. Poi, vicinissima,
quasi dentro il suo orecchio, arrivò una voce femminile,
bassa e rauca, che sussurrò semplicemente: «Grazie.»
Il cuore gli balzò in gola. Fece per parlare, ma sentì
solo un click secco. La comunicazione si interruppe.
Lui rimase immobile con la cornetta in mano, il respiro
corto. Controllò il registro delle chiamate: niente.
Solo quel “Numero privato” che sembrava già dissolversi
nel nulla.
Quella notte non dormì. Ogni rumore
della casa lo faceva trasalire. Si alzò più volte per
controllare che la porta fosse chiusa a chiave. Alle
prime luci dell’alba si appisolò sulla poltrona, ancora
vestito. Pensò alla donna, si chiese se fosse lei e per
quale motivo lo avesse ringraziato! Il giorno dopo,
verso mezzogiorno, sentì il campanello della porta di
casa. Aprì e si bloccò di colpo. Sulla soglia,
appoggiato contro lo stipite, c’era un ombrellino
chiuso. A scacchi arancione e giallo, identico a quello
che aveva descritto decine di volte alla polizia. La
tela luccicava debolmente ancora gocciolante, come se
fosse stato lasciato lì sotto da poco. Una piccola pozza
d’acqua si era formata sul pavimento.
Si guardò
intorno, poi si chinò lentamente e prese l’ombrellino.
Lo aprì con cautela. Nessun biglietto. Nessun messaggio.
Solo l’ombrellino, lasciato lì come una firma
silenziosa. Rimase sulla soglia per lunghi minuti,
stringendo il manico tra le dita che avevano cominciato
a tremare. Il cuore gli batteva così forte che lo
sentiva nelle tempie. Lo richiuse lentamente e lo
portò in casa: quella era la prova che non si era
inventato niente! Quella donna era esistita e forse era
ancora viva, ma se anche fosse morta, lui quella scena
l’aveva vissuta realmente! Mentre chiudeva la porta
con due giri di chiave, sussurrò tra sé. «Avvocato mi
creda… io non l’ho uccisa.» E per la prima volta,
quelle parole suonarono più consistenti e massicce.
******
L’avvocato non riusciva a
togliersi dalla testa lo sguardo febbrile del suo
assistito. Qualcosa in quella storia, troppo dettagliata
e perfetta, lo disturbava profondamente. Non era solo un
caso da difendere: era un enigma che cominciava a
scavare anche dentro di lui. Così, due giorni dopo
l’ultimo incontro, decise di muoversi per conto proprio.
Senza dirlo al suo assistito e senza coinvolgere la
polizia. Una indagine parallela, discreta, condotta con
le vecchie conoscenze che ancora conservava dai tempi in
cui faceva il sostituto procuratore. Passò un’intera
mattinata al telefono e nel pomeriggio si recò
personalmente sul Lungotevere, all’altezza del ponte. A
pochi passi dal ponte c’era un cantiere transennato per
il rifacimento dei marciapiedi. Sull’impalcatura scorse
una piccola telecamera puntata proprio verso la zona
centrale del ponte. Si avvicinò e parlò con il
capocantiere, e dopo aver mostrato una banconota da
cinquanta euro, ottenne ciò che cercava: l’accesso ai
file delle telecamere di sorveglianza. Il filmato
della notte in questione esisteva ancora. L’avvocato si
sedette nella piccola baracca del cantiere, davanti a un
vecchio monitor polveroso. Il capocantiere avviò il file
e rimase in piedi alle sue spalle, curioso. Le
immagini erano in bianco e nero, e sgranate, l’ora
segnava le 20:17. Si vedeva chiaramente il suo
assistito che correva verso la fine del ponte con la
borsa stretta al petto e il giacchino nero che gli
svolazzava tra le mani. Il suo volto era distorto dal
panico, la bocca aperta in quello che sembrava un urlo
muto. La pioggia creava strisce luminose sul video.
Quando tornò indietro nel filmato il respiro gli si
bloccò in gola. L’immagine in quel punto era stranamente
danneggiata. Non era un semplice effetto di disturbo
della pioggia. Era come se la scena fosse avvolta da una
nebbia digitale, da un alone tremante che la rendeva
evanescente. Un attimo prima l’immagine era lì, netta
nei contorni. Un attimo dopo diventava un’ombra sfocata,
quasi trasparente, che sembrava dissolversi nell’aria
umida del ponte. Poi tornò chiara e netta solo quando lo
scrittore che si protendeva nel vuoto, le mani tese, e
il giacchino nero che rimaneva tra le sue dita.
L’avvocato riavvolse il video tre volte in cerca della
figura della donna. Ogni volta lo stesso effetto
inquietante. Il frame si dissolveva. Il capocantiere
borbottò dietro di lui: «Strano, eh? La pioggia a volte
fa brutti scherzi alle telecamere…» L’avvocato non
rispose. Si limitò a fissare lo schermo, mentre un
brivido freddo gli scendeva lungo la schiena. Chiese una
copia del file su una chiavetta USB. Uscendo dal
cantiere, sotto la pioggia battente, si fermò un istante
sul ponte e guardò verso il punto esatto dove era
accaduto tutto. Il parapetto di marmo era lucido e
indifferente. Il Tevere scorreva lento e torbido sotto
di lui. Per la prima volta da quando aveva accettato
il caso, l’avvocato si chiese seriamente se stesse
diventando pazzo. O, peggio ancora, se stesse inseguendo
qualcosa che non era mai stato del tutto reale.
Comunque, non aveva visto neanche l’ombra della donna,
solo lo scrittore prima e dopo la scena cruciale.
*******
La segnalazione dell’ombrellino
lasciato sulla porta di casa fece scattare
immediatamente la riapertura del caso. La mattina
seguente due agenti in borghese si presentarono
nell’appartamento dello scrittore e lo accompagnarono in
questura senza troppe formalità. Questa volta non un
agente a interrogarlo, ma il commissario capo in
persona: un uomo massiccio, sulla cinquantina, con la
faccia segnata da rughe profonde e uno sguardo che
sembrava capace di scavare dentro le bugie. La stanza
era la stessa di sempre: pareti spoglie, luce al neon
che ronzava fastidiosamente, un tavolo di metallo
freddo. Lo scrittore si sedette con le mani sudate, il
cuore che batteva irregolare. Il commissario entrò
senza salutare, gettò una cartellina sul tavolo e si
sedette pesantemente di fronte a lui. Per qualche
secondo si limitò a fissarlo in silenzio, poi aprì la
cartellina e tirò fuori una foto dell’ombrellino.
«Come mai stava davanti alla sua porta di casa?» Chiese
indicando la foto e sporgendosi in avanti. Il suo tono
era brutale, diretto, senza più alcuna cortesia
professionale. «Allora mi spieghi una cosa. Se non
l’ha uccisa lei… allora chi cazzo l’ha buttata di sotto?
O forse non è mai caduta? Forse se l’è solo immaginata
tutta questa storia mentre seguiva una povera donna
sotto la pioggia? Forse è tutto frutto della sua fervida
fantasia anche questo ombrello che guarda caso ha
ritrovato lei. Senta signor scrittore, la polizia non ha
tempo da perdere e i fanfaroni come lei prima o poi li
scoviamo e non sarà un bel giorno per lei.»
Le
parole lo colpirono come schiaffi. Aprì la bocca per
rispondere, ma il commissario non gli diede il tempo.
«Perché vede, noi abbiamo rivisto il filmato del
cantiere. Si vede lei che corre come un pazzo. Ma la
donna… quella che lei descrive così bene, con il
cappellino rosso e i tacchi alti… sul video non si vede.
Come se non fosse mai stata davvero lì.» Fece una
pausa, lasciando che il silenzio riempisse la stanza.
«Quindi mi dica: lei è un uomo che ha spinto una donna
dal ponte e poi ha inventato questa bella favola della
suicida romantica… oppure è solo un povero illuso che si
è montato la testa con le sue stesse storie d’altri
tempi? Perché a questo punto, onestamente, non so quale
delle due ipotesi sia peggiore.»
Lo scrittore
sentì il pavimento inclinarsi sotto i piedi. Le pareti
sembrarono stringersi intorno a lui. Per la prima volta
da quella notte sul ponte, il dubbio cominciò a
insinuarsi nella sua mente come un veleno lento. E se
avesse davvero immaginato tutto? E se quella figura
elegante fosse stata solo un prodotto della sua
ossessione? Un fantasma generato dal bisogno di trovare
ispirazione, di catturare sensazioni per i suoi
racconti? Tutto poteva essere nato nella sua testa
mentre camminava solo sotto la pioggia, seguendo una
donna qualunque che poi aveva perso di vista. Si
passò una mano tremante sul viso. La voce gli uscì
debole, incerta: «Io… io l’ho vista. Era lì,
commissario. Mi ha chiesto l’ora. Mi ha chiesto di
tenere la borsa… Non sono un assassino, ho tentato di
salvarla! E non sono un millantatore, io scrivo per
diletto e non ho bisogno di farmi pubblicità in questo
modo speculando su una povera ragazza!»
Il
commissario lo interruppe con un grugnito sprezzante.
«Già. E poi si è dissolta nell’aria. Comodo, no?» Lo
scrittore abbassò lo sguardo sul tavolo. Si chiese se
quel dubbio ormai era dentro di lui, profondo,
corrosivo, fosse davvero reale o alimentato dal fatto
che nessuno gli credeva. Per la prima volta si chiese se
non stesse impazzendo. Se tutta quella notte non fosse
stata altro che un’allucinazione elaborata dalla sua
mente malata, affamata di storie decadenti e figure
d’altri tempi.
Fuori la pioggia continuava a
cadere, indifferente. Non aveva mai smesso da quel
giorno maledetto! E nella sua testa, lontana, ma
insistente, continuava a risuonare quella voce femminile
sussurrata. «Non ho mai avuto un nome.» Cosa voleva
intendere quella ragazza? Forse era una dichiarazione
più profonda, quasi poetica, di inesistenza simbolica.
Cosa significava davvero? Che non aveva un ruolo nella
vita? Che non esisteva? Che la sua esistenza era stata
ignorata, ridotta, o trattata come se non valesse la
pena di un’identità propria? Oppure che non aveva una
famiglia, né in una relazione, che era una madre o una
figlia mancata? O semplicemente che era sempre stata
invisibile agli occhi de. Nessuno l’aveva mai chiamata
per nome con affetto. Probabilmente era stato solo un
grido di dolore mascherato che lui non aveva colto.
******
Il giorno seguente, mentre era
ancora scosso dall’interrogatorio del commissario,
arrivò una telefonata dall’avvocato. La voce era tesa,
controllata, ma con una nota di urgenza che non riusciva
a nascondere. «Deve venire subito in studio. Hanno
analizzato il giacchino.»
Quando lo scrittore
entrò nell’ufficio dell’avvocato, trovò l’uomo seduto
alla scrivania. L’avvocato non perse tempo in preamboli.
«Hanno trovato due cose interessanti. Prima di tutto,
sul bavero interno, attaccato a una fibra del tessuto,
c’era un capello biondo-rossiccio. Lungo circa venti
centimetri. E poi una minuscola traccia di rossetto. Il
laboratorio ha confermato che è rossetto di alta
qualità, colore rosso scuro, anni ’40-’50 nella
composizione. Quei composti oggi non si usano più! Al
tempo si usavano certi coloranti derivati dal catrame di
carbone, come l’eosina, che oggi sono vietati perché
tossici o cancerogeni. Lei lo sa che significa questo
vero?»
Lo scrittore non fece in tempo a
rispondere e l’avvocato aggiunse. «Significa che
quella donna è esistita, certo, ma quasi un secolo fa,
oppure qualcuno, conoscendola molto bene, si sta
prendendo gioco di lei usando un rossetto d’epoca. Quei
rossetti non sono più in commercio ed è possibile che
sia stato preso da qualche archivio teatrale o
cinematografico. Roba da fondo di magazzino!» Lo
scrittore si sporse in avanti, il respiro corto. «E
il DNA sul capello?» L’avvocato scosse lentamente la
testa. «Nessuna corrispondenza. Non risulta in
nessuna banca dati italiana, né europea. Chiunque fosse
quella donna, non aveva precedenti, non era mai stata
schedata, non aveva mai fatto un tampone, niente. È come
se non fosse mai esistita prima di quella sera.» Fece
una pausa, poi disse. «Ah dimenticavo… in una delle
tasche la polizia ha trovato un bigliettino rosa con
scritto “Per quando non avrò più nome”» L’avvocato
tirò fuori la foto dalla cartellina. Le lettere erano
perfette, una calligrafia chiara, come se fossero state
scritte con calma e cura da qualcuno che aveva tutto il
tempo del mondo. O che sapeva di non averne più molto.
Lo scrittore fissò quelle parole per un tempo che
gli parve eterno. Sentì un brivido risalirgli lungo la
spina dorsale. «Avvocato quel biglietto non c’era
quando ho consegnato il giacchino alla polizia. Sono
sicuro. Ricordo benissimo di aver frugato nelle tasche
in cerca di qualche indizio per avvertire i suoi
familiari o qualche amico!» L’avvocato deglutì a
fatica. «Mistero nel mistero o forse semplicemente
nella concitazione lei non ha rovistato in tutte le
tasche.» «Sì, è possibile, tutto ormai è possibile,
ma quel biglietto significa che la donna esiste e lei
sapeva… Sapeva che sarebbe sparita e che qualcuno
l’avrebbe cercata senza sapere il suo nome.»
L’avvocato si appoggiò allo schienale della poltrona,
incrociando le dita. «Oppure qualcuno voleva farle
credere esattamente questo. Qualcuno che sta giocando
con lei. Con la sua mente. Con le sue storie.» Nella
stanza calò un silenzio pesante. Fuori, la pioggia
batteva contro i vetri con insistenza. Lo scrittore non
riusciva a staccare gli occhi da quella frase nella
foto. “Per quando non avrò più nome.” Quelle
parole sembravano rivolte direttamente a lui. Un
messaggio lasciato apposta perché lo trovasse. Un
invito. O una condanna. Si passò una mano sul viso,
esausto. Il dubbio che il commissario aveva piantato in
lui il giorno prima ora si mescolava a qualcosa di
ancora più inquietante: la certezza che quella donna,
reale o immaginaria che fosse, stava continuando a
esistere dentro di lui… e forse anche fuori.
******
Quella notte la pioggia tornò più
insistente, quasi vendicativa. Lo scrittore non riusciva
a dormire. Il whisky aveva perso il suo effetto calmante
e la frase scritta sul biglietto gli girava nella testa.
Verso le due e mezza si alzò, si infilò il cappotto e
uscì di casa senza nemmeno sapere perché. Le strade di
Testaccio erano deserte, lucide di acqua. Camminava
senza meta, con le mani affondate nelle tasche, quando
la vide. Sotto un lampione di via Marmorata, a una
cinquantina di metri da lui. L’ombrellino a scacchi
arancione e giallo era aperto, esattamente come quella
sera. I tacchi alti battevano sul marciapiede bagnato
con lo stesso ritmo secco. Il cappellino rosso era
calato fino alle sopracciglia. La figura sottile
avanzava con passi corti e frettolosi, evitando le grate
come aveva fatto allora.
Il cuore dello scrittore
accelerò violentemente. Questa volta non esitò. Cominciò
a seguirla, mantenendosi a distanza, proprio come la
prima volta. La pioggia gli inzuppava i capelli e gli
colava sul viso, ma lui non la sentiva più. C’era solo
lei. La seguì lungo tutta via Marmorata, poi sul
Lungotevere. I tacchi continuavano a suonare nella notte
vuota, un suono dolce e crudele che gli risuonava
dentro. Superarono la stazione dei taxi, attraversarono
i binari del tram. La strada era deserta, come allora.
Solo il rumore della pioggia e quei tacchi.
Arrivarono al ponte. Lo scrittore accelerò il passo.
Era a meno di dieci metri da lei quando la donna
rallentò. Si fermò a metà del ponte, proprio nello
stesso punto. Si affacciò alla balaustra, guardando
verso la corrente che scorreva nera e gonfia sotto di
loro. Lui si avvicinò ancora, il respiro corto, le gambe
che tremavano. A pochi metri da lei, la donna si
voltò lentamente. Il volto era coperto da un velo di
rete sottile, dello stesso tipo dei suoi guanti.
Attraverso quella trama leggera si intravedeva il
sorriso: lo stesso sorriso assente, rivolto non a lui ma
a qualcosa di invisibile. Con quella voce bassa, rauca,
terribilmente familiare, sussurrò: «Grazie per avermi
dato un nome.»
Lo scrittore rimase pietrificato.
Le parole gli entrarono dentro come ghiaccio liquido.
Lei sollevò una mano guantata in un gesto quasi
elegante, come per dirgli di non avvicinarsi. Poi, senza
fretta, si alzò la gonna quel tanto che bastava.
Appoggiò il piede sinistro sull’incavo della colonnina
di marmo e, con un movimento fluido e sicuro, scavalcò
il parapetto con la gamba destra. Questa volta lo
scrittore non si mosse. Non tese le mani. Non urlò. Non
cercò di afferrare nulla. Rimase immobile sotto la
pioggia, con gli occhi fissi su di lei. Per un
brevissimo istante i loro sguardi si incrociarono
attraverso il velo di rete. Poi la donna portò anche
l’altra gamba oltre il muretto e si lasciò cadere nel
vuoto. Non ci fu rumore di tonfo. Solo il silenzio
della pioggia che continuava a cadere. Lo scrittore
avanzò di qualche passo fino al parapetto e guardò giù.
Il fiume era nero, indifferente. Nessun cerchio
sull’acqua. Nessun grido. Niente. Rimase lì a lungo,
le mani strette sulla pietra fredda e bagnata, mentre la
pioggia gli colava sul viso mescolandosi a qualcosa che
poteva essere sudore o lacrime. Questa volta non
corse verso la fine del ponte. Non cercò soccorsi. Non
urlò che bisognava salvarla. Semplicemente rimase lì,
immobile, con un solo pensiero che gli martellava nella
testa. Forse non era mai stata lei a cadere. Forse era
lui che stava continuando a cadere da quella notte.
******
Il mattino dopo, sotto una pioggia
fina e ostinata che non aveva smesso per tutta la notte,
l’avvocato ricevette una chiamata dalla questura. Gli
dissero che il suo assistito era stato trovato seduto
sul parapetto del ponte, immobile, con lo sguardo perso
sull’acqua. Quando l’avvocato arrivò, lo vide subito.
Lo scrittore era lì, seduto sul bordo di marmo bagnato,
le spalle curve, le mani abbandonate sulle ginocchia.
Accanto a lui, aperto e inclinato contro la balaustra,
c’era l’ombrellino a scacchi arancione e giallo. La
pioggia batteva sul tessuto vivace, facendo risaltare i
cerchi concentrici come macchie di colore su un mondo
grigio. L’avvocato si avvicinò lentamente, il
cappotto inzuppato, le scarpe che sguazzavano nelle
pozzanghere. Si fermò a un passo da lui. «Che cosa ci
fa qui?» Chiese a bassa voce.
Lo scrittore non si
voltò subito. Quando lo fece, i suoi occhi erano vuoti,
calmi in un modo inquietante, come se tutta l’agitazione
dei giorni precedenti si fosse spenta di colpo.
«Avvocato…» Disse con una voce spenta, quasi un sussurro
che si confondeva con il rumore della pioggia. «Forse
non è morta. Forse non è mai stata viva. O forse… sono
io quello che è morto e non me ne sono mai accorto.»
L’avvocato lo guardò in silenzio. L’uomo davanti a lui
sembrava invecchiato di dieci anni. La pelle era
pallida, le occhiaie profonde. Sul viso aveva
un’espressione di quieta rassegnazione, quasi di
sollievo. «Venga via da qui.» Disse l’avvocato,
tendendogli una mano. «Si prenderà una polmonite.»
Lo scrittore non si mosse. Continuò a fissare il
fiume. «Sa cosa è strano?» Proseguì con lo stesso
tono assente. «Per tutta la vita ho cercato figure
d’altri tempi da mettere nei miei racconti. E alla fine
ne ho trovata una… o forse lei ha trovato me.»
L’avvocato rimase immobile sotto la pioggia, senza
sapere cosa rispondere. Per la prima volta da quando
aveva accettato il caso, sentì che la vera verità era lì
davanti ai suoi occhi.
Sollevato accompagno lo
scrittore a casa, pronto a chiudere quella carte e
interessarsi ad un nuovo caso… ma non fu così.
******
Due settimane dopo, una chiatta di
passaggio trovò il corpo di una donna impigliato tra i
rami vicino all’ansa del Tevere, poco prima di Ostia. Il
cadavere era irriconoscibile. Era rimasto in acqua
troppo tempo: la pelle gonfia e livida, i lineamenti
cancellati dalla corrente e dai pesci. L’abito che
indossava era un tailleur scuro a tubino, strappato in
più punti. Le scarpe avevano il tacco alto con il
laccetto alla caviglia. Lungo le calze, strappate in più
punti, correva una cucitura nera.
La polizia la
identificò provvisoriamente come “donna sconosciuta, età
apparente 30-35 anni”. Nessuna denuncia di scomparsa
corrispondeva. Tuttavia, nella tasca interna del
giubbino, protetto parzialmente da una plastica sottile,
venne trovato un piccolo foglio di carta bagnato e
spiegazzato. L’inchiostro era colato, ma la frase
scritta a mano con grafia elegante e antiquata era
ancora leggibile: “Grazie per avermi dato un nome, ora
non ho più nessun motivo per continuare a vivere nella
testa di chi ha voluto a tutti i costi tenermi in vita.”
Firmato: Vivienne Delacroix.
Lo scrittore venne
fermato nuovamente quella stessa sera. Lo portarono in
questura per l’ennesimo interrogatorio. Questa volta non
protestò, non si agitò. Si limitò a sedersi sulla stessa
sedia di metallo, con lo sguardo spento. Il caso
venne chiuso. Lo scrittore ritenuto colpevole di
omicidio: “Fine pena mai.” Il corpo della donna non fu
mai identificato con certezza.
L’avvocato riuscì
a parlargli per pochi minuti prima che lo riportassero
definitivamente in cella. Si chinò verso di lui e gli
chiese a bassa voce, guardandolo negli occhi: «Questa
volta me lo dica sinceramente. È colpevole?» Lo
scrittore sollevò lentamente lo sguardo. Sul suo viso
apparve un sorriso stanco, quasi malinconico, che non
arrivava agli occhi. «Avvocato mi creda… io non l’ho
uccisa.» Fece una breve pausa, poi aggiunse con voce
ancora più bassa. «Ma forse lei ha ucciso me.»
L’avvocato rimase in silenzio mentre gli agenti lo
portavano via. Fuori dalla finestra della questura la
pioggia aveva finalmente smesso, lasciando solo il
riflesso delle luci sulla strada bagnata. Lo
scrittore dal carcere non scrisse più sul suo blog. E
ogni volta che qualcuno attraversa quel ponte sul
Lungotevere nelle sere di pioggia, c’è chi giura di
sentire ancora, in lontananza, il suono secco di tacchi
alti sull’asfalto bagnato. |
Questo racconto è opera di pura
fantasia. Nomi, personaggi e luoghi sono frutto
dell’immaginazione dell’autore e qualsiasi
somiglianza con fatti, scenari e persone è del
tutto casuale.
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