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RACCONTO
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Adamo Bencivenga
TRE UOMINI
Mi chiamo Ginevra perché mia madre mi ha partorita allo Hug Maternity della città svizzera mentre era in viaggio di nozze con mio padre. Ora, dopo trent’anni più quattro, mi sento di aver raggiunto il picco più alto della mia consapevolezza di vita e di donna....

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Mi chiamo Ginevra perché mia madre mi ha partorita allo Hug Maternity della città svizzera mentre era in viaggio di nozze con mio padre. Ora, dopo trent’anni più quattro, mi sento di aver raggiunto il picco più alto della mia consapevolezza di vita e di donna. Lavoro in una grande multinazionale di viaggi a Roma, di quelle che promettono paradisi, libertà, evasione e divertimento a rate mensili.
Sono bella, me lo dicono da sempre, e lo so anch’io quando mi guardo allo specchio con i miei capelli che cadono morbidi, un corpo che ancora risponde agli sguardi, e soprattutto con i miei occhi, maliziosi e profondi che dicono di più di quanto vorrei far scoprire. Le colleghe dicono che sono troppo invitanti. Io sorrido e alzo le spalle, ma dentro penso che forse abbiano ragione.

Sono sposata con Samuele da quattro anni. Un matrimonio da copertina e un attico luminoso a Monteverde. Lui che mi adora e non mi fa mancare niente. Viene da una famiglia che di soldi ne ha sempre avuti, lavora nell’impresa di famiglia, è buono, presente, affidabile. Il classico uomo che tutte le donne vorrebbero avere. E io lo volevo, infatti l’ho sposato.

Dicevo quattro anni insieme, ma sono bastati pochi mesi per capire che il suo fascino e questa tranquillità che mi dà ogni giorno non mi sarebbero bastati. Lui non ha avuto nessuna colpa in questa storia. È sempre stato un marito attento, presente, affidabile e premuroso. Il problema ero io. Io che dentro avevo un fuoco che non si spegneva, una fame che non trovava nome. E sin da subito sentivo di volere di più: più intensità, più profondità, più vita che vibrasse, più emozioni che mi scaldassero il cuore.
Mi bruciava la terra sotto i piedi anche quando tutto era calmo. Era come se la stabilità che avrei dovuto desiderare fosse per me una forma lenta di soffocamento. E questo mi spaventava, perché sapevo di ferirlo. Eppure, non riuscivo a fingere una serenità che non provavo. Dentro di me c’era una parte inquieta, vorace, che rifiutava di adattarsi, ma allo stesso tempo non ne conoscevo né la causa né il modo con cui avrei potuto appagare quella bramosia.

Il sesso era diventato un copione del sabato sera: luci soffuse, lui che mi baciava sul collo nello stesso punto, la stessa posizione, lo stesso ritmo, lo stesso letto, le stesse parole sdolcinate durante e lo stesso silenzio educato dopo. Meccanico. Pulito. Anoressico. Sicuro. Come tutto il resto della nostra vita. Io non volevo tradirlo, giuro. Non ci pensavo nemmeno. Desideravo qualche brivido in più, quel tanto che bastava a ricordarmi che ero una femmina, non solo una moglie ben vestita.


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Poi è arrivato Teo. Sei anni meno di me, con quell’entusiasmo giovane che gli usciva dagli occhi, quel modo di guardarti come se nella stanza ci fossi soltanto io. Il primo giorno l’ho notato subito. Era in piedi, in disparte, vicino alla macchinetta del caffè, cravatta un po’ storta, sorriso sghembo. Mi ha guardata ed io mi sono presentata come una vecchia veterana e ho sentito da subito un piccolo strappo dentro, come una cucitura che cede. La sera mentre tornavo a casa in macchina mi sono chiesta se fosse lui quello che avevo aspettato per troppo tempo.

All’inizio sono state solo pause caffè. Cinque minuti di chiacchiere, stessi gusti, stesse preferenze, stesso modo di vedere la vita, cinque minuti che sono diventati dieci, poi quindici. Poi gli aperitivi dopo il lavoro.
«Solo uno, eh…» Mi dicevo.
E invece restavamo lì fino a che non mi accorgevo di essere in tremendo ritardo. I messaggi serali sono arrivati dopo, lentamente, senza che nessuno dei due decidesse davvero di iniziarli.
«Oggi eri bellissima con quel jeans aderente e le sneakers.» Mi ha scritto una sera. Io ero sul divano, Samuele in cucina che preparava la cena. Ho sentito il cuore fare un salto carpiato.
Mi sono chiesta: «Cavolo! Allora gli piaccio!»
Ho risposto con una battuta, ma le dita mi tremavano. Da lì un fiume di parole, ma niente di esplicito. Eppure, ogni frase la sentivo carica, intima, pericolosa. Mi faceva sentire desiderata. Femmina. Di nuovo.

Non so quando sia successo esattamente. Non c’è stato un momento preciso in cui abbiamo detto “ok, diventiamo amanti”. Siamo semplicemente caduti dentro la rete, come due idioti che fingono di non vedere le maglie che si stringono.
Quel giorno pioveva, era l’ora di pranzo. Eravamo in macchina, nel parcheggio dell’ufficio. Io avevo un panino mezzo mangiato in mano, lui rideva per un commento cinico che avevo fatto su un cliente insopportabile. Ridevamo forte, di quella risata liberatoria che ti fa dimenticare tutto. Poi, di colpo lui ha smesso. Il silenzio è piombato tra noi, denso, elettrico. Tre secondi. Li ho contati. Uno. Due. Tre.

Mi ha guardata. Occhi scuri, seri, affamati. Il cuore mi batteva talmente forte che pensavo lo sentisse anche lui. Ha allungato una mano, mi ha preso piano il viso. Il suo pollice mi ha sfiorato il labbro inferiore.
«Ginevra…» Ha mormorato con la voce piena di emozione.
Non ho risposto. Non ce n’era bisogno.
Si è avvicinato e mi ha baciata. Sapore di caffè, di pioggia, di proibito. Io ho risposto con una fame che non sapevo di avere. Le mani tra i suoi capelli, la bocca che si apriva, il respiro che si mescolava. Fuori l’acqua batteva sul parabrezza come un applauso osceno. Dentro, tutto bruciava.
In quel momento non ero più la moglie perfetta dell’attico a Monteverde e i pranzi domenicali dai suoceri. Ero solo Ginevra. Una ragazza, con dieci anni di meno, che aveva solo voglia di vivere e liberarsi. Bagnata di desiderio e di pioggia. E lui ha continuato a baciarmi senza tanti discorsi o promesse romantiche.

Il giorno dopo alla stessa ora eravamo nel suo monolocale. È stato tutto automatico. Naturale. Niente parole. Come se i nostri corpi sapessero già esattamente cosa fare. Le mani di Teo erano ovunque: sul collo, sui fianchi, sotto la camicetta. Mi ha baciata avidamente mentre slacciava i bottoni. Sentivo la sua passione e non pensavo più a niente. Per la voglia i miei capezzoli duri mi facevano quasi male. Una voglia brutale, animale, che mi saliva dalla pancia e mi incendiava la pelle.
Ci siamo spogliati in fretta, quasi ridendo per la goffaggine. Non avevamo troppo tempo. La gonna è finita per terra, la sua camicia sul divano. Non ci sono stati preliminari lunghi, non servivano. Eravamo già fradici di desiderio. Mi ha presa contro il muro della piccola camera, poi contro lo stipite della porta, poi sul letto sfatto. Pelle contro pelle, mani che stringevano, bocche che si cercavano affamate.
«Scopami Teo…» E penetrarmi è stato come prendere fiato dopo aver trattenuto il respiro per anni. Forte. Profondo. Senza cerimonie. Solo corpi che si fondevano, sudore, gemiti soffocati, il rumore osceno della carne che sbatteva.
«Cazzo, Ginevra…» Ha sussurrato mentre mi teneva i polsi sopra la testa.
Non ho risposto. Ho solo affondato le unghie nella sua schiena e mi sono lasciata andare. Venire è stato violento, liberatorio, un getto continuo che mi ha fatto sentire femmina.

Tutto è durato meno di un’ora, tragitto compreso di andata e ritorno. Ci siamo rivestiti quasi senza parlare, con sorrisi complici e un po’ imbarazzati. Siamo saltati in auto e mi ha dato un ultimo bacio veloce lungo il tragitto, come a sigillare quello che avevamo appena fatto.
Quando siamo tornati in ufficio avevamo il fiato corto, io la gonna sgualcita, il rossetto rifatto male nello specchietto dell’auto e i capelli un po’ troppo arruffati. Mi sono seduta alla scrivania fingendo di controllare delle prenotazioni. Nessuno ha notato niente. Io però mi sentivo come se avessi mille occhi addosso: «Ho appena tradito mio marito, ma non provo rimorso.» Era terribile, ma anche bellissimo.


******

Da quel giorno il sesso con Teo è rimasto così: fisico, crudo, appagante. Niente chiacchiere sui sentimenti, niente “ti amo”, niente progetti. Solo corpi fusi e liquidi mescolati. Mani che sapevano esattamente dove stringere, bocca che esplorava, pelle che scottava, scopate profonde e senza filtri. A volte in un parcheggio poco lontano dall’ufficio durante la pausa pranzo, con il rischio che qualcuno passasse e ci vedesse attraverso i vetri appannati. Altre volte nel suo monolocale, prima di tornare a casa da Samuele, con l’orologio che correva e il cuore che batteva forte per la doppia vita.

Amavo mio marito. Lo amo ancora. E mi ripetevo che non gli stavo rubando niente perché con Teo non era amore, non c’era sentimento, ma solo fame. Sentirsi desiderata come una donna, non come una moglie. Mi piaceva da morire quel ruolo di amante segreta, la preda consenziente, quella che di giorno sorrideva composta e di nascosto si faceva scopare con una voglia incontrollabile. Due uomini diversi. Due vite parallele.

Non passava giorno che non lo facessimo. Con lui mi sono scoperta una donna insaziabile e lui trovava sempre uno spicchio di tempo, un quarto d’ora rubato o una pausa pranzo allungata. Lo desideravo con una fame che mi spaventava e mi eccitava insieme. Volevo essere penetrata, sentirmi aperta, vinta, riempita. Volevo accoglierlo nel mio mondo umido e caldo di donna, sentirlo riempirmi quel vuoto fisico siderale, spingere fino in fondo mentre mi mordeva la spalla e mi incitava ad urlare. E la cosa più assurda, più sporca e più vera di tutte, era che quel tradimento mi rendeva una moglie migliore.

Tornavo a casa la sera con le gambe ancora molli, l’odore di Teo ancora addosso nonostante la doccia veloce, e sorridevo a Samuele come non facevo da anni. Serena. Luminosa. Disponibile. Cucinavo senza sbuffare, mi interessavo al suo lavoro, chiacchieravo di tutto e di niente, gli accarezzavo la nuca mentre mangiava. Le faccende di casa non mi pesavano più. Piegavo i suoi vestiti con una strana tenerezza, stiravo le sue camicie quasi con gratitudine. E soprattutto… facevo volentieri l’amore con lui.
Senza quel peso morto nel petto, senza la sensazione soffocante del “dovere coniugale”. Lo accoglievo dentro di me con leggerezza, quasi con dolcezza. A volte ero ancora bagnata del piacere di Teo e quella consapevolezza mi faceva sentire oscenamente viva, ricca di poter offrire amore.
Una sera Samuele mi ha guardata mentre ero sopra di lui, i capelli che mi cadevano sul seno, e ha sussurrato: «Amore… sei cambiata. Sei diventata più donna. Più calda. Più bella. Non so cosa ti stia succedendo, ma non smettere.»

Ho sorriso, mi sono chinata a baciarlo sul collo per nascondere gli occhi, e ho mosso i fianchi più lentamente, prendendomelo tutto. Dentro di me pensavo: «Se solo sapessi che questa fica che adori così tanto, che baci, che lecchi con devozione, fino a un’ora fa era piena di un altro…» Era scandaloso. Era immorale. Era eccitante da morire.
Certo sì, non avrei smesso, perché funzionava, eccome funzionava! Lui mi amava perché facevo l’amore con un altro ed io ero diversa perché un altro mi rendeva divina.


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Siamo andati avanti così per sei mesi. Sei mesi di equilibri perfetti e pericolosi. Teo non voleva altro: non cercava storie, non parlava di futuro, non mi chiedeva di lasciare mio marito. Voleva solo il mio corpo. Voleva scoparmi, prendermi quando gli pareva, farmi venire con quella sua foga giovane ed egoista. E io glielo concedevo. Mi piaceva essere esattamente ciò che lui voleva che fossi.
Samuele, invece, non sospettava nulla. Come avrebbe potuto? Tornavo da lui più affettuosa, più presente, più desiderosa. Ero finalmente la sua moglie perfetta.
Due uomini. Due modi diversi di possedermi.
E io, in mezzo, finalmente completa. Sporca. Felice. Terribilmente viva.

Non mi domandavo quanto sarebbe durata quella doppia vita. Stavo bene così, gestivo tutto con una tranquillità quasi inquietante. Teo per la carne, Samuele per la quiete domestica. Due uomini, due bisogni soddisfatti. Fino a quando non è arrivato Gabriele.

Il nuovo direttore creativo. Cinquant’anni, sposato, barba curata sale e pepe, occhi verdi che sembravano leggermi dentro. Colto in modo quasi fastidioso, amante dei doppi sensi e terribilmente maliziosi: citava Oscar Wilde a memoria, sorrideva con sufficienza quando qualcuno parlava di vacanze low-cost, e beveva solo vino rosso che costava più della mia borsa. Aveva un debole dichiarato per la lingerie sopraffina e per le donne eleganti, quelle che camminano sui tacchi dodici come se fossero nate con quelli ai piedi. Alle collaboratrici più giovani rigorosamente in jeans rivolgeva a malapena uno sguardo, lui amava la femme fatale e non si sarebbe mai abbassato a corteggiare una di noi. E forse è stata proprio quella indifferenza glaciale a farmi scattare qualcosa dentro.

La prima volta che l’ho visto, era in sala riunioni. Ha alzato gli occhi dal laptop, mi ha squadrata per un secondo, jeans, maglione morbido, coda di cavallo, e quasi schifato ha subito riportato l’attenzione sullo schermo, come se non fossi degna di nota.
Invece io ho sentito le farfalle nello stomaco, lo stesso brivido elettrico di sei mesi prima con Teo. Solo che questa volta era diverso. Non c’era complicità immediata, non c’era il proibito facile. Gabriele era una montagna di quattromila metri da scalare e io non avevo nemmeno gli scarponi.

È diventata così una sfida e il mio unico scopo era quello di essere notata, ma una mattina mentre stavo andando verso la sala riunioni ho visto Gabriele in piedi sulla soglia del suo ufficio, la porta semiaperta. Mi sono fermata di colpo, seminascosta dietro una colonna di piante. Davanti a lui, di spalle, c’era una donna. Una quarantenne da togliere il fiato! Alta, slanciata, sicuramente un’ex modella, con una postura che sembrava scolpita negli anni di passerelle.
Indossava un trench beige che le arrivava appena sotto il ginocchio, lasciato aperto su un abito nero stretto che sottolineava ogni curva con eleganza spietata. Le gambe erano fasciate da calze nere velate con la riga posteriore perfettamente dritta, un dettaglio rétro che urlava una seduzione consapevole. I tacchi a spillo di vernice nera lucida, i capelli, di un castano caldo con riflessi miele, erano raccolti in uno chignon morbido e impeccabile. Aveva uno charme inconfondibile, quello delle donne che sanno di essere desiderate senza doverlo dimostrare.

Gabriele le ha sorriso con una familiarità calda, quasi intima. Le ha posato una mano sulla vita. Lei ha riso, poi si è avvicinata a lui e lo ha baciato sulla bocca, senza fretta, un bacio di due persone che si conoscono da anni e ancora se lo godono. Da lì ho capito che era la moglie.

Ho sentito una fitta calda allo stomaco. Non era semplice gelosia. Era qualcosa di più viscerale: invidia, fascinazione, sfida e soprattutto la consapevolezza dove io non sarei mai potuta arrivare. Quella donna era esattamente il tipo che Gabriele dichiarava di desiderare. Elegante. Matura. Irraggiungibile per chi non giocava nella sua stessa categoria. Una vera femme fatale, di quelle che entrano in una stanza e la dominano senza alzare la voce.

Quando lei si è avviata verso l’ascensore, ancheggiando con naturalezza, sono rimasta immobile. Il suo profumo mi ha avvolto come una carezza. Gabriele, sulla soglia, ha incrociato il mio sguardo e nei suoi occhi è passato qualcosa di oscuro, di divertito e di pericoloso. Come se avesse capito perfettamente che quella visione, invece di scoraggiarmi, aveva appena acceso un fuoco dentro di me. La partita era appena diventata molto più interessante.

Da quel giorno ho smesso di vestirmi come una donna matura che cerca ancora di essere un’adolescente. Niente più jeans e sneakers. Ho tirato fuori i miei tubini che aderivano perfettamente ai miei fianchi, i tacchi alti che facevano risaltare le gambe, il rossetto rosso fuoco, la calza velata nera. Mi truccavo con cura la mattina, sceglievo la biancheria anche se sapevo benissimo che non l’avrebbe vista. Volevo la sua attenzione, ma soprattutto la mia considerazione e non pensavo di tradire Teo e Samuele. Stavo bene così e volevo soltanto giocare con me stessa, che lui mi guardasse come guardava certe donne e vedere, se avessi voluto, dove sarei potuta arrivare.
E alla fine ci sono riuscita!

I primi approcci sono stati lenti, quasi impercettibili. Un complimento, detto quasi controvoglia, sulla campagna che avevo proposto.
«Finalmente un’idea che non sembra uscita da un catalogo low-cost, Ginevra.»
Poi un caffè offerto in sala break.
«Quel colore ti dona…» Ha mormorato una mattina, sfiorando con lo sguardo il mio tubino bordeaux. Solo quello. Ma i suoi occhi verdi si sono fermati un secondo di troppo sulle mie gambe accavallate fasciate di nero.

Ho cominciato a restare in ufficio più a lungo. Lui faceva lo stesso. Le settimane successive divennero un gioco sottile, un duello di intelligenza e desiderio mascherato da innocenza professionale. La luce dei nostri laptop era l’unica illuminazione. Lui si sedeva sul bordo della mia scrivania, la cravatta allentata, la voce bassa mentre citava Wilde come parlasse del tempo.
«Il vero peccato è la superficialità. Tutto il resto è perdonabile.»
Io rispondevo sorridendo, incrociando le gambe con studiata noncuranza, lasciando che il silenzio tra noi si caricasse di elettricità.

Una sera l’ho incrociato sotto l’ufficio. Abbiamo fatto quattro passi e poi mi ha invitata in una enoteca nascosta nel ghetto ebraico. Abbiamo ordinato un Barolo che sapeva di terra e peccato. Lui parlava di trasgressione non come ribellione, ma come estetica.
«La vera eleganza…» Ha detto, facendo ruotare il bicchiere tra le dita.
«È violare le regole senza mai apparire volgari.»
I suoi occhi si sono fermati sulle mie labbra mentre lo diceva. Non ho distolto lo sguardo. Lo percepivo come una sfida e volevo assolutamente rischiare.

La prima volta che mi ha toccato è stato per caso. Mentre mi aiutava a indossare il soprabito, ho sentito le sue dita sfiorarmi la pelle nuda della mia nuca. Un brivido mi ha attraversato la schiena. Nessuno dei due ha commentato, ma entrambi sapevamo che quel contatto aveva rotto una diga invisibile. Poi una sera durante una presentazione ci siamo ritrovati in un bar con vista sul Colosseo illuminato. Due Negroni. Poi un terzo. La conversazione si è fatta più pericolosa.
«Sai qual è la cosa che mi eccita di più?»
Mi ha chiesto, avvicinandosi tanto che sentivo il calore del suo respiro.
«Quando una donna mi guarda come se stesse già immaginando cosa succederebbe se smettessimo di parlare.»
L’ho guardato esattamente così.

Quella sera mi accompagnato a casa. Nella sua macchina sotto il portone credevo mi baciasse, ma si è limitato a sfiorarmi il braccio con le dita, scendendo lentamente fino al polso, come se stesse tracciando una promessa.
«Non ho fretta.» Ha mormorato.
«Voglio che quando succederà, tu sia già pronta.»
Le sue parole mi sono rimaste addosso per giorni. Il suo corteggiamento era una lenta combustione. Email su libri oscuri, aforismi e desideri inconfessabili. Pranzi di lavoro che duravano tre ore e finivano con le sue dita che sfioravano le mie sopra il tavolo. Una volta, in ascensore, mi ha spinto delicatamente contro la parete, senza baciarmi, solo premendo il corpo contro il mio per un istante eterno. Poi le porte si sono aperte ed è tornato il professionista impeccabile, lasciandomi tremante.

Io intanto occupavo i miei ritagli con Teo e la sera con Samuele, ma il pensiero di Gabriele era ormai un chiodo fisso. La mattina passavo ore in bagno a prepararmi, per avvicinarmi in più possibile a quell’immagine che lui gradiva. Una sera di pioggia battente, dopo l’ennesima cena finita troppo tardi, rimasti soli, si è alzato dal tavolo. L’ho seguito con lo sguardo, si è intrattenuto col titolare, poi tornando mi ha detto.
«Questo locale, ha tre stanze al primo piano, una è fortunatamente libera e noi se vuoi la possiamo occupare.»
Non ho risposto e lui ha aggiunto sorridendo.
«Tranquilla, non voglio fare l’amore. Voglio solo guardarti senza fretta. Voglio vedere fino a che punto riesci a resistere prima di implorarmi.»
Curiosa e tremante l’ho seguito. Lui mi ha stretto forte la mano, sapeva che se avesse voluto avrei ceduto all’istante.

La stanza era essenziale: un letto, una poltrona e un intenso profumo di peccato. Come promesso non mi ha toccata. Si è seduto sulla poltrona e mi ha detto.
«Inizia.»
Sapevo cosa fare. Ho slacciato la lunga fila di bottoni e mi sono tolta il vestito lentamente, lasciando che ogni gesto fosse una provocazione. Sono rimasta in lingerie nera, il cuore che batteva forte. Lui sorseggiava un whisky, gli occhi golosi, ma il controllo assoluto.
Mi ha guardata e poi ha detto: «Lo sapevi vero?»
Ho sorriso: «Se si desidera ardentemente qualcosa, prima o poi accadrà! L’importante è avere costanza ed aspettare…»
«Vieni qui.»
Mi sono avvicinata. Mi ha fatto inginocchiare senza mai perdere il contatto visivo. Mi ha accarezzato il viso, il collo, il bordo del reggiseno, ma niente di più. «Ecco così, inclina leggermente la testa. Sei un’opera d’arte.»
Poi, finalmente, mi ha baciata. Un bacio lento, superficiale, che sapeva di whisky, di attesa e di desiderio. E io ho capito che il crescendo era appena iniziato. Un copione che quella sera non prevedeva che allargassi le gambe, che togliessi le mutandine, ma che gustassi tutto ciò che sarebbe venuto, in un momento impreciso del mio prossimo futuro. Mi sentivo stimolata. Desiderata in un modo nuovo.
Con Teo ero carne, con Samuele ero casa, ma con lui mi sentivo intelligente, seducente, profonda, ma anche preda.
Ero divisa, ma intera.


******

Ormai ero certa che sarebbe successo ed ogni giorno appena alzata pensavo che fosse quello buono. Ci sono stati altri giorni di occhiate, sguardi profondi e parole mezze dette fino a quando in un pomeriggio normale tornando a casa mi sono ritrovata nella borsa un biglietto da visita di un hotel con scritto a penna: “Domani sera, alle otto, mi raccomando la puntualità.” Niente messaggi solo quel cartoncino rosa che sapeva di antico!
Quella è stata la prima volta vera, in un albergo a cinque stelle sulle colline fuori Roma. A Samuele avevo detto che sarei rimasta a dormire da un’amica. A Teo avevo scritto che ero stanca e sarei andata a letto presto. Due bugie facili, pronunciate senza battere ciglio.
Gabriele aveva prenotato una suite immersa in una penombra calda e complice, illuminata solo da lampade basse con paralumi di seta color ambra e da qualche candela profumata al sandalo e vaniglia, sistemate strategicamente negli angoli.

Le grandi finestre affacciate sulle colline romane erano velate da tende di lino trasparenti, che lasciavano filtrare appena il bagliore della luna e delle luci lontane della città, creando giochi di ombre lunghe e morbide sulle pareti. Il letto dominava la stanza, coperto da lenzuola di seta nera. Un enorme specchio antico era appoggiato alla parete di fronte al letto: rifletteva ogni movimento, ogni respiro, trasformando la stanza in un teatro intimo e proibito. L’aria era densa di un profumo sensuale, mentre una bottiglia di champagne riposava nel secchiello del ghiaccio accanto a due flûte.
Tutto era studiato per far scomparire il mondo fuori, solo il crepitio del fuoco del grande camino. La penombra avvolgeva ogni cosa, nascondendo i dettagli, ma esaltando le curve, le ombre sotto i seni, la linea del mio viso, rendendo ogni sguardo più intenso, ogni tocco più elettrico. Era il posto perfetto per tradire due uomini senza rimpianti.

Lui era già lì, in camicia bianca con i primi bottoni aperti, un bicchiere di whisky in mano. Mi ha guardata dalla testa ai piedi, lentamente.
«So che sotto quel tubino c’è qualcosa di speciale.» Ha sussurrato.
Non era solo la mia pelle o il mio corpo a interessarlo. O forse lo era, ma lo desiderava come si desidera un dono prezioso: qualcosa da scartare con calma, assaporando ogni istante, come una scatola di finissimi cioccolatini legata da un delicato nastro di raso rosa.
«Fammi vedere.»

Mi sono spogliata piano, sotto il suo sguardo. Reggicalze nero La Perla, calze Philippe Matignon con la riga dietro perfettamente dritta, le mutandine di pizzo trasparente mi sfioravano il sesso già bagnato. Gabriele non aveva fretta. Si è seduto sulla poltrona di velluto, ha accavallato le gambe ed ha bevuto un sorso di whisky. Mi osservava come se volesse memorizzare ogni centimetro di quella scena, ma anche dei miei respiri, dei miei brividi e di quanta femminilità potevo offrirgli.
Quando finalmente si è alzato e mi ha toccata, le sue mani erano sicure e sapevano cosa fare. Non l’urgenza affamata e carnale di Teo che mi avrebbe già sbattuta contro il muro. Non la tenerezza familiare di Samuele. Gabriele mi esplorava. Mi studiava. Mi assaporava. E ogni suo sguardo era una carezza ruvida. Mi parlava mentre mi sfiorava, parole colte, sporche, eleganti, e io mi sentivo sciogliere.

Le sue mani grandi risalivano lente lungo le mie gambe, accarezzando il bordo di pizzo del reggicalze, sfiorando con le dita l’interno morbido delle cosce, senza mai arrivare dove il mio corpo già pulsava e lo reclamava. Si è fermato un attimo, guardandomi dall’alto con quegli occhi scuri che sembravano brillare più del camino.
«Vedi Ginevra.»
Ha mormorato mentre il pollice tracciava piccoli cerchi sulla mia pelle sensibile appena sopra il bordo della calza.
«Le donne nude sono tutte uguali. Togli via i vestiti e hai due seni, una fica, due gambe. La natura è stata generosa, ma ripetitiva. Ciò che rende una donna indimenticabile non è la forma del suo corpo… è come decide di offrirlo. È nel modo in cui inarca la schiena, nel modo in cui apre lentamente le gambe. È nello sguardo che non abbassa, nelle labbra che si schiudono prima ancora della bocca. È nel respiro che diventa più profondo, nel modo in cui fa scivolare le dita sulla sua fica come per dire: “Te la sto donando”.»

Le sue dita sfioravano il pizzo bagnato delle mutandine senza spostarlo. «Impreziosire la propria femminilità significa trasformarla in un rituale. Una donna consapevole non si limita a essere scopata. Si offre. Si muove come se il suo piacere fosse un’arte antica. Sa quando restare immobile e lasciare che gli occhi dell’uomo la divorino. Sa quando tremare, quando gemere piano, quando mordersi il labbro e guardare il suo amante come se lui fosse l’unico uomo rimasto sulla terra. È l’eleganza nella lussuria. La grazia nella depravazione. Questo la rende già unica.»

Così dicendo ha iniziato a baciarmi ovunque collo, seni, ventre, l’osso del bacino evitando scientemente dove avrei voluto.
«Una donna come te non dovrebbe mai essere presa di fretta… Il desiderio va coltivato. Come un buon vino rosso.»
Poi la sua bocca è scesa. Lenta, sapiente, quasi crudele. Mi ha leccata fino a farmi tremare, fermandosi ogni volta che ero vicina al limite, guardandomi con quegli occhi profondi che sembravano divertiti dal mio tormento. Quando finalmente è entrato dentro di me, è stato profondo, controllato, un’ondata dopo l’altra. Mi ha scopata guardandomi negli occhi, una mano stretta tra i miei capelli, l’altra che mi stringeva il fianco. Ogni spinta era accompagnata da una frase bassa, sporca ed elegante insieme.
«Senti come sei accogliente ora? Brava, così. Lasciati andare.»

Scivolava lento, caldo, tra quelle due morbide gole di carne. Ogni spinta faceva tremare la mia pelle calda e sensibile che avvolgeva la sua durezza. Io ero lì, sdraiata, con il reggicalze ancora addosso, le calze nere tese sulle cosce, le mutandine spostate di lato e già fradicie. Ero persa. Ero una moglie e un’amante infedele che aveva mentito a due uomini per venire a farsi usare in una suite di lusso. Ero eccitata da quella consapevolezza come da un veleno dolce.

«Guardati.» Mormorava. «Guarda come ti fai scopare. Docile e sottomessa al piacere… vuoi sentirti desiderata fino a star male.»
A quel punto ha accelerato. Istintivamente ho allargato ancora di più le gambe.
«Così… brava. Impreziosisci la tua femminilità, Ginevra. Mostrami quanto ti piace essere usata. Quanto ti piace tradire e sentirti troia.»
I miei fianchi si muovevano da soli, premendo la mia fica bagnata contro di lui per sentirlo interamente. Ero completamente sua in quel momento. Non pensavo più a Samuele. Non pensavo più a Teo. C’era solo quella penombra dorata, il crepitio del camino, il suono osceno della sua carne che scivolava tra la mia, e il desiderio feroce di sentirmi completamente riempita, usata, marchiata.

Sono venuta due volte prima che lui si concedesse: tutte e due le volte con un orgasmo lungo e devastante che mi ha strappato un grido che non riconoscevo. Lui è venuto dopo, in silenzio, mordendomi la spalla, il corpo teso come una corda di violino.
E mentre veniva, ho capito la verità più scandalosa di tutte. Un solo uomo, per quanto appassionato, mi avrebbe lasciato comunque incompleta.

Avevo bisogno di tutti e tre. Di Teo per la carne pura, per essere sbattuta come una puttana. Lui era la forza. Quello che mi sbatteva contro il muro o sul letto come se volesse marchiarmi dentro. Con lui non c’erano parole tenere: solo carne, sudore, morsi e spinte profonde che mi facevano sentire posseduta, dominata, viva. Riempiva il mio bisogno di essere presa e sopraffatta
Di Samuele per la stabilità, per la carezza della normalità e il sapore di casa dove rifugiarmi. Con lui non c’erano giochi estremi né parole oscene sussurrate all’orecchio. C’era la consistenza calda di una vita costruita insieme. Samuele era l’ancora, la mia quiete dopo la tempesta.
E di Gabriele per la mente, per quel brivido intellettuale che mi faceva sentire viva in un modo nuovo. Mi toccava come se fossi fatta di vetro e fuoco insieme. Le sue mani sapevano esattamente dove e come sfiorarmi per farmi tremare. Con lui imparavo il piacere dell’attesa, della negazione, del controllo sottile. Mi faceva implorare. Mi faceva sentire desiderata fino allo stremo. Era l’intimità oscura, quella più pericolosa. Con lui parlavo senza parlare. Mi guardava negli occhi mentre mi penetrava lentamente, come se volesse entrarmi nell’anima oltre che nel corpo. Era il più intimo, il più inquietante. Quello che accarezzava il mio vuoto mentre lo riempiva.

Tre uomini.
Tre modi diversi di possedermi.
E io, al centro, insaziabile, egoista, finalmente completa.
Tre uomini. Uno, due, tre. Erano la somma perfetta del mio appagamento totale.
Mi dividevo tra loro tre e, paradossalmente, mi sentivo finalmente intera. Non ero più frammentata: ero moltiplicata. Ero carne, desiderio, potere e abbandono. Ero completa. Tre uomini. La mia santissima trinità del piacere. L’unica cura che avessi mai trovato per quella voragine oscura, quel buco nero che mi portavo dentro da sempre.


******

Da quella notte mi sono resa conto che gestire un marito, un amante e un secondo amante non era più un gioco: era la mia vita! Certo anche un lavoro a tempo pieno. Una precisa, maniacale pianificazione. Non potevo permettermi un solo errore.
A Samuele raccontavo riunioni infinite, clienti giapponesi impossibili, trasferte lampo, cene con le colleghe. Lui annuiva, mi dava un bacio sulla fronte e mi diceva: «Non esagerare, amore.»
Io sorridevo, con il senso di colpa che mi si annodava nello stomaco solo per un secondo, prima di sciogliersi nella solita eccitazione.
Con gli altri due non potevo usare il lavoro come scusa. Allora inventavo cene da mia madre, serate da mio padre separato, visite ai nonni, mal di testa improvvisi, qualsiasi cosa per conquistarmi un pezzo di libertà. Mentivo con una naturalezza che mi spaventava.

Il momento più pericoloso è arrivato una sera di ottobre, durante la festa aziendale al Roof garden di un hotel in centro. Stavo parlando con Gabriele vicino al bar. Lui era impeccabile, come sempre: camicia scura, bicchiere di rosso in mano, voce bassa che mi raccontava qualcosa su un film di Buñuel. Io ridevo piano, forse un po’ troppo vicina a lui, quando sentii uno sguardo bruciarmi la nuca. Mi sono voltata.
Dall’altra parte della sala, vicino alle vetrate, c’era Teo. Cocktail in mano, cravatta allentata, occhi fissi su di noi. Per un attimo il tempo si è fermato. Gabriele mi stava sfiorando il gomito con la mano mentre mi sussurrava: «Vorrei scoparti ora…»

Ho sorriso per l’imbarazzo. Teo ci stava guardando. Io ero in mezzo, con il cuore che mi esplodeva nel petto. Gabriele notando il mio cambio d’espressione, ha sorriso maliziosamente: «Tutto bene Ginevra?»
Ho risposto «Sì…»
Cercando di mantenere la voce ferma, ma in quel secondo infinito Teo si è avvicinato, mi ha preso in disparte: «Dopo la festa, a casa mia ok? Ho voglia di scoparti…»
Anche questa volta ho sorriso mentre Gabriele mi guardava a due metri da noi.
Dentro di me si è scatenato il caos. Ero terribilmente a disagio. Il cuore mi batteva forte, le gambe tremavano. Eravamo a una festa aziendale, circondati da colleghi e lì, a pochi passi l’uno dall’altro, due uomini mi desideravano ardentemente, desideravano la mia fica, ignari delle intenzioni dell’altro.

Eppure, proprio quel pericolo mi stava facendo bagnando. Sentivo un calore liquido tra le cosce, un’eccitazione quasi dolorosa. Due uomini affamati di me, ora mi volevano nello stesso momento. L’idea che potessero sospettare, che potessero guardarsi con ostilità mentre io ero lì, in mezzo a loro, con le mutandine già fradicie, mi provocava un brivido perverso.
«Scusami un attimo.» Ho detto a Teo. Mi sono allontanata verso la toilette, ma sentivo gli sguardi di entrambi sulla schiena, sul culo fasciato dal tubino nero. Camminavo sapendo che mi stavano spogliando con gli occhi, entrambi convinti di essere l’unico a potermi avere quella sera.

Quella situazione era sbagliata, rischiosa. Eppure, non ero mai stata così eccitata. Due uomini che mi volevano con urgenza, due lingue che mi avevano già assaporata, due modi diversi di farmi urlare. E io ero lì a mentire a entrambi con un sorriso innocente, mentre il mio corpo tradiva già la decisione che ancora non avevo preso. Mi voltai appena.
Entrambi mi stavano fissando, l’uno era funzionale all’altro. E in quel preciso istante capii che mai avrei scelto.

Per il resto della serata mi sono mossa come un automa. Sorridevo, chiacchieravo, ma dentro di me c’era panico e tempesta. Immaginavo i due che si parlavano, che confrontavano le versioni, che capivano. Ho finto un malessere passeggero con Teo e quando finalmente sono uscita da lì, avevo le mani che tremavano così tanto che ho faticato a chiamare un taxi. Sono tornata a casa con la nausea. Quella notte, mentre Samuele dormiva sereno accanto a me, ho temuto che la situazione mi potesse sfuggire di mano che forse davvero avrei dovuto scegliere… ma non l’ho fatto.


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Chi gestisce una relazione extraconiugale sa che il nemico numero uno non è il sospetto del partner. È la stanchezza mentale. Non ero stanca del sesso, degli orgasmi rubati, degli alberghi. Ero stanca di inventare. Di ricordare cosa avessi detto a chi. Di incastrare orari come una contorsionista. Di sorridere a cena con Samuele mentre nella testa ripassavo la versione della giornata.
Cavolo avevo due amanti e un marito! Praticamente un mostro! Lo sapevo. Lo capivo. Ma quello che gli altri non avrebbero mai capito è che non stavo tradendo Samuele per fargli del male. Lo stavo tradendo proprio per restare con lui. Senza Teo e senza Gabriele sarei diventata una moglie frustrata, acida, che litigava per il dentifricio spremuto male. Invece ero serena. Disponibile. Calda. E Samuele era felice come non lo vedevo da anni, come non lo era mai stato quando ero una donna fedele.

Il prezzo lo pagavo solo io: in segreti, in tensione permanente, quando mi svegliavo alle tre di notte e mi chiedevo che cazzo di persona fossi diventata? Però poi al mattino mi truccavo con cura, sceglievo la lingerie a seconda di chi avrei dovuto incontrare quel giorno, scarpe da tennis e jeans per Teo, tacco alto e reggicalze per Gabriele. E così smettevo di pensarci. Non avevo tempo, gli altri mi richiedevano, mi volevano bella, desiderabile, illudendosi che fossi solo per loro.
I fine settimana però era sacri: solo Samuele.
Lunedì Teo aveva il calcetto, il venerdì partiva per l’Umbria dai suoi e quei giorni erano per Gabriele. Durante il giorno lavorativo, tra una prenotazione e l’altra, c’era spazio per Teo: scopate rapide e intense nel suo monolocale o nella sua macchina.
Il pomeriggio e la sera erano di Gabriele. Cena in posti discreti e poi immancabilmente albergo. Mi piaceva prepararmi nel bagno di casa, davanti ad Samuele che guardava la tv. Indossavo quei completini da troia, calze con la riga, tacchi alti, rossetto rosso. Sopra invece ero la moglie impeccabile che usciva con qualche amica, ma dentro mi sentivo la puttana di lusso. E mi piaceva da morire.


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Ora sono passati due anni circa, tutto prosegue e non ho intenzione di tornare indietro. Solo per un momento ho pensato di sostituire Teo, non perché non valesse, Dio, come mi fa godere! Ma perché è single. Troppo disponibile, troppo esigente di attenzioni, troppo pericoloso. Gabriele invece è sposato, metodico, ha i suoi orari blindati. So sempre dov’è, so esattamente quando mi invia i messaggi. Non mi aspetto colpi di testa.
Starei bene così, con i miei tre uomini. Del resto, non ho tempo da dedicare ad altro, loro mi riempiono la vita, anche se in me c’è sempre la voglia di esplorare e scoprire cose nuove. Ma poi penso che nella mia condizione non sarebbe facile trovarne un quarto. Non ho tempo. Sono sempre impegnata.

E allora continuo così con la mia voragine che nessuno ha mai riempito del tutto, nemmeno Samuele con la sua bontà e le sue attenzioni. È una fragilità antica, silenziosa, quasi vergognosa: la paura di scomparire, di diventare invisibile, di non essere considerate e ridurmi a una moglie ordinaria, a un corpo abituale, a una routine senza brivido. Ho bisogno degli uomini per sentirmi femmina, profondamente, visceralmente. Non mi basta essere amata. Voglio essere desiderata fino a perdere il controllo. Voglio quel momento preciso in cui i miei occhi si fanno lucidi, il respiro accelera e sento la fica bagnarsi, calda, gonfia, viva. Oppure quando sento il rumore del mio tacco 12 e so che gli altri lo percepiscono come un invito. È lì che torno a esistere davvero.

Quando Teo mi prende di fretta in macchina e mi penetra con quella fame egoista e mi riempie mentre fuori passa il mondo, è in quel secondo che il vuoto sparisce. Quando Gabriele mi guarda come se volesse mangiarmi l’anima prima ancora del corpo, quando mi fa aspettare, mi tortura con la lentezza e poi mi scopa con quella eleganza sporca, è allora che mi sento potente e fragile insieme. La mente che vola e il corpo che si arrende. Emozione e carne che si fondono in un unico, umido, pulsante bisogno.
Mi sento viva solo quando la mia fica si bagna. Quando il desiderio mi cola tra le cosce, quando il mio ventre si contrae prima ancora che mi tocchino.

È una dipendenza fisica e mentale. In quei momenti non sono più la brava Ginevra di Monteverde. Sono una donna che trema, che geme, che supplica con gli occhi. Sono desiderio puro. Sono femmina fino al midollo. E solo allora respiro davvero.
Per questo non posso rinunciare. Per questo continuo a mentire, a incastrare vite, a rischiare tutto. Perché tornare indietro significherebbe spegnermi. Diventare una di quelle mogli che fingono l’orgasmo e poi piangono in silenzio in bagno.

Non mi sento una troia. Non mi sento una poco di buono. Lo so, suona come una giustificazione comoda, ma è la verità che sento nella pancia. Altre donne sembrano bastare a sé stesse con un solo uomo, un solo letto, una sola versione di sé. La mia natura è diversa. Io cambio. Divento. Con Samuele sono la moglie dolce, quella che ride alle sue battute un po’ ingenue e gli accarezza la schiena dopo aver fatto l’amore con calma. Con Teo divento carne pura, bocca aperta e gambe spalancate, una che geme senza vergogna mentre viene sbattuta come se non ci fosse un domani. Con Gabriele sono mente e seduzione, la donna che parla di Wilde e di trasgressione con le calze velate e lo sguardo che promette tutto.
Non mi sento ambigua. Mi sento multipla. E forse è proprio questa la mia verità più profonda.

Ho bisogno di loro perché solo così mi sento sempre diversa, sempre nuova. L’identità non è una cosa fissa, immobile, da fotografare e incorniciare. È fluida. È in costante divenire. Come dice la teoria dell’indeterminazione applicata alle persone: l’unica costante è il cambiamento. Non puoi “misurare” perfettamente un’altra persona senza alterarla con la tua stessa presenza, con il tuo desiderio, con il tuo sguardo. E io non voglio essere misurata. Voglio restare imprevedibile, soprattutto per me stessa.

Con ognuno di loro offro una versione diversa di Ginevra, e ognuna è autentica. Non fingo. Ma tutte le versioni di me stessa hanno un minimo denominatore comune ossia l’eccitazione che parte dalla testa e scende fino a farmi tremare le ginocchia. È come applicare il principio di indeterminazione di Heisenberg alle relazioni umane. Lui aveva capito che non puoi conoscere posizione e velocità di una particella nello stesso momento. Io penso che con le persone sia lo stesso: non puoi pretendere di conoscere fino in fondo una donna senza cambiarla, senza far emergere una sua versione diversa. E io ho bisogno di tutte queste versioni per sentirmi completa. Ho bisogno di essere osservata, desiderata, presa in modi completamente diversi, perché solo così resto viva, in movimento, indeterminata.

Non voglio fermarmi. Non voglio scegliere. Voglio continuare a trasformarmi, a bagnarmi, a godere, a mentire sapendo che ogni bugia è anche un pezzo di verità. Perché se dovessi fermarmi, se dovessi ridurmi a una sola Ginevra, so che dentro di me qualcosa morirebbe lentamente.
E io voglio vivere. Tutta. Sempre diversa. Sempre nuova. Sempre bagnata di desiderio.
E allora continuo.
A mentire.
A godere.
A sentirmi viva.


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Questo racconto è opera di pura fantasia.
Nomi, personaggi e luoghi sono frutto
dell’immaginazione dell’autore e
qualsiasi somiglianza con
fatti, scenari e persone è del tutto casuale.

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