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Adamo Bencivenga
TRE UOMINI
Mi chiamo Ginevra perché mia
madre mi ha partorita allo Hug Maternity della città
svizzera mentre era in viaggio di nozze con mio
padre. Ora, dopo trent’anni più quattro, mi sento di
aver raggiunto il picco più alto della mia
consapevolezza di vita e di donna....

Mi chiamo Ginevra perché mia
madre mi ha partorita allo Hug Maternity della città
svizzera mentre era in viaggio di nozze con mio padre.
Ora, dopo trent’anni più quattro, mi sento di aver
raggiunto il picco più alto della mia consapevolezza di
vita e di donna. Lavoro in una grande multinazionale di
viaggi a Roma, di quelle che promettono paradisi,
libertà, evasione e divertimento a rate mensili.
Sono bella, me lo dicono da sempre, e lo so anch’io
quando mi guardo allo specchio con i miei capelli che
cadono morbidi, un corpo che ancora risponde agli
sguardi, e soprattutto con i miei occhi, maliziosi e
profondi che dicono di più di quanto vorrei far
scoprire. Le colleghe dicono che sono troppo invitanti.
Io sorrido e alzo le spalle, ma dentro penso che forse
abbiano ragione.
Sono sposata con Samuele da
quattro anni. Un matrimonio da copertina e un attico
luminoso a Monteverde. Lui che mi adora e non mi fa
mancare niente. Viene da una famiglia che di soldi ne ha
sempre avuti, lavora nell’impresa di famiglia, è buono,
presente, affidabile. Il classico uomo che tutte le
donne vorrebbero avere. E io lo volevo, infatti l’ho
sposato.
Dicevo quattro anni insieme, ma sono
bastati pochi mesi per capire che il suo fascino e
questa tranquillità che mi dà ogni giorno non mi
sarebbero bastati. Lui non ha avuto nessuna colpa in
questa storia. È sempre stato un marito attento,
presente, affidabile e premuroso. Il problema ero io. Io
che dentro avevo un fuoco che non si spegneva, una fame
che non trovava nome. E sin da subito sentivo di volere
di più: più intensità, più profondità, più vita che
vibrasse, più emozioni che mi scaldassero il cuore.
Mi bruciava la terra sotto i piedi anche quando tutto
era calmo. Era come se la stabilità che avrei dovuto
desiderare fosse per me una forma lenta di soffocamento.
E questo mi spaventava, perché sapevo di ferirlo.
Eppure, non riuscivo a fingere una serenità che non
provavo. Dentro di me c’era una parte inquieta, vorace,
che rifiutava di adattarsi, ma allo stesso tempo non ne
conoscevo né la causa né il modo con cui avrei potuto
appagare quella bramosia.
Il sesso era diventato
un copione del sabato sera: luci soffuse, lui che mi
baciava sul collo nello stesso punto, la stessa
posizione, lo stesso ritmo, lo stesso letto, le stesse
parole sdolcinate durante e lo stesso silenzio educato
dopo. Meccanico. Pulito. Anoressico. Sicuro. Come tutto
il resto della nostra vita. Io non volevo tradirlo,
giuro. Non ci pensavo nemmeno. Desideravo qualche
brivido in più, quel tanto che bastava a ricordarmi che
ero una femmina, non solo una moglie ben vestita.
******
Poi è arrivato Teo. Sei anni meno
di me, con quell’entusiasmo giovane che gli usciva dagli
occhi, quel modo di guardarti come se nella stanza ci
fossi soltanto io. Il primo giorno l’ho notato subito.
Era in piedi, in disparte, vicino alla macchinetta del
caffè, cravatta un po’ storta, sorriso sghembo. Mi ha
guardata ed io mi sono presentata come una vecchia
veterana e ho sentito da subito un piccolo strappo
dentro, come una cucitura che cede. La sera mentre
tornavo a casa in macchina mi sono chiesta se fosse lui
quello che avevo aspettato per troppo tempo.
All’inizio sono state solo pause caffè. Cinque minuti di
chiacchiere, stessi gusti, stesse preferenze, stesso
modo di vedere la vita, cinque minuti che sono diventati
dieci, poi quindici. Poi gli aperitivi dopo il lavoro.
«Solo uno, eh…» Mi dicevo. E invece restavamo lì
fino a che non mi accorgevo di essere in tremendo
ritardo. I messaggi serali sono arrivati dopo,
lentamente, senza che nessuno dei due decidesse davvero
di iniziarli. «Oggi eri bellissima con quel jeans
aderente e le sneakers.» Mi ha scritto una sera. Io ero
sul divano, Samuele in cucina che preparava la cena. Ho
sentito il cuore fare un salto carpiato. Mi sono
chiesta: «Cavolo! Allora gli piaccio!» Ho risposto
con una battuta, ma le dita mi tremavano. Da lì un fiume
di parole, ma niente di esplicito. Eppure, ogni frase la
sentivo carica, intima, pericolosa. Mi faceva sentire
desiderata. Femmina. Di nuovo.
Non so quando sia
successo esattamente. Non c’è stato un momento preciso
in cui abbiamo detto “ok, diventiamo amanti”. Siamo
semplicemente caduti dentro la rete, come due idioti che
fingono di non vedere le maglie che si stringono.
Quel giorno pioveva, era l’ora di pranzo. Eravamo in
macchina, nel parcheggio dell’ufficio. Io avevo un
panino mezzo mangiato in mano, lui rideva per un
commento cinico che avevo fatto su un cliente
insopportabile. Ridevamo forte, di quella risata
liberatoria che ti fa dimenticare tutto. Poi, di colpo
lui ha smesso. Il silenzio è piombato tra noi, denso,
elettrico. Tre secondi. Li ho contati. Uno. Due. Tre.
Mi ha guardata. Occhi scuri, seri, affamati. Il
cuore mi batteva talmente forte che pensavo lo sentisse
anche lui. Ha allungato una mano, mi ha preso piano il
viso. Il suo pollice mi ha sfiorato il labbro inferiore.
«Ginevra…» Ha mormorato con la voce piena di emozione.
Non ho risposto. Non ce n’era bisogno. Si è
avvicinato e mi ha baciata. Sapore di caffè, di pioggia,
di proibito. Io ho risposto con una fame che non sapevo
di avere. Le mani tra i suoi capelli, la bocca che si
apriva, il respiro che si mescolava. Fuori l’acqua
batteva sul parabrezza come un applauso osceno. Dentro,
tutto bruciava. In quel momento non ero più la moglie
perfetta dell’attico a Monteverde e i pranzi domenicali
dai suoceri. Ero solo Ginevra. Una ragazza, con dieci
anni di meno, che aveva solo voglia di vivere e
liberarsi. Bagnata di desiderio e di pioggia. E lui ha
continuato a baciarmi senza tanti discorsi o promesse
romantiche.
Il giorno dopo alla stessa ora
eravamo nel suo monolocale. È stato tutto automatico.
Naturale. Niente parole. Come se i nostri corpi
sapessero già esattamente cosa fare. Le mani di Teo
erano ovunque: sul collo, sui fianchi, sotto la
camicetta. Mi ha baciata avidamente mentre slacciava i
bottoni. Sentivo la sua passione e non pensavo più a
niente. Per la voglia i miei capezzoli duri mi facevano
quasi male. Una voglia brutale, animale, che mi saliva
dalla pancia e mi incendiava la pelle. Ci siamo
spogliati in fretta, quasi ridendo per la goffaggine.
Non avevamo troppo tempo. La gonna è finita per terra,
la sua camicia sul divano. Non ci sono stati preliminari
lunghi, non servivano. Eravamo già fradici di desiderio.
Mi ha presa contro il muro della piccola camera, poi
contro lo stipite della porta, poi sul letto sfatto.
Pelle contro pelle, mani che stringevano, bocche che si
cercavano affamate. «Scopami Teo…» E penetrarmi è
stato come prendere fiato dopo aver trattenuto il
respiro per anni. Forte. Profondo. Senza cerimonie. Solo
corpi che si fondevano, sudore, gemiti soffocati, il
rumore osceno della carne che sbatteva. «Cazzo,
Ginevra…» Ha sussurrato mentre mi teneva i polsi sopra
la testa. Non ho risposto. Ho solo affondato le
unghie nella sua schiena e mi sono lasciata andare.
Venire è stato violento, liberatorio, un getto continuo
che mi ha fatto sentire femmina.
Tutto è durato
meno di un’ora, tragitto compreso di andata e ritorno.
Ci siamo rivestiti quasi senza parlare, con sorrisi
complici e un po’ imbarazzati. Siamo saltati in auto e
mi ha dato un ultimo bacio veloce lungo il tragitto,
come a sigillare quello che avevamo appena fatto.
Quando siamo tornati in ufficio avevamo il fiato corto,
io la gonna sgualcita, il rossetto rifatto male nello
specchietto dell’auto e i capelli un po’ troppo
arruffati. Mi sono seduta alla scrivania fingendo di
controllare delle prenotazioni. Nessuno ha notato
niente. Io però mi sentivo come se avessi mille occhi
addosso: «Ho appena tradito mio marito, ma non provo
rimorso.» Era terribile, ma anche bellissimo.
******
Da quel giorno il sesso con Teo è
rimasto così: fisico, crudo, appagante. Niente
chiacchiere sui sentimenti, niente “ti amo”, niente
progetti. Solo corpi fusi e liquidi mescolati. Mani che
sapevano esattamente dove stringere, bocca che
esplorava, pelle che scottava, scopate profonde e senza
filtri. A volte in un parcheggio poco lontano
dall’ufficio durante la pausa pranzo, con il rischio che
qualcuno passasse e ci vedesse attraverso i vetri
appannati. Altre volte nel suo monolocale, prima di
tornare a casa da Samuele, con l’orologio che correva e
il cuore che batteva forte per la doppia vita.
Amavo mio marito. Lo amo ancora. E mi ripetevo che non
gli stavo rubando niente perché con Teo non era amore,
non c’era sentimento, ma solo fame. Sentirsi desiderata
come una donna, non come una moglie. Mi piaceva da
morire quel ruolo di amante segreta, la preda
consenziente, quella che di giorno sorrideva composta e
di nascosto si faceva scopare con una voglia
incontrollabile. Due uomini diversi. Due vite parallele.
Non passava giorno che non lo facessimo. Con lui
mi sono scoperta una donna insaziabile e lui trovava
sempre uno spicchio di tempo, un quarto d’ora rubato o
una pausa pranzo allungata. Lo desideravo con una fame
che mi spaventava e mi eccitava insieme. Volevo essere
penetrata, sentirmi aperta, vinta, riempita. Volevo
accoglierlo nel mio mondo umido e caldo di donna,
sentirlo riempirmi quel vuoto fisico siderale, spingere
fino in fondo mentre mi mordeva la spalla e mi incitava
ad urlare. E la cosa più assurda, più sporca e più vera
di tutte, era che quel tradimento mi rendeva una moglie
migliore.
Tornavo a casa la sera con le gambe
ancora molli, l’odore di Teo ancora addosso nonostante
la doccia veloce, e sorridevo a Samuele come non facevo
da anni. Serena. Luminosa. Disponibile. Cucinavo senza
sbuffare, mi interessavo al suo lavoro, chiacchieravo di
tutto e di niente, gli accarezzavo la nuca mentre
mangiava. Le faccende di casa non mi pesavano più.
Piegavo i suoi vestiti con una strana tenerezza, stiravo
le sue camicie quasi con gratitudine. E soprattutto…
facevo volentieri l’amore con lui. Senza quel peso
morto nel petto, senza la sensazione soffocante del
“dovere coniugale”. Lo accoglievo dentro di me con
leggerezza, quasi con dolcezza. A volte ero ancora
bagnata del piacere di Teo e quella consapevolezza mi
faceva sentire oscenamente viva, ricca di poter offrire
amore. Una sera Samuele mi ha guardata mentre ero
sopra di lui, i capelli che mi cadevano sul seno, e ha
sussurrato: «Amore… sei cambiata. Sei diventata più
donna. Più calda. Più bella. Non so cosa ti stia
succedendo, ma non smettere.»
Ho sorriso, mi sono
chinata a baciarlo sul collo per nascondere gli occhi, e
ho mosso i fianchi più lentamente, prendendomelo tutto.
Dentro di me pensavo: «Se solo sapessi che questa fica
che adori così tanto, che baci, che lecchi con
devozione, fino a un’ora fa era piena di un altro…» Era
scandaloso. Era immorale. Era eccitante da morire.
Certo sì, non avrei smesso, perché funzionava, eccome
funzionava! Lui mi amava perché facevo l’amore con un
altro ed io ero diversa perché un altro mi rendeva
divina.
******
Siamo andati avanti
così per sei mesi. Sei mesi di equilibri perfetti e
pericolosi. Teo non voleva altro: non cercava storie,
non parlava di futuro, non mi chiedeva di lasciare mio
marito. Voleva solo il mio corpo. Voleva scoparmi,
prendermi quando gli pareva, farmi venire con quella sua
foga giovane ed egoista. E io glielo concedevo. Mi
piaceva essere esattamente ciò che lui voleva che fossi.
Samuele, invece, non sospettava nulla. Come avrebbe
potuto? Tornavo da lui più affettuosa, più presente, più
desiderosa. Ero finalmente la sua moglie perfetta.
Due uomini. Due modi diversi di possedermi. E io, in
mezzo, finalmente completa. Sporca. Felice.
Terribilmente viva.
Non mi domandavo quanto
sarebbe durata quella doppia vita. Stavo bene così,
gestivo tutto con una tranquillità quasi inquietante.
Teo per la carne, Samuele per la quiete domestica. Due
uomini, due bisogni soddisfatti. Fino a quando non è
arrivato Gabriele.
Il nuovo direttore creativo.
Cinquant’anni, sposato, barba curata sale e pepe, occhi
verdi che sembravano leggermi dentro. Colto in modo
quasi fastidioso, amante dei doppi sensi e terribilmente
maliziosi: citava Oscar Wilde a memoria, sorrideva con
sufficienza quando qualcuno parlava di vacanze low-cost,
e beveva solo vino rosso che costava più della mia
borsa. Aveva un debole dichiarato per la lingerie
sopraffina e per le donne eleganti, quelle che camminano
sui tacchi dodici come se fossero nate con quelli ai
piedi. Alle collaboratrici più giovani rigorosamente in
jeans rivolgeva a malapena uno sguardo, lui amava la
femme fatale e non si sarebbe mai abbassato a
corteggiare una di noi. E forse è stata proprio quella
indifferenza glaciale a farmi scattare qualcosa dentro.
La prima volta che l’ho visto, era in sala riunioni.
Ha alzato gli occhi dal laptop, mi ha squadrata per un
secondo, jeans, maglione morbido, coda di cavallo, e
quasi schifato ha subito riportato l’attenzione sullo
schermo, come se non fossi degna di nota. Invece io
ho sentito le farfalle nello stomaco, lo stesso brivido
elettrico di sei mesi prima con Teo. Solo che questa
volta era diverso. Non c’era complicità immediata, non
c’era il proibito facile. Gabriele era una montagna di
quattromila metri da scalare e io non avevo nemmeno gli
scarponi.
È diventata così una sfida e il mio
unico scopo era quello di essere notata, ma una mattina
mentre stavo andando verso la sala riunioni ho visto
Gabriele in piedi sulla soglia del suo ufficio, la porta
semiaperta. Mi sono fermata di colpo, seminascosta
dietro una colonna di piante. Davanti a lui, di spalle,
c’era una donna. Una quarantenne da togliere il fiato!
Alta, slanciata, sicuramente un’ex modella, con una
postura che sembrava scolpita negli anni di passerelle.
Indossava un trench beige che le arrivava appena
sotto il ginocchio, lasciato aperto su un abito nero
stretto che sottolineava ogni curva con eleganza
spietata. Le gambe erano fasciate da calze nere velate
con la riga posteriore perfettamente dritta, un
dettaglio rétro che urlava una seduzione consapevole. I
tacchi a spillo di vernice nera lucida, i capelli, di un
castano caldo con riflessi miele, erano raccolti in uno
chignon morbido e impeccabile. Aveva uno charme
inconfondibile, quello delle donne che sanno di essere
desiderate senza doverlo dimostrare.
Gabriele le
ha sorriso con una familiarità calda, quasi intima. Le
ha posato una mano sulla vita. Lei ha riso, poi si è
avvicinata a lui e lo ha baciato sulla bocca, senza
fretta, un bacio di due persone che si conoscono da anni
e ancora se lo godono. Da lì ho capito che era la
moglie.
Ho sentito una fitta calda allo stomaco.
Non era semplice gelosia. Era qualcosa di più viscerale:
invidia, fascinazione, sfida e soprattutto la
consapevolezza dove io non sarei mai potuta arrivare.
Quella donna era esattamente il tipo che Gabriele
dichiarava di desiderare. Elegante. Matura.
Irraggiungibile per chi non giocava nella sua stessa
categoria. Una vera femme fatale, di quelle che entrano
in una stanza e la dominano senza alzare la voce.
Quando lei si è avviata verso l’ascensore,
ancheggiando con naturalezza, sono rimasta immobile. Il
suo profumo mi ha avvolto come una carezza. Gabriele,
sulla soglia, ha incrociato il mio sguardo e nei suoi
occhi è passato qualcosa di oscuro, di divertito e di
pericoloso. Come se avesse capito perfettamente che
quella visione, invece di scoraggiarmi, aveva appena
acceso un fuoco dentro di me. La partita era appena
diventata molto più interessante.
Da quel giorno
ho smesso di vestirmi come una donna matura che cerca
ancora di essere un’adolescente. Niente più jeans e
sneakers. Ho tirato fuori i miei tubini che aderivano
perfettamente ai miei fianchi, i tacchi alti che
facevano risaltare le gambe, il rossetto rosso fuoco, la
calza velata nera. Mi truccavo con cura la mattina,
sceglievo la biancheria anche se sapevo benissimo che
non l’avrebbe vista. Volevo la sua attenzione, ma
soprattutto la mia considerazione e non pensavo di
tradire Teo e Samuele. Stavo bene così e volevo soltanto
giocare con me stessa, che lui mi guardasse come
guardava certe donne e vedere, se avessi voluto, dove
sarei potuta arrivare. E alla fine ci sono riuscita!
I primi approcci sono stati lenti, quasi
impercettibili. Un complimento, detto quasi
controvoglia, sulla campagna che avevo proposto.
«Finalmente un’idea che non sembra uscita da un catalogo
low-cost, Ginevra.» Poi un caffè offerto in sala
break. «Quel colore ti dona…» Ha mormorato una
mattina, sfiorando con lo sguardo il mio tubino
bordeaux. Solo quello. Ma i suoi occhi verdi si sono
fermati un secondo di troppo sulle mie gambe accavallate
fasciate di nero.
Ho cominciato a restare in
ufficio più a lungo. Lui faceva lo stesso. Le settimane
successive divennero un gioco sottile, un duello di
intelligenza e desiderio mascherato da innocenza
professionale. La luce dei nostri laptop era l’unica
illuminazione. Lui si sedeva sul bordo della mia
scrivania, la cravatta allentata, la voce bassa mentre
citava Wilde come parlasse del tempo. «Il vero
peccato è la superficialità. Tutto il resto è
perdonabile.» Io rispondevo sorridendo, incrociando
le gambe con studiata noncuranza, lasciando che il
silenzio tra noi si caricasse di elettricità.
Una
sera l’ho incrociato sotto l’ufficio. Abbiamo fatto
quattro passi e poi mi ha invitata in una enoteca
nascosta nel ghetto ebraico. Abbiamo ordinato un Barolo
che sapeva di terra e peccato. Lui parlava di
trasgressione non come ribellione, ma come estetica.
«La vera eleganza…» Ha detto, facendo ruotare il
bicchiere tra le dita. «È violare le regole senza
mai apparire volgari.» I suoi occhi si sono fermati
sulle mie labbra mentre lo diceva. Non ho distolto lo
sguardo. Lo percepivo come una sfida e volevo
assolutamente rischiare.
La prima volta che mi ha
toccato è stato per caso. Mentre mi aiutava a indossare
il soprabito, ho sentito le sue dita sfiorarmi la pelle
nuda della mia nuca. Un brivido mi ha attraversato la
schiena. Nessuno dei due ha commentato, ma entrambi
sapevamo che quel contatto aveva rotto una diga
invisibile. Poi una sera durante una presentazione ci
siamo ritrovati in un bar con vista sul Colosseo
illuminato. Due Negroni. Poi un terzo. La conversazione
si è fatta più pericolosa. «Sai qual è la cosa che mi
eccita di più?» Mi ha chiesto, avvicinandosi tanto
che sentivo il calore del suo respiro. «Quando una
donna mi guarda come se stesse già immaginando cosa
succederebbe se smettessimo di parlare.» L’ho
guardato esattamente così.
Quella sera mi
accompagnato a casa. Nella sua macchina sotto il portone
credevo mi baciasse, ma si è limitato a sfiorarmi il
braccio con le dita, scendendo lentamente fino al polso,
come se stesse tracciando una promessa. «Non ho
fretta.» Ha mormorato. «Voglio che quando succederà,
tu sia già pronta.» Le sue parole mi sono rimaste
addosso per giorni. Il suo corteggiamento era una lenta
combustione. Email su libri oscuri, aforismi e desideri
inconfessabili. Pranzi di lavoro che duravano tre ore e
finivano con le sue dita che sfioravano le mie sopra il
tavolo. Una volta, in ascensore, mi ha spinto
delicatamente contro la parete, senza baciarmi, solo
premendo il corpo contro il mio per un istante eterno.
Poi le porte si sono aperte ed è tornato il
professionista impeccabile, lasciandomi tremante.
Io intanto occupavo i miei ritagli con Teo e la sera
con Samuele, ma il pensiero di Gabriele era ormai un
chiodo fisso. La mattina passavo ore in bagno a
prepararmi, per avvicinarmi in più possibile a
quell’immagine che lui gradiva. Una sera di pioggia
battente, dopo l’ennesima cena finita troppo tardi,
rimasti soli, si è alzato dal tavolo. L’ho seguito con
lo sguardo, si è intrattenuto col titolare, poi tornando
mi ha detto. «Questo locale, ha tre stanze al primo
piano, una è fortunatamente libera e noi se vuoi la
possiamo occupare.» Non ho risposto e lui ha
aggiunto sorridendo. «Tranquilla, non voglio fare
l’amore. Voglio solo guardarti senza fretta. Voglio
vedere fino a che punto riesci a resistere prima di
implorarmi.» Curiosa e tremante l’ho seguito. Lui mi
ha stretto forte la mano, sapeva che se avesse voluto
avrei ceduto all’istante.
La stanza era
essenziale: un letto, una poltrona e un intenso profumo
di peccato. Come promesso non mi ha toccata. Si è seduto
sulla poltrona e mi ha detto. «Inizia.» Sapevo
cosa fare. Ho slacciato la lunga fila di bottoni e mi
sono tolta il vestito lentamente, lasciando che ogni
gesto fosse una provocazione. Sono rimasta in lingerie
nera, il cuore che batteva forte. Lui sorseggiava un
whisky, gli occhi golosi, ma il controllo assoluto.
Mi ha guardata e poi ha detto: «Lo sapevi vero?» Ho
sorriso: «Se si desidera ardentemente qualcosa, prima o
poi accadrà! L’importante è avere costanza ed
aspettare…» «Vieni qui.» Mi sono avvicinata. Mi
ha fatto inginocchiare senza mai perdere il contatto
visivo. Mi ha accarezzato il viso, il collo, il bordo
del reggiseno, ma niente di più. «Ecco così, inclina
leggermente la testa. Sei un’opera d’arte.» Poi,
finalmente, mi ha baciata. Un bacio lento, superficiale,
che sapeva di whisky, di attesa e di desiderio. E io ho
capito che il crescendo era appena iniziato. Un copione
che quella sera non prevedeva che allargassi le gambe,
che togliessi le mutandine, ma che gustassi tutto ciò
che sarebbe venuto, in un momento impreciso del mio
prossimo futuro. Mi sentivo stimolata. Desiderata in un
modo nuovo. Con Teo ero carne, con Samuele ero casa,
ma con lui mi sentivo intelligente, seducente, profonda,
ma anche preda. Ero divisa, ma intera.
******
Ormai ero certa che sarebbe successo ed
ogni giorno appena alzata pensavo che fosse quello
buono. Ci sono stati altri giorni di occhiate, sguardi
profondi e parole mezze dette fino a quando in un
pomeriggio normale tornando a casa mi sono ritrovata
nella borsa un biglietto da visita di un hotel con
scritto a penna: “Domani sera, alle otto, mi raccomando
la puntualità.” Niente messaggi solo quel cartoncino
rosa che sapeva di antico! Quella è stata la prima
volta vera, in un albergo a cinque stelle sulle colline
fuori Roma. A Samuele avevo detto che sarei rimasta a
dormire da un’amica. A Teo avevo scritto che ero stanca
e sarei andata a letto presto. Due bugie facili,
pronunciate senza battere ciglio. Gabriele aveva
prenotato una suite immersa in una penombra calda e
complice, illuminata solo da lampade basse con paralumi
di seta color ambra e da qualche candela profumata al
sandalo e vaniglia, sistemate strategicamente negli
angoli.
Le grandi finestre affacciate sulle
colline romane erano velate da tende di lino
trasparenti, che lasciavano filtrare appena il bagliore
della luna e delle luci lontane della città, creando
giochi di ombre lunghe e morbide sulle pareti. Il letto
dominava la stanza, coperto da lenzuola di seta nera. Un
enorme specchio antico era appoggiato alla parete di
fronte al letto: rifletteva ogni movimento, ogni
respiro, trasformando la stanza in un teatro intimo e
proibito. L’aria era densa di un profumo sensuale,
mentre una bottiglia di champagne riposava nel
secchiello del ghiaccio accanto a due flûte. Tutto
era studiato per far scomparire il mondo fuori, solo il
crepitio del fuoco del grande camino. La penombra
avvolgeva ogni cosa, nascondendo i dettagli, ma
esaltando le curve, le ombre sotto i seni, la linea del
mio viso, rendendo ogni sguardo più intenso, ogni tocco
più elettrico. Era il posto perfetto per tradire due
uomini senza rimpianti.
Lui era già lì, in
camicia bianca con i primi bottoni aperti, un bicchiere
di whisky in mano. Mi ha guardata dalla testa ai piedi,
lentamente. «So che sotto quel tubino c’è qualcosa di
speciale.» Ha sussurrato. Non era solo la mia pelle
o il mio corpo a interessarlo. O forse lo era, ma lo
desiderava come si desidera un dono prezioso: qualcosa
da scartare con calma, assaporando ogni istante, come
una scatola di finissimi cioccolatini legata da un
delicato nastro di raso rosa. «Fammi vedere.»
Mi sono spogliata piano, sotto il suo sguardo.
Reggicalze nero La Perla, calze Philippe Matignon con la
riga dietro perfettamente dritta, le mutandine di pizzo
trasparente mi sfioravano il sesso già bagnato. Gabriele
non aveva fretta. Si è seduto sulla poltrona di velluto,
ha accavallato le gambe ed ha bevuto un sorso di whisky.
Mi osservava come se volesse memorizzare ogni centimetro
di quella scena, ma anche dei miei respiri, dei miei
brividi e di quanta femminilità potevo offrirgli.
Quando finalmente si è alzato e mi ha toccata, le sue
mani erano sicure e sapevano cosa fare. Non l’urgenza
affamata e carnale di Teo che mi avrebbe già sbattuta
contro il muro. Non la tenerezza familiare di Samuele.
Gabriele mi esplorava. Mi studiava. Mi assaporava. E
ogni suo sguardo era una carezza ruvida. Mi parlava
mentre mi sfiorava, parole colte, sporche, eleganti, e
io mi sentivo sciogliere.
Le sue mani grandi
risalivano lente lungo le mie gambe, accarezzando il
bordo di pizzo del reggicalze, sfiorando con le dita
l’interno morbido delle cosce, senza mai arrivare dove
il mio corpo già pulsava e lo reclamava. Si è fermato un
attimo, guardandomi dall’alto con quegli occhi scuri che
sembravano brillare più del camino. «Vedi Ginevra.»
Ha mormorato mentre il pollice tracciava piccoli
cerchi sulla mia pelle sensibile appena sopra il bordo
della calza. «Le donne nude sono tutte uguali. Togli
via i vestiti e hai due seni, una fica, due gambe. La
natura è stata generosa, ma ripetitiva. Ciò che rende
una donna indimenticabile non è la forma del suo corpo…
è come decide di offrirlo. È nel modo in cui inarca la
schiena, nel modo in cui apre lentamente le gambe. È
nello sguardo che non abbassa, nelle labbra che si
schiudono prima ancora della bocca. È nel respiro che
diventa più profondo, nel modo in cui fa scivolare le
dita sulla sua fica come per dire: “Te la sto donando”.»
Le sue dita sfioravano il pizzo bagnato delle
mutandine senza spostarlo. «Impreziosire la propria
femminilità significa trasformarla in un rituale. Una
donna consapevole non si limita a essere scopata. Si
offre. Si muove come se il suo piacere fosse un’arte
antica. Sa quando restare immobile e lasciare che gli
occhi dell’uomo la divorino. Sa quando tremare, quando
gemere piano, quando mordersi il labbro e guardare il
suo amante come se lui fosse l’unico uomo rimasto sulla
terra. È l’eleganza nella lussuria. La grazia nella
depravazione. Questo la rende già unica.»
Così
dicendo ha iniziato a baciarmi ovunque collo, seni,
ventre, l’osso del bacino evitando scientemente dove
avrei voluto. «Una donna come te non dovrebbe mai
essere presa di fretta… Il desiderio va coltivato. Come
un buon vino rosso.» Poi la sua bocca è scesa. Lenta,
sapiente, quasi crudele. Mi ha leccata fino a farmi
tremare, fermandosi ogni volta che ero vicina al limite,
guardandomi con quegli occhi profondi che sembravano
divertiti dal mio tormento. Quando finalmente è entrato
dentro di me, è stato profondo, controllato, un’ondata
dopo l’altra. Mi ha scopata guardandomi negli occhi, una
mano stretta tra i miei capelli, l’altra che mi
stringeva il fianco. Ogni spinta era accompagnata da una
frase bassa, sporca ed elegante insieme. «Senti come
sei accogliente ora? Brava, così. Lasciati andare.»
Scivolava lento, caldo, tra quelle due morbide gole
di carne. Ogni spinta faceva tremare la mia pelle calda
e sensibile che avvolgeva la sua durezza. Io ero lì,
sdraiata, con il reggicalze ancora addosso, le calze
nere tese sulle cosce, le mutandine spostate di lato e
già fradicie. Ero persa. Ero una moglie e un’amante
infedele che aveva mentito a due uomini per venire a
farsi usare in una suite di lusso. Ero eccitata da
quella consapevolezza come da un veleno dolce.
«Guardati.» Mormorava. «Guarda come ti fai scopare.
Docile e sottomessa al piacere… vuoi sentirti desiderata
fino a star male.» A quel punto ha accelerato.
Istintivamente ho allargato ancora di più le gambe.
«Così… brava. Impreziosisci la tua femminilità, Ginevra.
Mostrami quanto ti piace essere usata. Quanto ti piace
tradire e sentirti troia.» I miei fianchi si
muovevano da soli, premendo la mia fica bagnata contro
di lui per sentirlo interamente. Ero completamente sua
in quel momento. Non pensavo più a Samuele. Non pensavo
più a Teo. C’era solo quella penombra dorata, il
crepitio del camino, il suono osceno della sua carne che
scivolava tra la mia, e il desiderio feroce di sentirmi
completamente riempita, usata, marchiata.
Sono
venuta due volte prima che lui si concedesse: tutte e
due le volte con un orgasmo lungo e devastante che mi ha
strappato un grido che non riconoscevo. Lui è venuto
dopo, in silenzio, mordendomi la spalla, il corpo teso
come una corda di violino. E mentre veniva, ho capito
la verità più scandalosa di tutte. Un solo uomo, per
quanto appassionato, mi avrebbe lasciato comunque
incompleta.
Avevo bisogno di tutti e tre. Di Teo
per la carne pura, per essere sbattuta come una puttana.
Lui era la forza. Quello che mi sbatteva contro il muro
o sul letto come se volesse marchiarmi dentro. Con lui
non c’erano parole tenere: solo carne, sudore, morsi e
spinte profonde che mi facevano sentire posseduta,
dominata, viva. Riempiva il mio bisogno di essere presa
e sopraffatta Di Samuele per la stabilità, per la
carezza della normalità e il sapore di casa dove
rifugiarmi. Con lui non c’erano giochi estremi né parole
oscene sussurrate all’orecchio. C’era la consistenza
calda di una vita costruita insieme. Samuele era
l’ancora, la mia quiete dopo la tempesta. E di
Gabriele per la mente, per quel brivido intellettuale
che mi faceva sentire viva in un modo nuovo. Mi toccava
come se fossi fatta di vetro e fuoco insieme. Le sue
mani sapevano esattamente dove e come sfiorarmi per
farmi tremare. Con lui imparavo il piacere dell’attesa,
della negazione, del controllo sottile. Mi faceva
implorare. Mi faceva sentire desiderata fino allo
stremo. Era l’intimità oscura, quella più pericolosa.
Con lui parlavo senza parlare. Mi guardava negli occhi
mentre mi penetrava lentamente, come se volesse entrarmi
nell’anima oltre che nel corpo. Era il più intimo, il
più inquietante. Quello che accarezzava il mio vuoto
mentre lo riempiva.
Tre uomini. Tre modi
diversi di possedermi. E io, al centro, insaziabile,
egoista, finalmente completa. Tre uomini. Uno, due,
tre. Erano la somma perfetta del mio appagamento totale.
Mi dividevo tra loro tre e, paradossalmente, mi
sentivo finalmente intera. Non ero più frammentata: ero
moltiplicata. Ero carne, desiderio, potere e abbandono.
Ero completa. Tre uomini. La mia santissima trinità del
piacere. L’unica cura che avessi mai trovato per quella
voragine oscura, quel buco nero che mi portavo dentro da
sempre.
******
Da quella notte mi sono
resa conto che gestire un marito, un amante e un secondo
amante non era più un gioco: era la mia vita! Certo
anche un lavoro a tempo pieno. Una precisa, maniacale
pianificazione. Non potevo permettermi un solo errore.
A Samuele raccontavo riunioni infinite, clienti
giapponesi impossibili, trasferte lampo, cene con le
colleghe. Lui annuiva, mi dava un bacio sulla fronte e
mi diceva: «Non esagerare, amore.» Io sorridevo, con
il senso di colpa che mi si annodava nello stomaco solo
per un secondo, prima di sciogliersi nella solita
eccitazione. Con gli altri due non potevo usare il
lavoro come scusa. Allora inventavo cene da mia madre,
serate da mio padre separato, visite ai nonni, mal di
testa improvvisi, qualsiasi cosa per conquistarmi un
pezzo di libertà. Mentivo con una naturalezza che mi
spaventava.
Il momento più pericoloso è arrivato
una sera di ottobre, durante la festa aziendale al Roof
garden di un hotel in centro. Stavo parlando con
Gabriele vicino al bar. Lui era impeccabile, come
sempre: camicia scura, bicchiere di rosso in mano, voce
bassa che mi raccontava qualcosa su un film di Buñuel.
Io ridevo piano, forse un po’ troppo vicina a lui,
quando sentii uno sguardo bruciarmi la nuca. Mi sono
voltata. Dall’altra parte della sala, vicino alle
vetrate, c’era Teo. Cocktail in mano, cravatta
allentata, occhi fissi su di noi. Per un attimo il tempo
si è fermato. Gabriele mi stava sfiorando il gomito con
la mano mentre mi sussurrava: «Vorrei scoparti ora…»
Ho sorriso per l’imbarazzo. Teo ci stava guardando.
Io ero in mezzo, con il cuore che mi esplodeva nel
petto. Gabriele notando il mio cambio d’espressione, ha
sorriso maliziosamente: «Tutto bene Ginevra?» Ho
risposto «Sì…» Cercando di mantenere la voce ferma,
ma in quel secondo infinito Teo si è avvicinato, mi ha
preso in disparte: «Dopo la festa, a casa mia ok? Ho
voglia di scoparti…» Anche questa volta ho sorriso
mentre Gabriele mi guardava a due metri da noi.
Dentro di me si è scatenato il caos. Ero terribilmente a
disagio. Il cuore mi batteva forte, le gambe tremavano.
Eravamo a una festa aziendale, circondati da colleghi e
lì, a pochi passi l’uno dall’altro, due uomini mi
desideravano ardentemente, desideravano la mia fica,
ignari delle intenzioni dell’altro.
Eppure,
proprio quel pericolo mi stava facendo bagnando. Sentivo
un calore liquido tra le cosce, un’eccitazione quasi
dolorosa. Due uomini affamati di me, ora mi volevano
nello stesso momento. L’idea che potessero sospettare,
che potessero guardarsi con ostilità mentre io ero lì,
in mezzo a loro, con le mutandine già fradicie, mi
provocava un brivido perverso. «Scusami un attimo.»
Ho detto a Teo. Mi sono allontanata verso la toilette,
ma sentivo gli sguardi di entrambi sulla schiena, sul
culo fasciato dal tubino nero. Camminavo sapendo che mi
stavano spogliando con gli occhi, entrambi convinti di
essere l’unico a potermi avere quella sera.
Quella situazione era sbagliata, rischiosa. Eppure, non
ero mai stata così eccitata. Due uomini che mi volevano
con urgenza, due lingue che mi avevano già assaporata,
due modi diversi di farmi urlare. E io ero lì a mentire
a entrambi con un sorriso innocente, mentre il mio corpo
tradiva già la decisione che ancora non avevo preso. Mi
voltai appena. Entrambi mi stavano fissando, l’uno
era funzionale all’altro. E in quel preciso istante
capii che mai avrei scelto.
Per il resto della
serata mi sono mossa come un automa. Sorridevo,
chiacchieravo, ma dentro di me c’era panico e tempesta.
Immaginavo i due che si parlavano, che confrontavano le
versioni, che capivano. Ho finto un malessere passeggero
con Teo e quando finalmente sono uscita da lì, avevo le
mani che tremavano così tanto che ho faticato a chiamare
un taxi. Sono tornata a casa con la nausea. Quella
notte, mentre Samuele dormiva sereno accanto a me, ho
temuto che la situazione mi potesse sfuggire di mano che
forse davvero avrei dovuto scegliere… ma non l’ho fatto.
******
Chi gestisce una relazione
extraconiugale sa che il nemico numero uno non è il
sospetto del partner. È la stanchezza mentale. Non ero
stanca del sesso, degli orgasmi rubati, degli alberghi.
Ero stanca di inventare. Di ricordare cosa avessi detto
a chi. Di incastrare orari come una contorsionista. Di
sorridere a cena con Samuele mentre nella testa
ripassavo la versione della giornata. Cavolo avevo
due amanti e un marito! Praticamente un mostro! Lo
sapevo. Lo capivo. Ma quello che gli altri non avrebbero
mai capito è che non stavo tradendo Samuele per fargli
del male. Lo stavo tradendo proprio per restare con lui.
Senza Teo e senza Gabriele sarei diventata una moglie
frustrata, acida, che litigava per il dentifricio
spremuto male. Invece ero serena. Disponibile. Calda. E
Samuele era felice come non lo vedevo da anni, come non
lo era mai stato quando ero una donna fedele.
Il
prezzo lo pagavo solo io: in segreti, in tensione
permanente, quando mi svegliavo alle tre di notte e mi
chiedevo che cazzo di persona fossi diventata? Però poi
al mattino mi truccavo con cura, sceglievo la lingerie a
seconda di chi avrei dovuto incontrare quel giorno,
scarpe da tennis e jeans per Teo, tacco alto e
reggicalze per Gabriele. E così smettevo di pensarci.
Non avevo tempo, gli altri mi richiedevano, mi volevano
bella, desiderabile, illudendosi che fossi solo per
loro. I fine settimana però era sacri: solo Samuele.
Lunedì Teo aveva il calcetto, il venerdì partiva per
l’Umbria dai suoi e quei giorni erano per Gabriele.
Durante il giorno lavorativo, tra una prenotazione e
l’altra, c’era spazio per Teo: scopate rapide e intense
nel suo monolocale o nella sua macchina. Il
pomeriggio e la sera erano di Gabriele. Cena in posti
discreti e poi immancabilmente albergo. Mi piaceva
prepararmi nel bagno di casa, davanti ad Samuele che
guardava la tv. Indossavo quei completini da troia,
calze con la riga, tacchi alti, rossetto rosso. Sopra
invece ero la moglie impeccabile che usciva con qualche
amica, ma dentro mi sentivo la puttana di lusso. E mi
piaceva da morire.
******
Ora sono
passati due anni circa, tutto prosegue e non ho
intenzione di tornare indietro. Solo per un momento ho
pensato di sostituire Teo, non perché non valesse, Dio,
come mi fa godere! Ma perché è single. Troppo
disponibile, troppo esigente di attenzioni, troppo
pericoloso. Gabriele invece è sposato, metodico, ha i
suoi orari blindati. So sempre dov’è, so esattamente
quando mi invia i messaggi. Non mi aspetto colpi di
testa. Starei bene così, con i miei tre uomini. Del
resto, non ho tempo da dedicare ad altro, loro mi
riempiono la vita, anche se in me c’è sempre la voglia
di esplorare e scoprire cose nuove. Ma poi penso che
nella mia condizione non sarebbe facile trovarne un
quarto. Non ho tempo. Sono sempre impegnata.
E
allora continuo così con la mia voragine che nessuno ha
mai riempito del tutto, nemmeno Samuele con la sua bontà
e le sue attenzioni. È una fragilità antica, silenziosa,
quasi vergognosa: la paura di scomparire, di diventare
invisibile, di non essere considerate e ridurmi a una
moglie ordinaria, a un corpo abituale, a una routine
senza brivido. Ho bisogno degli uomini per sentirmi
femmina, profondamente, visceralmente. Non mi basta
essere amata. Voglio essere desiderata fino a perdere il
controllo. Voglio quel momento preciso in cui i miei
occhi si fanno lucidi, il respiro accelera e sento la
fica bagnarsi, calda, gonfia, viva. Oppure quando sento
il rumore del mio tacco 12 e so che gli altri lo
percepiscono come un invito. È lì che torno a esistere
davvero.
Quando Teo mi prende di fretta in
macchina e mi penetra con quella fame egoista e mi
riempie mentre fuori passa il mondo, è in quel secondo
che il vuoto sparisce. Quando Gabriele mi guarda come se
volesse mangiarmi l’anima prima ancora del corpo, quando
mi fa aspettare, mi tortura con la lentezza e poi mi
scopa con quella eleganza sporca, è allora che mi sento
potente e fragile insieme. La mente che vola e il corpo
che si arrende. Emozione e carne che si fondono in un
unico, umido, pulsante bisogno. Mi sento viva solo
quando la mia fica si bagna. Quando il desiderio mi cola
tra le cosce, quando il mio ventre si contrae prima
ancora che mi tocchino.
È una dipendenza fisica e
mentale. In quei momenti non sono più la brava Ginevra
di Monteverde. Sono una donna che trema, che geme, che
supplica con gli occhi. Sono desiderio puro. Sono
femmina fino al midollo. E solo allora respiro davvero.
Per questo non posso rinunciare. Per questo continuo a
mentire, a incastrare vite, a rischiare tutto. Perché
tornare indietro significherebbe spegnermi. Diventare
una di quelle mogli che fingono l’orgasmo e poi piangono
in silenzio in bagno.
Non mi sento una troia. Non
mi sento una poco di buono. Lo so, suona come una
giustificazione comoda, ma è la verità che sento nella
pancia. Altre donne sembrano bastare a sé stesse con un
solo uomo, un solo letto, una sola versione di sé. La
mia natura è diversa. Io cambio. Divento. Con Samuele
sono la moglie dolce, quella che ride alle sue battute
un po’ ingenue e gli accarezza la schiena dopo aver
fatto l’amore con calma. Con Teo divento carne pura,
bocca aperta e gambe spalancate, una che geme senza
vergogna mentre viene sbattuta come se non ci fosse un
domani. Con Gabriele sono mente e seduzione, la donna
che parla di Wilde e di trasgressione con le calze
velate e lo sguardo che promette tutto. Non mi sento
ambigua. Mi sento multipla. E forse è proprio questa la
mia verità più profonda.
Ho bisogno di loro
perché solo così mi sento sempre diversa, sempre nuova.
L’identità non è una cosa fissa, immobile, da
fotografare e incorniciare. È fluida. È in costante
divenire. Come dice la teoria dell’indeterminazione
applicata alle persone: l’unica costante è il
cambiamento. Non puoi “misurare” perfettamente un’altra
persona senza alterarla con la tua stessa presenza, con
il tuo desiderio, con il tuo sguardo. E io non voglio
essere misurata. Voglio restare imprevedibile,
soprattutto per me stessa.
Con ognuno di loro
offro una versione diversa di Ginevra, e ognuna è
autentica. Non fingo. Ma tutte le versioni di me stessa
hanno un minimo denominatore comune ossia l’eccitazione
che parte dalla testa e scende fino a farmi tremare le
ginocchia. È come applicare il principio di
indeterminazione di Heisenberg alle relazioni umane. Lui
aveva capito che non puoi conoscere posizione e velocità
di una particella nello stesso momento. Io penso che con
le persone sia lo stesso: non puoi pretendere di
conoscere fino in fondo una donna senza cambiarla, senza
far emergere una sua versione diversa. E io ho bisogno
di tutte queste versioni per sentirmi completa. Ho
bisogno di essere osservata, desiderata, presa in modi
completamente diversi, perché solo così resto viva, in
movimento, indeterminata.
Non voglio fermarmi.
Non voglio scegliere. Voglio continuare a trasformarmi,
a bagnarmi, a godere, a mentire sapendo che ogni bugia è
anche un pezzo di verità. Perché se dovessi fermarmi, se
dovessi ridurmi a una sola Ginevra, so che dentro di me
qualcosa morirebbe lentamente. E io voglio vivere.
Tutta. Sempre diversa. Sempre nuova. Sempre bagnata di
desiderio. E allora continuo. A mentire. A
godere. A sentirmi viva.
|
Questo racconto è opera di pura
fantasia. Nomi, personaggi e luoghi sono frutto
dell’immaginazione dell’autore e qualsiasi
somiglianza con fatti, scenari e persone è del
tutto casuale.
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