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RACCONTO
 
Adamo Bencivenga
TRADITA FINO AL MIDOLLO
Un racconto intenso e crudele di una moglie fedele, che dopo anni di routine matrimoniale, si lascia convincere dal marito a esplorare un’avventura intima con un’altra coppia. Solo dopo aver vissuto un’esperienza passionale e travolgente scoprirà la verità...

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Entro in cucina senza accendere la luce. Sono le sei e mezza del mattino, accendo il gas sotto la moca, poi vado in soggiorno e Claudio è lì, dorme, il respiro lento, profondo, è sdraiato sul divano con il telecomando ancora in mano, ogni notte succede, si arrende senza rendersene conto davanti alla televisione. Anche stanotte abbiamo dormito separati, io in camera da letto e lui qui in soggiorno.

Mi avvicino. Ha la testa leggermente piegata all’indietro, la bocca socchiusa, gli occhiali storti sul naso. Mi siedo sul bracciolo del divano, abbastanza vicina da sentire il calore che emana, ma abbastanza lontana da non svegliarlo. Sento una forte distanza, mi sento un’estranea come fossi una cameriera, una badante, allora parlo e dico: “Mi chiamo Vanessa. Ho quarantanove anni e da sedici vivo e dormo accanto a te.”

Sedici anni non sono pochi. Sono una vita intera se li conti nelle piccole cose, come il rumore della tazza di caffè appoggiata sullo stesso punto del tavolo ogni mattina, il modo in cui lui si toglie gli occhiali e li pulisce con il lembo della camicia o il profumo del suo bagnoschiuma dopo la doccia. Sedici anni non sono pochi, anzi sono abbastanza per sapere esattamente come respira quando sta per addormentarsi o per smettere di aspettarsi che quel respiro cambi ritmo per me.

Tra meno di qualche secondo allungherà la mano, ma non per desiderio, ma solo per abitudine. Tra poco si alzerà, andrà in bagno senza dire una parola, il silenzio tra noi ormai è diventato una lingua tutta nostra. Una lingua fatta di gesti minimi, di spazi che non si invadono più. Ci saluteremo appena, io uscirò di casa prima di lui per poi rivederci la sera, come sempre, come al solito... E quando rientrerò a casa mi chiederò se son io quella problematica, quella che chiede di più e perché mai lui ci stia così bene da non pretendere altro dal nostro rapporto?


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Stasera è come tutte le altre sere di questo ultimo lungo inverno. Sono le ventidue e quarantatré. La luce del soggiorno è bassa, solo la lampada da terra e lo schermo della televisione che getta bagliori azzurri sul muro. Claudio è seduto con il portatile appoggiato sulle gambe, le cuffie mezze calate sul collo, sta controllando log di qualche server che non capisco più nemmeno quando me li nomina. Io sono nella poltrona di fronte, con le gambe raccolte sotto di me, un bicchiere di rosso in mano e lo sguardo perso dentro una sfilata su YouTube che ho già visto tre volte. Non la sto davvero guardando. Sto solo lasciando che le immagini mi scorrano addosso.

Il nostro cane, Romeo, russa piano sotto il tavolino. I gatti sono spariti chissà dove, probabilmente sul letto grande, occupando il mio cuscino e quello di Claudio come se fosse un diritto acquisito. Sento il ticchettio leggero dei tasti. Ogni tanto lui alza lo sguardo, mi cerca per un secondo, con quel sorriso piccolo, affettuoso e stanco che mi fa ancora tenerezza. E io ricambio, perché è vero: gli voglio bene, un bene dell’anima, un bene solido, domestico, rassicurante. Il tipo di bene che ti fa ammettere che in fin dei conti sei stata fortunata ad incontrarlo. Mai uno screzio, mai un bisticcio, piani e progetti sempre condivisi, stessi gusti come gli spaghetti all’amatriciana o il brasato al Barolo, come la tinta rosa antico della carta da parati o i gerani screziati sul davanzale del bagno, come le canzoni dei Pink Floyd, le ballate di De Andrè, i film di Sorrentino al cinema e i quadri di Botero.

Eppure. Eppure c’è un silenzio che pesa più delle parole che non diciamo. “Claudio…” Dico all’improvviso, la voce più bassa di quanto vorrei. Lui si toglie completamente le cuffie, mi guarda. “Dimmi.” Esito. Non so nemmeno io cosa voglio dire. O forse lo so, ma le parole giuste non escono. “Niente.” Mormoro alla fine. “Volevo sentire la tua voce.” Lui sorride di nuovo, ma è un sorriso che non arriva agli occhi. Poi torna a guardare il monitor. Io finisco il vino in un sorso solo, il sapore acido mi pizzica la lingua.

Sento un fremito improvviso di quelli che arrivano tra le gambe. Vorrei alzarmi, avvicinarmi, togliergli il laptop dalle ginocchia, sedermi a cavalcioni e guardarlo negli occhi fino a costringerlo a vedermi davvero. Vorrei che mi prendesse i polsi, che mi stringesse abbastanza forte da farmi male per un secondo, che mi dicesse qualcosa di sporco, di urgente, di vivo. Vorrei che mi baciasse come se non ci fossimo già baciati migliaia di volte, come se la mia bocca fosse ancora un territorio sconosciuto. Vorrei sentirlo già duro, sbottonargli la patta, afferrare il suo cazzo e infilarlo dentro di me, anche solo per una sveltina, anche solo due minuti mentre mi stringe le tette e mi dice che sono il suo unico desiderio vivente.

Invece resto ferma. E lui resta fermo. Lascio morire quel fremito così come è venuto. La televisione continua a parlare da sola. Una modella altissima cammina con un abito di seta verde bottiglia che le scivola sulla pelle come acqua. È bellissima. È lontana. È tutto quello che io non sono più riuscita a sentirmi addosso da anni. Chiudo gli occhi un istante. Penso a quando facevamo l’amore con la luce accesa perché ci piaceva guardarci. Penso a quando indossavo la lingerie per lui prima di fare l’amore. Penso a quando ridevamo mentre inciampavamo nei vestiti buttati per terra, a quando lui mi sussurrava all’orecchio cose che mi facevano arrossire anche dopo dieci anni di matrimonio. Adesso la luce la spegniamo quasi sempre. Per abitudine. Per pudore. Per stanchezza. E quando capita, raramente, capita in fretta, in silenzio, con gesti precisi e conosciuti. Una coreografia perfetta. Senza errori. Senza sorprese. Senza fiamma.

Apro gli occhi. Claudio ha rimesso la cuffia. Le dita volano sulla tastiera. Il cuore mi batte un po’ troppo forte, come se avesse capito qualcosa prima di me. Mi alzo piano, poso il bicchiere vuoto sul tavolino. “Vado a letto.” Dico. Lui annuisce senza guardarmi. “Arrivo tra poco.” So che non arriverà presto, forse mai. So che si metterà a guardare la tv e si addormenterà fino a quando il sonno lo prenderà per sfinimento. E io so che rimarrò sveglia nel buio, ad ascoltare il suo posto vuoto accanto a me, con la sensazione che stiamo entrambi affogando dentro la stessa bellissima, confortevole, asfissiante routine. E che nessuno dei due ha ancora il coraggio di gridare per chiedere aiuto.


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E invece no, questa notte è diverso! Con mia sorpresa lui arriva, le due passate quando lo sento entrare in camera, togliersi i vestiti al buio, infilarsi sotto le coperte senza sfiorarmi. Penso che sia finita lì, un’altra sera inghiottita dal silenzio. Invece no. Alle tre e diciassette lui si gira verso di me. Non accende la luce. Parla nel buio, con la voce rauca di chi ha tenuto dentro troppe cose. “Vanessa… non ce la faccio più a far finta che vada tutto bene.” Il cuore mi schizza in gola. Mi volto anch’io, piano, cercando i suoi occhi nel buio. “Neanch’io.” Dico.

Parliamo per ore. Sussurrando, a volte interrompendoci a vicenda, a volte tacendo. Confessiamo tutto quello che non osiamo dirci da mesi, forse da anni. Lui mi racconta di quella collega nuova, Sofia, ventinove anni, mora, faccia da bambolina, capelli a caschetto, che ride alle sue battute stupide durante le call e che una volta gli ha mandato un messaggio privato alle due di notte con una battuta ambigua. Niente di concreto, solo un’occasione che avrebbe potuto cogliere. E che non ha colto. Ma ci ha pensato.

Io gli parlo di Marco, il fotografo con cui lavoro da due stagioni. Di come mi guarda quando provo i capi nuovi, di come una volta, dopo un aperitivo di lavoro, mi abbia sfiorato la schiena nuda sotto il vestito con la scusa di sistemarmi per la posa. Di come per un attimo ha lasciato la mano proprio sopra il mio fondoschiena, un attimo solo, ho immaginato di lasciarglielo fare di più. “Potrei avere altre storie.” Gli dico, la voce che trema appena. “E tu potresti averne altrettante. Lo sappiamo entrambi.” Lui risponde: “Lo so.” Come fosse un rischio calcolato, un qualcosa che se succedesse non sarebbe poi così sconvolgente.

Silenzio. Lungo. Pesante. Sento i suoi occhi su di me nel buio. Poi parla per primo. “Ci ho pensato sai? Ma non voglio farlo da solo.” Alzo lo sguardo verso di lui, anche se non lo vedo. Mi prende la mano sotto le lenzuola. Le sue dita sono fredde. “Se deve succedere qualcosa… qualsiasi cosa… voglio che succeda insieme.” Sento un nodo sciogliersi dentro lo stomaco. “Un patto.” Dico piano. “Sì. Un patto.” Risponde. “Qualcosa che ci leghi per sempre, nostro, segreto, complice.”

Ci guardiamo nel buio, e per la prima volta dopo tanto tempo sento che ci stiamo davvero guardando. “Può essere spaventoso. Può significare la fine del nostro rapporto, di tutto…” Mormoro. “Lo è già.” Rispose lui, e nella sua voce c’è una specie di sollievo feroce. “È un rischio… ma devo farlo!” Quel devo mi infastidisce un secondo, come se ci fosse qualcosa dietro che non so, ma non ci penso più di tanto, penso a lui, mio marito, che come me vuole sentirsi ancora vivo. Mi avvicino. Appoggio la fronte contro la sua. Sento il suo respiro caldo sulle labbra. “Allora proviamoci.” Sussurro. “Insieme.” Lui annuisce. Ci baciammo come se fosse la prima volta dopo sedici anni. Con urgenza, con paura, con la consapevolezza che stiamo firmando un contratto con il diavolo e con noi stessi allo stesso momento.


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Ci baciamo ancora e Claudio mi chiede: “Ti ricordi la Grecia?” Sorrido perché lo so già. Quella era stata l’unica nostra esperienza un po’ trasgressiva, L’unico precedente, l’unico momento in cui avevamo sfiorato qualcosa di simile, tanti anni fa, quando eravamo ancora così giovani da credere che l’amore fosse una cosa semplice e infinita. Era Naxos, l’isola dove avevamo deciso di passare la luna di miele low-cost, in campeggio, con una tenda comprata al discount e un fornelletto a gas. Eravamo sposati da meno di un mese, abbronzati, felici, un po’ ingenui.

Avevamo piantato la tenda in una spiaggia vicino ad Agios Prokopios, sabbia fine e mare che sembrava dipinto. Di giorno nuotavamo nudi quando non c’era nessuno, di sera mangiavamo pane, pomodori e feta comprati al mercato. Una sera abbiamo conosciuto un gruppo di tedeschi, una decina di ragazzi più o meno della nostra età, accampati poco più in là. Ci hanno invitato a cena intorno al loro fuoco: spiedini di souvlaki, insalata greca, e soprattutto retsina versata da una bottiglia di plastica senza etichetta. Ridevano forte, cantavano canzoni che non capivamo, ma l’alcol scaldava tutto.

Tra loro c’era Maria. Bionda, magra, quasi senza curve, con due piccoli seni che si intravvedevano sotto una canottiera larga. Aveva ventidue anni, forse ventitré, occhi azzurri chiarissimi e un sorriso che sembrava sempre sul punto di diventare una risata. Parlava un inglese perfetto, con quell’accento tedesco morbido. Si è seduta vicino a me sulla sabbia, le ginocchia che si sfioravano. “Siete sposati da poco, vero?” Ha chiesto, guardando l’anello al mio dito. “Sì, da tre settimane.” Ho risposto.

“Siete bellissimi insieme.” Claudio è arrossito e poi ha risposto: “Ci proviamo.” Maria ha inclinato la testa, ha sorriso, un sorriso dolce e peccaminoso allo stesso tempo. Abbiamo bevuto ancora. L’alcol sapeva di pino e resina, bruciava in gola, ma scaldava lo stomaco e i sensi. A un certo punto Maria ha raccontato di un viaggio in India, di come aveva dormito in spiaggia con sconosciuti, di come il corpo a volte parla più forte delle parole. Io le ho chiesto se avesse paura di perdersi. Lei ha scrollato le spalle. “Paura sì. Ma la paura è solo il contorno di qualcosa di bello.”

Alle tre del mattino il fuoco era ridotto a brace. Gli altri tedeschi erano tornati alle loro tende. Noi tre siamo rimasti lì, un po’ ubriachi, un po’ incantati dal rumore del mare. Maria si è alzata, ha detto: “Vengo con voi? La mia tenda è troppo lontana e ho freddo.” Claudio ha guardato me. Io ho annuito, senza pensarci troppo. Nella nostra tenda piccola, puzzolente di plastica e sudore, ci siamo infilati nei sacchi a pelo. Maria si è messa in mezzo, fingendo di dormire subito. Ma dopo pochi minuti ha girato la testa verso di me. Nel buio ho sentito le sue labbra sulle mie, morbide, curiose. Un bacio lento, quasi timido. Poi si è voltata verso Claudio. Ha scostato il sacco a pelo, ha abbassato la testa e ha preso il suo cazzo in bocca. Ho sentito le sue labbra succhiare, il rumore della saliva, un movimento lento, preciso, affamato.

Non ero sconvolta, non ho detto nulla. Claudio ha trattenuto il fiato, poi ha allungato una mano verso di me. Ci siamo baciati sulla bocca mentre lei gli dava piacere, un ritmo che ci legava tutti e tre. Io sentivo il respiro di Claudio accelerare contro la mia bocca, le sue dita che stringevano i miei capezzoli turgidi. Maria si è mossa più veloce, strofinandosi contro la coscia di Claudio, il suo corpo magro che tremava. Ha gemuto piano, un suono soffocato, quasi sorpreso. È venuta così, contro la sua pelle, mentre noi continuavamo a baciarci come se volessimo inghiottirci a vicenda finché siamo esplosi insieme a lei.

Dopo, silenzio. Solo il rumore del mare e i nostri respiri che tornavano normali. Maria si è alzata piano, ha sussurrato “Grazie. Siete meravigliosi. Buonanotte.” È uscita dalla tenda ed è sparita nella notte. Non l’abbiamo più rivista il giorno dopo. Forse era partita, forse aveva solo cambiato spiaggia. Non ne abbiamo mai parlato apertamente, dopo. Ma ogni tanto, negli anni, uno dei due tirava fuori quel ricordo come una foto sbiadita: “Ti ricordi Naxos?” E sorridevamo, complici, con un brivido piacevole che ci attraversava la schiena.

Adesso, mentre Claudio mi accarezza il braccio nel buio, capisco che quel ricordo non era solo un’avventura estiva. Era una prova e che anche adesso avremmo potuto condividere qualcosa di pericoloso, di intimo, senza compromettere nulla. Che avremmo potuto di nuovo aprirci al vento senza che la tenda crollasse. “Facciamolo di nuovo…” Dice lui piano. Io chiudo gli occhi. Sento il cuore battere forte. “Va bene.” Sussurro. Non è come sedici anni fa. È meglio. Perché stavolta sappiamo esattamente cosa stiamo rischiando. E lo stiamo scegliendo. Insieme.

Non facciamo l’amore. Non serve. Abbiamo appena aperto una porta che per anni era rimasta chiusa a chiave. E sappiamo entrambi che, qualsiasi cosa ci sia dall’altra parte, l’avremmo affrontata tenendoci per mano. Senza lasciarci mai.


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Da quella notte sono passate settimane di parole, di silenzi, di caffè bevuti a metà sul tavolo della cucina. Parliamo spesso. Seduti sul divano con le gambe intrecciate, o in macchina mentre torniamo da una cena con amici, o sdraiati a letto con la luce del comodino ancora accesa. Sempre lo stesso cerchio: “Siamo sicuri? E se poi non funziona? E se uno dei due si innamora? E se roviniamo tutto quello che abbiamo costruito in sedici anni?” Dico piena di dubbi, più a me stessa che a lui, ma Claudio è entusiasta. Lo vedo nei suoi occhi: quel lampo di curiosità, quasi infantile, che gli torna quando parliamo di “aprire”.

Per invogliarmi mi racconta le sue fantasie: una donna che ci guarda mentre facciamo l’amore, o magari che si unisce a noi, o che lui può toccarla senza timore di essere giudicato da me. Un uomo su di me che mi apprezza, che mi fa sentire femmina più di quanto possa fare lui. Che mi apre le gambe mentre noi ci baciamo. Mi sorprende, non sento nelle sue parole alcuna gelosia, sento solo fame di novità, di adrenalina, di sentirsi vivo attraverso il corpo di qualcun altro, ma sempre con me al centro. Me lo ripete spesso, come fossi io la chiave di tutto, come fosse quasi un dovere, una cosa che deve assolutamente fare.

Io ascolto. Annuisco. Sorrido, mi eccito e mi reprimo. Ma dentro sento un nodo che si stringe sempre di più. Non sono entusiasta come lui. Non sono convinta. Mi chiedo: chi potrebbe mai essere questo uomo che mi fa sentire viva? Chi questa donna che entra nella nostra camera, nel nostro letto, e non mi fa sentire improvvisamente piccola, superflua, di troppo, vecchia? A quarantanove anni so di essere ancora attraente, ma non sono più la ragazza di venticinque anni che faceva girare la testa solo camminando. E Claudio? Lui ha cinquantadue anni, ma ha ancora quel fascino discreto, da uomo che fa impazzire le ragazze più giovani senza nemmeno provarci. Lo so. L’ho sempre saputo. E se lei fosse più giovane? Più morbida? Più disinibita? Più tutto? E se lui, dopo averla avuta, si accorgesse che con me non gli basta più? Che il mio corpo, ormai conosciuto a memoria, non gli accende più la stessa fiamma?

Queste domande mi tengono sveglia. Mi giro nel letto, lo guardo dormire e penso: “Ti sto perdendo prima ancora di averti condiviso.” Ma poi penso a me, a come mi sentirei con un altro uomo che entra dentro di me, mentre Claudio guarda! Scopata da un altro con il consenso di mio marito. Che senso ha? Ne parlo ancora con lui, voglio capire bene. C’è qualcosa in questa storia che non ho ancora afferrato del tutto. Andare con altri per essere più vivi? Ne parlo ancora. È una sera di inizio estate, siamo in giardino, Romeo sdraiato ai nostri piedi, i gatti che inseguono falene sotto la luce del portico. Stasera abbiamo bevuto troppo prosecco. “Ho paura, Claudio! Paura che esista qualcuno in grado di ridarti quella passione che con me si è spenta.” Gli dico improvvisamente con la voce che trema. “Lo sento che è una tua necessità, un tuo desiderio estremo, ma io ho paura di fallire.”

Lui posa il bicchiere, si avvicina, mi prende il viso tra le mani. Le sue dita sono calde, sicure. “Vanessa, ascoltami.” La sua voce è bassa, quasi un ringhio dolce. “Lo desidero proprio per questo motivo, per rendermi conto che nessuna potrà mai sostituirti. Nessuna. Fidati di me. È vederti diversa. È vederti desiderata da qualcun altro. È guardarti mentre provi qualcosa di nuovo e sentirmi parte di quel qualcosa. È riscoprirti attraverso gli occhi di un’estranea. Non so se funziona, ma dobbiamo provarci!” Mi bacia piano, sulla fronte, poi sulle labbra. Un bacio che sa di promesse e di qualcosa che non afferro. “Se non vuoi, fermiamo tutto. Diciamo basta e torniamo alla nostra vita prevedibile. Ma secondo me rischiamo ancora di più. Io lo voglio perché ti amo!”

Lo guardo negli occhi. Lo vedo determinato. Ha paura anche lui, ma la sua paura è diversa: teme di perdermi se non proviamo. Capisco in quel momento che non posso più tirarmi indietro. Non per viltà, non per orgoglio. Per amore. Mi affido a lui. “Va bene.” Dico piano. “Proviamo. Ma tu scegli. Tu decidi chi, quando, come, dove, uomo, donna, coppia, tutto. Io mi fido di te. Mi fido del fatto che mi terrai al sicuro. Che non mi lascerai da parte.” Claudio sorride, un sorriso grande, la sua faccia sollevata, e mi stringe forte. “Grazie.” Sussurra. “Grazie per aver detto sì. E se in qualsiasi momento vorrai fermarti, basterà una parola. Una sola.” Annuisco contro il suo petto. Il cuore mi batte fortissimo. So che stiamo per entrare in un territorio sconosciuto. So che può essere bellissimo. So che può farci male, ma per la prima volta dopo tanto tempo, sento che stiamo scegliendo qualcosa insieme. E questa scelta, per quanto spaventosa, è nostra. Solo nostra.


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Il Teatro Eliseo è pieno di quel brusio elegante che precede le prime: profumo di profumi costosi, di rossetti e messe in pieghe, fruscio di seta, di calze velate, tacchi esagerati e risate trattenute. È la prima del Macbeth. Le luci stanno per calare. La regia ha scelto un’ambientazione atipica: non le brughiere scozzesi, né un’Italia rinascimentale, ma una Roma contemporanea, corrotta e ambiziosa, dove il trono è un ufficio di potere con vista sul Tevere e le streghe sono influencer che predicono like e follower invece di incoronazioni. Claudio si guarda intorno e mi tiene per mano mentre saliamo le scale verso i posti assegnati. Indosso un abito nero che ho disegnato io stessa: scollatura profonda sulla schiena, tessuto leggerissimo. Lui è in smoking, capelli un po’ più lunghi del solito, quel filo di barba che gli dà un’aria da intellettuale ribelle.

Durante l’intervallo, mentre siamo al bar con due calici di prosecco in mano, sento una voce femminile alle nostre spalle. “Claudio? Non ci credo… sei tu?” Ci voltiamo. Vedo una signora alta, capelli castani mossi che le arrivano alle spalle, un sorriso largo e luminoso, occhi verdi che sembrano ricordarsi di tutto. Indossa un abito rosso scuro, semplice, ma perfetto. Al suo fianco un uomo più giovane, forse sui trentacinque, capelli corti, barba curata, aria rilassata di chi sa stare al mondo.

“Sara?” Dice Claudio, e il suo viso si illumina. Si abbracciano. Un abbraccio breve, affettuoso, di quelli che durano il tempo giusto per dire “Quanto tempo è passato”. Lei ride contro la sua spalla. “Venti anni, Claudio. Forse di più e non sei cambiato per niente.” Lui la guarda. “Tu invece sì!” Risponde guardandola con ammirazione sincera. “Sei… stupenda.” Poi si volta verso di me. “Vanessa, ti presento Sara. Eravamo compagni di università, ingegneria informatica. Sara era la più brava del corso e la più insopportabile.” Sara ride di nuovo, mi tende la mano. “Piacere, Vanessa. Claudio mi ha parlato tanto di te, sai?” Deduco che negli anni si sono tenuti in contatto. Le stringo la mano. È calda, ferma. Il suo sguardo è diretto, curioso, senza malizia. “Piacere mio.” Ho risposto. “E lui è…?” “Giacomo.” Dice l’uomo, tendendo la mano ad entrambi.

Parliamo per i cinque minuti dell’intervallo. Risate leggere, ricordi di università che Claudio e Sara tiravano fuori a raffica, notti in bianco davanti a un computer, esami impossibili, feste finite all’alba. Giacomo ascolta divertito, io sorrido. Quando le luci si spengono per il secondo atto, Sara si china verso di noi. “Dopo lo spettacolo… vi va di cenare insieme? C’è un posto qui vicino, tranquillo, si mangia bene. Niente di impegnativo.” Claudio mi guarda. Un’occhiata sola, ma basta. “Volentieri.” Dice anticipandomi con troppa fretta. Dentro sento un piccolo fremito: È lei? È questa la prima occasione concreta? Ma una vocina interiore mi dice che forse non è stato un incontro del tutto casuale, Claudio per giorni mi aveva convinta ad assistere a questa prima del Macbeth elogiando attori e regista e comprando i biglietti senza dirmi nulla.


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Il locale è in un piccolo ristorante a due passi dal teatro, luci basse, tovaglie di lino grezzo, candele vere. Ci sediamo a un tavolo rotondo: Claudio di fronte a me, Sara alla mia destra, Giacomo alla sinistra. Ordiniamo vino rosso, un Cesanese dei Castelli, e antipasti da condividere. La conversazione scivola facile, naturale. Parliamo di lavoro: Sara è project manager in una startup tech a Milano, viaggia tanto, Giacomo è architetto freelance, si sono conosciuti a un convegno a Torino. Claudio, brillante e a suo agio, racconta del suo ultimo progetto, io accenno alla nuova collezione che sto preparando.

Ma sotto le parole c’è qualcos’altro. Sara guarda Claudio con una familiarità che non è solo ricordo di università. Ogni tanto gli sfiora il braccio quando ride a una sua battuta. Lui ricambia con sguardi che durano un secondo di troppo. Giacomo è rilassato, osserva tutto con un sorriso calmo e vissuto, come se sapesse già ogni cosa. Io bevo piano, sento il calore del vino scendere nello stomaco, e mi chiedo se davvero questo incontro sia l’inizio di qualcos’altro. A un certo punto, mentre dividiamo un tiramisù, Sara, aiutata dall’alcol, posa la forchetta e dice: “Vanessa… Claudio mi ha accennato qualcosa, al telefono l’altro giorno. Del vostro… gioco... Del voler provare cose nuove. Esattamente quello che sta succedendo tra me e Giacomo.” Il cuore mi sale in gola. Non me l’aspettavo così diretto. Ora è tutto più chiaro. Claudio ha telefonato a Sara, senza dirmi nulla, addirittura le ha parlato del nostro gioco… ecco perché le sue insistenze per il Macbeth! Comunque, annuisco e sollecitata rispondo: “Abbiamo deciso di combattere la noia senza avere segreti. E se succederà di fare tutto insieme.”

Sara sorride, Giacomo posa una mano sulla coscia di Sara sotto il tavolo, un gesto tranquillo, possessivo, ma non geloso. “Anche noi… Ci piacerebbe… parlare, condividere e poi chissà.” Silenzio intorno al tavolo. Solo il rumore delle posate, il tintinnio dei bicchieri. Sara alza il bicchiere. “A noi quattro.” Brindiamo. Il vino è buono, caldo, promette. E io, per la prima volta da quando abbiamo iniziato tutto questo, sento che la paura si sta trasformando in qualcos’altro. Non in coraggio, ma in desiderio. Desiderio di vedere cosa potrebbe succedere. Di vedere Claudio guardarmi mentre guarda lei. Di sentire le mani di un altro su di me, sapendo che Claudio è lì, a un metro, a guardarmi con amore. Di scoprire se il nostro patto sono solo parole, o se può davvero accendere di nuovo il fuoco che abbiamo lasciato spegnere.

Per tutto questo, invece di arrabbiarmi per non avermi detto nulla, ringrazio Claudio di aver agito di nascosto e di avermi facilitato a decidere, a presentarmi qualcosa di concreto perché ora non sono più fantasie, Giacomo è lì, Sara è lì, come noi alla ricerca di qualcosa di nuovo, di mettersi in gioco, emozionarsi. Io guardo Claudio e mi chiedo se stiamo cacciando o siamo solo prede. Intanto paghiamo il conto. Usciamo nella notte romana, fresca. Sara si infila sotto il braccio di Claudio, io sotto quello di Giacomo. Camminiamo verso la macchina, ridendo, cantando.

Questa sera non succederà niente, anche loro ci devono pensare, anche loro sono alla prima esperienza, ma il sasso nello stagno è lanciato e sta facendo tanti cerchi concentrici…


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Siamo in macchina. Claudio guida, io guardo fuori dal finestrino le luci di Roma che scorrono come nastri bagnati. Nessuno dei due parla per tutto il tragitto verso casa. Solo quando entriamo, chiedo: “Sara la conosci da tempo… non me ne hai mai parlato.” Lui si volta verso di me. “Ci siamo sentiti qualche volta al telefono…” Lo guardo: “Sì, ma ho notato una certa confidenza.” Lui abbassa gli occhi: “Hanno lo stesso nostro problema… Tu mi hai detto di fare tutto io, così l’ho chiamata, mi sembrano i tipi giusti. Tu Cosa ne pensi?” Chiede piano.

Io mi tolgo le scarpe, scalza sul parquet freddo. “Mi sembrano due persone per bene…” Dico. Lui annuisce: “Lo sono, ma questa sera non ho voluto forzare la mano, immagino che tu abbia bisogno di pensarci ancora…” Poi riprende. “È stata una serata leggera, piacevole, ma non so se è quello che vuoi, se loro vanno bene per te.” Lo guardo: “Tu non hai dubbi vero?” Ci sediamo sul divano ancora vestiti, con le luci spente tranne quella del corridoio che arriva fioca. Parliamo fino all’alba, di nuovo. Dei suoi sguardi su Sara, dei miei pensieri su Giacomo, della chimica che si era creata, ma che forse era solo nostalgia, o alcol, o voglia di credere che fosse già successo qualcosa di importante. “Forse stiamo correndo troppo…” Dico e poi aggiungo: “Forse dobbiamo conoscerli meglio. Senza forzare niente. Solo… frequentarli. Come amici.” Claudio annuisce: “Faremo quello che vuoi tu, nei tempi e nei modi che desideri Vanessa.”


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La settimana dopo, un venerdì sera, ci vediamo a Trastevere in una trattoria di cucina romana, Sara ordina per tutti con la sicurezza di chi conosce i posti veri, Giacomo racconta aneddoti di cantieri con quel suo modo calmo e ironico. Ridiamo tanto. Di cose stupide: di Claudio che si è dimenticato la password del suo stesso server aziendale, di me che ho disegnato un abito perfettamente identico a uno che portavo vent’anni fa, di Sara che imita il suo capo durante le riunioni con accento milanese esagerato. Una serata facile. Nessuna tensione sessuale esplicita, nessun discorso sul “patto”, solo quattro persone che si piacciono, che si trovano bene insieme.

Appena tornati a casa Claudio mi ha spinto contro il muro dell’ingresso ancora con il cappotto addosso. “Ti ho immaginata stasera…” Sussurra baciandomi il collo. «Mentre Giacomo ti guardava. Mentre ti sfiorava il braccio per caso. Ho pensato a lui che ti baciava, e tu che guardavi me.” Il mio respiro si spezza. “Anch’io.” Confesso. “Ho pensato a Sara che ti tocca. Che ti bacia mentre io guardo. E poi… che vengo da te.” Lui mi bacia con una fame che non sentivo da anni. Mi slaccia la camicetta, mi prende in braccio, mi porta in camera senza accendere la luce. Ci spogliamo piano, guardandoci negli occhi. Mentre facciamo l’amore, parliamo. Sussurriamo nomi, gesti, scene. “Immagina Sara che si inginocchia davanti a te.” Dico, muovendomi su di lui. “E io che la guardo, gelosa e eccitata allo stesso tempo.” E lui: “Immagina Giacomo che ti tiene i polsi e io che ti scopo mentre lui ti bacia il collo.” Alla fine, veniamo insieme in perfetta sincronia, forte, gridando piano quei nomi che non sono ancora reali, ma che stanno diventando i nostri fantasmi più belli.

Dopo, sdraiati nel buio, sudati e ansimanti, Claudio mi accarezza i capelli. “Sta funzionando…” Dice. “Sta funzionando…” Ripeto. Non sappiamo ancora se Sara e Giacomo siano “quelli giusti”, ma noi dicerto lo siamo! Coscienti e curiosi anche se incerti se avremmo mai fatto il passo successivo, se avremmo mai trasformato quelle fantasie in respiri bollenti, carne e orgasmi. L’unica cosa certa per ora è che stiamo tornando a desiderarci, a essere complici. Stiamo tornando vivi. E per ora, questo basta.


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E il passo successivo avviene un sabato sera, esattamente un mese dopo aver deciso di smettere di fingere di essere solo amici. Non ci sono stati discorsi solenni, né regole scritte su un foglio. Solo un messaggio di Sara nel nostro gruppo WhatsApp, alle sei del pomeriggio: “Stasera da noi? Portate vino e fame”. Claudio risponde con un pollice in su. Semplice.
Arriviamo al loft di Testaccio con una bottiglia di Barolo e un’aria che già vibra. Sara apre la porta in un abito di seta nera corto, un paio di tacchi da urlo e una calza super velatissima. Mi sorprendo a guardarla un attimo in più, ma non sono gelosa. Giacomo è in jeans e camicia bianca, un sorriso tranquillo che nasconde tutto. Claudio mi tiene per la vita mentre entriamo, un gesto possessivo e protettivo allo stesso tempo. Io indosso un vestito rosso scuro che mi sono cucita addosso pensando a questa sera, senza dirlo a nessuno. La cena è lenta. Antipasti sul tavolo basso, musica jazz bassa, luci soffuse. Parliamo di tutto e di niente. Ridiamo, beviamo, ci sfioriamo con le ginocchia sotto il tavolo. Ogni tanto uno sguardo che dura troppo. Ogni tanto una mano resta sulla coscia dell’altro un secondo di troppo.

È Sara a rompere l’equilibrio, come sempre con naturalezza. Si alza, prende la bottiglia di vino rimasta, riempie i bicchieri e dice, guardando prima me, poi Claudio: “Sapete, non ho più voglia di girarci intorno. Voglio voi. Tutti e due. E voglio che sia stasera e voglio che sia tutto stupendo!” Giacomo annuisce, Claudio mi guarda. Annuisco anch’io, il mio cuore è un tamburo.

Ci spostiamo in camera da letto. Luci basse, solo due abat-jour accese. Il letto grande, lenzuola nere. Nessuno parla più di regole o di patti. Solo corpi che si avvicinano. Inizia con baci lenti. Sara bacia Claudio, io Giacomo. Poi ci scambiamo: io su Sara, morbida, curiosa, le sue labbra sanno di vino e di donna. Claudio e Giacomo si guardano, sorridono, si baciano – un bacio breve, maschile, senza imbarazzo. Poi tutti insieme. È una fuga. La sento! Una fuga dalla monotonia che ci aveva quasi uccisi. Una fuga dal mondo fuori troppo convenzionale. Vivo a pelle la trasgressione di ogni gesto e ogni tocco è una scintilla sul mio corpo: le mani di Giacomo sui miei fianchi mentre Claudio mi guarda negli occhi, Sara che si inginocchia tra le gambe di Claudio e io che la tengo per i capelli, dolce ma ferma. I gemiti si mescolano, i respiri si intrecciano. C’è urgenza, ma anche lentezza. C’è fame, ma anche cura, curiosità, voglia di esplorare.

Claudio non è più nella pelle, entra in me, mi prepara perché dopo sia più accogliente e infatti mi bagno mentre Sara mi bacia in bocca e Giacomo le accarezza il seno. Poi cambia tutto, un altro giro, un altro gioco: Sara mi lecca tra le cosce, le sue dita dentro di me mentre Claudio la prende da dietro. Lei urla di passione mentre Giacomo mi guarda, mi tiene il viso tra le mani, sussurra cose sporche e dolci allo stesso tempo. Siamo quattro corpi che si ricordano di essere vivi. Sudore, nettare di donna che cola a fiotti, erezioni di maschi pronti a soddisfarci ogni centimetro di pelle, risate soffocate, “ancora”, “più forte”, “guardami”. Poi alla fine succede certo che succede, mentre Claudio e Sara si baciano appassionatamente, Giacomo mi scopa, forte, mi scava e mi riempie, mi sfama e mi affama, ed io urlo tutto il mio piacere incollando i miei occhi a quelli di Claudio. Veniamo tutti e quattro, uno dopo l’altro, in un groviglio di arti e sospiri, crollando sul letto, ansimanti, ridendo come adolescenti che hanno scoperto per la prima volta il sesso. Decidiamo di dormire tutti lì, stretti. Io con la testa sul petto di Claudio, Sara accoccolata contro di me, Giacomo che ci abbraccia da dietro.


******

Le nostre serate diventano più bollenti, ci vediamo una volta a settimana, ma senza programmare nulla, da loro o da noi oppure in qualche agriturismo di campagna lontano da occhi indiscreti. A volte iniziamo con una cena, a volte direttamente con il vino, i baci e le carezze di Giacomo che mi accendono in un istante. Sara e io siamo affascinanti in modi diversi: lei più selvaggia, io più controllata, ma curiosa. Claudio e Giacomo più passionali, attenti, mai egoisti. Tra un sabato e l’altro parliamo. Ci confidiamo.
Sara che dice: “Sapete, Giacomo e io stavamo per lasciarci. Eravamo al limite. Pensavamo che fosse finita.”
Giacomo annuisce. “Ci voleva coraggio per ammetterlo. Per dire: Non voglio perderti, ma non voglio neanche continuare così.”
Claudio che stringe la mia mano. “Anche noi eravamo a un passo dalla separazione silenziosa. Quella che non si vede da fuori, ma che ti consuma dentro.”
Io aggiungo: “Ci è voluto tempo. E fiducia in noi stessi. Per capire che potevamo provare qualcosa di nuovo senza buttar via quello che avevamo.”
Sara sorride, mi sfiora la guancia. “Ora siamo complici. Tutti e quattro. E protetti. Nessuno si sente lasciato fuori.”
Claudio mi bacia la tempia. “Siamo felici per quello che siamo, per quello che stiamo diventando.”
E ha ragione. Mi sento viva, posso desiderare altro senza smettere di amare Claudio. Posso condividere corpi senza perdere cuori.


******

Tutto bene, tutto ok, tutto meravigliosamente complice, ma il diavolo fa le pentole e si dimentica i coperchi perché esattamente tre mesi dopo quella prima notte di fuoco e promesse, tutto si incrina. Un pomeriggio che inizia come tutti gli altri. Il telefono squilla, sono le 14:47, sono nel mio studio, china su un cartamodello, la matita tra i denti. Il numero è quello di Giacomo. Rispondo distratta, pensando a una battuta o a un invito dell’ultimo minuto. “Vanessa… devo parlarti. Subito. Da soli.” La voce gli esce strozzata, come se gli mancasse l’aria. Non è il Giacomo calmo, ironico, quello che mi sfiora la schiena con naturalezza durante le nostre serate. È un uomo spaventato. “Che succede?” Chiedo, e già sento il sangue defluire dalle mani. “Non al telefono. Ti prego. Al Bar del tennis, quello vicino al Foro Italico. Tra mezz’ora. Vieni sola. Mi raccomando.” Riattacca senza dire altro.

Il cuore mi schizza in gola. Mi guardo intorno: fogli sparsi, forbici aperte, il manichino con il tessuto mezzo drappeggiato. Tutto sembra improvvisamente irreale, come se il mondo si sia spostato di qualche grado. Prendo la borsa, le chiavi, il telefono ed esco senza nemmeno spegnere la luce dello studio. Durante il tragitto in macchina, venti minuti che sembrano ore, l’ansia mi divora viva. Penso a tutto e penso a niente. Le mani sudate sul volante, il respiro corto, un nodo allo stomaco che sale e scende come un’onda. Penso a Claudio che quella mattina mi ha baciato sulla fronte prima di andare in ufficio, dicendomi “Ti amo”; penso a Sara che l’ultima volta mi ha abbracciata forte, sussurrandomi “Sei speciale, lo sai?”; penso a Giacomo: “Si sarà innamorato di me?” Penso al nostro patto, penso forse ho sbagliato tutto, forse sono stata ingenua a fidarmi, a credere che quattro persone potessero condividere corpi e regole senza che qualcuno trasgredisse.

Arrivo al Bar del tennis con dieci minuti di anticipo. Il posto è quasi vuoto: ombrelloni aperti, qualche tavolo con i bicchieri sporchi, l’odore di erba tagliata e cloro dalla piscina vicina. Giacomo è già lì, seduto a un tavolo in fondo, occhiali da sole anche se è nuvoloso, mani strette intorno a una tazzina di caffè. Mi siedo di fronte a lui senza salutare. Le gambe mi tremano sotto il tavolo. “Dimmi.” Lui si toglie gli occhiali. Noto gli occhi rossi, gonfi. Non ha dormito. Dice senza preamboli: “Sara e Claudio si incontrano da soli.” Lo guardo esterrefatta Il mondo si ferma. Letteralmente. Non sento più il rumore delle palline da tennis in lontananza, né il vento tra gli alberi. “Cosa stai dicendo?” Grido piano. “Fidati è vero, non mi prendere per matto, li ho visti. Due volte. Una volta in un bar a Prati, l’altra volta che uscivano insieme da un hotel in centro. Non era un incontro tra amici, Vanessa. Erano… intimi. Mano nella mano. Si baciavano come se non ci fosse nessun altro al mondo.” Non ci posso credere! “No. Non è possibile. Claudio me l’avrebbe detto. Abbiamo un patto. Niente segreti. Me l’avrebbe detto….”

Giacomo abbassa lo sguardo, fa fatica a parlare. Il suo dolore è maledettamente sincero. “L’ho chiesto a Sara. Ieri sera. Le ho chiesto di dirmi la verità. E lei… me l’ha detta.” Silenzio. Lungo. Pesante. “Mi ha detto che è sempre stata innamorata di Claudio. Che fanno l’amore anche da soli, senza di noi... Che con me… con me è diverso. Che mi vuole bene, ma che con lui ha sempre sentito qualcosa di speciale di magico.” Ogni parola è un pugno. Uno dopo l’altro. Al torace, dentro il cuore, in testa. “Non ci credo! Stai mentendo. Forse sei solo geloso e stai cercando una scusa per interrompere tutto. Geloso di Sara, geloso di noi quattro che funzioniamo, geloso del fatto che lei si diverte con Claudio e con me. Vuoi rovinare tutto perché non sopporti di condividerla.” Lui alza gli occhi. “Vorrei che fosse così Vanessa. Vorrei essere solo un geloso stronzo che inventa storie. Ma non lo sono. Sara me l’ha confermato piangendo. Mi ha chiesto scusa, ma mi ha anche detto che è una storia che risale a tanto tempo fa. E che è dispiaciuta a farti del male, che sei una donna stupenda e non lo meriti.”

Mi alzo di scatto, le parole di Giacomo sono insopportabili. La sedia gratta sul pavimento. “Balle! Claudio non mi tradirebbe mai. Non dopo tutto quello che abbiamo passato. Non dopo avermi giurato che qualunque cosa sarebbe successa insieme.” Giacomo non risponde. Rimane seduto, le mani sul tavolo, sconfitto, mi vede andare altezzosa e incazzata. Cammino veloce verso la macchina, le lacrime che bruciano ma non cadono ancora. Salgo, chiudo lo sportello e solo allora, sola nell’abitacolo, con le mani che tremano sul volante, lascio uscire il primo singhiozzo. Non è solo incredulità. È terrore. Terrore che Giacomo abbia ragione. Terrore che il nostro bellissimo castello di carte, il patto, le serate, il fuoco ritrovato, stia crollando. E che Claudio, l’uomo che amo da sedici anni, sia già dall’altra parte del muro. Che abbia architettato tutto, le sue insistenze, le sue sicurezze, il suo piano, lo strano incontro dopo vent’anni con Sara, i biglietti per il teatro, il fatto che si erano già sentiti e lei sapeva del nostro gioco… “Ma per quale cazzo di motivo?” Urlo ad alta voce ferma al semaforo sbattendo i pugni sul volante.


******

Guido come una pazza per Roma, senza meta, con la radio spenta e il finestrino abbassato. Prendo strade sconosciute, contromano, cammino sulle corsie riservate ai bus, qualche semaforo rosso, non so dove stia andando, forse verso una verità che ancora non conosco. Solo dopo un’ora torno a casa. Sono le sette passate. La villetta è silenziosa, Romeo mi viene incontro scodinzolando piano, come se sentisse che qualcosa non va. Claudio è già lì: in cucina con le maniche della camicia arrotolate, sta preparando la cena. L’odore mi fa venire la nausea. Mi fermo sulla soglia con la borsa ancora a tracolla, scarpe ancora ai piedi. Lui si volta, sorride come ogni sera. “Oh amore sei qui, non ti ho sentito entrare.” Poi mi guarda negli occhi: “Sei in ritardo. Tutto bene?” Non rispondo subito. Poso la borsa sul tavolo, mi tolgo le scarpe scaraventandole sul nostro bel parquet lucido scuro, mi siedo sulla sedia più lontana da lui. “Ho bisogno di parlarti.” Il sorriso gli muore sulle labbra. Spegne il fuoco sotto la pentola, si pulisce le mani col canovaccio, si siede di fronte a me. “Dimmi. Ti vedo sconvolta… Cosa è successo?” Respiro profondamente.

Le parole di Giacomo mi rimbombano nella testa come un’eco. “Giacomo mi ha chiamata oggi. Mi ha chiesto di vederci. Mi ha detto… che tu e Sara vi incontrate da soli. Da settimane. Che fate l’amore. Che lei è innamorata di te.” Silenzio. Lui non batte ciglio, ma vedo la sua mascella contrarsi. “Non è vero. Sara e io non ci vediamo da soli. Non facciamo niente alle vostre spalle. Giacomo si sbaglia. O forse… forse vuole rovinare tutto perché non regge più la situazione.” Lo guardo negli occhi. Quegli occhi che conoscevo da sedici anni, che mi avevano guardato innamorati, stanchi, divertiti, complici. Ora sembrano opachi. “Non ci credo, per favore non mentirmi. Guardami. Guardami e dimmi di nuovo che non è vero.” Lui abbassa lo sguardo per un secondo. Solo un secondo. Ma basta. “Vanessa…” Si ferma. Lo incalzo. “Non osare. Non osare dirmi che è complicato, che è successo e basta, che non volevi ferirmi. Dimmi la verità. Cazzo. Ora. O giuro che esco da quella porta e non torno più.”

Silenzio ancora. Lui si passa una mano sul viso, come se volesse cancellare quell’espressione che dice troppo. Si alza prende la bottiglia di vino rosso, ne versa un dito nel bicchiere senza chiedermi nulla. Poi parla, finalmente parla. Sento la sua voce estranea, cinica come se legge un referto medico.
“Vanessa, mi dispiace. È tutto vero. Io e Sara siamo innamorati. Ci vediamo da soli. Facciamo l’amore. Parliamo. Ci vogliamo. Stavo solo aspettando il momento giusto per dirtelo. Non volevo che lo scoprissi in questo modo. Volevo… farlo io, dirti i motivi di questo strano gioco.” Le parole cadono come pietre nell’acqua stagnante. Nessun dramma, nessuna lacrima da parte sua. Solo fatti. Freddi. Precisi. Mi alzo, mi allontano, ho bisogno di mettere una distanza fisica tra noi. Rimango in piedi, le braccia lungo i fianchi, lo guardo come se fosse un estraneo.

“Il momento giusto.” Ripeto, incredula. “Il momento giusto per dirmi che hai tradito il nostro patto. Che hai tradito me. Che hai preso tutto quello che avevamo costruito e l’hai usato per nasconderti con lei. Sei un vigliacco!” Lui alza gli occhi. C’è dolore lì dentro, lo vedo. “Non l’ho usato per nascondermi. L’ho usato per sentirmi vivo. E poi… è diventato altro. Non potevo fermarlo. Non volevo fermarlo. Tra noi era finita da tempo. Quello che è successo in quattro è stato solo un tentativo.” Mi viene da ridere. Una risata amara, strozzata. “Quindi è finita? Sedici anni, il nostro patto, le promesse, le notti in cui ci siamo detti “insieme o niente”… e tu hai deciso che “insieme” non bastava più?” Claudio non risponde subito. Si alza piano, fa un passo verso di me, ma io indietreggio. “Non toccarmi, mi fai schifo.” Lui si ritrae. “Non lo so se è finita, io ti amo, Vanessa. Ti amo in un modo che non c’entra con Sara. Ma lei… lei è diversa. È una cosa che non posso ignorare.” Lo guardo. E in quel momento capisco che la meravigliosa convivenza di cui avevamo parlato, quella complicità protetta, quel fuoco ritrovato, era già cenere. Non grido. Non piango. Mi volto soltanto, prendo la borsa, le chiavi. “Vado da mia sorella. Non so quando torno. O se torno.” Lui non mi ferma. Rimane lì, in cucina.

Esco. Fuori, la notte romana è tiepida, indifferente. Dentro di me, invece, tutto è gelo. E il sospetto che avevo cercato di soffocare per tutto il pomeriggio ora è diventato certezza. Irrevocabile. Non vado da mia sorella, non ho voglia di parlare, spiegare di essere compresa e commiserata. Giro senza meta, poi mi fermo davanti ad un bed & breakfast a Frascati. Prendo una stanza. Non voglio tornare a casa, non voglio vedere gli oggetti, i mobili, i quadri che abbiamo scelto insieme, non voglio sentire l’odore di Claudio sulle lenzuola o sul cuscino.
Sono disperata, piango come non ho mai fatto in vita mia. Non sono singhiozzi rumorosi, ma un pianto silenzioso, continuo, che mi consuma dentro. Mi siedo sul letto, le ginocchia al petto, e lascio che le lacrime cadano sulle braccia, il mento, il collo. Piango per la stupidità con cui avevo difeso il nostro matrimonio. Io, che avevo accettato di aprire la porta a qualcun altro per paura di perderlo, per paura che la routine ci uccidesse. Io, che avevo detto sì a quelle serate a quattro perché pensavo che fosse l’unico modo per riaccendere il fuoco senza bruciarci, che fossero la nostra salvezza di coppia. Io che mi sono fatta scopare da Giacomo per il suo piacere, io che ho sentito le urla di Sara quando Claudio la scopava, ma quello non era un gioco era amore sotto i miei occhi! Io, che mi ero fidata del suo “insieme o niente”, che mi ero convinta che il patto fosse sacro. E invece il patto è stato solo una copertura. Una messinscena.


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Dopo una settimana, mi sto ancora chiedendo il motivo di tutto questo. Cerco di riprendere la mia vita normale, ma non ci riesco. Il dolore è ancora troppo forte e mi devasta mente e cuore. La verità vera, quella che mi ha spezzato più di ogni bacio rubato o incontro clandestino, me la confessa proprio lui, Claudio. Siamo seduti, in un bar anonimo vicino al suo ufficio. Sono andata io a cercarlo, perché non riuscivo a respirare senza sapere, senza dare almeno una risposta alle mie tante domande.

Seduti a un tavolino di plastica, con due caffè intatti davanti, mi racconta il resto. Voce bassa, sguardo basso, come se stesse leggendo un copione che odia. “Sara e io… ci frequentiamo dai tempi dell’università. Già allora stavamo insieme, Vanessa. Non te l’ho mai detto perché sembrava una cosa del passato. Quando ti ho conosciuta, quando ho capito che eri tu quella con cui volevo passare la mia vita, l’ho lasciata. Lei ha sofferto, io ho sofferto, ma l’ho fatto. Pensavo fosse finita.” Fa una pausa. Beve un sorso d’acqua. “Anche dopo il nostro matrimonio lei ha continuato a cercarmi. Ci siamo rivisti. Lei non aveva mai smesso di volermi ed è ripartito tutto nonostante si fosse sposata. Mi diceva che non riusciva più a stare con Giacomo, che voleva me, solo me. Che per me avrebbe lasciato tutto. Io… io ho avuto paura. Paura di perderti, paura di distruggere il nostro rapporto, paura di fare la scelta sbagliata. Lei insisteva, voleva vivere insieme a me e che ti lasciassi. Resistevo e alla fine ho pensato a quella sciagurata soluzione: una cosa di gruppo che avrebbe coinvolto tutti, e in quel modo pensavo che sarei riuscito a tenere tutto sotto controllo. A non perdere te. A non perdere lei. A non perdere niente.”

Sono sconvolta! Lo guardo. Non riesco nemmeno a respirare. “Mi hai usata! Hai usato il nostro matrimonio, il nostro patto, il mio amore per te… per non dover scegliere. Per tenermi buona mentre continuavi a scopartela. Per sfilarti piano piano da noi, mentre mi dicevi che volevi riavviarti. Mi hai fatto sentire fredda, inadeguata, mi fai schifo!” Lui non nega. Abbassa solo la testa. “L’ho fatto per difendere il nostro matrimonio, pensavo che fosse la soluzione giusta per non perderti, ti amo Vanessa, credimi!” Lo guardo: “Sei un essere immondo Claudio, ti scopavi la tua amante davanti a me pretendendo la mia compiacenza. Non era un gioco erotico, era amore. Volevi la mia approvazione! Ti rendi conto? Mi hai mentito per mesi. Hai trasformato la mia fiducia in uno strumento per il tuo tornaconto. Mi fa rabbia pensare che quando piangevo di felicità pensando che stessimo tornando vivi insieme, tu stavi invece fortificando il rapporto con la tua amante.” Mi alzo, lui non mi trattiene. Evidentemente ha già deciso. Esco dal bar senza voltarmi.


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Oggi sono passati esattamente nove mesi dall’ultima volta che ho visto Claudio in quel bar. Ogni giorno è una battaglia per non crollare di nuovo. Mi sveglio con il petto pesante, faccio colazione da sola, vado in studio e disegno abiti che non indosserò mai perché non ho più voglia di guardarmi allo specchio. Ho preso contatti con un avvocato per la separazione e con una terapeuta che mi dice di essere gentile con me stessa, che mi devo sopportare anche quando scatto senza motivo. Ma come si fa a essere gentili quando ti rendi conto che la persona che amavi di più al mondo ti ha usata come scudo umano per non affrontare le sue scelte?

Sto provando a ricostruire. Un passo alla volta. Ho ripreso i contatti con vecchi amici che avevo trascurato. Ho avuto due rapporti occasionali di breve durata, cerco di aver fiducia negli uomini convincendomi che non tutti sono sbagliati, non tutti si chiamano Claudio. Ho iniziato a camminare la mattina presto per le strade del quartiere, con le cuffie nelle orecchie e le lacrime che scendono senza che nessuno le veda. Ho ridisegnato la mia vita intorno a me stessa: un appartamento piccolo a Monteverde vicino al lavoro, dove non c’è traccia di lui. Ho lasciato la villa a Claudio, lì non ci voglio più tornare, mi fa un male cane. Romeo e i gatti li vedo ogni due settimane, Claudio me li porta nel parco di Villa Pamphili.
Lui arriva puntuale, con il guinzaglio in mano e il trasportino. Io prendo il guinzaglio, accarezzo il muso di Romeo, gratto dietro le orecchie dei gatti, poi glieli restituisco. Non parliamo. Solo “grazie”, “ciao”, “ci sentiamo per il prossimo”. Non lo odio. Odiare è troppo stancante. Richiede energia, e io non ne ho più molta. Provo solo una stanchezza infinita, e una tristezza antica che sembra non finire mai, quella che ti resta nelle ossa quando capisci che la persona che hai amato per metà della tua vita non era esattamente chi credevi. O forse lo era, e sei stata tu a non volerlo vedere.

Sara e Claudio vivono insieme adesso, in un appartamento moderno all’Eur, con il balcone che guarda il lago artificiale. L’ho saputo da un’amica comune, non da lui. Non mi ha mandato foto, non mi ha scritto “sto bene”. Non c’è bisogno. Lo immagino lo stesso: lui che le prepara il caffè con la stessa tazza che usava per me, lei che gli passa le dita tra i capelli come facevo io, loro due che ridono di battute che un tempo erano nostre. Non fa male come all’inizio. Fa solo freddo. Io continuo a disegnare. Abiti con le linee pulite, tagli netti, colori che non urlano. Lavoro tanto, forse troppo. La sera torno a casa, accendo una lampada sola, metto su un disco vecchio di Mina o di De André, verso un bicchiere di rosso e guardo fuori dalla finestra le luci di Roma che non mi appartengono più.

Ogni tanto piango, ma sono lacrime silenziose, quasi meccaniche, come se il corpo avesse imparato a espellere il veleno a piccole dosi. Ho capito una cosa, in questi mesi di silenzio e di notti troppo lunghe: non c’è stata nessuna congiura romantica, nessun grande amore contrastato dal destino. C’è stato solo un uomo meschino che, arrivato a un bivio, ha scelto la strada più abietta per salvare capra e cavoli. Ha usato il nostro patto come specchietto per le allodole, ha usato me come rete di sicurezza, ha usato il mio corpo, ha usato il mio desiderio infinito di vivere con lui, senza mai avere il coraggio di fare una scelta. E io? Io ho creduto alla favola perché volevo crederci. Perché l’alternativa, ammettere che sedici anni potevano evaporare per noia, per viltà, per egoismo, era troppo pesante da reggere.

Non tornerò mai quella di prima, lo so. Non sarò più la donna che rideva alle cene con gli amici, che progettava viaggi, che si sentiva parte del mondo solo perché c’era lui dall’altra parte del letto. Quella Vanessa è morta quel giorno al Bar del Tennis quando Giacomo le ha spiattellato tutta la verità possibile. Quella che sono ora è una donna più dura, più tagliente, più sola. Cammina per le strade di Roma con le spalle dritte e lo sguardo che non chiede permesso a nessuno. Non cerca più amore, non cerca più fuoco e legami. Cerca solo di passare una serata, di allargare le cosce a qualcuno che non gli promette la vita! Cosciente che l’unico pezzo di verità che resta è sapere esattamente quanto può fare male fidarsi, quanto può costare credere alle parole di chi ti guarda negli occhi e ti dice “insieme o niente”. Non rinasco. Non guarisco. Semplicemente esisto, con la ferita aperta e gli occhi ben aperti.

Ogni giorno mi chiedo se un giorno smetterò di sentirmi tradita nel midollo. Se un giorno potrò di nuovo fidarmi di qualcuno. Di me stessa. Per ora, sopravvivo. E forse, un giorno, sopravvivere diventerà vivere. Ma oggi no. Oggi piango ancora, in silenzio, nel buio del mio nuovo lettino singolo. E mi chiedo come abbia fatto a non vedere che il fuoco che pensavo di riaccendere era solo il riflesso di un incendio che bruciava altrove, da sempre.
Non c’è stata nessuna alba dorata, nessuna luce che filtra tra le crepe, nessun “ho imparato a volermi bene” da scrivere su un post-it attaccato al frigorifero. Non c’è rinascita. C’è solo questa realtà cruda che si è depositata sul fondo di tutto, come sedimento che non si scioglie più.
 





Questo racconto è opera di pura fantasia.
Nomi, personaggi e luoghi sono frutto
dell’immaginazione dell’autore e
qualsiasi somiglianza con
fatti, scenari e persone è del tutto casuale.

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