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RACCONTO

Adamo Bencivenga
TRADITA FINO AL MIDOLLO
Un racconto intenso e crudele
di una moglie fedele, che dopo anni di routine
matrimoniale, si lascia convincere dal marito a
esplorare un’avventura intima con un’altra coppia.
Solo dopo aver vissuto un’esperienza passionale e
travolgente scoprirà la verità...

Entro in cucina senza
accendere la luce. Sono le sei e mezza del mattino,
accendo il gas sotto la moca, poi vado in soggiorno e
Claudio è lì, dorme, il respiro lento, profondo, è
sdraiato sul divano con il telecomando ancora in mano,
ogni notte succede, si arrende senza rendersene conto
davanti alla televisione. Anche stanotte abbiamo dormito
separati, io in camera da letto e lui qui in soggiorno.
Mi avvicino. Ha la testa leggermente piegata
all’indietro, la bocca socchiusa, gli occhiali storti
sul naso. Mi siedo sul bracciolo del divano, abbastanza
vicina da sentire il calore che emana, ma abbastanza
lontana da non svegliarlo. Sento una forte distanza, mi
sento un’estranea come fossi una cameriera, una badante,
allora parlo e dico: “Mi chiamo Vanessa. Ho quarantanove
anni e da sedici vivo e dormo accanto a te.”
Sedici anni non sono pochi. Sono una vita intera se li
conti nelle piccole cose, come il rumore della tazza di
caffè appoggiata sullo stesso punto del tavolo ogni
mattina, il modo in cui lui si toglie gli occhiali e li
pulisce con il lembo della camicia o il profumo del suo
bagnoschiuma dopo la doccia. Sedici anni non sono pochi,
anzi sono abbastanza per sapere esattamente come respira
quando sta per addormentarsi o per smettere di
aspettarsi che quel respiro cambi ritmo per me.
Tra meno di qualche secondo allungherà la mano, ma non
per desiderio, ma solo per abitudine. Tra poco si
alzerà, andrà in bagno senza dire una parola, il
silenzio tra noi ormai è diventato una lingua tutta
nostra. Una lingua fatta di gesti minimi, di spazi che
non si invadono più. Ci saluteremo appena, io uscirò di
casa prima di lui per poi rivederci la sera, come
sempre, come al solito... E quando rientrerò a casa mi
chiederò se son io quella problematica, quella che
chiede di più e perché mai lui ci stia così bene da non
pretendere altro dal nostro rapporto?
******
Stasera è come tutte le altre sere di questo ultimo
lungo inverno. Sono le ventidue e quarantatré. La luce
del soggiorno è bassa, solo la lampada da terra e lo
schermo della televisione che getta bagliori azzurri sul
muro. Claudio è seduto con il portatile appoggiato sulle
gambe, le cuffie mezze calate sul collo, sta
controllando log di qualche server che non capisco più
nemmeno quando me li nomina. Io sono nella poltrona di
fronte, con le gambe raccolte sotto di me, un bicchiere
di rosso in mano e lo sguardo perso dentro una sfilata
su YouTube che ho già visto tre volte. Non la sto
davvero guardando. Sto solo lasciando che le immagini mi
scorrano addosso.
Il nostro cane, Romeo, russa
piano sotto il tavolino. I gatti sono spariti chissà
dove, probabilmente sul letto grande, occupando il mio
cuscino e quello di Claudio come se fosse un diritto
acquisito. Sento il ticchettio leggero dei tasti. Ogni
tanto lui alza lo sguardo, mi cerca per un secondo, con
quel sorriso piccolo, affettuoso e stanco che mi fa
ancora tenerezza. E io ricambio, perché è vero: gli
voglio bene, un bene dell’anima, un bene solido,
domestico, rassicurante. Il tipo di bene che ti fa
ammettere che in fin dei conti sei stata fortunata ad
incontrarlo. Mai uno screzio, mai un bisticcio, piani e
progetti sempre condivisi, stessi gusti come gli
spaghetti all’amatriciana o il brasato al Barolo, come
la tinta rosa antico della carta da parati o i gerani
screziati sul davanzale del bagno, come le canzoni dei
Pink Floyd, le ballate di De Andrè, i film di Sorrentino
al cinema e i quadri di Botero.
Eppure. Eppure
c’è un silenzio che pesa più delle parole che non
diciamo. “Claudio…” Dico all’improvviso, la voce più
bassa di quanto vorrei. Lui si toglie completamente le
cuffie, mi guarda. “Dimmi.” Esito. Non so nemmeno io
cosa voglio dire. O forse lo so, ma le parole giuste non
escono. “Niente.” Mormoro alla fine. “Volevo sentire la
tua voce.” Lui sorride di nuovo, ma è un sorriso che non
arriva agli occhi. Poi torna a guardare il monitor. Io
finisco il vino in un sorso solo, il sapore acido mi
pizzica la lingua.
Sento un fremito improvviso
di quelli che arrivano tra le gambe. Vorrei alzarmi,
avvicinarmi, togliergli il laptop dalle ginocchia,
sedermi a cavalcioni e guardarlo negli occhi fino a
costringerlo a vedermi davvero. Vorrei che mi prendesse
i polsi, che mi stringesse abbastanza forte da farmi
male per un secondo, che mi dicesse qualcosa di sporco,
di urgente, di vivo. Vorrei che mi baciasse come se non
ci fossimo già baciati migliaia di volte, come se la mia
bocca fosse ancora un territorio sconosciuto. Vorrei
sentirlo già duro, sbottonargli la patta, afferrare il
suo cazzo e infilarlo dentro di me, anche solo per una
sveltina, anche solo due minuti mentre mi stringe le
tette e mi dice che sono il suo unico desiderio vivente.
Invece resto ferma. E lui resta fermo. Lascio morire
quel fremito così come è venuto. La televisione continua
a parlare da sola. Una modella altissima cammina con un
abito di seta verde bottiglia che le scivola sulla pelle
come acqua. È bellissima. È lontana. È tutto quello che
io non sono più riuscita a sentirmi addosso da anni.
Chiudo gli occhi un istante. Penso a quando facevamo
l’amore con la luce accesa perché ci piaceva guardarci.
Penso a quando indossavo la lingerie per lui prima di
fare l’amore. Penso a quando ridevamo mentre
inciampavamo nei vestiti buttati per terra, a quando lui
mi sussurrava all’orecchio cose che mi facevano
arrossire anche dopo dieci anni di matrimonio. Adesso la
luce la spegniamo quasi sempre. Per abitudine. Per
pudore. Per stanchezza. E quando capita, raramente,
capita in fretta, in silenzio, con gesti precisi e
conosciuti. Una coreografia perfetta. Senza errori.
Senza sorprese. Senza fiamma.
Apro gli occhi.
Claudio ha rimesso la cuffia. Le dita volano sulla
tastiera. Il cuore mi batte un po’ troppo forte, come se
avesse capito qualcosa prima di me. Mi alzo piano, poso
il bicchiere vuoto sul tavolino. “Vado a letto.” Dico.
Lui annuisce senza guardarmi. “Arrivo tra poco.” So che
non arriverà presto, forse mai. So che si metterà a
guardare la tv e si addormenterà fino a quando il sonno
lo prenderà per sfinimento. E io so che rimarrò sveglia
nel buio, ad ascoltare il suo posto vuoto accanto a me,
con la sensazione che stiamo entrambi affogando dentro
la stessa bellissima, confortevole, asfissiante routine.
E che nessuno dei due ha ancora il coraggio di gridare
per chiedere aiuto.
******
E invece
no, questa notte è diverso! Con mia sorpresa lui arriva,
le due passate quando lo sento entrare in camera,
togliersi i vestiti al buio, infilarsi sotto le coperte
senza sfiorarmi. Penso che sia finita lì, un’altra sera
inghiottita dal silenzio. Invece no. Alle tre e
diciassette lui si gira verso di me. Non accende la
luce. Parla nel buio, con la voce rauca di chi ha tenuto
dentro troppe cose. “Vanessa… non ce la faccio più a far
finta che vada tutto bene.” Il cuore mi schizza in gola.
Mi volto anch’io, piano, cercando i suoi occhi nel buio.
“Neanch’io.” Dico.
Parliamo per ore.
Sussurrando, a volte interrompendoci a vicenda, a volte
tacendo. Confessiamo tutto quello che non osiamo dirci
da mesi, forse da anni. Lui mi racconta di quella
collega nuova, Sofia, ventinove anni, mora, faccia da
bambolina, capelli a caschetto, che ride alle sue
battute stupide durante le call e che una volta gli ha
mandato un messaggio privato alle due di notte con una
battuta ambigua. Niente di concreto, solo un’occasione
che avrebbe potuto cogliere. E che non ha colto. Ma ci
ha pensato.
Io gli parlo di Marco, il fotografo
con cui lavoro da due stagioni. Di come mi guarda quando
provo i capi nuovi, di come una volta, dopo un aperitivo
di lavoro, mi abbia sfiorato la schiena nuda sotto il
vestito con la scusa di sistemarmi per la posa. Di come
per un attimo ha lasciato la mano proprio sopra il mio
fondoschiena, un attimo solo, ho immaginato di
lasciarglielo fare di più. “Potrei avere altre storie.”
Gli dico, la voce che trema appena. “E tu potresti
averne altrettante. Lo sappiamo entrambi.” Lui risponde:
“Lo so.” Come fosse un rischio calcolato, un qualcosa
che se succedesse non sarebbe poi così sconvolgente.
Silenzio. Lungo. Pesante. Sento i suoi occhi su di
me nel buio. Poi parla per primo. “Ci ho pensato sai? Ma
non voglio farlo da solo.” Alzo lo sguardo verso di lui,
anche se non lo vedo. Mi prende la mano sotto le
lenzuola. Le sue dita sono fredde. “Se deve succedere
qualcosa… qualsiasi cosa… voglio che succeda insieme.”
Sento un nodo sciogliersi dentro lo stomaco. “Un patto.”
Dico piano. “Sì. Un patto.” Risponde. “Qualcosa che ci
leghi per sempre, nostro, segreto, complice.”
Ci
guardiamo nel buio, e per la prima volta dopo tanto
tempo sento che ci stiamo davvero guardando. “Può essere
spaventoso. Può significare la fine del nostro rapporto,
di tutto…” Mormoro. “Lo è già.” Rispose lui, e nella sua
voce c’è una specie di sollievo feroce. “È un rischio…
ma devo farlo!” Quel devo mi infastidisce un secondo,
come se ci fosse qualcosa dietro che non so, ma non ci
penso più di tanto, penso a lui, mio marito, che come me
vuole sentirsi ancora vivo. Mi avvicino. Appoggio la
fronte contro la sua. Sento il suo respiro caldo sulle
labbra. “Allora proviamoci.” Sussurro. “Insieme.” Lui
annuisce. Ci baciammo come se fosse la prima volta dopo
sedici anni. Con urgenza, con paura, con la
consapevolezza che stiamo firmando un contratto con il
diavolo e con noi stessi allo stesso momento.
******
Ci baciamo ancora e Claudio mi chiede:
“Ti ricordi la Grecia?” Sorrido perché lo so già. Quella
era stata l’unica nostra esperienza un po’ trasgressiva,
L’unico precedente, l’unico momento in cui avevamo
sfiorato qualcosa di simile, tanti anni fa, quando
eravamo ancora così giovani da credere che l’amore fosse
una cosa semplice e infinita. Era Naxos, l’isola dove
avevamo deciso di passare la luna di miele low-cost, in
campeggio, con una tenda comprata al discount e un
fornelletto a gas. Eravamo sposati da meno di un mese,
abbronzati, felici, un po’ ingenui.
Avevamo
piantato la tenda in una spiaggia vicino ad Agios
Prokopios, sabbia fine e mare che sembrava dipinto. Di
giorno nuotavamo nudi quando non c’era nessuno, di sera
mangiavamo pane, pomodori e feta comprati al mercato.
Una sera abbiamo conosciuto un gruppo di tedeschi, una
decina di ragazzi più o meno della nostra età, accampati
poco più in là. Ci hanno invitato a cena intorno al loro
fuoco: spiedini di souvlaki, insalata greca, e
soprattutto retsina versata da una bottiglia di plastica
senza etichetta. Ridevano forte, cantavano canzoni che
non capivamo, ma l’alcol scaldava tutto.
Tra loro
c’era Maria. Bionda, magra, quasi senza curve, con due
piccoli seni che si intravvedevano sotto una canottiera
larga. Aveva ventidue anni, forse ventitré, occhi
azzurri chiarissimi e un sorriso che sembrava sempre sul
punto di diventare una risata. Parlava un inglese
perfetto, con quell’accento tedesco morbido. Si è seduta
vicino a me sulla sabbia, le ginocchia che si
sfioravano. “Siete sposati da poco, vero?” Ha chiesto,
guardando l’anello al mio dito. “Sì, da tre settimane.”
Ho risposto.
“Siete bellissimi insieme.” Claudio
è arrossito e poi ha risposto: “Ci proviamo.” Maria ha
inclinato la testa, ha sorriso, un sorriso dolce e
peccaminoso allo stesso tempo. Abbiamo bevuto ancora.
L’alcol sapeva di pino e resina, bruciava in gola, ma
scaldava lo stomaco e i sensi. A un certo punto Maria ha
raccontato di un viaggio in India, di come aveva dormito
in spiaggia con sconosciuti, di come il corpo a volte
parla più forte delle parole. Io le ho chiesto se avesse
paura di perdersi. Lei ha scrollato le spalle. “Paura
sì. Ma la paura è solo il contorno di qualcosa di
bello.”
Alle tre del mattino il fuoco era
ridotto a brace. Gli altri tedeschi erano tornati alle
loro tende. Noi tre siamo rimasti lì, un po’ ubriachi,
un po’ incantati dal rumore del mare. Maria si è alzata,
ha detto: “Vengo con voi? La mia tenda è troppo lontana
e ho freddo.” Claudio ha guardato me. Io ho annuito,
senza pensarci troppo. Nella nostra tenda piccola,
puzzolente di plastica e sudore, ci siamo infilati nei
sacchi a pelo. Maria si è messa in mezzo, fingendo di
dormire subito. Ma dopo pochi minuti ha girato la testa
verso di me. Nel buio ho sentito le sue labbra sulle
mie, morbide, curiose. Un bacio lento, quasi timido. Poi
si è voltata verso Claudio. Ha scostato il sacco a pelo,
ha abbassato la testa e ha preso il suo cazzo in bocca.
Ho sentito le sue labbra succhiare, il rumore della
saliva, un movimento lento, preciso, affamato.
Non ero sconvolta, non ho detto nulla. Claudio ha
trattenuto il fiato, poi ha allungato una mano verso di
me. Ci siamo baciati sulla bocca mentre lei gli dava
piacere, un ritmo che ci legava tutti e tre. Io sentivo
il respiro di Claudio accelerare contro la mia bocca, le
sue dita che stringevano i miei capezzoli turgidi. Maria
si è mossa più veloce, strofinandosi contro la coscia di
Claudio, il suo corpo magro che tremava. Ha gemuto
piano, un suono soffocato, quasi sorpreso. È venuta
così, contro la sua pelle, mentre noi continuavamo a
baciarci come se volessimo inghiottirci a vicenda finché
siamo esplosi insieme a lei.
Dopo, silenzio.
Solo il rumore del mare e i nostri respiri che tornavano
normali. Maria si è alzata piano, ha sussurrato “Grazie.
Siete meravigliosi. Buonanotte.” È uscita dalla tenda ed
è sparita nella notte. Non l’abbiamo più rivista il
giorno dopo. Forse era partita, forse aveva solo
cambiato spiaggia. Non ne abbiamo mai parlato
apertamente, dopo. Ma ogni tanto, negli anni, uno dei
due tirava fuori quel ricordo come una foto sbiadita:
“Ti ricordi Naxos?” E sorridevamo, complici, con un
brivido piacevole che ci attraversava la schiena.
Adesso, mentre Claudio mi accarezza il braccio nel
buio, capisco che quel ricordo non era solo un’avventura
estiva. Era una prova e che anche adesso avremmo potuto
condividere qualcosa di pericoloso, di intimo, senza
compromettere nulla. Che avremmo potuto di nuovo aprirci
al vento senza che la tenda crollasse. “Facciamolo di
nuovo…” Dice lui piano. Io chiudo gli occhi. Sento il
cuore battere forte. “Va bene.” Sussurro. Non è come
sedici anni fa. È meglio. Perché stavolta sappiamo
esattamente cosa stiamo rischiando. E lo stiamo
scegliendo. Insieme.
Non facciamo l’amore. Non
serve. Abbiamo appena aperto una porta che per anni era
rimasta chiusa a chiave. E sappiamo entrambi che,
qualsiasi cosa ci sia dall’altra parte, l’avremmo
affrontata tenendoci per mano. Senza lasciarci mai.
******
Da quella notte sono passate
settimane di parole, di silenzi, di caffè bevuti a metà
sul tavolo della cucina. Parliamo spesso. Seduti sul
divano con le gambe intrecciate, o in macchina mentre
torniamo da una cena con amici, o sdraiati a letto con
la luce del comodino ancora accesa. Sempre lo stesso
cerchio: “Siamo sicuri? E se poi non funziona? E se uno
dei due si innamora? E se roviniamo tutto quello che
abbiamo costruito in sedici anni?” Dico piena di dubbi,
più a me stessa che a lui, ma Claudio è entusiasta. Lo
vedo nei suoi occhi: quel lampo di curiosità, quasi
infantile, che gli torna quando parliamo di “aprire”.
Per invogliarmi mi racconta le sue fantasie: una
donna che ci guarda mentre facciamo l’amore, o magari
che si unisce a noi, o che lui può toccarla senza timore
di essere giudicato da me. Un uomo su di me che mi
apprezza, che mi fa sentire femmina più di quanto possa
fare lui. Che mi apre le gambe mentre noi ci baciamo. Mi
sorprende, non sento nelle sue parole alcuna gelosia,
sento solo fame di novità, di adrenalina, di sentirsi
vivo attraverso il corpo di qualcun altro, ma sempre con
me al centro. Me lo ripete spesso, come fossi io la
chiave di tutto, come fosse quasi un dovere, una cosa
che deve assolutamente fare.
Io ascolto.
Annuisco. Sorrido, mi eccito e mi reprimo. Ma dentro
sento un nodo che si stringe sempre di più. Non sono
entusiasta come lui. Non sono convinta. Mi chiedo: chi
potrebbe mai essere questo uomo che mi fa sentire viva?
Chi questa donna che entra nella nostra camera, nel
nostro letto, e non mi fa sentire improvvisamente
piccola, superflua, di troppo, vecchia? A quarantanove
anni so di essere ancora attraente, ma non sono più la
ragazza di venticinque anni che faceva girare la testa
solo camminando. E Claudio? Lui ha cinquantadue anni, ma
ha ancora quel fascino discreto, da uomo che fa
impazzire le ragazze più giovani senza nemmeno provarci.
Lo so. L’ho sempre saputo. E se lei fosse più giovane?
Più morbida? Più disinibita? Più tutto? E se lui, dopo
averla avuta, si accorgesse che con me non gli basta
più? Che il mio corpo, ormai conosciuto a memoria, non
gli accende più la stessa fiamma?
Queste domande
mi tengono sveglia. Mi giro nel letto, lo guardo dormire
e penso: “Ti sto perdendo prima ancora di averti
condiviso.” Ma poi penso a me, a come mi sentirei con un
altro uomo che entra dentro di me, mentre Claudio
guarda! Scopata da un altro con il consenso di mio
marito. Che senso ha? Ne parlo ancora con lui, voglio
capire bene. C’è qualcosa in questa storia che non ho
ancora afferrato del tutto. Andare con altri per essere
più vivi? Ne parlo ancora. È una sera di inizio estate,
siamo in giardino, Romeo sdraiato ai nostri piedi, i
gatti che inseguono falene sotto la luce del portico.
Stasera abbiamo bevuto troppo prosecco. “Ho paura,
Claudio! Paura che esista qualcuno in grado di ridarti
quella passione che con me si è spenta.” Gli dico
improvvisamente con la voce che trema. “Lo sento che è
una tua necessità, un tuo desiderio estremo, ma io ho
paura di fallire.”
Lui posa il bicchiere, si
avvicina, mi prende il viso tra le mani. Le sue dita
sono calde, sicure. “Vanessa, ascoltami.” La sua voce è
bassa, quasi un ringhio dolce. “Lo desidero proprio per
questo motivo, per rendermi conto che nessuna potrà mai
sostituirti. Nessuna. Fidati di me. È vederti diversa. È
vederti desiderata da qualcun altro. È guardarti mentre
provi qualcosa di nuovo e sentirmi parte di quel
qualcosa. È riscoprirti attraverso gli occhi di
un’estranea. Non so se funziona, ma dobbiamo provarci!”
Mi bacia piano, sulla fronte, poi sulle labbra. Un bacio
che sa di promesse e di qualcosa che non afferro. “Se
non vuoi, fermiamo tutto. Diciamo basta e torniamo alla
nostra vita prevedibile. Ma secondo me rischiamo ancora
di più. Io lo voglio perché ti amo!”
Lo guardo
negli occhi. Lo vedo determinato. Ha paura anche lui, ma
la sua paura è diversa: teme di perdermi se non
proviamo. Capisco in quel momento che non posso più
tirarmi indietro. Non per viltà, non per orgoglio. Per
amore. Mi affido a lui. “Va bene.” Dico piano.
“Proviamo. Ma tu scegli. Tu decidi chi, quando, come,
dove, uomo, donna, coppia, tutto. Io mi fido di te. Mi
fido del fatto che mi terrai al sicuro. Che non mi
lascerai da parte.” Claudio sorride, un sorriso grande,
la sua faccia sollevata, e mi stringe forte. “Grazie.”
Sussurra. “Grazie per aver detto sì. E se in qualsiasi
momento vorrai fermarti, basterà una parola. Una sola.”
Annuisco contro il suo petto. Il cuore mi batte
fortissimo. So che stiamo per entrare in un territorio
sconosciuto. So che può essere bellissimo. So che può
farci male, ma per la prima volta dopo tanto tempo,
sento che stiamo scegliendo qualcosa insieme. E questa
scelta, per quanto spaventosa, è nostra. Solo nostra.
******
Il Teatro Eliseo è pieno di quel
brusio elegante che precede le prime: profumo di profumi
costosi, di rossetti e messe in pieghe, fruscio di seta,
di calze velate, tacchi esagerati e risate trattenute. È
la prima del Macbeth. Le luci stanno per calare. La
regia ha scelto un’ambientazione atipica: non le
brughiere scozzesi, né un’Italia rinascimentale, ma una
Roma contemporanea, corrotta e ambiziosa, dove il trono
è un ufficio di potere con vista sul Tevere e le streghe
sono influencer che predicono like e follower invece di
incoronazioni. Claudio si guarda intorno e mi tiene per
mano mentre saliamo le scale verso i posti assegnati.
Indosso un abito nero che ho disegnato io stessa:
scollatura profonda sulla schiena, tessuto leggerissimo.
Lui è in smoking, capelli un po’ più lunghi del solito,
quel filo di barba che gli dà un’aria da intellettuale
ribelle.
Durante l’intervallo, mentre siamo al
bar con due calici di prosecco in mano, sento una voce
femminile alle nostre spalle. “Claudio? Non ci credo…
sei tu?” Ci voltiamo. Vedo una signora alta, capelli
castani mossi che le arrivano alle spalle, un sorriso
largo e luminoso, occhi verdi che sembrano ricordarsi di
tutto. Indossa un abito rosso scuro, semplice, ma
perfetto. Al suo fianco un uomo più giovane, forse sui
trentacinque, capelli corti, barba curata, aria
rilassata di chi sa stare al mondo.
“Sara?” Dice
Claudio, e il suo viso si illumina. Si abbracciano. Un
abbraccio breve, affettuoso, di quelli che durano il
tempo giusto per dire “Quanto tempo è passato”. Lei ride
contro la sua spalla. “Venti anni, Claudio. Forse di più
e non sei cambiato per niente.” Lui la guarda. “Tu
invece sì!” Risponde guardandola con ammirazione
sincera. “Sei… stupenda.” Poi si volta verso di me.
“Vanessa, ti presento Sara. Eravamo compagni di
università, ingegneria informatica. Sara era la più
brava del corso e la più insopportabile.” Sara ride di
nuovo, mi tende la mano. “Piacere, Vanessa. Claudio mi
ha parlato tanto di te, sai?” Deduco che negli anni si
sono tenuti in contatto. Le stringo la mano. È calda,
ferma. Il suo sguardo è diretto, curioso, senza malizia.
“Piacere mio.” Ho risposto. “E lui è…?” “Giacomo.” Dice
l’uomo, tendendo la mano ad entrambi.
Parliamo
per i cinque minuti dell’intervallo. Risate leggere,
ricordi di università che Claudio e Sara tiravano fuori
a raffica, notti in bianco davanti a un computer, esami
impossibili, feste finite all’alba. Giacomo ascolta
divertito, io sorrido. Quando le luci si spengono per il
secondo atto, Sara si china verso di noi. “Dopo lo
spettacolo… vi va di cenare insieme? C’è un posto qui
vicino, tranquillo, si mangia bene. Niente di
impegnativo.” Claudio mi guarda. Un’occhiata sola, ma
basta. “Volentieri.” Dice anticipandomi con troppa
fretta. Dentro sento un piccolo fremito: È lei? È questa
la prima occasione concreta? Ma una vocina interiore mi
dice che forse non è stato un incontro del tutto
casuale, Claudio per giorni mi aveva convinta ad
assistere a questa prima del Macbeth elogiando attori e
regista e comprando i biglietti senza dirmi nulla.
******
Il locale è in un piccolo
ristorante a due passi dal teatro, luci basse, tovaglie
di lino grezzo, candele vere. Ci sediamo a un tavolo
rotondo: Claudio di fronte a me, Sara alla mia destra,
Giacomo alla sinistra. Ordiniamo vino rosso, un Cesanese
dei Castelli, e antipasti da condividere. La
conversazione scivola facile, naturale. Parliamo di
lavoro: Sara è project manager in una startup tech a
Milano, viaggia tanto, Giacomo è architetto freelance,
si sono conosciuti a un convegno a Torino. Claudio,
brillante e a suo agio, racconta del suo ultimo
progetto, io accenno alla nuova collezione che sto
preparando.
Ma sotto le parole c’è
qualcos’altro. Sara guarda Claudio con una familiarità
che non è solo ricordo di università. Ogni tanto gli
sfiora il braccio quando ride a una sua battuta. Lui
ricambia con sguardi che durano un secondo di troppo.
Giacomo è rilassato, osserva tutto con un sorriso calmo
e vissuto, come se sapesse già ogni cosa. Io bevo piano,
sento il calore del vino scendere nello stomaco, e mi
chiedo se davvero questo incontro sia l’inizio di
qualcos’altro. A un certo punto, mentre dividiamo un
tiramisù, Sara, aiutata dall’alcol, posa la forchetta e
dice: “Vanessa… Claudio mi ha accennato qualcosa, al
telefono l’altro giorno. Del vostro… gioco... Del voler
provare cose nuove. Esattamente quello che sta
succedendo tra me e Giacomo.” Il cuore mi sale in gola.
Non me l’aspettavo così diretto. Ora è tutto più chiaro.
Claudio ha telefonato a Sara, senza dirmi nulla,
addirittura le ha parlato del nostro gioco… ecco perché
le sue insistenze per il Macbeth! Comunque, annuisco e
sollecitata rispondo: “Abbiamo deciso di combattere la
noia senza avere segreti. E se succederà di fare tutto
insieme.”
Sara sorride, Giacomo posa una mano
sulla coscia di Sara sotto il tavolo, un gesto
tranquillo, possessivo, ma non geloso. “Anche noi… Ci
piacerebbe… parlare, condividere e poi chissà.” Silenzio
intorno al tavolo. Solo il rumore delle posate, il
tintinnio dei bicchieri. Sara alza il bicchiere. “A noi
quattro.” Brindiamo. Il vino è buono, caldo, promette. E
io, per la prima volta da quando abbiamo iniziato tutto
questo, sento che la paura si sta trasformando in
qualcos’altro. Non in coraggio, ma in desiderio.
Desiderio di vedere cosa potrebbe succedere. Di vedere
Claudio guardarmi mentre guarda lei. Di sentire le mani
di un altro su di me, sapendo che Claudio è lì, a un
metro, a guardarmi con amore. Di scoprire se il nostro
patto sono solo parole, o se può davvero accendere di
nuovo il fuoco che abbiamo lasciato spegnere.
Per tutto questo, invece di arrabbiarmi per non avermi
detto nulla, ringrazio Claudio di aver agito di nascosto
e di avermi facilitato a decidere, a presentarmi
qualcosa di concreto perché ora non sono più fantasie,
Giacomo è lì, Sara è lì, come noi alla ricerca di
qualcosa di nuovo, di mettersi in gioco, emozionarsi. Io
guardo Claudio e mi chiedo se stiamo cacciando o siamo
solo prede. Intanto paghiamo il conto. Usciamo nella
notte romana, fresca. Sara si infila sotto il braccio di
Claudio, io sotto quello di Giacomo. Camminiamo verso la
macchina, ridendo, cantando.
Questa sera non
succederà niente, anche loro ci devono pensare, anche
loro sono alla prima esperienza, ma il sasso nello
stagno è lanciato e sta facendo tanti cerchi
concentrici…
******
Siamo in
macchina. Claudio guida, io guardo fuori dal finestrino
le luci di Roma che scorrono come nastri bagnati.
Nessuno dei due parla per tutto il tragitto verso casa.
Solo quando entriamo, chiedo: “Sara la conosci da tempo…
non me ne hai mai parlato.” Lui si volta verso di me.
“Ci siamo sentiti qualche volta al telefono…” Lo guardo:
“Sì, ma ho notato una certa confidenza.” Lui abbassa gli
occhi: “Hanno lo stesso nostro problema… Tu mi hai detto
di fare tutto io, così l’ho chiamata, mi sembrano i tipi
giusti. Tu Cosa ne pensi?” Chiede piano.
Io mi
tolgo le scarpe, scalza sul parquet freddo. “Mi sembrano
due persone per bene…” Dico. Lui annuisce: “Lo sono, ma
questa sera non ho voluto forzare la mano, immagino che
tu abbia bisogno di pensarci ancora…” Poi riprende. “È
stata una serata leggera, piacevole, ma non so se è
quello che vuoi, se loro vanno bene per te.” Lo guardo:
“Tu non hai dubbi vero?” Ci sediamo sul divano ancora
vestiti, con le luci spente tranne quella del corridoio
che arriva fioca. Parliamo fino all’alba, di nuovo. Dei
suoi sguardi su Sara, dei miei pensieri su Giacomo,
della chimica che si era creata, ma che forse era solo
nostalgia, o alcol, o voglia di credere che fosse già
successo qualcosa di importante. “Forse stiamo correndo
troppo…” Dico e poi aggiungo: “Forse dobbiamo conoscerli
meglio. Senza forzare niente. Solo… frequentarli. Come
amici.” Claudio annuisce: “Faremo quello che vuoi tu,
nei tempi e nei modi che desideri Vanessa.”
******
La settimana dopo, un venerdì sera, ci
vediamo a Trastevere in una trattoria di cucina romana,
Sara ordina per tutti con la sicurezza di chi conosce i
posti veri, Giacomo racconta aneddoti di cantieri con
quel suo modo calmo e ironico. Ridiamo tanto. Di cose
stupide: di Claudio che si è dimenticato la password del
suo stesso server aziendale, di me che ho disegnato un
abito perfettamente identico a uno che portavo vent’anni
fa, di Sara che imita il suo capo durante le riunioni
con accento milanese esagerato. Una serata facile.
Nessuna tensione sessuale esplicita, nessun discorso sul
“patto”, solo quattro persone che si piacciono, che si
trovano bene insieme.
Appena tornati a casa
Claudio mi ha spinto contro il muro dell’ingresso ancora
con il cappotto addosso. “Ti ho immaginata stasera…”
Sussurra baciandomi il collo. «Mentre Giacomo ti
guardava. Mentre ti sfiorava il braccio per caso. Ho
pensato a lui che ti baciava, e tu che guardavi me.” Il
mio respiro si spezza. “Anch’io.” Confesso. “Ho pensato
a Sara che ti tocca. Che ti bacia mentre io guardo. E
poi… che vengo da te.” Lui mi bacia con una fame che non
sentivo da anni. Mi slaccia la camicetta, mi prende in
braccio, mi porta in camera senza accendere la luce. Ci
spogliamo piano, guardandoci negli occhi. Mentre
facciamo l’amore, parliamo. Sussurriamo nomi, gesti,
scene. “Immagina Sara che si inginocchia davanti a te.”
Dico, muovendomi su di lui. “E io che la guardo, gelosa
e eccitata allo stesso tempo.” E lui: “Immagina Giacomo
che ti tiene i polsi e io che ti scopo mentre lui ti
bacia il collo.” Alla fine, veniamo insieme in perfetta
sincronia, forte, gridando piano quei nomi che non sono
ancora reali, ma che stanno diventando i nostri fantasmi
più belli.
Dopo, sdraiati nel buio, sudati e
ansimanti, Claudio mi accarezza i capelli. “Sta
funzionando…” Dice. “Sta funzionando…” Ripeto. Non
sappiamo ancora se Sara e Giacomo siano “quelli giusti”,
ma noi dicerto lo siamo! Coscienti e curiosi anche se
incerti se avremmo mai fatto il passo successivo, se
avremmo mai trasformato quelle fantasie in respiri
bollenti, carne e orgasmi. L’unica cosa certa per ora è
che stiamo tornando a desiderarci, a essere complici.
Stiamo tornando vivi. E per ora, questo basta.
******
E il passo successivo avviene un
sabato sera, esattamente un mese dopo aver deciso di
smettere di fingere di essere solo amici. Non ci sono
stati discorsi solenni, né regole scritte su un foglio.
Solo un messaggio di Sara nel nostro gruppo WhatsApp,
alle sei del pomeriggio: “Stasera da noi? Portate vino e
fame”. Claudio risponde con un pollice in su. Semplice.
Arriviamo al loft di Testaccio con una bottiglia di
Barolo e un’aria che già vibra. Sara apre la porta in un
abito di seta nera corto, un paio di tacchi da urlo e
una calza super velatissima. Mi sorprendo a guardarla un
attimo in più, ma non sono gelosa. Giacomo è in jeans e
camicia bianca, un sorriso tranquillo che nasconde
tutto. Claudio mi tiene per la vita mentre entriamo, un
gesto possessivo e protettivo allo stesso tempo. Io
indosso un vestito rosso scuro che mi sono cucita
addosso pensando a questa sera, senza dirlo a nessuno.
La cena è lenta. Antipasti sul tavolo basso, musica jazz
bassa, luci soffuse. Parliamo di tutto e di niente.
Ridiamo, beviamo, ci sfioriamo con le ginocchia sotto il
tavolo. Ogni tanto uno sguardo che dura troppo. Ogni
tanto una mano resta sulla coscia dell’altro un secondo
di troppo.
È Sara a rompere l’equilibrio, come
sempre con naturalezza. Si alza, prende la bottiglia di
vino rimasta, riempie i bicchieri e dice, guardando
prima me, poi Claudio: “Sapete, non ho più voglia di
girarci intorno. Voglio voi. Tutti e due. E voglio che
sia stasera e voglio che sia tutto stupendo!” Giacomo
annuisce, Claudio mi guarda. Annuisco anch’io, il mio
cuore è un tamburo.
Ci spostiamo in camera da
letto. Luci basse, solo due abat-jour accese. Il letto
grande, lenzuola nere. Nessuno parla più di regole o di
patti. Solo corpi che si avvicinano. Inizia con baci
lenti. Sara bacia Claudio, io Giacomo. Poi ci scambiamo:
io su Sara, morbida, curiosa, le sue labbra sanno di
vino e di donna. Claudio e Giacomo si guardano,
sorridono, si baciano – un bacio breve, maschile, senza
imbarazzo. Poi tutti insieme. È una fuga. La sento! Una
fuga dalla monotonia che ci aveva quasi uccisi. Una fuga
dal mondo fuori troppo convenzionale. Vivo a pelle la
trasgressione di ogni gesto e ogni tocco è una scintilla
sul mio corpo: le mani di Giacomo sui miei fianchi
mentre Claudio mi guarda negli occhi, Sara che si
inginocchia tra le gambe di Claudio e io che la tengo
per i capelli, dolce ma ferma. I gemiti si mescolano, i
respiri si intrecciano. C’è urgenza, ma anche lentezza.
C’è fame, ma anche cura, curiosità, voglia di esplorare.
Claudio non è più nella pelle, entra in me, mi
prepara perché dopo sia più accogliente e infatti mi
bagno mentre Sara mi bacia in bocca e Giacomo le
accarezza il seno. Poi cambia tutto, un altro giro, un
altro gioco: Sara mi lecca tra le cosce, le sue dita
dentro di me mentre Claudio la prende da dietro. Lei
urla di passione mentre Giacomo mi guarda, mi tiene il
viso tra le mani, sussurra cose sporche e dolci allo
stesso tempo. Siamo quattro corpi che si ricordano di
essere vivi. Sudore, nettare di donna che cola a fiotti,
erezioni di maschi pronti a soddisfarci ogni centimetro
di pelle, risate soffocate, “ancora”, “più forte”,
“guardami”. Poi alla fine succede certo che succede,
mentre Claudio e Sara si baciano appassionatamente,
Giacomo mi scopa, forte, mi scava e mi riempie, mi sfama
e mi affama, ed io urlo tutto il mio piacere incollando
i miei occhi a quelli di Claudio. Veniamo tutti e
quattro, uno dopo l’altro, in un groviglio di arti e
sospiri, crollando sul letto, ansimanti, ridendo come
adolescenti che hanno scoperto per la prima volta il
sesso. Decidiamo di dormire tutti lì, stretti. Io con la
testa sul petto di Claudio, Sara accoccolata contro di
me, Giacomo che ci abbraccia da dietro.
******
Le nostre serate diventano più bollenti,
ci vediamo una volta a settimana, ma senza programmare
nulla, da loro o da noi oppure in qualche agriturismo di
campagna lontano da occhi indiscreti. A volte iniziamo
con una cena, a volte direttamente con il vino, i baci e
le carezze di Giacomo che mi accendono in un istante.
Sara e io siamo affascinanti in modi diversi: lei più
selvaggia, io più controllata, ma curiosa. Claudio e
Giacomo più passionali, attenti, mai egoisti. Tra un
sabato e l’altro parliamo. Ci confidiamo. Sara che
dice: “Sapete, Giacomo e io stavamo per lasciarci.
Eravamo al limite. Pensavamo che fosse finita.”
Giacomo annuisce. “Ci voleva coraggio per ammetterlo.
Per dire: Non voglio perderti, ma non voglio neanche
continuare così.” Claudio che stringe la mia mano.
“Anche noi eravamo a un passo dalla separazione
silenziosa. Quella che non si vede da fuori, ma che ti
consuma dentro.” Io aggiungo: “Ci è voluto tempo. E
fiducia in noi stessi. Per capire che potevamo provare
qualcosa di nuovo senza buttar via quello che avevamo.”
Sara sorride, mi sfiora la guancia. “Ora siamo
complici. Tutti e quattro. E protetti. Nessuno si sente
lasciato fuori.” Claudio mi bacia la tempia. “Siamo
felici per quello che siamo, per quello che stiamo
diventando.” E ha ragione. Mi sento viva, posso
desiderare altro senza smettere di amare Claudio. Posso
condividere corpi senza perdere cuori.
******
Tutto bene, tutto ok, tutto meravigliosamente
complice, ma il diavolo fa le pentole e si dimentica i
coperchi perché esattamente tre mesi dopo quella prima
notte di fuoco e promesse, tutto si incrina. Un
pomeriggio che inizia come tutti gli altri. Il telefono
squilla, sono le 14:47, sono nel mio studio, china su un
cartamodello, la matita tra i denti. Il numero è quello
di Giacomo. Rispondo distratta, pensando a una battuta o
a un invito dell’ultimo minuto. “Vanessa… devo parlarti.
Subito. Da soli.” La voce gli esce strozzata, come se
gli mancasse l’aria. Non è il Giacomo calmo, ironico,
quello che mi sfiora la schiena con naturalezza durante
le nostre serate. È un uomo spaventato. “Che succede?”
Chiedo, e già sento il sangue defluire dalle mani. “Non
al telefono. Ti prego. Al Bar del tennis, quello vicino
al Foro Italico. Tra mezz’ora. Vieni sola. Mi
raccomando.” Riattacca senza dire altro.
Il
cuore mi schizza in gola. Mi guardo intorno: fogli
sparsi, forbici aperte, il manichino con il tessuto
mezzo drappeggiato. Tutto sembra improvvisamente
irreale, come se il mondo si sia spostato di qualche
grado. Prendo la borsa, le chiavi, il telefono ed esco
senza nemmeno spegnere la luce dello studio. Durante il
tragitto in macchina, venti minuti che sembrano ore,
l’ansia mi divora viva. Penso a tutto e penso a niente.
Le mani sudate sul volante, il respiro corto, un nodo
allo stomaco che sale e scende come un’onda. Penso a
Claudio che quella mattina mi ha baciato sulla fronte
prima di andare in ufficio, dicendomi “Ti amo”; penso a
Sara che l’ultima volta mi ha abbracciata forte,
sussurrandomi “Sei speciale, lo sai?”; penso a Giacomo:
“Si sarà innamorato di me?” Penso al nostro patto, penso
forse ho sbagliato tutto, forse sono stata ingenua a
fidarmi, a credere che quattro persone potessero
condividere corpi e regole senza che qualcuno
trasgredisse.
Arrivo al Bar del tennis con dieci
minuti di anticipo. Il posto è quasi vuoto: ombrelloni
aperti, qualche tavolo con i bicchieri sporchi, l’odore
di erba tagliata e cloro dalla piscina vicina. Giacomo è
già lì, seduto a un tavolo in fondo, occhiali da sole
anche se è nuvoloso, mani strette intorno a una tazzina
di caffè. Mi siedo di fronte a lui senza salutare. Le
gambe mi tremano sotto il tavolo. “Dimmi.” Lui si toglie
gli occhiali. Noto gli occhi rossi, gonfi. Non ha
dormito. Dice senza preamboli: “Sara e Claudio si
incontrano da soli.” Lo guardo esterrefatta Il mondo si
ferma. Letteralmente. Non sento più il rumore delle
palline da tennis in lontananza, né il vento tra gli
alberi. “Cosa stai dicendo?” Grido piano. “Fidati è
vero, non mi prendere per matto, li ho visti. Due volte.
Una volta in un bar a Prati, l’altra volta che uscivano
insieme da un hotel in centro. Non era un incontro tra
amici, Vanessa. Erano… intimi. Mano nella mano. Si
baciavano come se non ci fosse nessun altro al mondo.”
Non ci posso credere! “No. Non è possibile. Claudio me
l’avrebbe detto. Abbiamo un patto. Niente segreti. Me
l’avrebbe detto….”
Giacomo abbassa lo sguardo,
fa fatica a parlare. Il suo dolore è maledettamente
sincero. “L’ho chiesto a Sara. Ieri sera. Le ho chiesto
di dirmi la verità. E lei… me l’ha detta.” Silenzio.
Lungo. Pesante. “Mi ha detto che è sempre stata
innamorata di Claudio. Che fanno l’amore anche da soli,
senza di noi... Che con me… con me è diverso. Che mi
vuole bene, ma che con lui ha sempre sentito qualcosa di
speciale di magico.” Ogni parola è un pugno. Uno dopo
l’altro. Al torace, dentro il cuore, in testa. “Non ci
credo! Stai mentendo. Forse sei solo geloso e stai
cercando una scusa per interrompere tutto. Geloso di
Sara, geloso di noi quattro che funzioniamo, geloso del
fatto che lei si diverte con Claudio e con me. Vuoi
rovinare tutto perché non sopporti di condividerla.” Lui
alza gli occhi. “Vorrei che fosse così Vanessa. Vorrei
essere solo un geloso stronzo che inventa storie. Ma non
lo sono. Sara me l’ha confermato piangendo. Mi ha
chiesto scusa, ma mi ha anche detto che è una storia che
risale a tanto tempo fa. E che è dispiaciuta a farti del
male, che sei una donna stupenda e non lo meriti.”
Mi alzo di scatto, le parole di Giacomo sono
insopportabili. La sedia gratta sul pavimento. “Balle!
Claudio non mi tradirebbe mai. Non dopo tutto quello che
abbiamo passato. Non dopo avermi giurato che qualunque
cosa sarebbe successa insieme.” Giacomo non risponde.
Rimane seduto, le mani sul tavolo, sconfitto, mi vede
andare altezzosa e incazzata. Cammino veloce verso la
macchina, le lacrime che bruciano ma non cadono ancora.
Salgo, chiudo lo sportello e solo allora, sola
nell’abitacolo, con le mani che tremano sul volante,
lascio uscire il primo singhiozzo. Non è solo
incredulità. È terrore. Terrore che Giacomo abbia
ragione. Terrore che il nostro bellissimo castello di
carte, il patto, le serate, il fuoco ritrovato, stia
crollando. E che Claudio, l’uomo che amo da sedici anni,
sia già dall’altra parte del muro. Che abbia
architettato tutto, le sue insistenze, le sue sicurezze,
il suo piano, lo strano incontro dopo vent’anni con
Sara, i biglietti per il teatro, il fatto che si erano
già sentiti e lei sapeva del nostro gioco… “Ma per quale
cazzo di motivo?” Urlo ad alta voce ferma al semaforo
sbattendo i pugni sul volante.
******
Guido come una pazza per Roma, senza meta, con la
radio spenta e il finestrino abbassato. Prendo strade
sconosciute, contromano, cammino sulle corsie riservate
ai bus, qualche semaforo rosso, non so dove stia
andando, forse verso una verità che ancora non conosco.
Solo dopo un’ora torno a casa. Sono le sette passate. La
villetta è silenziosa, Romeo mi viene incontro
scodinzolando piano, come se sentisse che qualcosa non
va. Claudio è già lì: in cucina con le maniche della
camicia arrotolate, sta preparando la cena. L’odore mi
fa venire la nausea. Mi fermo sulla soglia con la borsa
ancora a tracolla, scarpe ancora ai piedi. Lui si volta,
sorride come ogni sera. “Oh amore sei qui, non ti ho
sentito entrare.” Poi mi guarda negli occhi: “Sei in
ritardo. Tutto bene?” Non rispondo subito. Poso la borsa
sul tavolo, mi tolgo le scarpe scaraventandole sul
nostro bel parquet lucido scuro, mi siedo sulla sedia
più lontana da lui. “Ho bisogno di parlarti.” Il sorriso
gli muore sulle labbra. Spegne il fuoco sotto la
pentola, si pulisce le mani col canovaccio, si siede di
fronte a me. “Dimmi. Ti vedo sconvolta… Cosa è
successo?” Respiro profondamente.
Le parole di
Giacomo mi rimbombano nella testa come un’eco. “Giacomo
mi ha chiamata oggi. Mi ha chiesto di vederci. Mi ha
detto… che tu e Sara vi incontrate da soli. Da
settimane. Che fate l’amore. Che lei è innamorata di
te.” Silenzio. Lui non batte ciglio, ma vedo la sua
mascella contrarsi. “Non è vero. Sara e io non ci
vediamo da soli. Non facciamo niente alle vostre spalle.
Giacomo si sbaglia. O forse… forse vuole rovinare tutto
perché non regge più la situazione.” Lo guardo negli
occhi. Quegli occhi che conoscevo da sedici anni, che mi
avevano guardato innamorati, stanchi, divertiti,
complici. Ora sembrano opachi. “Non ci credo, per favore
non mentirmi. Guardami. Guardami e dimmi di nuovo che
non è vero.” Lui abbassa lo sguardo per un secondo. Solo
un secondo. Ma basta. “Vanessa…” Si ferma. Lo incalzo.
“Non osare. Non osare dirmi che è complicato, che è
successo e basta, che non volevi ferirmi. Dimmi la
verità. Cazzo. Ora. O giuro che esco da quella porta e
non torno più.”
Silenzio ancora. Lui si passa
una mano sul viso, come se volesse cancellare
quell’espressione che dice troppo. Si alza prende la
bottiglia di vino rosso, ne versa un dito nel bicchiere
senza chiedermi nulla. Poi parla, finalmente parla.
Sento la sua voce estranea, cinica come se legge un
referto medico. “Vanessa, mi dispiace. È tutto vero.
Io e Sara siamo innamorati. Ci vediamo da soli. Facciamo
l’amore. Parliamo. Ci vogliamo. Stavo solo aspettando il
momento giusto per dirtelo. Non volevo che lo scoprissi
in questo modo. Volevo… farlo io, dirti i motivi di
questo strano gioco.” Le parole cadono come pietre
nell’acqua stagnante. Nessun dramma, nessuna lacrima da
parte sua. Solo fatti. Freddi. Precisi. Mi alzo, mi
allontano, ho bisogno di mettere una distanza fisica tra
noi. Rimango in piedi, le braccia lungo i fianchi, lo
guardo come se fosse un estraneo.
“Il momento
giusto.” Ripeto, incredula. “Il momento giusto per dirmi
che hai tradito il nostro patto. Che hai tradito me. Che
hai preso tutto quello che avevamo costruito e l’hai
usato per nasconderti con lei. Sei un vigliacco!” Lui
alza gli occhi. C’è dolore lì dentro, lo vedo. “Non l’ho
usato per nascondermi. L’ho usato per sentirmi vivo. E
poi… è diventato altro. Non potevo fermarlo. Non volevo
fermarlo. Tra noi era finita da tempo. Quello che è
successo in quattro è stato solo un tentativo.” Mi viene
da ridere. Una risata amara, strozzata. “Quindi è
finita? Sedici anni, il nostro patto, le promesse, le
notti in cui ci siamo detti “insieme o niente”… e tu hai
deciso che “insieme” non bastava più?” Claudio non
risponde subito. Si alza piano, fa un passo verso di me,
ma io indietreggio. “Non toccarmi, mi fai schifo.” Lui
si ritrae. “Non lo so se è finita, io ti amo, Vanessa.
Ti amo in un modo che non c’entra con Sara. Ma lei… lei
è diversa. È una cosa che non posso ignorare.” Lo
guardo. E in quel momento capisco che la meravigliosa
convivenza di cui avevamo parlato, quella complicità
protetta, quel fuoco ritrovato, era già cenere. Non
grido. Non piango. Mi volto soltanto, prendo la borsa,
le chiavi. “Vado da mia sorella. Non so quando torno. O
se torno.” Lui non mi ferma. Rimane lì, in cucina.
Esco. Fuori, la notte romana è tiepida,
indifferente. Dentro di me, invece, tutto è gelo. E il
sospetto che avevo cercato di soffocare per tutto il
pomeriggio ora è diventato certezza. Irrevocabile. Non
vado da mia sorella, non ho voglia di parlare, spiegare
di essere compresa e commiserata. Giro senza meta, poi
mi fermo davanti ad un bed & breakfast a Frascati.
Prendo una stanza. Non voglio tornare a casa, non voglio
vedere gli oggetti, i mobili, i quadri che abbiamo
scelto insieme, non voglio sentire l’odore di Claudio
sulle lenzuola o sul cuscino. Sono disperata, piango
come non ho mai fatto in vita mia. Non sono singhiozzi
rumorosi, ma un pianto silenzioso, continuo, che mi
consuma dentro. Mi siedo sul letto, le ginocchia al
petto, e lascio che le lacrime cadano sulle braccia, il
mento, il collo. Piango per la stupidità con cui avevo
difeso il nostro matrimonio. Io, che avevo accettato di
aprire la porta a qualcun altro per paura di perderlo,
per paura che la routine ci uccidesse. Io, che avevo
detto sì a quelle serate a quattro perché pensavo che
fosse l’unico modo per riaccendere il fuoco senza
bruciarci, che fossero la nostra salvezza di coppia. Io
che mi sono fatta scopare da Giacomo per il suo piacere,
io che ho sentito le urla di Sara quando Claudio la
scopava, ma quello non era un gioco era amore sotto i
miei occhi! Io, che mi ero fidata del suo “insieme o
niente”, che mi ero convinta che il patto fosse sacro. E
invece il patto è stato solo una copertura. Una
messinscena.
******
Dopo una
settimana, mi sto ancora chiedendo il motivo di tutto
questo. Cerco di riprendere la mia vita normale, ma non
ci riesco. Il dolore è ancora troppo forte e mi devasta
mente e cuore. La verità vera, quella che mi ha spezzato
più di ogni bacio rubato o incontro clandestino, me la
confessa proprio lui, Claudio. Siamo seduti, in un bar
anonimo vicino al suo ufficio. Sono andata io a
cercarlo, perché non riuscivo a respirare senza sapere,
senza dare almeno una risposta alle mie tante domande.
Seduti a un tavolino di plastica, con due caffè
intatti davanti, mi racconta il resto. Voce bassa,
sguardo basso, come se stesse leggendo un copione che
odia. “Sara e io… ci frequentiamo dai tempi
dell’università. Già allora stavamo insieme, Vanessa.
Non te l’ho mai detto perché sembrava una cosa del
passato. Quando ti ho conosciuta, quando ho capito che
eri tu quella con cui volevo passare la mia vita, l’ho
lasciata. Lei ha sofferto, io ho sofferto, ma l’ho
fatto. Pensavo fosse finita.” Fa una pausa. Beve un
sorso d’acqua. “Anche dopo il nostro matrimonio lei ha
continuato a cercarmi. Ci siamo rivisti. Lei non aveva
mai smesso di volermi ed è ripartito tutto nonostante si
fosse sposata. Mi diceva che non riusciva più a stare
con Giacomo, che voleva me, solo me. Che per me avrebbe
lasciato tutto. Io… io ho avuto paura. Paura di
perderti, paura di distruggere il nostro rapporto, paura
di fare la scelta sbagliata. Lei insisteva, voleva
vivere insieme a me e che ti lasciassi. Resistevo e alla
fine ho pensato a quella sciagurata soluzione: una cosa
di gruppo che avrebbe coinvolto tutti, e in quel modo
pensavo che sarei riuscito a tenere tutto sotto
controllo. A non perdere te. A non perdere lei. A non
perdere niente.”
Sono sconvolta! Lo guardo. Non
riesco nemmeno a respirare. “Mi hai usata! Hai usato il
nostro matrimonio, il nostro patto, il mio amore per te…
per non dover scegliere. Per tenermi buona mentre
continuavi a scopartela. Per sfilarti piano piano da
noi, mentre mi dicevi che volevi riavviarti. Mi hai
fatto sentire fredda, inadeguata, mi fai schifo!” Lui
non nega. Abbassa solo la testa. “L’ho fatto per
difendere il nostro matrimonio, pensavo che fosse la
soluzione giusta per non perderti, ti amo Vanessa,
credimi!” Lo guardo: “Sei un essere immondo Claudio, ti
scopavi la tua amante davanti a me pretendendo la mia
compiacenza. Non era un gioco erotico, era amore. Volevi
la mia approvazione! Ti rendi conto? Mi hai mentito per
mesi. Hai trasformato la mia fiducia in uno strumento
per il tuo tornaconto. Mi fa rabbia pensare che quando
piangevo di felicità pensando che stessimo tornando vivi
insieme, tu stavi invece fortificando il rapporto con la
tua amante.” Mi alzo, lui non mi trattiene.
Evidentemente ha già deciso. Esco dal bar senza
voltarmi.
******
Oggi sono passati
esattamente nove mesi dall’ultima volta che ho visto
Claudio in quel bar. Ogni giorno è una battaglia per non
crollare di nuovo. Mi sveglio con il petto pesante,
faccio colazione da sola, vado in studio e disegno abiti
che non indosserò mai perché non ho più voglia di
guardarmi allo specchio. Ho preso contatti con un
avvocato per la separazione e con una terapeuta che mi
dice di essere gentile con me stessa, che mi devo
sopportare anche quando scatto senza motivo. Ma come si
fa a essere gentili quando ti rendi conto che la persona
che amavi di più al mondo ti ha usata come scudo umano
per non affrontare le sue scelte?
Sto provando a
ricostruire. Un passo alla volta. Ho ripreso i contatti
con vecchi amici che avevo trascurato. Ho avuto due
rapporti occasionali di breve durata, cerco di aver
fiducia negli uomini convincendomi che non tutti sono
sbagliati, non tutti si chiamano Claudio. Ho iniziato a
camminare la mattina presto per le strade del quartiere,
con le cuffie nelle orecchie e le lacrime che scendono
senza che nessuno le veda. Ho ridisegnato la mia vita
intorno a me stessa: un appartamento piccolo a
Monteverde vicino al lavoro, dove non c’è traccia di
lui. Ho lasciato la villa a Claudio, lì non ci voglio
più tornare, mi fa un male cane. Romeo e i gatti li vedo
ogni due settimane, Claudio me li porta nel parco di
Villa Pamphili. Lui arriva puntuale, con il
guinzaglio in mano e il trasportino. Io prendo il
guinzaglio, accarezzo il muso di Romeo, gratto dietro le
orecchie dei gatti, poi glieli restituisco. Non
parliamo. Solo “grazie”, “ciao”, “ci sentiamo per il
prossimo”. Non lo odio. Odiare è troppo stancante.
Richiede energia, e io non ne ho più molta. Provo solo
una stanchezza infinita, e una tristezza antica che
sembra non finire mai, quella che ti resta nelle ossa
quando capisci che la persona che hai amato per metà
della tua vita non era esattamente chi credevi. O forse
lo era, e sei stata tu a non volerlo vedere.
Sara
e Claudio vivono insieme adesso, in un appartamento
moderno all’Eur, con il balcone che guarda il lago
artificiale. L’ho saputo da un’amica comune, non da lui.
Non mi ha mandato foto, non mi ha scritto “sto bene”.
Non c’è bisogno. Lo immagino lo stesso: lui che le
prepara il caffè con la stessa tazza che usava per me,
lei che gli passa le dita tra i capelli come facevo io,
loro due che ridono di battute che un tempo erano
nostre. Non fa male come all’inizio. Fa solo freddo. Io
continuo a disegnare. Abiti con le linee pulite, tagli
netti, colori che non urlano. Lavoro tanto, forse
troppo. La sera torno a casa, accendo una lampada sola,
metto su un disco vecchio di Mina o di De André, verso
un bicchiere di rosso e guardo fuori dalla finestra le
luci di Roma che non mi appartengono più.
Ogni
tanto piango, ma sono lacrime silenziose, quasi
meccaniche, come se il corpo avesse imparato a espellere
il veleno a piccole dosi. Ho capito una cosa, in questi
mesi di silenzio e di notti troppo lunghe: non c’è stata
nessuna congiura romantica, nessun grande amore
contrastato dal destino. C’è stato solo un uomo meschino
che, arrivato a un bivio, ha scelto la strada più
abietta per salvare capra e cavoli. Ha usato il nostro
patto come specchietto per le allodole, ha usato me come
rete di sicurezza, ha usato il mio corpo, ha usato il
mio desiderio infinito di vivere con lui, senza mai
avere il coraggio di fare una scelta. E io? Io ho
creduto alla favola perché volevo crederci. Perché
l’alternativa, ammettere che sedici anni potevano
evaporare per noia, per viltà, per egoismo, era troppo
pesante da reggere.
Non tornerò mai quella di
prima, lo so. Non sarò più la donna che rideva alle cene
con gli amici, che progettava viaggi, che si sentiva
parte del mondo solo perché c’era lui dall’altra parte
del letto. Quella Vanessa è morta quel giorno al Bar del
Tennis quando Giacomo le ha spiattellato tutta la verità
possibile. Quella che sono ora è una donna più dura, più
tagliente, più sola. Cammina per le strade di Roma con
le spalle dritte e lo sguardo che non chiede permesso a
nessuno. Non cerca più amore, non cerca più fuoco e
legami. Cerca solo di passare una serata, di allargare
le cosce a qualcuno che non gli promette la vita!
Cosciente che l’unico pezzo di verità che resta è sapere
esattamente quanto può fare male fidarsi, quanto può
costare credere alle parole di chi ti guarda negli occhi
e ti dice “insieme o niente”. Non rinasco. Non guarisco.
Semplicemente esisto, con la ferita aperta e gli occhi
ben aperti.
Ogni giorno mi chiedo se un giorno
smetterò di sentirmi tradita nel midollo. Se un giorno
potrò di nuovo fidarmi di qualcuno. Di me stessa. Per
ora, sopravvivo. E forse, un giorno, sopravvivere
diventerà vivere. Ma oggi no. Oggi piango ancora, in
silenzio, nel buio del mio nuovo lettino singolo. E mi
chiedo come abbia fatto a non vedere che il fuoco che
pensavo di riaccendere era solo il riflesso di un
incendio che bruciava altrove, da sempre. Non c’è
stata nessuna alba dorata, nessuna luce che filtra tra
le crepe, nessun “ho imparato a volermi bene” da
scrivere su un post-it attaccato al frigorifero. Non c’è
rinascita. C’è solo questa realtà cruda che si è
depositata sul fondo di tutto, come sedimento che non si
scioglie più. |
Questo racconto è opera di pura
fantasia. Nomi, personaggi e luoghi sono frutto
dell’immaginazione dell’autore e qualsiasi
somiglianza con fatti, scenari e persone è del
tutto casuale.
IMMAGINE GENERATA DA
IA
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TUTTI I
RACCONTI DI ADAMO BENCIVENGA
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