| |
HOME
CERCA
CONTATTI
COOKIE POLICY 
RACCONTO

Adamo Bencivenga
SACRAMENTO INDISSOLUBILE
Renzo, un uomo grigio,
sospetta che la moglie Anna lo tradisca. Una sera
decide di seguirla in chiesa convinto di
sorprenderla con l’amante. Ma ciò che scopre è una
verità molto più cruda, che gli fa gelare il sangue
e covare una vendetta implacabile...

ERenzo era uno di quegli
uomini che la vita, per una sorta di pudore o di
pigrizia, aveva deciso di non notare. A quarantatré anni
portava addosso un grigiore così perfetto, così
scrupolosamente sfumato, che sembrava quasi una media
aritmetica di tutti i colori dell’universo. Né alto
né basso, né bello né brutto, né grasso e né magro, con
quei capelli che ingrigivano senza dramma e con due
occhi di un colore indeciso, che pareva si vergognassero
di dover scegliere tra il castano e il verde opaco.
Insomma, uno di quegli individui che, passando per
strada, non lasciano nemmeno l’eco di un’ombra sul muro.
Eppure, dentro quella neutralità quasi offensiva,
covava un’anima ostinata, piena di opinioni dure,
compatte, levigate come ciottoli di fiume che l’acqua
per secoli non ha mai consumato. Opinioni che lui
custodiva con la stessa determinazione con cui un
impiegato custodisce il timbro dell’ufficio: qualcosa di
insignificante agli occhi del mondo, ma per lui sacro,
definitivo, intoccabile. Perché, si sa, la forma è
sempre mutevole e incostante, ma certe idee, chissà
perché, ci sembrano invece eterne. E lui, Renzo, dal
profilo indistinto, si sentiva, nel segreto del suo
grigiore, l’unico uomo al mondo ad avere finalmente
capito come stavano davvero le cose.
Si faceva
chiamare Renzo, ma il suo vero nome era Ignazio, non
perché ci fosse qualche assonanza fonetica, ma per un
riscatto silenzioso, in ricordo di un suo compagno di
scuola, quello che era sempre stato il primo della
classe, il predestinato, il portatore sano di voti
altissimi, di belle ragazze e di futuri già scritti in
inchiostro indelebile. Ignazio, invece, arrancava
solo nelle retrovie della pagella, con la media che
galleggiava come un sughero stanco. Così, un giorno
qualunque decise il cambio. Non lo annunciò con
proclami. Semplicemente smise di rispondere quando lo
chiamavano Ignazio. «Renzo» correggeva ogni volta, come
se fosse un refuso divino da sanare. E piano piano tutti
si abituarono a quell’atto di trasmutazione alchemica:
prendere il nome del vincitore per rubargli, per osmosi
nominale, un frammento di vittoria.
Col tempo
quel soprannome divenne l'unico nome. Ignazio svanì nei
registri anagrafici come un refuso burocratico, e Renzo
prese il suo posto stabile. E in fondo, in quel gesto
c'era una malinconia quasi mistica: l'uomo che si
ribattezza con il nome del migliore non per superarlo,
ma per non essere più sé stesso. Un'espiazione laica,
un'umiltà rovesciata in orgoglio. Perché a volte il
riscatto più grande non è vincere la gara, ma indossare
per sempre il nome di chi l'ha vinta.
Ignazio o
qualsivoglia Renzo si dichiarava anarchico, ma
soprattutto ateo, non per ribellione, ma solo per
mancanza di bisogno: Dio non gli aveva mai chiesto nulla
e lui per educazione non aveva mai chiesto nulla a Dio.
Tra loro c’era un accordo silenzioso, quasi cortese:
ciascuno stava per conto proprio. Sua moglie Anna invece
era devota fino al midollo, in modo quasi fisico, come
se la fede le tenesse insieme le ossa. Portava il
rosario in tasca come un talismano e pregava in
ginocchio sul pavimento freddo, sussurrando Avemarie e
Paternostri in ogni istante della giornata. Pregava
perfino quando taceva, perché il silenzio, per lei, era
soltanto un’altra forma di preghiera.
Lui la
guardava con quella tenerezza un po’ superiore che si
riserva ai bambini che ancora credono nella Befana. Un
sorriso di compatimento e sufficienza, ma senza
cattiveria: solo la consapevolezza di chi ha capito
prima degli altri che il mondo è fatto di illusioni
necessarie. Eppure, nonostante quell’abisso che li
separava, l’amava. L’amava proprio perché era così
diversa, così ostinatamente onesta in quella sua fede
ingenua. Come se, guardandola pregare, lui vedesse in
lei la forma compiuta di qualcosa che a lui mancava, ma
forse era proprio questa la vera anarchia: amare
qualcuno che crede in ciò che tu non credi. Così
continuavano a vivere, uno accanto all’altra, senza
invadere il campo dell’altro.
Con Anna i primi
tempi era andato tutto bene, l’aveva conosciuta, sotto
un tendone alla sagra del paese. Anna portava un vestito
a fiori che le arrivava appena sotto il ginocchio e
Renzo l’aveva guardata per tutta la sera senza trovare
il coraggio di avvicinarsi. Poi, verso mezzanotte,
quando la fisarmonica aveva attaccato una mazurka lenta,
lei si era fermata davanti a lui con un bicchiere di
lambrusco in mano e gli aveva detto, senza preamboli:
«Balli o no?» Lui aveva balbettato qualcosa di
incomprensibile, ma le aveva teso la mano. Così senza
accorgersi avevano ballato tre pezzi di fila, e alla
fine del terzo lei gli aveva appoggiato la fronte sulla
spalla per un secondo solo, come per controllare se il
cuore di lui battesse allo stesso ritmo del suo.
Da quella sera in poi era stato un susseguirsi di
momenti teneri: le passeggiate lungo il fiume dopo cena,
le mani intrecciate senza bisogno di parlare, i baci
rubati le domeniche pomeriggio, i pranzi dalla suocera
che lo trattava già come un figlio e gli riempiva il
piatto di pasta fino all’orlo. Anna era luminosa in un
modo che lo abbagliava. Non era solo bella: era
convinta. Convinta che la vita fosse una cosa buona, che
le persone potessero restare insieme per sempre, che le
preghiere dette con il cuore arrivassero davvero lassù.
Renzo, che non credeva a niente, si era lasciato
contagiare per osmosi.
La loro prima volta era
stata durante una sera di fine estate, in una cascina
vecchia, mezza abbandonata, dove era passato già tutto
il paese. L’avevano raggiunta in bicicletta, lei
pedalando davanti con una specie di gioia infantile, il
vestito chiaro che le svolazzava sulle gambe; lui
dietro, più lento. Dentro, c’era solo un grande letto di
ferro battuto e un materasso di crine. Anna entrò per
prima, si voltò verso di lui con gli occhi lucidi, pieni
di gratitudine, come se quel momento fosse già una
grazia concessa dal Cielo. Si fece il segno della croce,
rapida, quasi di nascosto, poi rise piano, vergognandosi
un poco di quel gesto automatico.
Renzo rimase
sulla soglia un istante di più. Non c’era entusiasmo in
lui, né urgenza. Solo quella quieta accettazione di chi
sa che anche il corpo è una delle tante illusioni che la
vita ci mette davanti per non farci annoiare troppo. Lei
invece si spogliò come se si stesse preparando a una
comunione. Le mani le tremavano temendo che il piacere
potesse essere troppo grande, quasi una colpa. Quando
rimase nuda, la sua pelle sembrò illuminarsi di luce
propria. Si sdraiò sul letto e tese le braccia verso di
lui.
Renzo si avvicinò senza fretta. Si chinò su
di lei e la baciò sulla fronte, poi sulle palpebre, poi
sulla bocca. Quando entrò in lei, fu con la stessa
naturalezza con cui si entra in una chiesa vuota: senza
clamore, senza estasi, ma con una sorta di rispetto
rassegnato. Lei invece lo accolse chiudendo gli occhi.
Lui la guardava dal basso quasi commosso da tanta
intensità e mentre si muoveva dentro di lei con ritmo
lento, quasi pigro, pensava che forse fosse proprio
questo il vero miracolo: due caratteri così diversi, che
si cercavano e si trovavano lo stesso, senza bisogno di
spiegarsi.
Quando tutto finì, lei rimase lì,
supina, con le lacrime che le scendevano silenziose
lungo le tempie, ringraziando il Signore per quel dono
immenso. Lui, invece, si accese una sigaretta, si sdraiò
accanto a lei e soffiò il fumo verso il soffitto
scrostato, con quel suo mezzo sorriso che non diceva né
sì né no. E in quel momento, nella cascina buia, tra il
cigolio del letto di ferro e il fruscio lontano dei
grilli, gli parve che l’amore fosse soltanto una
piccola, ridicola, necessaria suggestione che due anime
opposte si concedevano per fingere di essere una cosa
sola.
Si erano sposati l’autunno successivo, con
una cerimonia semplice. Lei in bianco semplice, senza
strascico, lui con un completo grigio preso in prestito
dal cognato. Quando il prete aveva detto «finché morte
non vi separi», Anna aveva stretto la mano di Renzo così
forte che gli aveva fatto male. Andarono a vivere in una
casa modesta, ma pulita, mantenendosi con un lavoro
stabile in fabbrica per lui e un part-time in una
cartoleria di un lontano parente per lei. Sin da subito
avevano provato ad avere figli, ma senza successo.
Nonostante questo, trascorrevano le loro serate in
armonia, abbracciati sul divano a guardare la
televisione o, durante l’estate, passeggiando per le vie
del paese.
Tutto procedeva serenamente, finché un
male sottile chiamato noia cominciò a insinuarsi nelle
loro serate. Non c’era stato un momento preciso in cui
tutto aveva cominciato a incrinarsi. Nessuna
incomprensione, nessuna lite memorabile. Solo un lento
raffreddarsi, come una stufa che consuma la legna senza
che nessuno se ne accorga. Le mani che non si cercavano
più sotto le coperte. Le parole che si accorciavano. E
quando il gelo era diventato definitivo, quando il letto
matrimoniale era diventato una tomba e le preghiere di
Anna avevano preso un altro sapore, lui aveva capito che
niente è eterno, neanche una promessa fatta davanti a
Dio. La vita, del resto, non era fatta di sempre e mai,
di bianco e di nero, ma solo di forse e grigi.
Lei sembrava non preoccuparsene granché, ma lui, immerso
in quel gelo più volte si era domandato in cosa avesse
sbagliato, cosa non andasse in lui al punto da indurla
ad allontanarsi e da rifiutare i suoi baci con la stessa
freddezza con cui si chiude una finestra d’inverno.
Pensava che fosse lui il problema: troppo grigio, troppo
prevedibile, troppo Ignazio sotto il nome preso in
prestito. Passava i pomeriggi dopo il lavoro da solo,
passeggiando per le vie del paese con le mani in tasca e
lo sguardo basso, come se cercasse nel riflesso dei
sampietrini umidi una risposta scritta.
Una
sera, proprio mentre il sole si spegneva dietro i tetti
e le ombre si allungavano, mentre faceva ritorno a casa,
vide una sagoma al buio che assomigliava tanto a sua
moglie, la stessa andatura morbida, lo stesso modo di
inclinare leggermente la testa quando ascoltava
qualcuno. Non era sola. Accanto a lei c’era un uomo,
alto, spalle larghe, vestito di scuro. I due camminavano
vicini, troppo vicini. Lui li seguì per un tratto breve,
poi i due sparirono inghiottiti dal buio di un vicolo
stretto, lasciando solo l’eco di passi che si
allontanavano e il dubbio si piantò nel petto di Renzo
come un chiodo arrugginito.
Non era sicuro che
fosse lei. Avrebbe potuto essere una delle tante ragazze
del paese, ma il rifiuto notturno sotto le lenzuola di
lei era certo, chirurgico, quotidiano. Ogni sera, quando
provava a sfiorarle la spalla o a cercare le sue labbra,
Anna si girava dall’altra parte senza dire nulla. Lui
restava lì, con la mano sospesa a mezz’aria, sentendosi
ridicolo, inutile, un attore che ha dimenticato la
battuta in una scena che non finisce mai.
Avrebbe avuto bisogno di parlare con qualcuno, ma Renzo
non aveva amici e da buon anarchico non credeva
nell’amicizia. Una sera, più depresso del solito, mentre
fuori pioveva, entrò nella chiesetta del paese per
ripararsi, spinto da una stanchezza che pesava più della
logica. Non era devozione, non era alla ricerca di Dio,
era solo il bisogno di un posto asciutto dove
raccogliersi e pensare senza dover spiegare a nessuno il
motivo. L’odore di cera vecchia, incenso e fiori recisi
gli diede la nausea, un misto acre e dolce che gli
risaliva in gola come un rimprovero. Eppure, rimase lì.
Si sedette nell’ultima fila, le mani intrecciate come
per trattenere qualcosa che stava scappando via, forse
se stesso, forse il ricordo di quando Anna rideva ancora
sotto il tendone della sagra.
La chiesa era
vuota, illuminata solo da poche candele e dalla luce
fioca che filtrava dai vetri colorati. Renzo fissava il
crocifisso senza vederlo pensando al suo dubbio, a
quella sagoma nel vicolo, a come il corpo di Anna si
fosse fatto estraneo, impenetrabile. Non pregò, non ne
sarebbe stato capace. Restò lì, semplicemente, con le
mani strette e il respiro corto, come un uomo che
aspetta il verdetto di un tribunale che non si riunirà
mai. E in quel silenzio pesante, interrotto solo dal
crepitio di una candela che si consumava, sentì per la
prima volta che il nodo dentro di lui non si sarebbe
sciolto con le parole, né con le lacrime, né con le
preghiere. Si sarebbe sciolto solo con il fuoco. Ma
quella sera ancora non lo sapeva. O forse lo sapeva già,
e stava solo prendendo tempo.
Dopo qualche
minuto, si avvicinò Don Saverio, Lui non lo conosceva.
Il prete si mise a sedere accanto a lui e disse: «Sono
il parroco di questa chiesa da cinque anni, ma non ti ho
mai visto, cosa ti porta qui stasera?» Renzo esitò poi
rispose. «Non cerco conforto da Dio. Sono qui perché…
fuori piove e non sapevo dove andare.» Don Saverio lo
guardò sorridendo, lui da prete esperto conosceva le
anime travagliate e alla fine disse piano: «Allora parla
come parleresti a uno che ti ascolta senza giudicare.
Come a un terapeuta laico. Non pensare ad una vera e
propria confessione, il solo fatto di dirlo ad alta voce
a volte spezza il nodo.»
Don Saverio si fece il
segno della croce e Renzo parlò, non perché credesse nel
sacramento, ma perché non aveva più nessuno con cui
parlare. «Mia moglie mi tradisce e io covo per lei un
sentimento di odio che mi sta mangiando vivo.» Don
Saverio attese qualche secondo poi parlò, e la voce gli
uscì tagliente, quasi cattiva. «Tua moglie commette un
adulterio. Calpesta il giuramento fatto davanti a Dio.
Se davvero ha ceduto agli istinti della carne mentre
portava la fede al dito è una donna malvagia nel senso
più crudo e biblico del termine. Ma tu non devi odiarla,
devi solo riportarla a te...»
Le parole di Don
Saverio erano affilate come lame. Non c’era perdono, ma
solo un giudizio crudo. Renzo lo guardò: «Lei è una
donna devota ed ho sempre creduto nella sua onestà, ma
se davvero mi tradisse vorrei la separazione, voglio
rifarmi un’altra vita.» Don Saverio ebbe uno scatto di
troppo, quasi impaziente: «Se la lasci, se firmi le
carte, se le permetti di andarsene libera e leggera con
il suo peccato, allora sì che pecchi mortalmente. Perché
stai dando ragione al demonio. Stai dicendo che il
sacramento del matrimonio può essere sciolto da un
notaio e da un giudice in toga. No. Lei deve restare
tua. Deve obbedirti, deve espiare. E tu devi essere
forte abbastanza ricordandoti che è lei la colpevole. Tu
sei la vittima. E la vittima non abbandona il campo di
battaglia.»
Renzo annuì e uscì dalla chiesa più
deciso. Don Saverio aveva ragione, non poteva arrendersi
di fronte alla minima difficoltà. Tornò a casa con una
determinazione nuova, piena di speranza. Anna era in
cucina, intenta a sciacquare una tazza sotto l’acqua
corrente, lo sguardo perso nel lavandino come se lì
dentro ci fosse un mondo più interessante del suo. Renzo
si fermò sulla soglia, inspirò l’odore familiare e provò
a parlare. Lei non si voltò. Chiuse il rubinetto, posò
la tazza sullo scolapiatti, si asciugò le mani nel
grembiule. Poi, finalmente, si girò e lo guardò con
un’aria di sfida. Renzo questa volta non si scoraggiò.
Non si ritirò in silenzio come le altre sere. Fece un
passo avanti, poi un altro, fino a trovarsi a un palmo
da lei. Le prese il viso con entrambe le mani. Le sue
dita tremavano leggermente contro le guance di lei. La
costrinse a guardarlo negli occhi, e per un istante il
tempo si fermò: «Anna, ti amo. Vorrei che tutto
ricominciasse come prima.»
Le parole gli
uscirono semplici, nude, senza abbellimenti né sarcasmo.
Non era una supplica, non era una minaccia: era
un’offerta, l’ultima che si sentiva di fare prima di
arrendersi del tutto. Negli occhi di lei passò qualcosa,
un lampo rapido, forse rimpianto, forse fastidio, forse
solo il riflesso della lampadina nuda che pendeva dal
soffitto. Per un secondo sembrò che stesse per cedere,
che le sue labbra tremassero pronte a dire qualcosa di
vero. Invece lei chiuse gli occhi. Solo per un istante,
ma abbastanza a lungo da far capire a Renzo che non era
stanchezza, era rifiuto. «Renzo… non posso.» Mormorò, e
la voce le uscì strozzata, quasi sorpresa di se stessa.
«Non è colpa tua. O forse sì. Non lo so. Ma non è più
come prima. Non tornerà più come prima.» Questa volta
Renzo non si perse d’animo e chiese cosa fosse cambiato
tra loro. Lei lo guardò, questa volta con aria di pena.
«È la volontà del Signore. Io obbedisco solo a lui.»
Lui rimase immobile, le mani ancora sospese a
mezz’aria dove fino a un secondo prima c’era il suo
viso. Sentì il gelo risalirgli dalle dita fino al petto.
Anna si voltò di nuovo verso il lavandino, riprese la
tazza come se niente fosse successo, come se quelle
parole non avessero appena segnato la fine di un’epoca.
Renzo non disse altro. Uscì dalla cucina senza rumore,
richiuse la porta piano. Quella notte, sdraiato sul
divano con gli occhi aperti al buio, capì che la
confessione in chiesa, il dubbio nel vicolo, le parole
di don Saverio non erano state che il prologo di una
condanna unilaterale. E lui, a quel punto, avrebbe
deciso come scontarla.
Il giorno dopo Renzo tornò
dal prete e affranto gli raccontò la reazione di Anna.
Don Saverio lo guardò con aria di sufficienza e disse:
«La conosco tua moglie, si siede sempre al primo banco
durante la messa… Anna non è malvagia, sta solo vivendo
un momento fragile della sua vita, ha trovato in Dio la
sua serenità, tu non devi far altro che accompagnarla in
questo percorso, senza forzare, ma non devi mollare la
presa. Anna è tua e lo sarà per sempre.» Renzo non
rispose e il prete aggiunse: «Se ti tradisce con Dio,
non è un tradimento, lasciala tranquilla.» Renzo
rimase in silenzio per qualche secondo, fissando il
pavimento. Le parole del prete gli ronzavano in testa
come mosche fastidiose. Alla fine, alzò lo sguardo. «Don
Saverio… ma io non la sento più mia. Quando torna dalla
messa ha gli occhi lucidi e un’espressione estasiata che
non è per me.» Il prete sospirò, intrecciando le dita.
La tonaca scura sembrava assorbire la poca luce che
filtrava dalla finestrella. «Renzo, stai guardando la
cosa dal verso sbagliato. Anna è felice così, rapita e
affascinata dalla presenza divina. Sta riempiendo un
vuoto che forse tu non hai mai saputo colmare. Le donne,
a un certo punto della vita, cercano qualcosa di
assoluto. Tu sei un uomo concreto, mentre Dio è infinito
e per lei è diventato l’amante perfetto: non sbaglia
mai, non delude, non invecchia. Lascia che lei compia il
suo percorso…» Renzo fece una smorfia amara, annuì e
uscì dalla chiesa, con il peso di quelle parole che gli
premeva sul petto più di prima. Non sentiva alcun
conforto e non sopportava quella presenza inquietante,
da ateo convinto non aveva nessuna voglia di vedere Dio
come rivale.
Il giorno dopo alle cinque in punto,
come ogni giorno, Anna prese la borsetta con un gesto
meccanico proprio di chi segue un copione ormai
automatico e disse: «Vado a messa.» Renzo annuì dal
divano, come faceva da mesi, ma stavolta non rimase
seduto. Aspettò che la porta d’ingresso si chiudesse,
contò fino a venti, poi si alzò. Indossò il giaccone
grigio scuro che usava per le passeggiate invernali,
quello con il cappuccio che gli nascondeva metà viso,
infilò le mani nelle tasche e uscì.
Non corse.
Camminò con passo normale, quasi pigro, tenendo gli
occhi fissi avanti, calcolando la distanza. Anna era già
una ventina di metri più in là, la figura snella che si
muoveva con quella grazia inconsapevole che un tempo lo
aveva stregato. Camminava veloce: il passo di chi sa
esattamente dove sta andando e non ha bisogno di
affrettarsi. Renzo si tenne a quella distanza, non
troppo vicino da farsi notare, non troppo lontano da
perderla di vista quando avrebbe svoltato l’angolo. Il
paese era quieto a quell’ora. Le luci dei lampioni si
accendevano una dopo l’altra con un ronzio elettrico,
tingendo i marciapiedi di un giallo malato. Passò
davanti alla latteria ancora aperta.
Quando lei
imboccò la stradina che portava alla chiesa, Renzo
rallentò ancora di più. Si fermò dietro l’angolo di un
vecchio palazzo con l’intonaco screpolato, lasciò che
Anna guadagnasse altri dieci metri, abbastanza da non
sentirsi osservata, abbastanza da non perdere di vista
la sua figura nera contro il crepuscolo grigio, poi
riprese a seguirla a passo felpato sui sampietrini
umidi.
Il cuore gli martellava nelle orecchie, un
tamburo sordo e insistente, ma il respiro restava calmo:
una calma artificiale, quella di chi ha già deciso che
non tornerà indietro qualunque cosa veda, qualunque cosa
sarebbe successa dopo. Anna procedeva dritta, senza
esitazioni, il cappotto che le sventolava leggermente ai
fianchi. Salì i tre gradini di pietra consumata della
chiesa e spinse il portone di legno. La porta si
richiuse alle sue spalle. Renzo rimase impietrito per un
secondo: Anna stava effettivamente andando in chiesa!
Niente vicolo nascosto, niente sagoma maschile al buio,
niente amante! Solo la porta della casa di Dio che si
apriva per accoglierla.
Sollevato, scosse la
testa, un gesto lento, quasi comico nella sua
goffaggine. Il nodo nel petto si allentò di colpo, come
una corda che si spezza dopo aver tenuto troppo a lungo.
Fece mezzo passo indietro, già pronto a girarsi e
riprendere la via di casa, a fingere con sé stesso che
quella passeggiata serale fosse stata solo la paranoia
di un marito rifiutato. Ma fu allora che si accorse del
silenzio. La campana non aveva suonato. Lui non era
esperto di chiese, ma sapeva benissimo che le messe
venivano annunciate dai rintocchi delle campane.
Alzò lo sguardo verso il piccolo campanile. La
campana era immobile, muta, come se anche lei avesse
deciso di tacere quella sera. Nessun suono, nessun
richiamo. Quindi nessuna messa. Il sollievo gli morì in
gola. Rimase lì, a cinque metri dal sagrato, con le mani
ancora nelle tasche del giaccone. Guardò la facciata
della chiesa e capì, con una lucidità gelida, che Anna
non era entrata per pregare in mezzo agli altri fedeli.
Era entrata da sola, in un edificio vuoto, a un’ora in
cui non c’era nessuno a officiare.
A quel punto
salì le scale e spinse il portone pesante. Entrò in
chiesa. L’interno era immerso in una penombra
accogliente e stantia, illuminata solo dalle candele
votive. Renzo avanzò lungo la navata centrale con passi
silenziosi, quasi furtivi. Vide Anna dirigersi verso la
sagrestia senza esitare: il suo cappotto nero sparì
dietro la tenda pesante che separava lo spazio sacro da
quello riservato al clero. Renzo si avvicinò, rasentando
il muro, fino a trovarsi a un metro dalla tenda. Si
fermò.
Attraverso la stoffa logora filtravano
voci e riconobbe subito quella di don Saverio: «Anna, è
importante, ascoltami. Ieri è venuto tuo marito a
confessarsi. Sospetta che lo tradisci, ma non sa con
chi. Vuole separarsi, ma io gli ho detto che dovete
continuare a stare insieme, che la separazione è peccato
mortale…» Rise piano, una risata complice, sporca. Renzo
rimase impietrito. Capì tutto, in un lampo gelido. Non
dubitò nemmeno per un secondo che il prete stesse
cercando di “salvare” il matrimonio! Era ovvio,
lampante, osceno: don Saverio non difendeva il
sacramento. Difendeva se stesso. Difendeva loro.
Dall’altra parte della tenda, Anna rispose con voce
morbida, quasi divertita. «Gli hai detto proprio così?
Che è peccato mortale?» Il prete rise ancora: «Parola
per parola. Gli ho dipinto il quadro completo: tu
sottomessa, lui vittima santa, il notaio che diventa
strumento del demonio. Ha bevuto tutto. È uscito più
leggero, quasi convinto di poterti ancora “redimere”.
Gli uomini come lui hanno bisogno di credere che il
perdono sia possibile. È la loro debolezza più grande.»
Silenzio. Renzo sentì il fruscio di stoffa:
forse Anna si era avvicinata, forse lo stava baciando…
«E noi?» Sussurrò lei. «Tu devi rimanere sua moglie, non
voglio chiacchiere e finché sarà così noi potremo
vederci senza dare nell’occhio. Il tuo matrimonio è la
nostra liberazione!» Un altro fruscio, più intimo. Un
respiro accelerato. Il rumore lieve di un bacio, poi di
un altro, più profondo. Renzo sentì il sangue defluirgli
dal viso. Le mani gli tremavano lungo i fianchi. Avrebbe
potuto strappare la tenda in quel momento, urlare,
picchiare, distruggere. Invece rimase immobile, come
inchiodato al pavimento di pietra. Non era più rabbia
quella che provava. Era una chiarezza assoluta, quasi
mistica. Il mondo gli si era rivelato per quello che
era: un teatro grottesco in cui tutti recitavano la
parte del giusto mentre si infilavano a vicenda il
coltello tra le costole.
Si voltò lentamente.
Uscì dalla chiesa senza fare rumore, richiudendo il
portone con la stessa delicatezza con cui Anna lo aveva
aperto poco prima. Rimase fuori ad aspettare. Poco dopo
li vide uscire insieme. Camminavano veloci lungo la
stradina stretta tenendosi a debita distanza. La stessa
visione di quando aveva iniziato a sospettare.
Arrivarono alle ultime case, svoltarono in un vicoletto
poco illuminato. Entrarono in un portoncino. Poco dopo
una finestra si accese, debole, giallastra. Dietro la
tenda due sagome: un uomo che stringeva una donna dai
lunghi capelli neri. Si baciarono con la foga di chi si
rivede dopo troppo tempo. Lei si spogliò velocemente,
lui le baciò i seni e poi insieme si distesero sul
letto.
Renzo non resistette a quella visione.
Vide solo l’ombra di Anna che apriva le sue cosce
accogliendolo dentro di lei. Mentre si allontanava senti
Anna gemere: “Prendimi Saverio, tu sei il mio Dio
Onnipotente… Fammi tua!” Renzo si allontanò, tornò a
casa senza sentire più le gambe. Si sedette al buio in
cucina, le mani tremanti sul tavolo. Quando Anna rientrò
lui non disse nulla. Le parole oramai erano finite.
Covava vendetta, certo, ma come?
L’indomani Anna
si muoveva per casa canticchiando un canto mariano,
leggera, serena. Entrò in camera da letto, chiuse la
porta. Si inginocchiò davanti al buco della serratura.
Lui la vide allo specchio: si passava le mani sui
fianchi, sorrideva compiaciuta, si sistemava i capelli.
Poi si inginocchiò sul tappetino, giunse le mani e
iniziò a pregare ad alta voce: «Santa Maria, Madre di
Dio, prega per noi peccatori…» In quel momento preciso
Renzo prese la sua decisione. Non urlò. Non pianse. Non
la affrontò. Non entrò in camera da letto. Andò in
cantina e si accertò che la tanica di benzina, che usava
per il riscaldamento, fosse piena.
Il giorno dopo
aspettò che Anna uscisse alle cinque in punto, ma questa
volta non la seguì, attese circa un’ora, poi prese la
macchina, caricò la tanica e si diresse nella casa dove
i due amanti si erano incontrati il giorno prima. Guidò
piano, senza fretta, le luci spente negli ultimi
duecento metri. Parcheggiò lontano, proseguì a piedi. Il
portoncino era socchiuso, ma non entrò. Dentro si
sentiva già il respiro affannato, i gemiti bassi, il
legno del letto che scricchiolava. Sentì chiaramente Don
Saverio dire: “Anna sei la mia puttana!” E quelle parole
in bocca ad un prete gli fecero ancora più male.
Fece il giro della casa, la stanza da dove provenivano i
rumori aveva la finestra socchiusa. I due amanti erano
avvolti dalla penombra, solo una luce fioca della
lampada sul comodino. Li vide chiaramente: Anna sopra di
lui, i capelli neri che le cadevano sul seno come un
velo, le mani di don Saverio sui suoi fianchi che la
guidavano, i loro corpi sudati che si muovevano
all’unisono, sempre più veloci, sempre più disperati.
Attese senza muovere un muscolo. Li lasciò arrivare al
culmine.
Quando Anna inarcò la schiena, quando
gettò indietro la testa con un gemito lungo e strozzato
che sembrava quasi una preghiera rovesciata, quando don
Saverio le afferrò i glutei e spinse un’ultima volta con
un rantolo gutturale, proprio in quell’istante di
abbandono totale, di orgasmo, di piacere, di urla
soffocate, prese la tanica e versò la benzina. Prima sul
davanzale e poi sul pavimento di legno secco e sulle
tende pesanti. L’odore acre si mescolò all’odore del
loro sesso. Accese il fiammifero. La fiamma azzurra
danzò un attimo tra le sue dita, poi la lasciò cadere.
Il fuoco prese vita con un soffio vorace. Le tende si
incendiarono come carta velina. Il pavimento divenne una
pozza di fuoco liquido. Anna si accorse per prima. Si
voltò di scatto, ancora nuda, ancora tremante di
piacere, gli occhi spalancati. «Dio mio…» sussurrò, ma
la voce le si spezzò. Don Saverio cercò di alzarsi,
inciampò nelle lenzuola, cadde in ginocchio proprio
mentre le fiamme gli lambivano le gambe.
Renzo
rimase lì a guardare, non provava alcun dolore, solo
rabbia mista a soddisfazione. Anna lo vide, urlò il suo
nome, un urlo che si trasformò in tosse quando il fumo
le entrò in gola. Don Saverio provò a strisciare verso
la finestra, la pelle già arrossata e gonfia, ma il
fuoco gli divorò i capelli in un secondo. Renzo rimase
lì finché non sentì più le loro urla di aiuto, solo un
crepitio unico, un coro di fiamme e di carne che si
scioglieva. Poi si allontanò e si sedette sul muretto di
pietra fredda, guardò il tetto illuminarsi dall’interno
come una lanterna infernale. Fu in quel momento che
provò dolore un sollievo infinito. Solo una pace
profonda, quasi liturgica.
Quando arrivarono i
carabinieri, era ancora lì. Le mani nere di fuliggine,
lo sguardo fisso sulle fiamme che ormai uscivano dalle
finestre sfondate. Dalla cenere, i soccorsi trovarono
solo due sagome fuse insieme in un abbraccio
carbonizzato, irriconoscibili, ma abbracciati stretti. E
accanto, intatta tra le macerie, la croce di legno che
don Saverio teneva al collo. Nera, ma intera. Come se
Dio stesso avesse voluto firmare il certificato di
eternità. I carabinieri gli chiesero perché. Lui rispose
con voce ferma, senza alzare il tono e lo sguardo: «Ho
reso eterno il loro amore. Come deve essere.
Indissolubile come un matrimonio. Don Saverio aveva
ragione.» |
Questo racconto è opera di pura
fantasia. Nomi, personaggi e luoghi sono frutto
dell’immaginazione dell’autore e qualsiasi
somiglianza con fatti, scenari e persone è del
tutto casuale.
IMMAGINE GENERATA DA
IA
© All rights
reserved
TUTTI I
RACCONTI DI ADAMO BENCIVENGA
© Adamo Bencivenga - Tutti i diritti riservati
Il presente racconto è tutelato dai diritti d'autore.
L'utilizzo è limitato ad un ambito esclusivamente personale.
Ne è vietata la riproduzione, in qualsiasi forma, senza il consenso
dell'autore


Tutte
le immagini pubblicate sono di proprietà dei rispettivi
autori. Qualora l'autore ritenesse
improprio l'uso, lo comunichi e l'immagine in questione
verrà ritirata immediatamente. (All
images and materials are copyright protected and are the
property of their respective authors.and are the
property of their respective authors.If the
author deems improper use, they will be deleted from our
site upon notification.) Scrivi a
liberaeva@libero.it
COOKIE
POLICY
TORNA SU (TOP)
LiberaEva Magazine
Tutti i diritti Riservati
Contatti

|
|