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RACCONTO
 
Adamo Bencivenga
SACRAMENTO INDISSOLUBILE
Renzo, un uomo grigio, sospetta che la moglie Anna lo tradisca. Una sera decide di seguirla in chiesa convinto di sorprenderla con l’amante. Ma ciò che scopre è una verità molto più cruda, che gli fa gelare il sangue e covare una vendetta implacabile...

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ERenzo era uno di quegli uomini che la vita, per una sorta di pudore o di pigrizia, aveva deciso di non notare. A quarantatré anni portava addosso un grigiore così perfetto, così scrupolosamente sfumato, che sembrava quasi una media aritmetica di tutti i colori dell’universo.
Né alto né basso, né bello né brutto, né grasso e né magro, con quei capelli che ingrigivano senza dramma e con due occhi di un colore indeciso, che pareva si vergognassero di dover scegliere tra il castano e il verde opaco. Insomma, uno di quegli individui che, passando per strada, non lasciano nemmeno l’eco di un’ombra sul muro.
Eppure, dentro quella neutralità quasi offensiva, covava un’anima ostinata, piena di opinioni dure, compatte, levigate come ciottoli di fiume che l’acqua per secoli non ha mai consumato. Opinioni che lui custodiva con la stessa determinazione con cui un impiegato custodisce il timbro dell’ufficio: qualcosa di insignificante agli occhi del mondo, ma per lui sacro, definitivo, intoccabile. Perché, si sa, la forma è sempre mutevole e incostante, ma certe idee, chissà perché, ci sembrano invece eterne. E lui, Renzo, dal profilo indistinto, si sentiva, nel segreto del suo grigiore, l’unico uomo al mondo ad avere finalmente capito come stavano davvero le cose.

Si faceva chiamare Renzo, ma il suo vero nome era Ignazio, non perché ci fosse qualche assonanza fonetica, ma per un riscatto silenzioso, in ricordo di un suo compagno di scuola, quello che era sempre stato il primo della classe, il predestinato, il portatore sano di voti altissimi, di belle ragazze e di futuri già scritti in inchiostro indelebile.
Ignazio, invece, arrancava solo nelle retrovie della pagella, con la media che galleggiava come un sughero stanco. Così, un giorno qualunque decise il cambio. Non lo annunciò con proclami. Semplicemente smise di rispondere quando lo chiamavano Ignazio. «Renzo» correggeva ogni volta, come se fosse un refuso divino da sanare. E piano piano tutti si abituarono a quell’atto di trasmutazione alchemica: prendere il nome del vincitore per rubargli, per osmosi nominale, un frammento di vittoria.

Col tempo quel soprannome divenne l'unico nome. Ignazio svanì nei registri anagrafici come un refuso burocratico, e Renzo prese il suo posto stabile. E in fondo, in quel gesto c'era una malinconia quasi mistica: l'uomo che si ribattezza con il nome del migliore non per superarlo, ma per non essere più sé stesso. Un'espiazione laica, un'umiltà rovesciata in orgoglio. Perché a volte il riscatto più grande non è vincere la gara, ma indossare per sempre il nome di chi l'ha vinta.

Ignazio o qualsivoglia Renzo si dichiarava anarchico, ma soprattutto ateo, non per ribellione, ma solo per mancanza di bisogno: Dio non gli aveva mai chiesto nulla e lui per educazione non aveva mai chiesto nulla a Dio. Tra loro c’era un accordo silenzioso, quasi cortese: ciascuno stava per conto proprio. Sua moglie Anna invece era devota fino al midollo, in modo quasi fisico, come se la fede le tenesse insieme le ossa. Portava il rosario in tasca come un talismano e pregava in ginocchio sul pavimento freddo, sussurrando Avemarie e Paternostri in ogni istante della giornata. Pregava perfino quando taceva, perché il silenzio, per lei, era soltanto un’altra forma di preghiera.

Lui la guardava con quella tenerezza un po’ superiore che si riserva ai bambini che ancora credono nella Befana. Un sorriso di compatimento e sufficienza, ma senza cattiveria: solo la consapevolezza di chi ha capito prima degli altri che il mondo è fatto di illusioni necessarie. Eppure, nonostante quell’abisso che li separava, l’amava. L’amava proprio perché era così diversa, così ostinatamente onesta in quella sua fede ingenua. Come se, guardandola pregare, lui vedesse in lei la forma compiuta di qualcosa che a lui mancava, ma forse era proprio questa la vera anarchia: amare qualcuno che crede in ciò che tu non credi. Così continuavano a vivere, uno accanto all’altra, senza invadere il campo dell’altro.

Con Anna i primi tempi era andato tutto bene, l’aveva conosciuta, sotto un tendone alla sagra del paese. Anna portava un vestito a fiori che le arrivava appena sotto il ginocchio e Renzo l’aveva guardata per tutta la sera senza trovare il coraggio di avvicinarsi. Poi, verso mezzanotte, quando la fisarmonica aveva attaccato una mazurka lenta, lei si era fermata davanti a lui con un bicchiere di lambrusco in mano e gli aveva detto, senza preamboli: «Balli o no?» Lui aveva balbettato qualcosa di incomprensibile, ma le aveva teso la mano. Così senza accorgersi avevano ballato tre pezzi di fila, e alla fine del terzo lei gli aveva appoggiato la fronte sulla spalla per un secondo solo, come per controllare se il cuore di lui battesse allo stesso ritmo del suo.

Da quella sera in poi era stato un susseguirsi di momenti teneri: le passeggiate lungo il fiume dopo cena, le mani intrecciate senza bisogno di parlare, i baci rubati le domeniche pomeriggio, i pranzi dalla suocera che lo trattava già come un figlio e gli riempiva il piatto di pasta fino all’orlo. Anna era luminosa in un modo che lo abbagliava. Non era solo bella: era convinta. Convinta che la vita fosse una cosa buona, che le persone potessero restare insieme per sempre, che le preghiere dette con il cuore arrivassero davvero lassù. Renzo, che non credeva a niente, si era lasciato contagiare per osmosi.

La loro prima volta era stata durante una sera di fine estate, in una cascina vecchia, mezza abbandonata, dove era passato già tutto il paese. L’avevano raggiunta in bicicletta, lei pedalando davanti con una specie di gioia infantile, il vestito chiaro che le svolazzava sulle gambe; lui dietro, più lento. Dentro, c’era solo un grande letto di ferro battuto e un materasso di crine. Anna entrò per prima, si voltò verso di lui con gli occhi lucidi, pieni di gratitudine, come se quel momento fosse già una grazia concessa dal Cielo. Si fece il segno della croce, rapida, quasi di nascosto, poi rise piano, vergognandosi un poco di quel gesto automatico.

Renzo rimase sulla soglia un istante di più. Non c’era entusiasmo in lui, né urgenza. Solo quella quieta accettazione di chi sa che anche il corpo è una delle tante illusioni che la vita ci mette davanti per non farci annoiare troppo. Lei invece si spogliò come se si stesse preparando a una comunione. Le mani le tremavano temendo che il piacere potesse essere troppo grande, quasi una colpa. Quando rimase nuda, la sua pelle sembrò illuminarsi di luce propria. Si sdraiò sul letto e tese le braccia verso di lui.

Renzo si avvicinò senza fretta. Si chinò su di lei e la baciò sulla fronte, poi sulle palpebre, poi sulla bocca. Quando entrò in lei, fu con la stessa naturalezza con cui si entra in una chiesa vuota: senza clamore, senza estasi, ma con una sorta di rispetto rassegnato. Lei invece lo accolse chiudendo gli occhi. Lui la guardava dal basso quasi commosso da tanta intensità e mentre si muoveva dentro di lei con ritmo lento, quasi pigro, pensava che forse fosse proprio questo il vero miracolo: due caratteri così diversi, che si cercavano e si trovavano lo stesso, senza bisogno di spiegarsi.

Quando tutto finì, lei rimase lì, supina, con le lacrime che le scendevano silenziose lungo le tempie, ringraziando il Signore per quel dono immenso. Lui, invece, si accese una sigaretta, si sdraiò accanto a lei e soffiò il fumo verso il soffitto scrostato, con quel suo mezzo sorriso che non diceva né sì né no. E in quel momento, nella cascina buia, tra il cigolio del letto di ferro e il fruscio lontano dei grilli, gli parve che l’amore fosse soltanto una piccola, ridicola, necessaria suggestione che due anime opposte si concedevano per fingere di essere una cosa sola.

Si erano sposati l’autunno successivo, con una cerimonia semplice. Lei in bianco semplice, senza strascico, lui con un completo grigio preso in prestito dal cognato. Quando il prete aveva detto «finché morte non vi separi», Anna aveva stretto la mano di Renzo così forte che gli aveva fatto male. Andarono a vivere in una casa modesta, ma pulita, mantenendosi con un lavoro stabile in fabbrica per lui e un part-time in una cartoleria di un lontano parente per lei. Sin da subito avevano provato ad avere figli, ma senza successo. Nonostante questo, trascorrevano le loro serate in armonia, abbracciati sul divano a guardare la televisione o, durante l’estate, passeggiando per le vie del paese.

Tutto procedeva serenamente, finché un male sottile chiamato noia cominciò a insinuarsi nelle loro serate. Non c’era stato un momento preciso in cui tutto aveva cominciato a incrinarsi. Nessuna incomprensione, nessuna lite memorabile. Solo un lento raffreddarsi, come una stufa che consuma la legna senza che nessuno se ne accorga. Le mani che non si cercavano più sotto le coperte. Le parole che si accorciavano. E quando il gelo era diventato definitivo, quando il letto matrimoniale era diventato una tomba e le preghiere di Anna avevano preso un altro sapore, lui aveva capito che niente è eterno, neanche una promessa fatta davanti a Dio. La vita, del resto, non era fatta di sempre e mai, di bianco e di nero, ma solo di forse e grigi.

Lei sembrava non preoccuparsene granché, ma lui, immerso in quel gelo più volte si era domandato in cosa avesse sbagliato, cosa non andasse in lui al punto da indurla ad allontanarsi e da rifiutare i suoi baci con la stessa freddezza con cui si chiude una finestra d’inverno. Pensava che fosse lui il problema: troppo grigio, troppo prevedibile, troppo Ignazio sotto il nome preso in prestito. Passava i pomeriggi dopo il lavoro da solo, passeggiando per le vie del paese con le mani in tasca e lo sguardo basso, come se cercasse nel riflesso dei sampietrini umidi una risposta scritta.

Una sera, proprio mentre il sole si spegneva dietro i tetti e le ombre si allungavano, mentre faceva ritorno a casa, vide una sagoma al buio che assomigliava tanto a sua moglie, la stessa andatura morbida, lo stesso modo di inclinare leggermente la testa quando ascoltava qualcuno. Non era sola. Accanto a lei c’era un uomo, alto, spalle larghe, vestito di scuro. I due camminavano vicini, troppo vicini. Lui li seguì per un tratto breve, poi i due sparirono inghiottiti dal buio di un vicolo stretto, lasciando solo l’eco di passi che si allontanavano e il dubbio si piantò nel petto di Renzo come un chiodo arrugginito.

Non era sicuro che fosse lei. Avrebbe potuto essere una delle tante ragazze del paese, ma il rifiuto notturno sotto le lenzuola di lei era certo, chirurgico, quotidiano. Ogni sera, quando provava a sfiorarle la spalla o a cercare le sue labbra, Anna si girava dall’altra parte senza dire nulla. Lui restava lì, con la mano sospesa a mezz’aria, sentendosi ridicolo, inutile, un attore che ha dimenticato la battuta in una scena che non finisce mai.

Avrebbe avuto bisogno di parlare con qualcuno, ma Renzo non aveva amici e da buon anarchico non credeva nell’amicizia. Una sera, più depresso del solito, mentre fuori pioveva, entrò nella chiesetta del paese per ripararsi, spinto da una stanchezza che pesava più della logica. Non era devozione, non era alla ricerca di Dio, era solo il bisogno di un posto asciutto dove raccogliersi e pensare senza dover spiegare a nessuno il motivo. L’odore di cera vecchia, incenso e fiori recisi gli diede la nausea, un misto acre e dolce che gli risaliva in gola come un rimprovero. Eppure, rimase lì. Si sedette nell’ultima fila, le mani intrecciate come per trattenere qualcosa che stava scappando via, forse se stesso, forse il ricordo di quando Anna rideva ancora sotto il tendone della sagra.

La chiesa era vuota, illuminata solo da poche candele e dalla luce fioca che filtrava dai vetri colorati. Renzo fissava il crocifisso senza vederlo pensando al suo dubbio, a quella sagoma nel vicolo, a come il corpo di Anna si fosse fatto estraneo, impenetrabile. Non pregò, non ne sarebbe stato capace. Restò lì, semplicemente, con le mani strette e il respiro corto, come un uomo che aspetta il verdetto di un tribunale che non si riunirà mai. E in quel silenzio pesante, interrotto solo dal crepitio di una candela che si consumava, sentì per la prima volta che il nodo dentro di lui non si sarebbe sciolto con le parole, né con le lacrime, né con le preghiere. Si sarebbe sciolto solo con il fuoco. Ma quella sera ancora non lo sapeva. O forse lo sapeva già, e stava solo prendendo tempo.

Dopo qualche minuto, si avvicinò Don Saverio, Lui non lo conosceva. Il prete si mise a sedere accanto a lui e disse: «Sono il parroco di questa chiesa da cinque anni, ma non ti ho mai visto, cosa ti porta qui stasera?» Renzo esitò poi rispose. «Non cerco conforto da Dio. Sono qui perché… fuori piove e non sapevo dove andare.» Don Saverio lo guardò sorridendo, lui da prete esperto conosceva le anime travagliate e alla fine disse piano: «Allora parla come parleresti a uno che ti ascolta senza giudicare. Come a un terapeuta laico. Non pensare ad una vera e propria confessione, il solo fatto di dirlo ad alta voce a volte spezza il nodo.»

Don Saverio si fece il segno della croce e Renzo parlò, non perché credesse nel sacramento, ma perché non aveva più nessuno con cui parlare. «Mia moglie mi tradisce e io covo per lei un sentimento di odio che mi sta mangiando vivo.» Don Saverio attese qualche secondo poi parlò, e la voce gli uscì tagliente, quasi cattiva. «Tua moglie commette un adulterio. Calpesta il giuramento fatto davanti a Dio. Se davvero ha ceduto agli istinti della carne mentre portava la fede al dito è una donna malvagia nel senso più crudo e biblico del termine. Ma tu non devi odiarla, devi solo riportarla a te...»

Le parole di Don Saverio erano affilate come lame. Non c’era perdono, ma solo un giudizio crudo. Renzo lo guardò: «Lei è una donna devota ed ho sempre creduto nella sua onestà, ma se davvero mi tradisse vorrei la separazione, voglio rifarmi un’altra vita.» Don Saverio ebbe uno scatto di troppo, quasi impaziente: «Se la lasci, se firmi le carte, se le permetti di andarsene libera e leggera con il suo peccato, allora sì che pecchi mortalmente. Perché stai dando ragione al demonio. Stai dicendo che il sacramento del matrimonio può essere sciolto da un notaio e da un giudice in toga. No. Lei deve restare tua. Deve obbedirti, deve espiare. E tu devi essere forte abbastanza ricordandoti che è lei la colpevole. Tu sei la vittima. E la vittima non abbandona il campo di battaglia.»

Renzo annuì e uscì dalla chiesa più deciso. Don Saverio aveva ragione, non poteva arrendersi di fronte alla minima difficoltà. Tornò a casa con una determinazione nuova, piena di speranza. Anna era in cucina, intenta a sciacquare una tazza sotto l’acqua corrente, lo sguardo perso nel lavandino come se lì dentro ci fosse un mondo più interessante del suo. Renzo si fermò sulla soglia, inspirò l’odore familiare e provò a parlare. Lei non si voltò. Chiuse il rubinetto, posò la tazza sullo scolapiatti, si asciugò le mani nel grembiule. Poi, finalmente, si girò e lo guardò con un’aria di sfida. Renzo questa volta non si scoraggiò. Non si ritirò in silenzio come le altre sere. Fece un passo avanti, poi un altro, fino a trovarsi a un palmo da lei. Le prese il viso con entrambe le mani. Le sue dita tremavano leggermente contro le guance di lei. La costrinse a guardarlo negli occhi, e per un istante il tempo si fermò: «Anna, ti amo. Vorrei che tutto ricominciasse come prima.»

Le parole gli uscirono semplici, nude, senza abbellimenti né sarcasmo. Non era una supplica, non era una minaccia: era un’offerta, l’ultima che si sentiva di fare prima di arrendersi del tutto. Negli occhi di lei passò qualcosa, un lampo rapido, forse rimpianto, forse fastidio, forse solo il riflesso della lampadina nuda che pendeva dal soffitto. Per un secondo sembrò che stesse per cedere, che le sue labbra tremassero pronte a dire qualcosa di vero. Invece lei chiuse gli occhi. Solo per un istante, ma abbastanza a lungo da far capire a Renzo che non era stanchezza, era rifiuto. «Renzo… non posso.» Mormorò, e la voce le uscì strozzata, quasi sorpresa di se stessa. «Non è colpa tua. O forse sì. Non lo so. Ma non è più come prima. Non tornerà più come prima.» Questa volta Renzo non si perse d’animo e chiese cosa fosse cambiato tra loro. Lei lo guardò, questa volta con aria di pena. «È la volontà del Signore. Io obbedisco solo a lui.»

Lui rimase immobile, le mani ancora sospese a mezz’aria dove fino a un secondo prima c’era il suo viso. Sentì il gelo risalirgli dalle dita fino al petto. Anna si voltò di nuovo verso il lavandino, riprese la tazza come se niente fosse successo, come se quelle parole non avessero appena segnato la fine di un’epoca. Renzo non disse altro. Uscì dalla cucina senza rumore, richiuse la porta piano. Quella notte, sdraiato sul divano con gli occhi aperti al buio, capì che la confessione in chiesa, il dubbio nel vicolo, le parole di don Saverio non erano state che il prologo di una condanna unilaterale. E lui, a quel punto, avrebbe deciso come scontarla.

Il giorno dopo Renzo tornò dal prete e affranto gli raccontò la reazione di Anna. Don Saverio lo guardò con aria di sufficienza e disse: «La conosco tua moglie, si siede sempre al primo banco durante la messa… Anna non è malvagia, sta solo vivendo un momento fragile della sua vita, ha trovato in Dio la sua serenità, tu non devi far altro che accompagnarla in questo percorso, senza forzare, ma non devi mollare la presa. Anna è tua e lo sarà per sempre.» Renzo non rispose e il prete aggiunse: «Se ti tradisce con Dio, non è un tradimento, lasciala tranquilla.»
Renzo rimase in silenzio per qualche secondo, fissando il pavimento. Le parole del prete gli ronzavano in testa come mosche fastidiose. Alla fine, alzò lo sguardo. «Don Saverio… ma io non la sento più mia. Quando torna dalla messa ha gli occhi lucidi e un’espressione estasiata che non è per me.» Il prete sospirò, intrecciando le dita. La tonaca scura sembrava assorbire la poca luce che filtrava dalla finestrella. «Renzo, stai guardando la cosa dal verso sbagliato. Anna è felice così, rapita e affascinata dalla presenza divina. Sta riempiendo un vuoto che forse tu non hai mai saputo colmare. Le donne, a un certo punto della vita, cercano qualcosa di assoluto. Tu sei un uomo concreto, mentre Dio è infinito e per lei è diventato l’amante perfetto: non sbaglia mai, non delude, non invecchia. Lascia che lei compia il suo percorso…» Renzo fece una smorfia amara, annuì e uscì dalla chiesa, con il peso di quelle parole che gli premeva sul petto più di prima. Non sentiva alcun conforto e non sopportava quella presenza inquietante, da ateo convinto non aveva nessuna voglia di vedere Dio come rivale.

Il giorno dopo alle cinque in punto, come ogni giorno, Anna prese la borsetta con un gesto meccanico proprio di chi segue un copione ormai automatico e disse: «Vado a messa.» Renzo annuì dal divano, come faceva da mesi, ma stavolta non rimase seduto. Aspettò che la porta d’ingresso si chiudesse, contò fino a venti, poi si alzò. Indossò il giaccone grigio scuro che usava per le passeggiate invernali, quello con il cappuccio che gli nascondeva metà viso, infilò le mani nelle tasche e uscì.

Non corse. Camminò con passo normale, quasi pigro, tenendo gli occhi fissi avanti, calcolando la distanza. Anna era già una ventina di metri più in là, la figura snella che si muoveva con quella grazia inconsapevole che un tempo lo aveva stregato. Camminava veloce: il passo di chi sa esattamente dove sta andando e non ha bisogno di affrettarsi. Renzo si tenne a quella distanza, non troppo vicino da farsi notare, non troppo lontano da perderla di vista quando avrebbe svoltato l’angolo. Il paese era quieto a quell’ora. Le luci dei lampioni si accendevano una dopo l’altra con un ronzio elettrico, tingendo i marciapiedi di un giallo malato. Passò davanti alla latteria ancora aperta.

Quando lei imboccò la stradina che portava alla chiesa, Renzo rallentò ancora di più. Si fermò dietro l’angolo di un vecchio palazzo con l’intonaco screpolato, lasciò che Anna guadagnasse altri dieci metri, abbastanza da non sentirsi osservata, abbastanza da non perdere di vista la sua figura nera contro il crepuscolo grigio, poi riprese a seguirla a passo felpato sui sampietrini umidi.

Il cuore gli martellava nelle orecchie, un tamburo sordo e insistente, ma il respiro restava calmo: una calma artificiale, quella di chi ha già deciso che non tornerà indietro qualunque cosa veda, qualunque cosa sarebbe successa dopo. Anna procedeva dritta, senza esitazioni, il cappotto che le sventolava leggermente ai fianchi. Salì i tre gradini di pietra consumata della chiesa e spinse il portone di legno. La porta si richiuse alle sue spalle. Renzo rimase impietrito per un secondo: Anna stava effettivamente andando in chiesa! Niente vicolo nascosto, niente sagoma maschile al buio, niente amante! Solo la porta della casa di Dio che si apriva per accoglierla.

Sollevato, scosse la testa, un gesto lento, quasi comico nella sua goffaggine. Il nodo nel petto si allentò di colpo, come una corda che si spezza dopo aver tenuto troppo a lungo. Fece mezzo passo indietro, già pronto a girarsi e riprendere la via di casa, a fingere con sé stesso che quella passeggiata serale fosse stata solo la paranoia di un marito rifiutato. Ma fu allora che si accorse del silenzio. La campana non aveva suonato. Lui non era esperto di chiese, ma sapeva benissimo che le messe venivano annunciate dai rintocchi delle campane.

Alzò lo sguardo verso il piccolo campanile. La campana era immobile, muta, come se anche lei avesse deciso di tacere quella sera. Nessun suono, nessun richiamo. Quindi nessuna messa. Il sollievo gli morì in gola. Rimase lì, a cinque metri dal sagrato, con le mani ancora nelle tasche del giaccone. Guardò la facciata della chiesa e capì, con una lucidità gelida, che Anna non era entrata per pregare in mezzo agli altri fedeli. Era entrata da sola, in un edificio vuoto, a un’ora in cui non c’era nessuno a officiare.

A quel punto salì le scale e spinse il portone pesante. Entrò in chiesa. L’interno era immerso in una penombra accogliente e stantia, illuminata solo dalle candele votive. Renzo avanzò lungo la navata centrale con passi silenziosi, quasi furtivi. Vide Anna dirigersi verso la sagrestia senza esitare: il suo cappotto nero sparì dietro la tenda pesante che separava lo spazio sacro da quello riservato al clero. Renzo si avvicinò, rasentando il muro, fino a trovarsi a un metro dalla tenda. Si fermò.

Attraverso la stoffa logora filtravano voci e riconobbe subito quella di don Saverio: «Anna, è importante, ascoltami. Ieri è venuto tuo marito a confessarsi. Sospetta che lo tradisci, ma non sa con chi. Vuole separarsi, ma io gli ho detto che dovete continuare a stare insieme, che la separazione è peccato mortale…» Rise piano, una risata complice, sporca. Renzo rimase impietrito. Capì tutto, in un lampo gelido. Non dubitò nemmeno per un secondo che il prete stesse cercando di “salvare” il matrimonio! Era ovvio, lampante, osceno: don Saverio non difendeva il sacramento. Difendeva se stesso. Difendeva loro. Dall’altra parte della tenda, Anna rispose con voce morbida, quasi divertita. «Gli hai detto proprio così? Che è peccato mortale?» Il prete rise ancora: «Parola per parola. Gli ho dipinto il quadro completo: tu sottomessa, lui vittima santa, il notaio che diventa strumento del demonio. Ha bevuto tutto. È uscito più leggero, quasi convinto di poterti ancora “redimere”. Gli uomini come lui hanno bisogno di credere che il perdono sia possibile. È la loro debolezza più grande.»

Silenzio. Renzo sentì il fruscio di stoffa: forse Anna si era avvicinata, forse lo stava baciando… «E noi?» Sussurrò lei. «Tu devi rimanere sua moglie, non voglio chiacchiere e finché sarà così noi potremo vederci senza dare nell’occhio. Il tuo matrimonio è la nostra liberazione!» Un altro fruscio, più intimo. Un respiro accelerato. Il rumore lieve di un bacio, poi di un altro, più profondo. Renzo sentì il sangue defluirgli dal viso. Le mani gli tremavano lungo i fianchi. Avrebbe potuto strappare la tenda in quel momento, urlare, picchiare, distruggere. Invece rimase immobile, come inchiodato al pavimento di pietra. Non era più rabbia quella che provava. Era una chiarezza assoluta, quasi mistica. Il mondo gli si era rivelato per quello che era: un teatro grottesco in cui tutti recitavano la parte del giusto mentre si infilavano a vicenda il coltello tra le costole.

Si voltò lentamente. Uscì dalla chiesa senza fare rumore, richiudendo il portone con la stessa delicatezza con cui Anna lo aveva aperto poco prima. Rimase fuori ad aspettare. Poco dopo li vide uscire insieme. Camminavano veloci lungo la stradina stretta tenendosi a debita distanza. La stessa visione di quando aveva iniziato a sospettare. Arrivarono alle ultime case, svoltarono in un vicoletto poco illuminato. Entrarono in un portoncino. Poco dopo una finestra si accese, debole, giallastra. Dietro la tenda due sagome: un uomo che stringeva una donna dai lunghi capelli neri. Si baciarono con la foga di chi si rivede dopo troppo tempo. Lei si spogliò velocemente, lui le baciò i seni e poi insieme si distesero sul letto.

Renzo non resistette a quella visione. Vide solo l’ombra di Anna che apriva le sue cosce accogliendolo dentro di lei. Mentre si allontanava senti Anna gemere: “Prendimi Saverio, tu sei il mio Dio Onnipotente… Fammi tua!” Renzo si allontanò, tornò a casa senza sentire più le gambe. Si sedette al buio in cucina, le mani tremanti sul tavolo. Quando Anna rientrò lui non disse nulla. Le parole oramai erano finite. Covava vendetta, certo, ma come?

L’indomani Anna si muoveva per casa canticchiando un canto mariano, leggera, serena. Entrò in camera da letto, chiuse la porta. Si inginocchiò davanti al buco della serratura. Lui la vide allo specchio: si passava le mani sui fianchi, sorrideva compiaciuta, si sistemava i capelli. Poi si inginocchiò sul tappetino, giunse le mani e iniziò a pregare ad alta voce: «Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori…» In quel momento preciso Renzo prese la sua decisione. Non urlò. Non pianse. Non la affrontò. Non entrò in camera da letto. Andò in cantina e si accertò che la tanica di benzina, che usava per il riscaldamento, fosse piena.

Il giorno dopo aspettò che Anna uscisse alle cinque in punto, ma questa volta non la seguì, attese circa un’ora, poi prese la macchina, caricò la tanica e si diresse nella casa dove i due amanti si erano incontrati il giorno prima. Guidò piano, senza fretta, le luci spente negli ultimi duecento metri. Parcheggiò lontano, proseguì a piedi. Il portoncino era socchiuso, ma non entrò. Dentro si sentiva già il respiro affannato, i gemiti bassi, il legno del letto che scricchiolava. Sentì chiaramente Don Saverio dire: “Anna sei la mia puttana!” E quelle parole in bocca ad un prete gli fecero ancora più male.

Fece il giro della casa, la stanza da dove provenivano i rumori aveva la finestra socchiusa. I due amanti erano avvolti dalla penombra, solo una luce fioca della lampada sul comodino. Li vide chiaramente: Anna sopra di lui, i capelli neri che le cadevano sul seno come un velo, le mani di don Saverio sui suoi fianchi che la guidavano, i loro corpi sudati che si muovevano all’unisono, sempre più veloci, sempre più disperati. Attese senza muovere un muscolo. Li lasciò arrivare al culmine.

Quando Anna inarcò la schiena, quando gettò indietro la testa con un gemito lungo e strozzato che sembrava quasi una preghiera rovesciata, quando don Saverio le afferrò i glutei e spinse un’ultima volta con un rantolo gutturale, proprio in quell’istante di abbandono totale, di orgasmo, di piacere, di urla soffocate, prese la tanica e versò la benzina. Prima sul davanzale e poi sul pavimento di legno secco e sulle tende pesanti. L’odore acre si mescolò all’odore del loro sesso. Accese il fiammifero. La fiamma azzurra danzò un attimo tra le sue dita, poi la lasciò cadere. Il fuoco prese vita con un soffio vorace. Le tende si incendiarono come carta velina. Il pavimento divenne una pozza di fuoco liquido. Anna si accorse per prima. Si voltò di scatto, ancora nuda, ancora tremante di piacere, gli occhi spalancati. «Dio mio…» sussurrò, ma la voce le si spezzò. Don Saverio cercò di alzarsi, inciampò nelle lenzuola, cadde in ginocchio proprio mentre le fiamme gli lambivano le gambe.

Renzo rimase lì a guardare, non provava alcun dolore, solo rabbia mista a soddisfazione. Anna lo vide, urlò il suo nome, un urlo che si trasformò in tosse quando il fumo le entrò in gola. Don Saverio provò a strisciare verso la finestra, la pelle già arrossata e gonfia, ma il fuoco gli divorò i capelli in un secondo. Renzo rimase lì finché non sentì più le loro urla di aiuto, solo un crepitio unico, un coro di fiamme e di carne che si scioglieva. Poi si allontanò e si sedette sul muretto di pietra fredda, guardò il tetto illuminarsi dall’interno come una lanterna infernale. Fu in quel momento che provò dolore un sollievo infinito. Solo una pace profonda, quasi liturgica.

Quando arrivarono i carabinieri, era ancora lì. Le mani nere di fuliggine, lo sguardo fisso sulle fiamme che ormai uscivano dalle finestre sfondate. Dalla cenere, i soccorsi trovarono solo due sagome fuse insieme in un abbraccio carbonizzato, irriconoscibili, ma abbracciati stretti. E accanto, intatta tra le macerie, la croce di legno che don Saverio teneva al collo. Nera, ma intera. Come se Dio stesso avesse voluto firmare il certificato di eternità. I carabinieri gli chiesero perché. Lui rispose con voce ferma, senza alzare il tono e lo sguardo: «Ho reso eterno il loro amore. Come deve essere. Indissolubile come un matrimonio. Don Saverio aveva ragione.»
 





Questo racconto è opera di pura fantasia.
Nomi, personaggi e luoghi sono frutto
dell’immaginazione dell’autore e
qualsiasi somiglianza con
fatti, scenari e persone è del tutto casuale.

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