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RACCONTO

Adamo Bencivenga
STANZA 305
Il risveglio di Pamela tra
filosofia e desiderio
Lei è una studentessa
modello, ma l'incontro con il carismatico Professor
Gregory scardina le sue certezze. Attraverso le
lenti della filosofia scopre che la vera libertà non
risiede nella ribellione, ma nella "sottomissione
consapevole" alla propria indole più profonda...

IOgni mattina, mentre mi
pettinavo i capelli biondi davanti allo specchio, vedevo
una ragazza che non riconoscevo più. I miei occhi
celesti, profondi come abissi, nascondevano solo
tempeste. Fuori, nella mia immagine pubblica ero Pamela,
una ragazza determinata, quella che studiava e parlava
di diritti delle donne e femminismo, quella che
camminava a testa alta fiera del proprio aspetto e del
proprio carattere. I miei genitori mi avevano cresciuta
così: "Sii padrona del tuo mondo, Pamela…" Diceva mia
madre. "Non lasciare che nessuno ti calpesti." Diceva
mio padre. E io annuivo, studiavo sodo, fingevo di
essere la figlia che loro avevano sempre sognato. Ma
dentro ero un caos, la mia anima un vortice che mi
risucchiava, un conflitto iniziato lì, da quel primo
giorno in aula, quando i suoi occhi grigi si posarono su
di me per un istante ed io capii immediatamente che ero
qualcos’altro.
Il professor Gregory era tutto ciò
che un uomo poteva essere: alto, con capelli sale e pepe
che gli davano un'aria di saggezza antica, una voce
profonda che sembrava scavare dentro l'anima durante le
lezioni di filosofia. Sessantenne, sposato, due figli
più grandi di me, eppure irradiava un fascino che mi
faceva tremare le gambe. Lì, seduta in prima fila, ero
solo una studentessa timida, bionda con i capelli lisci
che mi arrivavano alla vita, con gli occhi troppo grandi
per nascondere il mio stato d’animo, magra come un
fuscello, con un seno piccolo, simile a due noci acerbe.
Non ero una di quelle ragazze che facevano
girare la testa per strada, ma dentro di me bruciava un
fuoco che nessuno aveva mai acceso. Ascoltai quella
lezione come fosse rapita, e fu un colpo di fulmine. Dal
giorno dopo, per farmi notare da lui, iniziai ad
indossare vestiti eccentrici, gonne a fiori corte,
camicette scollate, colori vivaci che stonavano con
l'austerità dell'università.
Studiavo filosofia
come una posseduta, memorizzando Hegel e Nietzsche per
fare bella figura alle interrogazioni. "Eccellente,
signorina Pamela. Lei ha capito la vera essenza della
filosofia…" Diceva lui con quel sorriso che intendeva
altro, e io arrossivo, sentendo un calore tra le gambe
che mi confondeva e mi faceva vergognare. Pian piano,
lui mi notò. Non solo come allieva, ma come studentessa
che si nutriva di quelle lezioni e le faceva proprie.
L'incontro che cambiò tutto fu casuale, o almeno
così mi sembrò. Era un pomeriggio piovoso, ero seduta in
un bistrot vicino al campus, con un caffè tra le mani e
un libro di René Girard aperto. Lui entrò, scrollandosi
l'acqua dal cappotto, e i nostri sguardi si
incrociarono. "Pamela." Disse, avvicinandosi con quel
suo passo sicuro. "Posso unirmi a te?" Annuii, muta, il
cuore in gola.
Parlammo di filosofia per un po’,
di mimetismo desiderante, di scandalo e capro
espiatorio, di come Girard avesse visto nel desiderio
umano una fame che non si sazia mai di oggetti, ma solo
di modelli. Ogni tanto annuivo, facevo domande, ma
presto la conversazione virò su di me. "Hai un
potenziale unico." Poi posò la tazzina, mi guardò dritto
negli e disse: “Da un po’ di tempo ti osservo durante le
lezioni, Pamela… e mi sembri diffidente, quasi
aggressiva rispetto alle nuove idee. Le affronti come se
fossero nemiche da sconfiggere, come se dovessi
dimostrare qualcosa a tutti i costi. Ma devi imparare a
sottometterti alle idee, non a combatterle per partito
preso.”
Quelle parole mi colpirono come uno
schiaffo umiliante e dolce allo stesso tempo.
“Sottometterti.” La parola mi si piantò dentro, si
allargò come inchiostro versato su carta. Arrossii
violentemente, abbassai lo sguardo sul libro aperto.
Sentivo le guance in fiamme, il respiro corto. Lui non
si era mosso, continuava a guardarmi con quella
tranquillità che mi faceva sentire piccola, esposta,
nuda. “Io… non lo faccio apposta” Mormorai, la voce
incrinata. “È che… quando qualcosa mi spaventa, io…
reagisco. È il mio modo di proteggermi.” Lui sorrise.
“Lo so. È per questo che ti ho notata.” Rimasi in
silenzio, volevo che continuasse a parlare, che mi
dicesse ancora quella parola. “Sottometterti.”
“Professor Gregory…” Sussurrai alla fine, senza alzare
lo sguardo. “Lei… mi sta dicendo che devo smettere di
combattere?” “No, assolutamente, ti sto dicendo che
forse hai già perso la battaglia più importante… quella
contro te stessa. E che forse è arrivato il momento di
smettere di opporti alla resa.” Alzai gli occhi di
scatto. I nostri sguardi si incatenarono. Non c’era più
niente di accademico in quel momento. Solo due persone,
un tavolo di marmo venato, la pioggia fuori e un
desiderio che ormai non potevo più fingere di non
sentire. E lui lo sapeva. Lo sapeva benissimo.
Di
solito il professor Gregory era un tipo molto sbrigativo
sempre molto impegnato e dalle chiacchiere di corridoio,
sapevo che il suo fascino aveva conquistato altre
allieve del mio corso. Ma con me, quella volta, rimase
seduto più di mezzora e fissandomi come se volesse
scavarmi dentro: "Tu devi essere diversa dalle altre,
Pamela! Devi sentirti unica!”
Mi alzai
leggermente sulla sedia, sentendo il peso del suo
sguardo su di me, come se ogni parola fosse un filo
invisibile che mi legava sempre di più. Lui posò la
tazzina con un gesto delicato, i suoi occhi non
lasciavano i miei, e un sorriso sottile gli incurvò le
labbra. "Vedi, Pamela." Continuò con quella voce bassa e
avvolgente. "La vita è filosofia, e la filosofia è vita.
Non è solo un gioco di parole, non è qualcosa di
astratto. È un ciclo, un intreccio dove ogni concetto si
specchia nell'esistenza quotidiana. Prendi la
femminilità, ad esempio..."
Fece una pausa,
inclinando la testa come se stesse contemplando un'opera
d'arte. "Nella filosofia, pensiamo a Platone, a
Nietzsche, a come l'anima si sottometta al mondo delle
idee per elevarsi. Ma applica questo alla vita reale,
alla donna, a te. La vera femminilità non è ribellione
cieca, è sottomissione consapevole, un abbandonarsi alle
forze più grandi, alle idee che ti modellano, ti
plasmano. Immagina: una donna che si arrende non per
debolezza, ma per potenza. Si sottomette alla filosofia
della vita, e in quel gesto, diventa unica, divina
quasi. Le altre? Loro combattono, si esauriscono. Tu,
Pamela, potresti essere quella che capisce: la
sottomissione è libertà, è il ponte tra il corpo e
l'idea eterna. Lottare, pretendere, spiegare... è tutto
faticoso, inutile. Obbedire, invece, è scivolare in una
corrente che ti porta via senza sforzo."
Le sue
parole mi trafissero e il suo ammiccare si fece più
intenso, un velo di mistero nei suoi occhi. "La vita
richiede che ci pieghiamo alle passioni, ai maestri,
alle verità nascoste. E se la filosofia insegnasse che
la vera essenza femminile sta proprio lì, in
quell'arrendersi elegante? Lasciati guidare." Poi guardò
l’orologio e si alzò piano. "Rifletti su questo, Pamela.
Potrebbe cambiare tutto." E con un ultimo sguardo se ne
andò, lasciando l'aria carica di un'elettricità che non
era solo intellettuale.
Rimasi seduta lì, con la
tazzina ormai fredda tra le mani, mentre le sue parole
continuavano a riecheggiare nella mia testa. Filosofia,
vita, femminilità, sottomissione. Il nesso mi sfuggiva,
o forse lo intuivo ma mi spaventava ammetterlo. Era come
se il professore avesse lasciato cadere un seme dentro
di me, e ora cresceva piano, confondendomi.
******
Tornai a casa e ripensai a tutto, provando
a riordinare i pensieri. Lui non parlava di
sottomissione come di una catena imposta, di schiavitù
volgare. No, era qualcosa di più sottile, quasi
estetico, quasi... necessario. Nella filosofia – mi
aveva detto – l'anima si eleva solo quando si arrende
alle idee superiori, quando smette di resistere e si
lascia modellare. Come Hegel nella dialettica del
padrone e dello schiavo: il riconoscimento vero nasce
dalla resa, non dalla lotta eterna. Come Johan Vetlesen,
che vede nella sottomissione psicologica la tentazione
di rinunciare alla propria autonomia e responsabilità
per essere esentati dalle fatiche della libertà.
E la femminilità? Mi chiedevo. Questo era il punto che
mi tormentava maggiormente. Lui sembrava suggerire che
la vera essenza femminile non stesse nella ribellione
perpetua, ma in un abbandono elegante, che non era
debolezza, ma una forza diversa: quella di chi sa
trasformare la sottomissione in un atto di creazione.
Come se la donna, nel suo essere femminile, incarnasse
proprio quel movimento filosofico supremo: l'arrendersi
per diventare più grande, per lasciare che qualcosa di
più alto la attraversi e la trasformi.
Pensai a
Simone de Beauvoir, che lui adorava citare: "Non si
nasce donna, lo si diventa". E se la sottomissione fosse
parte di quel "divenire"? Il professore non voleva che
mi ribellassi alle idee; voleva che mi abbandonassi alla
femminilità come filosofia vissuta, dove sottomettersi
non era umiliazione, ma il gesto più alto di libertà.
******
Il giorno dopo lo rividi in
corridoio. Mi fermò con un sorriso complice. "Allora,
Pamela? Hai riflettuto?" Annuii, incerta. Lui si
avvicinò: "La sottomissione non è fine a se stessa. È il
portale. Quando una donna capisce che arrendersi alle
idee non la sminuisce, ma la rende divina... allora
diventa davvero unica. Tu potresti essere diversa."
E in quel momento, per la prima volta, sentii che
forse non era solo manipolazione. Forse era un invito a
crescere, a esplorare qualcosa di pericoloso e
bellissimo allo stesso tempo. Il nesso cominciava a
delinearsi, non come catena, ma come danza.
In
amore finora avevo avuto solo delusioni e la storia più
importante era stata con un mio coetaneo. Con lui avevo
provato a parlare delle mie emozioni, del mio senso di
inadeguatezza ma era stato tutto così deludente, così
inutile senza alcun coinvolgimento mentale. Io avevo
bisogno di un uomo esperto, maturo, che mi guidasse, mi
facesse crescere e comprendesse a pieno cosa stessi
cercando.
La parola "dominazione" mi aveva
sempre spaventata, ma ora capivo che quella paura era
solo il velo sottile che nascondeva la verità: non
potevo più mentire a me stessa, alla mia indole
profonda. Quella ribellione che avevo sempre non era
altro che una maschera. Una difesa eretta con cura,
mattone dopo mattone, per non lasciare che nessuno,
nemmeno io stessa, intuisse le fragilità che covavo
dentro. Fragilità come crepe in un vaso antico: la paura
di non essere abbastanza, il terrore di perdere il
controllo, il bisogno disperato di essere vista non come
la guerriera che fingevo di essere, ma come la creatura
vulnerabile che ero davvero. Psicologicamente, lo capivo
ora, era un meccanismo di sopravvivenza, un modo per
blindarmi contro il mondo, per trasformare la debolezza
in armatura.
Ma quanto mi era costato? Quante
relazioni avevo sabotato, quante opportunità respinte
solo per non rischiare di mostrare quelle crepe? E la
dominazione... oh, quella parola mi terrorizzava perché
prometteva proprio ciò che desideravo in segreto: la
resa. Non una sconfitta umiliante, ma una liberazione.
Immaginavo, in quel momento, come sarebbe stato cedere
il peso di tutte quelle decisioni, di quel controllo
ossessivo che mi teneva sveglia la notte. Delegare,
obbedire, lasciarmi guidare – era masochismo? Forse, in
un senso profondo, sì: un desiderio di trovare piacere
nel lasciarmi andare, nel trasformare la paura in
qualcosa di eccitante, di catartico. Come se,
sottomettendomi, potessi finalmente integrare quelle
parti di me che avevo negato, quelle fragilità che, una
volta ammesse, diventavano forza. Non debolezza, ma
lucidità, come aveva detto lui. La vera indole non era
la ribelle aggressiva, ma la donna che anelava di essere
protetta, dominata in un gioco consensuale dove il
potere non schiacciava, ma elevava.
******
Durante le notti che seguirono mi chiesi quale
sarebbe stato il prossimo passaggio e come mettere in
pratica questi concetti che teoricamente assorbivo
giorno dopo giorno come una spugna. Fu il professor
Gregory un pomeriggio, sfiorandomi la mano, a dirmi:
“Quando meno te lo aspetti, ti manderò un messaggio. E
tu dovrai essere pronta." Lui dall’alto della sua
esperienza aveva capito e mi aveva lasciato il tempo di
riflettere, di conoscere ancora più a fondo me stessa.
Ero pronta! Tremavo ogni volta guardando il
telefono. Poi arrivò, pochi minuti prima di mezzogiorno
mentre ero in casa: "Mi sono liberato per te! Oggi.
Hotel Sant’Orsola. Stanza 305. Arriva alle 13:00 in
punto. Non un minuto prima, non un minuto dopo." Fu
allora che il mio mondo si capovolse. Il cuore mi
batteva forte mentre mi guardavo allo specchio, i
capelli biondi che incorniciavano un viso pallido, gli
occhi celesti velati da una vergogna bruciante e da
un'eccitazione perversa che mi faceva detestare me
stessa. Dentro infuriava un turbine: paura di perdere il
controllo, umiliazione per la mia sottomissione, e un
desiderio oscuro che mi faceva fremere. Mi chiesi quanto
fossi attraente, lui mi aveva dato solo poche
indicazioni.
Dopo un'ora ero già davanti
all'hotel, un edificio anonimo in periferia, estraneo,
eppure familiare nei miei sogni. Mi ero preparata come
lui aveva ordinato: nessun trucco sul viso, niente
mutandine, solo autoreggenti nere che mi facevano
sentire nuda sotto la gonna corta, che non copriva
nulla. Entrai con il fiato in gola. La concierge mi
squadrò da capo a piedi, un sospiro di chi sapeva, ma
non disse nulla. Non osavo guardarla negli occhi.
Sentivo il suo sguardo posarsi su di me, lei mi porse la
chiave della 305 senza che chiedessi nulla. Sapeva!
Pensai chissà quante ne avesse già viste come me,
vestite come me, desiderose di provare quell’esperienza,
di essere almeno una volta se stesse. Mi sentivo
esposta, trasparente, come se il mio corpo urlasse ciò
che la mia bocca non avrebbe mai osato dire: sto andando
a sottomettermi. Sto andando a obbedire. Sto andando a
farmi dominare. Dentro di me infuriava una tempesta di
vergogna rovente.
Mi detestavo per essere lì,
per aver obbedito a un messaggio così nudo, per essermi
presentata esattamente come lui aveva ordinato, senza
mutandine, senza difese, senza maschere. Eppure, proprio
quella vergogna alimentava la mia eccitazione: un calore
umido, insistente, che sentivo colare tra le gambe e mi
faceva stringere le cosce per non tradirmi del tutto.
Eppure, ero lì pronta a farmi giudicare, pronta a salire
le scale per consegnarmi a un uomo che avrebbe potuto
distruggermi con una sola parola. Ma c’era anche
qualcos’altro, più oscuro, più vero. Una strana
gratitudine. Perché quella donna non disse nulla. Non mi
fermò. Non mi compatì. Mi lasciò semplicemente passare,
come se la mia presenza lì fosse la cosa più naturale
del mondo, cose anche lei tanti anni prima lo avesse già
fatto, come fosse un passo necessario. E in quel
silenzio complice trovai il coraggio di prendere quella
chiave e voltarmi verso le scale. Le gambe tremavano, ma
salii lo stesso.
Entrai nell'ascensore, il cuore
che mi martellava il petto, il respiro corto. Piano 3.
Davanti alla Stanza 305, rimasi qualche secondo a
pensare, poi appoggiai la scheda e la porta si aprì.
L'aria dentro era densa di elettricità. La penombra mi
avvolse. Lui era lì, seduto sulla poltrona, immobile, lo
sguardo penetrante. Non osai parlare, non osai chiedere.
Pur essendo la mia prima volta, sapevo tutto. Avanzai
tremante e mi inginocchiai davanti a lui, senza una
parola, nessun ordine, il pavimento freddo contro le mie
ginocchia.
"Brava ragazza. Sapevo che saresti
venuta." Mormorò, e quella semplice frase mi fece
bagnare all'istante. Lui con un cenno della mano mi fece
avvicinare e lentamente mi mise un collare di pelle
intorno al collo, agganciandovi un guinzaglio. "Ora sei
mia." Disse, tirandolo leggermente. Mi sentivo piccola,
ma utile al suo piacere e irresistibilmente eccitata.
Ogni comando era un'onda che mi travolgeva:
"Spogliati." Mi ordinò, e io obbedii, tremando,
esponendo il mio corpo magro, il seno piccolo che lui
sfiorò con disinteresse. Ero ben consapevole che non si
sarebbe eccitato per le mie curve, pensai a quante ne
avesse viste di migliori. Mi legò le mani dietro la
schiena, mi bendò gli occhi, e iniziò. Sentii le sue
mani esperte esplorarmi ogni intimità, non con
tenerezza, ma con possesso, come se tutto gli fosse
dovuto.
Il collare di pelle mi stringeva il
collo, il guinzaglio mi tirava, i comandi sussurrati mi
facevano tremare di umiliazione e piacere. “Pamela!”
Mormorò, dando un piccolo strattone al guinzaglio per
farmi inclinare la testa all’indietro. “Il collare non è
solo un oggetto. È un simbolo filosofico perfetto, un
talismano contro l'anarchia dell'ego. È la
materializzazione della sottomissione volontaria, il
momento in cui l’individuo riconosce che la propria
libertà assoluta è un’illusione pericolosa. È l'essenza
tangibile di un patto profondo con te stessa.
Indossandolo, trasformi la vulnerabilità in forza in cui
capisci che la vera liberazione sta nell'obbedienza,
nell'umiliazione che genera piacere perché dissolve le
barriere dell'io. Ma attenzione il vero potere sta nel
consenso. Se lo accetti volontariamente, il collare
diventa invincibile e comprendi quanto la sottomissione
non sia debolezza, ma elevazione. Pian piano il dolore
si fonde con l'estasi e la devozione ti rende completa,
divina, unica.”
A quel punto tirò di nuovo,
piano, costringendomi a seguire il movimento con il
corpo intero. Io gemetti piano, un suono che non riuscii
a trattenere, e lui continuò, calmo, come se stesse
tenendo una lezione privata. “Hegel lo chiamerebbe il
superamento della dialettica servo-padrone. Il servo,
all’inizio, si ribella per affermare la propria
indipendenza… proprio come facevi tu in aula. Ma la vera
libertà non nasce dalla ribellione eterna. Nasce dal
riconoscimento: il padrone non è solo colui che domina
con la forza, ma lo strumento che ti permette di
smettere di combattere contro te stessa. Il collare è il
sigillo di quella resa. Ti toglie l’illusione del
controllo assoluto e, paradossalmente, ti restituisce
una libertà più profonda: quella di esistere solo per il
desiderio dell’altro.”
Le sue dita scesero lungo
il guinzaglio, lo avvolsero una volta intorno al palmo,
poi tirarono di nuovo, facendomi avanzare di un passo
verso di lui. Ero bendata, mani legate, nuda, eppure in
quel momento mi sentivo più reale di quanto non fossi
mai stata. “Nietzsche lo direbbe diversamente…”
Proseguì, la voce che si abbassava ancora, quasi un
ringhio controllato. “La volontà di potenza non è solo
dominare gli altri… è anche sottomettersi a qualcosa di
più grande. Tu ora non sei schiava per costrizione. Sei
schiava perché hai scelto di inginocchiarti. E in quella
scelta c’è più potenza di quanta ne avessi mai avuta
fingendo di essere ribelle.”
Sentii il metallo
del moschettone del guinzaglio tintinnare contro il
collare mentre lui lo stringeva ancora un po’. Il mio
respiro si fece corto. Il calore tra le gambe era ormai
insopportabile, un’umiliazione liquida che colava lungo
le cosce. “Questo collare non è una catena. È la corona
di chi ha finalmente smesso di mentire alla propria
indole. Ora sei mia… e in questa appartenenza sei più
libera di quanto tu sia mai stata.”
"Sei mia."
Ripeteva, e io obbedivo, non perché costretta, ma perché
una parte di me lo bramava. Quella parte oscura, che
avevo sempre negato. Aveva ragione, niente lotte, niente
pretese: solo scivolare in quella corrente, lasciare che
mi portasse via. Obbedire era facile, umano, naturale,
come respirare.
Ero lì davanti a lui, a carponi,
desiderosa di essere unicamente il suo piacere. Lui mi
fece chinare, tese ancora il guinzaglio, ma non mi
penetrò facendomi gemere con la sola attesa. "Sei la mia
schiava." Sussurrava, mentre i suoi movimenti decisi
delle sue dita affondando nel mio lago mi portavano al
limite, un misto di dolore e piacere.
Per la
prima volta avvertii la vera causa della mia
eccitazione: fuori, con le compagne di scuola, ero la
ragazza forte, decisa, che i genitori volevano, padrona
del mondo, studentessa modello, futura leader. Loro
pretendevano da me ambizione, indipendenza, lotte per i
diritti. Ma lì, in quella stanza, ero ciò che avevo
sempre desiderato: una schiava nel corpo e nell'anima,
in balia di un adulto che mi usava per il suo piacere
puro. Ogni schiaffo sul viso, tra le cosce, ogni ordine
sussurrato: "Supplica, lecca, sopporta, brama." Mi
umiliava, eppure mi faceva sentire viva. Raggiunsi più
volte l’orgasmo col solo desiderio di essere penetrata,
che lui però non fece. Semplicemente toccò le corde
della mia anima che vibrarono alle sole sue parole che
pronunciava come lame affilate, calibrate con precisione
chirurgica: “Questa è la tua vera essenza! Un buco
bagnato che supplica di essere riempito. Leccami le
dita, lentamente. Senti il tuo sapore? È questo che sei:
un animale in calore che si eccita all’odore della
propria natura. Non toccarti. Il tuo orgasmo non ti
appartiene più, appartiene all’istinto, alla femmina che
hai sempre negato di essere.” Ogni parola era
pronunciata a bassa voce, mai urlata, mai frettolosa.
Era il tono a uccidermi: possessivo, quasi tenero nel
disprezzo. Lui non aveva bisogno di urlare; bastava un
sussurro per farmi crollare, gocciolare in tanti orgasmi
mentali, spasmi che partivano dalla mente e arrivavano
al corpo.
Minuti dopo, sdraiata sul letto, con
il collare ancora al collo, lui mi accarezzò i capelli.
"Sei unica, Pamela." Disse. "Tu sei diversa." Mi
ripeteva. "La tua femminilità è sottomissione." E io
annuivo, eccitata dalla sua autorevolezza, dal suo
essere sposato, padre, professore, padrone. Uno
squilibrio di potere che mi inebriava. Mi tolsi la benda
e lo guardai intensamente, in quell’istante bramavo di
averlo dentro di me.
Con la voce rotta, quasi un
sussurro spezzato dal desiderio e dalla vergogna,
riuscii a dire: “Ma io ho voglia di te… di sentire il
tuo possesso carnale, di essere completata… riempita,
non dirmi che finisce qui…” Silenzio. Sentii il
guinzaglio allentarsi leggermente, come se lui avesse
bisogno di un momento per assorbire quelle parole. Poi
la sua voce arrivò, calma, ferma, senza traccia di
esitazione o di rimpianto, ma con una dolcezza crudele
che mi trafisse più di qualsiasi strattone. “Tesoro… io
sono un professore. Al massimo posso scoparti l’anima,
la mente… ma non ho mai pensato di unirmi carnalmente a
te. Non era questa la mia missione.”
Per un
istante smisi di respirare. Il calore tra le gambe, che
fino a un secondo prima pulsava ancora insistente, si
trasformò in una fitta dolorosa. Mi sentii ridicola:
nuda, legata, con il corpo offerto e il cuore esposto, e
lui… lui mi chiamava “tesoro” mentre mi negava proprio
ciò che imploravo. Eppure, non c’era crudeltà gratuita
nella sua voce. C’era solo chiarezza. La stessa
chiarezza con cui mi aveva spiegato Hegel, con cui mi
aveva fatto inginocchiare, con cui mi aveva messo il
collare. Era un confine netto, tracciato con la
precisione di un bisturi. “Il tuo corpo è bellissimo,
Pamela. Fragile, pallido, tremante… ma non è ciò che io
voglio possedere. Io volevo la tua resistenza, la tua
ribellione, la tua maschera. La vera sottomissione non
ha bisogno di penetrazione per essere totale. Ha bisogno
solo di resa. Ti ho scopato la mente fino a farti
bagnare solo sfiorandoti. Ti ho fatto tremare con le
parole, con un collare, con un ordine. Questo è il vero
possesso. Il resto… appartiene a qualsiasi altro uomo in
questa terra.”
“Ora alzati.” Disse con un tono
autorevole. “Ti slego le mani. Ti tolgo il collare. E
poi te ne vai. Non perché non ti voglia più… ma perché
hai già avuto ciò che eri venuta a prendere.” Le sue
dita sciolsero i nodi con movimenti precisi, quasi
teneri. Quando ci salutammo mi disse: "Ora conosci te
stessa, non tradirti per nessuna ragione." Uscii
dall'hotel con le gambe molli, il marchio invisibile del
collare che bruciava sotto la pelle. Respirai
profondamente, tornando alla mia vita "normale" che
forse non sarebbe stata più normale. Mi detestavo per
questo. Mi chiedevo come mai una ragazza come me, con un
futuro brillante, dovesse desiderare di essere piccola,
inutile, un oggetto di piacere puro.
Per
giustificarmi mi illudevo di amarlo, di esserne
innamorata. Ma poi tornavano i dubbi. Era amore? O solo
un modo per conoscermi? O solo un'ossessione malata?
Tremavo al pensiero che potesse finire, ma anche alla
paura che non mi sarebbe mai bastato e che volessi
andare più a fondo, immergermi nell’abisso del mio
desiderio. Ma il turbine interiore non si placava.
Temevo di perdermi, di diventare solo la sua schiava,
eppure già pensavo al prossimo messaggio. Stanza 305.
******
Con le amiche, parlavo di
indipendenza, di rompere catene patriarcali. Loro mi
ammiravano e io sorridevo, ma dentro urlavo. Perché le
catene che amavo erano quelle del professore che per
nessuna ragione avrei mai voluto sciogliere. Mi ripetevo
che il collare non era violenza, era solo ciò che mi
completava. Lui non si eccitava per il mio corpo magro,
per il seno piccolo; si eccitava per la mia docilità,
per come mi ero arresa, per come ero dentro. Lui non era
il carnefice, era solo colui che aveva capito la mia
vera indole, il mio complice, il mio mentore. In caso
ero io la carnefice di me stessa! E dentro di me, quella
linea tra vittima e carnefice si assottigliava giorno
dopo giorno, non sognavo più di essere una guerriera, di
spaccare il mondo, ma di inginocchiarmi. Ogni notte,
sola nel letto, toccavo la mia pelle dove il collare
aveva lasciato il segno, e il desiderio vinceva sulla
vergogna. Mi chiedevo chi fossi davvero e se
l’obbedienza fosse la mia unica libertà. Non lo sapevo,
era ancora tutto nebuloso, ma sapevo che avrei aspettato
il prossimo messaggio, con il cuore in gola.
******
Quel messaggio però rimase unico! Lui non
mi cercò più, solo una volta incontrandomi per le scale
della facoltà mi disse che il suo compito si era
esaurito nella stanza 305 e che ora dovevo camminare con
le mie gambe. Rimasi delusa, piansi e per qualche giorno
lo aspettai seduta sulle scale della facoltà. Quando mi
vide di nuovo lì sorrise: “Pamela la tua strada è
segnata, ma non sarò io il tuo Virgilio, non fare lo
sbaglio di credere che io sia insostituibile, nella tua
vita ci saranno altri, forse meglio di me che ti
condurranno dove tu ora brami di andare, saranno posti
meravigliosi, paradisi artificiali.”
Mi sentivo
persa, senza fili, senza anima, gli chiesi come avevano
fatto le altre… temendo la risposta. Le lacrime mi
rigavano il viso mentre lo guardavo dall'alto delle
scale. Lui si fermò a metà scalino, la mano sulla
ringhiera, e per un istante sembrò quasi dispiaciuto.
Poi quel sorriso tornò, non crudele, ma distante, come
se parlasse da un altrove che io non potevo ancora
raggiungere. "Le altre, Pamela? Le altre hanno pianto
come te, all'inizio. Alcune hanno aspettato mesi, anni,
convinte che fossi io l'unico faro nella loro caverna
platonica. Altre hanno cercato di combattere, di
dimostrarmi che potevano essere ugualmente forti. Hanno
scritto saggi su de Beauvoir, hanno citato Nietzsche per
ribellarsi al “Dono totale dell'anima” che lui
attribuiva alla donna. Hanno provato a trasformare la
sottomissione in una prigione da demolire."
Si
sedette sul gradino sotto di me, istintivamente allargai
le gambe per fargli vedere che ero senza mutandine, ma
lui non se ne accorse e riprese: “Ma alla fine, tutte
hanno capito la stessa cosa: non ero io a doverle
guidare. Ero solo il primo specchio in cui avevano vista
riflessa la loro fame. La fame di arrendersi non a un
uomo, ma a qualcosa di più grande, l'idea, la verità, il
desiderio che le rendeva vive. Hanno trovato amanti,
filosofi, artisti che le hanno condotte più in
profondità di quanto io potessi fare. Hanno scoperto che
la sottomissione consapevole non è fine, è mezzo. È il
modo in cui la femminilità si fa filosofia incarnata:
accogliere l'altro, lasciarsi modellare, per poi
emergere trasformate, non diminuite."
Mi asciugai
gli occhi con il dorso della mano. "E se io non fossi
capace? Se non voglio altre guide? Se voglio solo te?"
Rise piano. "Allora stai ancora combattendo le idee
invece di sottometterti ad esse. La vita non è possesso,
Pamela. È flusso. Io ti ho dato il seme: ora lascialo
germogliare. Ci saranno uomini che ti guarderanno come
io ti ho guardato, forse con più passione, forse con
meno parole. Ti porteranno in estasi vere dove capirai
che arrenderti a un'idea, a un corpo, a una verità più
alta di te non ti rende schiava, ma dea. Perché solo chi
sa cedere diventa capace di contenere l'infinito."
Si alzò, mi sfiorò la guancia con le dita e continuò
a salire. "Non aspettarmi più. Vai. Cammina con le tue
gambe. E quando incontrerai il prossimo Virgilio, non
chiedergli di salvarti. Chiedigli di mostrarti l'abisso
dentro di te, perché sarai tu a salvarlo con la tua
ricchezza interiore.”
Rimasi sola sulle scale per
ore. Il sole tramontò, le luci della facoltà si accesero
una dopo l'altra. Pian piano, le lacrime si asciugarono.
Non era più delusione, era qualcos'altro: un vuoto che
bruciava, ma non di dolore. Era spazio. Spazio per ciò
che sarebbe venuto dopo. Anni dopo, ripensando a lui,
non lo odiavo più. Lo ringraziavo in silenzio. Perché mi
aveva insegnato la lezione più crudele e più bella: la
vera femminilità non è ribellione o sottomissione cieca.
È la scelta consapevole di piegarsi alle idee, alla
vita, sapendo che in quel piegarsi si apre la porta alla
propria potenza. Non si nasce uniche. Lo si diventa,
arrendendosi al divenire. E io, Pamela, alla fine
camminai. Con le mie gambe, sì. Ma anche con l'eco delle
sue parole, che non mi lasciarono mai davvero.
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Questo racconto è opera di pura
fantasia. Nomi, personaggi e luoghi sono frutto
dell’immaginazione dell’autore e qualsiasi
somiglianza con fatti, scenari e persone è del
tutto casuale.
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