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RACCONTO
 
Adamo Bencivenga
La cassiera della SMA
Bella o brutta che sia, questa è la mia storia ed è per questo che la racconto. Mi chiamo Maddalena. Al tempo avevo ventisette anni ed ero sposata con Adriano da sette mesi. Cerimonia scarna in comune, abito color crema comprato in saldo. Insomma, tutto al risparmio compresi i pochi invitati...

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Bella o brutta che sia, questa è la mia storia ed è per questo che la racconto. Mi chiamo Maddalena. Al tempo avevo ventisette anni ed ero sposata con Adriano da sette mesi. Cerimonia scarna in comune, abito color crema comprato in saldo, fiori presi al mercato perché costavano meno. Insomma, tutto al risparmio compresi i pochi invitati.

Adriano era ed è ancora un ragazzo d’oro. Buono e semplice come il pane, in un modo che a volte mi faceva quasi male. Laurea in lettere mai usata, turni da cameriere a gettone che cambiavano ogni sera: un ristorante giapponese il giovedì, una trattoria toscana il sabato e quando la fortuna lo assisteva un matrimonio la domenica pomeriggio. Tornava a casa alle due, tre di notte, con l’odore di fritto e di stanchezza. Mi baciava la fronte, si faceva la doccia e crollava. Io lo amavo lo stesso, lo amavo davvero. Ma non era questo il punto…

Io mi davo da fare facendo la cassiera al supermercato SMA, turni dalle 7 alle 14 o dalle 14 alle 21 a seconda della settimana, compresa la domenica. Non era un lavoro da sogno, ma era un lavoro stabile con la tredicesima e i buoni pasto da 8 euro che usavo per il pranzo al bar sotto casa. Quando facevo il turno di mattina mi alzavo alle 5:30, Adriano dormiva ancora quando uscivo, lo baciavo sulla fronte e via.

Vivevamo in una casa in affitto al terzo piano di una palazzina popolare, dall’intonaco beige-rosato sbiadito costruita alla fine degli anni '70, una di quelle tipiche dell'edilizia residenziale pubblica con il portone di alluminio anodizzato e i citofoni con i pulsanti consumati. Non era brutta, non era sporca. Era solo piccola, normale, economica, vissuta. La casa di due persone che tiravano avanti con stipendi modesti, che mettevano da parte per le bollette e che ogni tanto sognavano di fare un viaggio o comprare il televisore nuovo da 50 pollici.

Dicevo il punto non era tutto questo, il punto era Sergio. Il fratello di Adriano che aveva trentatré anni, sei più di mio marito. Stessa madre, ma padri diversi. Era un bell’uomo sempre abbronzato con la faccia da annunci di profumi costosi: zigomi alti, occhi verdi che sembravano finti, un sorriso accattivante che prometteva solo guai ogni volta che apriva bocca. Diceva di fare il fotografo, ma quando gli chiedevo del suo lavoro rispondeva sempre con una risata e cambiava discorso. Guidava una BMW nera serie 3 che profumava ancora di concessionaria, portava al polso un Rolex, indossava camicie di lino aperte sul petto anche a novembre.

Aveva una ragazza francese, lei si chiamava Chloé. Alta, magra, zigomi alti da modella e labbra rifatte. Lavorava come comparsa in qualche fiction RAI e faceva reel su Instagram con filtri impresentabili. Vivevano insieme da due anni in un meraviglioso attico con terrazzo che guardava il Po. Non sapevo come facessero a pagare l’affitto. Non volevo saperlo.
Dal giorno che ci eravamo conosciuti, nonostante avesse quella ragazza provocante al suo fianco, Sergio mi aveva sempre guardata come se fossi una preda e quelle attenzioni le sentivo come un vero fastidio fisico. Mi parlava all’orecchio come se tra noi ci fosse già una confidenza consolidata, mi sfiorava la schiena, mi stringeva il braccio anche davanti a mio marito e alla sua compagna. Poi ha iniziato a mandarmi messaggi che sembravano innocenti, ma in realtà avevano un fine ben preciso: “Hai messo quel vestito rosso per farmi impazzire, vero?” Oppure: “Sei un tesoro prezioso, se fossi mio fratello ti terrei chiusa in uno scrigno.”

All’inizio li cancellavo senza rispondere. Poi ho iniziato a leggerli due volte prima di cancellarli. Poi ho smesso di cancellarli. Al primo Natale mi ha regalato una collana. Non una collanina. Una collana vera con un pendente di diamanti a forma di goccia con tanto di certificato e scatola di velluto blu notte. Imbarazzatissima, l’ho guardata per venti minuti buoni prima di chiuderla di nuovo nella scatola. Poi l’ho nascosta dentro una vecchia borsa da palestra, sotto le scarpe da ginnastica che non usavo più. Non l’ho mai detto ad Adriano! Non perché avessi paura della sua reazione, ma perché sapevo cosa avrebbe detto: “È fatto così, lascialo stare, sai com’è Sergio. Lui è sensibile al fascino femminile, vuole essere nel cuore e tra le cosce di ogni donna, cerca solo gratificazione e si comporta così con tutte…” Ma io non ero tutte, lo sentivo, da come mi guardava, da come cercava in ogni occasione di farmi credere che se avessi ceduto la mia vita sarebbe cambiata.


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Una sera di inizio gennaio, con il freddo umido di Torino che si infilava sotto il cappotto, mentre uscivo dal supermercato alle 21:05, dopo il turno pomeridiano, l’ho visto sotto il mio portone, appoggiato alla sua BMW. Indossava un cappotto di cachemire nero aperto, i capelli un po' spettinati ad arte con quell’espressione beffarda da bel tenebroso.

Portavo ancora la divisa della SMA addosso sotto il piumino aperto e la borsa di tela con il logo del supermercato, lui mi ha guardata da capo a piedi, poi ha scosso la testa come per dirmi che ero sbagliata. “Maddalena... come fai a vivere in queste condizioni?” Ha fatto una pausa fissandomi negli occhi. “La tua bellezza... ha bisogno di essere valorizzata! Tu hai bisogno d'altro.” Poi si è voltato indicando con un cenno vago la palazzina alle mie spalle: i balconi con i panni stesi e le ringhiere arrugginite, la miriade di parabole per la tv satellitare e i citofoni sporchi con i nomi mezzi cancellati. “Tu meriti una palazzina immersa nel verde con vista sul fiume, cene in posti dove non guardano il conto, borse firmate e vestiti che non si comprano a saldo. Meriti qualcuno che ti tratti da regina.” Sempre con le mani in tasca, si è avvicinato. Il suo profumo costoso mi ha avvolta. Istintivamente ho fatto un passo indietro e ho detto: “Io sto bene così.” E lui sorridendo: “Non ci credo. Dimmi che quando passi i codici a barre sempre uguali, sempre gli stessi, qualche volta ci pensi a una vita diversa. Non so, svegliarti a mezzogiorno tra le lenzuola di seta ed essere desiderata come donna, non solo amata per abitudine.”

Certo che ci pensavo! Prima o poi io e Adriano ce l’avremmo fatta, ma in quel momento lui mi stava mettendo di fronte una realtà che non volevo vedere. Avrei voluto girarmi e salire le scale, guardarlo con disgusto e lasciarlo lì, ma restai ferma su quel marciapiede crepato. Lui sorrise, quel sorriso da diavolo con la faccia d'angelo. “Lo so che ci pensi. Lo vedo nei tuoi occhi ogni volta che guardi Chloé.”

Ha allungato la mano, sfiorandomi la manica del piumino: “Ok, ok, quando ti stancherai di fingere che ti basta, sai dove trovarmi.” Poi ha aperto la sua bella macchina ed è salito: “Lo sportello posteriore è sempre aperto per te, ti farei viaggiare come una regina.” Ha acceso i fari e il rombo potente della sua BMW è scivolato nel buio lasciandomi lì su quel marciapiede con le chiavi strette in mano e il respiro corto.
Rientrata in casa ho chiuso la porta a chiave con due mandate, ma per la prima volta ho sentito che non sarebbero servite a tenere fuori quel veleno che Sergio aveva appena versato nel mio sangue. Adriano non era ancora tornato, mi sono guardata intorno, i piatti sporchi della sera precedente ancora dentro il lavabo, la biancheria ammucchiata su una sedia ancora da stirare, tutto sapeva di incuria e di vita che forse non sarebbe mai cambiata. Già non potevo accontentarmi, ma a che prezzo?


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Una domenica di fine gennaio Sergio ci ha invitati a cena in un locale di lusso sul lungofiume per festeggiare il compleanno di Chloé. Faceva un freddo umido che ti entrava nelle ossa, ma dentro l’aria era piacevole con le luci calde e basse, e il menu senza prezzi scritti accanto alle portate. Si chiamava “Lumina”, un ristorante fusion francese-italiano, con le vetrate ampie a tutta altezza che davano sul fiume. Sergio aveva prenotato il tavolo d’angolo, quello con la vista migliore.

“Per il compleanno della mia musa!” Aveva detto al telefono a suo fratello. Chloé era già su di giri quando siamo arrivati. Abito nero cortissimo di velluto, scollatura profonda e tacchi vertiginosi. Capelli biondo platino sciolti sulle spalle, trucco pesante sugli occhi che le davano un’aria da gatta strafatta. Rideva per ogni cosa, troppo forte, troppo a lungo, e ogni tanto si passava le dita tra i capelli come se stesse posando per un servizio di moda. Sergio la guardava quasi seccato. Non era gelosia, era fastidio puro.
Guardava lei e guardava me. Io indossavo un vestito semplice, nero comprato da H&M, niente gioielli se non gli orecchini d’argento che mi aveva regalato Adriano per il nostro anniversario di sei mesi. Niente di che rispetto a Chloé. Eppure, sotto quello sguardo, mi sentivo desiderata.

La cena scorreva tra ostriche, tartare di tonno, risotto allo zafferano e bottiglie di vino bianco che costavano ognuna più del mio stipendio mensile. Chloé parlava a raffica di un provino per una fiction RAI, di un regista che le aveva fatto una corte insistente promettendole una parte “importante”. Adriano ascoltava educato, annuiva, faceva domande gentili. Io sorridevo quando toccava a me, ma l’aria si era fatta densa, quasi irrespirabile. Il profumo di Chloé mi dava la nausea, quella risata stridula mi graffiava i nervi come una lama trascinata sul marmo. Mi sono alzata per fumare una sigaretta e sono uscita in terrazza. Il Po scorreva nero e lento, le luci della città si riflettevano sull’acqua. Pensavo a Chloé, certo sì lei viveva nel lusso, ma io non sarei mai stata un’oca giuliva! Quando ho acceso la sigaretta ho sentito dietro di me i passi Sergio. Senza cappotto, solo la camicia bianca con le maniche arrotolate, il Rolex che brillava al polso. Non ha detto nulla per un minuto buono, poi come fosse la coda dei suoi pensieri ha sussurrato: “Mi capisci vero?”

Beh, sì certo lo capivo. Capivo che Chloé era bellissima in un modo spaventoso: zigomi perfetti, labbra piene, corpo da copertina patinata. Ma vuota. Un involucro splendido con dentro niente che durasse più di un secondo fuori le loro lenzuola di seta. E Sergio la usava come biglietto da visita: la modella-stronza-francese che apriva le porte nel “mondo del cinema”, che faceva colpo sui produttori, che guadagna extra e giustificava il loro tenore di vita.

Sergio ha voltato la testa verso di me, poggiando le mani sulla ringhiera accanto alle mie. Il fiume illuminava metà del suo viso, l’altra metà restava in ombra. “Senza Chloé sarei ancora a fare ritratti di battesimi in provincia… è grazie a lei che riesco a lavorare nel mondo del cinema... Lei riesce ad aprire ogni porta…” Lo aveva detto così, senza vergogna, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Una confessione buttata lì, che io già sapevo da Adriano.

Ha sorriso e avvicinando la mano ha detto: “Ma tu… sei diversa. Tu non hai bisogno di fingere. Tu sei vera anche quando passi i codici a barre. E questo mi fa impazzire.” Il suo sguardo mi scavava dentro. “Ogni volta che ti vedo con quel grembiule della SMA, penso: “Cazzo, Maddalena, tu potresti avere tutto, molto di più di Chloé. E invece stai lì a sorridere per 1.000 euro al mese.”

Ho sentito la sua mano sopra la mia. “Lascia che ti faccia vedere com’è il resto del mondo e quello che potresti desiderare. Non ti chiedo niente di più. Solo… fidati di me.” Il cuore mi batteva così forte che pensavo lo sentisse anche lui. Dietro la vetrata, Chloé stava ridendo di nuovo. Adriano la guardava paziente, come sempre. Io ho spento la sigaretta a metà. Non ho detto nulla, ma non riuscivo ad andarmene, qualcosa mi tratteneva lì. Lui se ne è accorto ed ha accostato le sue labbra alle mie. Non era un bacio da ubriaco, ma un bacio vero, di una persona che sapeva esattamente cosa stesse facendo. Sapeva di ostriche e vino buono, ed io non lo l’ho spinto via subito. Non so quanto è durato, forse solo pochi secondi, ma per me è stato lungo più di un’eternità.

“Devo rientrare…” Ho detto con la voce rauca e la sorpresa di non averlo allontanato. “Dimmi che ci penserai…” Non ho risposto e siamo rientrati. Mi sono seduta al tavolo, ho ripreso il bicchiere, facendo finta di ascoltare Chloé che raccontava dell’ultima volta che aveva incontrato un regista famoso in un privé. Ma dentro di me c’era solo quella frase che girava come un disco rotto. “Tu sei diversa!” In quel momento mi chiedevo cosa gli avrei potuto offrire di più di lei. No, non lo sapevo ancora. Ma una parte di me, quella più sporca, stava già iniziando a immaginarlo.

******

Da quella sera sul terrazzo del Lumina, qualcosa dentro di me si è incrinato. Non si è rotto di colpo, no. È stata una crepa sottile, quasi invisibile, che si allargava un millimetro alla volta, ogni giorno. I messaggi di Sergio arrivavano come gocce su una vetrata: lenti, insistenti, inevitabili. Sempre dopo la mezzanotte, quando sapeva che Adriano era al lavoro. “Dimmi solo di sì una volta, Maddi. Una volta sola. Dammi un’occasione, dopo se non vuoi, ti lascio in pace, giuro.” Oppure: “Stasera ho chiuso un contratto grosso. Potrei portarti a Parigi domani. Solo noi due. Immagina: colazione con croissant veri, non quelli surgelati della SMA. Tu con un impermeabile beige, le calze nere, il tacco alto e un cappello a cloche… io che ti guardo e penso: finalmente insieme.” O ancora, più crudi: “Non riesco a dormire pensando a come sarebbe averti qui nel mio letto. Giuro non sarebbe come l’amore che fai con Adriano. Sarebbe sesso e passione, niente dolcezza, ti prenderei come merita una femmina come te: forte, senza chiedere permesso, fino a farti dimenticare il tuo nome.”

Li leggevo tutti. Li rileggevo. Li divoravo. Li digerivo con l’anima e i sensi. Poi mettevo il telefono a faccia in giù, mi giravo verso il muro, stringevo le lenzuola come se potessero tenermi ancorata. Ma non lo bloccavo… Ad Adriano non dicevo niente. Come potevo?
Dirgli: “Tuo fratello mi scrive che vuole scoparmi e io ogni tanto ci penso?” Gli avrei spezzato il cuore. E forse anche il mio, perché una parte di me voleva ancora credere che fossimo felici così, con i nostri turni sfalsati, le cene surgelate, i sabati sera a guardare Netflix sul divano. Ma l’altra parte, quella piccola, sporca, nascosta sotto strati di buon senso e sensi di colpa, cominciava a fantasticare.

Mi immaginavo diversa. Non più la Maddalena con i capelli legati con la coda, mi vedevo come Chloé, anzi meglio. Non vuota come lei. Piena, magnetica, intoccabile. Immaginavo i capelli sciolti sulle spalle, un rossetto rosso scuro che lasciava impronte sui bicchieri di champagne, un abito nero aderente che seguiva ogni mia curva. Scarpe con i tacchi alti che si distinguevano sul marmo venato di un hotel a cinque stelle. Occhiali scuri anche di sera, perché una donna così sensuale non ha bisogno di spiegare niente a nessuno...

Perché io sarei stata diversa da Chloé. Sarei stata unica, meravigliosa, che non rideva per catturare l’attenzione, ma una donna che faceva girare la testa a Sergio e poi lo lasciava lì, con il fiato corto, a implorare per un altro sguardo. E più ci pensavo, più il desiderio si faceva strada. Non era sentimento, non era nemmeno lussuria pura, di quelle che ti fanno tremare le gambe. Era curiosità velenosa. Era il bisogno di sapere come ci si sente a essere desiderata senza filtri, come ci si sente quando un uomo perde il controllo per te, come ci si sente a dire sì una volta sola e poi aspettare, rendersi conto quale sia davvero il tuo posto nel mondo. Valevo tutto ciò o era solo quell’attenzione spasmodica di Sergio che mi destabilizzava?

Ogni notte la crepa si allargava, ogni volta che leggevo quei messaggi cedevo un pezzetto di me. Lo sapevo. Cominciavo a guardarmi allo specchio più a lungo. La mattina, prima di infilarmi la divisa verde della SMA, mi fermavo davanti allo specchio in mutandine e reggiseno, giravo il viso di profilo, lasciavo i capelli sciolti per un attimo, immaginavo un profumo costoso sulla mia pelle, un trucco più pesante. Toccavo il mio seno sentendo i brividi propagarsi per tutto il corpo che Adriano accarezzava con dolcezza infinita, ma che in quel momento cominciava a sembrarmi sprecato. Lei sue mani erano troppo morbide, troppo normali, io invece desideravo altro, sapere come avrebbe reagito quel corpo se qualcuno lo avesse reclamato con violenza, con fame, e lo avesse baciato e se ne fosse saziato, come se fosse stato l’ultima cosa rimasta al mondo.

Rimanevo lì davanti allo specchio, guardavo l’orologio, pochi minuti prima dell’inizio del turno, ma il respiro si accorciava. le dita scivolavano lente lungo la curva del seno, quasi per caso, poi si fermavano sul capezzolo già teso, lo sfioravano con la punta dell’unghia. Un piccolo spasmo elettrico partiva da lì, poi scendeva dritto e si allargava allo stomaco come acqua calda versata sulla pelle fredda, ma non erano farfalle, non era emozione, era passione pura. E allora chiudevo gli occhi, immaginavo mani diverse, mani che non chiedevano permesso, dita che stringevano invece di accarezzare, palmi ruvidi che premevano i fianchi contro il bordo del lavandino fino a lasciare segni rossi. Un respiro pesante sul collo, denti che mordevano fino a far male, fino a farmi inarcare la schiena senza che io potessi decidere quando smettere. Ed io stringevo le cosce istintivamente, sentivo la pressione, un pulsare sordo che cresceva a ogni immagine che mi attraversava la testa. Le mutandine di cotone cominciavano a sembrarmi strette, fastidiose, troppo innocenti!

Come rapita da una forza superiore portavo la mano più in basso, le dita sfioravano il bordo dell’elastico, la stoffa era umida, calda, appiccicosa fino a quando mi mordevo il labbro inferiore per non gemere ad alta voce. Bastava poco. Solo il pensiero di essere usata, di essere desiderata fino al punto di non ritorno, da qualcuno che mi avrebbe spalancato le gambe senza troppe parole e avrebbe affondato senza dolcezza, senza grazia. Il clitoride era gonfio, sensibilissimo. Lo sfioravo appena e il calore esplodeva subito: un’onda che partiva dal basso ventre e saliva fino alla gola, e un fiotto caldo bagnava le cosce. Non era un orgasmo completo, ma la prova liquida che il mio corpo aveva già scelto da che parte stare. Scivolava giù, tiepido, lungo la pelle, fino quasi al ginocchio, lasciando una traccia lucida che rifletteva la luce fioca del bagno.

Aprivo gli occhi e nello specchio c’ero ancora io, in mutandine e reggiseno da pochi euro, capelli spettinati, guance arrossate, pupille dilatate. Ma per un attimo non mi riconoscevo respiravo profondamente e con le mani ancora bagnate del mio stesso desiderio, iniziavo a infilarmi la divisa della SMA, come se niente fosse successo. Ma dentro, qualcosa si era rotto. O forse si era aperto.


******

Sono andata avanti così per giorni, divisa in due: da una parte la cassiera impeccabile del supermercato e dall’altra quel tumulto interiore che non si spegneva mai, che si riaccendeva ogni volta che restavo sola con me stessa. Avrei voluto che Adriano se ne accorgesse, che alzasse gli occhi dal piatto e mi vedesse davvero. Avrei voluto che mi chiedesse “Che c’è?”, che insistesse, che mi guardasse come se fossi ancora un mistero da risolvere invece di una routine piatta e noiosa. Invece niente. Continuava a parlarmi del suo lavoro, delle vacanze che non avremmo mai fatto, dei nostri progetti che non si sarebbero mai realizzati. E la sera, o nei pomeriggi rubati tra un turno e l’altro, facevamo l’amore.
O meglio, lui poverino mi scopava, ma in modo impalpabile, come se fosse un gesto di cortesia con quei baci leggeri, le mani che scivolavano senza pressione e le penetrazioni gentili, prevedibili. Veniva dentro di me con un sospiro soddisfatto, poi si girava e si addormentava in due minuti, lasciandomi lì con il corpo ancora acceso, umido, insoddisfatto.

Io restavo sveglia. Sdraiata al buio, con le lenzuola appiccicate alla pelle, sentivo il suo respiro regolare accanto a me e pensavo ad altre mani che non erano le sue, ad altri sessi che m’inchiodavano al materasso, che mi avrebbe scopata con una fame che non chiedeva scusa. Qualcuno che mi avrebbe fatto male quel tanto che bastava a farmi sentire viva, desiderata fino all’osso. Il pensiero mi bagnava di nuovo, piano, tra le cosce già sensibili. Mi bastava stringere le gambe l’una contro l’altra per riaccendere quel calore traditore. E allora portavo la mano sotto le mutandine, non per masturbarmi, ma per guardare il soffitto e immaginarmi in una suite dove gli uomini tanti facevano la fila e aspettavano impazienti il loro turno per avermi.

Immaginavo una donna annegata nel piacere senza limiti, senza vergogna, senza sensi di colpa, senza dover nascondere i propri gemiti, che galleggiava nel lusso sfrenato, come se il mondo fosse stato creato apposta per cullarla, che beveva champagne come se fosse acqua, un sorso dopo l’altro, ridendo piano mentre la luce fuori tingeva d’oro il suo corpo disteso sui cuscini enormi. Niente turni, niente fretta solo il tintinnio dei cristalli e un amante che la reclamava nuda solo con un filo di perle.


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Quel confine tra realtà e sogno si faceva sempre più sfumato, eppure paradossalmente sempre più netto finché una sera, alle 9:37, ho sentito il telefono vibrare. Era un vocale di Sergio: “Maddi… sto guidando verso casa tua. Sono solo. Chloé è a Milano per un servizio fotografico... Vabbè dai, hai capito… E io penso a te. A come saresti se ti lasciassi andare. Dimmi di sì. Una volta, cazzo. Ti giuro che dopo ti lascio respirare. Ma ho bisogno di sentirti dire sì.”
Adriano era al lavoro, un matrimonio in collina, non sarebbe tornato prima delle quattro di mattina. Ho premuto play tre volte. Ogni volta il cuore mi saliva in gola, ma non mandavo niente. Poi ho scritto: “Ok.” Poi ho cancellato. Ho scritto di nuovo: “Quando?” E ho cancellato ancora.

Sono andata in bagno, mi sono guardata allo specchio: non ero più la cassiera della SMA. C’era qualcos’altro. Qualcosa che si stava avvicinando pericolosamente. E più mi avvicinavo, più mi spaventavo, ma sapevo che era arrivato il momento: “Se avessi detto sì una volta sola, non sarei più stata la stessa. E forse era proprio quello che volevo!”

Ho ripreso il telefono con le mani che tremavano e scottavano come se avessi la febbre. Lo schermo era ancora illuminato dall’ultimo messaggio di Sergio: “Dimmi solo di sì una volta, Maddi. Una volta sola.” Ho fissato quelle parole per un secondo eterno. Poi, senza pensarci ho digitato: “Ok, non salire in casa, scendo io…” Il cuore mi è esploso nel petto come un petardo. Lui ha risposto quasi subito, tre puntini che ballavano, poi: “Scendi tra dieci minuti.”

Dieci minuti. Dieci fottuti minuti per trasformarmi da cassiera esausta in qualcosa che potesse reggere il suo sguardo. Le gambe molli, il panico che mi prendeva la gola, una morsa fredda e stretta. Mi sono guardata. Portavo i pantaloni grigi della tuta, la felpa oversize, i capelli raccolti in una coda disordinata con l’elastico nero, il viso senza trucco, le occhiaie, le labbra screpolate. Non ero Chloé, ma non ero neanche vicina a quella versione di me che mi ero immaginata nelle notti insonni: magnetica e seducente.
Ero solo Maddalena, la commessa del supermercato a fine turno. Il panico è diventato terrore puro. Mi sono strappata la felpa dalla testa, sono andata in camera, ho aperto l’armadio come una furia. Le mani tremavano mentre spostavo le grucce tra maglioni di lana, jeans sbiaditi, il vestito nero dei saldi che avevo messo alla cena di compleanno di Chloé. Troppo semplice. Troppo normale. Troppo cassiera.

Poi l’ho visto! Era un vestito che avevo comprato due anni prima per un matrimonio di un’amica, mai più messo. Rosso scuro aderente con la scollatura a cuore profonda, tessuto morbido che mi modellava i fianchi e si stringeva fino al ginocchio. Me lo sono infilato di corsa. Il rosso mi accendeva la pelle, faceva risaltare gli occhi castani. Ho sciolto i capelli, ho messo il rossetto, ho spruzzato il mio profumo sul collo, sul décolleté. Odoravo come una adolescente al primo appuntamento! E nel frattempo guardavo l’ora sul telefono: sette minuti passati. Tre rimasti. Di corsa ho infilato le autoreggenti nere, niente di che, ma non avevo altro. Mi sono guardata di nuovo, non ero Chloé, ma neanche una modella strafatta che rideva troppo forte. Ero Maddalena, 27 anni, cassiera alla SMA, sposata da sette mesi con un uomo buono che non meritava questo.

Ma nei miei occhi c’era qualcosa di nuovo. Qualcosa di vero. Di vivo. Ho preso il cappotto me lo sono buttato sulle spalle senza abbottonarlo. Ho infilato il telefono in tasca, le chiavi, niente borsa. Non serviva. Ho spento la luce dell’ingresso. Ho aperto la porta piano, come se il rumore potesse svegliare Adriano che non c’era, o i vicini, o i miei stessi sensi di colpa. I tacchi alti su quelle scale. Ogni gradino sembrava un conto alla rovescia. Al piano terra, attraverso il vetro smerigliato del portone, ho visto la BMW nera parcheggiata sotto il lampione. Fari spenti. Ho respirato profondo. Il panico non se n’era andato. Sergio era lì, era lì cazzo, presente come un peccato, disponibile come una droga.

Tremavo, ma sotto quel panico c’era altro. Tra le mie gambe un calore basso, traditore, osceno, che saliva e scendeva piano, caldo, sleale, bollente. Non erano farfalle, ma qualcosa di perverso e umido, qualcosa che non conoscevo, ma ne ero maledettamente attratta.
Ho appoggiato la mano sulla maniglia del portone. Ho pensato: “Posso ancora tornare indietro. Posso risalire, togliermi questo vestito, le autoreggenti, il tacco alto, infilarmi la tuta, fingere che non sia successo niente, che non ci abbia nemmeno pensato!” Poi ho pensato che la mia curiosità non si sarebbe fermata lì e per quante volte ancora avrei combattuto. Ho pensato ad Adriano, ho pensato a lui, a suo fratello, che aspettava là fuori, con quel sorriso da diavolo. E ho aperto la porta. L’aria fredda di febbraio mi ha schiaffeggiato il viso. Ho fatto un passo fuori. E un altro. Verso la macchina. Verso di lui. Verso quello che, lo sapevo già, avrebbe cambiato tutto.

Altri passi sul marciapiede crepato, sentivo il rumore delle décolleté nere, come se la città intera mi stesse giudicando. La BMW era lì, nera e lucida sotto il lampione, il motore acceso al minimo, un ronzio continuo che vibrava nell’aria gelida.
Lui era seduto al posto di guida, gomito sul finestrino abbassato, sigaretta tra le dita. Sguardo fisso nel vuoto, non mi guardava, non diceva nulla, ha aspettato che fossi io a fare l’ultimo passo. Che fossi io a scegliere di aprire lo sportello. L’ho fatto!

Mi sono chinata, il cappotto si è aperto lasciando intravedere il rosso del vestito. Sono scivolata sul sedile ed ho chiuso la portiera con un tonfo sordo. Dentro l’auto sapeva di cuoio nuovo, di lui, di fumo, del suo profumo costoso, legno, spezie e di qualcos’altro, indefinito, che mi ha stretto lo stomaco. Non ho detto niente. Nemmeno un ciao.

Sergio mi ha guardata per un lungo secondo. Non ha sorriso. Non c’era bisogno. Il suo sguardo diceva già tutto: sei qui. Hai detto sì. Non c’è più ritorno. Ha ingranato la marcia senza fretta e la macchina è partita silenziosa, ha girato l’angolo della via, lasciando la palazzina popolare alle spalle. Le luci arancioni dei lampioni sono scivolate via dal finestrino, sostituite dal buio più denso delle strade secondarie che portavano verso il centro. Non ha acceso la radio. Non ha messo musica. Nulla. Solo il rumore delle gomme sull’asfalto bagnato, il mio respiro che cercava di non farsi sentire troppo forte. Soltanto dopo un paio di minuti ha parlato: “Sei bellissima stasera.” Non era un complimento. Era la sua percezione, quello che desiderava. L’avrebbe detto anche se avessi indossato la divisa della SMA. Era la sua soddisfazione, il riconoscimento di una resa, che mi ero preparata per lui, che avevo ceduto.

Ho guardato fuori. Le strade scorrevano, vuote, illuminate dai fari. Ho pensato ad Adriano che forse in quel momento stava servendo il caffè a un tavolo di invitati. Ho pensato alla casa che si stava raffreddando, al letto vuoto, alla felpa buttata sul pavimento della camera. Ho pensato che potessi ancora dire: “Ferma la macchina. Riportami indietro.” Ma non l’ho detto. Sergio ha allungato una mano verso di me, senza voltarsi. Le sue dita hanno trovato il mio ginocchio, la calza autoreggente, ma non ha stretto, ha solo posato il palmo lì, caldo contro la stoffa, e ha lasciato che il calore si propagasse. “Rilassati, Maddi. Non faremo niente che tu non voglia…” Ma lo sapevamo entrambi che era una bugia gentile. Perché io ero già salita. Ero già entrata in quella macchina. Il resto era solo questione di tempo.

Ha accelerato leggermente imboccando il lungofiume. Le luci della città si riflettevano sull’acqua, gialle come candele che si spegnevano una dopo l’altra. Sergio guardava la strada con un occhio solo e con l’altro guardava me. La mia resa silenziosa, ineluttabile. La macchina continuava a scivolare nel buio. Verso un posto che non conoscevo. Verso qualcosa da cui non sarei tornata indietro. Ho chiuso gli occhi per un attimo, solo un attimo, mentre la macchina si infilava in una stradina laterale, verso uno di quegli hotel che da fuori sembrano solo palazzi antichi con le luci basse e discrete…

******

Quando li ho riaperti, ero già lì dentro. Non ricordo esattamente i dettagli: i lampadari di cristallo della hall, la faccia del portiere di notte, l’ascensore di specchi che saliva piano, il tappeto rosso sangue sotto i piedi, il silenzio ovattato del corridoio al piano attico, la sua mano stampata sul mio culo come per proteggerlo, come per dire che era solo suo e di nessun altro. Non ricordo nulla perché tutto si era come dissolto in una nebbia di adrenalina e irrealtà. Sergio aveva aperto la porta della suite con una chiave pesante dorata come fosse quella di un castello. Io ero entrata come se stessi varcando una soglia che non si poteva più richiudere. Era una favola.

Una suite enorme, con vetrate a tutta altezza che davano sul Po illuminato dalle luci della città, il letto grande al centro della stanza su una pedana leggermente rialzata, lenzuola di cotone egiziano bianchissime, cuscini enormi, un plaid di cachemire buttato con studiata noncuranza.
Il pavimento di parquet scuro, lucido come uno specchio nero.
Sul tavolino basso di marmo nero, un vassoio d’argento: bottiglia di Krug nel secchiello con ghiaccio, due calici alti e sottili, una ciotola di fragole rosse come sangue e qualche petalo di rosa sparso intorno. Non ero più io. Mi sentivo una principessa rubata da un’altra vita, una donna che non doveva preoccuparsi dei turni di lavoro, dei codici a barre illeggibili, di bollette in scadenza, di un marito che tornava stanco alle quattro del mattino.

In quel momento ero preziosa, unica, intoccabile e al tempo stesso desiderabile fino al dolore. Il vestito rosso mi scivolava sulla pelle, i tacchi mi facevano sentire alta, pericolosa. Mi ero tolta il cappotto all’ingresso, l’avevo lasciato cadere sul divano di velluto senza guardarlo, e ora ero lì, distesa sul letto, la schiena appoggiata ai cuscini, le gambe leggermente piegate, il tessuto del vestito che si era alzato quel tanto da mostrare la curva della coscia.
Sergio era in piedi davanti al letto, ancora vestito di tutto punto. Camicia bianca, cravatta nera che si stava sciogliendo lentamente, con movimenti sicuri di chi già immaginava cosa sarebbe successo. La tirava via centimetro dopo centimetro, gli occhi fissi su di me, sulle mie gambe, sul mio seno, su ciò che effettivamente ero, un oggetto di piacere, una preda conquistata.

Non sorrideva. Non c’era bisogno. Il suo sguardo era già possesso, già fame, già promessa di tutto quello che sarebbe successo. “Sei stupenda.” Ha detto piano, come se parlasse a se stesso. Ha lasciato cadere la cravatta sul pavimento. Si è slacciato il primo bottone della camicia, poi il secondo. Io non mi muovevo.
Respiravo appena, il petto che saliva e scendeva piano, il cuore che batteva così forte da farmi male alle tempie.
Volevo che mi guardasse ancora, che continuasse a guardarmi come se fossi l’unica cosa al mondo degna di attenzione.
Volevo respirare quel lusso, quel desiderio violento, quella sensazione di essere desiderata non per chi ero, ma per quanto potevo essere funzionale in quel posto, come tutti gli altri oggetti di quella stanza.

Ha fatto un passo verso il letto. Poi un altro. Si è seduto sul bordo, ha allungato una mano, ha sfiorato la mia caviglia, poi è salito piano lungo il polpaccio, la curva del ginocchio, la coscia. Le sue dita erano calde, decise. “Lo sapevo sai...” Ha mormorato, gli occhi nei miei. Non ho detto nulla, ho spostato solo una gamba per lasciare più spazio alla sua mano. Era tutto così inevitabile. Lo era stato dal momento in cui avevo scritto “Ok” al telefono. Dal momento in cui ero scesa ed avevo aperto la portiera della BMW. Lui si è chinato su di me, il suo profumo mi ha avvolto come una coperta pesante. Le sue labbra hanno sfiorato il mio collo, poi la scollatura del vestito, poi tutto il resto.

Ho chiuso gli occhi per assaporare quel momento. Volevo tutto.
Volevo sentirmi viva in un modo che non conoscevo, ma a cui sapevo di appartenere, se solo avessi voluto... Volevo essere la donna che faceva perdere la testa, non a lui, ma a un uomo come lui. Volevo essere preziosa, desiderata, consumata. E in quel momento, con lo champagne che aspettava sul vassoio, il fiume che scorreva silenzioso tra le mie cosce, e il suo corpo che si avvicinava piano piano al mio, ho capito che non c’era più modo di tornare indietro.

Il letto era immenso, un mare di lenzuola bianche che si increspavano sotto i nostri corpi. Io ora nuda con il vestito rosso buttato sul pavimento come un ricordo inutile. Sergio si era tolto tutto tranne i boxer neri, e quando li ha fatti scivolare giù ho visto quanto fosse già pronto, duro, impaziente, maschio per me che non parlavo francese, che non avevo mai fatto la modella, che non seduceva registi, che non arrotondavo col benestare del mio uomo, ma sicuramente non era vuota. Ormai non c’era più spazio per ripensamenti o sensi di colpa. Solo il fiume nero là fuori e noi due dentro.

Mi ha preso per i fianchi, mi ha girata di schiena, mi ha fatta inginocchiare sulle lenzuola. Le sue mani erano ovunque: sul seno, sui capezzoli che pizzicava forte facendomi sfuggire un gemito che non sapevo di avere dentro, poi giù sulla pancia, tra le cosce. Mi ha aperto le gambe con le ginocchia, mi ha sfiorata dove ero già bagnata da morire, e ha riso piano contro il mio orecchio. “Guarda come sei bagnata… sei una troia in calore, lo sai?” Quelle parole mi hanno colpito come uno schiaffo. Nessuno mi aveva mai parlato così. Adriano mi diceva “Sei bellissima, amore, cucciola, ti amo…” Parole dolci, pulite, sicure. Sergio invece usava parole sporche, crude, che bruciavano, ma invece di offendermi, mi facevano tremare di eccitazione. Il mio corpo rispondeva prima della testa: un fiotto denso tra le gambe, prima caldo e poi bollente, invitante come un sagrato di una chiesa. I capezzoli si sono induriti ancora di più, un gemito misto a parole che sono uscite dalla gola senza permesso: “Sì sono la tua troia, chiamami ancora così.”

Mi ha infilato due dita dentro, piano, ma profondo, e ha cominciato a muoverle mentre con l’altra mano mi teneva per i capelli, tirandoli indietro quel tanto da costringermi a inarcare la schiena. “Senti come sei stretta… cazzo, sei fatta per essere scopata così. Non per quel cazzo di cameriere che ti scopa con la luce spenta e ti chiede ogni secondo se va bene, se ti fa male. Tu devi essere trattata così.” Avrei voluto chiedergli come facesse a saperlo, ma era vero e allora ho chiuso gli occhi, la vergogna e il piacere che si mescolavano fino a diventare la stessa cosa. Ogni sua parola era un colpo basso, ma mi faceva sentire viva, femmina, desiderata in un modo animale, primordiale. No, no, non ero più la cassiera della SMA, non ero più la moglie brava e fedele. Ero una donna vera. Una femmina. Una cosa da possedere, da usare, da far gemere. Mi ha girata di nuovo, mi ha fatta sdraiare sulla schiena, mi ha aperto le gambe e si è messo in ginocchio tra le mie cosce. Mi ha guardata lì sotto, con gli occhi che brillavano. “Guarda che figa che hai… tutta gonfia, tutta bagnata per me. Dimmi che lo vuoi, Maddi. Dimmi che lo desideri. Dimmelo!” La voce gli usciva rauca, quasi un ringhio. Io ho annuito, ma lui ha scosso la testa. “No. Dimmelo con le parole giuste. Dimmelo sporco.” Non l’avevo mai fatto, ma il desiderio era più forte della vergogna. “Voglio… voglio che me lo metti dentro…” Ho sussurrato, la voce che tremava. Lui ha sorriso, quel sorriso da diavolo. “Mi devi dire: scopami!” Ho deglutito. Poi, con la voce che quasi non usciva ho detto: “Scopami… forte, Sergio.” Lui ha spinto dentro di me con un colpo secco, profondo, fino in fondo.

Ho urlato, un suono che non riconoscevo, misto a dolore e piacere.
Lui si è fermato un secondo, lasciando che mi abituassi, che mi rendessi conto di quello che stavo facendo, poi ha iniziato a muoversi, lento all’inizio, poi sempre più forte, più veloce. “Così, brava… prendi tutto. Sei la mia puttanella stasera. La mia troia da scopare fino a farti venire urlando.” Ogni parola era un colpo in più. Mi entrava dentro come il suo sesso, mi riempiva, mi faceva sentire sporca e bellissima allo stesso tempo. Le sue mani mi stringevano i fianchi, le unghie che lasciavano segni rossi sulla pelle, la bocca che mi mordeva il collo, i capezzoli, la spalla. Mi penetrava come se volesse marchiarmi, come se volesse cancellare ogni traccia di Adriano, di quella vita piccola e pulita. E io… io venivo. Venivo forte, con ondate che mi facevano inarcare la schiena, stringere le lenzuola, graffiare la sua schiena. Venivo sentendomi femmina, vera, libera, desiderata in modo violento e senza pietà.

Ogni volta che mi chiamava “troia”, “puttana”, “mia”, il piacere saliva di un altro livello, come se quelle parole sbloccassero qualcosa di profondo, qualcosa che avevo sempre tenuto chiuso. “Vieni per me. Ora. Liberati del passato, pensa al tuo futuro. Vieni cazzo!” Ed io l’ho fatto. Ho urlato il suo nome, la gola secca, ho tremato, ho pianto quasi, mentre il piacere mi squassava tutta. Lui ha continuato, sempre più forte, fino a quando non è venuto dentro di me con un grugnito basso, profondo, tenendomi stretta per i fianchi come se non volesse lasciarmi andare mai più.


******

Poi silenzio. Solo i nostri respiri affannati, il cuore che martellava, il sudore che ci incollava la pelle. Si è sdraiato accanto a me, mi ha tirata contro di sé, una mano possessiva sul mio seno. “Hai visto?” Ha mormorato nei miei capelli. “Questa sei tu.”
Non ho risposto. In quella suite, per una notte sola, ero stata una donna vera. Femmina. Preziosa. E una parte di me sapeva già che non avrei mai più potuto fingere di non saperlo. Dopo l’orgasmo, il mondo si era fermato per un secondo lunghissimo. Il corpo era ancora scosso da piccoli tremori residui, come se le onde continuassero a lambire la riva anche dopo che la tempesta era passata.

Ero sdraiata di schiena, le lenzuola appiccicate alla pelle sudata, il petto che saliva e scendeva troppo in fretta, il respiro che usciva a scatti. Sergio era accanto a me, non parlavamo. Non c’era bisogno. Sentivo una pace strana, quasi irreale. Una quiete profonda, come se tutto il rumore che avevo dentro da mesi si fosse dissolto in quel momento esatto. Per la prima volta da tanto tempo non pensavo a niente. Solo al calore del suo corpo contro il mio, al battito del suo cuore che piano piano rallentava insieme al mio, al profumo di sesso che riempiva la stanza. Poi, piano piano, è arrivata la tenerezza.

Non quella dolce e pulita che provavo con Adriano dopo aver fatto l’amore, quella era affetto, gratitudine, routine calda e familiare. Questa era diversa. Era una tenerezza quasi dolorosa. Non era amore. Era qualcos’altro. Era la consapevolezza di essere qualcosa di diverso, di essere femmina fino in fondo, senza filtri, senza dover essere “brava”, “dolce” e “giusta”.
E quella consapevolezza mi ha fatto venire le lacrime agli occhi, che sono scivolate silenziose sulle tempie. Poi è arrivata la paura. Non quella del “cosa avevo fatto?”, quella sarebbe arrivata dopo, quando sarei tornata a casa. Era qualcosa di più intimo, paura di non riuscire più a tornare indietro. Paura che quel vuoto, che in quel momento desideravo che Sergio lo riempisse ancora, sarebbe rimasto per sempre. Paura che ogni volta che Adriano mi avrebbe toccata con dolcezza, avrei pensato a Sergio o a chi per lui mi avesse scopata con violenza, che mi avesse chiamata troia e puttana e che quelle parole fossero più intese e coinvolgenti di un qualsiasi “ti amo” sussurrato.

Mentre fissavo il soffitto della suite, i calici, lo champagne, quel lusso che pensavo mi appartenesse, ho avvertito un senso di colpa, lento, viscoso, come melassa che cola piano. Ma era strano, quasi perverso, eccitante. Come se una parte di me sapeva che lo avrebbe rifatto. Sapeva che quella notte non era stata solo sesso. Era stata una rivelazione. Avevo scoperto che potevo essere un’altra cosa, oltre alla cassiera gentile e alla moglie fedele potevo essere selvaggia, sporca, insaziabile. E quel sapere mi terrorizzava e mi elettrizzava, mi faceva sentire che il futuro era a portata di mano.
Sergio ha mormorato qualcosa, mi ha tirata più vicina. Io ho chiuso gli occhi, ho lasciato che la sua mano mi stringesse forte tra le cosce come un segno d’appartenenza. E in quel limbo tra pace, tenerezza, paura e colpa, ho capito una cosa con chiarezza assoluta. Quella notte non era finita, non sarebbe finita lì. Era solo l’inizio di qualcosa che non sapevo ancora bene come fosse.


******

L’ascensore dell’hotel scendeva lento, silenzioso. Sergio mi aveva accompagnata fino al piano terra, ma non era sceso con me fino alla porta. Aveva detto: “Ti chiamo un taxi.” E aveva pagato la tariffa tramite l’app. Poi mi aveva dato un bacio sulla fronte, un gesto strano, quasi tenero, che mi ha fatto più male di qualsiasi cosa fosse successa prima. “Domani ti scrivo.” Aveva mormorato. Io non avevo risposto.
Sono uscita nella notte gelida di febbraio, il cappotto abbottonato fino al collo, il vestito rosso ancora addosso sotto, le décolleté che scricchiolavano sull’asfalto umido. Il Po era lì, nero e indifferente, le luci della città che si riflettevano come schegge rotte. Ho aspettato il taxi, sono salita velocemente, come se potessi lasciarmi indietro quello che era successo.

Il tassista ha iniziato a parlare, ma io non lo seguivo. Seduta sul sedile posteriore mi sentivo perfettamente a mio agio, ho fatto uno sforzo per ricordarmi l’ultima volta che avevo preso un taxi. Mi sentivo bella, affascinante, ricca addirittura. Ho slacciato il cappotto, le mie tette erano lì, sensuali, usate, ho provato a indovinare cosa pensasse di me il tassista, addirittura se ci avesse provato. Forse pensava che fossi un’amante, o una donna a pagamento. Sorridevo, le cosce mi dolevano ancora, un bruciore piacevole e crudele allo stesso tempo, un ricordo vivo di ogni spinta, di ogni morso, di ogni parola sporca che mi aveva fatto venire urlando.

Il sesso era finito, ma il corpo lo ricordava tutto: la pelle arrossata dove mi aveva stretta, il collo segnato, l’interno delle cosce appiccicoso, umido di lui e di me. Arrivata alla palazzina popolare, erano quasi le quattro del mattino. Le finestre erano tutte spente tranne una al secondo piano, dove qualcuno insonne guardava la TV. Ho infilato la chiave nel portone con le mani che tremavano, non per il freddo, ma per la paura improvvisa di non riuscire a fingere. Sulle scale, ogni gradino era un conto alla rovescia verso la realtà. Al terzo piano, davanti alla porta di casa, mi sono fermata. Ho appoggiato la fronte sul legno freddo, ho chiuso gli occhi.
Dentro c’era silenzio. Adriano era tornato da poco, sentivo l’odore di cucina, di sudore, di unto, di povertà, della sua stanchezza, di routine che non mi apparteneva. Ho chiuso la porta piano, due mandate come sempre. Ho tolto le scarpe senza far rumore, ho lasciato il cappotto appeso all’attaccapanni. Il vestito rosso l’ho sfilato in corridoio, l’ho buttato nel cesto della roba da lavare come se fosse contaminato.

Sotto avevo solo le mutandine nere, quelle che avevo scelto apposta per quella notte, e il reggiseno che ora sembrava ridicolo, troppo semplice per quello che era successo. Sono entrata in bagno al buio, ho acceso solo la luce piccola sopra lo specchio. Mi sono guardata. Occhiaie profonde, labbra gonfie, capelli arruffati, segni violaceo sul seno che spuntavano come un’accusa. Il corpo era lo stesso di sempre, ma sembrava diverso. Più vivo. Più usato.
Più da donna. Con quel corpo avevo fatto impazzire un uomo, l’avevo fatto godere dentro di me! Ho fatto la doccia bollente, ho strofinato forte la pelle con la spugna ruvida, come se potessi lavare via l’odore di Sergio, il suo sperma, le sue parole. Ma non usciva niente. L’acqua scorreva, ma dentro di me restava tutto. Quando sono uscita dal bagno, ni sono ricordata di prendere la pillola, poi avvolta nell’accappatoio sono entrata in camera da letto: Adriano era sveglio.

Era seduto sul letto, la lampada del comodino accesa. “Maddi? Tutto bene?” La voce assonnata, preoccupata. Ho sorriso, come sorridevo ai clienti della SMA, automatico, formale, freddo. “Sì… ero con le amiche. Abbiamo fatto tardi. Scusa se non ti ho scritto.” Mentivo male. La voce mi tremava. Ma lui era stanco, fiducioso. Ha solo chiuso la luce. “Vieni a letto, dai” Era tranquillo, gli era bastata una sporca bugia, niente di più. Mi sono infilata sotto le coperte, lui mi ha abbracciata, il braccio intorno alla vita, il respiro caldo sul collo.

Prima di riaddormentarsi ha mormorato: “Ti amo”. Con quella dolcezza che mi spezzava il cuore. Io ho chiuso gli occhi, ho detto: “Anch’io.” Ma “Anch’io” non significava “Ti amo”, ma non avrei potuto dire altro. Ho fissato il buio. Sentivo ancora il corpo di Sergio su di me, le sue mani, la sua voce che mi chiamava troia, puttana. Vedevo ogni dettaglio della suite, il lusso, lo champagne, il tappeto, le lenzuola, la vetrata, il fiume. E sentivo il peso della mia casa: il letto con la spalliera di finta pelle, il soffitto con una chiazza d’umidità, i vestiti di Adriano da lavoro sulla sedia, il rumore lontano di un camion in strada.

Aspettavo il senso di colpa, ma non è arrivato! È uscita solo una lacrima, ma non era per Adriano, ma per la Maddalena che era stata cassiera, moglie, donna normale e che ora sapeva di poter essere altro: selvaggia, desiderata, sporca, viva. Non ho dormito quella notte. Ho contato i minuti fino all’alba. E quando la luce grigia di febbraio ha cominciato a filtrare dalle persiane, ho capito una cosa con chiarezza glaciale: Non era finita.

Non era stata solo una notte. Perché una parte di me, quella che aveva goduto e aveva fatto godere, che aveva tremato sotto i colpi di un maschio, che si era sentita femmina fino alle ossa, voleva di più. Voleva a tutti i costi tornare da Sergio o da chiunque altro l’avrebbe fatta sognare, convincere che il mondo fosse ai suoi piedi. Voleva tornare in quella suite, o in un’altra, o in macchina, o ovunque dove il futuro sarebbe stato diverso. Voleva sentirsi di nuovo preziosa e usata nello stesso momento. E quella parte stava già crescendo, stava già vincendo, perché dentro, il veleno aveva già preso radici. E cresceva. Inesorabile.


******

Sapevo che non avrei potuto decidere. Ormai mi ero affidata al mondo, al caso, al flusso cieco delle cose che accadono quando smetti di resistere. Il destino avrebbe scelto per me, e quel destino aveva un inizio, un nome, un viso, un odore: Sergio. Non era più una scelta. Era una corrente che mi aveva preso e mi stava portando via, lenta ma spietata, come il Po che scorre sotto i ponti di Torino senza mai fermarsi. Di una cosa sola ero certa, con una chiarezza che mi faceva quasi male: Adriano rappresentava un capitolo chiuso della mia vita, come quei codici a barre che passavo ogni giorno alla SMA. Bip. Un prodotto. Bip. Un prezzo. Bip. Un altro. Bip. Un altro ancora.
La vita con Adriano era stata esattamente così: sicura, prevedibile, scandita da turni, e baci sulla fronte prima di dormire. Era stato bello, rassicurante, in un modo semplice e pulito. Era stato casa. Ma ora, dopo quella notte nella suite, dopo aver sentito il mio corpo rispondere a parole che bruciavano, dopo aver urlato il nome di un altro uomo mentre venivo, quel capitolo si era chiuso da solo. Non con uno strappo drammatico, non con una lite o una confessione. Si era chiuso piano, come un libro che finisci di leggere e non riapri più.

La mattina dopo quella notte, un lunedì grigio e piovoso, mi sono alzata prima di Adriano. Ho fatto il caffè come sempre, ho messo la moka sul fuoco, ho guardato la schiuma salire piano. Lui è entrato in cucina in mutande e maglietta, i capelli arruffati, gli occhi ancora gonfi di sonno. Mi ha baciata sulla nuca, ha mormorato: “Buongiorno amore”, ha preso la tazza che gli porgevo. Io ho sorriso come al solito, ma dentro ero diversa, non provavo odio. Non era rabbia. Solo la consapevolezza che quel gesto, quel bacio, quella situazione appartenevano ormai a un’altra Maddalena. Quella che aveva tradito e si sentiva bella lo stesso, si sentiva bella per averlo fatto.

Ho guardato fuori dalla finestra della cucina: il cortile interno della palazzina, i panni stesi che gocciolavano sotto la pioggia, una bicicletta arrugginita legata al tubo del gas. Tutto uguale a ieri. Tutto uguale a sempre. Ma io no. Il mio futuro era altrove…

Sergio mi ha scritto alle 11:23, mentre ero in pausa al supermercato, seduta su una cassa di detersivo nel retro, con il vasetto dello yogurt in mano. “Ieri notte è stata solo l’inizio. Lo sai, vero?” Non ho risposto subito. Ho fissato lo schermo per due minuti buoni, il cuore che accelerava di nuovo. Poi ho scritto: “Lo so.” E con quel “lo so” ho sigillato tutto. Adriano non lo sapeva ancora. Lo avrebbe saputo a breve, ma non avrebbe mai saputo di suo fratello. Gli avrei detto qualcosa di vago, ma comunque la verità profonda, che non ero più felice, che avevo bisogno di spazio, che era meglio per entrambi. E lui avrebbe sofferto, avrebbe chiesto perché, avrebbe pianto in silenzio come faceva quando era triste. Ma non avrebbe capito. Non poteva capire.

Perché lui era rimasto nel capitolo dei codici a barre, nel mondo di un mutuo da accendere ed indebitarsi fino al collo, nel sogno di una tv di cinquanta pollici presa a rate. Quello era il suo mondo, mentre io ero già in un altro libro, uno con le pagine sporche, profumate di champagne, peccato e perdizione.
Quella sera, quando Adriano è uscito per il turno serale, ho preso il telefono e ho scritto a Sergio: “Quando ci vediamo?” La risposta è arrivata in meno di un minuto. “Stasera. Ti passo a prendere alle 22. Indossa qualcosa di rosso. Voglio rivederti come ieri.” Ho posato il telefono. Ho aperto l’armadio. Ho tirato fuori di nuovo quel vestito rosso scuro, l’ho stirato con le mani tremanti, sicura che sarebbe stata l’ultima volta, perché dal giorno dopo avrei avuto un armadio stracolmo di vestiti. Non c’era più panico. Non c’era più lotta. C’era solo l’attesa. Il destino aveva deciso.


******

Da quella volta sono passati tre anni. Ora vivo in un attico in centro a Torino, ultimo piano di un palazzo liberty restaurato, con balconi in ferro battuto nero che guardano la Mole. Ho compiuto trent’anni da due mesi. Mi sto rifacendo il trucco davanti allo specchio. Sono le undici e trenta, mi sono svegliata da poco, come ogni mattina. La mia bellezza non è più quella fresca da acqua e sapone dei ventisette anni. È una bellezza affilata, matura, costruita con cura e consapevolezza.

La mia pelle è vellutata, levigata dai trattamenti di filler leggeri alle labbra, agli zigomi, niente di esagerato, solo quel “lavoro” che fa sembrare naturale ciò che naturale non è più. I miei occhi, un tempo spenti dalla stanchezza dei turni, ora sono grandi, magnetici, sottolineati da una riga nera sottile e da ciglia finte lunghe e separate.

Rossetto rosso, matita marrone per allungare lo sguardo. I capelli ora sono di un castano caramello con riflessi mielati che mi cadono sulle spalle a onde morbide. Al collo porto una collana di diamanti a goccia, non quella che Sergio mi aveva regalato e che aveva buttato via dopo sei mesi, quando avevo capito che tenere i suoi regali era come tenere catene. Questa è nuova, un regalo di Marco, un imprenditore tessile di Biella che mi aveva portata a Como per un weekend in villa e poi era sparito quando la moglie aveva scoperto i bonifici.

Il mio corpo è riflesso allo specchio, ma non provo più vergogna. Indosso lingerie che costa più di quanto guadagnavo in un mese al supermercato. Il reggiseno è nero, seta e pizzo francese Chantilly, che solleva il seno in modo perfetto, creando una scollatura profonda, ma elegante. Ora porto una terza abbondante dentro coppe trasparenti, il pizzo ricamato a mano lascia intravedere i capezzoli scuri, duri per l’aria fresca dell’attico e per l’attesa.
Le coulottes francesi sono di seta nera morbidissima, con un piccolo fiocco di seta davanti, il tessuto si tende lasciando intravedere la pelle chiara e depilata. Le calze velate, color carne con una leggerissima sfumatura fumo, tenute su da un reggicalze nero, lo stesso pizzo Chantilly del reggiseno, con quattro stringhe elastiche, decorate da piccoli fiocchi di raso. Ai piedi, scarpe Louboutin neri con plateau discreto e tacco 12, la suola rossa che spicca come una firma quando cammino o faccio l’amore.

Niente altro. Niente vestito, lo indosserò dopo, quando avrò finito di piacermi, di ricordarmi quanto potere ho in questo corpo che ha smesso di essere di qualcuno ed è diventato solo mio. Mi giro di profilo, inclino la testa, osservo la curva del seno che spinge contro il pizzo, la linea della schiena che si inarca naturale, il sedere è alto e sodo grazie al pilates tre volte a settimana.
Sorrido allo specchio, sorrido consapevole, da donna che sa di essere guardata e che sceglie chi merita, chi apprezza, chi compra.

Dior, il mio cagnolino maltese bianco latte, mi trotterella intorno alle caviglie, abbaia piano come se anche lui approvasse. È piccolo, profumato di shampoo alla camomilla, con un fiocchetto di seta blu legato al collare di pelle intrecciata Hermès. Anche lui sa che tra poco qualcuno suonerà il campanello. Sa che aprirò la porta così, avvolta in una vestaglia di seta nera aperta sul davanti, per far intravvedere esattamente quello che voglio far vedere. Perché qualunque uomo entrerà non sarà lui a possedermi. Sarò io a decidere quanto dargli, cosa dargli e quanto farlo impazzire prima di lasciarlo andare. Perché la bellezza che offro non è solo pelle, curve, pizzo e diamanti. È il frutto di una fame interiore che non si è mai spenta. È il risultato di aver smesso di essere preda per diventare cacciatrice. E in quel momento, davanti allo specchio, Maddalena è semplicemente perfetta. Irraggiungibile. Letale.

Alle orecchie pendono orecchini di smeraldi e oro bianco, regalo di Giorgio, l’ereditiere di Pinerolo che collezionava auto d’epoca e amanti ventenni; con lui è durata quattro mesi, fino a quando aveva deciso di “tornare dalla famiglia” per non perdere l’eredità. Mi guardo ancora allo specchio, inclino la testa, controllo ogni cosa di me che sia al posto giusto. Nessuna sbavatura, nessuna imprecisione, tutto in ordine, tutto perfetto, perché la bellezza ha bisogno di disciplina, di essere difesa, ha bisogno di rituali come la religione.

Sergio è un ricordo lontano, quasi buffo. Il primo, il più sporco. Ma anche lui ha un merito, quello di avermi svegliata dall’apatia della vita, che l’essere perfetta non significava appartenere ad un uomo, ad una routine, ad un’area di conforto contro ogni insidia e al costo di sacrificare i sogni. Lui è durato qualche notte, è durato il tempo della mia consapevolezza, una specie di rampa di lancio verso quel futuro che ora è il mio presente.
Dopo di lui sono arrivati gli altri: Marco con i suoi completi Brioni e le cene da Cracco, Giorgio con la Porsche 911 e le fughe romantiche in Costa Azzurra, poi un avvocato penalista di Milano, un chirurgo plastico che mi ha fatto un ritocchino gratis alle labbra, un produttore musicale che mi aveva portata a un festival a Ibiza.

Se mi guardo indietro sembra una vita, ma sono passati solo tre anni. Ognuno mi ha lasciato qualcosa: un gioiello, un viaggio, un appartamento pagato per sei mesi, un guardaroba che ora occupa tre cabine del mio armadio bianco. Ma soprattutto mi hanno dato la coscienza che la vita la devi mordere, la devi aggredire, anche se ognuno di loro è durato un po’ meno del precedente. Nessuno è rimasto. Ma sono contenta così, prima o poi l’amore vero verrà, ne sono sicura, avrà il cuore di Adriano, la passione di Sergio e il lusso di uno dei tanti, ma per il momento non sono più la Maddalena che passava codici a barre alla SMA, non sono più la ragazza timida che copriva le sue bellezze invece di mostrarle, quella che non si rendeva conto di quanto valessero!

Sono tornata a casa di mia madre per il tempo necessario, poi tramite Sergio ho iniziato a frequentare mostre fotografiche e vernissage, ho conosciuto l’imprenditore di Biella e non mi sono fermata più. Nel frattempo, il divorzio da Adriano è stato veloce, pulito, tranquillo. Siamo rimasti amici. Lui, dopo qualche mese ha conosciuto una ragazza ucraina, scappata da Kiev e dalla guerra. È bella, alta, bionda, magra, sempre sorridente. Ora vivono insieme ed io sono sinceramente contenta per lui.

È stato tutto sorprendentemente facile, ma soprattutto non ho avuto alcun dubbio su quella che avrei voluto essere restando sempre e comunque me stessa. Non Chloé, con la sua bellezza spaventosa, ma vuota, le risate forzate, il bisogno di essere guardata per esistere. Lei era un involucro splendido, ma dentro era fragile, dipendente, usa e getta.

In questi tre anni ho capito che per riuscire non sarebbe bastata la bellezza effimera, ma ci voleva qualcosa di più profondo, di più pericoloso: una fame interiore che non si saziava mai del tutto. Una capacità di prendere senza chiedere scusa, di assorbire il desiderio altrui e trasformarlo in potere. Una freddezza calcolata sotto la pelle calda, un’intelligenza emotiva affilata come un coltello. Sapere quando sorridere, quando tacere, quando lasciare che un uomo pensi di avermi conquistata e poi sparire prima che si accorga di essere stato usato. Non è cinismo, è sopravvivenza evoluta, è crescita, è potere femminile.

Sono diventata una predatrice elegante, vestita di seta e diamanti, che sceglie la preda invece di subire la caccia. Dior abbaia, segno che qualcuno sta arrivando. Il campanello suona. Finisco di mettere il rossetto, premo le labbra su un fazzoletto di carta per toglierne il lucido e compattarlo. Mi alzo, la vestaglia nera di seta leggerissima mi scivola addosso come acqua, la scollatura profonda, sensuale, le gambe lunghe, i piedi curati nelle Louboutin.

Lui è un nuovo “conoscente” incontrato a una cena di beneficenza oppure ad un vernissage, non ricordo bene. È bello, alto, magro e soprattutto benestante. Si chiama Claudio, si occupa di finanza ed ha una villa sul lago di Como. Mi scrive da una settimana, che è pazzo di me e muore dalla voglia di incontrarmi… L’ho fatto un po’ penare ed oggi è la prima volta che lo incontro da soli. Non so se durerà un giorno, un mese, un anno o tutta la vita. Non mi importa. So solo che aprirò la porta con il mio sorriso migliore, quello che promette tutto e non garantisce niente, e che, qualunque cosa accada dopo, uscirò da questa storia più forte, più intatta di prima e sicuramente più ricca. Perché ormai non sono più una donna che aspetta di essere desiderata. Sono una donna che decide chi merita di desiderarmi. E il destino, stavolta, non ha un nome di un uomo. Si chiama semplicemente Maddalena.






Questo racconto è opera di pura fantasia.
Nomi, personaggi e luoghi sono frutto
dell’immaginazione dell’autore e
qualsiasi somiglianza con
fatti, scenari e persone è del tutto casuale.

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