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RACCONTO

Adamo Bencivenga
La cassiera della SMA
Bella o brutta che sia,
questa è la mia storia ed è per questo che la
racconto. Mi chiamo Maddalena. Al tempo avevo
ventisette anni ed ero sposata con Adriano da sette
mesi. Cerimonia scarna in comune, abito color crema
comprato in saldo. Insomma, tutto al risparmio
compresi i pochi invitati...

Bella o brutta che sia,
questa è la mia storia ed è per questo che la racconto.
Mi chiamo Maddalena. Al tempo avevo ventisette anni ed
ero sposata con Adriano da sette mesi. Cerimonia scarna
in comune, abito color crema comprato in saldo, fiori
presi al mercato perché costavano meno. Insomma, tutto
al risparmio compresi i pochi invitati.
Adriano
era ed è ancora un ragazzo d’oro. Buono e semplice come
il pane, in un modo che a volte mi faceva quasi male.
Laurea in lettere mai usata, turni da cameriere a
gettone che cambiavano ogni sera: un ristorante
giapponese il giovedì, una trattoria toscana il sabato e
quando la fortuna lo assisteva un matrimonio la domenica
pomeriggio. Tornava a casa alle due, tre di notte, con
l’odore di fritto e di stanchezza. Mi baciava la fronte,
si faceva la doccia e crollava. Io lo amavo lo stesso,
lo amavo davvero. Ma non era questo il punto…
Io
mi davo da fare facendo la cassiera al supermercato SMA,
turni dalle 7 alle 14 o dalle 14 alle 21 a seconda della
settimana, compresa la domenica. Non era un lavoro da
sogno, ma era un lavoro stabile con la tredicesima e i
buoni pasto da 8 euro che usavo per il pranzo al bar
sotto casa. Quando facevo il turno di mattina mi alzavo
alle 5:30, Adriano dormiva ancora quando uscivo, lo
baciavo sulla fronte e via.
Vivevamo in una casa
in affitto al terzo piano di una palazzina popolare,
dall’intonaco beige-rosato sbiadito costruita alla fine
degli anni '70, una di quelle tipiche dell'edilizia
residenziale pubblica con il portone di alluminio
anodizzato e i citofoni con i pulsanti consumati. Non
era brutta, non era sporca. Era solo piccola, normale,
economica, vissuta. La casa di due persone che tiravano
avanti con stipendi modesti, che mettevano da parte per
le bollette e che ogni tanto sognavano di fare un
viaggio o comprare il televisore nuovo da 50 pollici.
Dicevo il punto non era tutto questo, il punto
era Sergio. Il fratello di Adriano che aveva trentatré
anni, sei più di mio marito. Stessa madre, ma padri
diversi. Era un bell’uomo sempre abbronzato con la
faccia da annunci di profumi costosi: zigomi alti, occhi
verdi che sembravano finti, un sorriso accattivante che
prometteva solo guai ogni volta che apriva bocca. Diceva
di fare il fotografo, ma quando gli chiedevo del suo
lavoro rispondeva sempre con una risata e cambiava
discorso. Guidava una BMW nera serie 3 che profumava
ancora di concessionaria, portava al polso un Rolex,
indossava camicie di lino aperte sul petto anche a
novembre.
Aveva una ragazza francese, lei si
chiamava Chloé. Alta, magra, zigomi alti da modella e
labbra rifatte. Lavorava come comparsa in qualche
fiction RAI e faceva reel su Instagram con filtri
impresentabili. Vivevano insieme da due anni in un
meraviglioso attico con terrazzo che guardava il Po. Non
sapevo come facessero a pagare l’affitto. Non volevo
saperlo. Dal giorno che ci eravamo conosciuti,
nonostante avesse quella ragazza provocante al suo
fianco, Sergio mi aveva sempre guardata come se fossi
una preda e quelle attenzioni le sentivo come un vero
fastidio fisico. Mi parlava all’orecchio come se tra noi
ci fosse già una confidenza consolidata, mi sfiorava la
schiena, mi stringeva il braccio anche davanti a mio
marito e alla sua compagna. Poi ha iniziato a mandarmi
messaggi che sembravano innocenti, ma in realtà avevano
un fine ben preciso: “Hai messo quel vestito rosso per
farmi impazzire, vero?” Oppure: “Sei un tesoro prezioso,
se fossi mio fratello ti terrei chiusa in uno scrigno.”
All’inizio li cancellavo senza rispondere. Poi
ho iniziato a leggerli due volte prima di cancellarli.
Poi ho smesso di cancellarli. Al primo Natale mi ha
regalato una collana. Non una collanina. Una collana
vera con un pendente di diamanti a forma di goccia con
tanto di certificato e scatola di velluto blu notte.
Imbarazzatissima, l’ho guardata per venti minuti buoni
prima di chiuderla di nuovo nella scatola. Poi l’ho
nascosta dentro una vecchia borsa da palestra, sotto le
scarpe da ginnastica che non usavo più. Non l’ho mai
detto ad Adriano! Non perché avessi paura della sua
reazione, ma perché sapevo cosa avrebbe detto: “È fatto
così, lascialo stare, sai com’è Sergio. Lui è sensibile
al fascino femminile, vuole essere nel cuore e tra le
cosce di ogni donna, cerca solo gratificazione e si
comporta così con tutte…” Ma io non ero tutte, lo
sentivo, da come mi guardava, da come cercava in ogni
occasione di farmi credere che se avessi ceduto la mia
vita sarebbe cambiata.
******
Una
sera di inizio gennaio, con il freddo umido di Torino
che si infilava sotto il cappotto, mentre uscivo dal
supermercato alle 21:05, dopo il turno pomeridiano, l’ho
visto sotto il mio portone, appoggiato alla sua BMW.
Indossava un cappotto di cachemire nero aperto, i
capelli un po' spettinati ad arte con quell’espressione
beffarda da bel tenebroso.
Portavo ancora la
divisa della SMA addosso sotto il piumino aperto e la
borsa di tela con il logo del supermercato, lui mi ha
guardata da capo a piedi, poi ha scosso la testa come
per dirmi che ero sbagliata. “Maddalena... come fai a
vivere in queste condizioni?” Ha fatto una pausa
fissandomi negli occhi. “La tua bellezza... ha bisogno
di essere valorizzata! Tu hai bisogno d'altro.” Poi si è
voltato indicando con un cenno vago la palazzina alle
mie spalle: i balconi con i panni stesi e le ringhiere
arrugginite, la miriade di parabole per la tv
satellitare e i citofoni sporchi con i nomi mezzi
cancellati. “Tu meriti una palazzina immersa nel verde
con vista sul fiume, cene in posti dove non guardano il
conto, borse firmate e vestiti che non si comprano a
saldo. Meriti qualcuno che ti tratti da regina.” Sempre
con le mani in tasca, si è avvicinato. Il suo profumo
costoso mi ha avvolta. Istintivamente ho fatto un passo
indietro e ho detto: “Io sto bene così.” E lui
sorridendo: “Non ci credo. Dimmi che quando passi i
codici a barre sempre uguali, sempre gli stessi, qualche
volta ci pensi a una vita diversa. Non so, svegliarti a
mezzogiorno tra le lenzuola di seta ed essere desiderata
come donna, non solo amata per abitudine.”
Certo
che ci pensavo! Prima o poi io e Adriano ce l’avremmo
fatta, ma in quel momento lui mi stava mettendo di
fronte una realtà che non volevo vedere. Avrei voluto
girarmi e salire le scale, guardarlo con disgusto e
lasciarlo lì, ma restai ferma su quel marciapiede
crepato. Lui sorrise, quel sorriso da diavolo con la
faccia d'angelo. “Lo so che ci pensi. Lo vedo nei tuoi
occhi ogni volta che guardi Chloé.”
Ha allungato
la mano, sfiorandomi la manica del piumino: “Ok, ok,
quando ti stancherai di fingere che ti basta, sai dove
trovarmi.” Poi ha aperto la sua bella macchina ed è
salito: “Lo sportello posteriore è sempre aperto per te,
ti farei viaggiare come una regina.” Ha acceso i fari e
il rombo potente della sua BMW è scivolato nel buio
lasciandomi lì su quel marciapiede con le chiavi strette
in mano e il respiro corto. Rientrata in casa ho
chiuso la porta a chiave con due mandate, ma per la
prima volta ho sentito che non sarebbero servite a
tenere fuori quel veleno che Sergio aveva appena versato
nel mio sangue. Adriano non era ancora tornato, mi sono
guardata intorno, i piatti sporchi della sera precedente
ancora dentro il lavabo, la biancheria ammucchiata su
una sedia ancora da stirare, tutto sapeva di incuria e
di vita che forse non sarebbe mai cambiata. Già non
potevo accontentarmi, ma a che prezzo?
******
Una domenica di fine gennaio Sergio ci ha invitati a
cena in un locale di lusso sul lungofiume per
festeggiare il compleanno di Chloé. Faceva un freddo
umido che ti entrava nelle ossa, ma dentro l’aria era
piacevole con le luci calde e basse, e il menu senza
prezzi scritti accanto alle portate. Si chiamava
“Lumina”, un ristorante fusion francese-italiano, con le
vetrate ampie a tutta altezza che davano sul fiume.
Sergio aveva prenotato il tavolo d’angolo, quello con la
vista migliore.
“Per il compleanno della mia
musa!” Aveva detto al telefono a suo fratello. Chloé era
già su di giri quando siamo arrivati. Abito nero
cortissimo di velluto, scollatura profonda e tacchi
vertiginosi. Capelli biondo platino sciolti sulle
spalle, trucco pesante sugli occhi che le davano un’aria
da gatta strafatta. Rideva per ogni cosa, troppo forte,
troppo a lungo, e ogni tanto si passava le dita tra i
capelli come se stesse posando per un servizio di moda.
Sergio la guardava quasi seccato. Non era gelosia, era
fastidio puro. Guardava lei e guardava me. Io
indossavo un vestito semplice, nero comprato da H&M,
niente gioielli se non gli orecchini d’argento che mi
aveva regalato Adriano per il nostro anniversario di sei
mesi. Niente di che rispetto a Chloé. Eppure, sotto
quello sguardo, mi sentivo desiderata.
La cena
scorreva tra ostriche, tartare di tonno, risotto allo
zafferano e bottiglie di vino bianco che costavano
ognuna più del mio stipendio mensile. Chloé parlava a
raffica di un provino per una fiction RAI, di un regista
che le aveva fatto una corte insistente promettendole
una parte “importante”. Adriano ascoltava educato,
annuiva, faceva domande gentili. Io sorridevo quando
toccava a me, ma l’aria si era fatta densa, quasi
irrespirabile. Il profumo di Chloé mi dava la nausea,
quella risata stridula mi graffiava i nervi come una
lama trascinata sul marmo. Mi sono alzata per fumare una
sigaretta e sono uscita in terrazza. Il Po scorreva nero
e lento, le luci della città si riflettevano sull’acqua.
Pensavo a Chloé, certo sì lei viveva nel lusso, ma io
non sarei mai stata un’oca giuliva! Quando ho acceso la
sigaretta ho sentito dietro di me i passi Sergio. Senza
cappotto, solo la camicia bianca con le maniche
arrotolate, il Rolex che brillava al polso. Non ha detto
nulla per un minuto buono, poi come fosse la coda dei
suoi pensieri ha sussurrato: “Mi capisci vero?”
Beh, sì certo lo capivo. Capivo che Chloé era bellissima
in un modo spaventoso: zigomi perfetti, labbra piene,
corpo da copertina patinata. Ma vuota. Un involucro
splendido con dentro niente che durasse più di un
secondo fuori le loro lenzuola di seta. E Sergio la
usava come biglietto da visita: la
modella-stronza-francese che apriva le porte nel “mondo
del cinema”, che faceva colpo sui produttori, che
guadagna extra e giustificava il loro tenore di vita.
Sergio ha voltato la testa verso di me,
poggiando le mani sulla ringhiera accanto alle mie. Il
fiume illuminava metà del suo viso, l’altra metà restava
in ombra. “Senza Chloé sarei ancora a fare ritratti di
battesimi in provincia… è grazie a lei che riesco a
lavorare nel mondo del cinema... Lei riesce ad aprire
ogni porta…” Lo aveva detto così, senza vergogna, come
se fosse la cosa più naturale del mondo. Una confessione
buttata lì, che io già sapevo da Adriano.
Ha
sorriso e avvicinando la mano ha detto: “Ma tu… sei
diversa. Tu non hai bisogno di fingere. Tu sei vera
anche quando passi i codici a barre. E questo mi fa
impazzire.” Il suo sguardo mi scavava dentro. “Ogni
volta che ti vedo con quel grembiule della SMA, penso:
“Cazzo, Maddalena, tu potresti avere tutto, molto di più
di Chloé. E invece stai lì a sorridere per 1.000 euro al
mese.”
Ho sentito la sua mano sopra la mia.
“Lascia che ti faccia vedere com’è il resto del mondo e
quello che potresti desiderare. Non ti chiedo niente di
più. Solo… fidati di me.” Il cuore mi batteva così forte
che pensavo lo sentisse anche lui. Dietro la vetrata,
Chloé stava ridendo di nuovo. Adriano la guardava
paziente, come sempre. Io ho spento la sigaretta a metà.
Non ho detto nulla, ma non riuscivo ad andarmene,
qualcosa mi tratteneva lì. Lui se ne è accorto ed ha
accostato le sue labbra alle mie. Non era un bacio da
ubriaco, ma un bacio vero, di una persona che sapeva
esattamente cosa stesse facendo. Sapeva di ostriche e
vino buono, ed io non lo l’ho spinto via subito. Non so
quanto è durato, forse solo pochi secondi, ma per me è
stato lungo più di un’eternità.
“Devo
rientrare…” Ho detto con la voce rauca e la sorpresa di
non averlo allontanato. “Dimmi che ci penserai…” Non ho
risposto e siamo rientrati. Mi sono seduta al tavolo, ho
ripreso il bicchiere, facendo finta di ascoltare Chloé
che raccontava dell’ultima volta che aveva incontrato un
regista famoso in un privé. Ma dentro di me c’era solo
quella frase che girava come un disco rotto. “Tu sei
diversa!” In quel momento mi chiedevo cosa gli avrei
potuto offrire di più di lei. No, non lo sapevo ancora.
Ma una parte di me, quella più sporca, stava già
iniziando a immaginarlo.
******
Da quella
sera sul terrazzo del Lumina, qualcosa dentro di me si è
incrinato. Non si è rotto di colpo, no. È stata una
crepa sottile, quasi invisibile, che si allargava un
millimetro alla volta, ogni giorno. I messaggi di Sergio
arrivavano come gocce su una vetrata: lenti, insistenti,
inevitabili. Sempre dopo la mezzanotte, quando sapeva
che Adriano era al lavoro. “Dimmi solo di sì una volta,
Maddi. Una volta sola. Dammi un’occasione, dopo se non
vuoi, ti lascio in pace, giuro.” Oppure: “Stasera ho
chiuso un contratto grosso. Potrei portarti a Parigi
domani. Solo noi due. Immagina: colazione con croissant
veri, non quelli surgelati della SMA. Tu con un
impermeabile beige, le calze nere, il tacco alto e un
cappello a cloche… io che ti guardo e penso: finalmente
insieme.” O ancora, più crudi: “Non riesco a dormire
pensando a come sarebbe averti qui nel mio letto. Giuro
non sarebbe come l’amore che fai con Adriano. Sarebbe
sesso e passione, niente dolcezza, ti prenderei come
merita una femmina come te: forte, senza chiedere
permesso, fino a farti dimenticare il tuo nome.”
Li leggevo tutti. Li rileggevo. Li divoravo. Li digerivo
con l’anima e i sensi. Poi mettevo il telefono a faccia
in giù, mi giravo verso il muro, stringevo le lenzuola
come se potessero tenermi ancorata. Ma non lo bloccavo…
Ad Adriano non dicevo niente. Come potevo? Dirgli:
“Tuo fratello mi scrive che vuole scoparmi e io ogni
tanto ci penso?” Gli avrei spezzato il cuore. E forse
anche il mio, perché una parte di me voleva ancora
credere che fossimo felici così, con i nostri turni
sfalsati, le cene surgelate, i sabati sera a guardare
Netflix sul divano. Ma l’altra parte, quella piccola,
sporca, nascosta sotto strati di buon senso e sensi di
colpa, cominciava a fantasticare.
Mi immaginavo
diversa. Non più la Maddalena con i capelli legati con
la coda, mi vedevo come Chloé, anzi meglio. Non vuota
come lei. Piena, magnetica, intoccabile. Immaginavo i
capelli sciolti sulle spalle, un rossetto rosso scuro
che lasciava impronte sui bicchieri di champagne, un
abito nero aderente che seguiva ogni mia curva. Scarpe
con i tacchi alti che si distinguevano sul marmo venato
di un hotel a cinque stelle. Occhiali scuri anche di
sera, perché una donna così sensuale non ha bisogno di
spiegare niente a nessuno...
Perché io sarei
stata diversa da Chloé. Sarei stata unica, meravigliosa,
che non rideva per catturare l’attenzione, ma una donna
che faceva girare la testa a Sergio e poi lo lasciava
lì, con il fiato corto, a implorare per un altro
sguardo. E più ci pensavo, più il desiderio si faceva
strada. Non era sentimento, non era nemmeno lussuria
pura, di quelle che ti fanno tremare le gambe. Era
curiosità velenosa. Era il bisogno di sapere come ci si
sente a essere desiderata senza filtri, come ci si sente
quando un uomo perde il controllo per te, come ci si
sente a dire sì una volta sola e poi aspettare, rendersi
conto quale sia davvero il tuo posto nel mondo. Valevo
tutto ciò o era solo quell’attenzione spasmodica di
Sergio che mi destabilizzava?
Ogni notte la
crepa si allargava, ogni volta che leggevo quei messaggi
cedevo un pezzetto di me. Lo sapevo. Cominciavo a
guardarmi allo specchio più a lungo. La mattina, prima
di infilarmi la divisa verde della SMA, mi fermavo
davanti allo specchio in mutandine e reggiseno, giravo
il viso di profilo, lasciavo i capelli sciolti per un
attimo, immaginavo un profumo costoso sulla mia pelle,
un trucco più pesante. Toccavo il mio seno sentendo i
brividi propagarsi per tutto il corpo che Adriano
accarezzava con dolcezza infinita, ma che in quel
momento cominciava a sembrarmi sprecato. Lei sue mani
erano troppo morbide, troppo normali, io invece
desideravo altro, sapere come avrebbe reagito quel corpo
se qualcuno lo avesse reclamato con violenza, con fame,
e lo avesse baciato e se ne fosse saziato, come se fosse
stato l’ultima cosa rimasta al mondo.
Rimanevo
lì davanti allo specchio, guardavo l’orologio, pochi
minuti prima dell’inizio del turno, ma il respiro si
accorciava. le dita scivolavano lente lungo la curva del
seno, quasi per caso, poi si fermavano sul capezzolo già
teso, lo sfioravano con la punta dell’unghia. Un piccolo
spasmo elettrico partiva da lì, poi scendeva dritto e si
allargava allo stomaco come acqua calda versata sulla
pelle fredda, ma non erano farfalle, non era emozione,
era passione pura. E allora chiudevo gli occhi,
immaginavo mani diverse, mani che non chiedevano
permesso, dita che stringevano invece di accarezzare,
palmi ruvidi che premevano i fianchi contro il bordo del
lavandino fino a lasciare segni rossi. Un respiro
pesante sul collo, denti che mordevano fino a far male,
fino a farmi inarcare la schiena senza che io potessi
decidere quando smettere. Ed io stringevo le cosce
istintivamente, sentivo la pressione, un pulsare sordo
che cresceva a ogni immagine che mi attraversava la
testa. Le mutandine di cotone cominciavano a sembrarmi
strette, fastidiose, troppo innocenti!
Come
rapita da una forza superiore portavo la mano più in
basso, le dita sfioravano il bordo dell’elastico, la
stoffa era umida, calda, appiccicosa fino a quando mi
mordevo il labbro inferiore per non gemere ad alta voce.
Bastava poco. Solo il pensiero di essere usata, di
essere desiderata fino al punto di non ritorno, da
qualcuno che mi avrebbe spalancato le gambe senza troppe
parole e avrebbe affondato senza dolcezza, senza grazia.
Il clitoride era gonfio, sensibilissimo. Lo sfioravo
appena e il calore esplodeva subito: un’onda che partiva
dal basso ventre e saliva fino alla gola, e un fiotto
caldo bagnava le cosce. Non era un orgasmo completo, ma
la prova liquida che il mio corpo aveva già scelto da
che parte stare. Scivolava giù, tiepido, lungo la pelle,
fino quasi al ginocchio, lasciando una traccia lucida
che rifletteva la luce fioca del bagno.
Aprivo
gli occhi e nello specchio c’ero ancora io, in mutandine
e reggiseno da pochi euro, capelli spettinati, guance
arrossate, pupille dilatate. Ma per un attimo non mi
riconoscevo respiravo profondamente e con le mani ancora
bagnate del mio stesso desiderio, iniziavo a infilarmi
la divisa della SMA, come se niente fosse successo. Ma
dentro, qualcosa si era rotto. O forse si era aperto.
******
Sono andata avanti così per
giorni, divisa in due: da una parte la cassiera
impeccabile del supermercato e dall’altra quel tumulto
interiore che non si spegneva mai, che si riaccendeva
ogni volta che restavo sola con me stessa. Avrei voluto
che Adriano se ne accorgesse, che alzasse gli occhi dal
piatto e mi vedesse davvero. Avrei voluto che mi
chiedesse “Che c’è?”, che insistesse, che mi guardasse
come se fossi ancora un mistero da risolvere invece di
una routine piatta e noiosa. Invece niente. Continuava a
parlarmi del suo lavoro, delle vacanze che non avremmo
mai fatto, dei nostri progetti che non si sarebbero mai
realizzati. E la sera, o nei pomeriggi rubati tra un
turno e l’altro, facevamo l’amore. O meglio, lui
poverino mi scopava, ma in modo impalpabile, come se
fosse un gesto di cortesia con quei baci leggeri, le
mani che scivolavano senza pressione e le penetrazioni
gentili, prevedibili. Veniva dentro di me con un sospiro
soddisfatto, poi si girava e si addormentava in due
minuti, lasciandomi lì con il corpo ancora acceso,
umido, insoddisfatto.
Io restavo sveglia.
Sdraiata al buio, con le lenzuola appiccicate alla
pelle, sentivo il suo respiro regolare accanto a me e
pensavo ad altre mani che non erano le sue, ad altri
sessi che m’inchiodavano al materasso, che mi avrebbe
scopata con una fame che non chiedeva scusa. Qualcuno
che mi avrebbe fatto male quel tanto che bastava a farmi
sentire viva, desiderata fino all’osso. Il pensiero mi
bagnava di nuovo, piano, tra le cosce già sensibili. Mi
bastava stringere le gambe l’una contro l’altra per
riaccendere quel calore traditore. E allora portavo la
mano sotto le mutandine, non per masturbarmi, ma per
guardare il soffitto e immaginarmi in una suite dove gli
uomini tanti facevano la fila e aspettavano impazienti
il loro turno per avermi.
Immaginavo una donna
annegata nel piacere senza limiti, senza vergogna, senza
sensi di colpa, senza dover nascondere i propri gemiti,
che galleggiava nel lusso sfrenato, come se il mondo
fosse stato creato apposta per cullarla, che beveva
champagne come se fosse acqua, un sorso dopo l’altro,
ridendo piano mentre la luce fuori tingeva d’oro il suo
corpo disteso sui cuscini enormi. Niente turni, niente
fretta solo il tintinnio dei cristalli e un amante che
la reclamava nuda solo con un filo di perle.
******
Quel confine tra realtà e sogno si faceva
sempre più sfumato, eppure paradossalmente sempre più
netto finché una sera, alle 9:37, ho sentito il telefono
vibrare. Era un vocale di Sergio: “Maddi… sto guidando
verso casa tua. Sono solo. Chloé è a Milano per un
servizio fotografico... Vabbè dai, hai capito… E io
penso a te. A come saresti se ti lasciassi andare. Dimmi
di sì. Una volta, cazzo. Ti giuro che dopo ti lascio
respirare. Ma ho bisogno di sentirti dire sì.”
Adriano era al lavoro, un matrimonio in collina, non
sarebbe tornato prima delle quattro di mattina. Ho
premuto play tre volte. Ogni volta il cuore mi saliva in
gola, ma non mandavo niente. Poi ho scritto: “Ok.” Poi
ho cancellato. Ho scritto di nuovo: “Quando?” E ho
cancellato ancora.
Sono andata in bagno, mi sono
guardata allo specchio: non ero più la cassiera della
SMA. C’era qualcos’altro. Qualcosa che si stava
avvicinando pericolosamente. E più mi avvicinavo, più mi
spaventavo, ma sapevo che era arrivato il momento: “Se
avessi detto sì una volta sola, non sarei più stata la
stessa. E forse era proprio quello che volevo!”
Ho ripreso il telefono con le mani che tremavano e
scottavano come se avessi la febbre. Lo schermo era
ancora illuminato dall’ultimo messaggio di Sergio:
“Dimmi solo di sì una volta, Maddi. Una volta sola.” Ho
fissato quelle parole per un secondo eterno. Poi, senza
pensarci ho digitato: “Ok, non salire in casa, scendo
io…” Il cuore mi è esploso nel petto come un petardo.
Lui ha risposto quasi subito, tre puntini che ballavano,
poi: “Scendi tra dieci minuti.”
Dieci minuti.
Dieci fottuti minuti per trasformarmi da cassiera
esausta in qualcosa che potesse reggere il suo sguardo.
Le gambe molli, il panico che mi prendeva la gola, una
morsa fredda e stretta. Mi sono guardata. Portavo i
pantaloni grigi della tuta, la felpa oversize, i capelli
raccolti in una coda disordinata con l’elastico nero, il
viso senza trucco, le occhiaie, le labbra screpolate.
Non ero Chloé, ma non ero neanche vicina a quella
versione di me che mi ero immaginata nelle notti
insonni: magnetica e seducente. Ero solo Maddalena,
la commessa del supermercato a fine turno. Il panico è
diventato terrore puro. Mi sono strappata la felpa dalla
testa, sono andata in camera, ho aperto l’armadio come
una furia. Le mani tremavano mentre spostavo le grucce
tra maglioni di lana, jeans sbiaditi, il vestito nero
dei saldi che avevo messo alla cena di compleanno di
Chloé. Troppo semplice. Troppo normale. Troppo cassiera.
Poi l’ho visto! Era un vestito che avevo comprato
due anni prima per un matrimonio di un’amica, mai più
messo. Rosso scuro aderente con la scollatura a cuore
profonda, tessuto morbido che mi modellava i fianchi e
si stringeva fino al ginocchio. Me lo sono infilato di
corsa. Il rosso mi accendeva la pelle, faceva risaltare
gli occhi castani. Ho sciolto i capelli, ho messo il
rossetto, ho spruzzato il mio profumo sul collo, sul
décolleté. Odoravo come una adolescente al primo
appuntamento! E nel frattempo guardavo l’ora sul
telefono: sette minuti passati. Tre rimasti. Di corsa ho
infilato le autoreggenti nere, niente di che, ma non
avevo altro. Mi sono guardata di nuovo, non ero Chloé,
ma neanche una modella strafatta che rideva troppo
forte. Ero Maddalena, 27 anni, cassiera alla SMA,
sposata da sette mesi con un uomo buono che non meritava
questo.
Ma nei miei occhi c’era qualcosa di
nuovo. Qualcosa di vero. Di vivo. Ho preso il cappotto
me lo sono buttato sulle spalle senza abbottonarlo. Ho
infilato il telefono in tasca, le chiavi, niente borsa.
Non serviva. Ho spento la luce dell’ingresso. Ho aperto
la porta piano, come se il rumore potesse svegliare
Adriano che non c’era, o i vicini, o i miei stessi sensi
di colpa. I tacchi alti su quelle scale. Ogni gradino
sembrava un conto alla rovescia. Al piano terra,
attraverso il vetro smerigliato del portone, ho visto la
BMW nera parcheggiata sotto il lampione. Fari spenti. Ho
respirato profondo. Il panico non se n’era andato.
Sergio era lì, era lì cazzo, presente come un peccato,
disponibile come una droga.
Tremavo, ma sotto
quel panico c’era altro. Tra le mie gambe un calore
basso, traditore, osceno, che saliva e scendeva piano,
caldo, sleale, bollente. Non erano farfalle, ma qualcosa
di perverso e umido, qualcosa che non conoscevo, ma ne
ero maledettamente attratta. Ho appoggiato la mano
sulla maniglia del portone. Ho pensato: “Posso ancora
tornare indietro. Posso risalire, togliermi questo
vestito, le autoreggenti, il tacco alto, infilarmi la
tuta, fingere che non sia successo niente, che non ci
abbia nemmeno pensato!” Poi ho pensato che la mia
curiosità non si sarebbe fermata lì e per quante volte
ancora avrei combattuto. Ho pensato ad Adriano, ho
pensato a lui, a suo fratello, che aspettava là fuori,
con quel sorriso da diavolo. E ho aperto la porta.
L’aria fredda di febbraio mi ha schiaffeggiato il viso.
Ho fatto un passo fuori. E un altro. Verso la macchina.
Verso di lui. Verso quello che, lo sapevo già, avrebbe
cambiato tutto.
Altri passi sul marciapiede
crepato, sentivo il rumore delle décolleté nere, come se
la città intera mi stesse giudicando. La BMW era lì,
nera e lucida sotto il lampione, il motore acceso al
minimo, un ronzio continuo che vibrava nell’aria gelida.
Lui era seduto al posto di guida, gomito sul finestrino
abbassato, sigaretta tra le dita. Sguardo fisso nel
vuoto, non mi guardava, non diceva nulla, ha aspettato
che fossi io a fare l’ultimo passo. Che fossi io a
scegliere di aprire lo sportello. L’ho fatto!
Mi
sono chinata, il cappotto si è aperto lasciando
intravedere il rosso del vestito. Sono scivolata sul
sedile ed ho chiuso la portiera con un tonfo sordo.
Dentro l’auto sapeva di cuoio nuovo, di lui, di fumo,
del suo profumo costoso, legno, spezie e di
qualcos’altro, indefinito, che mi ha stretto lo stomaco.
Non ho detto niente. Nemmeno un ciao.
Sergio mi
ha guardata per un lungo secondo. Non ha sorriso. Non
c’era bisogno. Il suo sguardo diceva già tutto: sei qui.
Hai detto sì. Non c’è più ritorno. Ha ingranato la
marcia senza fretta e la macchina è partita silenziosa,
ha girato l’angolo della via, lasciando la palazzina
popolare alle spalle. Le luci arancioni dei lampioni
sono scivolate via dal finestrino, sostituite dal buio
più denso delle strade secondarie che portavano verso il
centro. Non ha acceso la radio. Non ha messo musica.
Nulla. Solo il rumore delle gomme sull’asfalto bagnato,
il mio respiro che cercava di non farsi sentire troppo
forte. Soltanto dopo un paio di minuti ha parlato: “Sei
bellissima stasera.” Non era un complimento. Era la sua
percezione, quello che desiderava. L’avrebbe detto anche
se avessi indossato la divisa della SMA. Era la sua
soddisfazione, il riconoscimento di una resa, che mi ero
preparata per lui, che avevo ceduto.
Ho guardato
fuori. Le strade scorrevano, vuote, illuminate dai fari.
Ho pensato ad Adriano che forse in quel momento stava
servendo il caffè a un tavolo di invitati. Ho pensato
alla casa che si stava raffreddando, al letto vuoto,
alla felpa buttata sul pavimento della camera. Ho
pensato che potessi ancora dire: “Ferma la macchina.
Riportami indietro.” Ma non l’ho detto. Sergio ha
allungato una mano verso di me, senza voltarsi. Le sue
dita hanno trovato il mio ginocchio, la calza
autoreggente, ma non ha stretto, ha solo posato il palmo
lì, caldo contro la stoffa, e ha lasciato che il calore
si propagasse. “Rilassati, Maddi. Non faremo niente che
tu non voglia…” Ma lo sapevamo entrambi che era una
bugia gentile. Perché io ero già salita. Ero già entrata
in quella macchina. Il resto era solo questione di
tempo.
Ha accelerato leggermente imboccando il
lungofiume. Le luci della città si riflettevano
sull’acqua, gialle come candele che si spegnevano una
dopo l’altra. Sergio guardava la strada con un occhio
solo e con l’altro guardava me. La mia resa silenziosa,
ineluttabile. La macchina continuava a scivolare nel
buio. Verso un posto che non conoscevo. Verso qualcosa
da cui non sarei tornata indietro. Ho chiuso gli occhi
per un attimo, solo un attimo, mentre la macchina si
infilava in una stradina laterale, verso uno di quegli
hotel che da fuori sembrano solo palazzi antichi con le
luci basse e discrete…
******
Quando li ho
riaperti, ero già lì dentro. Non ricordo esattamente i
dettagli: i lampadari di cristallo della hall, la faccia
del portiere di notte, l’ascensore di specchi che saliva
piano, il tappeto rosso sangue sotto i piedi, il
silenzio ovattato del corridoio al piano attico, la sua
mano stampata sul mio culo come per proteggerlo, come
per dire che era solo suo e di nessun altro. Non ricordo
nulla perché tutto si era come dissolto in una nebbia di
adrenalina e irrealtà. Sergio aveva aperto la porta
della suite con una chiave pesante dorata come fosse
quella di un castello. Io ero entrata come se stessi
varcando una soglia che non si poteva più richiudere.
Era una favola.
Una suite enorme, con vetrate a
tutta altezza che davano sul Po illuminato dalle luci
della città, il letto grande al centro della stanza su
una pedana leggermente rialzata, lenzuola di cotone
egiziano bianchissime, cuscini enormi, un plaid di
cachemire buttato con studiata noncuranza. Il
pavimento di parquet scuro, lucido come uno specchio
nero. Sul tavolino basso di marmo nero, un vassoio
d’argento: bottiglia di Krug nel secchiello con
ghiaccio, due calici alti e sottili, una ciotola di
fragole rosse come sangue e qualche petalo di rosa
sparso intorno. Non ero più io. Mi sentivo una
principessa rubata da un’altra vita, una donna che non
doveva preoccuparsi dei turni di lavoro, dei codici a
barre illeggibili, di bollette in scadenza, di un marito
che tornava stanco alle quattro del mattino.
In
quel momento ero preziosa, unica, intoccabile e al tempo
stesso desiderabile fino al dolore. Il vestito rosso mi
scivolava sulla pelle, i tacchi mi facevano sentire
alta, pericolosa. Mi ero tolta il cappotto all’ingresso,
l’avevo lasciato cadere sul divano di velluto senza
guardarlo, e ora ero lì, distesa sul letto, la schiena
appoggiata ai cuscini, le gambe leggermente piegate, il
tessuto del vestito che si era alzato quel tanto da
mostrare la curva della coscia. Sergio era in piedi
davanti al letto, ancora vestito di tutto punto. Camicia
bianca, cravatta nera che si stava sciogliendo
lentamente, con movimenti sicuri di chi già immaginava
cosa sarebbe successo. La tirava via centimetro dopo
centimetro, gli occhi fissi su di me, sulle mie gambe,
sul mio seno, su ciò che effettivamente ero, un oggetto
di piacere, una preda conquistata.
Non
sorrideva. Non c’era bisogno. Il suo sguardo era già
possesso, già fame, già promessa di tutto quello che
sarebbe successo. “Sei stupenda.” Ha detto piano, come
se parlasse a se stesso. Ha lasciato cadere la cravatta
sul pavimento. Si è slacciato il primo bottone della
camicia, poi il secondo. Io non mi muovevo. Respiravo
appena, il petto che saliva e scendeva piano, il cuore
che batteva così forte da farmi male alle tempie.
Volevo che mi guardasse ancora, che continuasse a
guardarmi come se fossi l’unica cosa al mondo degna di
attenzione. Volevo respirare quel lusso, quel
desiderio violento, quella sensazione di essere
desiderata non per chi ero, ma per quanto potevo essere
funzionale in quel posto, come tutti gli altri oggetti
di quella stanza.
Ha fatto un passo verso il
letto. Poi un altro. Si è seduto sul bordo, ha allungato
una mano, ha sfiorato la mia caviglia, poi è salito
piano lungo il polpaccio, la curva del ginocchio, la
coscia. Le sue dita erano calde, decise. “Lo sapevo
sai...” Ha mormorato, gli occhi nei miei. Non ho detto
nulla, ho spostato solo una gamba per lasciare più
spazio alla sua mano. Era tutto così inevitabile. Lo era
stato dal momento in cui avevo scritto “Ok” al telefono.
Dal momento in cui ero scesa ed avevo aperto la portiera
della BMW. Lui si è chinato su di me, il suo profumo mi
ha avvolto come una coperta pesante. Le sue labbra hanno
sfiorato il mio collo, poi la scollatura del vestito,
poi tutto il resto.
Ho chiuso gli occhi per
assaporare quel momento. Volevo tutto. Volevo
sentirmi viva in un modo che non conoscevo, ma a cui
sapevo di appartenere, se solo avessi voluto... Volevo
essere la donna che faceva perdere la testa, non a lui,
ma a un uomo come lui. Volevo essere preziosa,
desiderata, consumata. E in quel momento, con lo
champagne che aspettava sul vassoio, il fiume che
scorreva silenzioso tra le mie cosce, e il suo corpo che
si avvicinava piano piano al mio, ho capito che non
c’era più modo di tornare indietro.
Il letto era
immenso, un mare di lenzuola bianche che si increspavano
sotto i nostri corpi. Io ora nuda con il vestito rosso
buttato sul pavimento come un ricordo inutile. Sergio si
era tolto tutto tranne i boxer neri, e quando li ha
fatti scivolare giù ho visto quanto fosse già pronto,
duro, impaziente, maschio per me che non parlavo
francese, che non avevo mai fatto la modella, che non
seduceva registi, che non arrotondavo col benestare del
mio uomo, ma sicuramente non era vuota. Ormai non c’era
più spazio per ripensamenti o sensi di colpa. Solo il
fiume nero là fuori e noi due dentro.
Mi ha
preso per i fianchi, mi ha girata di schiena, mi ha
fatta inginocchiare sulle lenzuola. Le sue mani erano
ovunque: sul seno, sui capezzoli che pizzicava forte
facendomi sfuggire un gemito che non sapevo di avere
dentro, poi giù sulla pancia, tra le cosce. Mi ha aperto
le gambe con le ginocchia, mi ha sfiorata dove ero già
bagnata da morire, e ha riso piano contro il mio
orecchio. “Guarda come sei bagnata… sei una troia in
calore, lo sai?” Quelle parole mi hanno colpito come uno
schiaffo. Nessuno mi aveva mai parlato così. Adriano mi
diceva “Sei bellissima, amore, cucciola, ti amo…” Parole
dolci, pulite, sicure. Sergio invece usava parole
sporche, crude, che bruciavano, ma invece di offendermi,
mi facevano tremare di eccitazione. Il mio corpo
rispondeva prima della testa: un fiotto denso tra le
gambe, prima caldo e poi bollente, invitante come un
sagrato di una chiesa. I capezzoli si sono induriti
ancora di più, un gemito misto a parole che sono uscite
dalla gola senza permesso: “Sì sono la tua troia,
chiamami ancora così.”
Mi ha infilato due dita
dentro, piano, ma profondo, e ha cominciato a muoverle
mentre con l’altra mano mi teneva per i capelli,
tirandoli indietro quel tanto da costringermi a inarcare
la schiena. “Senti come sei stretta… cazzo, sei fatta
per essere scopata così. Non per quel cazzo di cameriere
che ti scopa con la luce spenta e ti chiede ogni secondo
se va bene, se ti fa male. Tu devi essere trattata
così.” Avrei voluto chiedergli come facesse a saperlo,
ma era vero e allora ho chiuso gli occhi, la vergogna e
il piacere che si mescolavano fino a diventare la stessa
cosa. Ogni sua parola era un colpo basso, ma mi faceva
sentire viva, femmina, desiderata in un modo animale,
primordiale. No, no, non ero più la cassiera della SMA,
non ero più la moglie brava e fedele. Ero una donna
vera. Una femmina. Una cosa da possedere, da usare, da
far gemere. Mi ha girata di nuovo, mi ha fatta sdraiare
sulla schiena, mi ha aperto le gambe e si è messo in
ginocchio tra le mie cosce. Mi ha guardata lì sotto, con
gli occhi che brillavano. “Guarda che figa che hai…
tutta gonfia, tutta bagnata per me. Dimmi che lo vuoi,
Maddi. Dimmi che lo desideri. Dimmelo!” La voce gli
usciva rauca, quasi un ringhio. Io ho annuito, ma lui ha
scosso la testa. “No. Dimmelo con le parole giuste.
Dimmelo sporco.” Non l’avevo mai fatto, ma il desiderio
era più forte della vergogna. “Voglio… voglio che me lo
metti dentro…” Ho sussurrato, la voce che tremava. Lui
ha sorriso, quel sorriso da diavolo. “Mi devi dire:
scopami!” Ho deglutito. Poi, con la voce che quasi non
usciva ho detto: “Scopami… forte, Sergio.” Lui ha spinto
dentro di me con un colpo secco, profondo, fino in
fondo.
Ho urlato, un suono che non riconoscevo,
misto a dolore e piacere. Lui si è fermato un
secondo, lasciando che mi abituassi, che mi rendessi
conto di quello che stavo facendo, poi ha iniziato a
muoversi, lento all’inizio, poi sempre più forte, più
veloce. “Così, brava… prendi tutto. Sei la mia
puttanella stasera. La mia troia da scopare fino a farti
venire urlando.” Ogni parola era un colpo in più. Mi
entrava dentro come il suo sesso, mi riempiva, mi faceva
sentire sporca e bellissima allo stesso tempo. Le sue
mani mi stringevano i fianchi, le unghie che lasciavano
segni rossi sulla pelle, la bocca che mi mordeva il
collo, i capezzoli, la spalla. Mi penetrava come se
volesse marchiarmi, come se volesse cancellare ogni
traccia di Adriano, di quella vita piccola e pulita. E
io… io venivo. Venivo forte, con ondate che mi facevano
inarcare la schiena, stringere le lenzuola, graffiare la
sua schiena. Venivo sentendomi femmina, vera, libera,
desiderata in modo violento e senza pietà.
Ogni
volta che mi chiamava “troia”, “puttana”, “mia”, il
piacere saliva di un altro livello, come se quelle
parole sbloccassero qualcosa di profondo, qualcosa che
avevo sempre tenuto chiuso. “Vieni per me. Ora. Liberati
del passato, pensa al tuo futuro. Vieni cazzo!” Ed io
l’ho fatto. Ho urlato il suo nome, la gola secca, ho
tremato, ho pianto quasi, mentre il piacere mi squassava
tutta. Lui ha continuato, sempre più forte, fino a
quando non è venuto dentro di me con un grugnito basso,
profondo, tenendomi stretta per i fianchi come se non
volesse lasciarmi andare mai più.
******
Poi silenzio. Solo i nostri respiri affannati, il
cuore che martellava, il sudore che ci incollava la
pelle. Si è sdraiato accanto a me, mi ha tirata contro
di sé, una mano possessiva sul mio seno. “Hai visto?” Ha
mormorato nei miei capelli. “Questa sei tu.” Non ho
risposto. In quella suite, per una notte sola, ero stata
una donna vera. Femmina. Preziosa. E una parte di me
sapeva già che non avrei mai più potuto fingere di non
saperlo. Dopo l’orgasmo, il mondo si era fermato per un
secondo lunghissimo. Il corpo era ancora scosso da
piccoli tremori residui, come se le onde continuassero a
lambire la riva anche dopo che la tempesta era passata.
Ero sdraiata di schiena, le lenzuola appiccicate
alla pelle sudata, il petto che saliva e scendeva troppo
in fretta, il respiro che usciva a scatti. Sergio era
accanto a me, non parlavamo. Non c’era bisogno. Sentivo
una pace strana, quasi irreale. Una quiete profonda,
come se tutto il rumore che avevo dentro da mesi si
fosse dissolto in quel momento esatto. Per la prima
volta da tanto tempo non pensavo a niente. Solo al
calore del suo corpo contro il mio, al battito del suo
cuore che piano piano rallentava insieme al mio, al
profumo di sesso che riempiva la stanza. Poi, piano
piano, è arrivata la tenerezza.
Non quella dolce
e pulita che provavo con Adriano dopo aver fatto
l’amore, quella era affetto, gratitudine, routine calda
e familiare. Questa era diversa. Era una tenerezza quasi
dolorosa. Non era amore. Era qualcos’altro. Era la
consapevolezza di essere qualcosa di diverso, di essere
femmina fino in fondo, senza filtri, senza dover essere
“brava”, “dolce” e “giusta”. E quella consapevolezza
mi ha fatto venire le lacrime agli occhi, che sono
scivolate silenziose sulle tempie. Poi è arrivata la
paura. Non quella del “cosa avevo fatto?”, quella
sarebbe arrivata dopo, quando sarei tornata a casa. Era
qualcosa di più intimo, paura di non riuscire più a
tornare indietro. Paura che quel vuoto, che in quel
momento desideravo che Sergio lo riempisse ancora,
sarebbe rimasto per sempre. Paura che ogni volta che
Adriano mi avrebbe toccata con dolcezza, avrei pensato a
Sergio o a chi per lui mi avesse scopata con violenza,
che mi avesse chiamata troia e puttana e che quelle
parole fossero più intese e coinvolgenti di un qualsiasi
“ti amo” sussurrato.
Mentre fissavo il soffitto
della suite, i calici, lo champagne, quel lusso che
pensavo mi appartenesse, ho avvertito un senso di colpa,
lento, viscoso, come melassa che cola piano. Ma era
strano, quasi perverso, eccitante. Come se una parte di
me sapeva che lo avrebbe rifatto. Sapeva che quella
notte non era stata solo sesso. Era stata una
rivelazione. Avevo scoperto che potevo essere un’altra
cosa, oltre alla cassiera gentile e alla moglie fedele
potevo essere selvaggia, sporca, insaziabile. E quel
sapere mi terrorizzava e mi elettrizzava, mi faceva
sentire che il futuro era a portata di mano. Sergio
ha mormorato qualcosa, mi ha tirata più vicina. Io ho
chiuso gli occhi, ho lasciato che la sua mano mi
stringesse forte tra le cosce come un segno
d’appartenenza. E in quel limbo tra pace, tenerezza,
paura e colpa, ho capito una cosa con chiarezza
assoluta. Quella notte non era finita, non sarebbe
finita lì. Era solo l’inizio di qualcosa che non sapevo
ancora bene come fosse.
******
L’ascensore dell’hotel scendeva lento, silenzioso.
Sergio mi aveva accompagnata fino al piano terra, ma non
era sceso con me fino alla porta. Aveva detto: “Ti
chiamo un taxi.” E aveva pagato la tariffa tramite
l’app. Poi mi aveva dato un bacio sulla fronte, un gesto
strano, quasi tenero, che mi ha fatto più male di
qualsiasi cosa fosse successa prima. “Domani ti scrivo.”
Aveva mormorato. Io non avevo risposto. Sono uscita
nella notte gelida di febbraio, il cappotto abbottonato
fino al collo, il vestito rosso ancora addosso sotto, le
décolleté che scricchiolavano sull’asfalto umido. Il Po
era lì, nero e indifferente, le luci della città che si
riflettevano come schegge rotte. Ho aspettato il taxi,
sono salita velocemente, come se potessi lasciarmi
indietro quello che era successo.
Il tassista ha
iniziato a parlare, ma io non lo seguivo. Seduta sul
sedile posteriore mi sentivo perfettamente a mio agio,
ho fatto uno sforzo per ricordarmi l’ultima volta che
avevo preso un taxi. Mi sentivo bella, affascinante,
ricca addirittura. Ho slacciato il cappotto, le mie
tette erano lì, sensuali, usate, ho provato a indovinare
cosa pensasse di me il tassista, addirittura se ci
avesse provato. Forse pensava che fossi un’amante, o una
donna a pagamento. Sorridevo, le cosce mi dolevano
ancora, un bruciore piacevole e crudele allo stesso
tempo, un ricordo vivo di ogni spinta, di ogni morso, di
ogni parola sporca che mi aveva fatto venire urlando.
Il sesso era finito, ma il corpo lo ricordava tutto:
la pelle arrossata dove mi aveva stretta, il collo
segnato, l’interno delle cosce appiccicoso, umido di lui
e di me. Arrivata alla palazzina popolare, erano quasi
le quattro del mattino. Le finestre erano tutte spente
tranne una al secondo piano, dove qualcuno insonne
guardava la TV. Ho infilato la chiave nel portone con le
mani che tremavano, non per il freddo, ma per la paura
improvvisa di non riuscire a fingere. Sulle scale, ogni
gradino era un conto alla rovescia verso la realtà. Al
terzo piano, davanti alla porta di casa, mi sono
fermata. Ho appoggiato la fronte sul legno freddo, ho
chiuso gli occhi. Dentro c’era silenzio. Adriano era
tornato da poco, sentivo l’odore di cucina, di sudore,
di unto, di povertà, della sua stanchezza, di routine
che non mi apparteneva. Ho chiuso la porta piano, due
mandate come sempre. Ho tolto le scarpe senza far
rumore, ho lasciato il cappotto appeso all’attaccapanni.
Il vestito rosso l’ho sfilato in corridoio, l’ho buttato
nel cesto della roba da lavare come se fosse
contaminato.
Sotto avevo solo le mutandine nere,
quelle che avevo scelto apposta per quella notte, e il
reggiseno che ora sembrava ridicolo, troppo semplice per
quello che era successo. Sono entrata in bagno al buio,
ho acceso solo la luce piccola sopra lo specchio. Mi
sono guardata. Occhiaie profonde, labbra gonfie, capelli
arruffati, segni violaceo sul seno che spuntavano come
un’accusa. Il corpo era lo stesso di sempre, ma sembrava
diverso. Più vivo. Più usato. Più da donna. Con quel
corpo avevo fatto impazzire un uomo, l’avevo fatto
godere dentro di me! Ho fatto la doccia bollente, ho
strofinato forte la pelle con la spugna ruvida, come se
potessi lavare via l’odore di Sergio, il suo sperma, le
sue parole. Ma non usciva niente. L’acqua scorreva, ma
dentro di me restava tutto. Quando sono uscita dal
bagno, ni sono ricordata di prendere la pillola, poi
avvolta nell’accappatoio sono entrata in camera da
letto: Adriano era sveglio.
Era seduto sul letto,
la lampada del comodino accesa. “Maddi? Tutto bene?” La
voce assonnata, preoccupata. Ho sorriso, come sorridevo
ai clienti della SMA, automatico, formale, freddo. “Sì…
ero con le amiche. Abbiamo fatto tardi. Scusa se non ti
ho scritto.” Mentivo male. La voce mi tremava. Ma lui
era stanco, fiducioso. Ha solo chiuso la luce. “Vieni a
letto, dai” Era tranquillo, gli era bastata una sporca
bugia, niente di più. Mi sono infilata sotto le coperte,
lui mi ha abbracciata, il braccio intorno alla vita, il
respiro caldo sul collo.
Prima di riaddormentarsi
ha mormorato: “Ti amo”. Con quella dolcezza che mi
spezzava il cuore. Io ho chiuso gli occhi, ho detto:
“Anch’io.” Ma “Anch’io” non significava “Ti amo”, ma non
avrei potuto dire altro. Ho fissato il buio. Sentivo
ancora il corpo di Sergio su di me, le sue mani, la sua
voce che mi chiamava troia, puttana. Vedevo ogni
dettaglio della suite, il lusso, lo champagne, il
tappeto, le lenzuola, la vetrata, il fiume. E sentivo il
peso della mia casa: il letto con la spalliera di finta
pelle, il soffitto con una chiazza d’umidità, i vestiti
di Adriano da lavoro sulla sedia, il rumore lontano di
un camion in strada.
Aspettavo il senso di
colpa, ma non è arrivato! È uscita solo una lacrima, ma
non era per Adriano, ma per la Maddalena che era stata
cassiera, moglie, donna normale e che ora sapeva di
poter essere altro: selvaggia, desiderata, sporca, viva.
Non ho dormito quella notte. Ho contato i minuti fino
all’alba. E quando la luce grigia di febbraio ha
cominciato a filtrare dalle persiane, ho capito una cosa
con chiarezza glaciale: Non era finita.
Non era
stata solo una notte. Perché una parte di me, quella che
aveva goduto e aveva fatto godere, che aveva tremato
sotto i colpi di un maschio, che si era sentita femmina
fino alle ossa, voleva di più. Voleva a tutti i costi
tornare da Sergio o da chiunque altro l’avrebbe fatta
sognare, convincere che il mondo fosse ai suoi piedi.
Voleva tornare in quella suite, o in un’altra, o in
macchina, o ovunque dove il futuro sarebbe stato
diverso. Voleva sentirsi di nuovo preziosa e usata nello
stesso momento. E quella parte stava già crescendo,
stava già vincendo, perché dentro, il veleno aveva già
preso radici. E cresceva. Inesorabile.
******
Sapevo che non avrei potuto decidere. Ormai mi ero
affidata al mondo, al caso, al flusso cieco delle cose
che accadono quando smetti di resistere. Il destino
avrebbe scelto per me, e quel destino aveva un inizio,
un nome, un viso, un odore: Sergio. Non era più una
scelta. Era una corrente che mi aveva preso e mi stava
portando via, lenta ma spietata, come il Po che scorre
sotto i ponti di Torino senza mai fermarsi. Di una cosa
sola ero certa, con una chiarezza che mi faceva quasi
male: Adriano rappresentava un capitolo chiuso della mia
vita, come quei codici a barre che passavo ogni giorno
alla SMA. Bip. Un prodotto. Bip. Un prezzo. Bip. Un
altro. Bip. Un altro ancora. La vita con Adriano era
stata esattamente così: sicura, prevedibile, scandita da
turni, e baci sulla fronte prima di dormire. Era stato
bello, rassicurante, in un modo semplice e pulito. Era
stato casa. Ma ora, dopo quella notte nella suite, dopo
aver sentito il mio corpo rispondere a parole che
bruciavano, dopo aver urlato il nome di un altro uomo
mentre venivo, quel capitolo si era chiuso da solo. Non
con uno strappo drammatico, non con una lite o una
confessione. Si era chiuso piano, come un libro che
finisci di leggere e non riapri più.
La mattina
dopo quella notte, un lunedì grigio e piovoso, mi sono
alzata prima di Adriano. Ho fatto il caffè come sempre,
ho messo la moka sul fuoco, ho guardato la schiuma
salire piano. Lui è entrato in cucina in mutande e
maglietta, i capelli arruffati, gli occhi ancora gonfi
di sonno. Mi ha baciata sulla nuca, ha mormorato:
“Buongiorno amore”, ha preso la tazza che gli porgevo.
Io ho sorriso come al solito, ma dentro ero diversa, non
provavo odio. Non era rabbia. Solo la consapevolezza che
quel gesto, quel bacio, quella situazione appartenevano
ormai a un’altra Maddalena. Quella che aveva tradito e
si sentiva bella lo stesso, si sentiva bella per averlo
fatto.
Ho guardato fuori dalla finestra della
cucina: il cortile interno della palazzina, i panni
stesi che gocciolavano sotto la pioggia, una bicicletta
arrugginita legata al tubo del gas. Tutto uguale a ieri.
Tutto uguale a sempre. Ma io no. Il mio futuro era
altrove…
Sergio mi ha scritto alle 11:23, mentre
ero in pausa al supermercato, seduta su una cassa di
detersivo nel retro, con il vasetto dello yogurt in
mano. “Ieri notte è stata solo l’inizio. Lo sai, vero?”
Non ho risposto subito. Ho fissato lo schermo per due
minuti buoni, il cuore che accelerava di nuovo. Poi ho
scritto: “Lo so.” E con quel “lo so” ho sigillato tutto.
Adriano non lo sapeva ancora. Lo avrebbe saputo a breve,
ma non avrebbe mai saputo di suo fratello. Gli avrei
detto qualcosa di vago, ma comunque la verità profonda,
che non ero più felice, che avevo bisogno di spazio, che
era meglio per entrambi. E lui avrebbe sofferto, avrebbe
chiesto perché, avrebbe pianto in silenzio come faceva
quando era triste. Ma non avrebbe capito. Non poteva
capire.
Perché lui era rimasto nel capitolo dei
codici a barre, nel mondo di un mutuo da accendere ed
indebitarsi fino al collo, nel sogno di una tv di
cinquanta pollici presa a rate. Quello era il suo mondo,
mentre io ero già in un altro libro, uno con le pagine
sporche, profumate di champagne, peccato e perdizione.
Quella sera, quando Adriano è uscito per il turno
serale, ho preso il telefono e ho scritto a Sergio:
“Quando ci vediamo?” La risposta è arrivata in meno di
un minuto. “Stasera. Ti passo a prendere alle 22.
Indossa qualcosa di rosso. Voglio rivederti come ieri.”
Ho posato il telefono. Ho aperto l’armadio. Ho tirato
fuori di nuovo quel vestito rosso scuro, l’ho stirato
con le mani tremanti, sicura che sarebbe stata l’ultima
volta, perché dal giorno dopo avrei avuto un armadio
stracolmo di vestiti. Non c’era più panico. Non c’era
più lotta. C’era solo l’attesa. Il destino aveva deciso.
******
Da quella volta sono passati
tre anni. Ora vivo in un attico in centro a Torino,
ultimo piano di un palazzo liberty restaurato, con
balconi in ferro battuto nero che guardano la Mole. Ho
compiuto trent’anni da due mesi. Mi sto rifacendo il
trucco davanti allo specchio. Sono le undici e trenta,
mi sono svegliata da poco, come ogni mattina. La mia
bellezza non è più quella fresca da acqua e sapone dei
ventisette anni. È una bellezza affilata, matura,
costruita con cura e consapevolezza.
La mia pelle
è vellutata, levigata dai trattamenti di filler leggeri
alle labbra, agli zigomi, niente di esagerato, solo quel
“lavoro” che fa sembrare naturale ciò che naturale non è
più. I miei occhi, un tempo spenti dalla stanchezza dei
turni, ora sono grandi, magnetici, sottolineati da una
riga nera sottile e da ciglia finte lunghe e separate.
Rossetto rosso, matita marrone per allungare lo
sguardo. I capelli ora sono di un castano caramello con
riflessi mielati che mi cadono sulle spalle a onde
morbide. Al collo porto una collana di diamanti a
goccia, non quella che Sergio mi aveva regalato e che
aveva buttato via dopo sei mesi, quando avevo capito che
tenere i suoi regali era come tenere catene. Questa è
nuova, un regalo di Marco, un imprenditore tessile di
Biella che mi aveva portata a Como per un weekend in
villa e poi era sparito quando la moglie aveva scoperto
i bonifici.
Il mio corpo è riflesso allo
specchio, ma non provo più vergogna. Indosso lingerie
che costa più di quanto guadagnavo in un mese al
supermercato. Il reggiseno è nero, seta e pizzo francese
Chantilly, che solleva il seno in modo perfetto, creando
una scollatura profonda, ma elegante. Ora porto una
terza abbondante dentro coppe trasparenti, il pizzo
ricamato a mano lascia intravedere i capezzoli scuri,
duri per l’aria fresca dell’attico e per l’attesa. Le
coulottes francesi sono di seta nera morbidissima, con
un piccolo fiocco di seta davanti, il tessuto si tende
lasciando intravedere la pelle chiara e depilata. Le
calze velate, color carne con una leggerissima sfumatura
fumo, tenute su da un reggicalze nero, lo stesso pizzo
Chantilly del reggiseno, con quattro stringhe elastiche,
decorate da piccoli fiocchi di raso. Ai piedi, scarpe
Louboutin neri con plateau discreto e tacco 12, la suola
rossa che spicca come una firma quando cammino o faccio
l’amore.
Niente altro. Niente vestito, lo
indosserò dopo, quando avrò finito di piacermi, di
ricordarmi quanto potere ho in questo corpo che ha
smesso di essere di qualcuno ed è diventato solo mio. Mi
giro di profilo, inclino la testa, osservo la curva del
seno che spinge contro il pizzo, la linea della schiena
che si inarca naturale, il sedere è alto e sodo grazie
al pilates tre volte a settimana. Sorrido allo
specchio, sorrido consapevole, da donna che sa di essere
guardata e che sceglie chi merita, chi apprezza, chi
compra.
Dior, il mio cagnolino maltese bianco
latte, mi trotterella intorno alle caviglie, abbaia
piano come se anche lui approvasse. È piccolo, profumato
di shampoo alla camomilla, con un fiocchetto di seta blu
legato al collare di pelle intrecciata Hermès. Anche lui
sa che tra poco qualcuno suonerà il campanello. Sa che
aprirò la porta così, avvolta in una vestaglia di seta
nera aperta sul davanti, per far intravvedere
esattamente quello che voglio far vedere. Perché
qualunque uomo entrerà non sarà lui a possedermi. Sarò
io a decidere quanto dargli, cosa dargli e quanto farlo
impazzire prima di lasciarlo andare. Perché la bellezza
che offro non è solo pelle, curve, pizzo e diamanti. È
il frutto di una fame interiore che non si è mai spenta.
È il risultato di aver smesso di essere preda per
diventare cacciatrice. E in quel momento, davanti allo
specchio, Maddalena è semplicemente perfetta.
Irraggiungibile. Letale.
Alle orecchie pendono
orecchini di smeraldi e oro bianco, regalo di Giorgio,
l’ereditiere di Pinerolo che collezionava auto d’epoca e
amanti ventenni; con lui è durata quattro mesi, fino a
quando aveva deciso di “tornare dalla famiglia” per non
perdere l’eredità. Mi guardo ancora allo specchio,
inclino la testa, controllo ogni cosa di me che sia al
posto giusto. Nessuna sbavatura, nessuna imprecisione,
tutto in ordine, tutto perfetto, perché la bellezza ha
bisogno di disciplina, di essere difesa, ha bisogno di
rituali come la religione.
Sergio è un ricordo
lontano, quasi buffo. Il primo, il più sporco. Ma anche
lui ha un merito, quello di avermi svegliata dall’apatia
della vita, che l’essere perfetta non significava
appartenere ad un uomo, ad una routine, ad un’area di
conforto contro ogni insidia e al costo di sacrificare i
sogni. Lui è durato qualche notte, è durato il tempo
della mia consapevolezza, una specie di rampa di lancio
verso quel futuro che ora è il mio presente. Dopo di
lui sono arrivati gli altri: Marco con i suoi completi
Brioni e le cene da Cracco, Giorgio con la Porsche 911 e
le fughe romantiche in Costa Azzurra, poi un avvocato
penalista di Milano, un chirurgo plastico che mi ha
fatto un ritocchino gratis alle labbra, un produttore
musicale che mi aveva portata a un festival a Ibiza.
Se mi guardo indietro sembra una vita, ma sono
passati solo tre anni. Ognuno mi ha lasciato qualcosa:
un gioiello, un viaggio, un appartamento pagato per sei
mesi, un guardaroba che ora occupa tre cabine del mio
armadio bianco. Ma soprattutto mi hanno dato la
coscienza che la vita la devi mordere, la devi
aggredire, anche se ognuno di loro è durato un po’ meno
del precedente. Nessuno è rimasto. Ma sono contenta
così, prima o poi l’amore vero verrà, ne sono sicura,
avrà il cuore di Adriano, la passione di Sergio e il
lusso di uno dei tanti, ma per il momento non sono più
la Maddalena che passava codici a barre alla SMA, non
sono più la ragazza timida che copriva le sue bellezze
invece di mostrarle, quella che non si rendeva conto di
quanto valessero!
Sono tornata a casa di mia
madre per il tempo necessario, poi tramite Sergio ho
iniziato a frequentare mostre fotografiche e vernissage,
ho conosciuto l’imprenditore di Biella e non mi sono
fermata più. Nel frattempo, il divorzio da Adriano è
stato veloce, pulito, tranquillo. Siamo rimasti amici.
Lui, dopo qualche mese ha conosciuto una ragazza
ucraina, scappata da Kiev e dalla guerra. È bella, alta,
bionda, magra, sempre sorridente. Ora vivono insieme ed
io sono sinceramente contenta per lui.
È stato
tutto sorprendentemente facile, ma soprattutto non ho
avuto alcun dubbio su quella che avrei voluto essere
restando sempre e comunque me stessa. Non Chloé, con la
sua bellezza spaventosa, ma vuota, le risate forzate, il
bisogno di essere guardata per esistere. Lei era un
involucro splendido, ma dentro era fragile, dipendente,
usa e getta.
In questi tre anni ho capito che
per riuscire non sarebbe bastata la bellezza effimera,
ma ci voleva qualcosa di più profondo, di più
pericoloso: una fame interiore che non si saziava mai
del tutto. Una capacità di prendere senza chiedere
scusa, di assorbire il desiderio altrui e trasformarlo
in potere. Una freddezza calcolata sotto la pelle calda,
un’intelligenza emotiva affilata come un coltello.
Sapere quando sorridere, quando tacere, quando lasciare
che un uomo pensi di avermi conquistata e poi sparire
prima che si accorga di essere stato usato. Non è
cinismo, è sopravvivenza evoluta, è crescita, è potere
femminile.
Sono diventata una predatrice
elegante, vestita di seta e diamanti, che sceglie la
preda invece di subire la caccia. Dior abbaia, segno che
qualcuno sta arrivando. Il campanello suona. Finisco di
mettere il rossetto, premo le labbra su un fazzoletto di
carta per toglierne il lucido e compattarlo. Mi alzo, la
vestaglia nera di seta leggerissima mi scivola addosso
come acqua, la scollatura profonda, sensuale, le gambe
lunghe, i piedi curati nelle Louboutin.
Lui è un
nuovo “conoscente” incontrato a una cena di beneficenza
oppure ad un vernissage, non ricordo bene. È bello,
alto, magro e soprattutto benestante. Si chiama Claudio,
si occupa di finanza ed ha una villa sul lago di Como.
Mi scrive da una settimana, che è pazzo di me e muore
dalla voglia di incontrarmi… L’ho fatto un po’ penare ed
oggi è la prima volta che lo incontro da soli. Non so se
durerà un giorno, un mese, un anno o tutta la vita. Non
mi importa. So solo che aprirò la porta con il mio
sorriso migliore, quello che promette tutto e non
garantisce niente, e che, qualunque cosa accada dopo,
uscirò da questa storia più forte, più intatta di prima
e sicuramente più ricca. Perché ormai non sono più una
donna che aspetta di essere desiderata. Sono una donna
che decide chi merita di desiderarmi. E il destino,
stavolta, non ha un nome di un uomo. Si chiama
semplicemente Maddalena.
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Questo racconto è opera di pura
fantasia. Nomi, personaggi e luoghi sono frutto
dell’immaginazione dell’autore e qualsiasi
somiglianza con fatti, scenari e persone è del
tutto casuale.
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