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RACCONTO
 
Adamo Bencivenga
DUE BINARI PARALLELI
Maria Laura affronta il dolore di un matrimonio fragile, dove il tradimento di Ludovico per sentirsi giovane la spinge a ricostruire il rapporto con dubbi e forza interiore, accettando compromessi che fa vacillare il suo amor proprio...

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Sono sposata con Ludovico da quasi trent'anni, un legame che abbiamo costruito mattone dopo mattone, tra gioie e routine quotidiane. Lui ha sessant'anni, io poco meno, e i nostri due figli sono ormai grandi, indipendenti, con le loro vite lontane da casa.
Quando tutto è successo vivevamo la nostra esistenza come un lungo fiume tranquillo: un lavoro stabile per entrambi, progetti comuni come ristrutturare la cucina o pianificare vacanze estive, e un matrimonio che non era perfetto, ma solido, radicato in una fiducia reciproca che credevo incrollabile. Ricordo le nostre serate sul divano nel nostro salotto pieno di libri e litografie d’autore, con un bicchiere di vino rosso in mano e un filo di musica jazz in sottofondo, e ci guardavamo negli occhi come per dire: "Abbiamo superato tempeste, e siamo ancora qui…"

Ma la vita, ahimè, ha il vizio di metterti alla prova proprio quando ti senti al sicuro, costringendoti a confrontarti con scelte che ti feriscono nell’anima, situazioni dove la ragione non può arrivare e rimane solo un groviglio di emozioni che ti lacera dentro. Negli ultimi tempi, Ludovico aveva iniziato a parlare sempre più spesso della sua paura di invecchiare: i capelli bianchi, una stanchezza cronica, le rughe che gli segnavano il viso come mappe di un tempo che scorreva inesorabile. "Sto invecchiando, Maria Laura…" Mi diceva con un sospiro, gli occhi persi nel vuoto mentre si guardava allo specchio del bagno.

Io lo rassicuravo, con un sorriso affettuoso, alle volte lo prendevo in giro: "Ma dai, amore, sei ancora un bell'uomo. L'età è solo un numero, quello che conta è sentirsi vivo dentro." Lui annuiva, ma sentivo la sua paura, un'ansia sottile che lo divorava e cresceva giorno dopo giorno. Era come se il peso degli anni lo schiacciasse, facendolo dubitare di se stesso, del suo vigore, della sua mascolinità. In amore però era perfetto, la sua energia non aveva mai smesso di desiderarmi e farmi sentire la sua donna e quindi non capivo quanto fosse profondo quel disagio. Semplicemente lo vedevo come un capriccio passeggero, una vanità esagerata, non come una ferita che minacciava di infettare il nostro mondo.

Comunque, mesi dopo, per combattere quella stanchezza, Ludovico aveva deciso di iscriversi ad una palestra vicino casa. Mi diceva: "Voglio muovermi un po', sentirmi meglio, essere ancora un uomo piacente." Ed io lo avevo incoraggiato. Ma presto quella sua voglia di perfezione era diventata indispensabile. Comprava vestiti nuovi, curava l'alimentazione con una maniacalità che non gli avevo mai visto, insalate, integratori, proteine contate, bilancia ogni mattina e a ogni etto perso mi diceva: "Guarda come sto tonico!"

E io ridevo, prendendolo in giro: "Sembri un teenager in crisi, Ludovico! Vuoi competere con i nostri figli?" Dentro di me, sorridevo con tenerezza, convinta che fosse solo una fase. Non avevo idea che dietro a quel cambiamento ci fosse un'insicurezza profonda, un terrore dell'invecchiamento che lo spingeva a cercare conferme altrove. La crudele onestà di Ludovico, che ho imparato a riconoscere solo dopo, era proprio in quella vulnerabilità: non nascondeva la sua paura, ma la combatteva escludendomi, come se fossi io la causa del suo disagio.

Da un giorno all'altro, dopo alcune settimane di palestra, il suo atteggiamento cambiò radicalmente. Orari irregolari al lavoro, rientri tardi la sera, messaggi sul telefono che cancellava frettolosamente, e un'aria nervosa che lo rendeva irrequieto. "Cos'hai, amore? Sembri distratto…" Gli chiedevo preoccupata, ma lui scrollava le spalle: "Niente, solo stanchezza dal lavoro." Io annuivo, fidandomi, ma un nodo allo stomaco cominciava a formarsi. Anche se in cuor mio cercavo di non dare peso: “Che stupida! Cosa vai a pensare?” Mi ripetevo non capendo che a volte la vita ci pone di fronte a segnali beh precisi a cui non diamo peso per amor proprio o per non ammettere che il nostro mondo potrebbe crollare.

Una sera a cena, mentre mangiavamo in silenzio, il suo telefono vibrò insistentemente. Lui lo prese, lesse rapidamente i messaggi, ma io sbirciai e vidi un nome: Beatrice. "Chi è Beatrice?" Domandai con un tono casuale, ma il cuore mi batteva forte. "Una del mio corso in palestra." Rispose lui, evitando i miei occhi. "Fammi leggere." Insistetti, e lui esitò prima di passarmi il telefono. Lessi, ma nulla di compromettente: solo un "Come stai? Ci vediamo domani?" Il tono però era intimo, familiare, come tra due persone che condividono segreti.

Sentii una fitta di gelosia, mista a incredulità, ma la calma di Ludovico mi rassicurò. In fin dei conti era stato onesto nella sua crudele semplicità: non aveva negato, aveva detto che era una donna e mi aveva passato il telefono per leggere il messaggio, anche se aveva minimizzato come se fosse una cosa da nulla. Quella sera facemmo l’amore e come al solito lui fu passionale, attento e vigoroso, tanto che quei sospetti si diluirono in un batter d’occhio.

Qualche giorno dopo, però, la scena si ripeté. Sul divano, un altro messaggio interruppe la trama del film che stavamo vedendo. Lui, con la sua solita calma, lo lesse e sorrise appena. Io esplosi: "Di nuovo lei? Spiegami, Ludovico!" Lui come la volta precedente sdrammatizzò, ma io, allarmata, insistetti. Spensi la tv e gli chiesi a brutto muso: “Chi è questa? Che cazzo vuole da te?” Lui questa volta non negò. "Sì, ho una relazione con lei. Volevo dirtelo da tempo… ma non ho mai trovato il coraggio." Confessò con una voce tranquilla, come se stesse ammettendo una debolezza inevitabile.

Ero sconvolta, le lacrime mi rigavano il viso. Sentivo il mondo crollarmi addosso. "Ma perché? Cosa succede!" Gridai. E lui, con quella crudele onestà che lo rendeva quasi innocente mi disse: "Maria Laura tranquilla, non sono innamorato di lei. È successo così all’improvviso... volevo sentirmi ancora giovane. Ho paura di invecchiare, di non essere più... apprezzato." Lo disse con gli occhi bassi, come se fosse una scusa logica. Il mio cuore si spezzò: rabbia, incredulità e un'impotenza devastante. Mi misi subito in discussione: “Perché, non ti senti più apprezzato da me? A cosa ti serve un’altra donna?” Lui mi guardava stupito come se non capisse il mio dolore, come se la mia reazione fosse troppo esagerata: “Laura non è questo, te lo giuro. Per noi non cambia nulla. Tu sei la mia donna.”

Sentivo che la mia presenza, dopo tutti quegli anni, non bastava più a farlo sentire maschio, desiderabile. Tutto ciò che avevamo costruito, la casa, i ricordi, i progetti, i figli, stava evaporando in un attimo, lasciando solo un vuoto che mi divorava. La vita ti mette di fronte a queste situazioni, pensavo, dove l'amor proprio urla di ribellarti, ma l'amore ti inchioda al suolo. Pur sconvolta, il primo pensiero fu quello di ravvivare il rapporto.

Cercai allora di cambiare me stessa, convinta di poterlo riconquistare. Andai dal parrucchiere, comprai vestiti nuovi, curai il look con attenzione maniacale: niente più vestaglie comode in casa, ma gonne corte, vestiti scollati, tacchi alti come pensavo vestisse la mia rivale in quel momento ancora immaginaria. Ogni sera, a cena, mi presentavo in pizzo nero e trasparenze, bella, sexy, provocante. "Guardami, Ludovico, sbava su questa donna che non ha nulla da invidiare alle altre.” Pensavo mentre lo baciavo con passione forzata.

Lui sorrideva, ma era distante, distratto, lo sentivo e allora come in un transfert rapido mi sentivo ridicola, come una caricatura di me stessa, in fin dei conti, non ero io, ma la proiezione del suo desiderio! Ma ero determinata: "Devo combattere per il nostro matrimonio!" Mi ripetevo, ignorando l'umiliazione che mi rodeva dentro. Nei nostri momenti intimi, non riuscivo ad abbandonarmi del tutto. Lo sentivo: quella donna era tra noi, nelle mie mutandine di pizzo trasparenti, tra le mie gambe quando lui mi penetrava, nel mio cervello quando lui, meccanicamente, mi diceva: "Sei ancora un fiore, Maria Laura, non sei vecchia, sono io vecchio." Le sue parole suonavano vuote, come un copione recitato.

Una notte, tra un sospiro e l'altro, gli chiesi: "Dimmi di Beatrice. Come fa l'amore? Ti appaga sessualmente?" Lui esitò, poi rispose con onestà brutale: "È una cosa diversa, non paragonabile. Lei mi fa sentire giovane, ma tu sei mia moglie." Come se le due esperienze potessero coesistere senza sporcarsi a vicenda. Io mi sentivo tradita nel profondo: come potevo competere con un'illusione di giovinezza? Nonostante tutto, credevo di poterlo riconquistare, di essere di nuovo la sua unica donna.

Passarono settimane, e mi accorsi che i miei tentativi erano soltanto fatica sprecata. Sul suo telefono, lessi di nascosto messaggi bollenti: "Ti voglio, vieni da me, scopami ora, ti prego!" Scriveva Beatrice. Lui continuava a frequentarla, usciva di sera, tornava tardi. Io, per paura di perderlo del tutto, non domandavo, ma dentro di me capivo: l'avevo perso definitivamente. La rabbia si mescolava a una tristezza infinita; la vita mi stava insegnando che alcune battaglie sono perse in partenza, e l'amor proprio ti spinge a illuderti fino all'ultimo e ti consuma giorno dopo giorno.

Dovevo reagire! Confidarmi con qualcuno. Sentirmi di nuovo una femmina desiderata e allora accettai le attenzioni di un mio collega illudendomi che un po’ di autostima mi avrebbe ridato l’energia giusta per affrontare la situazione. Non ne ero affatto convinta, ma mi misi in gioco e dopo una settimana, puntualmente, arrivò un invito a cena. Andammo in una locanda in riva ad un lago poco fuori Roma. Quella sera mi sentii di nuovo bella, affascinante, lui mi guardava come se non avesse mai visto una donna. Ero quasi spensierata… E quando lui mi fece vedere la chiave della stanza che aveva prenotato, sorrisi. Avvertii un fremito caldo quando salendo le scale lui mi cinse i fianchi. Tutto stava andando per il verso giusto, ma quando mi distesi su quel letto e lui tentò di baciarmi, scoppiai a piangere e mi resi conto che non era quella la soluzione al mio problema.

Non ero io la causa di quella situazione e un mio tradimento non avrebbe cambiato nulla per cui decisi di affrontare il problema direttamente. Mi iscrissi nella stessa palestra di Ludovico, ma a un corso diverso. Ebbene sì, volevo vederla in faccia, la mia rivale, capire cosa avesse più di me, quali fossero le sue armi di seduzione e come avesse fatto ad accalappiare mio marito. Sapevo che sarebbe stato doloroso, ma dovevo vedere la mia carnefice e soprattutto cosa avesse più di me.

Il primo giorno aspettai il suo turno e la vidi. La visione mi sconvolse: Beatrice aveva solo 18 anni! Una studentessa bionda, pallida, magra, senza curve prorompenti, un aspetto quasi insignificante. Avevo immaginato una coetanea sensuale, una donna matura e seducente, truccata da femme fatale e non di certo una ragazzina. Avevo sbagliato tutto e mi resi immediatamente conto che non avrei mai potuto competere con quella giovinezza dall’aspetto etereo. Non era bella! Era giovane! E questo complicava tremendamente la mia situazione.

Feci un lungo respiro profondo e lungo quel corridoio che portava alle docce, la fermai: "Ciao, sono Maria Laura, la moglie di Ludovico." Lei, per nulla intimorita, mi guardò con gli occhi ingenui e rispose: “Ludovico mi ha parlato di te. Sono contenta di conoscerti.” Beh, no, non mi aspettavo quelle parole e allora la invitai per un caffè. Beatrice accettò, con un'aria innocente, come se non stesse facendo nulla di male, come se fosse la cosa più naturale del mondo parlare con la moglie del suo amante.

Sedute al tavolo del bar del circolo, le chiesi: "Cosa c'è tra te e mio marito?" Lei non arrossì, non abbassò lo sguardo e spontaneamente con quell’aria priva di malizia, rispose: "Lo amo perché è il mio punto di riferimento. È come il padre che non ho mai avuto. Tuo marito è una brava persona, mi dà calore ed io non potrei più fare a meno delle sue coccole!". Ero disarmata di fronte a quella crudele onestà infantile. Seppi dopo che Beatrice, figlia unica, viveva con sua madre. Suo padre se ne era andato di casa quando lei aveva sei anni e la mancanza di una figura paterna l'aveva resa insicura, fragile e tremendamente priva di condizionamenti.

Quando la salutai per tornare a casa, pensai addirittura che Ludovico avesse ragione: il loro rapporto era diverso, non d'amore passionale, ma di bisogno reciproco. Capivo perché lui potesse stare su due binari paralleli, senza sensi di colpa. Lei era priva di malizia e in un certo senso di carnalità, ma era pur sempre la sua amante, ci scopava, e il mio dramma si amplificava: come accettare un tradimento nato non dall'amore per un'altra, ma dal suo bisogno egoista di sentirsi giovane? Beatrice non era la mia nemica, aveva solo la colpa di essersi trovata nel posto e nel momento sbagliato e di rispondere perfettamente alle esigenze di Ludovico.

Che fare? Scelsi di forzare la situazione e la sera stessa dissi a mio marito: "Ludovico, o lei o me.” Poi aggiunsi: “Ti lascio" Ludovico mi guardava incredulo: "Non capisco, Laura. Perché fai così? Io non voglio perderti! Lei non è una tua rivale, non mette in discussione il nostro rapporto. Qual è il tuo problema?" La sua semplicità era al solito irritante. Ed io urlando: “Ma te la scopi, no?” A quel punto mi promise: "Ok, ok, è successo sì, ma se vuoi non ci farò più sesso." Mi bastava? Del resto, Beatrice non rappresentava affatto un oggetto di desiderio e io tenevo così tanto a lui che mi sarei anche accontentata di quella promessa.

Così a poco a poco accettai cercando di ritagliarmi gioco forza un nuovo ruolo. Diventare la moglie confidente, quella che non fa battere il cuore, ma offre stabilità e sicurezza. Mi domandavo se avessi potuto tollerare quel rapporto e se un tradimento fosse fatto solo di sesso. Dovevo ricostruire il nostro rapporto pezzo per pezzo, indirizzarlo su strade più strutturate che una ragazzina non avrebbe mai potuto dargli. Ero cosciente che non sarebbe stato più lo stesso, ma dovevo provarci. Ogni gesto, ogni parola sarebbe stata diversa, e la nostra intimità di sesso e anima non più esclusivamente intima. Dovevo essere forte. Mi dicevo: “La vita ti pone di fronte a questi bivi, dove l'amor proprio grida di andartene, ma l'amore ti trattiene.” Ed io amavo Ludovico!

Tra ambiguità e insicurezze andammo avanti per qualche mese, io per vigliaccheria cercavo di non chiedere e lui evitava ogni tipo di riferimento al punto che mi chiesi se il loro rapporto fosse ancora in piedi, se Ludovico si fosse reso conto dell’assurdità della storia o se la ragazzina avesse trovato finalmente la normalità di un rapporto con un suo coetaneo. Ma un maledetto sabato mio marito tornò a casa sconvolto. Beatrice, la sua Bea, come la chiamava lui, la notte prima, sulla via Appia, altezza Raccordo, aveva perso sua madre in un incidente stradale.

Apriti cielo! Il loro rapporto non si era affatto concluso, anzi ora lei era sola, disperatamente sola, e Ludovico non poteva abbandonarla: "È a un bivio, Maria Laura, ha solo me! Non posso far finta di nulla.” Iniziarono a tremarmi le gambe, sprofondai sul divano sapendo già cosa il destino mi avrebbe riservato: “L'unica soluzione è accettarla in casa e trattarla come una figlia." Me lo disse la mattina dopo con onestà crudele e gli occhi imploranti. Non riuscivo a crederci! Come era possibile che non si rendesse conto? Quella ragazza era la sua amante, non una figlia! Cercai di farlo ragionare, ma lui mi disse che non era stato lui a decidere, ma il destino! E davanti a quella minaccia velata di separazione, se non avessi accettato, sarebbe andato a vivere con lei, scelsi il male minore.

Il mio dramma era totale! Impotenza, gelosia, ma anche una strana compassione. Mi chiesi più volte quale fosse la via d’uscita, ma l’alternativa era distruggere quel poco che era rimasto tra di noi. La vita, con la sua imprevedibilità, mi stava mettendo alla prova, ed io cercavo di navigare in quel caos di sentimenti e rabbia, sacrificando pezzi del mio amor proprio per non perdere tutto.

Così dopo una settimana dalla morte di sua madre, Beatrice si trasferì da noi. Lo ricordo come fosse oggi, era una giornata piovosa che sembrava riflettere il caos nel mio cuore. Ludovico non mi aveva dato tregua: "Non possiamo lasciarla sola, Laura. Ha solo diciotto anni, è fragile, ha bisogno di una famiglia, di calore e so che tu, col tuo senso materno innato, potrai darglielo dimenticando tutto il resto.". La sua voce era supplichevole, onesta nel suo cinismo, perché io non contavo nulla, i miei sentimenti meno che zero. Non ammetteva che quel "bisogno" era intrecciato al suo ego, al suo desiderio di sentirsi utile, giovane, indispensabile e che quella presenza in casa mi avrebbe creato una voragine.

Io annuii, con le lacrime agli occhi, ma dentro di me urlavo: "E io? Il mio bisogno di fedeltà, di amore esclusivo?" Niente! Dovevo fare da madre alla sua amante! La vita mi aveva messa di fronte a un bivio crudele, dove scegliere la separazione significava perdere trent'anni di storia, e accettare significava calpestare tutto il resto. Mi sentivo come una nave alla deriva, costretta a navigare in acque infide per non affondare del tutto.

Quando Beatrice varcò la soglia di casa nostra, con una valigia piena della sua adolescenza e gli occhi rossi per la perdita di sua madre, provai un misto di compatimento e irritazione. Era così giovane, pallida, con quell'aspetto insignificante: capelli biondi scompigliati, un corpo magro senza curve, un'aria da bambina smarrita.

"Grazie, signora Maria Laura." Mi disse con voce tremante, stringendomi la mano. "Non so cosa avrei fatto senza di voi". Ludovico le sorrise paterno, posandole una mano sulla spalla: "Qui sei al sicuro, Beatrice. Trattata come una figlia, vero Laura?". Io forzai un sorriso: "Certo, entra pure. Ti mostro la tua stanza". Le feci vedere la camera che era stata di mia figlia fino a due anni prima, cercai di essere cordiale, ma dentro però, il mio dramma ribolliva: come potevo fingere di essere una madre per la ragazza che aveva condiviso il letto con mio marito? Ogni suo gesto mi ricordava l'intimità rubata, e l'amor proprio mi sussurrava che ero una sciocca a tollerarlo.

I primi giorni furono un inferno. Beatrice si muoveva in casa con timidezza, aiutandomi in cucina o studiando sul divano, mentre Ludovico la guardava con un misto di affetto e rimpianto. "Vedi? È innocua, come una figlia…" Cercando di convincermi di aver fatto la cosa giusta. "Non c'è più niente di fisico tra noi, te lo giuro." La sua onestà era spietata, perché ammetteva implicitamente che quel "niente" era una scelta forzata. Io replicai, con la voce incrinata: "Tu la vedi come un elisir di giovinezza e questa motivazione è ancora più forte del desiderio carnale!". Lui sospirò: "È complicato, ma per te, ci sto provando".

Beatrice, dal canto suo, era onesta nella sua ingenuità: una sera, mentre bevevamo una tisana, mi confessò: "Ludovico mi ha salvata. Mia madre era tutto per me, e ora... lui è come un papà. Non voglio rovinare niente tra voi." Le sue parole mi disarmarono, ma non cancellarono il veleno: sentivo che la nostra casa era diventata un teatro di ruoli confusi, dove l'amore si mescolava al bisogno, e il mio dramma era quello di recitare la parte della moglie comprensiva, mentre dentro morivo lentamente, giorno dopo giorno.

Col passare delle settimane cercai di farmi forza, di adattarmi, di trovare un minimo di equilibrio. Le chiedevo dei suoi studi, persino le prestavo i vestiti, i miei trucchi per farla sentire a suo agio. "Sei carina così!" Le dicevo, e lei arrossiva: "Grazie, è gentile da parte sua." Ludovico sembrava sollevato: "Vedi? Funziona. Siamo una famiglia allargata." Ma nei momenti di intimità con lui, il fantasma era sempre lì: quando mi baciava, pensavo a lei; quando facevamo l'amore, mi chiedevo se facesse dei confronti e pensasse alla sua giovinezza perduta. Una notte, tra le lenzuola, gli sussurrai: "Dimmi la verità, Ludovico: la desideri ancora?". Lui esitò, poi rispose con quella solita crudele onestà: "A volte, sì.” Le sue parole furono come una pugnalata: capivo che il suo bisogno di sentirsi giovane non era svanito, solo represso. Il mio amor proprio gridava di ribellarmi, di urlare che meritavo di più, ma la paura della solitudine mi teneva inchiodata.

Alla fine, dopo mesi di convivenza surreale, arrivai a un’abitudine dolorosa. Beatrice cresceva, trovava amici, iniziava a uscire di più, e Ludovico rimaneva sveglio fino al suo ritorno guardandola con diffidenza. Forse senza la mia presenza si sarebbe lasciato andare ad una scenata di gelosia… Ormai mi sentivo fuori gioco nella consapevolezza che il nostro matrimonio era cambiato per sempre. "Ce la facciamo, vero?" Mi chiese lui una sera, abbracciandomi. Io annuii, ma dentro morivo: "No, non ce la faremo mai". La vita mi aveva insegnato che alcune ferite non guariscono, si cicatrizzano soltanto, e che a volte devi sacrificare l'orgoglio per sopravvivere.

Alle volte mi lasciavo andare pensando a quante volte avevano fatto l’amore durante le mie assenze per lavoro e quante volte lo avevano fatto sul nostro letto matrimoniale, si erano baciati in cucina o lei si era offerta usando la mia lingerie. Non avevo la certezza, ma il mio cuore non mentiva. E coì Beatrice divenne parte della nostra routine, una "figlia" acquisita che portava gioia e tormento, sospetti e certezze, e io, Maria Laura, imparai a vivere con quel contrasto: l'amore per Ludovico contro il risentimento, la stabilità contro la fragilità. Non era un lieto fine, ma una tregua crudele, onesta nella sua imperfezione, dove ognuno di noi aveva perso qualcosa per non perdere tutto.






Questo racconto è opera di pura fantasia.
Nomi, personaggi e luoghi sono frutto
dell’immaginazione dell’autore e
qualsiasi somiglianza con
fatti, scenari e persone è del tutto casuale.

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TUTTI I RACCONTI DI ADAMO BENCIVENGA


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