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INTERVISTA IMPOSSIBILE

Clementina Walkinshaw
Una Dignità Testarda
Nata in una famiglia giacobita scozzese, divenne
l’amante segreta di Carlo Edoardo Stuart con cui
visse una relazione tormentata e diede alla luce
l’unica figlia, Charlotte Stuart, Duchessa d’Albany.
Dopo anni di esilio, abusi, fughe e conventi, scelse
la dignità sopra ogni cosa, concludendo i suoi
giorni in quieta solitudine a Friburgo in Svizzera.
(1720 – Friburgo, novembre 1802)

Siamo nel novembre
del 1802, Clementina mi riceve nella sua piccola,
dignitosa casa borghese ai margini della città di
Friburgo in Svizzera. La luce pallida dell'autunno
inoltrato filtra dalle finestre illuminando un salottino
modesto: un camino acceso, una poltrona foderata di
damasco e un tavolino con una teiera di porcellana.
Fuori, le campane della cattedrale di San Nicola suonano
lente. Lei siede composta, le mani incrociate in grembo.
Indossa un abito semplice di lana scura, con un piccolo
scialle di merletto antico attorno alle spalle.
MADAME WALKINSHAW… GRAZIE PER AVERMI RICEVUTO. MOLTI
VI RICORDANO SOLO COME L’AMANTE DI CARLO EDOARDO STUART.
MA IO VORREI SAPERE DI VOI. COM’ERA “CLEMENTINE” COME LA
CHIAMAVA IL PRINCIPE? Il Principe mi chiamava in
tanti modi, a seconda dell’umore e del whisky…
All’inizio ero “ma chère”, poi “mia cara sposa segreta”.
Al tempo ero bruna, di carnagione chiara, occhi grandi e
scuri, capelli folti che portavo sempre raccolti. Non
ero una bellezza abbagliante come le dame di Versailles.
Ma avevo… presenza. E soprattutto avevo fede: cattolica
in un mondo di protestanti, giacobita quando essere
giacobiti significava perdere tutto. Forse è stato
proprio questo a incantare Carlo. Lui cercava qualcuno
che credesse ancora nella sua corona… e io ci credevo,
almeno all’inizio.
E IL VOSTRO FASCINO, SECONDO
VOI, IN COSA CONSISTEVA DAVVERO? Nel non fuggire
subito. Nel sopportare i suoi deliri di grandezza, le
sue notti di rabbia, le sue promesse eterne. Nel dargli
una figlia, Charlotte, quando tutti gli altri gli
avevano voltato le spalle. Nel sapere quando dire basta
e andarmene, portando via la bambina, per salvarci
entrambe. Lo charme, signore, non è solo un bel viso. È
la forza di restare in piedi quando il mondo ti vuole in
ginocchio. È guardare un principe decaduto negli occhi e
dirgli: «Vi amo ancora, ma non posso più morire con
voi». E poi… forse era anche il mio accento scozzese che
lo faceva impazzire quando parlavamo francese.
SIETE STATA FELICE, ALMENO PER UN MOMENTO? Sì. Nei
primi mesi, quando vivevamo nascosti, quando sembrava
che il mondo potesse ricominciare. E poi quando è nata
Charlotte… quella creatura era la prova che, per un
istante, anche un amore sbagliato può creare qualcosa di
bello.
MADAME, COMINCIAMO DALL'INIZIO… LE VOSTRE
ORIGINI? Sono nata nel 1720, ultimogenita di una
famiglia numerosa e benestante. Mio padre, John
Walkinshaw, era un uomo di ferro e di seta. Nato intorno
al 1671, discendeva da antichi lairds di Lanarkshire, ma
aveva fatto fortuna come mercante. Possedeva le terre di
Barrowfield e Camlachie, e nel 1705 fondò il sobborgo
tessile di Calton, dove i telai cominciavano a ronzare
come alveari. Era ricco, sì, ma soprattutto testardo:
episcopaliano convinto in un paese che virava al
presbiterianesimo, e giacobita nel midollo.
SUA
MADRE? Mia madre era Katherine Paterson, figlia di
Sir Hugh Paterson di Bannockburn, altra famiglia
giacobita fino al midollo. Io fui l’ultima di dieci
figlie. Dieci figlie… potete immaginare la casa piena di
voci, risate, preghiere e segreti.
E LA VOSTRA
EDUCAZIONE? Dopo la morte di mio padre nel 1731,
passai gran parte della giovinezza in Francia. Là
studiai, appresi le maniere di corte, lessi i filosofi…
e lì avvenne la mia conversione al Cattolicesimo romano.
Fu naturale, quasi inevitabile. Quando tornai in Scozia,
ero già un’altra: cattolica in un paese sospettoso,
giacobita per nascita e per scelta.
E CALTON, IL
SOBBORGO FONDATO DA VOSTRO PADRE? Calton nacque come
villaggio tessile sulle terre di Camlachie. All’epoca
era campagna aperta, telai, operai, il rumore del
progresso. Oggi è parte di Glasgow, ma allora era il
sogno di mio padre: ricchezza per la famiglia, lavoro
per molti.
DALLE TERRE DI LANARKSHIRE A
FRIBURGO… UN CAMMINO LUNGO, MADAME. Lungo, sì. Ma
ogni passo era segnato dalla causa. Mio padre mi insegnò
a non chinare il capo, mia madre a pregare, la Francia a
credere in qualcosa di più grande. Tutto mi preparò a
incontrare Carlo… e a sopravvivere a lui.
MADAME,
ARRIVIAMO AL MOMENTO CRUCIALE: IL 1746,. VOI ABITAVATE
PRESSO VOSTRO ZIO MATERNO, SIR HUGH PATERSON, A
BANNOCKBURN HOUSE. È LÌ CHE INCONTRASTE IL PRINCIPE
CARLO EDOARDO STUART... RACCONTATECI COME ANDÒ. Sì,
Bannockburn House... la casa di mio zio Hugh, un uomo
devoto alla causa quanto mio padre. Una bella dimora
georgiana, solida, con pannelli di legno antico e fregi
delicati nelle stanze. Non era un palazzo, ma aveva
l'aria di un rifugio sicuro in tempi pericolosi. Dopo la
vittoria di Falkirk, Carlo tornò a Bannockburn come
quartier generale. Cadde malato, un brutto raffreddore,
febbre, stanchezza accumulata. Mio zio lo ospitò, e
io... io ero lì. Ero la nipote, la giovane dama di buona
famiglia, educata in Francia, cattolica come lui. Non
ero ancora la sua amante. Ero una delle donne che lo
curavano. Lui era nel suo letto al primo piano, nella
stanza ovest con i fregi di sirene e i pannelli antichi.
Io entravo e uscivo, parlavamo... parlavamo tanto e lui
mi guardava con quegli occhi azzurri che sembravano
vedere oltre la stanza.
EPPURE, ALCUNI DICONO CHE
IL SEME DELL'AMORE FU PIANTATO PROPRIO LÌ, DURANTE
QUELLA CONVALESCENZA... Il seme, sì. Non fu passione
immediata, ma qualcosa di più profondo: riconoscimento.
Lui vide in me una donna che non tremava davanti alla
sconfitta imminente, che condivideva la fede, la causa.
Io vidi in lui non solo il Principe, ma un uomo
vulnerabile, ferito, solo. Curarlo fu... intimo. Ma
restammo casti, sotto lo sguardo vigile di mio zio.
E DOPO? DOPO LA SCONFITTA DI CULLODEN, QUANDO LUI
FUGGÌ... Dopo Culloden, la fine del sogno giacobita,
tutto cambiò. Lui partì per la Francia, inseguito,
disfatto. Io rimasi in Scozia, poi tornai sul
Continente. Ma il filo non si spezzò. Lui non dimenticò
la donna che lo aveva curato a Bannockburn. E io... io
non dimenticai l'uomo che, malato e febbricitante, mi
aveva parlato di un regno che non sarebbe mai stato.
IN FRANCIA E CARLO INTRAPRESE UNA RELAZIONE CON UNA
SUA CUGINA... Sì, Marie Louise de La Tour d'Auvergne.
Giovane, bellissima, sposata con Jules de Rohan – un suo
caro amico, tra l'altro. Aveva ventidue anni, lui ne
aveva ventisei. Fu un amore di corte, fugace, parigino.
Lei rimase incinta... e lui, come al solito, passò
oltre. Carlo non era fatto per legami stabili. Era
ancora il "Bonnie Prince", il bel pretendente, ma già
cominciava a mostrare le crepe.
MA IL PENSIERO
TORNÒ A VOI... NEL 1752. Dopo Culloden ero tornata
sul Continente a Dunkerque, vivevo di espedienti, della
carità di amici giacobiti. La città era un porto
affollato, nebbioso, pieno di esuli e marinai. Carlo lo
seppe. Mi mandò, per mano del baronetto Henry Goring,
più di 50 luigi d'oro... e una lettera. Non una
proposta: un ordine gentile. Venite a Gand, vivete con
me come mia amante. Io accettai. Avevo trentadue anni.
FU L'INIZIO DEL VOSTRO AMORE VERO? Fu
l'inizio di tutto... e della fine. A Gand nacque
Charlotte, la nostra figlia. Ma fu anche l'inizio delle
gelosie, delle ubriacature, delle promesse tradite. Io
lo amavo, lo amai davvero. Lui... lui amava l'idea di
me, forse. Ma quella lettera del 1752 cambiò la mia
vita. Da esule a compagna di un principe in esilio. Da
donna libera a donna legata a un fantasma.
MADAME… PERDONATEMI LA DOMANDA DIRETTA, MA È QUELLA CHE
MOLTI SI PONGONO IN SILENZIO. COME FU… LA VOSTRA PRIMA
VOLTA? IL MOMENTO IN CUI, DOPO ANNI DI SGUARDI, DI CURE,
DI LETTERE E ATTESE, DIVENTASTE DAVVERO AMANTI. Non
fu un turbine di passione da romanzo francese, signore.
Non fu Versailles, con specchi e seta. Fu… umano. Fu
Liegi, novembre 1752, in una casa modesta vicino al
Meuse. Le stanze erano fredde, il fiume portava nebbia
umida che entrava dalle fessure. Avevamo cenato con
poco: pane, formaggio, vino del Reno. Carlo era
inquieto, come sempre, parlava della Scozia, della
corona, poi taceva e mi guardava. Quella sera salimmo le
scale strette. La camera era piccola: un letto con
baldacchino, una candela unica sul comodino, il camino
che moriva piano. Lui spense la candela con le dita,
lasciando solo il bagliore rossastro delle braci. Non ci
furono grandi dichiarazioni. Solo un bacio lungo,
incerto all’inizio, poi urgente. Le sue mani tremavano
un po’ – non di paura, ma di chi ha atteso troppo. Io…
io avevo paura, sì, ma anche desiderio. Desiderio di
appartenere a qualcosa, di essere necessaria. Fu tenero
e goffo insieme. Non fu un amplesso da cortigiane. Fu…
fusione. Due persone sole che, per una notte, si
tenevano insieme. Sentii il suo cuore battere forte
contro il mio, il suo respiro caldo sul collo. E dopo…
silenzio. Solo il crepitio del fuoco e il nostro respiro
che si calmava. Restammo abbracciati fino all’alba. Il
giorno dopo lui mi chiamò “mia moglie”, anche se non lo
ero ancora davanti a Dio. Fu l’inizio di tutto:
E
LÌ, L'ANNO SEGUENTE, NACQUE VOSTRA FIGLIA...CLEMENTINA
Sì. Il 29 ottobre 1753 nacque Charlotte Stuart, la
nostra unica figlia. La battezzammo nella chiesa
cattolica di Saint-Marie-des-Fonts, una piccola
parrocchia discreta, lontana dai clamori. Fu un
battesimo semplice, ma solenne: io la tenni tra le
braccia, Carlo era presente, forse per la prima e ultima
volta davvero felice. Charlotte... la chiamavo "la mia
piccola principessa". Aveva i miei occhi scuri e i suoi
lineamenti delicati. Era la prova vivente che il nostro
amore, per quanto tormentato, aveva creato qualcosa di
eterno.
FURONO MOMENTI DI FELICITÀ, MADAME?
Sì... per un tempo. Liegi ci diede pace: passeggiate
lungo il fiume, notti a parlare di un futuro
impossibile, la bambina che cresceva. Ma Carlo... il
whisky tornava, le gelosie, le accuse. Io sopportavo,
per Charlotte. Lei era la mia luce. Lui la amava a modo
suo, ma non abbastanza da cambiare. Presto saremmo
dovuti fuggire di nuovo – a Bouillon, poi altrove. Ma in
quegli anni a Liegi, per un istante, fummo quasi una
famiglia.
DOPO LIEGI, CHARLOTTE, LE COSE
CAMBIARONO… UN RAPPORTO DIFFICILE… Sì, difficile… è
un eufemismo gentile. Carlo era un uomo distrutto che
beveva per dimenticare. E quando beveva… cambiava. Ed io
all’inizio sopportavo. Per amore, per Charlotte. Ma col
tempo le parole grosse diventavano urla, le mani
pesanti. Era possessivo: geloso di ogni sguardo, di ogni
lettera. Lontano da casa per giorni, settimane, e quando
tornava… spesso ubriaco.
DAL 1760 VI STABILISTE
A BASILEA… Sì, a Basilea. Una città tranquilla,
protestante ma tollerante, con il Reno che scorreva
sotto i ponti antichi. Pensavamo fosse un rifugio
stabile. Ma il nomadismo continuava, e l’alcol pure. Ero
stanca. Stanca delle sue assenze, delle sue rabbie, del
nostro stile di vita da fuggiaschi.
FU ALLORA CHE
SCRIVESTE A GIACOMO, IL PADRE DI CARLO… Sì. Nel 1760
gli scrissi: volevo che Charlotte fosse educata nella
fede cattolica. Carlo, aveva abiurato al cattolicesimo
anni prima, convertendosi all’anglicanesimo per
opportunismo politico. Chiedevo anche di ritirarmi in
convento. Giacomo rispose con generosità: una pensione
di 10.000 luigi annui. E sì, mi aiutò anche a fuggire, a
sottrarre Charlotte agli occhi vigili del figlio. Una
notte, mentre lui dormiva, gli scrissi una lettera. Non
di odio, no. Di devozione eterna, ma anche di necessità:
«Vi amo ancora, ma devo salvare la bambina… e me stessa.
Temo per la mia vita». La lasciai sul tavolo, presi
Charlotte per mano e partimmo. Non guardai indietro.
Andai a Parigi, al convento delle Suore della
Visitazione. Là trovai pace, finalmente. Charlotte
crebbe al sicuro.
E IL RIMPIANTO, MADAME?
Rimpiango l’amore che avremmo potuto avere, se lui non
fosse stato spezzato dalla sconfitta. Rimpiango le notti
serene che non avemmo. Ma non rimpiango Charlotte. Lei
fu la luce in quel buio. E io… io scelsi di
sopravvivere. Per lei. Per me.
COME REAGÌ CARLO?
Fece circolare ritratti, descrizioni: «Una donna
scozzese, bruna, con una bambina di sette anni». Sperava
di ritrovarci, ma non ottenne nulla. Io e Charlotte
cambiammo più volte convento: luoghi austeri,
silenziosi, protetti dalle mura.
CARLO NON VI
PERDONÒ MAI… Quando Giacomo morì, il 1° gennaio 1766,
Carlo si proclamò Carlo III… ma continuò a ignorarci. Mi
rivolsi allora a suo fratello, il cardinale Enrico
Benedetto Stuart. Lui però mi dimezzò la rendita a 5.000
luigi all’anno… strappandomi la dichiarazione che non
avrei avuto altro a pretendere in quanto non ero mai
stata sposata con Carlo. Firmarla fu come strappare una
parte di me. Poi cercai di ritrattarla, ma era tardi. La
rendita dimezzata ci costrinse a conventi più modesti,
come quello vicino a Meaux.
MADAME, RACCONTATECI
DEL VOSTRO SOGGIORNO A ROMA… Era il 1772… Carlo aveva
cinquantun anni, si era sposato con Luisa di
Stolberg-Gedern, una ragazza coetanea di sua figlia
Charlotte. Io ero in estreme difficoltà economiche e
allora decidi si partire, ma fu un errore. Charlotte, la
mia povera bambina, era ormai diciannovenne, malata –
quel male al fegato che colpiva tutti gli Stuart,
un'eredità avvelenata. Scrisse al padre più volte: lo
pregò di legittimarla, di aiutarla economicamente, di
farla andare a Roma prima che nascesse un erede
legittimo dal nuovo matrimonio. Carlo si ammorbidì, sì…
ma a una condizione crudele: che lasciasse me in
Francia. Charlotte rifiutò. «Non abbandonerò mia madre»,
disse. E lui, infuriato, troncò tutto. Verso fine anno
partimmo lo stesso. Un viaggio estenuante, costoso e ci
indebitammo ancora di più. Roma era la città eterna, ma
per noi fu un luogo di umiliazione.
E CARLO? VI
RICEVETTE? No. Rifiutò di vederci. Viveva nel lusso
papale al Quirinale. Noi due donne, esauste e
indebitate, girammo per le strade antiche, vedemmo il
Foro in rovina, ma non ottenemmo nulla. Roma non ci
diede nulla, se non la conferma che il passato era
morto.
TORNASTE A PARIGI… Sì, sconfitte.
Charlotte continuò a scrivere a suo padre, ma
inutilmente. Tre anni dopo, nel 1775, aveva ventidue
anni, la salute peggiorava. Decise che l'unica via era
sposarsi presto, per sicurezza, per soldi. Ma Carlo
rifiutò il permesso: né matrimonio, né velo. Lei allora…
scelse da sola. Trovò Ferdinand Maximilien Mériadec de
Rohan, Arcivescovo di Bordeaux, un uomo potente,
affascinante, di quarant'anni più grande. Da lui ebbe
tre figli: Marie Victoire, Charlotte e Carlo Edoardo,
conte di Roehenstart. Fu uno scandalo, ma per noi
rappresentò la salvezza.
E VOI, MADAME? Sola,
ma fiera di lei. Tornai alla mia vita di conventi, di
preghiere, di debiti. Ma Charlotte… lei lottò. E vinse,
a modo suo. Nel 1783, finalmente, Carlo la legittimò.
Aveva sessantatré anni, era malato, quasi cieco, pieno
di rimpianti. La chiamò a Roma, al Palazzo del
Quirinale, dove viveva come un re senza regno. Lei
accettò di andare a curarlo, a stargli accanto negli
ultimi anni. Ma lasciò i suoi tre figli in custodia a
me. Io li tenni con me in Francia, nei conventi, come se
fossero un pezzo di lei che restava.
E QUANDO
SEPPE DELLA MORTE DI SUA FIGLIA? Fu come se mi
strappassero il cuore. Charlotte… la mia unica figlia,
la mia luce in tutti quegli anni di buio. Charlotte morì
a Roma, a trentasei anni, per quel male al fegato che
aveva ereditato dal padre. Il 17 novembre. Io ero in
Francia, con i nipoti. La notizia arrivò come un
fulmine. Non potei nemmeno abbracciarla un'ultima volta.
Seppi che aveva sofferto tanto, che aveva lasciato tutto
a me: 50.000 luigi in contanti e 15.000 di rendita
annua. Ma il denaro… che importanza aveva? Era lei che
volevo.
IL DENARO ARRIVÒ DOPO DUE ANNI… Sì.
Enrico, il cardinale, trattenne tutto per due anni. Solo
nel 1791 mi diede la somma… dopo che firmai una rinuncia
formale, per me e per i miei discendenti, su ogni
pretesa sui beni Stuart. Accettai. Non per avidità, ma
per i nipoti. Loro avevano bisogno di vivere. Io… io
avevo bisogno solo di pregare.
E COME ANDÒ
AVANTI, MADAME, DOPO? Andai avanti per i nipoti. Li
allevai come potei, con la rendita, nei conventi. Pregai
tanto per Charlotte, per Carlo, per tutti noi. La sua
morte fu la fine di un sogno che non era mai stato
davvero mio. Ma lei… lei era stata reale. La mia
bambina. L’unica cosa bella uscita da quell’amore
tormentato. Quando penso a lei, non penso al dolore.
Penso al suo sorriso da piccola, a Liegi, quando tutto
sembrava ancora possibile.
MADAME… SE DOVESSE
DARE UN TITOLO ALLA SUA VITA, QUALE SAREBBE? Un
titolo… ah, che domanda crudele e gentile allo stesso
tempo. Ci ho pensato spesso, sapete? Nelle notti insonni
dei conventi, mentre pregavo per Charlotte, per Carlo,
per me stessa. Riguardando il mio passato direi: Una
Dignità Testarda. Sì. Testarda perché non ho mai chinato
il capo, nemmeno quando il whisky lo faceva chinare a
lui. Testarda perché ho continuato ad amare anche quando
l’amore era diventato veleno. Testarda perché ho
protetto Charlotte quando tutti gli altri l’avrebbero
lasciata al suo destino. Testarda perché ho firmato
rinunce, ho cambiato città, conventi, nomi… ma non ho
mai smesso di essere Clementina Walkinshaw, la scozzese
cattolica che una volta curò un principe e poi lo lasciò
per non morire con lui. Dignità, perché alla fine è
tutto ciò che mi resta. Non corone, non palazzi, non
lettere d’amore conservate. Solo questa quieta, ostinata
dignità. E sapete una cosa? Mi basta.
Le
campane di San Nicola suonano lente, lontane. La luce si
spegne del tutto. Clementina Maria Sophia Walkinshaw,
ultimo amore clandestino di Carlo Edoardo Stuart, madre
di Charlotte duchessa d’Albany, si congeda dal mondo con
la stessa quieta fermezza con cui aveva vissuto: senza
clamore, senza rimpianti inutili, solo con la pace di
chi ha pagato ogni prezzo e non chiede più nulla.
Clementina morì in Svizzera nel novembre del
1802.
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IMMAGINE GENERATA DA IA
L'articolo è a cura di Adamo Bencivenga


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