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AMARSI CHE CASINO 
IL LUNEDÌ DEI BARBIERI
Firenze. Correva l’anno 1742, Nei
pressi del Giardino di Boboli, un mercante di tessuti vide un corpo
di donna con la gola tagliata. La donna con la gonna tirata su
indossava ancora le calze nere di seta. La giarrettiera destra, di
tulle nero, era ancora stretta attorno alla coscia. Quella sinistra
invece mancava....

Correva l’anno 1742, giugno. Firenze cuoceva sotto un
sole spietato che rendeva l’aria densa e appiccicosa
come un brodo di carne. Il caldo quell’anno era davvero
insopportabile. Nei pressi del Giardino di Boboli, tra i
cipressi scuri e i cespugli di alloro polverosi, un
passante solitario stava tagliando per una scorciatoia
poco frequentata. Era un mercante di tessuti di Prato,
grasso, sudato, con la camicia già fradicia sotto le
ascelle. Camminava borbottando tra sé per il caldo,
quando il tanfo dolciastro e metallico del sangue lo
colpì prima ancora della vista.
Si fermò di
colpo. Riverso supino sull’erba ingiallita e secca,
giaceva il corpo di una donna. La gola era aperta da un
taglio netto, profondo, quasi chirurgico: un unico gesto
deciso che aveva reciso trachea e giugulare in un solo
colpo. Il sangue era uscito a fiotti violenti,
inzuppando il terreno in una chiazza scura e lucida che
già brulicava di mosche, attirate dalla carne
squarciata. La donna con la gonna tirata su e senza
mutande indossava ancora le calze nere di seta. La
giarrettiera destra, di tulle nero bordato di un pizzo
sgualcito, era ancora stretta attorno alla coscia,
leggermente storta, come se fosse stata strattonata
durante la colluttazione. Quella sinistra invece mancava
del tutto, tanto che la calza era scesa quasi fino al
polpaccio, arrotolata su sé stessa, lasciando scoperta
una porzione di carne pallida, già rigida e
marmorizzata.
Le gambe erano leggermente
divaricate, in una posa oscena e involontaria: la destra
piegata appena, la sinistra più distesa, come se stesse
ancora offrendo ciò che aveva venduto poco prima di
morire. Il corpetto era slacciato fino alla vita, i seni
pesanti e bianchi completamente esposti al sole. Uno dei
capezzoli, quello sinistro, era sporco di terra e di
fili d’erba, come se qualcuno l’avesse schiacciato
contro il suolo mentre la sgozzava. La bocca era
semiaperta, le labbra umide ancora rosse di belletto, i
denti visibili in un’espressione che sembrava a metà tra
sorpresa e l’ultimo gemito strozzato. Il mercante
rimase immobile per qualche secondo, poi si tolse il
cappello in segno di rispetto e con l’altra mano che
tremava, si fece il segno della croce e vomitò
violentemente tra i cespugli. Solo allora cominciò a
urlare, chiamando aiuto con una voce roca che ruppe il
silenzio afoso del giardino.
******
Il Comandante delle Guardie fiorentine, un uomo
massiccio di nome Baldassarre Vettori, arrivò sul posto
con la faccia di chi aveva già visto troppi cadaveri.
Dal posto del ritrovamento e da come era vestita non
c’era alcun dubbio che la povera disgraziata facesse il
mestiere più antico del mondo. Analizzò il cadavere e la
ferita mortale. Non c’erano dubbi che quello squarcio
fosse stato fatto da un professionista! Insieme ad altri
due gendarmi iniziò subito a torchiare le altre puttane
che battevano nei dintorni. Le prostitute, mezze
ubriache e mezze spaventate, raccontarono tutto quello
che sapevano. Mariuccia era arrivata a Firenze da Napoli
due anni prima, ma non era napoletana di nascita: si
chiamava in realtà Maria Grazia, era marchigiana, di un
paesino vicino ad Ancona.
Bella da far male.
Capelli neri lucidi, occhi grandi e scuri, bocca
carnosa, corpo fatto per il peccato. Come tante altre
che vagavano nella zona non aveva trovato un lavoro
onesto. A Napoli aveva fatto la vita, si vendeva nei
vicoli di Spaccanapoli e nei bassi di Forcella per pochi
carlini a soldati e marinai. Era venuta a Firenze
apposta per cambiare aria. Voleva ricominciare pulita. E
così aveva bussato alle porte di case signorili
offrendosi come cameriera, aveva pulito pavimenti e
svuotato pitali per qualche settimana, abbassando gli
occhi e stringendo i denti mentre le padrone la
guardavano con disprezzo e le serve anziane la
trattavano come una pezza da piedi. Ma non era bastato.
Le avance in quelle case erano pesanti. Ogni
giorno doveva soddisfare padroni, rampolli e capi della
servitù: mani sudate che le palpeggiavano il culo mentre
sparecchiava, dita che le infilavano sotto la gonna
mentre lavava i pavimenti in ginocchio, bocche che le
sussurravano oscenità all’orecchio mentre serviva il
vino a tavola. Allargava le cosce senza potersi
ribellare, con gli occhi bassi e i denti stretti,
lasciando che quei signori e i loro figli viziati le
montassero sopra nel retrocucina o nel sottotetto, tra
scope e secchi di acqua sporca. Qualcuno le veniva
dentro in fretta, grugnendo come un maiale, altri le
chiedevano di usare la bocca. Lei obbediva in silenzio,
pulendosi poi con uno straccio, mentre la paga restava
misera: pochi spiccioli che bastavano appena per non
morire di fame. E la fame tornava sempre più cattiva,
più insistente, come una bestia che le rodeva le
viscere.
Dopo qualche mese di quella vita grama,
con lo stomaco che brontolava giorno e notte e le cosce
che si stringevano per il freddo e la vergogna, aveva
ceduto di nuovo. Una sera, all’imbrunire, mentre
percorreva via dei Malcontenti con le gambe ancora
doloranti per l’ultimo rampollo che l’aveva presa contro
il muro della dispensa, un uomo le si avvicinò. Era un
mercante di mezz’età, ben vestito, anche gentile a suo
modo, ma con lo sguardo già appannato dal vino e dal
desiderio. La fermò sotto un lampione fioco, il respiro
pesante che puzzava di aglio e di Chianti. «Quanto
vuoi per farti toccare quelle belle tette?» Le disse
senza tanti giri di parole, gli occhi che le scendevano
sul seno.
Mariuccia si fermò, il cuore che le
batteva forte. Per un attimo pensò di scappare, di
continuare a fingere di essere una brava ragazza. Ma la
rabbia di darsi gratis a quei ricchi porci le urlava più
forte di qualsiasi dignità. Abbassò lo sguardo, poi lo
rialzò con un mezzo sorriso stanco, quello che aveva
imparato a Napoli. «Cinque monete per la mano, dieci
per la bocca, quindici per tutto.» Rispose con voce
bassa, quasi roca. L’uomo ghignò, le mise in mano solo
tre monete e la spinse senza delicatezza contro il muro
umido del vicolo. Le alzò la gonna con una mano, mentre
con l’altra le strizzava un seno.
Mariuccia aprì
le gambe, sentì le dita callose che le entravano dentro
senza preliminari, e chiuse gli occhi. Pochi minuti dopo
l’uomo grugnì, le schizzò sul ventre e se ne andò
aggiustandosi i calzoni, lasciandola lì con le monete
strette nel pugno e il seme che le colava tra le cosce.
Quella fu la sua prima volta a Firenze. Da quel
momento non ci furono più finzioni. La fame e la rabbia
avevano vinto. In fin dei conti era quello che sapeva
vendere meglio: il suo corpo bianco e morbido, la bocca
carnosa, le cosce tornite e le tette generose. A
Firenze, come a Napoli, la fica restava la sua unica
merce che trovava sempre acquirenti.
******
A Firenze, nel 1742, il mestiere della puttana aveva
le sue gerarchie precise. Le più fortunate, quelle
belle, giovani e con un protettore fisso, avevano una
stanza tutta loro. Un buco fetido in qualche casa
popolare di Santa Croce, di San Frediano o dietro il
Mercato Vecchio, dove potevano ricevere i clienti al
riparo dalla pioggia e dagli occhi degli sbirri. Le
altre, le meno belle, le più vecchie, le malate o
semplicemente quelle senza un soldo per pagare l’affitto
di una stanza, battevano per strada o nei giardini.
Di notte si piazzavano lungo le mura, sotto i portici di
piazza della Signoria o nei vicoli bui intorno a Santa
Maria Novella, alzando la gonna al passaggio di un’ombra
e sussurrando prezzi con voce bassa. Di giorno,
invece, molte si spostavano verso i giardini pubblici:
Boboli era uno dei posti preferiti. Tra i cipressi,
dietro le siepi di alloro e nelle zone meno curate, si
sedevano su panchine di pietra o direttamente sull’erba,
con le gambe leggermente aperte, la gonna tirata su fino
al ginocchio per far intravedere le calze e le
giarrettiere.
Offrivano un servizio rapido tra i
cespugli: mano, bocca o una sveltina in piedi, con la
schiena contro un tronco, mentre i passanti fingevano di
ammirare le statue. Mariuccia conosceva bene entrambe le
facce del mestiere. Aveva iniziato per strada, con il
freddo che le entrava nelle ossa e il terrore che uno
sbirro la prendesse e la mandasse al carcere delle
Stinche. Poi, quando aveva messo da parte qualche soldo,
era riuscita a prendere una stanza fetida in via San
Cristofano. Ma anche lì non c’era pace: il via vai era
continuo dal mattino alla sera. Mercanti grassi che
puzzavano di lana e sudore, artigiani con le mani
callose, studenti squattrinati che pagavano con pochi
baiocchi, qualche prete in borghese che entrava con gli
occhi bassi e usciva confessando i propri peccati. Si
sentiva tutto attraverso le pareti sottili: i gemiti
forzati di Mariuccia, le grida bestiali degli uomini
quando venivano, il rumore ritmico e osceno del letto
che sbatteva contro il muro. Quella camera era un
tugurio di pochi metri quadri: pareti scrostate che
trasudavano umidità, un pagliericcio lurido con lenzuola
grigie incrostate di sperma secco e sudore, un
crocifisso storto sopra la spalliera che sembrava
prendersi gioco di lei ogni volta che un uomo le saliva
addosso. C’era un secchio per pisciare in un angolo, una
brocca d’acqua sporca per lavarsi alla meglio tra un
cliente e l’altro, e una finestrella piccola che dava su
un cortile buio da cui saliva sempre puzza di cavolo
bollito e merda di gatto.
La sua vita era tornata
ad essere quella di Napoli. Non c’era redenzione, non
c’era lavoro onesto che tenesse. Solo le sue cosce
aperte, la sua bocca usata, il suo culo accogliente e le
giarrettiere di tulle che scivolavano lentamente lungo
cosce bianche per far alzare il prezzo.
******
Baldassarre Vettori davanti a quel
cadavere scosse la testa. Era evidente che l’assassinio
era avvenuto in pieno giorno, cosa insolita e capì
subito che non era un cliente occasionale. Fece
perquisire tutti i clienti abituali, soprattutto i
mercanti che frequentavano Mariuccia con regolarità.
L’unico indizio era quella giarrettiera in tulle nero
mancante. Durante la perquisizione nella sua casa i
gendarmi scoprirono che Mariuccia ne possedeva diverse:
una di seta rossa con fiocchetti neri, una di pizzo
bianco quasi virginale (che usava per far eccitare i
clienti più perversi), una di tulle nero semplice, ma
elegante, e quella più preziosa, di tulle nero con
ricami dorati che teneva per i clienti che pagavano di
più. Evidentemente ne era appassionata e nonostante
fosse sempre a corto di soldi, quella collezione era il
suo piccolo lusso, la sua arma di seduzione. Qualche
collega raccontò che durante la contrattazione Mariuccia
era solita far scivolare la giarrettiera lentamente
lungo la coscia mentre l’uomo la guardava, sapendo che
quello sguardo bastava a far alzare il prezzo.
******
Il caso diventò di dominio pubblico in
poche ore. La voce si sparse per le vie di Firenze come
un cattivo odore: una puttana sgozzata in pieno giorno
ai Boboli, con le tette al vento e una giarrettiera
mancante. I popolani ne parlavano nei mercati, i nobili
nei salotti, i preti dal pulpito, mescolando ribrezzo e
morbosità. Presto la storia arrivò anche a palazzo.
Il Comandante delle Guardie, Baldassarre Vettori, fu
convocato d’urgenza dal reggente Francesco di Lorena in
persona, marito di Maria Teresa d’Austria e futuro
imperatore.
L’udienza avvenne in una sala
austera di Palazzo Pitti, dove il reggente, un uomo alto
e rigido dal naso aquilino, lo ricevette senza troppi
convenevoli. Francesco di Lorena camminava avanti e
indietro con le mani intrecciate dietro la schiena, la
voce secca e tagliente come una lama. «Comandante
Vettori, questa storia puzza di scandalo. Una meretrice
sgozzata come una capra in uno dei giardini più belli
della città, sotto gli occhi di Dio. Non mi importa che
fosse una puttana napoletana venuta qui a vendere le
cosce. Mi importa che il sangue sia stato versato in
pieno giorno, quasi sotto le finestre del palazzo.
Voglio il colpevole entro pochi giorni. Non tollererò
che Firenze sembri una città di barbari dove si può
tagliare la gola a una donna solo perché ha aperto le
gambe al cliente sbagliato. Trovatelo. E se è
necessario, torchiate tutte le troie del Giardino e
tutti i clienti che se le portavano nei cespugli. Non
fatevi scrupoli. La giustizia deve essere rapida e
visibile, altrimenti il popolo inizierà a pensare che
siamo degli incapaci.»
Vettori chinò il capo, il
viso impassibile, ma dentro sentiva il peso della
minaccia. Sapeva bene che dietro le parole del reggente
c’era la paura dello scandalo internazionale: Firenze,
città d’arte e di cultura, ridotta a teatro di delitti
passionali tra barbieri e puttane. «Sarà fatto,
Altezza Reale.» Rispose con voce ferma sbattendo i
tacchi. «Lo prenderemo. E quando lo avremo, lo
faremo penzolare in piazza perché tutti vedano cosa
succede a chi perde la testa per una puttana.»
Francesco di Lorena annuì seccamente, congedandolo con
un gesto della mano. «Bene. Fate in fretta. E che la
forca sia alta. Voglio che dondoli bene.» Uscito dal
palazzo, Vettori sputò per terra e si diresse verso via
San Cristofano. Tornato in caserma radunò tutti i suoi
sottoposti, la caccia era appena cominciata.
******
Gli sbirri sguinzagliati per tutta la
città perquisirono case di clienti abituali, di qualche
magnaccia, le rive dell’Arno e ogni zona e anfratto
della città e dopo circa una settimana, la giarrettiera
mancante saltò fuori. Fu un caso: un gendarme a
passeggio con la propria fidanzata una domenica
pomeriggio scovò il prezioso indumento sul banco di un
commerciante di stoffe e mercerie vicino a Ponte
Vecchio. Nonostante fosse festa, salutò la fidanzata e
portò la giarrettiera immediatamente al Comando.
La sera stessa, il mercante, un ometto pelato di nome
Cosimo Bardi, sudava davanti al Comandante Vettori nella
grande sala al primo piano. La sua voce rimbalzava da
una parete e l’altra: «Ne vendo tante, Eccellenza. Le
prostitute le adorano. Servono a tenere su le calze, ma
soprattutto a far vedere le gambe. Quella lì è di tulle
nero fine, costa cara per loro.» Vettori lo fissò
gelido. Prese la giarrettiera in bella mostra sulla
scrivania e disse: «Questa è usata! Chi te l’ha
venduta?» Bardi esitò, ma poi, dopo ore di pressioni
e minacce di chiudergli il banco e passare il resto dei
suoi giorni in prigione, si ricordò. «Sì Eccellenza,
ora rammento, avete ragione è usata! È stato un giovane
di ventidue anni. Un certo Antonio di Vittorio Giani. Fa
il barbiere in via Romana. È venuto una mattina presto,
aveva fretta. Mi ha dato la giarrettiera dicendo che era
di sua sorella.»
Immediatamente Vettori con un
manipolo di sottoposti si recò in via Romana. E il
giovane barbiere fu assicurato alla giustizia quella
stessa sera. Durante l’interrogatorio, Antonio Giani
crollò quasi subito. Aveva il viso bello, da ragazzo, ma
gli occhi erano quelli di chi ha già l’inferno dentro.
«Non era solo una puttana per me.» Confessò. «Mi ero
innamorato come un cane. Le ho chiesto di smettere. Lei
ha detto di sì. Ha smesso di ricevere in casa, di notte
stava sempre con me. Ma di giorno… di giorno andava ai
Boboli. Diceva che andava a chiacchierare con le amiche.
Invece si offriva ai passanti. Eccellenza l’ho vista con
i miei occhi! Si sedeva su una panchina, tirava su la
gonna, scopriva quelle cosce bianche e faceva vedere la
giarrettiera. Sorrideva, parlava sottovoce, e se l’uomo
pagava bene se lo portava dietro una siepe. Io l’ho
seguita un giorno. L’ho vista mentre un mercante le
infilava le mani sotto la gonna. Ho visto la
giarrettiera che luccicava al sole mentre lei apriva le
gambe. Lei si è fatta scopare lì, davanti a tutti. Non
ci ho visto più. Preso dalla gelosia, ho spintonato via
quel porco, Mariuccia era spaventata, chiedeva aiuto, ma
io non mi sono fermato, l’ho presa per i capelli, le ho
messo il rasoio alla gola e… l’ho tagliata. Poi mi sono
pentito, ho cercato di soccorrerla, ma lei era già
morta, allora sono scoppiato a piangere e per avere
qualcosa di lei ho preso la giarrettiera.»
******
Nonostante fosse equiparato come delitto
d’onore, il tribunale fiorentino non ebbe pietà e non
perse tempo. Le leggi del Granducato erano chiare: chi
spargeva sangue, anche quello di una puttana, pagava con
il proprio. Il sangue si lavava col sangue! Antonio di
Vittorio Giani fu condannato a morte per impiccagione
pubblica. L’esecuzione si tenne lunedì 11 giugno 1742,
in piazza della Signoria, sotto un cielo bianco e afoso.
Quel giorno tutti i barbieri di Firenze chiusero le
botteghe. Non per pietà verso Mariuccia, la puttana
marchigiana che aveva continuato a vendere la propria
merce anche dopo aver promesso fedeltà. Chiusero per
vedere morire uno di loro. Si radunarono in silenzio,
con i rasoi ancora sporchi di barba nella tasca del
grembiule, gli occhi fissi sul patibolo. Guardarono il
giovane Antonio salire i gradini con le gambe che
tremavano, il bel viso già segnato dalla paura della
morte. Lo videro mentre il boia gli infilava il cappio
ruvido attorno al collo, mentre la folla urlava insulti
e qualche donna rideva.
Quando il cappio si
strinse, le gambe scalciarono violentemente nell’aria
vuota. Rimase lì a dondolare, con lingua gonfia fuori
dalla bocca e gli occhi sbarrati verso il cielo, come se
cercasse ancora lo sguardo di Mariuccia tra i cespugli
del Boboli. I barbieri restarono fino alla fine, finché
il cadavere non fu calato e buttato sul carro per essere
gettato nella fossa comune insieme alle puttane e ai
ladri.
Da quel lunedì maledetto nacque l’usanza.
Ogni inizio di settimana, in tutta Firenze, le botteghe
dei barbieri restavano chiuse. Non per riposo, non per
devozione. Chiudevano per ricordare che il rasoio,
strumento del loro pane quotidiano, poteva diventare in
un attimo arma di gelosia e di morte. Chiudevano per
ricordare a tutte le loro mogli la fine di una donna che
aveva continuato ad aprire le gambe anche mentre un uomo
l’amava fino alla follia. Chiudevano perché, nel
profondo, sapevano che chiunque di loro, davanti a una
giarrettiera di tulle nero scivolata lungo una coscia
bianca, avrebbe potuto perdere la testa e tagliare una
gola.
Secoli sono passati. Le dinastie sono
cambiate, i Granduchi sono caduti, le repubbliche sono
arrivate e se ne sono andate. Ma il lunedì i barbieri di
Firenze, e poi di mezza Italia, continuano a tenere le
serrande abbassate. Nessuna legge del mercato,
nessuna concorrenza, nessuna moda moderna ha mai osato
rompere quell’antica tradizione nata da un tradimento e
dal rasoio insanguinato di un barbiere di ventidue anni.
Ancora oggi, quando il lunedì mattina entri in una via e
trovi la bottega del barbiere buia, con la saracinesca
giù, non è solo un giorno di riposo, ma la ricorrenza di
un femminicidio... uno dei tanti. |

Questo racconto pur
prendendo spunto da un fatto realmente accaduto è opera di
pura fantasia.
ARTICOLO A CURA DI ADAMO BENCIVENGA IMMAGINE GENERATA DA IA
https://www.elioria.com/storie/
si-deve-a-mariuccia-il-giorno-di-
chiusura-di-lunedi-dei-barbieri/ Ippolita Douglas Scotti ne parla
nel suo libro 101 perché sulla storia di Firenze che non
puoi non sapere (Newton Compton Editori, 2017). 

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