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LE VENEZIANE
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LAURA TROILO
Quando una cortigiana salvò Venezia

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Laura Troilo, cortigiana a Venezia nel 1498, era una cortigiana come tante, di quelle che popolavano i canali e i campielli della Serenissima: bella, raffinata, abile nel conversare e nel gestire gli appetiti degli uomini potenti. Non una comune prostituta di strada, non una carampana sul Ponte delle Tette, ma una signora cortigiana vera e propria, capace di ricevere in casa propria gentiluomini di alto rango, segretari, patrizi e diplomatici.

Laura era di una bellezza luminosa e sensuale, tipica delle veneziane celebrate nei dipinti dell’epoca. Capelli castano-ramati o dorati, lunghi e acconciati con perle o nastri sottili. Pelle chiara e levigata, occhi grandi e scuri, capaci di passare da uno sguardo malizioso e invitante a uno apparentemente ingenuo. Il viso ovale, le labbra esperte, piene e rosse, il collo lungo e elegante. Indossava sempre abiti sontuosi e provocanti: vestiti di seta o velluto rosso, scollature generose che mostravano il seno generoso, vita stretta definita da corsetti, maniche tagliate che lasciavano intravedere la camicia bianca. Portava gioielli preziosi, collane d’oro e orecchini di perle, doni dei suoi amanti. Il suo profumo era un misto di rosa, ambra e muschio, che impregnava le stanze della sua casa a Sant’Elena).

La sua casa era un luogo discreto ed elegante con stanze impreziosite da tappeti orientali, letto a baldacchino, specchi e quadri, e un piccolo salotto dove si poteva conversare, bere vino dolce di Cipro e ascoltare musica. I suoi amanti più importanti, come Antonio di Landi, segretario del Senato, la frequentavano regolarmente. Gli incontri seguivano un rituale ben collaudato: Arrivavano di sera, spesso in gondola coperta, attraccando vicino alla sua abitazione.
Laura li accoglieva con calore: “Mio signore, la vostra presenza illumina questa casa”, e li faceva accomodare.
Si intratteneva con loro parlando di politica, pettegolezzi di palazzo, poesia o semplicemente ascoltando le loro vanterie. Molti uomini importanti amavano sfogarsi con lei, convinti che una cortigiana non capisse o non ricordasse.
Poi passava alla parte più intima: carezze esperte, baci, giochi d’amore prolungati e raffinati. Sapeva essere appassionata e attenta ai desideri maschili mantenendo un alone di mistero. Dopo l’incontro, offriva vino, frutta candita o dolcetti, e li congedava con promesse di nuovi appuntamenti.

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Quella sera una gondola coperta scivolava silenziosa lungo il rio stretto vicino a Sant’Elena, fermandosi davanti a una porta bassa. Antonio di Landi, segretario del Senato, scese per primo, avvolto in un mantello scuro. Lo seguiva poco dopo Gian Battista Trevisan, ex cancelliere, emissario discreto del Duca di Mantova.
Laura li accolse con il suo sorriso caldo e professionale, vestita di una gamurra di seta cremisi dal taglio generoso, i capelli ramati sciolti sulle spalle con qualche perla intrecciata. Li baciò entrambi sulle guance, mormorando parole dolci e lusinghiere: «Miei signori… la vostra visita è sempre un onore per questa povera casa.»

Li condusse nel salotto privato al piano superiore. L’aria profumava di ambra e rosa. Dopo i primi momenti di piacere, Laura seduta sulle ginocchia di Landi, che le accarezzava il seno e il collo, i due uomini chiesero di restare soli per “discutere di affari”. Laura, obbediente e apparentemente distratta, si ritirò nella stanza accanto con un inchino grazioso, chiudendo la porta ma lasciando uno spiraglio.

I due veneziani, convinti che la cortigiana fosse soltanto una bella donna ignorante, iniziarono a parlare in latino. Un latino fluente, da uomini di cancelleria, ma pronunciato a voce bassa, quasi sussurrata. Landi, con tono teso ma eccitato disse: «…et ita Ducem Mantuae certiorem faciemus de consiliis Senatus. Si nos adiuvat, poterimus…»
Trevisan annuiva, rispondendo nello stesso idioma: «…secretiora quae in Pregadiis dicta sunt. Nemo suspicabitur. Haec domus tutissima est. Nemo credit quod meretrix intellegat.»

In sostanza parlavano del passaggio di informazioni delicate e segretissime: decisioni del Senato, movimenti di truppe, alleanze in corso, tutto destinato al Duca di Mantova in cambio di favori e denaro. Ogni tanto ridevano piano, sicuri della loro astuzia. Landi, tra una frase e l’altra, allungava la mano verso la porta per assicurarsi che Laura non stesse ascoltando, poi riprendeva con maggiore confidenza.

Nel frattempo, Laura, nascosta nell’altra stanza, aveva fatto entrare silenziosamente il suo amico fidato Girolamo Amai, il suo amante più fidato, un giovane mercante astuto e devoto a lei.
«Presto.» Gli sussurrò Laura, la voce tesa. «Nasconditi dietro il letto. Stanno parlando di cose gravi… in latino. Voglio che tu senta tutto.» Girolamo non fece domande. Scivolò silenziosamente nella camera, si tolse le scarpe e si appiattì nello spazio stretto tra il grande letto a baldacchino e la parete, accucciato nel buio. Le tende pesanti del letto lo nascondevano quasi completamente.

Insieme ascoltavano ogni parola. Lei non capiva perfettamente il latino, ma abbastanza da intuire il tradimento. Quando i due uomini, soddisfatti del loro complotto, la richiamarono per riprendere i piaceri della serata, Laura tornò da loro con il solito sorriso seducente, come se nulla fosse.
Servì altro vino, si lasciò toccare, baciare e possedere da entrambi, ma dentro di sé aveva già deciso: avrebbe salvato Venezia denunciando tutto. Quella stanza profumata di ambra e peccato, che per Landi e Trevisan rappresentava il luogo più sicuro della città, si era invece trasformata nella loro trappola.

Solo quando finalmente se ne andarono, scendendo nella gondola coperta nel cuore della notte, lei chiuse la porta, corse da Girolamo e gli afferrò il braccio. «Hai sentito tutto?»
«Ogni parola.» Rispose lui, pallido. «Hanno appena consegnato Venezia al Duca di Mantova.»
Laura Troilo rimase un istante in silenzio, il viso illuminato dalla candela. Poi, con voce ferma e fredda, disse: «Domani andremo dai Dieci. Questo tradimento finisce qui.» La cortigiana aveva appena trasformato il suo letto di piacere in un confessionale di Stato.

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Notte tra il 26 e il 27 maggio 1498, Venezia.
Il Consiglio dei Dieci non si accontentò della morte silenziosa di Antonio di Landi. Il traditore era spirato due giorni dopo l’arresto, nella prigione dei Piombi, rifiutando ostinatamente il cibo e lasciando che la fame e la vergogna lo consumassero. Ma per la Serenissima non bastava. Il suo corpo doveva servire da monito eterno. Nella profonda oscurità della notte, una piccola barca senza lanterna scivolò lungo i canali silenziosi. Quattro uomini incappucciati trasportavano il cadavere di Landi, ancora vestito con la camicia e i calzoni con cui era stato catturato dopo la notte a casa di Laura Troilo. Il corpo era già rigido, il viso scavato dalla fame e dalla disperazione, gli occhi semichiusi.

Lo condussero fino al canale di San Secondo, tra la terraferma e Cannaregio, in quel punto stretto e visibile sia dalle navi che entravano in laguna sia dalle case lungo la riva. Lì, sotto un cielo senza luna, eressero una forca improvvisata ma robusta: un alto palo di legno con una traversa. Con gesti silenziosi, gli uomini passarono una corda ruvida intorno al collo del morto. Poi, senza cerimonie, issarono il corpo di Antonio di Landi, segretario del Senato, uno degli uomini più fidati della Repubblica. Il cadavere oscillò per qualche istante, poi rimase immobile, appeso contro il cielo nero.

All’alba, quando la prima luce grigia illuminò la laguna, i veneziani videro lo spettacolo. Il corpo di Landi dondolava lentamente nella brezza marina, visibile da lontano. I capelli scomposti, la testa reclinata da un lato, le mani legate dietro la schiena. Sulla forca era stata affissa una tavoletta con una scritta in grandi lettere nere: «Antonio Landi, traditore della Repubblica.» La gente si fermava sui ponti e sulle rive a guardare. Gondolieri rallentavano la voga, mercanti si segnavano, donne mormoravano. Nessuno osava parlare ad alta voce, ma il messaggio era chiaro a tutti: nemmeno i figli prediletti della Serenissima, nemmeno chi aveva accesso ai segreti più alti, veniva perdonato. Venezia puniva i vivi e infamava i morti.

Per giorni il corpo rimase esposto lì, lungo il canale di San Secondo, a marcire sotto il sole di fine maggio e a essere beccato dai gabbiani. Fu quella l’ultima, terribile immagine di Antonio di Landi: non più il potente segretario che entrava con arroganza nella casa della cortigiana, ma un cadavere appeso, monito per chiunque pensasse di tradire la Repubblica. Laura Troilo, dalla sua finestra a Sant’Elena, non vide direttamente lo spettacolo. Ma seppe. E con lei tutta Venezia. Una cortigiana aveva salvato lo Stato, e lo Stato aveva mostrato la sua giustizia spietata.

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il caso di Laura Troilo non fu isolato. Nella Venezia del Rinascimento, le cortigiane — soprattutto quelle oneste, raffinate e colte — occupavano una posizione ideale per raccogliere informazioni. Frequentavano patrizi, ambasciatori, segretari di Stato e dignitari stranieri, ascoltavano confidenze post-coito, carpivano segreti tra un bicchiere di vino di Cipro e una carezza, e a volte decidevano di metterli al servizio della Repubblica.

Il Consiglio dei Dieci, sempre assetato di informazioni, non disdegnava certo le delazioni che arrivavano da letti profumati di ambra e muschio. Molte di queste donne agirono come informatrici occasionali o vere e proprie spie informali, sfruttando la loro influenza, la loro rete di contatti e l’apparente “invisibilità” politica che la loro condizione concedeva.
Alcune venivano usate consapevolmente per “lavorare” obiettivi specifici: sedurre, far parlare, riferire.
Laura Troilo fu l’esempio più eclatante e drammatico, ma non l’unico. Venezia, pragmatica fino al cinismo, sapeva usare ogni arma disponibile — compresa quella del mestiere più antico del mondo — per sopravvivere.



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IMMAGINE GENERATA DA IA
ARTICOLO A CURA DI ADAMO BENCIVENGA
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