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DIALOGHI IMPOSSIBILI
 

Madame Bovary e Lady Chatterley
Confessioni segrete
In un giardino sospeso tra epoche, Emma e Costance, si incontrano segretamente, avvolte da un’intimità assoluta che nessuna società ha mai saputo capire a fondo. Qui, libere dal peso dei mariti e della provincia, si raccontano l’adulterio non come colpa, ma come atto di ribellione e di ritorno alla propria carne viva. Due donne che, attraverso il desiderio e la passione, riscoprono cosa significhi davvero sentirsi desiderate e finalmente donne.
 
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Un giardino segreto, sospeso tra due secoli, ai margini di un antico parco inglese che confina con la campagna normanna. È una sera di fine estate, l’aria profuma di rose antiche e di terra umida dopo la pioggia. Tra gli alberi di tiglio e di castagno si apre un piccolo padiglione di ferro battuto e vetro, illuminato da lanterne a gas. Il tempo qui non esiste: il 1857 e il 1928 si sfiorano senza sfiorarsi. Nessun rumore di carrozza o di automobile; solo il fruscio delle foglie e, in lontananza, il canto di un usignolo che non sa di essere fuori stagione

Le due donne non si sono mai conosciute eppure si riconoscono all’istante. Un fascino quieto, una complicità pericolosa: quella di chi ha capito che la bellezza non è un dono, ma un’arma affilata contro la noia del mondo. Emma Bovary cammina sfiorando appena il suolo con la punta delle scarpette di raso; Constance Chatterley scivola tra i cespugli con la leggerezza di chi ha imparato a danzare con la terra stessa. Nessuna delle due ha bisogno di gesti grandi: un sopracciglio alzato, un sorriso obliquo, un dito che sfiora una foglia bastano a dire tutto.

Entrambe sono vestite come per un appuntamento con il destino. Emma indossa un abito di seta grigio-perla del 1857, scollatura a barchetta, vita strettissima, gonna a campana che fruscia come un segreto. Guanti di pizzo nero fino al gomito, un piccolo cappello con veletta di tulle nero, un cameo di corallo al collo. Constance porta un abito di chiffon color avorio del 1928, un taglio moderno e sensuale, scollatura profonda sulla schiena, maniche ad aletta, un filo di perle lunghissime che le scende fino alla vita. Capelli ondulati alla garçonne raccolti in un unico fermaglio. Insieme sembrano due epoche che si sono date appuntamento per sedurre il futuro.

Si siedono su una panchina di pietra coperta di muschio. Emma, con un sospiro che sembra venire dal fondo del cuore, dice: «Io mi annoiavo, Constance. Mi annoiavo fino a morirne. Il salotto di Yonville, le visite del farmacista, le cene con mio marito che parlava solo di fratture e di cataplasmi… Era come vivere dentro una gabbia dorata fatta di noia. La provincia mi strangolava.»
Constance sorride malinconica: «Ti capisco Emma, conosco quella gabbia, io ero dentro un castello, Wragby Hall, con i suoi camini spenti e mio marito Clifford che scriveva articoli sulla “crisi della civiltà” mentre il suo corpo non si muoveva più. Due epoche diverse, stessa prigione: la provincia inglese degli anni Venti era cupa quanto la vostra Normandia del 1857. Solo che noi avevamo l’automobile… e la guerra aveva già ucciso ogni illusione.»

Emma, giocherellando con il cameo: «Provincia. Che parola orribile. Dove le donne devono essere caste, quiete, decorative. Io mi sentivo donna solo quando leggevo i romanzi, quando sognavo Parigi, quando un uomo mi guardava come se fossi l’unica cosa viva in un mondo morto. Sentivo un fremito, il mio corpo reagiva… aveva bisogno di attenzioni, di baci e carezze che non potevo avere…»
Constance, guardando la sua nuova amica annuisce: «E io mi sono sentita donna davvero solo quando Mellors mi ha toccata. Non con le parole, non con i fiori… con le mani sporche di terra, con la sua passione che vibrava dentro di me. Desiderata. Finalmente desiderata come carne, non come moglie di un baronetto paralizzato. Tu eri desiderata da Rodolphe e da Léon, io da un guardacaccia. Stessa fame, nomi diversi.»

Gli occhi di Emma brillano, sente la vicinanza della sua amica: «È stato semplice e terribile tradire Charles. Prima è stata la curiosità, poi la vanità, poi il bisogno disperato di sentire il cuore battere forte. Un ballo a Vaubyessard, un mantello sulle spalle, una lettera… e improvvisamente la vita aveva un altro sapore. Beh sì gli sguardi degli altri mi ferivano… Oh, Constance, ogni pettegolezzo era una coltellata. La provincia non perdona mai una donna che vuole vivere.»
Constance, le stringe la mano: «Io ho tradito Clifford perché lui mi aveva già tradita per primo: mi aveva sposata per avere una domestica in casa, non una donna. Col mio amante c’erano difficoltà non lo nego tipo la differenza di classe. Io lady, lui bracconiere. L’ambiente mi diceva che era osceno. Eppure è stato proprio quel divieto a farmi cedere. La prima volta nel bosco… la pioggia, il fango, le sue parole crude… ho capito che la passione non chiede permesso.»

Il silenzio tra loro dura appena qualche minuto, poi Emma parla per prima, gli occhi persi verso le lanterne che oscillano piano. «Ricordi il primo bacio vero, Constance? Non quelli rubati… ma quello che ti spacca dentro. Rodolphe mi portò in quel bosco, lontano da Yonville. C’era un sentiero stretto, l’odore di muschio e di resina… Lui mi prese per la vita, mi spinse contro un tronco ancora umido di rugiada. Io opposi resistenza per un attimo – per decenza, per abitudine – poi cedetti. Le sue labbra erano calde, insistenti, sapevano di tabacco e di vino buono. Mi baciò come se volesse divorarmi l’anima… e io lo lasciai fare. Quando le sue mani scivolarono sotto le mie sottane, quando sentii il suo corpo premere contro il mio, forte, duro, vivo… fu come se un vuoto ancestrale, che portavo dentro da sempre senza saperlo, venisse finalmente riempito. La sua carne dentro la mia… non era solo piacere, era… riconoscimento. Come se il mio corpo dicesse finalmente: “Sì, esisto”. Mi sentii piena, intera, per la prima volta. I miei seni che si offrivano alla sua passione… E dopo, mentre giacevamo sull’erba schiacciata, con le foglie che ci piovevano addosso, non provai vergogna. Solo una fame nuova, più grande.»

Constance ascolta in silenzio, il respiro un po’ più corto. Gli occhi le si velano, come se le parole di Emma avessero risvegliato un ricordo sepolto sotto strati di compostezza inglese. Stringe più forte la mano dell’amica. «Mi fai tremare, Emma… Mi fai ricordare. Mellors. Non era un gentiluomo, non aveva frasi raffinate. Ma aveva quell’odore selvatico – terra bagnata, sudore pulito, fumo di legna. La prima volta fu nel capanno, sotto la pioggia sul tetto di lamiera. Clifford era lontano, con i suoi libri e le sue macchine. Io ero andata lì per… non lo so, per fuggire. Lui non parlò molto. Mi guardò come si guarda una preda che ha scelto di non scappare. Mi prese il viso tra le mani callose, ruvide, e mi baciò con una lentezza crudele. Poi mi fece sdraiare sui sacchi di iuta, l’odore di grano e di selvatico ovunque. Quando allargai le gambe… lo feci con ostinazione, quasi con rabbia. Volevo sentirmi sua, completamente, senza più barriere di classe o di decenza. Lui entrò in me con una spinta lenta, profonda, come se volesse incidermi dentro il suo nome. Ogni movimento era crudo, animale, eppure… tenero. Sentivo il suo odore selvatico mischiarsi al mio, il suo sudore sulla mia pelle, il battito del suo cuore contro il mio petto. Ero preda e predatrice insieme. E quando venni… fu come se il mondo si rompesse e si ricomponesse in un unico grido. Non era solo sesso, era… appartenenza. Io appartenevo a quel momento, a quel corpo, a quella fame. E lui a me.»

Emma china la testa, un gesto infantile e al tempo stesso profondamente intimo. Le lacrime le rigano il viso, ma sorride. «Siamo state entrambe prede e cacciatrici… e abbiamo scelto di essere divorate. Non per debolezza, ma per troppa forza repressa.»
Constance: «Sì… e in quei momenti non eravamo più mogli, non eravamo più signore. Eravamo solo donne. Carne viva...»

Le due donne si guardano intensamente, Emma sorride, pensa alla sua infedeltà: «Mi sono sentita infedele, sì. Terribilmente. Ogni volta che tornavo da Rodolphe e vedevo Charles che mi sorrideva con quella fiducia cieca… provavo vergogna. E poi rabbia. Perché doveva essere vergogna? Perché non poteva essere semplicemente… vita?»
Constance comprende bene il suo tumulto interiore: «Anch’io mi sono sentita infedele. Ma solo all’inizio. Dopo ho capito che l’infedeltà era verso me stessa se fossi rimasta fedele a un matrimonio morto. Ho ceduto alla passione come si cede alla gravità: non c’era scelta. Era la cosa più naturale del mondo.»

Emma, con gli occhi improvvisamente luminosi: «Sono felice di averti incontrata, Constance. Poche donne al mondo possono capirmi, perché l’adulterio non è peccato, ma come atto di rivolta. L’unica via che ci hanno lasciato per essere donne intere. L’adulterio come liberazione. Come grido. Come… salvezza.»
Constance annuisce con una dolcezza feroce: «È liberazione, Emma. Che la provincia vada al diavolo. Che i mariti restino nei loro salotti. Noi abbiamo scelto di vivere. E se il mondo ci ha condannate… almeno siamo state libere per un momento. Per un momento intero.»

Constance allunga una mano e sfiora il polso di Emma, proprio dove il guanto di pizzo finisce e la pelle comincia. È un tocco leggerissimo, ma basta. Emma alza gli occhi, sorpresa, vulnerabile, e sorride di quel sorriso che non ha mai mostrato né a Rodolphe né a Léon: un sorriso che non chiede nulla, che semplicemente esiste. Constance si alza per prima.
Emma la segue, come se i loro corpi avessero già deciso prima delle parole. Si avvicinano piano, quasi con timore reverenziale. Prima si sfiorano solo con le punte delle dita: i guanti di pizzo contro le perle lunghissime, seta grigio-perla contro chiffon avorio. Poi i palmi si incontrano, le mani si intrecciano. Un passo ancora. Ed ecco: si abbracciano.

Non è un abbraccio da salotto, non è convenevole né trattenuto. È l’abbraccio di due naufraghe che finalmente si riconoscono sulla stessa zattera dopo anni di mare aperto. Emma appoggia la fronte sulla spalla di Constance; sente l’odore di lavanda, di pioggia recente. Constance le cinge la vita con entrambe le braccia, stringendola come se volesse proteggerla dal mondo che le ha condannate entrambe. Restano così, immobili, mentre le lanterne oscillano piano e l’usignolo tace, come se anche lui rispettasse il momento. Non c’è bisogno di dire altro. Hanno già detto tutto: la noia, la provincia, la vergogna, la fame, la liberazione. Ora c’è solo questo: due donne che, per un istante fuori dal tempo, non sono né adultere né peccatrici né eroine tragiche. Sono semplicemente due esseri umani che si tengono strette, riconoscendosi nella stessa ferita e nella stessa ribellione.

Emma sussurra contro la spalla di Constance, così piano che quasi non si sente: «Grazie… di esistere.» Constance le accarezza i capelli, sfiorando il piccolo cappello con la veletta. «Non siamo sole, Emma. Non lo siamo mai state.» L’abbraccio dura ancora qualche respiro. Poi, dolcemente, si sciolgono, ma senza lasciarsi del tutto: le mani restano unite, le fronti si sfiorano un’ultima volta. I loro seni si sfiorano, quei seni che hanno fatto impazzire altri uomini, ma non i loro rispettivi mariti. Entrambe avvertono il caldo della loro sensualità che non si è mai spenta. Il giardino sembra trattenere il fiato. Quando si separano, non si dicono addio.
Non ce n’è bisogno. Sanno entrambe che, in qualche piega del tempo, questo abbraccio continuerà a esistere – silenzioso, ostinato, vivo – anche quando i libri saranno chiusi e le loro storie saranno diventate solo capitoli letti a scuola. Emma raccoglie il suo scialle di cashmere.
Constance si sistema le perle che le erano scivolate di lato. Si guardano un’ultima volta, con un sorriso che è insieme complice e stanco. Poi, ognuna prende la propria direzione: una verso la nebbia normanna, l’altra verso la bruma inglese. Ma il giardino, per un po’, conserva ancora il calore del loro abbraccio. E l’usignolo, finalmente, ricomincia a cantare.

 

 


 ARTICOLO A CURA DI ADAMO BENCIVENGA
IMMAGINE GENERATA DA IA

 






 
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