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Adamo Bencivenga
SOTTO RICATTO
Che imbecille! Come in Attrazione Fatale, mi sono fatto stregare da un’arrivista senza scrupoli. Ho perso la testa per lei, travolto dagli eventi e dalla sua passione che si è mutata in ossessione. Il mio mondo perfetto giace in frantumi, e il coltello della vendetta è puntato sulla mia famiglia....



 
Che imbecille! Come in Attrazione Fatale, mi sono fatto stregare da un’arrivista senza scrupoli. Ho perso la testa per lei, travolto dagli eventi e dalla sua passione che si è mutata in ossessione. Il mio mondo perfetto giace in frantumi, e il coltello della vendetta è puntato sulla mia famiglia.

Mi chiamo Renzo, ho 42 anni, e fino a due anni fa pensavo di avere tutto sotto controllo. Vivo a Roma, la mia città, dove gestisco un negozio di abbigliamento in una delle vie più eleganti del centro. Non è solo un negozio: è il mio orgoglio, il frutto di anni di sacrifici, di scelte azzeccate, di serate passate a studiare le nuove collezioni e a trattare con fornitori di marchi prestigiosi. Da Armani a Versace, da Prada a Fendi, il mio negozio è sempre stato un punto di riferimento per chi vuole distinguersi e cerca stile e qualità.

La gente mi conosce, mi saluta per strada, e io mi sono sempre sentito al centro del mio piccolo mondo. Eppure, eccomi qua, a raccontarmi come mi sono fatto fregare come un idiota. Come in un film, sì, uno di quei drammi dove il protagonista perde la testa e si lascia trascinare in un vortice che gli scappa di mano e non controlla più.

Tutto è iniziato due anni fa. Era un pomeriggio caldo e Roma brillava sotto il sole, e il negozio era pieno di clienti. Lei è entrata con un’aria che non passava inosservata: tacchi alti, occhiali scuri, un vestito aderente che sembrava fatto apposta per attirare gli sguardi, un sorriso che ti faceva dimenticare chi eri. Si è avvicinata al banco, ha sfiorato una camicia di seta con le sue dita perfettamente curate. Ha detto: “Questa georgette di seta di gelso ha una magnifica morbidezza e una consistenza pregiata… La mia preferita.” L’ho guardata tra il sorpreso e l’incredulo, era una giovane e bellissima donna e c’era qualcosa in lei, un misto di sicurezza e mistero, che mi ha colpito subito.

Abbiamo iniziato a parlare, mi ha detto di chiamarsi Cinzia e di avere 24 anni e che era in cerca di un nuovo impiego. Il destino ha voluto che una delle mie commesse si era licenziata da pochi giorni e lei era arrivata proprio nel momento giusto tanto che, senza pensarci due volte, le ho proposto seduta stante quel posto vacante.


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Non cerco giustificazioni, ma in quel periodo la mia vita era finita in un tunnel dove non vedevo più la luce. Ero sposato e padre di una bambina. Con Gloria stavamo insieme da una vita. Ci siamo conosciuti a 20 anni, in un’epoca in cui Roma sembrava un sogno eterno. Eravamo due ragazzi spiantati, io con i capelli lunghi e una chitarra sotto il braccio, lei con quel sorriso timido. Ci siamo incontrati per caso in un bar vicino a Piazza Navona: io stavo provando a rimorchiare una ragazza con una battuta stupida su Bernini, e Gloria, seduta al bancone con un libro di informatica in mano, mi ha riso in faccia. "Sei ridicolo!" Ha sussurrato, ma i suoi occhi brillavano. Da quel momento, è stato come se il mondo si fosse rimesso in asse. Quella volta abbiamo parlato fino all’alba, di arte, di viaggi che non potevamo permetterci, di un futuro che sembrava possibile solo perché eravamo insieme.

Dopo aver convissuto per lungo tempo abbiamo deciso di sposarci. Io non ho mai creduto nel matrimonio come istituzione: per me era una catena burocratica, un pezzo di carta che legava le persone più di quanto le liberasse. "L’amore non ha bisogno di testimoni." Dicevo sempre, citando chissà quale filosofo da strapazzo. Gloria sì, invece. Lei ci credeva con quella fede ingenua e profonda che solo le anime pure hanno. Sognava il velo bianco, la chiesa con i fiori d’arancio, il sì pronunciato davanti ai parenti e agli amici. Così, per amor suo, ci siamo sposati giurandoci eterno amore davanti a un prete.

Per oltre 20 anni abbiamo attraversato alti e bassi, come molte coppie, ma i nostri erano tempeste che ci hanno reso più forti. Ricordo i traslochi forzati: il primo, quando siamo finiti in una periferia dimenticata, con Manuela che aveva appena due anni e piangeva per la mancanza del suo parco giochi. Io caricavo scatoloni sotto la pioggia, Gloria mi passava le cose dalla finestra, e ridevamo come matti per non piangere. Poi i lutti: la morte di mio padre, un infarto improvviso che mi spezzò le gambe, e Gloria che mi teneva la mano per notti intere, sussurrandomi: "Renzo, lui è fiero di te, ovunque sia". I cambi di lavoro quando ho mollato il negozio di scarpe per aprire il mio, rischiando tutto, e lei che lavorava come insegnante part-time per tappare i buchi, correggendo compiti fino a mezzanotte mentre io studiavo cataloghi di moda.

Abbiamo condiviso sogni e qualcuno lo abbiamo realizzato. Il viaggio a Londra, le ramblas di Barcellona quando ci giuravamo di non invecchiare mai. Poi finalmente la nostra casa, un appartamento luminoso in Prati con una splendida terrazza sui tetti di Roma. Abbiamo litigato, certo ma ogni volta facevamo pace con un abbraccio che curava tutto. Ero sicuro di aver trovato la compagna per la vita, la donna che mi completava, che trasformava i miei casini in avventure. Gloria era il mio porto sicuro, la risata che mi svegliava al mattino, la mano che stringevo quando il mondo fuori faceva schifo.

Tutto bene finché sono nate le prime incomprensioni. Era come se un velo sottile si fosse posato sui nostri discorsi quotidiani: le battute che una volta ci facevano ridere fino alle lacrime ora cadevano nel vuoto, i silenzi non erano più complici, ma carichi di rimprovero. Io la guardavo cucinare la domenica mattina, con i capelli legati in quella crocchia disordinata e mi chiedevo dove fosse finita la Gloria che mi aveva rapito il cuore. Lei, dal canto suo, mi fissava con occhi stanchi, come se fossi un estraneo che occupava troppo spazio nel suo mondo.

Il motivo era chiaro a entrambi: Gloria, informatica brillante in una multinazionale americana con sede all’Eur, aveva sposato un grosso progetto che la assorbiva totalmente. Si trattava di uno dei primi sistemi di intelligenza artificiale per la gestione dei dati sanitari che prometteva di rivoluzionare il settore e di farle guadagnare una promozione tanto agognata. Lavorava 16 ore al giorno, spesso da casa nel nostro studio, con tre monitor che lampeggiavano codici verdi su nero e tazze di caffè freddo.

Non era la prima volta che si trovava ad affrontare una sfida del genere ma quella volta aveva messo il resto della sua vita in pausa. Consapevole, mi diceva tra un sospiro e l’altro: "Renzo, è solo per sei mesi, poi saremo di nuovo noi". Ma sei mesi sono diventati dodici e poi due anni e il progetto si è dilatato come un mostro che la divorava dall’interno.

Manuela intanto cresceva e a 14 anni aveva iniziato a frequentare il primo anno del liceo artistico. Ho tenuto botta per un po’ di mesi, mordendomi la lingua, sorridendo come un idiota mentre dentro bollivo. Andavo al negozio con il cuore pesante, fingevo vitalità con i clienti mentre pensavo: "Quando finisce questa merda?". Le serate erano un inferno: io che proponevo una serie su Netflix, lei che rispondeva "Ho da fare" e finivamo a dormire schiena contro schiena, con il letto grande che sembrava un oceano di solitudine.


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Dopo quel progetto ne è iniziato un altro e poi un altro ancora ed è stato proprio in quei momenti di buio che Cinzia è entrata nel mio negozio e nella mia vita come un uragano. Ed è stato proprio quel giorno che le ho detto: "Inizia domani!" Era esperta di tessuti, parlava di georgette come se fosse poesia, e i clienti l’hanno adorata sin da subito. All’inizio era tutto innocente: turni insieme, chiacchierate su fornitori e collezioni, risate dietro il banco: lei... lei sapeva come guardarti, come sfiorarti un braccio "per caso" mentre sistemava una cravatta. Un misto di sicurezza, delicatezza, femminilità e mistero.

Una tipa sveglia insomma, affabile ed estroversa che portava energia e positività sia nel negozio sia nella mia vita. Era un turbine di luce: sorrideva ai clienti, trasformando una semplice vendita di una sciarpa in Versace in un gioco di seduzione: "Provi questa, la farà sentire come una diva su un red carpet!" Esclamava con quel suo accento milanese frizzante e la erre moscia. Le commesse la adoravano – persino la burbera Maria, che di solito ringhiava a tutti – e le vendite salivano. Nel negozio, che prima sembrava un mausoleo di stoffe e manichini, ora c’era musica indie soft, caffè fumanti, caramelle e dolcetti offerti gratis e lei che si muoveva sinuosamente tra gli scaffali sistemando le grucce.

Insomma aveva portato in quel negozio una ventata nuova ed io ammirandola mi sentivo di nuovo ventenne. Una sera mi confidò che spartiva la sua abitazione di Roma con altre due coetanee, aveva dei problemi economici: "I miei, da Milano, non mi mandano un euro, qui faccio fatica e l’affitto mi mangia viva." Si offriva spesso di fare gli straordinari. "Lasciale andare, resto io." Diceva.
All’ora di chiusura contavamo le banconote con le dita che si sfioravano "per sbaglio", e chiacchieravamo di tutto, dai pettegolezzi della moda alle sue ambizioni di aprire un suo atelier. L’aria si caricava del suo profumo di vaniglia, e io sentivo il cuore accelerare. Avevo capito che le piacevo: i suoi sguardi prolungati, il modo in cui si sistemava i capelli quando mi passava vicino, quel "Buonanotte, capo" sussurrato con un tocco sulla spalla che durava un secondo di troppo quando abbassavamo le serrande sotto le luci gialle di Via Condotti.

Ma non mi sarei mai aspettato che una sera prendesse lei l’iniziativa. Vista anche la differenza di età, pensavo fosse solo un gioco innocente, un flirt leggero e malizioso per scaldare l’anima. Che illuso! Quella sera siamo rimasti soli ed è successo!


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Era dicembre con Roma fuori piena di luminarie natalizie e un freddo che entrava dalle fessure della porta sul retro. Avevamo lavorato fino alle 23 per un ordine urgente di Armani. Lei era in gonna nera aderente con uno spacco laterale da brivido e camicetta di seta trasparente che non lasciava spazio all’immaginazione. "Caffè?" Mi ha proposto. Nel retro, tra scatoloni di maglie cashmere e rotoli di chiffon, ha acceso la macchinetta e si è voltata verso di me con quel sorriso da predatrice. "Renzo, sei un uomo che merita di più." Ha sussurrato, porgendomi il bicchierino di carta.
A quel punto si è avvicinata ed ho sentito le sue mani sul mio petto. Io, paralizzato, ho balbettato qualcosa di stupido. "Ma davvero vuoi?” Ero sorpreso e nonostante i segnali non mi sarei mai aspettato quelle avances così evidenti. Lei non ha risposto, ha avvicinato le labbra e ci siamo fusi in un bacio vorace. Tra quelle labbra morbide ho perso la testa, lì, in quel retrobottega durante quel bacio che è durato un’eternità, le sue dita che slacciavano i miei bottoni mentre io le accarezzavo i fianchi, sentendo il calore della sua pelle sotto la seta.

Ci siamo spostati in fondo al magazzino, tra gli scaffali polverosi illuminati da una lampadina nuda che pendeva dal soffitto. Lei, come se avesse previsto tutto, mi ha spinto contro un mucchio di scatoloni. Mi ha solo detto: “Ti prego non parlare e non fare domande.” Sentivo il suo corpo snello da ventenne premuto contro il mio che mi desiderava. È stata un’esplosione di sensi e di voglia urgente con lei che si è distesa su un telo di velluto ed io sopra di lei ancora stordito da quel paradiso. Lei gemeva il mio nome: "Renzo dai, sì, così! Ancora! Strizzami i seni, fammi sentire che ti piaccio." Ed io che mi perdevo in lei come un naufrago. È stato a tutti gli effetti un amore selvaggio, disperato e soprattutto meglio di qualsiasi hotel: i suoi artigli sulla mia schiena, i miei baci sul suo seno profumato, il mondo fuori che spariva mentre venivamo insieme in un silenzio rotto solo dalle nostre urla.
Non lo nego, in quel momento non mi sono chiesto perché mai mi reclamasse, e mi sentivo vivo, desiderato, come un adolescente che scopre il fuoco per la prima volta. Dentro di lei ho dato il meglio di me stesso con la voce di Cinzia che mi invitava a non fermarmi: "Sei mio! Finalmente! Ti ho desiderato fin dalla prima volta che sono entrata nel negozio." Mi sussurrava dopo, accoccolata sul mio petto e io ci ho creduto.

Finito l’incanto, quella sera, mentre tornavo a casa mi ripetevo: “Renzo, non è possibile. Queste cose si vedono solo nei film!” Insomma qualcosa non mi convinceva. Era stato tutto troppo bello, troppo semplice chiedendomi come potesse una ragazza di 24 anni aver desiderato di fare l’amore con me e poi in quel modo! Certo sapevo che il carisma del capo in questi casi conta molto, ma non era abbastanza. E poi sapevo benissimo, vista la mia situazione a casa, che avrei potuto innamorarmi di lei e questo avrebbe complicato sia la mia vita lavorativa che quella familiare. Mentre aprivo la porta di casa ho esclamato: “Renzo tutto questo è pericoloso!”


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Il giorno dopo sempre più confuso, in un momento di calma nel negozio, l’ho presa da una parte e le ho espresso le mie perplessità: “Cinzia è stato bellissimo… mai avrei creduto… tu sei una ragazza meravigliosa…” Lei mi ha subito interrotto: “Immagino che dopo queste lusinghe ci sia un ma…” Ho sorriso: “Mi sono fatto coinvolgere e non me ne pento, ma spero che anche per te sia stata solo una breve avventura…” Lei è rimasta impassibile come se si aspettasse quella mia reazione. “Come vuoi Renzo, capisco i tuoi dubbi, del resto hai una famiglia mentre io sono libera e indipendente.” Le sue parole sembravano sincere, ma sin dal giorno dopo ha continuato a comportarsi in modo da attirare l’attenzione su di sé, mettendo in mostra tutta la sua femminilità straripante con gesti e atteggiamenti studiati. Indossava abiti provocanti, si muoveva con una grazia calcolata e trovava ogni occasione per incrociare il mio sguardo, sfoderando sorrisi che avrebbero sedotto anche il più incallito degli uomini fedeli. Era come se cercasse di mantenere vivo il mio desiderio, lasciando un velo di ambiguità in ogni suo gesto.

Beh si lo ammetto, alla fine mi sono lasciato convincere da quelle parole non dette e così dopo appena una settimana ci siamo ritrovati abbracciati e ancora più desiderosi di prima. Quel modo di guardarmi, di sfiorarmi con intenzione, aveva scavato un solco profondo, e io ci ero caduto dentro senza opporre resistenza. Da lì, baci rubati dietro il banco e carezze nel camerino mentre lei provava abiti da esporre. Le sue pose erano un invito, un gioco di seduzione che trasformava ogni prova in un momento carico di tensione. Poi sono arrivate le notti insieme in un hotel discreto vicino Piazza del Popolo, con quelle stanze che sembravano fatte per i nostri incontri clandestini: lenzuola di seta nera, morbide e fredde contro la pelle, e una vista sul Tevere da sogno. Facevamo l’amore fino all’alba, con una passione che sembrava consumarci e al tempo stesso rigenerarci. Ordinavamo champagne e fragole dal room service, ridendo come due amanti in fuga, lontani da ogni responsabilità. In quelle stanze, il tempo si fermava: il mondo fuori, la mia famiglia, le mie promesse, tutto svaniva, e c’eravamo solo noi, avvolti in un’illusione che ci faceva sentire invincibili.

Lo ammetto, mi sentivo rinato, il re del mio piccolo impero, con lei che mi sussurrava complimenti mentre mi vestiva con le mie stesse mercanzie. Mi riempiva di coccole e di attenzione, tutto quello che non ricevevo più da mia moglie che sembrava non considerarmi più ed aver sposato l’ennesimo progetto. Cinzia si confidava e mi chiedeva consigli, supporto. La sua giovane età piena di malizia mi inteneriva, pian piano ho iniziato ad affezionarmi a lei e col passare dei mesi la nostra relazione clandestina è diventata più intensa, quasi indispensabile. Non volevo lasciare mia moglie, ma con lei stavo trovando una nuova tranquillità mentre a casa era un continuo di discussioni. Certo sì, mi illudevo di poter percorrere quelle strade parallele senza che mai si fossero incontrate!

Ma Cinzia non era solo bella: era furba, calcolatrice, una vipera con il sorriso d’angelo. Durante una di quelle notti, mentre fumavamo una sigaretta sul balcone dell’albergo, le confessai i miei segreti – ubriaco di lei e di vino – un grosso credito non dichiarato alle tasse, un fornitore del nord che pagavo in nero per sconti sul cotone organico e un giro di fatture che non erano per nulla trasparenti. "Acqua in bocca tesoro!" Le dissi ridendo. Lei annuì, ma i suoi occhi brillavano di qualcosa di freddo.


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Dopo circa sei mesi Cinzia ha iniziato ad avanzare pretese. All’inizio erano piccole cose, quasi innocenti: "Renzo, portami a cena da Roscioli, offri tu" o "Regalami quella borsa Fendi in vetrina, dai, me lo merito". Io l’accontentavo, ebbro di lei, pensando fosse solo il prezzo del nostro fuoco. Ma poi, una sera in un motel a Fiumicino, con il rumore delle onde che filtrava dalla finestra aperta, mi ha guardato negli occhi e mi ha detto: "Basta hotel di merda. È arrivato il nostro momento. Lascia Gloria. Voglio essere la tua unica donna e vivere una vita vera con te!" Sono rimasto di sasso, il cuore che martellava come un tamburo rotto. Insomma non me lo aspettavo e soprattutto non l’avevo mai vista così decisa. Risposi: "Sei pazza? Ho una figlia, un matrimonio di vent’anni!" Lei ha sorriso: "E io? Io che ho mollato tutto per te? Non sono niente per te? Renzo per favore non mi trattare come una puttanella da magazzino. Voglio te e ti voglio tutto intero". Beh sì, era la classica reazione di una ragazzina innamorata e al momento non ci vedevo altro. Quella sera siamo finiti a fare l’amore sulla terrazza della suite, lei nuda e il mare di fronte!

Ma purtroppo non era finita perché una settimana dopo, verso l’ora di chiusura, accarezzandomi la mano sotto il registratore di cassa, mi ha detto: "Voglio essere la tua socia." Poi senza guardarmi negli occhi ha aggiunto: "Una quota del negozio, il 30%. Curerò tutti i tuoi affari e insieme apremo filiali, Milano… Parigi… Londra…" È stato in quel momento che mi si è aperto un velo sugli occhi: quello di Cinzia non era amore, era un piano! Non era la mia musa, come mi ero illuso finora, ma un’arrivista con unghie affilate smaltate di rosso e sogni di soldi facili.

Ho cercato di resistere, di dirle che non era possibile, che quell’attività era frutto di anni di lavoro e del mio sangue, e che non potevo svenderlo così. Ma Cinzia ha cambiato espressione in un istante. Quel sorriso angelico si è trasformato in una smorfia fredda. Si è avvicinata di più, la sua mano ancora sulla mia, ma ora non era una carezza: era una morsa. "Renzo, tesoro…" Ha sussurrato con un tono che mi ha gelato il sangue. "Non vorrai mica che tutto questo finisca male, vero? Pensa a Gloria... a quanto sarebbe triste scoprire certe cose. E Manuela, povera ragazzina, immagina che shock per lei venire a sapere come il suo dolcissimo papà passa il tempo nel retrobottega."

Ho sentito il cuore fermarsi. "Che stai dicendo, Cinzia?" Lei ha riso piano, come se fosse una battuta tra noi. "Niente di che. Perdonami sono solo un po’ preoccupata. Ieri pensavo che se mi succedesse qualcosa, qualcuno potrebbe svelare i nostri segreti, tipo le foto sul mio telefono di te che dormi nella camera di albergo… Non vorrei mai…” Ma la sua non era una preoccupazione, era una minaccia bella e buona, avvolta in quel suo modo di fare seducente, come se mi stesse offrendo un favore. "Non puoi farmi questo." Ho balbettato, ma lei ha solo sfiorato la mia guancia con le labbra."Shh, capo. Pensaci bene. Hai visto le commesse come ci guardano? Forse hanno capito ed io non voglio complicarti la vita!”

Da quel momento, ogni suo sguardo nel negozio è diventato un punto di domanda, ogni suo sorriso una trappola, ogni tocco un ricatto silenzioso e ogni "buongiorno" un coltello puntato nella mia schiena. Ho iniziato a evitarla, a inventare scuse per non chiudere insieme. Ma lei era lì, sempre, con quel sorriso che mi terrorizzava fino a quando giorni dopo ritornando alla carica mi ha detto: “Cos’hai deciso Renzo? Lo sai vero che non puoi più tirarti indietro?” In quel momento mi sono effettivamente reso conto in quale casino mi ero infilato e che avevo solo una scelta da fare: chiudere con lei, anche dal punto di vista professionale!


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Così, una mattina di febbraio, con Roma grigia di pioggia che batteva sulle vetrine, l’ho chiamata nel retro dopo l’apertura. "Cinzia, è finita. Mi spiace ma da oggi niente più notti insieme, niente più straordinari insieme. Ti do una buonuscita, sei mesi di stipendio oltre a tutto ciò che ti spetta, ma vattene." Le dissi la verità, nuda e cruda, guardandola negli occhi per farle capire che facevo sul serio. "Ho una famiglia, un negozio da proteggere. Spero capirai…” Lei sostenendo lo sguardo mi ha risposto: “No, Renzo, non ti capisco e tu non puoi sbarazzarti di me in questo modo. La mia figa non vare sei mesi di stipendio!” A quel punto ha preso la sua borsa di Fendi ed è uscita dal negozio. Per tutto il giorno non è tornata. Credevo che quel distacco l’avesse aiutata a ragionare, ma m’illudevo.

Quella sera ero a casa Gloria aveva spento il laptop prima del solito, avevamo cenato con Manuela e stavamo sul divano a guardare un vecchio film di Verdone, con lei che mi appoggiava la testa sulla spalla come ai vecchi tempi. Tutto ok finché verso le dieci e mezza ho sentito il mio telefono squillare. Numero sconosciuto. Ho risposto, dall’altra parte la voce di Cinzia piangente: "Renzo... ho fatto una cazzata! Mi sono tagliata le vene. Nel bagno, con una lametta...". Il mondo si è fermato. Gloria mi guardava allarmata mi ha chiesto: "Chi è?" Ma io sono già in piedi, il cuore in gola, la voce tremante: "Dove sei? Non c’è nessuno con te? Arrivo subito, dammi l’indirizzo!". Sconvolto da quel tentato suicidio, immaginavo il peggio in quel monolocale della Garbatella. Mi sentivo in colpa. "Non fare stupidaggini, ti prego, sto arrivando!". Ma lei, tra i singhiozzi, mi ha fermato: "È troppo tardi... sono già al pronto soccorso. Ho chiamato un taxi, sono al Policlinico. Vieni?". Gloria, sentendo tutto, è sbiancata: "Renzo, che cavolo sta succedendo?". Io ho balbettato una bugia: "Una commessa, incidente sul lavoro!"

Ho guidato come un pazzo sotto la pioggia, arrivando all’ospedale con le mani che tremavano. L’ho trovata in un lettino nell’androne, pallida ma viva, con un’infermiera che le cambiava la flebo. "Grazie per essere venuto, amore…" Mi sussurrava, e io le ho stretto la mano… mi sentivo in colpa fino al midollo. Quando sono rientrato in casa Gloria mi aspettava in piedi. Mi ha fatto mille domande, ho cercato di farle capire che quell’incidente in negozio avrebbe potuto darmi delle noie perché Cinzia non era in regola. Ovviamente non era vero, era semplicemente una balla che Gloria non ha bevuto del tutto.


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Il giorno dopo Cinzia si è presentata in negozio con entrambi i polsi fasciati con l’aria di chi aveva passato la notte ad una serata di gala anziché ad un pronto soccorso. È entrata come una diva da film noir: tailleur nero, capelli sciolti, bendaggi bianchi che spuntavano dalle maniche come trofei di guerra. I clienti la guardavano, le commesse sussurravano, e lei si è piazzata davanti al banco con un sorriso da 32 denti: "Buongiorno, capo. Sono tornata. Ci avevi sperato vero? E invece sono qui… ancora viva."

Durante la pausa caffè mi ha avvicinato: "I medici dicono che è stato un momento di depressione profonda… del resto perdere l’uomo che ami... fa questo, no?” Ma non è finita lì perché a pranzo ha rincarato la dose: "Ora sai quanto ti voglio. E voglio che anche tu me lo dimostri. O mi dai la quota e i soldi, o la prossima volta ti metto nei guai: foto, dettagli fiscali, il tentato suicidio per causa tua."
“Cosa vuoi Cinzia?”
“Voglio te, ma se non posso averti per lenire il mio dolore voglio: 50.000 euro, più il 30% del negozio, o rovina totale.”
Sono impallidito, ma lei se ne è andata trionfante prendendosi senza chiedere permesso una mezza giornata di ferie.

Come in un film, ero sotto ricatto doppio: emotivo e finanziario. La sera Gloria ancora più sospettosa della sera prima mi ha chiesto: "Chi era quella al telefono? Non me ne avevi mai parlato…" Ho cercato di rassicurarla poi Manuela ci ha distratti ma sapevo che non sarebbe finita lì. Dopo cena un altro messaggio di Cinzia: "50.000 euro sul mio conto entro fine settimana, o mando tutto a Gloria e alla Finanza. Baci, la tua C.” E per dimostrare che facesse sul serio ha allegato una foto di me nudo in magazzino mentre mi rivestivo.
Preso dal panico mi sono chiuso nello studio ed ho controllato i conti: “Posso racimolare 35.000 liquidi, ma il resto? Vendere la merce? Chiedere un prestito? O denuncio Cinzia per estorsione?” Ho scosso la testa, lei aveva le prove, e poi la storia del suicidio... Già, mi aveva incastrato e mi teneva in pugno. Come in un film, ero sotto ricatto. La mia famiglia, il negozio, tutto stava crollando. Dovevo fare un passo indietro, cercare di prendere tempo.


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E per un po’ di tempo ho cercato di fare buon viso a cattivo gioco, ho smesso di parlare di licenziamento dicendole che quel tentato suicidio mi aveva fatto capire la forza del suo sentimento e quanto tenesse a me. Ma dentro di me, ero un relitto, un coniglio in trappola che rimandava l’inevitabile. Cinzia aveva annusato la mia debolezza e la sfruttava fino all’osso, trasformando il mio orgoglio in un bordello privato. Facevamo l’amore sempre nel magazzino, un rituale malato che si ripeteva come una droga ogni santo giorno. Non più solo la sera, ma anche durante l’orario di lavoro con Via Condotti che brulicava di turisti e signore eleganti che provavano abiti da migliaia di euro. "Vieni, capo, cinque minuti!" Mi trascinava con un sussurro roco, chiudendo la porta sul retro con il chiavistello cigolante. Mi spingeva contro gli scaffali dei cappotti di cashmere, slacciandomi i pantaloni con urgenza famelica: "Ho bisogno di te ora, o impazzisco!" Lì, tra rotoli di seta e scatoloni di Armani, mi saltava addosso come una pantera: gonna alzata, mutandine di pizzo scostate, il suo corpo caldo e profumato che mi inghiottiva mentre fuori le commesse facevano il loro dovere. "Più forte, spingi, scopami Renzo, fammi tua! Quando vuoi sei un uomo speciale, prometto che non ti farò mai più del male." Gemeva mordendomi la spalla per non urlare, e io venivo in fretta, sudato e colpevole, con l’eco della campanella della porta che annunciava altri clienti. Finivamo in pochi minuti, io ansimante con la cravatta storta, lei che si sistemava il rossetto ridendo: "Bravissimo, socio". Mi sconvolgeva, mi prosciugava, mi faceva odiare me stesso ogni volta che riemergevo con il viso paonazzo e il timore che le altre commesse avessero intuito qualcosa.

Era sempre vestita sexy, un’arma letale che brandiva senza pudore: minigonne che sfioravano l’inguine, camicette sbottonate quel tanto da mostrare il merletto del reggiseno, tacchi che erano un invito. A poco a poco scoprì l’arma della gelosia flirtando sfacciata con altri clienti. Poi tornava da me diceva: "Lo vedi cosa mi fai fare? Mi mandi da altri perché non mi vuoi più! Mi hai distrutta!". Le commesse fingevano di non vedere, i clienti arrossivano, e io, idiota, stavo al gioco per non innervosirla mentre dentro vomitavo bile. Era teatro puro, il suo per tenermi agganciato e farmi sentire il padrone del suo caos, il mio per rimandare cercando una soluzione improbabile al casino in cui mi ero cacciato.

Mi ripetevo che ero in trappola e che devo allontanarla ad ogni costo. Ogni santo giorno, guidando verso casa con le mani sul volante che tremavano, mi ripetevo: "Domani la licenzio, chiamo un avvocato!" E la sera immancabilmente ricevevo un suo messaggio su WhatsApp: "Renzo, mi manchi, ti vorrei qui nel mio letto!” Con allegate foto di lei nuda. Alle volte le sue richieste erano così urgenti che non potevo fare a meno di sottrarmi. Allora inventavo scuse improbabili a Gloria: "Un fornitore urgente o il commercialista a cui non tornavano i conti!"

Ma Gloria furiosa ha iniziato a sospettare ed a minacciarmi: “Se continui così non vedrai più tua figlia! Un’escalation da incubo perché dall’altra parte Cinzia voleva sempre di più e non si accontentava delle mie scappatelle. Dopo il mio ennesimo rifiuto di correre da lei mi ha detto: "Io ci ho messo tutta me stessa in questo rapporto, ora mi sono stancata! Dirò tutto a tua moglie: che mi scopi nel magazzino da mesi, che sono incinta di te!" Urlava nei messaggi vocali. "Sei un vecchio porco che ha circuito una ragazza giovane!" E non bastava: mi minacciava di denunciarmi per violenza e stupro. "Ho le prove. Finirai in galera, e Gloria ti lascerà con niente! Se non vuoi questo dammi quello che mi spetta!" Eh già lei non voleva me, ma i miei soldi. Ero sconvolto, paralizzato, immaginando manette ai polsi e titoli sul giornale: "TITOLARE NEGOZIO DEL CENTRO STUPRA DIPENDENTE".

Il cuore mi esplodeva, sudavo freddo con Gloria ormai sospettosa che mi controllava anche il minuto di ritardo! Alla fine ho ceduto credendo così di risolvere la situazione: "Cinzia, ti prego, calmati, ti do quello che mi hai chiesto, ma finiamola". Lei fredda mi ha risposto che avrei dovuto farle un bonifico per una cifra importante affinché si togliesse dai piedi: "60.000 euro, subito, sul mio IBAN. Copre il 'trauma', la quota che mi devi, e me ne vado zitta zitta. Niente denuncia e Gloria dormirà sonni tranquilli!"

Non avevo scelta. Quel pomeriggio stesso, chiuso nel retro con il laptop, ho svuotato il mio conto aziendale – 25.000 liquidi dal fondo emergenze, un prestito lampo di 20.000 dalla banca con la scusa di "ristrutturazione", e 15.000 dalla carta di credito aziendale. Ho fatto quel bonifico con le mani che tremavano tanto da sbagliare due volte l’IBAN. "Fatto. Ora sparisci" Le ho scritto subito dopo. Lei mi ha risposto con tre cuoricini: "Grazie, amore. Domani non vengo. Baci".


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Volevo salvare la mia famiglia con Gloria che era tornata umana dopo il progetto e Manuela che mi abbracciava tutte le sere non appena rientravo in casa. Pensavo finalmente di essere libero! Per tre giorni Cinzia non si era fatta sentire, ma la sera del quarto giorno un nuovo messaggio: "Non bastano, Renzo. Voglio il 30% del negozio. Gioca pulito, o game over!"
Il bonifico era stato solo l’inizio. Cinzia mi stava succhiando l’anima. Che stupido, che abisso: Come ne esco? Denuncio tutto, rischiando il processo? Confesso a Gloria e imploro il perdono?” Mi ripetevo. Mi ero illuso, un miraggio stupido nel deserto del mio incubo. Pensavo che quei 60.000 euro l’avessero zittita, che il bonifico fosse il prezzo della libertà – un cerotto su un’arteria spaccata. Che idiota! Cinzia aveva assaggiato il sangue e ora era un vampiro insaziabile. Da quel momento sono seguiti altri messaggi minacciosi a cui non rispondevo, uno stillicidio che mi teneva sveglio con il telefono in mano: “Dico tutto a tua moglie: - Signora Gloria, suo marito mi scopa da mesi e mi ha messa incinta! - ” Ovviamente non credevo fosse incinta, almeno non di me.

Alle 23:47 di un martedì, mentre io e Gloria facevamo l’amore per la prima volta dopo mesi, lei sopra di me, i suoi gemiti che mi riportavano in vita, ha vibrato il telefono sul comodino. L’ho aperto di nascosto: una foto del mio portone, scattata cinque minuti prima, con l’orologio del supermercato sullo sfondo. “Suono tra 30 secondi. Rispondi o boom”. Sudavo freddo: “Devo bere!” Ho detto a Gloria e sono corso in cucina a scriverle: “Ti prego, no! 5.000 domani!”. Lei: “Ok, amore. Buonanotte.” Ero pallido: “Tutto bene?” Mi ha chiesto Gloria. Ma ero al limite, chissà per quanto avrei ancora sopportato.

Mi mandava foto del mio balcone, scattate dal cortile interno alle 2 del mattino: “Ti vedo, te la stai scopando vero?” Una volta anche la foto di mia moglie al supermercato – Gloria con il carrello pieno ignara: “Potrei fermarla ora e dirle tutto: O 4.000 entro stasera o domani le dico tutto!”. Ero nel terrore puro, un coniglio braccato. Controllavo il telefono 50 volte al giorno, sobbalzavo ai rumori della strada, chiudevo le persiane anche di giorno. E continuamente mi mandava richieste di denaro che ovviamente acconsentivo, come un automa spezzato. 3.000 per l’affitto; 1.000 per un viaggio a Milano; 4.000 per non venire alla festa del compleanno di Gloria.

In un mese i conti del negozio erano prosciugati. Il mio conto titoli a zero! Il negozio arrancava: i fornitori che chiamavano per pagamenti in ritardo, il commercialista che reclamava il dovuto per le tasse. Ero nel terrore e lei era diventata la mia ossessione, un demone che infestava ogni mio respiro e la mia mente che sapeva benissimo che quel denaro fosse solo una goccia in un oceano.

Rispondevo sempre, in bagno o in macchina, sussurrando “Basta, ti prego”, mentre lei rideva. Poi, la pretesa che riconoscessi un figlio inesistente fu il colpo finale: “Sono incinta di 5 mesi, tuo, Renzo!” Seguito da una foto di un’ecografia fasulla e un referto del laboratorio con “Beta-HCG positivo, 12 settimane! Sigle mediche copiate da Google, il mio nome scribacchiato come “padre”. “Devi mantenere me e il nostro bambino altrimenti dico a Gloria che le rubi i soldi per nostro figlio.”
Ormai ero uno zombie in preda al panico: immaginavo Manuela con un fratellino bastardo, Gloria che scopriva il tradimento, il negozio pignorato per alimenti. “Non è vero, è una bugia!” Le urlavo continuamente al telefono, ma lei rideva: “Ho le date, le foto. Voglio quel 30% del negozio altrimenti la prossima volta parlerai solo col mio avvocato!” Ormai non avevo più soldi per calmarla. Ero diventato un guscio vuoto: 130.000 euro buttati in sei mesi, conti in rosso.

Sapevo che in quel tunnel non avrei mai più rivisto la luce, ormai ero disposto a cederle quel 30% dell’attività, ma è stato proprio in quei giorni che il telefono ha smesso di squillare. Sparita, evaporata nel nulla. Non mi sembrava vero! Dopo circa una settimana sono andato a cercarla nel suo appartamento alla Garbadella, ma ho trovato una nuova inquilina che aveva preso possesso della casa da qualche giorno e ovviamente non sapeva nulla di Cinzia.


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Sono passati due anni, non l’ho più vista, e Roma, la mia amata città, sembra finalmente tornare a essere un sogno sereno invece di un incubo. Cinzia è svanita come un fantasma dopo quell’ultimo bonifico disperato – 35.000 euro che ho fatto con le mani legate, pregando che fosse la fine. E così è successo! Non so, forse anche lei si è resa conto che quella corta così tesa si sarebbe potuta spezzare, sta di fatto che da un giorno all’altro è scomparsa. Ora sono sollevato, eppure, c’è una parte di me che teme ancora che Cinzia possa rispuntare. Ogni vibrazione del telefono è un brivido, ogni sconosciuta in Via Condotti una possibile vipera. Controllo i messaggi di notte, sogno polaroid nude e ecografie false, mi sveglio sudato accanto a Gloria. Quel demone mi ha marchiato per sempre con cicatrici invisibili che sanguinano ancora.

Mia moglie non sa nulla di tutto ciò, tra di noi le cose si sono sistemate, come un mosaico che si ricompone dopo un terremoto. Gloria dopo quel progetto ha avuto la sua promozione. Abbiamo ricominciato dalle nostre basi solide: l’amore per nostra figlia e cene a lume di candela da Roscioli, weekend al Circeo dove facciamo l’amore sulla spiaggia come ventenni. Siamo tornati complici, silenzi pieni d’amore, risate che riempiono la casa. Ed io che mi chiedo. “Se solo sapesse.” Spero un giorno di trovare il coraggio di raccontarle tutto, non riesco più a mantenere il segreto con lei. È come un macigno sul petto: ogni “Ti amo” che le sussurro al mattino è una menzogna a metà, ogni bacio un’ombra di colpa. La vedo dormire, serena con i capelli sparsi sul cuscino, e penso: “Meriti la verità, Gloria!”

Manuela ha vinto un concorso d’arte al liceo, ora sogna l’Accademia di Belle Arti e mi abbraccia ogni sera… Il negozio è rinato grazie anche all’aiuto di un nuovo socio, un cugino di Gloria. Io sistemo le cravatte Armani con un sorriso vero, ancora incredulo di essere uscito da quell’incubo. Le notti insonni, le telefonate anonime, il finto suicidio, i sospetti di Gloria, la paura che stringeva lo stomaco come una morsa... tutto sembra lontano, chiuso in un cassetto che ho sigillato con una cifra che mi è costata cara.
Ma dentro di me so che non è finita! So che devo ancora pagare il mio errore perché il vero prezzo è ancora da saldare e non si paga in banconote. So che un bel giorno qualcuno mi presenterà il conto della dignità e sarà in un pomeriggio caldo con il negozio pieno di clienti… qualcuno entrerà da quella porta con un’aria che non passerà inosservata: tacchi alti, occhiali scuri, un vestito aderente fatto apposta per attirare il mio sguardo. Magari sarà mora con un nuovo taglio di capelli, magari bionda con l’aria da angioletto inoffensivo, ma di certo si avvicinerà, mi sorriderà e sfiorerà una camicia di seta con le sue dita perfettamente curate. Dirà: “Questa georgette di seta di gelso ha una magnifica morbidezza e una consistenza pregiata… La mia preferita.” Io la riconoscerò! E lei mi guarderà di traverso e con la sua voce calda e sicura dirà: “Sorpreso?”







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