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Adamo Bencivenga
SOTTO RICATTO
Che imbecille! Come in
Attrazione Fatale, mi sono fatto stregare da
un’arrivista senza scrupoli. Ho perso la testa per
lei, travolto dagli eventi e dalla sua passione che
si è mutata in ossessione. Il mio mondo perfetto
giace in frantumi, e il coltello della vendetta è
puntato sulla mia famiglia....

Che imbecille! Come in
Attrazione Fatale, mi sono fatto stregare da
un’arrivista senza scrupoli. Ho perso la testa per lei,
travolto dagli eventi e dalla sua passione che si è
mutata in ossessione. Il mio mondo perfetto giace in
frantumi, e il coltello della vendetta è puntato sulla
mia famiglia.
Mi chiamo Renzo, ho 42 anni, e fino
a due anni fa pensavo di avere tutto sotto controllo.
Vivo a Roma, la mia città, dove gestisco un negozio di
abbigliamento in una delle vie più eleganti del centro.
Non è solo un negozio: è il mio orgoglio, il frutto di
anni di sacrifici, di scelte azzeccate, di serate
passate a studiare le nuove collezioni e a trattare con
fornitori di marchi prestigiosi. Da Armani a Versace, da
Prada a Fendi, il mio negozio è sempre stato un punto di
riferimento per chi vuole distinguersi e cerca stile e
qualità.
La gente mi conosce, mi saluta per
strada, e io mi sono sempre sentito al centro del mio
piccolo mondo. Eppure, eccomi qua, a raccontarmi come mi
sono fatto fregare come un idiota. Come in un film, sì,
uno di quei drammi dove il protagonista perde la testa e
si lascia trascinare in un vortice che gli scappa di
mano e non controlla più.
Tutto è iniziato due
anni fa. Era un pomeriggio caldo e Roma brillava sotto
il sole, e il negozio era pieno di clienti. Lei è
entrata con un’aria che non passava inosservata: tacchi
alti, occhiali scuri, un vestito aderente che sembrava
fatto apposta per attirare gli sguardi, un sorriso che
ti faceva dimenticare chi eri. Si è avvicinata al banco,
ha sfiorato una camicia di seta con le sue dita
perfettamente curate. Ha detto: “Questa georgette di
seta di gelso ha una magnifica morbidezza e una
consistenza pregiata… La mia preferita.” L’ho guardata
tra il sorpreso e l’incredulo, era una giovane e
bellissima donna e c’era qualcosa in lei, un misto di
sicurezza e mistero, che mi ha colpito subito.
Abbiamo iniziato a parlare, mi ha detto di chiamarsi
Cinzia e di avere 24 anni e che era in cerca di un nuovo
impiego. Il destino ha voluto che una delle mie commesse
si era licenziata da pochi giorni e lei era arrivata
proprio nel momento giusto tanto che, senza pensarci due
volte, le ho proposto seduta stante quel posto vacante.
******
Non cerco giustificazioni, ma
in quel periodo la mia vita era finita in un tunnel dove
non vedevo più la luce. Ero sposato e padre di una
bambina. Con Gloria stavamo insieme da una vita. Ci
siamo conosciuti a 20 anni, in un’epoca in cui Roma
sembrava un sogno eterno. Eravamo due ragazzi spiantati,
io con i capelli lunghi e una chitarra sotto il braccio,
lei con quel sorriso timido. Ci siamo incontrati per
caso in un bar vicino a Piazza Navona: io stavo provando
a rimorchiare una ragazza con una battuta stupida su
Bernini, e Gloria, seduta al bancone con un libro di
informatica in mano, mi ha riso in faccia. "Sei
ridicolo!" Ha sussurrato, ma i suoi occhi brillavano. Da
quel momento, è stato come se il mondo si fosse rimesso
in asse. Quella volta abbiamo parlato fino all’alba, di
arte, di viaggi che non potevamo permetterci, di un
futuro che sembrava possibile solo perché eravamo
insieme.
Dopo aver convissuto per lungo tempo
abbiamo deciso di sposarci. Io non ho mai creduto nel
matrimonio come istituzione: per me era una catena
burocratica, un pezzo di carta che legava le persone più
di quanto le liberasse. "L’amore non ha bisogno di
testimoni." Dicevo sempre, citando chissà quale filosofo
da strapazzo. Gloria sì, invece. Lei ci credeva con
quella fede ingenua e profonda che solo le anime pure
hanno. Sognava il velo bianco, la chiesa con i fiori
d’arancio, il sì pronunciato davanti ai parenti e agli
amici. Così, per amor suo, ci siamo sposati giurandoci
eterno amore davanti a un prete.
Per oltre 20
anni abbiamo attraversato alti e bassi, come molte
coppie, ma i nostri erano tempeste che ci hanno reso più
forti. Ricordo i traslochi forzati: il primo, quando
siamo finiti in una periferia dimenticata, con Manuela
che aveva appena due anni e piangeva per la mancanza del
suo parco giochi. Io caricavo scatoloni sotto la
pioggia, Gloria mi passava le cose dalla finestra, e
ridevamo come matti per non piangere. Poi i lutti: la
morte di mio padre, un infarto improvviso che mi spezzò
le gambe, e Gloria che mi teneva la mano per notti
intere, sussurrandomi: "Renzo, lui è fiero di te,
ovunque sia". I cambi di lavoro quando ho mollato il
negozio di scarpe per aprire il mio, rischiando tutto, e
lei che lavorava come insegnante part-time per tappare i
buchi, correggendo compiti fino a mezzanotte mentre io
studiavo cataloghi di moda.
Abbiamo condiviso
sogni e qualcuno lo abbiamo realizzato. Il viaggio a
Londra, le ramblas di Barcellona quando ci giuravamo di
non invecchiare mai. Poi finalmente la nostra casa, un
appartamento luminoso in Prati con una splendida
terrazza sui tetti di Roma. Abbiamo litigato, certo ma
ogni volta facevamo pace con un abbraccio che curava
tutto. Ero sicuro di aver trovato la compagna per la
vita, la donna che mi completava, che trasformava i miei
casini in avventure. Gloria era il mio porto sicuro, la
risata che mi svegliava al mattino, la mano che
stringevo quando il mondo fuori faceva schifo.
Tutto bene finché sono nate le prime incomprensioni. Era
come se un velo sottile si fosse posato sui nostri
discorsi quotidiani: le battute che una volta ci
facevano ridere fino alle lacrime ora cadevano nel
vuoto, i silenzi non erano più complici, ma carichi di
rimprovero. Io la guardavo cucinare la domenica mattina,
con i capelli legati in quella crocchia disordinata e mi
chiedevo dove fosse finita la Gloria che mi aveva rapito
il cuore. Lei, dal canto suo, mi fissava con occhi
stanchi, come se fossi un estraneo che occupava troppo
spazio nel suo mondo.
Il motivo era chiaro a
entrambi: Gloria, informatica brillante in una
multinazionale americana con sede all’Eur, aveva sposato
un grosso progetto che la assorbiva totalmente. Si
trattava di uno dei primi sistemi di intelligenza
artificiale per la gestione dei dati sanitari che
prometteva di rivoluzionare il settore e di farle
guadagnare una promozione tanto agognata. Lavorava 16
ore al giorno, spesso da casa nel nostro studio, con tre
monitor che lampeggiavano codici verdi su nero e tazze
di caffè freddo.
Non era la prima volta che si
trovava ad affrontare una sfida del genere ma quella
volta aveva messo il resto della sua vita in pausa.
Consapevole, mi diceva tra un sospiro e l’altro: "Renzo,
è solo per sei mesi, poi saremo di nuovo noi". Ma sei
mesi sono diventati dodici e poi due anni e il progetto
si è dilatato come un mostro che la divorava
dall’interno.
Manuela intanto cresceva e a 14
anni aveva iniziato a frequentare il primo anno del
liceo artistico. Ho tenuto botta per un po’ di mesi,
mordendomi la lingua, sorridendo come un idiota mentre
dentro bollivo. Andavo al negozio con il cuore pesante,
fingevo vitalità con i clienti mentre pensavo: "Quando
finisce questa merda?". Le serate erano un inferno: io
che proponevo una serie su Netflix, lei che rispondeva
"Ho da fare" e finivamo a dormire schiena contro
schiena, con il letto grande che sembrava un oceano di
solitudine.
******
Dopo quel progetto
ne è iniziato un altro e poi un altro ancora ed è stato
proprio in quei momenti di buio che Cinzia è entrata nel
mio negozio e nella mia vita come un uragano. Ed è stato
proprio quel giorno che le ho detto: "Inizia domani!"
Era esperta di tessuti, parlava di georgette come se
fosse poesia, e i clienti l’hanno adorata sin da subito.
All’inizio era tutto innocente: turni insieme,
chiacchierate su fornitori e collezioni, risate dietro
il banco: lei... lei sapeva come guardarti, come
sfiorarti un braccio "per caso" mentre sistemava una
cravatta. Un misto di sicurezza, delicatezza,
femminilità e mistero.
Una tipa sveglia insomma,
affabile ed estroversa che portava energia e positività
sia nel negozio sia nella mia vita. Era un turbine di
luce: sorrideva ai clienti, trasformando una semplice
vendita di una sciarpa in Versace in un gioco di
seduzione: "Provi questa, la farà sentire come una diva
su un red carpet!" Esclamava con quel suo accento
milanese frizzante e la erre moscia. Le commesse la
adoravano – persino la burbera Maria, che di solito
ringhiava a tutti – e le vendite salivano. Nel negozio,
che prima sembrava un mausoleo di stoffe e manichini,
ora c’era musica indie soft, caffè fumanti, caramelle e
dolcetti offerti gratis e lei che si muoveva
sinuosamente tra gli scaffali sistemando le grucce.
Insomma aveva portato in quel negozio una ventata
nuova ed io ammirandola mi sentivo di nuovo ventenne.
Una sera mi confidò che spartiva la sua abitazione di
Roma con altre due coetanee, aveva dei problemi
economici: "I miei, da Milano, non mi mandano un euro,
qui faccio fatica e l’affitto mi mangia viva." Si
offriva spesso di fare gli straordinari. "Lasciale
andare, resto io." Diceva. All’ora di chiusura
contavamo le banconote con le dita che si sfioravano
"per sbaglio", e chiacchieravamo di tutto, dai
pettegolezzi della moda alle sue ambizioni di aprire un
suo atelier. L’aria si caricava del suo profumo di
vaniglia, e io sentivo il cuore accelerare. Avevo capito
che le piacevo: i suoi sguardi prolungati, il modo in
cui si sistemava i capelli quando mi passava vicino,
quel "Buonanotte, capo" sussurrato con un tocco sulla
spalla che durava un secondo di troppo quando
abbassavamo le serrande sotto le luci gialle di Via
Condotti.
Ma non mi sarei mai aspettato che una
sera prendesse lei l’iniziativa. Vista anche la
differenza di età, pensavo fosse solo un gioco
innocente, un flirt leggero e malizioso per scaldare
l’anima. Che illuso! Quella sera siamo rimasti soli ed è
successo!
******
Era dicembre con
Roma fuori piena di luminarie natalizie e un freddo che
entrava dalle fessure della porta sul retro. Avevamo
lavorato fino alle 23 per un ordine urgente di Armani.
Lei era in gonna nera aderente con uno spacco laterale
da brivido e camicetta di seta trasparente che non
lasciava spazio all’immaginazione. "Caffè?" Mi ha
proposto. Nel retro, tra scatoloni di maglie cashmere e
rotoli di chiffon, ha acceso la macchinetta e si è
voltata verso di me con quel sorriso da predatrice.
"Renzo, sei un uomo che merita di più." Ha sussurrato,
porgendomi il bicchierino di carta. A quel punto si
è avvicinata ed ho sentito le sue mani sul mio petto.
Io, paralizzato, ho balbettato qualcosa di stupido. "Ma
davvero vuoi?” Ero sorpreso e nonostante i segnali non
mi sarei mai aspettato quelle avances così evidenti. Lei
non ha risposto, ha avvicinato le labbra e ci siamo fusi
in un bacio vorace. Tra quelle labbra morbide ho perso
la testa, lì, in quel retrobottega durante quel bacio
che è durato un’eternità, le sue dita che slacciavano i
miei bottoni mentre io le accarezzavo i fianchi,
sentendo il calore della sua pelle sotto la seta.
Ci siamo spostati in fondo al magazzino, tra gli
scaffali polverosi illuminati da una lampadina nuda che
pendeva dal soffitto. Lei, come se avesse previsto
tutto, mi ha spinto contro un mucchio di scatoloni. Mi
ha solo detto: “Ti prego non parlare e non fare
domande.” Sentivo il suo corpo snello da ventenne
premuto contro il mio che mi desiderava. È stata
un’esplosione di sensi e di voglia urgente con lei che
si è distesa su un telo di velluto ed io sopra di lei
ancora stordito da quel paradiso. Lei gemeva il mio
nome: "Renzo dai, sì, così! Ancora! Strizzami i seni,
fammi sentire che ti piaccio." Ed io che mi perdevo in
lei come un naufrago. È stato a tutti gli effetti un
amore selvaggio, disperato e soprattutto meglio di
qualsiasi hotel: i suoi artigli sulla mia schiena, i
miei baci sul suo seno profumato, il mondo fuori che
spariva mentre venivamo insieme in un silenzio rotto
solo dalle nostre urla. Non lo nego, in quel momento
non mi sono chiesto perché mai mi reclamasse, e mi
sentivo vivo, desiderato, come un adolescente che scopre
il fuoco per la prima volta. Dentro di lei ho dato il
meglio di me stesso con la voce di Cinzia che mi
invitava a non fermarmi: "Sei mio! Finalmente! Ti ho
desiderato fin dalla prima volta che sono entrata nel
negozio." Mi sussurrava dopo, accoccolata sul mio petto
e io ci ho creduto.
Finito l’incanto, quella
sera, mentre tornavo a casa mi ripetevo: “Renzo, non è
possibile. Queste cose si vedono solo nei film!” Insomma
qualcosa non mi convinceva. Era stato tutto troppo
bello, troppo semplice chiedendomi come potesse una
ragazza di 24 anni aver desiderato di fare l’amore con
me e poi in quel modo! Certo sapevo che il carisma del
capo in questi casi conta molto, ma non era abbastanza.
E poi sapevo benissimo, vista la mia situazione a casa,
che avrei potuto innamorarmi di lei e questo avrebbe
complicato sia la mia vita lavorativa che quella
familiare. Mentre aprivo la porta di casa ho esclamato:
“Renzo tutto questo è pericoloso!”
******
Il giorno dopo sempre più confuso, in un momento di
calma nel negozio, l’ho presa da una parte e le ho
espresso le mie perplessità: “Cinzia è stato bellissimo…
mai avrei creduto… tu sei una ragazza meravigliosa…” Lei
mi ha subito interrotto: “Immagino che dopo queste
lusinghe ci sia un ma…” Ho sorriso: “Mi sono fatto
coinvolgere e non me ne pento, ma spero che anche per te
sia stata solo una breve avventura…” Lei è rimasta
impassibile come se si aspettasse quella mia reazione.
“Come vuoi Renzo, capisco i tuoi dubbi, del resto hai
una famiglia mentre io sono libera e indipendente.” Le
sue parole sembravano sincere, ma sin dal giorno dopo ha
continuato a comportarsi in modo da attirare
l’attenzione su di sé, mettendo in mostra tutta la sua
femminilità straripante con gesti e atteggiamenti
studiati. Indossava abiti provocanti, si muoveva con una
grazia calcolata e trovava ogni occasione per incrociare
il mio sguardo, sfoderando sorrisi che avrebbero sedotto
anche il più incallito degli uomini fedeli. Era come se
cercasse di mantenere vivo il mio desiderio, lasciando
un velo di ambiguità in ogni suo gesto.
Beh si lo
ammetto, alla fine mi sono lasciato convincere da quelle
parole non dette e così dopo appena una settimana ci
siamo ritrovati abbracciati e ancora più desiderosi di
prima. Quel modo di guardarmi, di sfiorarmi con
intenzione, aveva scavato un solco profondo, e io ci ero
caduto dentro senza opporre resistenza. Da lì, baci
rubati dietro il banco e carezze nel camerino mentre lei
provava abiti da esporre. Le sue pose erano un invito,
un gioco di seduzione che trasformava ogni prova in un
momento carico di tensione. Poi sono arrivate le notti
insieme in un hotel discreto vicino Piazza del Popolo,
con quelle stanze che sembravano fatte per i nostri
incontri clandestini: lenzuola di seta nera, morbide e
fredde contro la pelle, e una vista sul Tevere da sogno.
Facevamo l’amore fino all’alba, con una passione che
sembrava consumarci e al tempo stesso rigenerarci.
Ordinavamo champagne e fragole dal room service, ridendo
come due amanti in fuga, lontani da ogni responsabilità.
In quelle stanze, il tempo si fermava: il mondo fuori,
la mia famiglia, le mie promesse, tutto svaniva, e
c’eravamo solo noi, avvolti in un’illusione che ci
faceva sentire invincibili.
Lo ammetto, mi
sentivo rinato, il re del mio piccolo impero, con lei
che mi sussurrava complimenti mentre mi vestiva con le
mie stesse mercanzie. Mi riempiva di coccole e di
attenzione, tutto quello che non ricevevo più da mia
moglie che sembrava non considerarmi più ed aver sposato
l’ennesimo progetto. Cinzia si confidava e mi chiedeva
consigli, supporto. La sua giovane età piena di malizia
mi inteneriva, pian piano ho iniziato ad affezionarmi a
lei e col passare dei mesi la nostra relazione
clandestina è diventata più intensa, quasi
indispensabile. Non volevo lasciare mia moglie, ma con
lei stavo trovando una nuova tranquillità mentre a casa
era un continuo di discussioni. Certo sì, mi illudevo di
poter percorrere quelle strade parallele senza che mai
si fossero incontrate!
Ma Cinzia non era solo
bella: era furba, calcolatrice, una vipera con il
sorriso d’angelo. Durante una di quelle notti, mentre
fumavamo una sigaretta sul balcone dell’albergo, le
confessai i miei segreti – ubriaco di lei e di vino – un
grosso credito non dichiarato alle tasse, un fornitore
del nord che pagavo in nero per sconti sul cotone
organico e un giro di fatture che non erano per nulla
trasparenti. "Acqua in bocca tesoro!" Le dissi ridendo.
Lei annuì, ma i suoi occhi brillavano di qualcosa di
freddo.
******
Dopo circa sei mesi
Cinzia ha iniziato ad avanzare pretese. All’inizio erano
piccole cose, quasi innocenti: "Renzo, portami a cena da
Roscioli, offri tu" o "Regalami quella borsa Fendi in
vetrina, dai, me lo merito". Io l’accontentavo, ebbro di
lei, pensando fosse solo il prezzo del nostro fuoco. Ma
poi, una sera in un motel a Fiumicino, con il rumore
delle onde che filtrava dalla finestra aperta, mi ha
guardato negli occhi e mi ha detto: "Basta hotel di
merda. È arrivato il nostro momento. Lascia Gloria.
Voglio essere la tua unica donna e vivere una vita vera
con te!" Sono rimasto di sasso, il cuore che martellava
come un tamburo rotto. Insomma non me lo aspettavo e
soprattutto non l’avevo mai vista così decisa. Risposi:
"Sei pazza? Ho una figlia, un matrimonio di vent’anni!"
Lei ha sorriso: "E io? Io che ho mollato tutto per te?
Non sono niente per te? Renzo per favore non mi trattare
come una puttanella da magazzino. Voglio te e ti voglio
tutto intero". Beh sì, era la classica reazione di una
ragazzina innamorata e al momento non ci vedevo altro.
Quella sera siamo finiti a fare l’amore sulla terrazza
della suite, lei nuda e il mare di fronte!
Ma
purtroppo non era finita perché una settimana dopo,
verso l’ora di chiusura, accarezzandomi la mano sotto il
registratore di cassa, mi ha detto: "Voglio essere la
tua socia." Poi senza guardarmi negli occhi ha aggiunto:
"Una quota del negozio, il 30%. Curerò tutti i tuoi
affari e insieme apremo filiali, Milano… Parigi…
Londra…" È stato in quel momento che mi si è aperto un
velo sugli occhi: quello di Cinzia non era amore, era un
piano! Non era la mia musa, come mi ero illuso finora,
ma un’arrivista con unghie affilate smaltate di rosso e
sogni di soldi facili.
Ho cercato di resistere,
di dirle che non era possibile, che quell’attività era
frutto di anni di lavoro e del mio sangue, e che non
potevo svenderlo così. Ma Cinzia ha cambiato espressione
in un istante. Quel sorriso angelico si è trasformato in
una smorfia fredda. Si è avvicinata di più, la sua mano
ancora sulla mia, ma ora non era una carezza: era una
morsa. "Renzo, tesoro…" Ha sussurrato con un tono che mi
ha gelato il sangue. "Non vorrai mica che tutto questo
finisca male, vero? Pensa a Gloria... a quanto sarebbe
triste scoprire certe cose. E Manuela, povera ragazzina,
immagina che shock per lei venire a sapere come il suo
dolcissimo papà passa il tempo nel retrobottega."
Ho sentito il cuore fermarsi. "Che stai dicendo,
Cinzia?" Lei ha riso piano, come se fosse una battuta
tra noi. "Niente di che. Perdonami sono solo un po’
preoccupata. Ieri pensavo che se mi succedesse qualcosa,
qualcuno potrebbe svelare i nostri segreti, tipo le foto
sul mio telefono di te che dormi nella camera di
albergo… Non vorrei mai…” Ma la sua non era una
preoccupazione, era una minaccia bella e buona, avvolta
in quel suo modo di fare seducente, come se mi stesse
offrendo un favore. "Non puoi farmi questo." Ho
balbettato, ma lei ha solo sfiorato la mia guancia con
le labbra."Shh, capo. Pensaci bene. Hai visto le
commesse come ci guardano? Forse hanno capito ed io non
voglio complicarti la vita!”
Da quel momento,
ogni suo sguardo nel negozio è diventato un punto di
domanda, ogni suo sorriso una trappola, ogni tocco un
ricatto silenzioso e ogni "buongiorno" un coltello
puntato nella mia schiena. Ho iniziato a evitarla, a
inventare scuse per non chiudere insieme. Ma lei era lì,
sempre, con quel sorriso che mi terrorizzava fino a
quando giorni dopo ritornando alla carica mi ha detto:
“Cos’hai deciso Renzo? Lo sai vero che non puoi più
tirarti indietro?” In quel momento mi sono
effettivamente reso conto in quale casino mi ero
infilato e che avevo solo una scelta da fare: chiudere
con lei, anche dal punto di vista professionale!
******
Così, una mattina di febbraio, con
Roma grigia di pioggia che batteva sulle vetrine, l’ho
chiamata nel retro dopo l’apertura. "Cinzia, è finita.
Mi spiace ma da oggi niente più notti insieme, niente
più straordinari insieme. Ti do una buonuscita, sei mesi
di stipendio oltre a tutto ciò che ti spetta, ma
vattene." Le dissi la verità, nuda e cruda, guardandola
negli occhi per farle capire che facevo sul serio. "Ho
una famiglia, un negozio da proteggere. Spero capirai…”
Lei sostenendo lo sguardo mi ha risposto: “No, Renzo,
non ti capisco e tu non puoi sbarazzarti di me in questo
modo. La mia figa non vare sei mesi di stipendio!” A
quel punto ha preso la sua borsa di Fendi ed è uscita
dal negozio. Per tutto il giorno non è tornata. Credevo
che quel distacco l’avesse aiutata a ragionare, ma
m’illudevo.
Quella sera ero a casa Gloria aveva
spento il laptop prima del solito, avevamo cenato con
Manuela e stavamo sul divano a guardare un vecchio film
di Verdone, con lei che mi appoggiava la testa sulla
spalla come ai vecchi tempi. Tutto ok finché verso le
dieci e mezza ho sentito il mio telefono squillare.
Numero sconosciuto. Ho risposto, dall’altra parte la
voce di Cinzia piangente: "Renzo... ho fatto una
cazzata! Mi sono tagliata le vene. Nel bagno, con una
lametta...". Il mondo si è fermato. Gloria mi guardava
allarmata mi ha chiesto: "Chi è?" Ma io sono già in
piedi, il cuore in gola, la voce tremante: "Dove sei?
Non c’è nessuno con te? Arrivo subito, dammi
l’indirizzo!". Sconvolto da quel tentato suicidio,
immaginavo il peggio in quel monolocale della
Garbatella. Mi sentivo in colpa. "Non fare stupidaggini,
ti prego, sto arrivando!". Ma lei, tra i singhiozzi, mi
ha fermato: "È troppo tardi... sono già al pronto
soccorso. Ho chiamato un taxi, sono al Policlinico.
Vieni?". Gloria, sentendo tutto, è sbiancata: "Renzo,
che cavolo sta succedendo?". Io ho balbettato una bugia:
"Una commessa, incidente sul lavoro!"
Ho guidato
come un pazzo sotto la pioggia, arrivando all’ospedale
con le mani che tremavano. L’ho trovata in un lettino
nell’androne, pallida ma viva, con un’infermiera che le
cambiava la flebo. "Grazie per essere venuto, amore…" Mi
sussurrava, e io le ho stretto la mano… mi sentivo in
colpa fino al midollo. Quando sono rientrato in casa
Gloria mi aspettava in piedi. Mi ha fatto mille domande,
ho cercato di farle capire che quell’incidente in
negozio avrebbe potuto darmi delle noie perché Cinzia
non era in regola. Ovviamente non era vero, era
semplicemente una balla che Gloria non ha bevuto del
tutto.
******
Il giorno dopo Cinzia si
è presentata in negozio con entrambi i polsi fasciati
con l’aria di chi aveva passato la notte ad una serata
di gala anziché ad un pronto soccorso. È entrata come
una diva da film noir: tailleur nero, capelli sciolti,
bendaggi bianchi che spuntavano dalle maniche come
trofei di guerra. I clienti la guardavano, le commesse
sussurravano, e lei si è piazzata davanti al banco con
un sorriso da 32 denti: "Buongiorno, capo. Sono tornata.
Ci avevi sperato vero? E invece sono qui… ancora viva."
Durante la pausa caffè mi ha avvicinato: "I
medici dicono che è stato un momento di depressione
profonda… del resto perdere l’uomo che ami... fa questo,
no?” Ma non è finita lì perché a pranzo ha rincarato la
dose: "Ora sai quanto ti voglio. E voglio che anche tu
me lo dimostri. O mi dai la quota e i soldi, o la
prossima volta ti metto nei guai: foto, dettagli
fiscali, il tentato suicidio per causa tua." “Cosa
vuoi Cinzia?” “Voglio te, ma se non posso averti per
lenire il mio dolore voglio: 50.000 euro, più il 30% del
negozio, o rovina totale.” Sono impallidito, ma lei
se ne è andata trionfante prendendosi senza chiedere
permesso una mezza giornata di ferie.
Come in un
film, ero sotto ricatto doppio: emotivo e finanziario.
La sera Gloria ancora più sospettosa della sera prima mi
ha chiesto: "Chi era quella al telefono? Non me ne avevi
mai parlato…" Ho cercato di rassicurarla poi Manuela ci
ha distratti ma sapevo che non sarebbe finita lì. Dopo
cena un altro messaggio di Cinzia: "50.000 euro sul mio
conto entro fine settimana, o mando tutto a Gloria e
alla Finanza. Baci, la tua C.” E per dimostrare che
facesse sul serio ha allegato una foto di me nudo in
magazzino mentre mi rivestivo. Preso dal panico mi
sono chiuso nello studio ed ho controllato i conti:
“Posso racimolare 35.000 liquidi, ma il resto? Vendere
la merce? Chiedere un prestito? O denuncio Cinzia per
estorsione?” Ho scosso la testa, lei aveva le prove, e
poi la storia del suicidio... Già, mi aveva incastrato e
mi teneva in pugno. Come in un film, ero sotto ricatto.
La mia famiglia, il negozio, tutto stava crollando.
Dovevo fare un passo indietro, cercare di prendere
tempo.
******
E per un po’ di tempo ho
cercato di fare buon viso a cattivo gioco, ho smesso di
parlare di licenziamento dicendole che quel tentato
suicidio mi aveva fatto capire la forza del suo
sentimento e quanto tenesse a me. Ma dentro di me, ero
un relitto, un coniglio in trappola che rimandava
l’inevitabile. Cinzia aveva annusato la mia debolezza e
la sfruttava fino all’osso, trasformando il mio orgoglio
in un bordello privato. Facevamo l’amore sempre nel
magazzino, un rituale malato che si ripeteva come una
droga ogni santo giorno. Non più solo la sera, ma anche
durante l’orario di lavoro con Via Condotti che
brulicava di turisti e signore eleganti che provavano
abiti da migliaia di euro. "Vieni, capo, cinque minuti!"
Mi trascinava con un sussurro roco, chiudendo la porta
sul retro con il chiavistello cigolante. Mi spingeva
contro gli scaffali dei cappotti di cashmere,
slacciandomi i pantaloni con urgenza famelica: "Ho
bisogno di te ora, o impazzisco!" Lì, tra rotoli di seta
e scatoloni di Armani, mi saltava addosso come una
pantera: gonna alzata, mutandine di pizzo scostate, il
suo corpo caldo e profumato che mi inghiottiva mentre
fuori le commesse facevano il loro dovere. "Più forte,
spingi, scopami Renzo, fammi tua! Quando vuoi sei un
uomo speciale, prometto che non ti farò mai più del
male." Gemeva mordendomi la spalla per non urlare, e io
venivo in fretta, sudato e colpevole, con l’eco della
campanella della porta che annunciava altri clienti.
Finivamo in pochi minuti, io ansimante con la cravatta
storta, lei che si sistemava il rossetto ridendo:
"Bravissimo, socio". Mi sconvolgeva, mi prosciugava, mi
faceva odiare me stesso ogni volta che riemergevo con il
viso paonazzo e il timore che le altre commesse avessero
intuito qualcosa.
Era sempre vestita sexy,
un’arma letale che brandiva senza pudore: minigonne che
sfioravano l’inguine, camicette sbottonate quel tanto da
mostrare il merletto del reggiseno, tacchi che erano un
invito. A poco a poco scoprì l’arma della gelosia
flirtando sfacciata con altri clienti. Poi tornava da me
diceva: "Lo vedi cosa mi fai fare? Mi mandi da altri
perché non mi vuoi più! Mi hai distrutta!". Le commesse
fingevano di non vedere, i clienti arrossivano, e io,
idiota, stavo al gioco per non innervosirla mentre
dentro vomitavo bile. Era teatro puro, il suo per
tenermi agganciato e farmi sentire il padrone del suo
caos, il mio per rimandare cercando una soluzione
improbabile al casino in cui mi ero cacciato.
Mi
ripetevo che ero in trappola e che devo allontanarla ad
ogni costo. Ogni santo giorno, guidando verso casa con
le mani sul volante che tremavano, mi ripetevo: "Domani
la licenzio, chiamo un avvocato!" E la sera
immancabilmente ricevevo un suo messaggio su WhatsApp:
"Renzo, mi manchi, ti vorrei qui nel mio letto!” Con
allegate foto di lei nuda. Alle volte le sue richieste
erano così urgenti che non potevo fare a meno di
sottrarmi. Allora inventavo scuse improbabili a Gloria:
"Un fornitore urgente o il commercialista a cui non
tornavano i conti!"
Ma Gloria furiosa ha
iniziato a sospettare ed a minacciarmi: “Se continui
così non vedrai più tua figlia! Un’escalation da incubo
perché dall’altra parte Cinzia voleva sempre di più e
non si accontentava delle mie scappatelle. Dopo il mio
ennesimo rifiuto di correre da lei mi ha detto: "Io ci
ho messo tutta me stessa in questo rapporto, ora mi sono
stancata! Dirò tutto a tua moglie: che mi scopi nel
magazzino da mesi, che sono incinta di te!" Urlava nei
messaggi vocali. "Sei un vecchio porco che ha circuito
una ragazza giovane!" E non bastava: mi minacciava di
denunciarmi per violenza e stupro. "Ho le prove. Finirai
in galera, e Gloria ti lascerà con niente! Se non vuoi
questo dammi quello che mi spetta!" Eh già lei non
voleva me, ma i miei soldi. Ero sconvolto, paralizzato,
immaginando manette ai polsi e titoli sul giornale:
"TITOLARE NEGOZIO DEL CENTRO STUPRA DIPENDENTE".
Il cuore mi esplodeva, sudavo freddo con Gloria
ormai sospettosa che mi controllava anche il minuto di
ritardo! Alla fine ho ceduto credendo così di risolvere
la situazione: "Cinzia, ti prego, calmati, ti do quello
che mi hai chiesto, ma finiamola". Lei fredda mi ha
risposto che avrei dovuto farle un bonifico per una
cifra importante affinché si togliesse dai piedi:
"60.000 euro, subito, sul mio IBAN. Copre il 'trauma',
la quota che mi devi, e me ne vado zitta zitta. Niente
denuncia e Gloria dormirà sonni tranquilli!"
Non
avevo scelta. Quel pomeriggio stesso, chiuso nel retro
con il laptop, ho svuotato il mio conto aziendale –
25.000 liquidi dal fondo emergenze, un prestito lampo di
20.000 dalla banca con la scusa di "ristrutturazione", e
15.000 dalla carta di credito aziendale. Ho fatto quel
bonifico con le mani che tremavano tanto da sbagliare
due volte l’IBAN. "Fatto. Ora sparisci" Le ho scritto
subito dopo. Lei mi ha risposto con tre cuoricini:
"Grazie, amore. Domani non vengo. Baci".
******
Volevo salvare la mia famiglia con Gloria
che era tornata umana dopo il progetto e Manuela che mi
abbracciava tutte le sere non appena rientravo in casa.
Pensavo finalmente di essere libero! Per tre giorni
Cinzia non si era fatta sentire, ma la sera del quarto
giorno un nuovo messaggio: "Non bastano, Renzo. Voglio
il 30% del negozio. Gioca pulito, o game over!" Il
bonifico era stato solo l’inizio. Cinzia mi stava
succhiando l’anima. Che stupido, che abisso: Come ne
esco? Denuncio tutto, rischiando il processo? Confesso a
Gloria e imploro il perdono?” Mi ripetevo. Mi ero
illuso, un miraggio stupido nel deserto del mio incubo.
Pensavo che quei 60.000 euro l’avessero zittita, che il
bonifico fosse il prezzo della libertà – un cerotto su
un’arteria spaccata. Che idiota! Cinzia aveva assaggiato
il sangue e ora era un vampiro insaziabile. Da quel
momento sono seguiti altri messaggi minacciosi a cui non
rispondevo, uno stillicidio che mi teneva sveglio con il
telefono in mano: “Dico tutto a tua moglie: - Signora
Gloria, suo marito mi scopa da mesi e mi ha messa
incinta! - ” Ovviamente non credevo fosse incinta,
almeno non di me.
Alle 23:47 di un martedì,
mentre io e Gloria facevamo l’amore per la prima volta
dopo mesi, lei sopra di me, i suoi gemiti che mi
riportavano in vita, ha vibrato il telefono sul
comodino. L’ho aperto di nascosto: una foto del mio
portone, scattata cinque minuti prima, con l’orologio
del supermercato sullo sfondo. “Suono tra 30 secondi.
Rispondi o boom”. Sudavo freddo: “Devo bere!” Ho detto a
Gloria e sono corso in cucina a scriverle: “Ti prego,
no! 5.000 domani!”. Lei: “Ok, amore. Buonanotte.” Ero
pallido: “Tutto bene?” Mi ha chiesto Gloria. Ma ero al
limite, chissà per quanto avrei ancora sopportato.
Mi mandava foto del mio balcone, scattate dal
cortile interno alle 2 del mattino: “Ti vedo, te la stai
scopando vero?” Una volta anche la foto di mia moglie al
supermercato – Gloria con il carrello pieno ignara:
“Potrei fermarla ora e dirle tutto: O 4.000 entro
stasera o domani le dico tutto!”. Ero nel terrore puro,
un coniglio braccato. Controllavo il telefono 50 volte
al giorno, sobbalzavo ai rumori della strada, chiudevo
le persiane anche di giorno. E continuamente mi mandava
richieste di denaro che ovviamente acconsentivo, come un
automa spezzato. 3.000 per l’affitto; 1.000 per un
viaggio a Milano; 4.000 per non venire alla festa del
compleanno di Gloria.
In un mese i conti del
negozio erano prosciugati. Il mio conto titoli a zero!
Il negozio arrancava: i fornitori che chiamavano per
pagamenti in ritardo, il commercialista che reclamava il
dovuto per le tasse. Ero nel terrore e lei era diventata
la mia ossessione, un demone che infestava ogni mio
respiro e la mia mente che sapeva benissimo che quel
denaro fosse solo una goccia in un oceano.
Rispondevo sempre, in bagno o in macchina, sussurrando
“Basta, ti prego”, mentre lei rideva. Poi, la pretesa
che riconoscessi un figlio inesistente fu il colpo
finale: “Sono incinta di 5 mesi, tuo, Renzo!” Seguito da
una foto di un’ecografia fasulla e un referto del
laboratorio con “Beta-HCG positivo, 12 settimane! Sigle
mediche copiate da Google, il mio nome scribacchiato
come “padre”. “Devi mantenere me e il nostro bambino
altrimenti dico a Gloria che le rubi i soldi per nostro
figlio.” Ormai ero uno zombie in preda al panico:
immaginavo Manuela con un fratellino bastardo, Gloria
che scopriva il tradimento, il negozio pignorato per
alimenti. “Non è vero, è una bugia!” Le urlavo
continuamente al telefono, ma lei rideva: “Ho le date,
le foto. Voglio quel 30% del negozio altrimenti la
prossima volta parlerai solo col mio avvocato!” Ormai
non avevo più soldi per calmarla. Ero diventato un
guscio vuoto: 130.000 euro buttati in sei mesi, conti in
rosso.
Sapevo che in quel tunnel non avrei mai
più rivisto la luce, ormai ero disposto a cederle quel
30% dell’attività, ma è stato proprio in quei giorni che
il telefono ha smesso di squillare. Sparita, evaporata
nel nulla. Non mi sembrava vero! Dopo circa una
settimana sono andato a cercarla nel suo appartamento
alla Garbadella, ma ho trovato una nuova inquilina che
aveva preso possesso della casa da qualche giorno e
ovviamente non sapeva nulla di Cinzia.
******
Sono passati due anni, non l’ho più vista,
e Roma, la mia amata città, sembra finalmente tornare a
essere un sogno sereno invece di un incubo. Cinzia è
svanita come un fantasma dopo quell’ultimo bonifico
disperato – 35.000 euro che ho fatto con le mani legate,
pregando che fosse la fine. E così è successo! Non so,
forse anche lei si è resa conto che quella corta così
tesa si sarebbe potuta spezzare, sta di fatto che da un
giorno all’altro è scomparsa. Ora sono sollevato,
eppure, c’è una parte di me che teme ancora che Cinzia
possa rispuntare. Ogni vibrazione del telefono è un
brivido, ogni sconosciuta in Via Condotti una possibile
vipera. Controllo i messaggi di notte, sogno polaroid
nude e ecografie false, mi sveglio sudato accanto a
Gloria. Quel demone mi ha marchiato per sempre con
cicatrici invisibili che sanguinano ancora.
Mia
moglie non sa nulla di tutto ciò, tra di noi le cose si
sono sistemate, come un mosaico che si ricompone dopo un
terremoto. Gloria dopo quel progetto ha avuto la sua
promozione. Abbiamo ricominciato dalle nostre basi
solide: l’amore per nostra figlia e cene a lume di
candela da Roscioli, weekend al Circeo dove facciamo
l’amore sulla spiaggia come ventenni. Siamo tornati
complici, silenzi pieni d’amore, risate che riempiono la
casa. Ed io che mi chiedo. “Se solo sapesse.” Spero un
giorno di trovare il coraggio di raccontarle tutto, non
riesco più a mantenere il segreto con lei. È come un
macigno sul petto: ogni “Ti amo” che le sussurro al
mattino è una menzogna a metà, ogni bacio un’ombra di
colpa. La vedo dormire, serena con i capelli sparsi sul
cuscino, e penso: “Meriti la verità, Gloria!”
Manuela ha vinto un concorso d’arte al liceo, ora sogna
l’Accademia di Belle Arti e mi abbraccia ogni sera… Il
negozio è rinato grazie anche all’aiuto di un nuovo
socio, un cugino di Gloria. Io sistemo le cravatte
Armani con un sorriso vero, ancora incredulo di essere
uscito da quell’incubo. Le notti insonni, le telefonate
anonime, il finto suicidio, i sospetti di Gloria, la
paura che stringeva lo stomaco come una morsa... tutto
sembra lontano, chiuso in un cassetto che ho sigillato
con una cifra che mi è costata cara. Ma dentro di me
so che non è finita! So che devo ancora pagare il mio
errore perché il vero prezzo è ancora da saldare e non
si paga in banconote. So che un bel giorno qualcuno mi
presenterà il conto della dignità e sarà in un
pomeriggio caldo con il negozio pieno di clienti…
qualcuno entrerà da quella porta con un’aria che non
passerà inosservata: tacchi alti, occhiali scuri, un
vestito aderente fatto apposta per attirare il mio
sguardo. Magari sarà mora con un nuovo taglio di
capelli, magari bionda con l’aria da angioletto
inoffensivo, ma di certo si avvicinerà, mi sorriderà e
sfiorerà una camicia di seta con le sue dita
perfettamente curate. Dirà: “Questa georgette di seta di
gelso ha una magnifica morbidezza e una consistenza
pregiata… La mia preferita.” Io la riconoscerò! E lei mi
guarderà di traverso e con la sua voce calda e sicura
dirà: “Sorpreso?”
|
Questo racconto è opera di pura
fantasia. Nomi, personaggi e luoghi sono frutto
dell’immaginazione dell’autore e qualsiasi
somiglianza con fatti, scenari e persone è del
tutto casuale.
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