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RACCONTO
 
Adamo Bencivenga
Corna e Tequila
Le corna come una coltellata diretta che affonda dritta nel petto e la tequila come l’odore crudo e alcolico che resta addosso dopo una notte di tradimento. Quando Hellen rientra a casa alle tre del mattino e Mark l’accoglie sveglio, la verità esplode in un confronto crudo: accuse, confessioni, rabbia, fino a un amplesso violento che non salva nulla. All’alba, sul divano al buio, Hellen sceglie finalmente se stessa, lasciando dietro le spalle una matrimonio ridotto a farsa, pronta a non tornare più indietro...
 



 
Hellen infila la chiave nella toppa con un po’ di fatica, le sue dita tremano, gira piano per non fare rumore, trattiene il fiato, ma la porta cigola. Entra in casa barcollando, le scarpe rosse coi tacchi a spillo in una mano, l’altra tasta alla cieca la carta da parati a fiori cercando l’interruttore della luce dell’ingresso. Sono le tre del mattino, l’ora in cui i vivi dormono e i morti potrebbero svegliarsi.
I capelli le cadono sul viso, il suo alito sa di sigarette e tequila. Barcolla appena, non tanto per l’alcol quanto per il peso di ciò che ha fatto, di ciò che ha lasciato fuori da quella porta e di ciò che sta portando dentro.

Chiude la porta alle sue spalle con un piede, poi si appoggia alla parete, tutto silenzio, il respiro affannoso, gli occhi che scrutano l'oscurità, crede che suo marito stia dormendo, o almeno spera, ma quando la sua mano trova finalmente l’interruttore il suo stomaco si contrae in una morsa gelida. Lì, in salotto, avvolto nella penombra come un fantasma evocato da un incubo, c'è Mark. Seduto sul divano, immobile. I suoi occhi, nascosti nell'ombra la fissano. Non dice una parola, ma l'aria si carica di elettricità, un silenzio di accuse non dette. Il fumo di una sigaretta spenta male sale pigro da un posacenere traboccante ed Hellen sente il sudore freddo scivolarle lungo la sua schiena. La notte, improvvisamente, sembra infinita, e il clic della serratura alle sue spalle suona come la chiusura di una trappola o l’inizio di una tragedia annunciata.


HELLEN: Che cazzo ci fai lì? Ancora sveglio…
MARK: Ti stavo aspettando.
HELLEN: Non dormivi?
MARK: No. Non dormivo. Dove sei stata?
HELLEN: Perché vuoi saperlo?
MARK: Perché penso sia lecito domandare se sua moglie rientra alle tre di mattina, non credi?
HELLEN: No, non credo. Alle volte le risposte non sono lecite come le domande.
MARK: Quindi hai fatto qualcosa di illegale…

La donna scoppia in una risatina quasi fastidiosa.
HELLEN: Oddio che parolone. Tranquillo… non ho ucciso nessuno…
MARK: Guarda in che stato sei… Ti rendi conto che sei ubriaca?
HELLEN: Capita anche a te, ma io non sto lì a giudicarti… e non ti faccio il terzo grado…
MARK: Dai, dimmi dove sei stata e la finiamo qui…
HELLEN: Oh, amore mio, vuoi essere rassicurato?
MARK: Se me lo dici non ti faccio il terzo grado e andiamo a letto…
HELLEN: Potresti farti male… lo sai vero?
MARK: Non c’è nulla di male dirmi che sei stata con la tua amica Lucy e che avete alzato un po’ il gomito… può succedere.
HELLEN: Appunto, me la caverei con una battuta, ma non sarebbe la verità!

Lui si alza dal divano, le va incontro.
MARK: Non è una battuta, Hellen. Sono le tre passate, cazzo. Ti ho scritto, ti ho chiamato. Niente. Mi stavo preoccupando…
HELLEN: Non la voglio la tua preoccupazione, è una gabbia appiccicosa…
MARK: …E ora arrivi così, con l’alito che sa di tequila e… cos’è questo profumo? Non è il tuo.
HELLEN: Ah, ora facciamo anche l’analisi olfattiva? Bravo, sei diventato un segugio. Vuoi annusarmi anche tra le cosce? Magari sentiresti il profumo della libertà.
MARK: Libertà? È così che la chiami? Uscire senza dire niente, sparire per ore, tornare ubriaca?
HELLEN: E tu? Quando esci con i tuoi amici e torni alle quattro con la cravatta slacciata… io che faccio? Ti chiedo tutti i nomi con cui sei uscito?
MARK: Non è la stessa cosa e lo sai.
HELLEN: Ah no? E perché? Perché sei tu l’uomo e io la brava mogliettina che deve rendere conto? Stasera ho ballato, ho riso, ho bevuto troppi cocktail con gente che non giudica ogni mia mossa. E sì, forse qualcuno ci ha provato. E sì, forse mi è anche piaciuto sentirmi desiderata, femmina…
MARK: Qualcuno… ci ha provato allora…

La donna barcolla fino in salotto, l’odore di tequila la segue come una coda velenosa. Poi si lascia andare sul divano e fa un grosso respiro.
HELLEN: Non serviva provarci, Mark…
MARK: Non capisco.
HELLEN: Ti ho detto che non serviva provarci… Provare significa tentare mentre qui era tutto scritto, cazzo. Come fai a essere così cieco? Cazzo!
MARK: Perché ti incazzi? In fin dei conti ti ho solo chiesto…
HELLEN: Aspettarmi sveglio non è solo chiedere, è sospettare, più di mille domande di fila. E poi non è la prima volta che esco. Tu non ti accorgi mai di niente…

La donna tossisce. Un colpo secco che le graffia la gola, come se la tequila e il fumo della notte le stessero ancora bruciando dentro.
MARK: Non stai bene vero?
HELLEN: Se fosse successo qualcosa Mark… sarebbe una medicina non la malattia.
MARK: Medicina di cosa, Hellen?
HELLEN: Di noi che parliamo solo di chi porta i bambini dal dentista o chi li va a riprendere a scuola. Di me che a volte mi sento invisibile come un fottuto mobile che sta lì e basta. Di te che non mi vedi più da anni.
MARK: Non sapevo di questo tuo disagio…
HELLEN: Eh no caro, non puoi cavartela così, accusandomi e sollevandoti da ogni responsabilità! Se è successo è anche colpa tua!
MARK: Pensavo che in questo ultimo periodo fossi solo stanca, una stanchezza passeggera…
HELLEN: Sì sono stanca, ma stasera, per qualche ora, non lo ero. E mi è dispiaciuto tornare.

L’uomo si rimette seduto accanto a sua moglie, cerca di prenderle la mano, ma lei rifiuta. Il silenzio tra loro si fa denso, quasi solido. Alla fine lui tuona:
MARK: C’è un altro?
HELLEN: Questa domanda me l’aspettavo mesi fa e ti giuro non avrei saputo risponderti. Sarebbe stata una bugia o una mezza verità, ma ora è tardi.
MARK: Tardi di cosa?
HELLEN: Tardi per provare un minimo di disagio.
MARK: Chi è?
HELLEN: Ma che razza di domanda fai? Mi sarei aspettata altro… che mi chiedessi se mi fa sentire donna e mi rende felice. Se è un uomo desiderabile. Ossia quello che tu ti sei dimenticato di essere da un pezzo.

Mark rimane fermo, la mano ancora sospesa a mezz’aria dopo il rifiuto di lei. Hellen lo guarda dritto negli occhi, un misto di sfida e stanchezza sul viso arrossato dall’alcol.
MARK: Quindi è questo? Mi stai dicendo che hai... che c’è qualcun altro perché io non ti faccio più sentire desiderata?
HELLEN: Oh, bravo, Sherlock. Ci sei arrivato finalmente? Non è solo qualcun altro, Mark. È che io esisto ancora, cazzo! Oltre alla mamma perfetta, alla moglie trofeo che ti lava le mutande e ti scalda il letto. Stasera mi sono ricordata com’è sentirsi viva, non una fottuta zombie in questa prigione che chiami matrimonio.

La donna fa una lunga pausa, lo sguardo perso nel vuoto, come se stesse rivedendo frame per frame la serata trascorsa.
HELLEN: Mark ti prego finiamola qua, andiamo a dormire…
MARK: E no, ora voglio sapere… tutto, cazzo!
HELLEN: Tutto cosa, Mark? Il nome? L’età? Dove l’ho conosciuto? Quante volte è successo? O vuoi i dettagli sporchi? Quelli che ti farà male sul serio?
MARK: Sono tuo marito cazzo!
HELLEN: Ah sì… mi fa piacere che ogni tanto te lo ricordi…
MARK: Dimmi!
HELLEN: Ok, ok… lo hai voluto tu… Certo c’è un altro. L’ho conosciuto mesi fa, a quel corso di yoga che ti ho raccontato con Lucy… Peccato però che Lucy fosse solo una scusa per non farti insospettire… Mesi, Mark! Mesi a inventarmi scuse mentre tu giocavi al maritino distratto.
MARK: Mesi? Quindi non è stata una cosa di stasera...
HELLEN: All’inizio erano solo chiacchiere, perché qualcuno finalmente mi ascoltava senza sbadigliare, controllare il telefono o parlare solo del suo fottuto lavoro... Mi chiedeva come mi sentissi davvero, non quella merda di “com’è andata la giornata” che butti lì come un osso a un cane mentre ceniamo.
MARK: Perché non me ne hai parlato?
HELLEN: Certe cose non si dicono Mark, non si è mai pronti, poi arriva una sera come questa che ti senti la padrona del mondo e non ti interessa cosa possa succedere…
MARK: Cazzo Hellen cosa hai fatto?
HELLEN: Vuoi sapere i dettagli? Sei pronto? E allora ti dico che stasera siamo andati a cena, un bel posto in collina, poi in macchina l'ho succhiato, l'ho preso in bocca come una troia affamata, perché mi faceva bagnare solo con uno sguardo. Poi senza chiedermi niente mi ha portato a casa sua, mi ha scopata lì, Mark. Mi ha scopata come una bestia, senza rimorsi, perché mi ha fatta urlare di piacere in un modo che tu hai dimenticato anni fa.

L’uomo si agita, stringe le mani in un pugno. Si alza, si rimette seduto.
MARK: E me lo dici così?
HELLEN: Sei tu che lo hai voluto sapere…
MARK: Perché lo hai fatto?
HELLEN: Nulla di pianificato e nessun pentimento! Neanche per sogno. Mi ha ricordata che non sono una vecchia carcassa invisibile, mentre mi sbatteva da dietro, mi leccava ovunque! Mi ha fatto venire tre volte di fila come una donna che merita di essere fottuta come si deve… non quel sesso patetico e frettoloso che mi concedi tu una volta al mese, se va bene.
MARK: A casa sua? Cristo, Hellen... con un tizio qualunque?
HELLEN: Non è uno qualunque! È uno che mi vede per quella che sono, una donna! Che mi tocca come se fossi un tesoro da conquistare, non come un’abitudine prima di russare. Tu Mark mi tocchi ancora? Quand’è l’ultima volta che mi hai baciata con passione? Quand’è l’ultima volta che mi hai guardata come se volessi strapparmi i vestiti di dosso e scoparmi contro il muro? Anzi dimmi! Quand’è l’ultima volta che mi hai scopata come si deve?
MARK: Credevo ci fosse intesa tra noi…
HELLEN: Che mi bastasse? Durante questi mesi ti ho fatto solo vivere tranquillo mentre lui mi reclamava nel parcheggio del centro yoga, in un motel da due soldi, su questo divano, mentre tu eri al lavoro e i bimbi a scuola. E poi ancora ancora, sul tavolo della sua cucina mentre la cena bruciava, sotto la doccia, leccata fino a che non ho implorato pietà. E ogni volta pensavo: “Ecco, questo è ciò che merito. Questo è ciò che tu mi hai rubato, mi hai lasciata appassire, anno dopo anno, con la tua indifferenza del cazzo.” Ti sta bene? O vuoi ancora più dettagli, tipo sapere se il suo cazzo è più grosso del tuo e mi riempie come tu non hai mai fatto?

L’uomo si passa una mano sul viso, gli occhi lucidi.
MARK: Io... pensavo fossimo a posto. La casa, i bambini, le vacanze... Pensavo che fossero questi i tuoi valori…
HELLEN: Mi vuoi far sentire in colpa? Ma di che valori parli? Dei valori della brava mogliettina che sorride mentre dentro muore? I miei valori sono quelli di sentirmi viva, desiderata, sentire che funziono come una donna e non come un elettrodomestico. Sentire le mani di un uomo che mi vogliono davvero, che mi fanno bagnare solo sfiorandomi, che mi fanno urlare mentre mi prendono fino a farmi dimenticare il mio nome.
MARK: Non ti riconosco stasera, forse sei solo ubriaca e domani mi racconterai un’altra storia…
HELLEN: Sì sono ubriaca e lo rivendico, ma non parlarmi di valori, Mark. I tuoi valori sono la comodità, la perenne pigrizia, il non voler vedere, il far finta che una moglie silenziosa sia una moglie felice. I miei sono svegliarmi la mattina senza sentirmi morta dentro. E ora che li ho ritrovati, non li lascio più per tornare nella tua bella prigione dorata. Quindi no, non mi sento in colpa. Mi sento finalmente libera. E se questo distrugge i tuoi preziosi “valori”, pazienza. Era ora che crollassero.
MARK: Pensavo ti rendesse felice tutto questo.
HELLEN: Sopravvivevo, felice non lo sono da tanto. E tu? Dimmi, sei felice tu con me, o sei solo troppo vigliacco per ammettere che siamo due estranei che fingono?

Lui non risponde subito. Guarda verso la finestra, dove l’alba inizia a schiarire. Le mani tra i capelli, scuote la testa.
MARK: Beh stasera non lo so davvero. Ora... mi sento un idiota. Come ho fatto a non accorgermene?
HELLEN: Semplice mio caro! Non volevi accorgertene. Perché non ti conveniva, da perfetto egoista era più comodo così. Ignorare i segnali, i miei silenzi, le mie notti insonni, le mie fughe. Ma ora lo sai, e io non torno indietro. Non dopo anni a sentirmi una nullità al tuo fianco. E poi sai una cosa? Non credo che in questi mesi tu non ti sia accorto di nulla.

Lui resta immobile, la mascella contratta. Per un attimo sembra che voglia negare, ma lei non gli lascia spazio, gli è praticamente addosso. È un fiume in piena…
HELLEN: Non fare la faccia da cane bastonato adesso. Rispondi.
Ti ho visto guardarmi quando rientravo. Ti ho visto che mi controllavi il telefono, quando pensavi che dormissi… E ogni volta facevi finta di niente. Sorridevi il mattino dopo, mi davi il bacio sulla guancia, “buongiorno amore”. Ma lo sapevi, Mark. Lo sapevi eccome che qualcosa non tornava. Cazzo non hai il diritto di farmi sentire in colpa! Dimmi la verità, una volta tanto. Ti eccitava l’idea? Ti faceva comodo non chiedere, così potevi continuare a fare la tua vita tranquilla senza scenate? Oppure ti sei masturbato pensando che tua moglie si faceva scopare da un altro, eh? È questo il tuo sporco piccolo segreto? Che in fondo ti toglieva quella faticosa incombenza di fare l’amore con me! Ti piaceva, vero, sapere e non fare niente, perché affrontare la realtà ti avrebbe costretto a muovere il culo?

La donna si alza dal divano, attraversa il salotto a piedi nudi sul parquet freddo, e raggiunge il mobile bar nell’angolo. La bottiglia di tequila è ancora lì, la prende, svita il tappo e si versa un goccio in un bicchiere. Il liquido ambrato riflette la debole luce che filtra dalla finestra.
HELLEN: O magari… magari eri solo terrorizzato. Terrorizzato che se aprivi bocca ti rendevi conto che non eri più l’uomo che volevo, che non eri più capace di tenermi legata a te con qualcosa di diverso dalla paura di distruggere la “famiglia perfetta”. Ti ho dato tutte le occasioni del mondo per fermarmi, Mark. Bastava una parola, una domanda vera, una scopata come si deve invece tu hai scelto il silenzio. Hai scelto di far finta di niente. Adesso è tardi per fare la vittima.

La donna torna a sedersi sul divano. Beve un piccolo sorso.
HELLEN: Volevi sapere tutto? Ecco ora ti ho accontentato. Adesso sta a te, rispondimi, cazzo: in questi mesi lo sapevi o no che mi facevo fottere da un altro mentre tu te ne stavi comodo su questo divano a guardare la TV? Dimmi la verità, una volta nella vita.

Lui la fissa per un lungo secondo, il volto terreo, le labbra che tremano come se le parole gli si inceppassero in gola. Poi abbassa lo sguardo.
MARK: …Sì. Lo sapevo o almeno dubitavo. Insomma non tutto, non così. Ma lo sentivo, cazzo. Quando ti preparavi in bagno prima di uscire, quando rientravi la notte. E sì, controllavo. Controllavo la cronologia delle chiamate, il chilometraggio della macchina, persino le tue mutandine sempre più sottili e trasparenti nel cesto della biancheria… Cercavo… non so, gli odori dei tuoi orgasmi, le macchie dei suoi… qualcosa che mi desse la prova definitiva. Ma ogni volta che stavo per chiedertelo, mi fermavo. Perché se te l’avessi chiesto davvero, e tu me l’avessi confermato… cosa avrei fatto? Avrei dovuto reagire, urlare, picchiare il muro, andarmene, o implorarti di restare? Non lo sapevo. Non avevo la forza. Sai non è mai facile ammettere di essere cornuto! Era più facile far finta di niente. Pensare che fosse una fase, che saresti tornata in te, che magari era solo flirt, niente di serio. Mi dicevo: “Se non lo chiedo, non è reale”. È patetico, lo so.
HELLEN: E quando annusavi le mie mutandine sporche ti eccitavi?
MARK: Smettila Hellen!

La donna con un gesto provocatorio alza la gonna e si accarezza le mutandine nere di pizzo.
HELLEN: Vuoi annusarle Mark? Vuoi sapere che effetto ti fanno così sporche?
MARK: Smettila ti ho detto! Non mi eccita e non mi eccitava. Anzi mi distruggeva. Ogni sera che non eri qui, immaginavo, pensavo a te con un altro, e mi odiavo per non essere abbastanza uomo da fermarti o da riconquistarti. Ma non facevo niente. Perché avevo paura. Paura di perderti del tutto. Paura di non reggere il confronto. Quindi sì, Hellen, qualcosa intuivo, ma ho lasciato che accadesse.

Ma lei non lo ascolta, inarca la schiena e si toglie le mutandine, lentamente le fa scivolare lungo le gambe. Ora è nuda, la mostra, l’accarezza come se fosse un invito, una sfida...
HELLEN: Sai cosa ho pensato prima di rientrare in casa? Esattamente questa situazione, ma con un finale diverso. E ora mi chiedo: Perché non reagisci, perché non mi scopi qui, ora, fammi sentire la reazione di un marito cornuto, fammi sentire il tuo amor proprio. Ce l’hai?
MARK: Pensi che non abbia amor proprio? Pensi che non mi faccia male sapere che un altro ti ha scopata stasera?
HELLEN: Ma io non voglio gelosia, quella è una cosa tua che non mi appartiene più! Io voglio rabbia, odio, desiderio… Dimostrami chi è il maschio tra noi due. Cazzo la vedi? Te la sto offrendo, ma non per amore o sensi di colpa soltanto per vedere dove arriva il tuo orgoglio, il tuo narcisismo… se lo hai!
MARK: Vuoi sentire la reazione di un marito cornuto?
HELLEN: Non aspetto altro…
Lui si gira di scatto, le afferra i polsi, la fa alzare, la prende di peso e la spinge contro il muro. Ora è fuori di sé, si lascia andare, con una mano le alza il viso, le stringe forte il mento, obbligandola a guardarlo dritto negli occhi. Lei ride, si strappa di dosso la camicetta con un gesto rabbioso, i bottoni rimbalzano sul pavimento.
HELLEN: Dai Mark, dai cazzo! La realtà a volte è dura, ma può essere anche piacevole.

Lui la bacia con forza, le morde il labbro inferiore mentre con l’altra mano scende tra le tue gambe, senza delicatezza. La tocca esattamente dove un altro l’ha toccata stasera. Le dita entrano. Poi la solleva come se non avesse più peso. Le divarica le cosce e senza staccare gli occhi dai suoi entra dentro di lei con un colpo secco, ruvido, profondo.
HELLEN: Dai dai scopami! Fammi sentire che c’è un maschio anche dentro questa casa!
MARK: Dimmi il suo nome. Dimmi quanto ti è piaciuto…
HELLEN: Sì che mi è piaciuto, mi scopava forte, mi diceva troia, mi tirava i capelli… Ti piace vero che te lo dico? Ti piace l’idea di entrare in una figa bagnata, consumata, usata da poco?

Lei inarca la schiena, ma non per piacere, ma per sfida, per essere più capiente. Lo guarda dritto negli occhi, lo incita con parole sporche, lo provoca a andare più forte, più a fondo, come se volesse sentir male quanto lei ne sta facendo a lui. Gli urla di non fermarsi, di continuare a batterla. E allora lui accelera, i movimenti si fanno più sincroni, ma non si toccano oltre lo stretto necessario: niente carezze, niente baci lunghi. Solo mani che stringono troppo forte, unghie che lasciano segni rossi, denti che mordono per marcare territorio.
È sesso, ma non è amore. Sono due estranei che usano il corpo dell’altro come specchio distorto per ritrovare se stessi. Lei cerca di sentirsi la donna che può far impazzire chiunque. Lui di riprendersi ciò che gli è stato tolto, di dimostrare che è ancora capace di possederla, di farla urlare, di cancellare quello che un altro ha lasciato dentro di lei.
Accelerano ancora, sempre più veloci, lei gli stringe i fianchi con le cosce, lo spinge dentro più a fondo. Lui la batte con rabbia, come se ogni affondo potesse lavare l’odore acre delle corna. Finché vengono insieme, un orgasmo violento, simultaneo, che strappa un urlo rauco, non di piacere puro, ma di rabbia accumulata, di frustrazione, di dolore. I corpi si irrigidiscono, tremano, si svuotano. Poi il silenzio, lui cerca di baciarla, di trovare nelle sue labbra un alito che non sappia di tequila, ma somigli a riconciliazione, a perdono. Lei gira la faccia di scatto, offre solo la guancia, gli occhi fissi al soffitto. Resta lì, aperta contro di lui, ma lontana anni luce. Non c’è calore. Solo il respiro che rallenta, il sudore che si raffredda, il vuoto che torna a riempire la stanza. Due corpi ancora uniti, ma già soli. Due estranei che hanno appena confermato, con la carne, quanto poco gli resta da condividere.

MARK: Dimmi che ti sei inventata tutto, che sei uscita con Lucy…
HELLEN: No, mio caro una scopata non cancella proprio nulla. Questo non è un gioco erotico è la pura verità.
MARK: Però sei venuta ancora, ti ho fatto godere… Perché hai voluto scopare?
HELLEN: Per dimostrarti quanto non mi conosci! Potrei godere ancora e non una sola volta…

Lui stravolto si stacca da lei. Lei a fatica si risiede in salotto.
MARK: Stasera mi hai sbattuto in faccia una realtà senza filtri, forse me lo merito davvero, sono stato un coglione cieco per anni, ma per un attimo mi sono solo illuso. E ora che lo so che farai adesso?
HELLEN: A rigor di logica dovresti essere tu a prendere una decisione, buttarmi fuori, urlare, fare la valigia, picchiarmi, quello che ti pare, ma so che non lo farai. Non hai mai deciso un cazzo quando serviva davvero. Per quanto mi riguarda so solo che non voglio più fingere. E ti ringrazio per avermi aspettata in piedi. Ora sai. Vai a dormire, o fai quello che ti pare. Io sono stanca di tutta questa merda, ma almeno ora è finita la farsa.
MARK: E domani?
HELLEN: Domani è un altro fottuto giorno, come direbbe quella puttana di Rossella O’Hara. Ma per stanotte, dormo qui sul divano, ok? Non voglio salire di sopra. Non voglio dormire accanto a te come se niente fosse successo.

Lui annuisce. Non dice altro. Si gira, si dirige verso le scale. Allunga una mano, spegne la luce dell’ingresso. Il clic dell’interruttore è secco, definitivo. Buio totale.
Lei lo vede salire. La sagoma che scompare, gradino dopo gradino, fino a svanire del tutto. Rimane al buio sul divano, le scarpe rosse abbandonate sul pavimento. Fuori, il primo sole illumina la strada deserta. Respira profondamente, un misto di rimpianto per ciò che è stato e di sollievo per ciò che non dovrà più fingere. Chiude gli occhi. È pronta a tutto, pur di non tornare indietro.







Questo racconto è opera di pura fantasia.
Nomi, personaggi e luoghi sono frutto
dell’immaginazione dell’autore e
qualsiasi somiglianza con
fatti, scenari e persone è del tutto casuale.

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