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RACCONTO

Adamo Bencivenga
Corna e Tequila
Le corna come una coltellata
diretta che affonda dritta nel petto e la tequila
come l’odore crudo e alcolico che resta addosso dopo
una notte di tradimento. Quando Hellen rientra a
casa alle tre del mattino e Mark l’accoglie sveglio,
la verità esplode in un confronto crudo: accuse,
confessioni, rabbia, fino a un amplesso violento che
non salva nulla. All’alba, sul divano al buio,
Hellen sceglie finalmente se stessa, lasciando
dietro le spalle una matrimonio ridotto a farsa,
pronta a non tornare più indietro...

Hellen infila la chiave
nella toppa con un po’ di fatica, le sue dita tremano,
gira piano per non fare rumore, trattiene il
fiato, ma la porta cigola. Entra in casa barcollando, le
scarpe rosse coi tacchi a spillo in una mano, l’altra
tasta alla cieca la carta da parati a fiori cercando
l’interruttore della luce dell’ingresso. Sono le tre del
mattino, l’ora in cui i vivi dormono e i morti
potrebbero svegliarsi. I capelli le cadono sul viso,
il suo alito sa di sigarette e tequila. Barcolla appena,
non tanto per l’alcol quanto per il peso di ciò che ha
fatto, di ciò che ha lasciato fuori da quella porta e di
ciò che sta portando dentro.
Chiude la porta alle
sue spalle con un piede, poi si appoggia alla parete,
tutto silenzio, il respiro affannoso, gli occhi che
scrutano l'oscurità, crede che suo marito stia dormendo,
o almeno spera, ma quando la sua mano trova finalmente
l’interruttore il suo stomaco si contrae in una morsa
gelida. Lì, in salotto, avvolto nella penombra come un
fantasma evocato da un incubo, c'è Mark. Seduto sul
divano, immobile. I suoi occhi, nascosti nell'ombra la
fissano. Non dice una parola, ma l'aria si carica di
elettricità, un silenzio di accuse non dette. Il fumo di
una sigaretta spenta male sale pigro da un posacenere
traboccante ed Hellen sente il sudore freddo scivolarle
lungo la sua schiena. La notte, improvvisamente, sembra
infinita, e il clic della serratura alle sue spalle
suona come la chiusura di una trappola o l’inizio di una
tragedia annunciata.
HELLEN: Che cazzo ci
fai lì? Ancora sveglio… MARK: Ti stavo aspettando.
HELLEN: Non dormivi? MARK: No. Non dormivo. Dove sei
stata? HELLEN: Perché vuoi saperlo? MARK: Perché
penso sia lecito domandare se sua moglie rientra alle
tre di mattina, non credi? HELLEN: No, non credo.
Alle volte le risposte non sono lecite come le domande.
MARK: Quindi hai fatto qualcosa di illegale…
La donna scoppia in una risatina quasi fastidiosa.
HELLEN: Oddio che parolone. Tranquillo… non ho ucciso
nessuno… MARK: Guarda in che stato sei… Ti rendi
conto che sei ubriaca? HELLEN: Capita anche a te, ma
io non sto lì a giudicarti… e non ti faccio il terzo
grado… MARK: Dai, dimmi dove sei stata e la finiamo
qui… HELLEN: Oh, amore mio, vuoi essere rassicurato?
MARK: Se me lo dici non ti faccio il terzo grado e
andiamo a letto… HELLEN: Potresti farti male… lo sai
vero? MARK: Non c’è nulla di male dirmi che sei stata
con la tua amica Lucy e che avete alzato un po’ il
gomito… può succedere. HELLEN: Appunto, me la caverei
con una battuta, ma non sarebbe la verità!
Lui si alza dal divano, le va incontro. MARK:
Non è una battuta, Hellen. Sono le tre passate, cazzo.
Ti ho scritto, ti ho chiamato. Niente. Mi stavo
preoccupando… HELLEN: Non la voglio la tua
preoccupazione, è una gabbia appiccicosa… MARK: …E
ora arrivi così, con l’alito che sa di tequila e… cos’è
questo profumo? Non è il tuo. HELLEN: Ah, ora
facciamo anche l’analisi olfattiva? Bravo, sei diventato
un segugio. Vuoi annusarmi anche tra le cosce? Magari
sentiresti il profumo della libertà. MARK: Libertà?
È così che la chiami? Uscire senza dire niente, sparire
per ore, tornare ubriaca? HELLEN: E tu? Quando esci
con i tuoi amici e torni alle quattro con la cravatta
slacciata… io che faccio? Ti chiedo tutti i nomi con cui
sei uscito? MARK: Non è la stessa cosa e lo sai.
HELLEN: Ah no? E perché? Perché sei tu l’uomo e io la
brava mogliettina che deve rendere conto? Stasera ho
ballato, ho riso, ho bevuto troppi cocktail con gente
che non giudica ogni mia mossa. E sì, forse qualcuno ci
ha provato. E sì, forse mi è anche piaciuto sentirmi
desiderata, femmina… MARK: Qualcuno… ci ha provato
allora…
La donna barcolla fino in salotto,
l’odore di tequila la segue come una coda velenosa. Poi
si lascia andare sul divano e fa un grosso respiro.
HELLEN: Non serviva provarci, Mark… MARK: Non
capisco. HELLEN: Ti ho detto che non serviva
provarci… Provare significa tentare mentre qui era tutto
scritto, cazzo. Come fai a essere così cieco? Cazzo!
MARK: Perché ti incazzi? In fin dei conti ti ho solo
chiesto… HELLEN: Aspettarmi sveglio non è solo
chiedere, è sospettare, più di mille domande di fila. E
poi non è la prima volta che esco. Tu non ti accorgi mai
di niente…
La donna tossisce. Un colpo secco
che le graffia la gola, come se la tequila e il fumo
della notte le stessero ancora bruciando dentro.
MARK: Non stai bene vero? HELLEN: Se fosse successo
qualcosa Mark… sarebbe una medicina non la malattia.
MARK: Medicina di cosa, Hellen? HELLEN: Di noi che
parliamo solo di chi porta i bambini dal dentista o chi
li va a riprendere a scuola. Di me che a volte mi sento
invisibile come un fottuto mobile che sta lì e basta. Di
te che non mi vedi più da anni. MARK: Non sapevo di
questo tuo disagio… HELLEN: Eh no caro, non puoi
cavartela così, accusandomi e sollevandoti da ogni
responsabilità! Se è successo è anche colpa tua!
MARK: Pensavo che in questo ultimo periodo fossi solo
stanca, una stanchezza passeggera… HELLEN: Sì sono
stanca, ma stasera, per qualche ora, non lo ero. E mi è
dispiaciuto tornare.
L’uomo si rimette seduto
accanto a sua moglie, cerca di prenderle la mano, ma lei
rifiuta. Il silenzio tra loro si fa denso, quasi solido.
Alla fine lui tuona: MARK: C’è un altro?
HELLEN: Questa domanda me l’aspettavo mesi fa e ti giuro
non avrei saputo risponderti. Sarebbe stata una bugia o
una mezza verità, ma ora è tardi. MARK: Tardi di
cosa? HELLEN: Tardi per provare un minimo di disagio.
MARK: Chi è? HELLEN: Ma che razza di domanda fai?
Mi sarei aspettata altro… che mi chiedessi se mi fa
sentire donna e mi rende felice. Se è un uomo
desiderabile. Ossia quello che tu ti sei dimenticato di
essere da un pezzo.
Mark rimane fermo, la
mano ancora sospesa a mezz’aria dopo il rifiuto di lei.
Hellen lo guarda dritto negli occhi, un misto di sfida e
stanchezza sul viso arrossato dall’alcol. MARK:
Quindi è questo? Mi stai dicendo che hai... che c’è
qualcun altro perché io non ti faccio più sentire
desiderata? HELLEN: Oh, bravo, Sherlock. Ci sei
arrivato finalmente? Non è solo qualcun altro, Mark. È
che io esisto ancora, cazzo! Oltre alla mamma perfetta,
alla moglie trofeo che ti lava le mutande e ti scalda il
letto. Stasera mi sono ricordata com’è sentirsi viva,
non una fottuta zombie in questa prigione che chiami
matrimonio.
La donna fa una lunga pausa, lo
sguardo perso nel vuoto, come se stesse rivedendo frame
per frame la serata trascorsa. HELLEN: Mark ti
prego finiamola qua, andiamo a dormire… MARK: E no,
ora voglio sapere… tutto, cazzo! HELLEN: Tutto cosa,
Mark? Il nome? L’età? Dove l’ho conosciuto? Quante volte
è successo? O vuoi i dettagli sporchi? Quelli che ti
farà male sul serio? MARK: Sono tuo marito cazzo!
HELLEN: Ah sì… mi fa piacere che ogni tanto te lo
ricordi… MARK: Dimmi! HELLEN: Ok, ok… lo hai
voluto tu… Certo c’è un altro. L’ho conosciuto mesi fa,
a quel corso di yoga che ti ho raccontato con Lucy…
Peccato però che Lucy fosse solo una scusa per non farti
insospettire… Mesi, Mark! Mesi a inventarmi scuse mentre
tu giocavi al maritino distratto. MARK: Mesi? Quindi
non è stata una cosa di stasera... HELLEN: All’inizio
erano solo chiacchiere, perché qualcuno finalmente mi
ascoltava senza sbadigliare, controllare il telefono o
parlare solo del suo fottuto lavoro... Mi chiedeva come
mi sentissi davvero, non quella merda di “com’è andata
la giornata” che butti lì come un osso a un cane mentre
ceniamo. MARK: Perché non me ne hai parlato?
HELLEN: Certe cose non si dicono Mark, non si è mai
pronti, poi arriva una sera come questa che ti senti la
padrona del mondo e non ti interessa cosa possa
succedere… MARK: Cazzo Hellen cosa hai fatto?
HELLEN: Vuoi sapere i dettagli? Sei pronto? E allora ti
dico che stasera siamo andati a cena, un bel posto in
collina, poi in macchina l'ho succhiato, l'ho preso in
bocca come una troia affamata, perché mi faceva bagnare
solo con uno sguardo. Poi senza chiedermi niente mi ha
portato a casa sua, mi ha scopata lì, Mark. Mi ha
scopata come una bestia, senza rimorsi, perché mi ha
fatta urlare di piacere in un modo che tu hai
dimenticato anni fa.
L’uomo si agita,
stringe le mani in un pugno. Si alza, si rimette seduto.
MARK: E me lo dici così? HELLEN: Sei tu che lo hai
voluto sapere… MARK: Perché lo hai fatto? HELLEN:
Nulla di pianificato e nessun pentimento! Neanche per
sogno. Mi ha ricordata che non sono una vecchia carcassa
invisibile, mentre mi sbatteva da dietro, mi leccava
ovunque! Mi ha fatto venire tre volte di fila come una
donna che merita di essere fottuta come si deve… non
quel sesso patetico e frettoloso che mi concedi tu una
volta al mese, se va bene. MARK: A casa sua? Cristo,
Hellen... con un tizio qualunque? HELLEN: Non è uno
qualunque! È uno che mi vede per quella che sono, una
donna! Che mi tocca come se fossi un tesoro da
conquistare, non come un’abitudine prima di russare. Tu
Mark mi tocchi ancora? Quand’è l’ultima volta che mi hai
baciata con passione? Quand’è l’ultima volta che mi hai
guardata come se volessi strapparmi i vestiti di dosso e
scoparmi contro il muro? Anzi dimmi! Quand’è l’ultima
volta che mi hai scopata come si deve? MARK: Credevo
ci fosse intesa tra noi… HELLEN: Che mi bastasse?
Durante questi mesi ti ho fatto solo vivere tranquillo
mentre lui mi reclamava nel parcheggio del centro yoga,
in un motel da due soldi, su questo divano, mentre tu
eri al lavoro e i bimbi a scuola. E poi ancora ancora,
sul tavolo della sua cucina mentre la cena bruciava,
sotto la doccia, leccata fino a che non ho implorato
pietà. E ogni volta pensavo: “Ecco, questo è ciò che
merito. Questo è ciò che tu mi hai rubato, mi hai
lasciata appassire, anno dopo anno, con la tua
indifferenza del cazzo.” Ti sta bene? O vuoi ancora più
dettagli, tipo sapere se il suo cazzo è più grosso del
tuo e mi riempie come tu non hai mai fatto?
L’uomo si passa una mano sul viso, gli occhi lucidi.
MARK: Io... pensavo fossimo a posto. La casa, i
bambini, le vacanze... Pensavo che fossero questi i tuoi
valori… HELLEN: Mi vuoi far sentire in colpa? Ma di
che valori parli? Dei valori della brava mogliettina che
sorride mentre dentro muore? I miei valori sono quelli
di sentirmi viva, desiderata, sentire che funziono come
una donna e non come un elettrodomestico. Sentire le
mani di un uomo che mi vogliono davvero, che mi fanno
bagnare solo sfiorandomi, che mi fanno urlare mentre mi
prendono fino a farmi dimenticare il mio nome. MARK:
Non ti riconosco stasera, forse sei solo ubriaca e
domani mi racconterai un’altra storia… HELLEN: Sì
sono ubriaca e lo rivendico, ma non parlarmi di valori,
Mark. I tuoi valori sono la comodità, la perenne
pigrizia, il non voler vedere, il far finta che una
moglie silenziosa sia una moglie felice. I miei sono
svegliarmi la mattina senza sentirmi morta dentro. E ora
che li ho ritrovati, non li lascio più per tornare nella
tua bella prigione dorata. Quindi no, non mi sento in
colpa. Mi sento finalmente libera. E se questo distrugge
i tuoi preziosi “valori”, pazienza. Era ora che
crollassero. MARK: Pensavo ti rendesse felice tutto
questo. HELLEN: Sopravvivevo, felice non lo sono da
tanto. E tu? Dimmi, sei felice tu con me, o sei solo
troppo vigliacco per ammettere che siamo due estranei
che fingono?
Lui non risponde subito. Guarda
verso la finestra, dove l’alba inizia a schiarire. Le
mani tra i capelli, scuote la testa. MARK: Beh
stasera non lo so davvero. Ora... mi sento un idiota.
Come ho fatto a non accorgermene? HELLEN: Semplice
mio caro! Non volevi accorgertene. Perché non ti
conveniva, da perfetto egoista era più comodo così.
Ignorare i segnali, i miei silenzi, le mie notti
insonni, le mie fughe. Ma ora lo sai, e io non torno
indietro. Non dopo anni a sentirmi una nullità al tuo
fianco. E poi sai una cosa? Non credo che in questi mesi
tu non ti sia accorto di nulla.
Lui resta
immobile, la mascella contratta. Per un attimo sembra
che voglia negare, ma lei non gli lascia spazio, gli è
praticamente addosso. È un fiume in piena…
HELLEN: Non fare la faccia da cane bastonato adesso.
Rispondi. Ti ho visto guardarmi quando rientravo. Ti
ho visto che mi controllavi il telefono, quando pensavi
che dormissi… E ogni volta facevi finta di niente.
Sorridevi il mattino dopo, mi davi il bacio sulla
guancia, “buongiorno amore”. Ma lo sapevi, Mark. Lo
sapevi eccome che qualcosa non tornava. Cazzo non hai il
diritto di farmi sentire in colpa! Dimmi la verità, una
volta tanto. Ti eccitava l’idea? Ti faceva comodo non
chiedere, così potevi continuare a fare la tua vita
tranquilla senza scenate? Oppure ti sei masturbato
pensando che tua moglie si faceva scopare da un altro,
eh? È questo il tuo sporco piccolo segreto? Che in fondo
ti toglieva quella faticosa incombenza di fare l’amore
con me! Ti piaceva, vero, sapere e non fare niente,
perché affrontare la realtà ti avrebbe costretto a
muovere il culo?
La donna si alza dal
divano, attraversa il salotto a piedi nudi sul parquet
freddo, e raggiunge il mobile bar nell’angolo. La
bottiglia di tequila è ancora lì, la prende, svita il
tappo e si versa un goccio in un bicchiere. Il liquido
ambrato riflette la debole luce che filtra dalla
finestra. HELLEN: O magari… magari eri solo
terrorizzato. Terrorizzato che se aprivi bocca ti
rendevi conto che non eri più l’uomo che volevo, che non
eri più capace di tenermi legata a te con qualcosa di
diverso dalla paura di distruggere la “famiglia
perfetta”. Ti ho dato tutte le occasioni del mondo per
fermarmi, Mark. Bastava una parola, una domanda vera,
una scopata come si deve invece tu hai scelto il
silenzio. Hai scelto di far finta di niente. Adesso è
tardi per fare la vittima.
La donna torna a
sedersi sul divano. Beve un piccolo sorso.
HELLEN: Volevi sapere tutto? Ecco ora ti ho
accontentato. Adesso sta a te, rispondimi, cazzo: in
questi mesi lo sapevi o no che mi facevo fottere da un
altro mentre tu te ne stavi comodo su questo divano a
guardare la TV? Dimmi la verità, una volta nella vita.
Lui la fissa per un lungo secondo, il volto
terreo, le labbra che tremano come se le parole gli si
inceppassero in gola. Poi abbassa lo sguardo.
MARK: …Sì. Lo sapevo o almeno dubitavo. Insomma non
tutto, non così. Ma lo sentivo, cazzo. Quando ti
preparavi in bagno prima di uscire, quando rientravi la
notte. E sì, controllavo. Controllavo la cronologia
delle chiamate, il chilometraggio della macchina,
persino le tue mutandine sempre più sottili e
trasparenti nel cesto della biancheria… Cercavo… non so,
gli odori dei tuoi orgasmi, le macchie dei suoi…
qualcosa che mi desse la prova definitiva. Ma ogni volta
che stavo per chiedertelo, mi fermavo. Perché se te
l’avessi chiesto davvero, e tu me l’avessi confermato…
cosa avrei fatto? Avrei dovuto reagire, urlare,
picchiare il muro, andarmene, o implorarti di restare?
Non lo sapevo. Non avevo la forza. Sai non è mai facile
ammettere di essere cornuto! Era più facile far finta di
niente. Pensare che fosse una fase, che saresti tornata
in te, che magari era solo flirt, niente di serio. Mi
dicevo: “Se non lo chiedo, non è reale”. È patetico, lo
so. HELLEN: E quando annusavi le mie mutandine
sporche ti eccitavi? MARK: Smettila Hellen!
La donna con un gesto provocatorio alza la gonna e
si accarezza le mutandine nere di pizzo. HELLEN:
Vuoi annusarle Mark? Vuoi sapere che effetto ti fanno
così sporche? MARK: Smettila ti ho detto! Non mi
eccita e non mi eccitava. Anzi mi distruggeva. Ogni sera
che non eri qui, immaginavo, pensavo a te con un altro,
e mi odiavo per non essere abbastanza uomo da fermarti o
da riconquistarti. Ma non facevo niente. Perché avevo
paura. Paura di perderti del tutto. Paura di non reggere
il confronto. Quindi sì, Hellen, qualcosa intuivo, ma ho
lasciato che accadesse.
Ma lei non lo
ascolta, inarca la schiena e si toglie le mutandine,
lentamente le fa scivolare lungo le gambe. Ora è nuda,
la mostra, l’accarezza come se fosse un invito, una
sfida... HELLEN: Sai cosa ho pensato prima di
rientrare in casa? Esattamente questa situazione, ma con
un finale diverso. E ora mi chiedo: Perché non reagisci,
perché non mi scopi qui, ora, fammi sentire la reazione
di un marito cornuto, fammi sentire il tuo amor proprio.
Ce l’hai? MARK: Pensi che non abbia amor proprio?
Pensi che non mi faccia male sapere che un altro ti ha
scopata stasera? HELLEN: Ma io non voglio gelosia,
quella è una cosa tua che non mi appartiene più! Io
voglio rabbia, odio, desiderio… Dimostrami chi è il
maschio tra noi due. Cazzo la vedi? Te la sto offrendo,
ma non per amore o sensi di colpa soltanto per vedere
dove arriva il tuo orgoglio, il tuo narcisismo… se lo
hai! MARK: Vuoi sentire la reazione di un marito
cornuto? HELLEN: Non aspetto altro… Lui si gira di
scatto, le afferra i polsi, la fa alzare, la prende di
peso e la spinge contro il muro. Ora è fuori di sé, si
lascia andare, con una mano le alza il viso, le stringe
forte il mento, obbligandola a guardarlo dritto negli
occhi. Lei ride, si strappa di dosso la camicetta con un
gesto rabbioso, i bottoni rimbalzano sul pavimento.
HELLEN: Dai Mark, dai cazzo! La realtà a volte è dura,
ma può essere anche piacevole.
Lui la bacia
con forza, le morde il labbro inferiore mentre con
l’altra mano scende tra le tue gambe, senza delicatezza.
La tocca esattamente dove un altro l’ha toccata stasera.
Le dita entrano. Poi la solleva come se non avesse più
peso. Le divarica le cosce e senza staccare gli occhi
dai suoi entra dentro di lei con un colpo secco, ruvido,
profondo. HELLEN: Dai dai scopami! Fammi sentire
che c’è un maschio anche dentro questa casa! MARK:
Dimmi il suo nome. Dimmi quanto ti è piaciuto…
HELLEN: Sì che mi è piaciuto, mi scopava forte, mi
diceva troia, mi tirava i capelli… Ti piace vero che te
lo dico? Ti piace l’idea di entrare in una figa bagnata,
consumata, usata da poco?
Lei inarca la
schiena, ma non per piacere, ma per sfida, per essere
più capiente. Lo guarda dritto negli occhi, lo incita
con parole sporche, lo provoca a andare più forte, più a
fondo, come se volesse sentir male quanto lei ne sta
facendo a lui. Gli urla di non fermarsi, di continuare a
batterla. E allora lui accelera, i movimenti si fanno
più sincroni, ma non si toccano oltre lo stretto
necessario: niente carezze, niente baci lunghi. Solo
mani che stringono troppo forte, unghie che lasciano
segni rossi, denti che mordono per marcare territorio.
È sesso, ma non è amore. Sono due estranei che usano il
corpo dell’altro come specchio distorto per ritrovare se
stessi. Lei cerca di sentirsi la donna che può far
impazzire chiunque. Lui di riprendersi ciò che gli è
stato tolto, di dimostrare che è ancora capace di
possederla, di farla urlare, di cancellare quello che un
altro ha lasciato dentro di lei. Accelerano ancora,
sempre più veloci, lei gli stringe i fianchi con le
cosce, lo spinge dentro più a fondo. Lui la batte con
rabbia, come se ogni affondo potesse lavare l’odore acre
delle corna. Finché vengono insieme, un orgasmo
violento, simultaneo, che strappa un urlo rauco, non di
piacere puro, ma di rabbia accumulata, di frustrazione,
di dolore. I corpi si irrigidiscono, tremano, si
svuotano. Poi il silenzio, lui cerca di baciarla, di
trovare nelle sue labbra un alito che non sappia di
tequila, ma somigli a riconciliazione, a perdono. Lei
gira la faccia di scatto, offre solo la guancia, gli
occhi fissi al soffitto. Resta lì, aperta contro di lui,
ma lontana anni luce. Non c’è calore. Solo il respiro
che rallenta, il sudore che si raffredda, il vuoto che
torna a riempire la stanza. Due corpi ancora uniti, ma
già soli. Due estranei che hanno appena confermato, con
la carne, quanto poco gli resta da condividere.
MARK: Dimmi che ti sei inventata tutto, che sei uscita
con Lucy… HELLEN: No, mio caro una scopata non
cancella proprio nulla. Questo non è un gioco erotico è
la pura verità. MARK: Però sei venuta ancora, ti ho
fatto godere… Perché hai voluto scopare? HELLEN: Per
dimostrarti quanto non mi conosci! Potrei godere ancora
e non una sola volta…
Lui stravolto si stacca
da lei. Lei a fatica si risiede in salotto.
MARK: Stasera mi hai sbattuto in faccia una realtà senza
filtri, forse me lo merito davvero, sono stato un
coglione cieco per anni, ma per un attimo mi sono solo
illuso. E ora che lo so che farai adesso? HELLEN: A
rigor di logica dovresti essere tu a prendere una
decisione, buttarmi fuori, urlare, fare la valigia,
picchiarmi, quello che ti pare, ma so che non lo farai.
Non hai mai deciso un cazzo quando serviva davvero. Per
quanto mi riguarda so solo che non voglio più fingere. E
ti ringrazio per avermi aspettata in piedi. Ora sai. Vai
a dormire, o fai quello che ti pare. Io sono stanca di
tutta questa merda, ma almeno ora è finita la farsa.
MARK: E domani? HELLEN: Domani è un altro fottuto
giorno, come direbbe quella puttana di Rossella O’Hara.
Ma per stanotte, dormo qui sul divano, ok? Non voglio
salire di sopra. Non voglio dormire accanto a te come se
niente fosse successo.
Lui annuisce. Non dice
altro. Si gira, si dirige verso le scale. Allunga una
mano, spegne la luce dell’ingresso. Il clic
dell’interruttore è secco, definitivo. Buio totale.
Lei lo vede salire. La sagoma che scompare, gradino dopo
gradino, fino a svanire del tutto. Rimane al buio sul
divano, le scarpe rosse abbandonate sul pavimento.
Fuori, il primo sole illumina la strada deserta. Respira
profondamente, un misto di rimpianto per ciò che è stato
e di sollievo per ciò che non dovrà più fingere. Chiude
gli occhi. È pronta a tutto, pur di non tornare
indietro.
|
Questo racconto è opera di pura
fantasia. Nomi, personaggi e luoghi sono frutto
dell’immaginazione dell’autore e qualsiasi
somiglianza con fatti, scenari e persone è del
tutto casuale.
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RACCONTI DI ADAMO BENCIVENGA
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