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INTERVISTA IMPOSSIBILE
 
Sarah Bernhardt
Quand même
Henriette Rosine Bernard è stata una celebre attrice teatrale e cinematografica francese. Soprannominata La voix d'or ("La voce d'oro") è considerata una delle più grandi attrici teatrali del XIX secolo...
(Parigi, 22 ottobre 1844 – Parigi, 26 marzo 1923)
 

 



Parigi. L'Hôtel Particulier al 56 Boulevard Pereire è un residence di lusso famoso per la sua architettura elegante e la sua posizione nel 17° arrondissement.
Busso alla porta maestosa e un domestico in livrea mi introduce in un atrio illuminato da luci soffuse, dove l'aria è impregnata di un delicato profumo di rose e incenso. Le pareti sono adornate da dipinti di amici artisti e da sculture che Sarah ha creato con le sue mani.
Dopo un breve attesa il domestico mi accompagna nel grande salon principale. La casa è un vero scrigno di eccentrica opulenza: interni lussuosi con tende di velluto giallo, broccati dorati, mobili bianchi intagliati e oggetti esotici raccolti durante i suoi viaggi trionfali intorno al mondo.

Tutto riflette il suo gusto per il teatrale e il bohemien: non una casa ordinaria, ma un palcoscenico privato dove la vita si fonde con l'arte. Sarah Bernhardt appare sulla soglia di una porta interna, appoggiandosi a un bastone, dopo l'amputazione della gamba nel 1915. Ha circa 66 anni, ma il tempo sembra averle accordato una grazia eterna. Magra e slanciata, indossa un abito fluido di seta bianca – il suo colore prediletto – con dettagli art nouveau che accentuano la sua eleganza eterea. I capelli argentei sono raccolti in una crocchia morbida, adornata da una spilla preziosa.

Si avvicina con un passo leggero, quasi danzato, il capo leggermente inclinato in un gesto di coqueterie interrogativa. La sua mano delicata si tende verso di me con un sorriso che illumina la stanza.
«Mon cher ami», dice con quella voce d'oro, argentina e penetrante, che ha fatto tremare interi teatri, «entrate, entrate pure. Sedetevi qui, accanto a me. Desiderate un caffè? O forse un tè?» Il suo charme è irresistibile: un misto di grazia sovrana, ironia giocosa e un'indescrivibile volontà di sedurre, di affascinare fino all'ultimo respiro. Anche in privato, Sarah Bernhardt non smette di recitare la parte della star e lo fa con una naturalezza che rende impossibile resisterle.


MADAME, LE SUE ORIGINI?
Ah, mon cher, le origini... Che parola misteriosa! Come un velo di nebbia sul palcoscenico prima che si alzi il sipario. Sono nata Henriette-Rosine Bernard, a Parigi, nel 1844 – sì, proprio qui, in questa città che mi ha dato tutto e che io ho ricambiato con la mia voce, le mie lacrime, i miei trionfi.

SUA MADRE MADAME?
Mia madre, Youle – Judith van Hard, olandese di origini ebree, una donna bellissima, capricciosa, che ha saputo conquistare il mondo con il suo fascino – era una cortigiana dell'alta società. Viveva tra salotti dorati, amanti potenti, una vita brillante che non lasciava molto spazio a una bambina fragile e urlante come ero io. Mi affidò a balie, pensioni, poi al convento di Grandchamp, vicino a Versailles. Là, tra le suore, sognavo di farmi monaca, di indossare il velo per sempre... Immaginate! Io, che poi ho indossato tutti i costumi del mondo!

CHI ERA SUO PADRE?
Quanto lui... eh bien, è un enigma che ho lasciato irrisolto, come un atto finale sospeso. Alcuni dicono un ufficiale di marina, altri un giovane studente di Le Havre... Io stessa, per ottenere la Légion d'honneur, ho inventato un certificato con un certo Édouard Bernardt, un uomo rispettabile. Ma la verità? È un segreto che porto con me, come un gioiello nascosto.

LEI CREBBE SOTTO LA PROTEZIONE DEL DUCA DE MORNY…
Era fratellastro di Napoleone III, l'uomo più influente di Francia. Amante di mia zia e poi di mia madre... un protettore generoso, un mecenate. Fu lui a decidere il mio destino. "Questa bambina ha il fuoco dentro…" diceva. Mi portò per la prima volta a teatro alla Comédie-Française, mi fece entrare al Conservatoire nel 1860. Senza di lui, forse sarei rimasta una monaca... o chissà. Le mie origini sono umili, misteriose, un po' scandalose proprio come piacciono al pubblico! Ma da quel caos è nata la Divina, tutto ciò non è forse magnifico?

MADAME, A VENT'ANNI... SI DICE CHE EBBE UNA RELAZIONE APPASSIONATA CON UN NOBILE BELGA…
Ah, Henri! Charles-Joseph Eugène Henri Georges Lamoral, principe de Ligne... un nome lungo come la sua genealogia reale, non è vero? Era il 1864, avevo appena vent'anni, ero una giovane attrice alla Comédie-Française, piena di fuoco e di sogni. Lui, bello, elegante, aristocratico – figlio del principe Eugenio VIII de Ligne, una delle famiglie più antiche d'Europa. Veniva da Bruxelles, con quel fascino belga un po' misterioso, occhi scuri, maniere perfette. Fu una passione breve, intensa, come una tragedia in tre atti.

DOVE VI INCONTRASTE?
Ci incontrammo a Parigi, in quel turbine di salotti e teatri. Lui era affascinato dalla mia voce, dal mio modo di muovermi sul palco... e io, beh, ero giovane, curiosa, innamorata della vita! Da quell'amore nacque il mio unico figlio, Maurice, nel dicembre del 1864. Il mio tesoro che portò il mio cognome, perché Henri, pur generoso, non poteva riconoscere pubblicamente un figlio nato fuori dal matrimonio, capite? Le convenzioni dell'aristocrazia... Maurice è stato la mia gioia più grande. Bello come il padre, sensibile come la madre. È diventato scrittore, ha pubblicato romanzi, memorie... ha vissuto una vita avventurosa, un po' bohémien come me.

L'HA AMATO FOLLEMENTE…
L'ho protetto, l'ho viziato, era il mio principe, il mio erede di tutti i miei sogni. Vedete, mon cher, l'amore non chiede permessi. Arriva come un applauso a scena aperta, e lascia sul palco un bambino che cresce tra le quinte. Non rimpiango nulla, Maurice è la prova che anche dalle passioni fugaci può nascere qualcosa di eterno.

PARLIAMO DEI SUOI ESORDI TRIONFALI…
Ah, quegli anni! Gli anni della conquista, mon cher! Entrai alla Comédie-Française nel 1862, fresca di Conservatoire, con il mio secondo premio in tasca. Debuttai in ruoli classici – Iphigénie, Aricie... ma ero giovane, impulsiva. Quattro anni dopo lasciai la grande Maison de Molière per l'Odéon, allora un teatro più modesto, più libero, più bohémien. Fu lì che esplosi davvero. Nel 1869, ne Le Passant di François Coppée: interpretavo Zanetto, un giovane trovatore travestito, un ruolo en travesti che mi calzava a pennello.

IL PUBBLICO IMPAZZÌ VERO?
Era il 1872. Pensi che Victor Hugo tornò appositamente dall'esilio per vedere la prima di Doña Maria di Neuburg in Ruy Blas. Ah, quel ruolo! Una regina umiliata, appassionata, tragica... Hugo mi coprì di fiori, mi chiamò "la sua musa". Il trionfo fu immenso: Parigi ai miei piedi, la critica in delirio. Fu quello a farmi richiamare alla Comédie-Française, con un contratto d'oro. Rientrai e nel 1874 interpretai Fedra di Racine... Dio mio, che parte! La passione divorante, il rimorso, la morte... Morivo sul palco ogni sera, e il pubblico singhiozzava con me. Tre anni dopo, Doña Sol in Hernani sempre di Hugo: l'amore ribelle, la giovinezza ardente contro il mondo. Quegli anni furono la mia ascesa al cielo del teatro. Da giovane ribelle a Divina riconosciuta. Tutto per l'arte, tutto per la passione che brucia dentro!

POI, MADAME, DOPO UN EPISODIO PARTICOLARE SI DIMISE… UNO SCANDALO ALLA COMÉDIE-FRANÇAISE...
Ah, mon cher, lo scandalo! Nel 1880, sì... Durante una tournée in provincia, una collega, Madame Marie Lloyd, una di quelle primedonne invidiose, osò insultarmi nel backstage, criticando il mio stile, la mia eccessiva passione sul palco. Io, che non tollero offese alla mia arte, le mollai un sonoro schiaffo! Immaginate la scena: applausi fuori, dramma dentro le quinte. La Comédie-Française pretese scuse pubbliche, una multa astronomica... Ma io? La Divina non si inchina! Mi dimisi all'istante, con una lettera fulminante che fece tremare Parigi. Scandalo immenso: giornali in delirio, il pubblico diviso tra chi mi difendeva e chi mi condannava. Ma fu la mia liberazione!

COSA FECE?
Creai subito la mia compagnia teatrale, la Sarah Bernhardt Company. Partii per l'estero: Londra, America, Russia, Sud America... Tournées trionfali, fortune colossali! A New York, nel 1880, incontrai quel genio di Thomas Edison. Mi fece registrare un brano di Fedra su un cilindro fonografico – la mia voce d'oro catturata per l'eternità! Immaginate: io, che facevo piangere i teatri, ora parlavo da una macchina...

POI RIENTRÒ IN FRANCIA…
Dal 1893 diressi il Théâtre de la Renaissance, poi il Théâtre des Nations, che ribattezzai Théâtre Sarah-Bernhardt. Lì rivissi il mio ruolo più amato: Marguerite Gautier ne La signora delle camelie di Dumas figlio. Ah, quella cortigiana redenta, che muore d'amore tra i fiori... Il pubblico singhiozzava, io tossivo sangue sul palco – e ogni sera era un trionfo. E quando scoppiò l'Affare Dreyfus, non esitai: sostenni Émile Zola con tutta me stessa. Firmai petizioni, difesi la giustizia contro l'antisemitismo. La verità prima di tutto, anche se costava nemici potenti. Vedete, mon ami? Gli scandali non mi hanno mai fermata. Mi hanno resa immortale.

MADAME, SI PARLA DI DIVERSI AMANTI, ARTISTI COME GUSTAVE DORÉ E GEORGES CLAIRIN, ATTORI COME MOUNET-SULLY E LOU TELLEGEN... MA IL RAPPORTO CON VICTOR HUGO? SI DICE CHE FOSTE AMANTI, QUANDO LEI AVEVA 27 ANNI E IL GRANDE POETA BEN 70...
Ah, Victor! Il mio grande Victor Hugo... Padre spirituale, poeta immortale, e sì, mon cher, anche amante appassionato. Avevo 27 anni, ero nel pieno del mio fuoco, e lui, a 70 anni, era un titano: esiliato tornato trionfante, genio del romanticismo, con una vitalità che smentiva l'età. Mi vide sul palco, pianse come un bambino, mi coprì di fiori e di lodi. "Vous avez été grande et charmante", mi scrisse, "vous m'avez ému, moi le vieux combattant... J'ai pleuré." Fu più di un'ammirazione artistica. Tra noi scoppiò una passione intensa, breve ma indimenticabile, lui con la sua energia inesauribile, io con la mia giovinezza ardente. Mi chiamava "la voce d'oro" e io lo veneravo come un dio.

E GLI ALTRI MADAME?
Tra i miei tanti amori… Doré mi dipingeva, Clairin mi ritraeva, Mounet-Sully divideva il palco e il letto, il giovane Tellegen anni dopo, ma Victor fu unico: un'unione di corpi e di spiriti, di poesia e di desiderio. Non lo nego, né lo rimpiango. L'amore non guarda l'età, mon ami; guarda solo l'anima che brucia. E la sua bruciava più forte di molte giovani fiamme.

... E IL PRINCIPE DI GALLES? CI RACCONTA COME L’HA CORTEGGIATA?
Ah, Bertie! Il mio caro Bertie, il Principe di Galles, futuro Edoardo VII... Un uomo affascinante, gourmand di vita, di donne, di piaceri. Era il 1879, durante la mia prima tournée trionfale a Londra con la Comédie-Française. Interpretavo Phèdre di Racine – ah, quella passione divorante, quel desiderio proibito! Lui era nel palco reale, incantato, gli occhi fissi su di me. Dopo lo spettacolo, mi mandò fiori, biglietti, inviti discreti. Mi corteggiò con l'eleganza di un sovrano: cene private a Marlborough House, passeggiate nei giardini, regali sontuosi – un braccialetto di diamanti che porto ancora nel cuore. Non era un corteggiamento impetuoso, mon cher, ma paziente, irresistibile. Bertie sapeva conquistare, sapeva trattare le donne e renderle femmine: complimenti sussurrati in francese perfetto, risate complici, tocchi leggeri che promettevano di più. Io, fingevo indifferenza all'inizio, il gioco della seduzione, capite? Ma lui era tenace, spiritoso, così diverso dai rigidi inglesi. Mi chiamava "ma petite Sarah", e io lo provocavo chiamandolo "Votre Altesse... coquine".

LA VOSTRA PRIMA VOLTA, MADAME?
Fu a Parigi, qualche mese dopo, durante una delle sue visite "ufficiose" in Francia. Ci incontrammo in un appartamento discreto sugli Champs-Élysées, lontano dagli occhi della corte. Champagne, luci soffuse, e poi... ah, la passione! Bertie era generoso, ardente, un amante che sapeva far dimenticare il mondo. La nostra liaison durò anni, intermittente come le mie tournée: lui tornava da me a Londra o a Parigi, e io lo accoglievo con la stessa fiamma. Non era solo desiderio fisico, c'era ammirazione reciproca. Lui adorava la mia voce, il mio fuoco sul palco; io, il suo spirito libero in un mondo di convenzioni. E sapete? Anni dopo, quando divenne re, mi invitò persino alla sua incoronazione, nel famoso "loose box" con le altre sue... muse. Bertie fu uno dei miei grandi amori royals. Un principe che sapeva vivere e amare da re.»

DURANTE L’AMORE, IL PRINCIPE DI GALLES FACEVA L’AMORE CON LEI, SARAH, O CON I TANTI PERSONAGGI FEMMINILI CHE LEI RAPPRESENTAVA SUL PALCO?
Mon cher, mon très cher... che domanda deliziosa! Bertie era un conoscitore raffinato, un esteta del piacere. Non faceva l’amore semplicemente con una donna: faceva l’amore con un mito, con una fantasia vivente. Quando mi stringeva, sussurrava versi di Phèdre contro la mia pelle: “Je le vis, je rougis, je pâlis à sa vue...” A volte, nel buio, ero la cortigiana redenta della Dame aux camélias, che tossiva tra le sue braccia mentre lui mi copriva di camelie immaginarie. Altre volte ero la regina spagnola di Ruy Blas, altera e appassionata, che si abbandonava solo a lui, suo unico suddito ribelle. Non era con Sarah la donna che giaceva, capite? Era con tutte le mie eroine insieme: la tragica, la fatale, la morente d’amore, la ribelle, la seduttrice. Io portavo sul letto i loro costumi invisibili, la loro voce spezzata, i loro singhiozzi teatrali. E lui... lui si lasciava trasportare dal sogno. Era un gioco squisito: lui interpretava il suo ruolo di principe conquistatore, io quello della diva inaccessibile che finalmente cede. Ma alla fine, mon ami, sotto tutte quelle maschere, c’ero sempre io – Sarah – che dirigevo la scena, che decidevo il ritmo, che facevo cadere il sipario al momento giusto. Bertie adorava le mie creature, sì... ma era pazzo di colei che le creava. Del resto il teatro non finisce mai quando cala il sipario. A volte, continua nel letto... e lì è ancora più bello.

POI SI SPOSÒ, VERO, MADAME?
Ah, sì... mi sposai. Una sola volta, e fu un errore così grandioso da sembrare una tragedia greca scritta apposta per me. Era il 1882, a Londra, nel pieno di una delle mie tournée trionfali. Lui si chiamava Aristides Damala, un attore greco, bello come un dio antico, occhi neri, profilo scolpito, voce profonda. Aveva undici anni meno di me: io trentottenne, lui ventisettenne, affascinante, ambizioso, con quell’aria da eroe byroniano. Il pubblico lo adorava quando recitava accanto a me, e io... io mi lasciai travolgere. Ci sposammo in gran segreto a St Andrew’s Church, a Londra, il 4 aprile 1882. Fu un matrimonio civile, rapido, quasi clandestino, niente pompa, solo pochi testimoni. Pensavo che l’amore potesse domare tutto, che la mia forza potesse salvarlo. Ma Aristides era già prigioniero di un demone più forte di me: la morfina. La nostra convivenza fu un turbine di passione e di disperazione. Litigi furiosi, riconciliazioni ardenti, scene da grand opéra. Lui spariva per giorni, tornava distrutto, io lo curavo, lo supplicavo, lo minacciavo. Dopo pochi mesi ci separammo, anche se legalmente rimasi sua moglie. Non divorziai mai. In Francia all’epoca era quasi impossibile, e poi... una parte di me lo amava ancora, o forse amava il ricordo di ciò che avrebbe potuto essere. Lui continuò a recitare, a distruggersi. Morì nel 1889, a soli 34 anni, in un albergo di Parigi, consumato dalla morfina. Quando ricevetti la notizia, piansi come piangevo sul palco morendo da Marguerite o da Fedr, ma questa volta le lacrime erano vere, e non c’era pubblico ad applaudirle. Fu il mio unico matrimonio. L’unico anello che ho portato per dovere, non per gioia. Dopo di lui, più nessuno. Gli amanti sì, tanti, scelti da me, quando volevo io. Ma un marito, mai più. La Divina non ha bisogno di catene – solo di ali.

MADAME, SI PARLA DI NUMEROSI RAPPORTI INTIMI CON DONNE... SI DICE CHE SIA STATA CORTEGGIATA DA IDA RUBINSTEIN E ANNA DE NOAILLES, E CHE ABBIA VISSUTO A LUNGO CON LA PITTRICE LOUISE ABBÉMA...
Mon cher, l’amore... Non conosce confini, né di sesso, né di età, né di convenzioni. Io ho amato liberamente, appassionatamente, come respiravo l’aria dei teatri. Uomini, donne... erano anime che mi incendiavano, muse che mi ispiravano. Louise Abbéma... la mia dolce Louise, la mia compagna più fedele. Ci incontrammo negli anni ’70, lei giovane pittrice, io già la Divina in ascesa. Mi ritrasse infinite volte: sdraiata sul divano in satin bianco, al tavolo con il mio levriero, sul lago in barca... Quei dipinti non erano solo arte, erano dichiarazioni d’amore. Convisse con me per decenni, mi accompagnò nelle tournée intorno al mondo, dipingeva i miei ritratti, scolpiva i miei busti e io scolpii il suo. Era la mia "bonne amie", come dicevano con un sorriso i salotti parigini. Pubblicamente? Non nascondemmo nulla. Parigi sapeva, e Parigi applaudiva o fingeva di scandalizzarsi, che è lo stesso.

IDA RUBINSTEIN? ANNA DE NOAILLES?
Ida era una creatura esotica, danzatrice russa, mecenate folle... Mi corteggiò con passione travolgente negli anni della Belle Époque. Lettere infuocate, fiori, inviti... Fu un amore breve ma intenso, come un balletto di Diaghilev. Anna, la poetessa rumena, principessa di sangue, con la sua mente di fuoco e i versi che bruciavano... mi inseguì con ammirazione che divenne desiderio. Le sue poesie dedicate a me erano velate, ma tutti capivano. Io non ho mai negato la mia natura. Amavo gli uomini con furore – principi, poeti, attori – ma amavo anche le donne con la stessa tenerezza, la stessa fiamma. La bisessualità? È solo una parola moderna per dire che il cuore non chiede permesso. Io vivevo, mon ami, vivevo pienamente. E se il pubblico mormorava, beh... meglio mormorii che silenzio! L’amore è stato il mio ruolo più bello e io l’ho interpretato senza maschera.

MADAME... DA COSA ERA ATTRATTA NELLE DONNE? COSA C’ERA NELL’INTIMO FEMMINILE CHE NON TROVAVA NEGLI UOMINI?
Mon cher... ciò che mi attirava nelle donne era la tenerezza infinita, la comprensione senza parole, la dolcezza che non ha bisogno di conquistare per possedere. Con un uomo, anche il più appassionato, c’è sempre una lotta: di ego, di forza, di desiderio di dominio. Anche quando si abbandona, un uomo porta con sé il peso del mondo – la sua ambizione, la sua virilità da difendere, il bisogno di prendere. L’amore maschile è una tempesta magnifica, ma è tempesta: travolge, scuote, lascia segni. Con una donna, invece... era come entrare in un giardino segreto dopo la rappresentazione. Nessuna maschera. Nessuna competizione. Solo pelle contro pelle che si riconosce, che si capisce. Le mani di Louise Abbéma sul mio viso non chiedevano nulla, accarezzavano soltanto. I baci di Ida non pretendevano, offrivano. Anna de Noailles mi guardava negli occhi e vedeva tutto, la stanchezza dopo la scena, la paura di invecchiare, il fuoco che ancora bruciava, e non diceva nulla, solo mi stringeva come se volesse ripararmi dal mondo. Nell’intimo femminile trovavo la complicità assoluta, la delicatezza che sa essere forte senza urlare, il piacere lento, sinuoso, che non ha fretta di finire. Trovavo il rifugio. Gli uomini mi davano l’estasi violenta, le donne mi davano la pace sensuale. Gli uomini mi facevano sentire desiderata come una dea; le donne mi facevano sentire capita come una donna. E forse era proprio questo il segreto: con loro potevo finalmente smettere di recitare. Potevo essere solo Sarah, nuda, fragile, vera. E questo, mon ami, nessun uomo me l’ha mai dato.

...E GABRIELE D'ANNUNZIO? IL GRANDE POETA ITALIANO, IL VATE... SI DICE CHE ABBIATE AVUTO UN INTENSO RAPPORTO, ARTISTICO E NON SOLO...
Gabriele! Un vulcano in forma umana, un poeta che scriveva con il sangue e il desiderio. Era il 1896, io dirigevo il Théâtre de la Renaissance a Parigi, e lui, giovane genio abruzzese, già famoso per i suoi romanzi sensuali, mi inviò il manoscritto de La Città Morta. L'aveva scritta pensando a me e fu l'inizio di tutto. Lui mi chiamava "Dea inaccessibile", e io lo provocavo con la mia ironia francese. Ci incontrammo a Parigi, in Italia durante le mie tournée... fu un'intesa elettrica, intellettuale prima di tutto, ma sì, anche carnale, intensa, come un atto unico di pura fiamma. Gabriele era affascinato dalla mia voce, dal mio modo di morire sul palco e io dal suo linguaggio poetico, così eccessivo, così dannunziano. Interpretare La Città Morta nel 1898 fu uno scandalo: la critica parigina urlò contro il tema incestuoso, ma il pubblico accorreva in delirio. Per lui, fu un onore collaborare con me, prima ancora del lungo sodalizio con Eleonora Duse, la mia grande rivale. Ah, povera Eleonora... quando seppe che avevo io la prima di quel dramma, ci fu tempesta! Ma l'arte non aspetta. Il nostro rapporto fu breve ma eterno: passione, ammirazione reciproca, e quel rinnovamento del teatro che Gabriele portò con le sue tragedie poetiche. Lui mi vedeva come musa suprema, io lui come un Byron italiano, un superuomo che osava tutto. Gabriele mi ha resa immortale in versi che bruciano ancora. E io gli ho dato il palco per conquistare il mondo. Non è forse questo il vero amore tra artisti?

MADAME, QUANDO SI RITIRÒ DALLE SCENE... COME FU LA SUA VITA?
Ritirarmi, mon cher? Io non mi sono mai veramente ritirata. Il palcoscenico era la mia vita, e la vita non si ritira finché respira. Nel 1915, durante una tournée in America, il mio ginocchio destro – già malato da anni – cedette del tutto. Amputazione inevitabile, a Bordeaux. Dissero che era la fine: a 71 anni, senza una gamba, addio teatro. Ma io? Ordinai una protesi, un bastone elegante, e tornai sul palco seduta, o portata in lettiga! Interpretavo ruoli tragici da sedia, da divano – morivo con la stessa passione di sempre. Il pubblico piangeva più di prima, vedendomi così vulnerabile eppure indomabile.

IL SUO RAPPORTO CON IL CINEMA?
Il cinema mi salvò. Già nel 1900 avevo girato duelli e scene, ma nel 1912 interpretai la regina Elisabetta in un film muto – uno dei primi lungometraggi, un trionfo mondiale. Continuai a girare fino agli ultimi anni: Mothers of France nel 1917, per la propaganda patriottica.

LA SUA VITA RIMASE COMUNQUE UN TURBINE...
La casa al boulevard Pereire piena di amici, animali, ricordi; il mio forte a Belle-Île, in Bretagna, dove mi rifugiavo a scolpire, dipingere, scrivere memorie. Maurice, mio figlio, i nipoti intorno... e sempre progetti, sempre sogni. L’ultimo spettacolo fu nel 1922: una scena da L’Aiglon, nonostante il dolore atroce. Poi, nel 1923, la salute cedette… E sapete? Dormivo spesso nella mia bara, una bara di mogano che tenevo in camera. Per abituarmi all’idea della morte. Ma la morte non mi ha mai spaventata: era solo l’ultimo sipario.

MADAME, SE DOVESSE DARE UN TITOLO ALLA SUA INTERA VITA QUALE SCEGLIEREBBE?
Un solo titolo, mon cher? Allora sia questo: "Quand même" Come dite voi in Italia: "Nonostante tutto?" Due parole che ho fatto incidere sul mio anello, sul mio sigillo, sulla mia vita.
Nonostante gli scandali, nonostante la povertà dell’infanzia, nonostante la morfina di un marito, nonostante l’amputazione, nonostante la guerra... Quand même. Ho continuato. Ho trionfato. Ho vissuto. Sì, ecco il titolo perfetto: "Quand même." Perché è stato il mio grido di battaglia, il mio applauso a me stessa, la mia firma sotto ogni scena. Scrivetelo grande, mon ami. Che il mondo lo ricordi.

Commosso chiudo il mio taccuino. Il salone è immerso in una luce dorata del tramonto parigino che filtra dalle tende di velluto. Sarah si alza lentamente dal divano, appoggiandosi con grazia al bastone intarsiato. Nonostante gli anni, il suo portamento è ancora regale, il movimento fluido come una scena finale perfettamente orchestrata. Mi tende la mano. Mi dice: “Vi ringrazio di essere venuto. Avete ascoltato una vecchia attrice raccontare la sua vita come se fosse un dramma in cinque atti... con troppi amanti, troppi scandali, troppi applausi. Ma sapete? È stata una vita bellissima.” Fa una pausa, gli occhi azzurri fissi nei suoi, luminosi di un’intelligenza eterna. “Non scrivete di me come di una reliquia, vi prego. Scrivete di una donna che ha vissuto fino all’ultimo respiro, che ha amato senza misura, che ha recitato anche quando il sipario era già calato. Dite al mondo che Sarah Bernhardt non è mai morta... è solo passata a un altro palco.”

Il domestico appare sulla soglia. Sarah si volta, il profilo illuminato dal sole morente, e cammina verso l’interno della casa con passo lento. Resto un istante immobile, poi esco in silenzio, portando con me il suono di quella voce che ancora riecheggia: una voce d’oro che non si spegnerà mai. Il sipario cala dolcemente.

Sarah Bernhardt morì a Parigi il 26 marzo 1923 a 78 anni per uremia. Parigi si fermò: funerali immensi, migliaia di persone in strada. Fu sepolta nel cimitero di Père Lachaise. La sua tomba riporta solo il suo nome, senza altre iscrizioni.






 
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L'articolo è a cura di Adamo Bencivenga








 
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