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INTERVISTA IMPOSSIBILE

Sarah
Bernhardt
Quand même
Henriette Rosine Bernard è stata una celebre
attrice teatrale e cinematografica francese.
Soprannominata La voix d'or ("La voce d'oro") è
considerata una delle più grandi attrici teatrali
del XIX secolo...
(Parigi, 22 ottobre 1844 – Parigi, 26 marzo 1923)

Parigi. L'Hôtel
Particulier al 56 Boulevard Pereire è un residence di
lusso famoso per la sua architettura elegante e la sua
posizione nel 17° arrondissement. Busso alla porta
maestosa e un domestico in livrea mi introduce in un
atrio illuminato da luci soffuse, dove l'aria è
impregnata di un delicato profumo di rose e incenso. Le
pareti sono adornate da dipinti di amici artisti e da
sculture che Sarah ha creato con le sue mani. Dopo
un breve attesa il domestico mi accompagna nel grande
salon principale. La casa è un vero scrigno di
eccentrica opulenza: interni lussuosi con tende di
velluto giallo, broccati dorati, mobili bianchi
intagliati e oggetti esotici raccolti durante i suoi
viaggi trionfali intorno al mondo.
Tutto
riflette il suo gusto per il teatrale e il bohemien: non
una casa ordinaria, ma un palcoscenico privato dove la
vita si fonde con l'arte. Sarah Bernhardt appare sulla
soglia di una porta interna, appoggiandosi a un bastone,
dopo l'amputazione della gamba nel 1915. Ha circa 66
anni, ma il tempo sembra averle accordato una grazia
eterna. Magra e slanciata, indossa un abito fluido di
seta bianca – il suo colore prediletto – con dettagli
art nouveau che accentuano la sua eleganza eterea. I
capelli argentei sono raccolti in una crocchia morbida,
adornata da una spilla preziosa.
Si avvicina con
un passo leggero, quasi danzato, il capo leggermente
inclinato in un gesto di coqueterie interrogativa. La
sua mano delicata si tende verso di me con un sorriso
che illumina la stanza. «Mon cher ami», dice con
quella voce d'oro, argentina e penetrante, che ha fatto
tremare interi teatri, «entrate, entrate pure. Sedetevi
qui, accanto a me. Desiderate un caffè? O forse un tè?»
Il suo charme è irresistibile: un misto di grazia
sovrana, ironia giocosa e un'indescrivibile volontà di
sedurre, di affascinare fino all'ultimo respiro. Anche
in privato, Sarah Bernhardt non smette di recitare la
parte della star e lo fa con una naturalezza che rende
impossibile resisterle.
MADAME, LE SUE
ORIGINI? Ah, mon cher, le origini... Che parola
misteriosa! Come un velo di nebbia sul palcoscenico
prima che si alzi il sipario. Sono nata Henriette-Rosine
Bernard, a Parigi, nel 1844 – sì, proprio qui, in questa
città che mi ha dato tutto e che io ho ricambiato con la
mia voce, le mie lacrime, i miei trionfi.
SUA
MADRE MADAME? Mia madre, Youle – Judith van Hard,
olandese di origini ebree, una donna bellissima,
capricciosa, che ha saputo conquistare il mondo con il
suo fascino – era una cortigiana dell'alta società.
Viveva tra salotti dorati, amanti potenti, una vita
brillante che non lasciava molto spazio a una bambina
fragile e urlante come ero io. Mi affidò a balie,
pensioni, poi al convento di Grandchamp, vicino a
Versailles. Là, tra le suore, sognavo di farmi monaca,
di indossare il velo per sempre... Immaginate! Io, che
poi ho indossato tutti i costumi del mondo!
CHI
ERA SUO PADRE? Quanto lui... eh bien, è un enigma che
ho lasciato irrisolto, come un atto finale sospeso.
Alcuni dicono un ufficiale di marina, altri un giovane
studente di Le Havre... Io stessa, per ottenere la
Légion d'honneur, ho inventato un certificato con un
certo Édouard Bernardt, un uomo rispettabile. Ma la
verità? È un segreto che porto con me, come un gioiello
nascosto.
LEI CREBBE SOTTO LA PROTEZIONE DEL
DUCA DE MORNY… Era fratellastro di Napoleone III,
l'uomo più influente di Francia. Amante di mia zia e poi
di mia madre... un protettore generoso, un mecenate. Fu
lui a decidere il mio destino. "Questa bambina ha il
fuoco dentro…" diceva. Mi portò per la prima volta a
teatro alla Comédie-Française, mi fece entrare al
Conservatoire nel 1860. Senza di lui, forse sarei
rimasta una monaca... o chissà. Le mie origini sono
umili, misteriose, un po' scandalose proprio come
piacciono al pubblico! Ma da quel caos è nata la Divina,
tutto ciò non è forse magnifico?
MADAME, A
VENT'ANNI... SI DICE CHE EBBE UNA RELAZIONE APPASSIONATA
CON UN NOBILE BELGA… Ah, Henri! Charles-Joseph Eugène
Henri Georges Lamoral, principe de Ligne... un nome
lungo come la sua genealogia reale, non è vero? Era il
1864, avevo appena vent'anni, ero una giovane attrice
alla Comédie-Française, piena di fuoco e di sogni. Lui,
bello, elegante, aristocratico – figlio del principe
Eugenio VIII de Ligne, una delle famiglie più antiche
d'Europa. Veniva da Bruxelles, con quel fascino belga un
po' misterioso, occhi scuri, maniere perfette. Fu una
passione breve, intensa, come una tragedia in tre atti.
DOVE VI INCONTRASTE? Ci incontrammo a Parigi,
in quel turbine di salotti e teatri. Lui era affascinato
dalla mia voce, dal mio modo di muovermi sul palco... e
io, beh, ero giovane, curiosa, innamorata della vita! Da
quell'amore nacque il mio unico figlio, Maurice, nel
dicembre del 1864. Il mio tesoro che portò il mio
cognome, perché Henri, pur generoso, non poteva
riconoscere pubblicamente un figlio nato fuori dal
matrimonio, capite? Le convenzioni dell'aristocrazia...
Maurice è stato la mia gioia più grande. Bello come il
padre, sensibile come la madre. È diventato scrittore,
ha pubblicato romanzi, memorie... ha vissuto una vita
avventurosa, un po' bohémien come me.
L'HA AMATO
FOLLEMENTE… L'ho protetto, l'ho viziato, era il mio
principe, il mio erede di tutti i miei sogni. Vedete,
mon cher, l'amore non chiede permessi. Arriva come un
applauso a scena aperta, e lascia sul palco un bambino
che cresce tra le quinte. Non rimpiango nulla, Maurice è
la prova che anche dalle passioni fugaci può nascere
qualcosa di eterno.
PARLIAMO DEI SUOI ESORDI
TRIONFALI… Ah, quegli anni! Gli anni della conquista,
mon cher! Entrai alla Comédie-Française nel 1862, fresca
di Conservatoire, con il mio secondo premio in tasca.
Debuttai in ruoli classici – Iphigénie, Aricie... ma ero
giovane, impulsiva. Quattro anni dopo lasciai la grande
Maison de Molière per l'Odéon, allora un teatro più
modesto, più libero, più bohémien. Fu lì che esplosi
davvero. Nel 1869, ne Le Passant di François Coppée:
interpretavo Zanetto, un giovane trovatore travestito,
un ruolo en travesti che mi calzava a pennello.
IL PUBBLICO IMPAZZÌ VERO? Era il 1872. Pensi che
Victor Hugo tornò appositamente dall'esilio per vedere
la prima di Doña Maria di Neuburg in Ruy Blas. Ah, quel
ruolo! Una regina umiliata, appassionata, tragica...
Hugo mi coprì di fiori, mi chiamò "la sua musa". Il
trionfo fu immenso: Parigi ai miei piedi, la critica in
delirio. Fu quello a farmi richiamare alla
Comédie-Française, con un contratto d'oro. Rientrai e
nel 1874 interpretai Fedra di Racine... Dio mio, che
parte! La passione divorante, il rimorso, la morte...
Morivo sul palco ogni sera, e il pubblico singhiozzava
con me. Tre anni dopo, Doña Sol in Hernani sempre di
Hugo: l'amore ribelle, la giovinezza ardente contro il
mondo. Quegli anni furono la mia ascesa al cielo del
teatro. Da giovane ribelle a Divina riconosciuta. Tutto
per l'arte, tutto per la passione che brucia dentro!
POI, MADAME, DOPO UN EPISODIO PARTICOLARE SI DIMISE…
UNO SCANDALO ALLA COMÉDIE-FRANÇAISE... Ah, mon cher,
lo scandalo! Nel 1880, sì... Durante una tournée in
provincia, una collega, Madame Marie Lloyd, una di
quelle primedonne invidiose, osò insultarmi nel
backstage, criticando il mio stile, la mia eccessiva
passione sul palco. Io, che non tollero offese alla mia
arte, le mollai un sonoro schiaffo! Immaginate la scena:
applausi fuori, dramma dentro le quinte. La
Comédie-Française pretese scuse pubbliche, una multa
astronomica... Ma io? La Divina non si inchina! Mi
dimisi all'istante, con una lettera fulminante che fece
tremare Parigi. Scandalo immenso: giornali in delirio,
il pubblico diviso tra chi mi difendeva e chi mi
condannava. Ma fu la mia liberazione!
COSA FECE?
Creai subito la mia compagnia teatrale, la Sarah
Bernhardt Company. Partii per l'estero: Londra, America,
Russia, Sud America... Tournées trionfali, fortune
colossali! A New York, nel 1880, incontrai quel genio di
Thomas Edison. Mi fece registrare un brano di Fedra su
un cilindro fonografico – la mia voce d'oro catturata
per l'eternità! Immaginate: io, che facevo piangere i
teatri, ora parlavo da una macchina...
POI
RIENTRÒ IN FRANCIA… Dal 1893 diressi il Théâtre de la
Renaissance, poi il Théâtre des Nations, che ribattezzai
Théâtre Sarah-Bernhardt. Lì rivissi il mio ruolo più
amato: Marguerite Gautier ne La signora delle camelie di
Dumas figlio. Ah, quella cortigiana redenta, che muore
d'amore tra i fiori... Il pubblico singhiozzava, io
tossivo sangue sul palco – e ogni sera era un trionfo. E
quando scoppiò l'Affare Dreyfus, non esitai: sostenni
Émile Zola con tutta me stessa. Firmai petizioni, difesi
la giustizia contro l'antisemitismo. La verità prima di
tutto, anche se costava nemici potenti. Vedete, mon ami?
Gli scandali non mi hanno mai fermata. Mi hanno resa
immortale.
MADAME, SI PARLA DI DIVERSI AMANTI,
ARTISTI COME GUSTAVE DORÉ E GEORGES CLAIRIN, ATTORI COME
MOUNET-SULLY E LOU TELLEGEN... MA IL RAPPORTO CON VICTOR
HUGO? SI DICE CHE FOSTE AMANTI, QUANDO LEI AVEVA 27 ANNI
E IL GRANDE POETA BEN 70... Ah, Victor! Il mio grande
Victor Hugo... Padre spirituale, poeta immortale, e sì,
mon cher, anche amante appassionato. Avevo 27 anni, ero
nel pieno del mio fuoco, e lui, a 70 anni, era un
titano: esiliato tornato trionfante, genio del
romanticismo, con una vitalità che smentiva l'età. Mi
vide sul palco, pianse come un bambino, mi coprì di
fiori e di lodi. "Vous avez été grande et charmante", mi
scrisse, "vous m'avez ému, moi le vieux combattant...
J'ai pleuré." Fu più di un'ammirazione artistica. Tra
noi scoppiò una passione intensa, breve ma
indimenticabile, lui con la sua energia inesauribile, io
con la mia giovinezza ardente. Mi chiamava "la voce
d'oro" e io lo veneravo come un dio.
E GLI ALTRI
MADAME? Tra i miei tanti amori… Doré mi dipingeva,
Clairin mi ritraeva, Mounet-Sully divideva il palco e il
letto, il giovane Tellegen anni dopo, ma Victor fu
unico: un'unione di corpi e di spiriti, di poesia e di
desiderio. Non lo nego, né lo rimpiango. L'amore non
guarda l'età, mon ami; guarda solo l'anima che brucia. E
la sua bruciava più forte di molte giovani fiamme.
... E IL PRINCIPE DI GALLES? CI RACCONTA COME L’HA
CORTEGGIATA? Ah, Bertie! Il mio caro Bertie, il
Principe di Galles, futuro Edoardo VII... Un uomo
affascinante, gourmand di vita, di donne, di piaceri.
Era il 1879, durante la mia prima tournée trionfale a
Londra con la Comédie-Française. Interpretavo Phèdre di
Racine – ah, quella passione divorante, quel desiderio
proibito! Lui era nel palco reale, incantato, gli occhi
fissi su di me. Dopo lo spettacolo, mi mandò fiori,
biglietti, inviti discreti. Mi corteggiò con l'eleganza
di un sovrano: cene private a Marlborough House,
passeggiate nei giardini, regali sontuosi – un
braccialetto di diamanti che porto ancora nel cuore. Non
era un corteggiamento impetuoso, mon cher, ma paziente,
irresistibile. Bertie sapeva conquistare, sapeva
trattare le donne e renderle femmine: complimenti
sussurrati in francese perfetto, risate complici, tocchi
leggeri che promettevano di più. Io, fingevo
indifferenza all'inizio, il gioco della seduzione,
capite? Ma lui era tenace, spiritoso, così diverso dai
rigidi inglesi. Mi chiamava "ma petite Sarah", e io lo
provocavo chiamandolo "Votre Altesse... coquine".
LA VOSTRA PRIMA VOLTA, MADAME? Fu a Parigi,
qualche mese dopo, durante una delle sue visite
"ufficiose" in Francia. Ci incontrammo in un
appartamento discreto sugli Champs-Élysées, lontano
dagli occhi della corte. Champagne, luci soffuse, e
poi... ah, la passione! Bertie era generoso, ardente, un
amante che sapeva far dimenticare il mondo. La nostra
liaison durò anni, intermittente come le mie tournée:
lui tornava da me a Londra o a Parigi, e io lo
accoglievo con la stessa fiamma. Non era solo desiderio
fisico, c'era ammirazione reciproca. Lui adorava la mia
voce, il mio fuoco sul palco; io, il suo spirito libero
in un mondo di convenzioni. E sapete? Anni dopo, quando
divenne re, mi invitò persino alla sua incoronazione,
nel famoso "loose box" con le altre sue... muse. Bertie
fu uno dei miei grandi amori royals. Un principe che
sapeva vivere e amare da re.»
DURANTE L’AMORE, IL
PRINCIPE DI GALLES FACEVA L’AMORE CON LEI, SARAH, O CON
I TANTI PERSONAGGI FEMMINILI CHE LEI RAPPRESENTAVA SUL
PALCO? Mon cher, mon très cher... che domanda
deliziosa! Bertie era un conoscitore raffinato, un
esteta del piacere. Non faceva l’amore semplicemente con
una donna: faceva l’amore con un mito, con una fantasia
vivente. Quando mi stringeva, sussurrava versi di Phèdre
contro la mia pelle: “Je le vis, je rougis, je pâlis à
sa vue...” A volte, nel buio, ero la cortigiana redenta
della Dame aux camélias, che tossiva tra le sue braccia
mentre lui mi copriva di camelie immaginarie. Altre
volte ero la regina spagnola di Ruy Blas, altera e
appassionata, che si abbandonava solo a lui, suo unico
suddito ribelle. Non era con Sarah la donna che giaceva,
capite? Era con tutte le mie eroine insieme: la tragica,
la fatale, la morente d’amore, la ribelle, la
seduttrice. Io portavo sul letto i loro costumi
invisibili, la loro voce spezzata, i loro singhiozzi
teatrali. E lui... lui si lasciava trasportare dal
sogno. Era un gioco squisito: lui interpretava il suo
ruolo di principe conquistatore, io quello della diva
inaccessibile che finalmente cede. Ma alla fine, mon
ami, sotto tutte quelle maschere, c’ero sempre io –
Sarah – che dirigevo la scena, che decidevo il ritmo,
che facevo cadere il sipario al momento giusto. Bertie
adorava le mie creature, sì... ma era pazzo di colei che
le creava. Del resto il teatro non finisce mai quando
cala il sipario. A volte, continua nel letto... e lì è
ancora più bello.
POI SI SPOSÒ, VERO, MADAME?
Ah, sì... mi sposai. Una sola volta, e fu un errore così
grandioso da sembrare una tragedia greca scritta apposta
per me. Era il 1882, a Londra, nel pieno di una delle
mie tournée trionfali. Lui si chiamava Aristides Damala,
un attore greco, bello come un dio antico, occhi neri,
profilo scolpito, voce profonda. Aveva undici anni meno
di me: io trentottenne, lui ventisettenne, affascinante,
ambizioso, con quell’aria da eroe byroniano. Il pubblico
lo adorava quando recitava accanto a me, e io... io mi
lasciai travolgere. Ci sposammo in gran segreto a St
Andrew’s Church, a Londra, il 4 aprile 1882. Fu un
matrimonio civile, rapido, quasi clandestino, niente
pompa, solo pochi testimoni. Pensavo che l’amore potesse
domare tutto, che la mia forza potesse salvarlo. Ma
Aristides era già prigioniero di un demone più forte di
me: la morfina. La nostra convivenza fu un turbine di
passione e di disperazione. Litigi furiosi,
riconciliazioni ardenti, scene da grand opéra. Lui
spariva per giorni, tornava distrutto, io lo curavo, lo
supplicavo, lo minacciavo. Dopo pochi mesi ci separammo,
anche se legalmente rimasi sua moglie. Non divorziai
mai. In Francia all’epoca era quasi impossibile, e
poi... una parte di me lo amava ancora, o forse amava il
ricordo di ciò che avrebbe potuto essere. Lui continuò a
recitare, a distruggersi. Morì nel 1889, a soli 34 anni,
in un albergo di Parigi, consumato dalla morfina. Quando
ricevetti la notizia, piansi come piangevo sul palco
morendo da Marguerite o da Fedr, ma questa volta le
lacrime erano vere, e non c’era pubblico ad applaudirle.
Fu il mio unico matrimonio. L’unico anello che ho
portato per dovere, non per gioia. Dopo di lui, più
nessuno. Gli amanti sì, tanti, scelti da me, quando
volevo io. Ma un marito, mai più. La Divina non ha
bisogno di catene – solo di ali.
MADAME, SI
PARLA DI NUMEROSI RAPPORTI INTIMI CON DONNE... SI DICE
CHE SIA STATA CORTEGGIATA DA IDA RUBINSTEIN E ANNA DE
NOAILLES, E CHE ABBIA VISSUTO A LUNGO CON LA PITTRICE
LOUISE ABBÉMA... Mon cher, l’amore... Non conosce
confini, né di sesso, né di età, né di convenzioni. Io
ho amato liberamente, appassionatamente, come respiravo
l’aria dei teatri. Uomini, donne... erano anime che mi
incendiavano, muse che mi ispiravano. Louise Abbéma...
la mia dolce Louise, la mia compagna più fedele. Ci
incontrammo negli anni ’70, lei giovane pittrice, io già
la Divina in ascesa. Mi ritrasse infinite volte:
sdraiata sul divano in satin bianco, al tavolo con il
mio levriero, sul lago in barca... Quei dipinti non
erano solo arte, erano dichiarazioni d’amore. Convisse
con me per decenni, mi accompagnò nelle tournée intorno
al mondo, dipingeva i miei ritratti, scolpiva i miei
busti e io scolpii il suo. Era la mia "bonne amie", come
dicevano con un sorriso i salotti parigini.
Pubblicamente? Non nascondemmo nulla. Parigi sapeva, e
Parigi applaudiva o fingeva di scandalizzarsi, che è lo
stesso.
IDA RUBINSTEIN? ANNA DE NOAILLES? Ida
era una creatura esotica, danzatrice russa, mecenate
folle... Mi corteggiò con passione travolgente negli
anni della Belle Époque. Lettere infuocate, fiori,
inviti... Fu un amore breve ma intenso, come un balletto
di Diaghilev. Anna, la poetessa rumena, principessa di
sangue, con la sua mente di fuoco e i versi che
bruciavano... mi inseguì con ammirazione che divenne
desiderio. Le sue poesie dedicate a me erano velate, ma
tutti capivano. Io non ho mai negato la mia natura.
Amavo gli uomini con furore – principi, poeti, attori –
ma amavo anche le donne con la stessa tenerezza, la
stessa fiamma. La bisessualità? È solo una parola
moderna per dire che il cuore non chiede permesso. Io
vivevo, mon ami, vivevo pienamente. E se il pubblico
mormorava, beh... meglio mormorii che silenzio! L’amore
è stato il mio ruolo più bello e io l’ho interpretato
senza maschera.
MADAME... DA COSA ERA ATTRATTA
NELLE DONNE? COSA C’ERA NELL’INTIMO FEMMINILE CHE NON
TROVAVA NEGLI UOMINI? Mon cher... ciò che mi attirava
nelle donne era la tenerezza infinita, la comprensione
senza parole, la dolcezza che non ha bisogno di
conquistare per possedere. Con un uomo, anche il più
appassionato, c’è sempre una lotta: di ego, di forza, di
desiderio di dominio. Anche quando si abbandona, un uomo
porta con sé il peso del mondo – la sua ambizione, la
sua virilità da difendere, il bisogno di prendere.
L’amore maschile è una tempesta magnifica, ma è
tempesta: travolge, scuote, lascia segni. Con una donna,
invece... era come entrare in un giardino segreto dopo
la rappresentazione. Nessuna maschera. Nessuna
competizione. Solo pelle contro pelle che si riconosce,
che si capisce. Le mani di Louise Abbéma sul mio viso
non chiedevano nulla, accarezzavano soltanto. I baci di
Ida non pretendevano, offrivano. Anna de Noailles mi
guardava negli occhi e vedeva tutto, la stanchezza dopo
la scena, la paura di invecchiare, il fuoco che ancora
bruciava, e non diceva nulla, solo mi stringeva come se
volesse ripararmi dal mondo. Nell’intimo femminile
trovavo la complicità assoluta, la delicatezza che sa
essere forte senza urlare, il piacere lento, sinuoso,
che non ha fretta di finire. Trovavo il rifugio. Gli
uomini mi davano l’estasi violenta, le donne mi davano
la pace sensuale. Gli uomini mi facevano sentire
desiderata come una dea; le donne mi facevano sentire
capita come una donna. E forse era proprio questo il
segreto: con loro potevo finalmente smettere di
recitare. Potevo essere solo Sarah, nuda, fragile, vera.
E questo, mon ami, nessun uomo me l’ha mai dato.
...E GABRIELE D'ANNUNZIO? IL GRANDE POETA ITALIANO, IL
VATE... SI DICE CHE ABBIATE AVUTO UN INTENSO RAPPORTO,
ARTISTICO E NON SOLO... Gabriele! Un vulcano in forma
umana, un poeta che scriveva con il sangue e il
desiderio. Era il 1896, io dirigevo il Théâtre de la
Renaissance a Parigi, e lui, giovane genio abruzzese,
già famoso per i suoi romanzi sensuali, mi inviò il
manoscritto de La Città Morta. L'aveva scritta pensando
a me e fu l'inizio di tutto. Lui mi chiamava "Dea
inaccessibile", e io lo provocavo con la mia ironia
francese. Ci incontrammo a Parigi, in Italia durante le
mie tournée... fu un'intesa elettrica, intellettuale
prima di tutto, ma sì, anche carnale, intensa, come un
atto unico di pura fiamma. Gabriele era affascinato
dalla mia voce, dal mio modo di morire sul palco e io
dal suo linguaggio poetico, così eccessivo, così
dannunziano. Interpretare La Città Morta nel 1898 fu uno
scandalo: la critica parigina urlò contro il tema
incestuoso, ma il pubblico accorreva in delirio. Per
lui, fu un onore collaborare con me, prima ancora del
lungo sodalizio con Eleonora Duse, la mia grande rivale.
Ah, povera Eleonora... quando seppe che avevo io la
prima di quel dramma, ci fu tempesta! Ma l'arte non
aspetta. Il nostro rapporto fu breve ma eterno:
passione, ammirazione reciproca, e quel rinnovamento del
teatro che Gabriele portò con le sue tragedie poetiche.
Lui mi vedeva come musa suprema, io lui come un Byron
italiano, un superuomo che osava tutto. Gabriele mi ha
resa immortale in versi che bruciano ancora. E io gli ho
dato il palco per conquistare il mondo. Non è forse
questo il vero amore tra artisti?
MADAME, QUANDO
SI RITIRÒ DALLE SCENE... COME FU LA SUA VITA?
Ritirarmi, mon cher? Io non mi sono mai veramente
ritirata. Il palcoscenico era la mia vita, e la vita non
si ritira finché respira. Nel 1915, durante una tournée
in America, il mio ginocchio destro – già malato da anni
– cedette del tutto. Amputazione inevitabile, a
Bordeaux. Dissero che era la fine: a 71 anni, senza una
gamba, addio teatro. Ma io? Ordinai una protesi, un
bastone elegante, e tornai sul palco seduta, o portata
in lettiga! Interpretavo ruoli tragici da sedia, da
divano – morivo con la stessa passione di sempre. Il
pubblico piangeva più di prima, vedendomi così
vulnerabile eppure indomabile.
IL SUO RAPPORTO
CON IL CINEMA? Il cinema mi salvò. Già nel 1900 avevo
girato duelli e scene, ma nel 1912 interpretai la regina
Elisabetta in un film muto – uno dei primi
lungometraggi, un trionfo mondiale. Continuai a girare
fino agli ultimi anni: Mothers of France nel 1917, per
la propaganda patriottica.
LA SUA VITA RIMASE
COMUNQUE UN TURBINE... La casa al boulevard Pereire
piena di amici, animali, ricordi; il mio forte a
Belle-Île, in Bretagna, dove mi rifugiavo a scolpire,
dipingere, scrivere memorie. Maurice, mio figlio, i
nipoti intorno... e sempre progetti, sempre sogni.
L’ultimo spettacolo fu nel 1922: una scena da L’Aiglon,
nonostante il dolore atroce. Poi, nel 1923, la salute
cedette… E sapete? Dormivo spesso nella mia bara, una
bara di mogano che tenevo in camera. Per abituarmi
all’idea della morte. Ma la morte non mi ha mai
spaventata: era solo l’ultimo sipario.
MADAME, SE
DOVESSE DARE UN TITOLO ALLA SUA INTERA VITA QUALE
SCEGLIEREBBE? Un solo titolo, mon cher? Allora sia
questo: "Quand même" Come dite voi in Italia:
"Nonostante tutto?" Due parole che ho fatto incidere sul
mio anello, sul mio sigillo, sulla mia vita.
Nonostante gli scandali, nonostante la povertà
dell’infanzia, nonostante la morfina di un marito,
nonostante l’amputazione, nonostante la guerra... Quand
même. Ho continuato. Ho trionfato. Ho vissuto. Sì, ecco
il titolo perfetto: "Quand même." Perché è stato il mio
grido di battaglia, il mio applauso a me stessa, la mia
firma sotto ogni scena. Scrivetelo grande, mon ami. Che
il mondo lo ricordi.
Commosso chiudo il mio
taccuino. Il salone è immerso in una luce dorata del
tramonto parigino che filtra dalle tende di velluto.
Sarah si alza lentamente dal divano, appoggiandosi con
grazia al bastone intarsiato. Nonostante gli anni, il
suo portamento è ancora regale, il movimento fluido come
una scena finale perfettamente orchestrata. Mi tende la
mano. Mi dice: “Vi ringrazio di essere venuto. Avete
ascoltato una vecchia attrice raccontare la sua vita
come se fosse un dramma in cinque atti... con troppi
amanti, troppi scandali, troppi applausi. Ma sapete? È
stata una vita bellissima.” Fa una pausa, gli occhi
azzurri fissi nei suoi, luminosi di un’intelligenza
eterna. “Non scrivete di me come di una reliquia, vi
prego. Scrivete di una donna che ha vissuto fino
all’ultimo respiro, che ha amato senza misura, che ha
recitato anche quando il sipario era già calato. Dite al
mondo che Sarah Bernhardt non è mai morta... è solo
passata a un altro palco.”
Il domestico appare
sulla soglia. Sarah si volta, il profilo illuminato dal
sole morente, e cammina verso l’interno della casa con
passo lento. Resto un istante immobile, poi esco in
silenzio, portando con me il suono di quella voce che
ancora riecheggia: una voce d’oro che non si spegnerà
mai. Il sipario cala dolcemente.
Sarah Bernhardt
morì a Parigi il 26 marzo 1923 a 78 anni per uremia.
Parigi si fermò: funerali immensi, migliaia di persone
in strada. Fu sepolta nel cimitero di Père Lachaise. La
sua tomba riporta solo il suo nome, senza altre
iscrizioni.
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L'articolo è a cura di Adamo Bencivenga


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