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INTERVISTA IMPOSSIBILE

Dorothea
Jordan
IL PALCOSCENICO DELLA
VITA
Dorothea Bland è stata un'attrice teatrale e
cortigiana anglo-irlandese, e l'amante di re
Guglielmo IV del Regno Unito, per vent'anni. Insieme
ebbero dieci figli illegittimi..
(Waterford, 21 novembre 1761 – Saint-Cloud, 5 luglio
1816 )

La residenza di
Bushy House è un’elegante dimora immersa nel verde di
Bushy Park, alle porte di Londra. È un pomeriggio di
fine secolo XVIII: la luce filtrata dalle alte finestre
georgiane illumina le pareti tappezzate di seta
damascata. Dal giardino giunge il lontano nitrire dei
cavalli e il canto degli uccelli. È un luogo sereno,
raffinato che riflette la vita familiare e agiata di una
donna che ha saputo conquistare il cuore di un principe
senza mai perdere la propria indipendenza.
Ad
accogliermi è Mrs. Jordan stessa, Dorothea, con il suo
leggendario charme naturale: un sorriso vivace e
contagioso illumina il suo viso espressivo, gli occhi
brillanti di intelligenza e malizia, i capelli castani
raccolti in un'acconciatura morbida che lascia sfuggire
qualche ricciolo ribelle. Non è alta, ma la sua figura
snella e agile emana energia e grazia; il suo fascino è
caldo e irresistibilmente umano, quello che incantava
platee e salotti, facendola apparire sempre se stessa,
mai artefatta.
Indossa un abito da pomeriggio
elegante in mussola leggera con ricami delicati, la
scollatura ornata da un nastro avorio, maniche lunghe e
una gonna fluida che accenna alla moda del momento senza
eccessi teatrali. La sua cortesia è genuina: mi porge la
mano con un inchino giocoso e mi invita a sedere
offrendomi tè e biscotti come una padrona di casa
perfetta.
MADAME, LE SUE ORIGINI? Ah,
signore, le mie origini sono quelle di una figlia
d'Irlanda, umili e un po' avventurose, come si addice a
chi ha scelto il palcoscenico come destino. Il mio nome
è Dorothea Bland e sono nata nei dintorni di Waterford,
in Irlanda, il 22 novembre del 1761 da Francis Bland,
che morì nel 1778, e della sua amante, Grace Phillips,
un'attrice gallese.
CHI ERA SUO PADRE MADAME?
Mio padre era un uomo di buona famiglia, ma non sposò
mai mia madre; era un lavoratore di teatro, un
macchinista di scena, e quando ero ancora bambina
abbandonò la famiglia per sposare un'altra attrice
irlandese. Continuò tuttavia a inviarci qualche somma,
seppur misera, a patto che non usassimo il suo cognome.
SUA MADRE? Mia madre vide in me il talento di
attrice e mi mise sul palco giovanissima, per aiutare la
famiglia. Da lì, tra Dublin, Yorkshire e Londra, è nata
Mrs. Jordan... e il resto, come si dice, è storia… o
forse commedia!
MADAME, VISSE UN'INFANZIA
DIFFICILE, VERO? Difficile? Oh, sì, signore, e come
potrebbe essere altrimenti per una ragazza irlandese
nata in una famiglia che navigava tra le luci del
palcoscenico e le ombre della povertà? Nel 1774, quando
mio padre ci abbandonò diventammo ancora più poveri e
mia madre vide in me e nelle mie sorelle l'unica
salvezza. Dovevo lavorare, contribuire a mantenere i
miei quattro fratelli. Fu lei a spingermi sul
palcoscenico, prima a Dublin con la compagnia di Crowe
Street. All'inizio tremavo come una foglia, ma sentivo
che quelle assi di legno erano il mio destino. Non era
la vita che una fanciulla di buona famiglia avrebbe
sognato, ma il teatro mi diede un tetto, un nome – Mrs.
Jordan, preso in prestito da un fiume irlandese per non
offendere nessuno – e, col tempo, la libertà. Da quelle
difficoltà è nata la donna che sono oggi: un'attrice che
ha fatto ridere e piangere intere platee, e che ha
saputo trasformare la miseria in arte. Non rimpiango
nulla. Il palcoscenico mi ha salvata, e forse io ho
salvato un po' anche lui.
A VENTITRÈ ANNI ARRIVÒ
A LONDRA… Dopo gli esordi a Dublin e le stagioni in
provincia, arrivai a Londra nel 1785, al Drury Lane, e
da lì... beh, il pubblico mi accolse come una regina
della commedia. Divenni l'attrice del momento, la
favorita di Sheridan, la star che riempiva i teatri
notte dopo notte. Interpretavo ruoli vivaci, spiritosi:
Peggy in The Country Girl, Viola in Twelfth Night,
Rosalind in As You Like It... e soprattutto le "breeches
roles", quei personaggi maschili che mi permettevano di
indossare calzoni attillati e mostrare le gambe.
LEI AVEVA BELLE GAMBE VERO? Si diceva che avessi le
gambe più belle mai viste su un palcoscenico britannico
– e il pubblico, oh, ne godeva immensamente! Gli uomini
applaudivano con entusiasmo, le signore mormoravano, ma
tornavano a vedermi. Non era solo vanità: era il mio
strumento, la mia arma per conquistare la platea. In
quegli abiti maschili mi sentivo libera, audace,
irresistibile.
PERCHÉ "MRS. JORDAN"... Lo
scelsi io stessa, ispirandomi al fiume Giordano –
"attraversare il Giordano" significava, per me, passare
dal mare d'Irlanda all'Inghilterra in cerca di fortuna.
Era più rispettabile: una "Mrs." implicava una donna
sposata, e il teatro tollerava meglio una married woman
che una fanciulla sola. In verità, non c'era nessun Mr.
Jordan, e io non mi sposai mai in vita mia. Alcune voci
dicevano che lo presi per nascondere una gravidanza
precoce, una figlia nata prima del mio arrivo a
Londra... Ed era vero!
LE PRIME RELAZIONI?
Furono quelle con il pubblico, con le risate, con gli
applausi che mi tenevano viva. Gli uomini venivano dopo
– e ce ne furono, non lo nego – ma il palcoscenico era
il mio primo, grande amante. E credetemi non ho mai
rimpianto una sola serata sotto quelle luci.
CHI
ERA RICHARD DALY? Ah… state toccando i capitoli più
dolorosi della mia giovinezza, quelli che una donna
preferirebbe lasciare tra le quinte polverose di un
vecchio teatro. Sì, ebbi una relazione con Richard Daly,
l'impresario del Theatre Royal di Crow Street a Dublin,
un uomo carismatico, ambizioso, già sposato e noto per
il suo temperamento focoso. È stato il mio primo vero
capo nel mondo del teatro: mi ingaggiò nel 1779, quando
ero poco più che una ragazza di diciotto anni, e vide in
me non solo l'attrice, ma... beh, qualcosa di più
personale. Ero giovane, sola, in un ambiente dove il
potere di un manager poteva fare o distruggere una
carriera. Lui mi promise protezione, ruoli, fama. Io,
ingenua e bisognosa, cedetti.
NEL 1782, A
VENT'ANNI APPENA COMPIUTI, DIEDE ALLA LUCE UNA FIGLIA
ILLEGITTIMA… La mia dolce Frances che tutti
chiamavano Fanny. Nacque a Dublino e fu un parto
difficile, nascosto il più possibile. Ma con Richard
Daly non fu un amore romantico, fu una lezione dura
sulla vulnerabilità di una giovane attrice in un mondo
dominato dagli uomini. Quando la relazione finì, e finì
male, con lui che tentò persino di reclamare diritti su
di me, presi la mia bambina e fuggii in Inghilterra,
prima a Leeds, poi a York, e infine a Londra. Frances
crebbe con me, divenne la mia primogenita, e io la amai
con tutto il cuore, come ho amato tutti i miei figli,
legittimi o no. Vedete il teatro mi ha dato gloria e
applausi, ma mi ha anche insegnato che una donna deve
conquistarsi la libertà a caro prezzo. Da quelle ombre è
nata la mia forza: non ho mai più permesso a nessuno di
tenermi incatenata.
DOPO DALY CONOBBE UN TENENTE
DELL'ESERCITO... Quando fuggii dall'Irlanda con la
mia piccola Frances in braccio, l'Inghilterra mi accolse
come una terra promessa. Nel turbine della compagnia
itinerante, conobbi un tenente dell'esercito britannico,
Charles Doyne – un uomo gentile, affascinante, con
l'uniforme che faceva girare la testa a molte fanciulle.
La nostra fu una relazione breve, appassionata, come un
atto di una commedia che finisce troppo presto. Mi
propose persino di sposarlo, promettendo sicurezza, un
nome rispettabile per me e per la mia bambina. Ma io...
io rifiutai. Avevo già imparato a mie spese che il
matrimonio non era sempre sinonimo di libertà, e il
palcoscenico mi chiamava con una voce più forte di
qualsiasi promessa d'amore. Non volevo catene, né
dipendere da un uomo che forse un giorno sarebbe partito
per la guerra o per altri doveri.
DOPO IL BEL
TENENTE CONOBBE TATE WILKINSON… Era un famoso manager
dello Yorkshire, un uomo eccentrico, tirannico a volte,
ma che seppe riconoscere il mio valore e mi diede ruoli
che mi fecero brillare. Sì certo accettai la sua corte e
ci finii a letto… Quello fu il momento in cui Dora Bland
scomparve davvero, e nacque Mrs. Jordan, l'attrice che
avrebbe conquistato Londra. E non mi sono mai pentita di
quella scelta: meglio la libertà della ribalta che una
gabbia dorata.
POI FU LA VOLTA DI GEORGE
INCHBALD... Ah, signore, state entrando nei recessi
più intimi del mio cuore di un tempo. Poco dopo aver
lasciato la compagnia di Tate Wilkinson conobbi George,
l’attore principale della troupe, un uomo affascinante,
colto, con una sensibilità rara in quel mondo di luci e
maschere. Fu un amore vero, profondo, il primo che mi
fece sognare un futuro diverso dal palcoscenico. Ero
così innamorata di lui che lo avrei sposato senza
esitazione, avrei abbandonato tutto per una vita quieta
al suo fianco. Ma George... lui non me lo chiese mai.
Forse temeva le responsabilità, forse il suo cuore era
diviso, o forse semplicemente non era pronto. Il mio
rimase spezzato, silenziosamente, per mesi. Nel 1786,
con il cuore ancora dolorante, lo lasciai e cercai
rifugio altrove.
FU ALLORA CHE INCONTRÒ SIR
RICHARD FORD… Richard era un magistrato, avvocato,
uomo di legge rispettabile e affascinante. Mi promise il
matrimonio, una casa stabile, sicurezza per me e per i
miei figli. Ci trasferimmo insieme, e io credetti alle
sue parole. Nacquero tre figli: un maschietto che,
ahimè, visse troppo poco e due femmine, dolci creature
che riempirono la mia vita di luce. Ma col tempo capii
la verità: Richard non aveva mai avuto intenzione di
sposarmi. Le promesse erano state solo parole al vento,
per tenermi legata a lui. Quando la delusione divenne
insopportabile, trovai la forza di lasciarlo. Non fu
facile, signore: una donna sola, con tre figlie da
mantenere, in un mondo che giudica severamente. Ma
preferii la mia indipendenza a una menzogna.
IL
DESTINO AVEVA IN MENTE ALTRO PER LEI… E fu proprio
allora che il destino mi portò verso il Duca di
Clarence... Vedete, ho imparato presto che l'amore può
essere una commedia brillante o una tragedia, ma una
donna deve sempre sapere quando cala il sipario su una
scena che non le appartiene più e successivamente essere
pronta a prendere al volo le nuove occasioni…
DIVENNE LA SUA AMANTE VERO? Ah, signore, quella parte
della mia storia è la più nota, e forse la più
fraintesa. Sì, ero considerata bella con le mie gambe in
mostra sul palcoscenico, il mio umorismo pronto, la mia
energia... tutto ciò attirò inevitabilmente l'attenzione
di uomini potenti e facoltosi. Nel 1791, dopo aver
lasciato Sir Richard Ford, incontrai Guglielmo, Duca di
Clarence, terzo figlio di Re Giorgio III – colui che un
giorno sarebbe diventato Re Guglielmo IV. Era un uomo di
mare, schietto, allegro, con un cuore generoso, e tra
noi nacque un legame profondo, durato vent'anni. Non fu
un capriccio: vivemmo insieme come marito e moglie a
Bushy House, questa dimora che vedete, che lui mi diede
come nostra casa. Qui crescemmo una famiglia numerosa e
felice. Continuai la mia carriera al Drury Lane e al
Covent Garden, perché il teatro era la mia indipendenza,
il mio respiro. Recitavo anche incinta, e il pubblico mi
applaudiva con affetto. Ma facevo anche apparizioni
pubbliche con il Duca quando la corte lo richiedeva –
balli, ricevimenti – e lui mi trattava con rispetto,
chiamandomi "mia cara moglie" in privato. Dal nostro
amore nacquero dieci figli – i FitzClarence – creature
adorabili, la mia gioia più grande. Li ho allattati,
educati, amati con tutta me stessa.
POSSO
CHIEDERLE COME LA CORTEGGIÒ IL FUTURO RE? Certo che
può! È una storia che ancora mi fa ridere e arrossire
insieme, come una commedia di Sheridan con un tocco di
realtà. Era il 1790: io recitavo al Drury Lane, al
culmine della mia fama, con il pubblico ai miei piedi
per le mie interpretazioni di Viola o Rosalind, quei
ruoli en travesti che tanto facevano scalpore. Lui – Sua
Altezza Reale Guglielmo, Duca di Clarence, un uomo di
mare schietto, robusto, con quella risata fragorosa e un
cuore appassionato – cominciò a frequentare il teatro
assiduamente. Veniva sera dopo sera, occupava il suo
palco reale e applaudiva con entusiasmo che non passava
inosservato. All'inizio lo trovai divertente: un
principe che corteggiava un'attrice! Pensai fosse un
capriccio passeggero, e confesso che sperai persino che
la sua attenzione spingesse Sir Richard Ford – con cui
vivevo allora – a decidermi finalmente al matrimonio. Ma
il Duca non era tipo da arrendersi: mi mandava biglietti
galanti, fiori, inviti a cena privati.
UN
CORTEGGIAMENTO INSISTENTE… Sì ma non arrogante; aveva
un modo diretto, marinaresco, di dire le cose: "Mrs.
Jordan, voi mi avete conquistato più di qualsiasi
vittoria in mare!" Io lo tenevo a distanza, divertita e
lusingata, ma cauta – ne avevo viste troppe di promesse
non mantenute. Eppure, la sua sincerità, il suo
umorismo, quella calda passione... piano piano mi
sciolsero. Quando capii che Ford non avrebbe mai
mantenuto la parola, cedetti al Duca. Nel 1791 ci
unimmo, prima a Clarence Lodge, poi qui a Bushy House, e
iniziammo quella vita che durò vent'anni, fatta di
amore, risate e una famiglia numerosa. Non fu un
corteggiamento da romanzo rosa, con poesie e sospiri: fu
diretto, allegro, tenace – proprio come lui. E io, alla
fine, non seppi resistere a un uomo che mi vedeva non
solo come attrice, ma come Dora, la donna vera. E
sapete? Non mi sono mai pentita di aver detto sì a quel
marinaio reale.
LA VOSTRA PRIMA NOTTE INSIEME?
Oh, signore, che domanda audace! Non vi racconterò i
dettagli che farebbero arrossire anche le pareti di
questo salotto... ma vi dirò questo: la nostra prima
notte non fu un fulmine a ciel sereno, bensì il culmine
di mesi di corteggiamento tenace e di sguardi complici
dal suo palco al Drury Lane. Lui mi invitò nella sua
residenza privata e quella sera, dopo una cena leggera,
con il camino acceso e il vino che scioglieva le ultime
riserve, mi prese la mano e mi disse semplicemente:
"Dora, mia cara, non voglio più fingere: voi siete la
donna che ho sempre desiderato al mio fianco." Non ci
furono grandi dichiarazioni romantiche da poema, ma
risate, baci rubati, e una tenerezza che mi sorprese.
Era goffo a volte – un marinaio più abituato alle
tempeste che alle finezze di corte – ma sincero, caldo,
travolgente. Mi fece sentire desiderata non solo come
attrice, ma come donna, madre, compagna. Quella notte fu
dolce, appassionata, piena di promesse sussurrate... e
da lì nacque il nostro primo figlio, e poi gli altri
nove. Fu l'inizio di vent'anni di felicità domestica,
signore. Una notte che cambiò tutto – per amore, non per
calcolo. E ancora oggi, ripensandoci, sorrido.
UNA FAVOLA DESTINATA A FINIRE… Nel 1811, quando il
Duca dovette cercare un matrimonio reale per ragioni di
successione e debiti, la nostra relazione terminò.
Doveva sposare una principessa idonea e eon ci fu
litigio, non tradimento: fu una scelta di Stato, fredda
e inevitabile. Firmammo un atto di separazione. Fu
doloroso, signore: mi separò dai miei bambini più
piccoli, e persi la custodia di molti di loro. Mi venne
assegnato uno stipendio annuale – generoso, in verità –
e la custodia delle nostre figlie femmine, mentre lui
tenne i maschi. Parte di quel denaro era destinato
specificamente all’educazione e al mantenimento delle
bambine… ma con una clausola crudele: per continuare a
riceverlo e per conservare la custodia, non dovevo più
tornare sul palcoscenico. Capii subito il significato:
dovevo cessare di essere Mrs. Jordan, l’attrice, e
diventare solo una madre ritirata, silenziosa, quasi
invisibile. Accettai, perché l’amore per le mie figlie
era più forte di qualsiasi ribalta. Per qualche anno
tenni fede all’impegno, vivendo modestamente,
dedicandomi a loro. Il mondo è crudele con una donna che
ha amato liberamente. Eppure, non rinnego nulla. Quegli
anni furono i più sereni della mia vita: una famiglia
vera, risate, affetto. I miei figli portano il sangue
reale, e io ho dato al Duca l'amore e la stabilità che
forse nessun'altra avrebbe potuto. Se il prezzo è stato
alto, beh... il cuore di un'attrice sa sopportare
tragedie, purché ci sia stato amore vero.
POI
PERÒ TRE ANNI DOPO TORNÒ SUL PALCO… Nel 1814 il
marito di una delle mie figlie maggiori si trovò
sommerso dai debiti. Rischiare la prigione del debitore
significava la rovina per tutta la famiglia. Non esitai:
tornai sul palco, a Coventry prima, poi a Londra, per
guadagnare il denaro necessario a salvarlo. Pensai che
il Duca, l’uomo che mi aveva amato per vent’anni,
avrebbe compreso un gesto di generosità materna. Mi
sbagliavo.
COSA FECE? Non appena seppe del
mio ritorno al teatro, invocò quella clausola. Mi tolse
le figlie che ancora vivevano con me – le mie bambine
più piccole – e interruppe completamente lo stipendio.
In un colpo solo mi privò dell’affetto delle mie
creature e dei mezzi per vivere. I creditori, che già mi
inseguivano per antichi debiti contratti per aiutare i
figli, si fecero più pressanti. Non ebbi scelta: nel
1815 fuggii in Francia, a Saint-Cloud prima, poi a
Parigi, cambiando nome per sfuggire ai debitori inglesi.
Vivevo in povertà, lontana dai miei figli, malata, sola…
RIMPIANTI MADAME? Rimpiango solo che l’uomo
che chiamavo marito non abbia avuto la grandezza di
comprendere il cuore di una madre. Ma la vita, signore,
è una commedia lunga… e alla fine il pubblico più
importante sono i nostri figli. Spero che loro abbiano
capito quanto li abbia amati.
Dorothea Jordan
morì a Saint-Cloud, vicino a Parigi, in povertà, un anno
dopo. Era il 5 luglio del 1816.
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IMMAGINE GENERATA DA IA
L'articolo è a cura di Adamo Bencivenga


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