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INTERVISTA IMPOSSIBILE

Alice
Keppel
L'ULTIMA FAVORITA
Lady Alice Frederica Edmonstone, nobildonna
scozzese, amante del re Edoardo VII. La sua innata
eleganza seppe conquistare un re e rendere felici
gli altri, vivendo un'esistenza straordinaria e
senza rimpianti.
(Strathblane, 29 aprile 1868 – Bellosguardo, 11
settembre 1947)

È una calda mattina di
primavera del 1947, sulle colline di Bellosguardo,
appena fuori Firenze. Sono in taxi lungo la strada che
sale verso la Villa dell'Ombrellino, la magnifica
residenza che un tempo ospitò persino Galileo Galilei.
La villa, acquistata da oltre vent'anni da Alice Keppel
con parte dell'eredità lasciatale da re Edoardo VII, si
staglia maestosa contro il cielo toscano: una facciata
elegante con influenze rinascimentali, circondata da un
vasto parco romantico con palme, cedri, bambù e un
giardino all'italiana terrazzato, da cui si gode una
vista mozzafiato sul Duomo e sull'Arno scintillante.
Un maggiordomo in livrea mi accompagna fino a un
ampio salotto al piano nobile. La stanza è un trionfo di
eleganza edoardiana mista a tocchi toscani: pareti
affrescate con motivi delicati, alti soffitti a
cassettoni, mobili antichi inglesi accostati a tappeti
persiani, grandi finestre aperte sul giardino. Sul
camino, una grande fotografia incorniciata della regina
Alexandra ricorda il passato regale della padrona di
casa. L'aria è fresca, illuminata dalla luce dorata che
filtra dalle tende di seta.
Ad accogliermi è
lei, Alice Keppel, ormai settantottenne ma ancora dotata
di un fascino magnetico che il tempo non ha del tutto
offuscato. Indossa un abito da pomeriggio di seta
chiara, color avorio, con maniche lunghe e una
scollatura discreta, impreziosito da un delicato ricamo
floreale e una cintura che accentua la vita sottile. I
suoi capelli castani, ora screziati d'argento, sono
raccolti in una crocchia elegante.
Si alza dal
divano con grazia sorprendente, mi tende la mano con un
gesto cortese e mi invita a sedersi su una poltrona di
velluto accanto a lei. "Benvenuto nella mia umile
dimora…" Dice con una voce profonda e vellutata,
ancora intrisa dell'accento inglese raffinato,
offrendomi un tè servito su un vassoio d'argento da una
cameriera. l suo charme è palpabile, nonostante gli
anni e le vicissitudini emana una cortesia da vera
grande dame dell'era edoardiana.
MADAME LE
SUE ORIGINI? Sono nata il 29 aprile 1868 a Woolwich
Dockyard, dove mio padre, l'Ammiraglio Sir William
Edmonstone, quarto baronetto di Duntreath, prestava
servizio. Un uomo di grande rigore, discendente da
un'antica famiglia scozzese. La marina era la sua vita,
e noi figli siamo cresciuti tra storie di mari
tempestosi e battaglie navali.
E SUA MADRE
MADAME? Mia madre, Mary Elizabeth Parsons, era figlia
di un ufficiale del genio navale. Una donna bellissima,
con una grazia naturale e un'intelligenza vivace. Da lei
ho preso, credo, il gusto per la conversazione e quella
certa... disinvoltura nel muoversi nel mondo.
LA
SUA ADOLESCENZA? L'adolescenza... l’ho trascorsa
principalmente a Duntreath Castle, sulle rive del Loch
Lomond, in quella Scozia selvaggia e romantica che
ancora mi manca, a volte. Il castello era la nostra
dimora di famiglia dal XIV secolo, torri merlate, mura
spesse, un grande camino dove ardevano tronchi di
quercia, e finestre da cui si vedeva il lago sotto la
pioggia o la brina. Mio padre aveva ereditato il titolo
e le terre, e noi – io ero la più piccola di nove
fratelli – crescevamo tra quelle pietre antiche,
acquistate da re Roberto III come dono di nozze per la
principessa Maria Stewart, sposata a un mio antenato.
NELLE SUE PAROLE SENTO UNA VELATA NOSTALGIA
MADAME… Erano giorni di libertà assoluta: passeggiate
a cavallo lungo il Loch Lomond, con l'aria pungente che
profumava di erica e pino, lezioni private in saloni
freddi ma maestosi, balli improvvisati con i fratelli, e
le storie della governante sulle fate del lago. Non era
una vita lussuosa come quella londinese, ma era piena di
poesia. Imparai lì a cavalcare, a pescare, a osservare
la natura... e forse anche quel certo spirito
indipendente che mi ha accompagnata sempre. Da
bambina timida e un po' goffa sono diventata una giovane
donna curiosa del mondo. Quegli anni a Duntreath mi
hanno dato radici profonde, solide come le sue mura.
Senza di essi, forse non avrei avuto la forza di
affrontare ciò che la vita mi riservava in seguito. Ma
l'adolescenza, sapete, è anche il tempo in cui si
comincia a sognare di lasciare il nido... e io sognavo
Londra, la Stagione, i balli, la corte. Non immaginavo
quanto quei sogni si sarebbero realizzati, e in che
modo.
POI IL MATRIMONIO… Mi sposai molto
giovane, a ventidue anni appena compiuti. Era il 1º
giugno 1891, in una bella chiesa di Londra, con tutto il
rituale della buona società vittoriana: fiori bianchi,
velo di pizzo, invitati in cilindro e crinoline. Mio
marito era l'onorevole George Keppel, terzo figlio di
William Coutts Keppel, settimo conte di Albemarle. Un
uomo affascinante, alto, con i baffi ben curati e
un'uniforme impeccabile della Gordon Highlanders.
Gentile, spiritoso, generoso, ma non era ricco. Ebbi da
lui due figlie adorabili. La prima, Violet, nata nel
1894. Una creatura piena di fuoco, intelligente,
appassionata, con una bellezza che toglieva il fiato.
Poi Sonia, nel 1900 che poi divenne lady Ashcombe
sposando Roland Cubitt. Più tranquilla, più
convenzionale della sorella, ma con una grazia e una
bontà infinite.
IL VOSTRO MATRIMONIO NON FU
CONVENZIONALE… Lui sapeva tutto, capiva tutto, e non
mi ha mai fatto pesare nulla. È stato un compagno leale,
un padre affettuoso, un amico vero. Senza di lui, senza
la sua comprensione, nulla sarebbe stato possibile…
MA LEI SI GUARDAVA INTORNO VERO? …Si guardava
intorno! Che espressione deliziosa, mio caro... La vita
a Londra, nella Stagione, era un turbine costoso: balli
a Devonshire House, weekend a Chatsworth, toilettes da
Worth, cavalli da mantenere, case da arredare. George
era un tesoro, ma le sue tasche non erano certo profonde
come quelle di certi lord. Così, per stare al passo
frequentavo chi poteva permettersi di essere generoso
con me…
CHI ERANO I FORTUNATI MADAME? Tra
questi Ernest Beckett… Secondo barone Grimthorpe, un
uomo affascinante, colto, con una passione per l'arte e
per le donne belle. È durata qualche anno… Poi Humphrey
Sturt, lord Alington – un altro spirito libero,
sportivo, con una casa splendida nel Dorset. Ovviamente
erano relazioni discrete, ma non ho mai nascosto nulla a
George: lui capiva che per mantenere il nostro tenore di
vita, e per la mia stessa felicità, certi...
arrangiamenti erano necessari. Ma ciò che mi rese
davvero nota fu il mio salotto in Portman Square prima,
poi in Grosvenor Street. Diventai una delle lady più
ricercate dell'era edoardiana, quella che chiamavano la
Belle Époque inglese. Ricevevo tutti: duchi e attrici,
politici e banchieri, persino chi mi aveva criticata
alle spalle. Li accoglievo con lo stesso sorriso, lo
stesso bicchiere di champagne, la stessa conversazione
brillante.
QUANDO CONOBBE EDOARDO PRINCIPE DI
GALLES? Ah, finalmente arriviamo al cuore della
questione, mio caro. Bertie... il Principe di Galles, il
futuro Edoardo VII. Lo conobbi nel 1898, durante una
cena a casa di un comune amico. Avevo ventinove anni,
ero nel pieno della mia bellezza, e lui... lui ne aveva
cinquantasei. Ventisei anni di differenza… Era un uomo
affascinante, corpulento sì, ma con un portamento
regale, occhi vivaci, una risata contagiosa e un
appetito per la vita che pochi potevano eguagliare. Mi
colpì subito per la sua cortesia, il suo umorismo, la
sua curiosità. Io indossavo un abito di seta color
crema, con un décolleté che... beh, attirava gli
sguardi. Bertie era seduto non lontano da me. Ci
presentarono, scambiammo qualche parola e sentii
immediatamente quella scintilla. Non ci volle molto,
qualche settimana, forse meno, perché diventassi la sua
favorita. La sua amante semi-ufficiale, come si diceva
nei salotti.
COME FU LA VOSTRA PRIMA NOTTE
D'AMORE? «Mio caro, siete davvero audace... ma
dopotutto, questa è un'intervista impossibile, no? E io
ho sempre apprezzato la franchezza. Edoardo cominciò a
venirmi a trovare a casa, al 30 di Portman Square.
George, con la sua solita discrezione, si rendeva
irreperibile. Una sera, dopo una cena e qualche
bicchiere di brandy, restammo soli nel mio boudoir
illuminato solo dal camino. Fu... appassionato, tenero,
travolgente. Lui era un uomo di grande esperienza,
generoso, attento. Io ero curiosa, innamorata della
vita. Quella notte segnò l'inizio di tutto: dodici anni
di complicità, di risate, di momenti rubati tra palazzi
e ville di campagna. Non fu solo desiderio fisico. Fu
comprensione reciproca, allegria condivisa, un legame
che andò oltre il letto. Lui trovò in me pace e
divertimento; io in lui protezione, generosità. Siete
soddisfatto, o volete dettagli più... piccanti?
CI PROVI MADAME... Cominciammo a chiacchierare sul
divano, di cavalli, di teatro, di pettegolezzi di corte.
Ma le sue mani... non stavano ferme. Grandi, calde,
esperte. Mi sfiorò il collo, poi la nuca, mentre mi
raccontava una storiella sconveniente su un ambasciatore
francese. Io risi, e lui colse l’attimo: mi baciò con
una passione che non mi aspettavo da un uomo della sua
età. Labbra morbide, baffi che pizzicavano appena, un
sapore di sigaro e brandy. Mi alzai, lo presi per mano e
lo portai nella mia camera da letto. Lui mi slacciò
l’abito lentamente, ammirando ogni centimetro di pelle
che scopriva. Indossavo una camisole di pizzo francese,
trasparente quanto bastava per far impazzire un
principe. Mi disse, con quella voce profonda: “My dear
Mrs George, you are the most beautiful creature I have
ever seen!” Fu un amante generoso, attentissimo. Non
aveva fretta. Mi baciò ovunque – collo, spalle, seni,
ventre – come se volesse memorizzare ogni mia curva,
ogni brivido. Io gli tolsi la cravatta, la camicia,
sentii la pelle calda, il petto ampio, il battito forte.
Quando infine ci unimmo, fu intenso. Ridevamo tra un
bacio e l’altro, sussurravamo cose sconvenienti, e lui
mi chiamava “little darling” mentre io gli accarezzavo
la schiena. Durò a lungo... molto a lungo. Alla fine
crollammo esausti, avvolti nelle lenzuola, con lo
champagne ormai tiepido sul comodino. Al mattino, prima
di andarsene, mi regalò un piccolo fermaglio di diamanti
a forma di cuore. Disse: “Questo è solo l’inizio...” E
aveva ragione. Fu l’inizio di dodici anni di passione,
tenerezza e complicità assoluta e durò fino alla sua
morte, nel 1910.
NON RIMPIANGE NULLA VERO? Fu
l'amore della mia vita, senza dubbio. Non solo per il
trono che rappresentava, ma per l'uomo che era:
generoso, umano, moderno. E io... io gli diedi pace,
allegria, forse un po' di stabilità in un mondo che lo
aspettava con impazienza. Quando morì, tra le mie
braccia a Buckingham Palace, fu il giorno più triste
della mia esistenza. Ma non pensiate che fossi solo
un'ombra al suo fianco. Ero lì, visibile, accettata
persino dalla regina Alexandra che mi chiamava
"sorella". Tempi diversi, mio caro... tempi molto
diversi.
POSSO CHIEDERLE DI VIOLET, LA SUA
PRIMOGENITA? So a cosa allude mio caro... Violet non
era di Edoardo. Alcuni in famiglia hanno sussurrato che
Violet potesse essere sua, ma non ci siamo coi tempi, in
caso se avessi qualche dubbio indicherei Ernest Beckett.
Comunque io non ho mai confermato né smentito: le voci
sono il condimento della società… Violet era la mia
gioia, con quel temperamento di fuoco e quella bellezza
che faceva girare la testa a tutti. Era la mia
primogenita, nata nel 1894. Alta, snella, con quegli
occhi viola, capelli scuri ondulati, una pelle perfetta
e un portamento che faceva voltare tutti per strada. Da
bambina era già una forza della natura: ribelle,
curiosa, con una fantasia sconfinata. Cresciuta tra i
salotti edoardiani, parlava perfettamente francese e
aveva un fascino che incantava gli adulti. Ma il suo
vero fuoco si accese quando incontrò Vita
Sackville-West, una poetessa e scrittrice. Nel 1918,
Violet si sposò con Denys Trefusis, un maggiore
dell'esercito, bello e affascinante, ma... quel
matrimonio non fu mai consumato. Lei amava solo Vita.
Nel 1920 fuggirono insieme a Parigi, vestite da uomini
per viaggiare più libere e vissero mesi di passione
assoluta in Francia. Fu uno scandalo enorme, ma alla
fine Vita tornò dal marito Harold Nicolson e Violet
rimase ferita nel profondo. Divenne poi una scrittrice
brillante: romanzi in francese e inglese…
SONIA?
Se Violet era la mia tempesta, Sonia fu la mia pace, e
l'amavo proprio per questo. Nacque il 24 maggio 1900,
sei anni dopo Violet, era l'opposto della sorella in
tutto: tranquilla, serena, convenzionale nel senso più
bello della parola. Non aveva il fuoco ribelle di
Violet, ma una grazia quieta, una bontà profonda che
rendeva tutti felici intorno a lei. Bionda, con occhi
chiari e un sorriso timido, era una bambina obbediente,
affettuosa, che preferiva i libri e i giardini alle
avventure tempestose. Cresciuta tra Londra, le case di
campagna e i nostri viaggi, assorbì la mia educazione ma
la rese più morbida, più tradizionale. Nel novembre
1920, a vent'anni, sposò l'onorevole Roland Calvert
Cubitt, erede del barone Ashcombe – un uomo solido,
affascinante, con una grande passione per l'architettura
e le corse dei cavalli. Il matrimonio fu un evento
splendido, nella tradizione della buona società: lei in
abito bianco con velo di pizzo, lui in uniforme. Furono
felici, davvero felici, per tutta la vita. Ebbero tre
figli: Rosalind, Henry e Jeremy. Sonia fu una madre
devota e visse una vita serena tra la campagna inglese e
i doveri aristocratici.
PERDONI L’INSISTENZA…
ERANO FIGLIE DI SUO MARITO VERO? Legalmente,
socialmente, affettivamente... sì, Violet e Sonia erano
figlie di George. Lui le ha riconosciute, allevate,
amate come sue. È stato un padre meraviglioso, presente,
tenero. Le ha portate a cavallo, ha riso con loro, ha
sopportato i loro capricci. E loro lo adoravano. Ma i
salotti londinesi adorano i sussurri… Per Violet... ho
già detto… Quanto a Sonia, la mia dolce Sonia... nessuna
ombra, nessun sussurro. Nessun dubbio, nemmeno il più
maligno dei pettegoli osò metterlo in discussione.
PERCHÉ CON SUO MARITO LASCIASTE LONDRA?
Ufficialmente era per dare a Violet e Sonia
un'istruzione più ampia, più cosmopolita, lontano dal
chiacchiericcio della società londinese. Ma la verità,
mio caro... è che non potevo più respirare in quella
città dopo la morte di Bertie. E appena sei mesi dopo,
George e io partimmo per il continente. Londra era
diventata un peso insopportabile: ogni strada, ogni sala
da ballo, ogni faccia mi ricordava lui. I salotti che un
tempo erano miei ora sembravano vuoti, le occhiate della
buona società mi soffocavano. Avevo perso non solo
l'amore, ma il centro della mia esistenza. George,
povero tesoro, capì tutto senza bisogno di parole. Fu
lui a proporre il viaggio lontano, per guarire le
ferite.
QUALI FURONO LE VOSTRE METE?
Trascorremmo quasi due anni in Estremo Oriente: Ceylon,
con i suoi templi antichi, le piantagioni di tè e quelle
spiagge di sabbia bianca sotto le palme; poi l'India, la
Cina, il Giappone. Viaggiavamo su piroscafi lussuosi,
alloggiavamo in hotel coloniali, visitavamo pagode
dorate e giardini zen. Fu un balsamo per l'anima: colori
vivaci, profumi di spezie, orizzonti infiniti che mi
facevano sentire piccola e, allo stesso tempo, libera.
POI TORNASTE A LONDRA… Al ritorno in
Inghilterra, comprammo una nuova casa a Londra, in
Grosvenor Street, pensando di riprendere la vita di
prima. Ma non era più la stessa. La guerra del '14-'18
cambiò tutto: il mondo edoardiano era finito per sempre.
Così, negli anni Venti, decidemmo di trasferirci qui, in
Italia. Trovammo questa meraviglia: la Villa
dell'Ombrellino, sulle colline di Bellosguardo. L'avevo
vista anni prima e me ne ero innamorata – con la sua
facciata rinascimentale, i giardini disegnati da
Pinsent, la vista sul Duomo e sull'Arno. Era stata casa
di Galileo, di Ugo Foscolo, di studiosi e poeti... un
luogo intriso di storia e di bellezza… Qui ho trovato
pace, mio caro, tra questi cipressi e questi ricordi, a
godermi il sole toscano che scalda le mie vecchie ossa.
L'esilio volontario, alla fine, è stato il mio rifugio
più dolce…
Alice Keppel si alza lentamente
dal divano di velluto, con quella grazia fluida che gli
anni non hanno intaccato del tutto. Il sole del tardo
pomeriggio filtra obliquo dalle grandi finestre,
accendendo riflessi d’oro sui suoi capelli argentei e
sulla seta avorio dell’abito. Mi tende la mano, piccola
ma ferma, con le perle che brillano al polso.
Mio caro, credo che abbiamo detto abbastanza per oggi…
Vi ringrazio di essere venuto fin quassù, a
Bellosguardo. Non ricevo molte visite ormai, e le
conversazioni come questa mi fanno sentire… ancora viva,
ancora parte di quel mondo che ho tanto amato. Portate i
miei saluti a chi ancora ricorda l’era edoardiana, e a
chi la scopre oggi attraverso libri e pettegolezzi. Dite
loro che Alice Keppel non ha rimpianti: ha vissuto
pienamente, ha amato senza mezze misure, ha riso molto e
pianto quanto basta.
Giunti sulla soglia,
dove il maggiordomo attende discreto, si ferma un
istante. Mi guarda dritto negli occhi e dice: Dite al
mondo che sono stata felice. È la verità più grande che
posso lasciare. Mentre mi volto per scendere la scala di
pietra verso il giardino, la sento rientrare nel
salotto, il fruscio della seta che svanisce dolcemente.
La porta si chiude senza rumore. E io, con il taccuino
pieno di parole indimenticabili, scendo verso Firenze
sotto un cielo che sembra sorridere come lei.
L'11 settembre 1947, due mesi dopo la nascita della
pronipote, Camilla Shand, l’attuale regina consorte del
Regno Unito e moglie di re Carlo III, Alice Keppel morì
di cirrosi epatica. George Keppel, suo marito, la seguì
nella tomba nel giro di alcune settimane; è stato detto
che non riusciva a vivere senza di lei. Erano sposati da
56 anni.
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IMMAGINE GENERATA DA IA
L'articolo è a cura di Adamo Bencivenga


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