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Quando la parrocchiana s’innamora del prete

Tutto inizia nel 2021, in una mite domenica di primavera, all’interno della Basilica di Sant’Antonio a Padova. Sull’altare maggiore un prete di 55 anni officia la messa solenne. Tra le tante parrocchiane, in una delle prime file sulla destra, siede una donna di 72 anni. È vestita con cura, un foulard leggero sui capelli grigi, le mani giunte in grembo. Ascolta con attenzione profonda, quasi rapita...

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Tutto inizia nel 2021, in una mite domenica di primavera, all’interno della maestosa Basilica di Sant’Antonio a Padova. Sull’altare maggiore, dominato dal capolavoro rinascimentale di Donatello, con il grande Crocifisso bronzeo che si staglia sofferente e potente sopra la Madonna col Bambino, circondata dalle statue dei santi protettori di Padova, un prete di 55 anni officia la messa solenne. La sua voce, calda e misurata, riecheggia tra le alte navate a croce latina, rimbalzando sulle cupole bizantine e sui pilastri che sorreggono la grandiosa struttura.
Sta recitando con devozione i versi del Vangelo secondo Matteo, probabilmente le Beatitudini o il Discorso della Montagna, parole che parlano di misericordia, di cuore puro e di giustizia: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio… Beati gli operatori di pace…». L’incenso sale lento dai turiboli, mescolandosi all’odore antico di cera, legno e pietra millenaria.

La chiesa è gremita. Centinaia di fedeli riempiono le tre navate, le gallerie superiori e gli spazi laterali: anziani con il capo chino, famiglie intere, turisti silenziosi, suore in preghiera. La luce filtra obliqua dalle alte finestre, creando fasci dorati che illuminano polvere sospesa e i volti assorti dei presenti. Il suono dell’organo a 4189 canne, poco prima, ha riempito l’aria di note solenni, ora sostituito dal silenzio rispettoso interrotto solo dalla voce del celebrante e dal fruscio collettivo di pagine di messali.
Tra le tante parrocchiane, in una delle prime file sulla destra, siede una donna di 72 anni. È vestita con cura, un foulard leggero sui capelli grigi, le mani giunte in grembo. Ascolta con attenzione profonda, quasi rapita: gli occhi fissi sull’altare, il corpo leggermente proteso in avanti, il respiro un po’ più corto del normale. Sul suo volto si legge un trasporto intenso, un’emozione che fa brillare lo sguardo e addolcisce le rughe intorno alla bocca. Sembra commossa, in estasi, come se quelle parole del Vangelo la toccassero nel profondo.
Ma, in quel trasporto non c’è nulla di spirituale. Dietro quell’apparente devozione si nasconde qualcos’altro: un’ossessione terrena, un’attrazione proibita e bruciante verso l’uomo sull’altare, un desiderio che nulla ha a che fare con la fede e tutto con la carne e l’illusione. L’atmosfera della basilica, con i suoi tesori artistici, le reliquie del Santo e il silenzio carico di secoli di preghiere, rende quel momento ancora più carico di tensione drammatica: un contrasto potente tra sacro e profano che sta per esplodere.

Dopo la messa, mentre i fedeli defluiscono lentamente dalla basilica tra bisbigli rispettosi e il suono ovattato dei passi sul pavimento di marmo, la donna di 72 anni non si unisce alla folla che esce. Rimane seduta ancora qualche istante, con lo sguardo fisso sull’altare ormai vuoto, il cuore che batte più forte del solito. Poi, con passo deciso ma apparentemente fragile, si alza e si dirige verso la sagrestia.
La sagrestia della Basilica di Sant’Antonio è un ambiente raccolto e antico, con armadi di legno scuro che custodiscono paramenti sacri, un grande crocifisso appeso alla parete e l’odore persistente di incenso e cera d’api. Il prete di 55 anni, ancora vestito con la casula verde della liturgia domenicale, sta riponendo con cura il calice e la patena quando sente bussare piano alla porta semiaperta.
«Padre… posso disturbarla un momento?»
La voce della donna è bassa, quasi tremante. Il sacerdote si volta e la riconosce subito: quella parrocchiana che durante la messa sembrava così rapita dal Vangelo. La invita a entrare con un sorriso gentile e un po’ stanco dopo la celebrazione. Una volta dentro, la donna chiude delicatamente la porta alle sue spalle. Senza troppi preamboli, con gli occhi lucidi e la voce rotta dall’emozione, gli confida il suo dramma: è gravemente malata. I medici le hanno dato solo quattro mesi di vita. Un tumore aggressivo, ormai in fase terminale. Parla del dolore fisico che la tormenta, della paura della morte imminente, della solitudine che la avvolge da quando è rimasta vedova anni prima. Racconta di notti insonni passate a pregare, di come la fede sia l’unica ancora che le rimane, ma di quanto si senta fragile e spaventata.

Il prete l’ascolta in silenzio, il volto che si trasforma progressivamente. Le rughe intorno agli occhi si fanno più profonde, lo sguardo si vela di sincera compassione. Le prende ambedue le mani e le stringe forte. È letteralmente commosso: un uomo di chiesa abituato a consolare i sofferenti, ma colpito dalla crudezza e dalla dignità con cui quella donna anziana gli sta aprendo il suo cuore. Sente un nodo alla gola mentre lei parla, e quando la donna scoppia in un pianto sommesso, lui la stringe a se posandole una mano sulla spalla con gesto paterno, offrendole parole di conforto tratte dalla Scrittura: «Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato… Non temere, perché io sono con te».
Alla fine del colloquio, la donna, asciugandosi le lacrime con un fazzoletto ricamato, alza gli occhi su di lui con un’espressione di supplica disperata. «Padre… so che è tanto chiederle, ma… avrei bisogno di poterla sentire, nei momenti più difficili. Solo una parola, una preghiera. Non voglio disturbare, ma mi sentirei meno sola. Le lascio il mio numero, se vuole… o magari… potrebbe darmi il suo?» Il prete esita per un breve istante. Sa bene le regole, sa che non è prassi dare il numero personale, ma di fronte a una moribonda che chiede solo conforto spirituale, la compassione prevale sul rigore. Con un sospiro, prende un foglietto dalla scrivania, scrive il suo numero di telefono e glielo porge.
«Va bene. Mi chiami pure quando sente il bisogno. Pregherò per lei ogni giorno.»
La donna prende il biglietto con mani tremanti, lo stringe al petto come una reliquia preziosa. Lo ringrazia con voce carica di gratitudine, quasi riverente, e prima di uscire gli bacia la mano in un gesto antico di devozione. Mentre la donna si allontana lungo il corridoio della sagrestia, un sorriso sottile e impercettibile le sfiora le labbra. Negli occhi, però, non c’è solo gratitudine: brilla qualcosa di più intenso, di più oscuro, qualcosa che va ben oltre la ricerca di conforto spirituale. Il prete, rimasto solo, si passa una mano sul viso, ancora turbato da quell’incontro. Non può immaginare che quel semplice gesto di pietà abbia appena aperto una porta che non si chiuderà facilmente.

È l’inizio dell’incubo. Da quel momento tutto cambia, come se un velo sottile si fosse strappato, rivelando qualcosa di oscuro e ossessivo sotto la maschera della devozione. Nei giorni successivi, il telefono del prete inizia a vibrare con insistenza. All’inizio sono solo pochi messaggi, apparentemente innocenti. La donna lo ringrazia per la gentilezza dimostrata in sagrestia, dice di aver pregato insieme a lui quella sera, di sentirsi già un po’ meno sola. Ma ben presto il tono muta, diventa ambiguo, carico di un’intimità forzata che non dovrebbe esistere. «Padre, quando parlo con lei mi sento viva come non mi succedeva da anni. La sua voce mi scalda il cuore… sento un trasporto spirituale della mia anima che mi conduce direttamente a lei.»
«Stanotte sola nel mio letto troppo grande ho sognato di essere accanto a lei sull’altare. Eravamo soli, io e lei. Era così bello sentirsi protetta!»
I messaggi arrivano a decine al giorno: di mattina presto, durante le funzioni, la sera tardi. Alcuni sono velati di romanticismo malato, altri diventano esplicitamente morbosi, descrivono fantasie che una donna di 72 anni non dovrebbe nutrire verso un uomo consacrato. Parole che mescolano sacro e profano in un modo disturbante: cita passi del Cantico dei Cantici applicandoli a lui, parla del suo corpo sotto la casula, del desiderio di toccare le sue mani che hanno appena consacrato l’Eucaristia.

Il prete, inizialmente stupito e poi sempre più inquieto, comprende rapidamente che qualcosa non torna. Quella che credeva fosse una semplice richiesta di conforto spirituale si è trasformata in un’ossessione erotica. Con fermezza sacerdotale, ma senza perdere la carità, le risponde una prima volta: le ricorda il suo voto di castità, la invita a rivolgere quel trasporto verso il Signore, le consiglia con decisione di porre fine a quella questione, di cercare aiuto presso altre figure spirituali o, se necessario, un supporto psicologico.
I suoi messaggi di respingimento rimangono senza effetto. Anzi, le cose peggiorano rapidamente. La donna diventa sempre più insistente. I testi si fanno più lunghi, più espliciti, più morbosi. Descrive sogni erotici in cui lui la benedice tra le cosce con le mani nude, immagina di confessarsi da lui in privato a seno nudo e di “espiare” i peccati in modi che nulla hanno di sacramentale. Gli invia foto di sé stessa in atteggiamenti che vorrebbe seducenti: scollature accentuate, rossetto troppo vivo per una donna della sua età, pose studiate davanti allo specchio della sua camera da letto.

Alla fine, dopo giorni di crescente disagio, il prete è costretto a bloccarla. Ma la parrocchiana non demorde. Cambia scheda telefonica. Poi un’altra. E un’altra ancora. Da numeri sconosciuti iniziano ad arrivare centinaia di chiamate al giorno: al mattino, a mezzogiorno, di notte. Il telefono squilla senza sosta, anche durante le messe, durante i colloqui con altri fedeli, nel cuore della notte. Quando il prete risponde, sente solo il suo respiro affannato o, peggio, la voce di lei che sussurra parole oscene, mescolate a invocazioni religiose: «Padre… ti voglio… Dio mi perdonerà perché è amore…»
Le notifiche si accumulano: messaggi vocali di minuti interi in cui lei piange, ride, descrive atti sessuali immaginari con lui, alternando suppliche a velate minacce di presentarsi in chiesa e raccontare a tutti quanto lui sia “speciale” per lei.
Il prete, un uomo abituato alla pace del chiostro e alla serenità della preghiera, si ritrova improvvisamente prigioniero di un incubo senza via d’uscita. La sua routine quotidiana — le celebrazioni, le confessioni, i momenti di silenzio davanti al Santissimo — viene devastata da questa presenza invadente e malata. Inizia a guardarsi alle spalle quando esce dalla sagrestia, a spegnere il telefono durante le funzioni, a provare un senso di angoscia ogni volta che sente vibrare il cellulare.
Quella che era iniziata come un gesto di compassione si è trasformata in una persecuzione ossessiva, un’ombra che si allunga sulla sua vocazione e sulla sua vita. E la donna continua a cambiare schede SIM con determinazione maniacale, convinta che prima o poi lui cederà, che quel trasporto che aveva provato in chiesa durante il Vangelo secondo Matteo fosse reciproco.

Davanti ai rifiuti ripetuti e sempre più netti del prete, qualcosa dentro la donna di 72 anni si spezza definitivamente e si trasforma in un’ossessione feroce, incontrollabile. Non le basta più il telefono. Comincia a presentarsi in chiesa quasi ogni giorno. Arriva sempre prima della messa, sceglie posti strategici nelle prime file, proprio di fronte all’altare, e durante tutta la celebrazione lo fissa con uno sguardo famelico, senza più nemmeno fingere devozione. Quando il sacerdote distribuisce l’Eucaristia, lei si avvicina con lentezza esagerata, si inginocchia più del necessario, alza gli occhi verso di lui con un’intensità che lo fa rabbrividire.
Finita la messa, invece di uscire con gli altri fedeli, lo segue in sagrestia. Bussa alla porta con insistenza, entra senza aspettare il permesso e, davanti a lui, mette deliberatamente in mostra le sue forme mature. Si china con movimenti studiati per raccogliere qualcosa da terra, lasciando che la scollatura si apra troppo, oppure si siede sul bordo della sedia accavallando le gambe in modo provocante, tirando su la gonna quel tanto che basta per scoprire le cosce ancora tornite nonostante l’età. I suoi atteggiamenti diventano sempre più seducenti, quasi teatrali: si passa la mano sul collo, si morde il labbro inferiore, gli parla con voce bassa e roca, mescolando frasi religiose a doppi sensi espliciti.

Il prete è visibilmente in imbarazzo. Il viso gli si arrossa, le mani gli tremano mentre ripone i paramenti. Ha paura. Una paura profonda che quella storia assurda si sappia in giro, che la voce si sparga tra i parrocchiani, che qualcuno noti quegli strani comportamenti e inizi a mormorare. Immagina già i pettegolezzi, le occhiate sospettose, lo scandalo che potrebbe travolgere la basilica e distruggere la sua reputazione di sacerdote stimato. Ogni volta cerca di allontanarla con gentilezza ferma, ricordandole il rispetto dovuto al luogo sacro e al suo ministero, ma lei sorride soltanto, come se quei rifiuti fossero un gioco che la eccita ancora di più.

Una sera, poco prima della chiusura della basilica, l’episodio raggiunge il culmine. La donna si presenta di nuovo in sagrestia quando il prete è solo, intento a spegnere le candele e a sistemare gli ultimi oggetti. Indossa un soprabito beige lungo fino al ginocchio, apparentemente normale. Ma quando chiude la porta dietro di sé e fa scattare la serratura, lascia cadere il soprabito ai suoi piedi con un fruscio. Sotto non porta nulla se non un vestito nero trasparente, leggerissimo, che non lascia nulla all’immaginazione. Il tessuto velato aderisce al suo corpo maturo, rivelando i seni pesanti, i capezzoli scuri che premono contro la stoffa, il ventre morbido e le curve generose dei fianchi. È senza intimo. Completamente. Si avvicina lentamente al prete, che indietreggia fino a urtare contro il mobile dei paramenti, il cuore che gli batte nel petto. «Padre… guardami.» Sussurra lei con voce tremante di eccitazione. «Ho bisogno di essere curata. Non solo nell’anima… anche nel corpo. Toccami. Solo una volta. Dio capirà. È amore, è compassione… è quello che mi serve per morire in pace.» Allunga una mano verso di lui, gli prende il polso e cerca di portarsi la sua mano sul seno, mentre con l’altra gli accarezza il petto sopra la tonaca. I suoi occhi brillano di una luce febbrile, un misto di disperazione, lussuria e delirio.
«Senti quanto batte forte il mio cuore per te… Senti come il mio corpo ti chiama. Non rifiutarmi ancora. Sono malata, sto per morire… dammi questo conforto. Solo tu puoi guarirmi.»
Il prete è paralizzato dall’imbarazzo, dal disgusto e dalla paura. Il sudore gli imperla la fronte. Sa che è solo con lei in quel momento, che nessuno può vederli, ma sa anche che basta un rumore, una voce nel corridoio, perché tutto precipiti in uno scandalo irreparabile. Con voce strozzata riesce a dirle di rivestirsi immediatamente, di andarsene, che quello che sta facendo è peccato grave e che lui non può, non vuole, non deve assecondarla. Ma lei non si muove. Rimane lì, esposta, provocante, con quel sorriso malato sulle labbra, convinta che prima o poi la resistenza del sacerdote crollerà. L’incubo, ormai, ha varcato ogni confine.

Dopo settimane di angoscia crescente, il prete decide finalmente di rompere il silenzio. Con il cuore pesante, riferisce tutto ai suoi superiori: il vescovo ausiliare e il vicario generale della diocesi di Padova. In un colloquio riservato nella curia, seduto in una stanza austera con le pareti coperte di antichi volumi di diritto canonico, racconta ogni dettaglio: i messaggi ambigui, le telefonate ossessive, gli episodi in sagrestia, l’episodio del soprabito e del vestito trasparente. La voce gli trema mentre descrive l’imbarazzo, la paura dello scandalo e il senso di violazione della sua vocazione.
I superiori lo ascoltano con gravità e un pizzico di diffidenza. Dopo un’indagine interna discreta, che dura diversi mesi, decidono di agire. Dopo circa un anno dall’inizio di quell’incubo, il prete ottiene il trasferimento. Viene mandato a Treviso, in una parrocchia più piccola e tranquilla nella provincia veneta, lontano dalla Basilica di Sant’Antonio e da quella presenza ossessiva. Quando lascia Padova, carica le poche cose personali sul furgone della diocesi con un misto di sollievo e malinconia. Sembra tutto risolto. Finalmente può respirare di nuovo.

Ma l’illusione dura poco. Nonostante la distanza, la donna lo rintraccia. Non è chiaro come ci riesca — forse attraverso vecchi contatti parrocchiali, forse con l’aiuto di qualcuno — ma un giorno il telefono della nuova canonica squilla e la voce di lei, inconfondibile, gli arriva all’orecchio. Questa volta non ci sono più suppliche dolci. Il tono è cambiato: freddo, tagliente, carico di rabbia. Lo minaccia apertamente: «Se non mi rispondi, se non mi fai venire da te, ti denuncio per molestie sessuali. Dirò che sei stato tu a cercarmi, che mi hai toccata in sagrestia, che hai approfittato di una malata terminale. Tutti ti crederanno un mostro».
Il prete rimane gelato. Non ottiene alcun risultato dalle sue minacce, perché lui rifiuta ancora una volta con fermezza. Sentendosi respinta, umiliata e abbandonata, la donna passa alle maniere forti. Presenta una denuncia in procura contro di lui per molestie sessuali e violenza psicologica. Nello stesso periodo invia una lettera dettagliata alle autorità ecclesiastiche, descrivendo fatti distorti e inventati. Poi, con una determinazione maniacale, pubblica le sue farneticanti accuse sui social network: post su Facebook e gruppi di preghiera, dove lo dipinge come un sacerdote predatore che ha approfittato della sua fragilità di malata. Le accuse sono grottesche, piene di contraddizioni, ma bastano a scatenare commenti velenosi e a gettare un’ombra di sospetto sulla sua figura.

Nel frattempo, il giudice di Treviso, dopo aver esaminato le prove — i messaggi salvati, le registrazioni delle chiamate, le testimonianze interne della diocesi — emette rapidamente un provvedimento: sottopone la donna al divieto di avvicinamento (DASPO personale) nei confronti del prete. Le false accuse vengono tutte archiviate per manifesta infondatezza. Non c’è uno straccio di prova a sostegno delle sue versioni; emergono invece chiaramente il suo comportamento persecutorio e la sua ossessione. Ma il danno è fatto.

Il prete inizia a stare male. L’ansia lo divora: notti insonni, attacchi di panico improvvisi, una costante sensazione di essere osservato. Perde peso, la voce durante le omelie diventa incerta. Alla fine, chiede il supporto di uno psicologo specializzato in traumi da stalking. Allo stesso tempo, per tutelarlo ulteriormente, la diocesi lo trasferisce di nuovo: questa volta a Venezia, in una parrocchia discreta nella laguna, tra calli strette e acque silenziose, sperando che la città galleggiante possa inghiottire quell’ombra. Ma non è finita.

Alcuni mesi dopo, nonostante il divieto di avvicinamento, la donna riprende a chiamare giorno e notte la nuova parrocchia di Venezia. Il telefono della canonica squilla incessantemente: alle tre di notte, durante la messa, all’ora dei pasti. Quando qualcuno risponde, lei chiede insistentemente di incontrare il sacerdote, con voce ora supplichevole ora aggressiva. «Devo parlargli, è una questione di vita o di morte… Dio mi ha mandato da lui».

Adesso la donna è a processo per stalking aggravato e violazione del divieto di avvicinamento. Il dibattimento si tiene in un’aula di tribunale a Treviso, tra pareti grigie e aria pesante. A testimoniare contro di lei sono stati chiamati non solo il prete vittima, ma anche le autorità ecclesiastiche — il vescovo e il vicario che hanno seguito il caso —, altri parroci che hanno assistito ai suoi comportamenti invasivi a Padova, e persino le perpetue delle varie canoniche, donne anziane e discrete che per mesi hanno visto con i propri occhi la donna aggirarsi intorno alle sagrestie, bussare insistentemente e lasciare messaggi inquietanti.
Le perpetue, con voce ferma ma emozionata, raccontano di averla sorpresa più volte a spiare dalle finestre, di aver raccolto i suoi biglietti deliranti lasciati sotto la porta, di aver sentito il prete tornare dalle funzioni pallido e sconvolto.
L’aula è silenziosa mentre queste testimonianze dipingono un quadro chiaro e inquietante: non una semplice “innamorata respinta”, ma una persecuzione ossessiva durata anni, che ha devastato la vita di un uomo consacrato.
La donna siede al banco degli imputati, il volto segnato dall’età e dalla rabbia trattenuta. Per la prima volta, forse, si rende conto che il suo “trasporto” ha oltrepassato ogni confine e che ora dovrà risponderne di fronte alla giustizia. O forse no...

Il processo si conclude con una sentenza mite. Il giudice, dopo aver ascoltato le testimonianze e valutato il profilo psicologico della donna (una signora anziana, sola, con un passato di devozione ossessiva), opta per una condanna lieve: sei mesi di reclusione sospesi, più il divieto di avvicinamento di due anni alla parrocchia di origine, al sacerdote coinvolto e a qualsiasi evento organizzato da quella comunità. La donna ora settantacinquenne si definisce ancora profondamente devota e, dopo il divieto scaduto, ha cambiato parrocchia come le era stato consigliato. Frequenta regolarmente la messa domenicale in una chiesa del centro, dove il parroco è un giovane sacerdote straniero originario dell’Africa subsahariana, arrivato da poco in Italia e apparentemente ignaro dei precedenti giudiziari della donna.

Ogni domenica lei si presenta puntuale, sempre vestita in modo piuttosto sensuale per la sua età: gonne strette che evidenziano ancora una cura maniacale del corpo, camicette scollate o semi-trasparenti, tacchi alti, rossetto acceso e un profumo intenso che si nota già dall’ingresso. Si siede sempre nelle prime file, proprio di fronte all’altare, e segue la liturgia con evidente trasporto. Il suo sguardo, però, si posa spesso e a lungo sul giovane prete. Durante l’omelia lo fissa intensamente, a volte con un sorriso appena accennato, come se stesse vivendo un’intima devozione non solo verso Dio, ma anche verso chi Lo rappresenta. Il nuovo sacerdote, giovane e pieno di zelo missionario, la accoglie con calore, le stringe la mano dopo la messa, le chiede come sta. Non sa nulla del passato. Per lui è solo una fedele anziana un po’ sola, forse un po’ eccentrica nel modo di vestire, ma innocua.



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IMMAGINE GENERATA DA IA
ARTICOLO A CURA DI ADAMO BENCIVENGA
 




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