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STORIE DI ROMA

ATTE
L'amante di Nerone
Di origine greca,
comprata in Asia, venne a Roma come schiava. Per la sua bellezza
riuscì ad entrare nelle grazie dell'imperatore Nerone e diventarne
l'amante

Atte, mi riceve nella
sua casa sobria sui colli fuori Roma, non lontana da
quelle proprietà che Nerone le donò nei giorni della
passione. È il 68 d.C. poco dopo la morte
dell'imperatore. Lei ha ormai superato i trent’anni, ma
conserva intatta la sua bellezza esotica, misteriosa,
con lineamenti delicati da ellenica, capelli scuri
raccolti in una acconciatura semplice e occhi profondi.
Indossa una stola di lino finissimo color avorio,
bordata di porpora discreta e un mantello leggero
gettato sulle spalle. Al collo porta una grossa pietra
orientale, forse un regalo di lui, che tocca
istintivamente quando parla del passato.
Mi
accoglie con garbo. Non è ostile, ma neppure ansiosa di
riaprire vecchie ferite. Mi fa accomodare in un atrio
luminoso con affreschi di paesaggi greci, un chiaro
omaggio alle sue origini, mi offre vino annacquato in
coppe d’argento, niente di sfarzoso. Parla con voce
bassa, musicale, con un leggerissimo accento che
tradisce le lontane terre d’Oriente e la lunga
permanenza a Roma.
Quando le chiedo del suo
legame con Nerone, inclina appena la testa, un sorriso
malinconico le sfiora le labbra. «Tu vuoi sapere di un
fuoco che ha bruciato per pochi anni e poi si è spento
tra le ceneri di Roma.» Dice con lo sguardo perso per un
attimo verso il giardino. «Io ero solo una ragazza
comprata al mercato, lui era Cesare. Eppure, per un
momento, siamo stati solo un uomo e una donna. Ma non
chiedere se lo rimpiango o lo odio: il tempo ha portato
via entrambe le cose.» Non si scompone se le domande si
fanno indiscrete; risponde con frasi misurate, a volte
enigmatiche, lasciando intuire molto più di quanto dica
apertamente.
MADAME LE SUE ORGINI? Non
sono un mistero che valga la pena svelare. Sono nata in
Asia Minore, in una di quelle città dove il greco si
mescola al vento del mare e ai profumi delle spezie. Non
ho anno né mese preciso da offrirti. Ero solo una
bambina tra tante, di famiglia umile, nulla di più. La
schiavitù non chiede pedigree. Fui comprata giovane, al
mercato al porto di Efeso. Arrivai a Roma come proprietà
dell'impero. Ero bella, dicono, e questo bastò a farmi
notare. Ma la bellezza di una schiava è merce, non
lignaggio.
A ROMA SI DICEVA CHE FOSSE DI ORIGINI
NOBILI… Era tutto un bluff! Nerone, nel suo amore
cieco e testardo, volle nobilitarmi agli occhi del
mondo. Fece giurare a due ex consoli che discendevo
dagli Attalidi, gli antichi re di Pergamo. Una favola
sontuosa, costruita con false tavole genealogiche e
testimoni comprati. Lo fece per potermi sposare, per
sfidare Agrippina e il Senato. Io non chiesi mai nulla
di tutto ciò. Ero grata della libertà che mi diede, del
nome Claudia che mi impose – Claudia Atte, liberta della
gens Claudia. Ma non ero regale. Ero solo Atte, una
bambina libera in Asia e schiava a Roma, una liberta
amata da un imperatore. Il resto è solo ciò che gli
uomini hanno voluto credere per giustificare o per
condannare.
FU LEI A SEDURRE NERONE?
Assolutamente no. Ero una schiava e non avrei mai
potuto! Fu intorno al 55, quando le sue attenzioni si
posarono su di me. Non fui io a cercarlo; fui scelta,
forse perché ero diversa, esotica, obbediente. Roma era
preoccupata per le derive del giovane principe, temeva
che la passione per la madre, un desiderio incestuoso,
morboso, che Agrippina stessa alimentava con carezze
ambigue, lo spingesse verso abomini ancora peggiori. Fu
quella preoccupazione a favorire la nostra relazione. Il
suo amico, Anneo Sereno, fece in modo che gli incontri
fossero protetti, nascosti. Io divenni lo strumento per
distogliere Nerone da appetiti più scandalosi, da quel
legame innaturale con Agrippina.
FU AMORE VERO
QUELLO DI NERONE? Amore? È una parola che gli uomini
usano con troppa facilità. Lui mi desiderò con la furia
di chi vuole possedere ciò che gli sfugge. Io ero
giovane, bella, venuta da terre lontane, e lui... lui
era un ragazzo di diciassette anni intrappolato in un
matrimonio che non aveva scelto, in un trono troppo
grande per la sua età, e sotto lo sguardo soffocante di
sua madre Agrippina.
ERA SPOSATO CON OTTAVIA…
Ottavia... la povera Ottavia. Sposata a tredici anni,
un'unione politica, voluta da Agrippina per legare il
sangue di Claudio a quello di Nerone. Lei era virtuosa,
nobile, amata dal popolo per la sua modestia e la sua
pietà. Ma Nerone la vedeva come una catena. Non la
toccava mai, diceva che era fredda, sterile... o forse
solo troppo pura per i suoi appetiti. Le sue smanie si
volsero altrove: prima verso di me, poi verso Poppea,
che sarebbe diventata la sua ossessione.
MA PER
UN LUNGO PERIODO FU LEI LA PREFERITA… Sì, fui io la
sua fiamma. Dal 55 fino al 58, quando Poppea prese il
mio posto. Mi diede terre, ricchezze, Velletri,
Pozzuoli, persino in Sardegna, a Olbia. Tentò di
rendermi degna di un matrimonio vero perché con le mie
origini potevo solo essere una concubina, ma moglie no.
Mai. Eppure, lui ci provò, per sfida, per amore... o per
ribellione alla madre che lo controllava.
MA
POI... POI DIVENNE QUALCOSA DI VERO… Agrippina ne fu
furiosa. Io, una liberta, una ex schiava, osavo rubarle
il figlio. Mi definiva “serva”, “muliercula”. Mi
rimproverava apertamente. Ma più lei insisteva, più
Nerone si ribellava. I suoi rimproveri lo infiammavano
invece di spegnerlo. Si affidò completamente a Seneca, e
a me. Perse ogni deferenza verso la madre. E da lì... da
lì iniziò la spirale. Agrippina non si arrese: tentò di
riavvicinarsi, offrì persino la propria camera per i
nostri incontri – un gesto disperato, patetico.
QUINDI LEI SI STABILÌ REGOLARMENTE NEL LETTO DI NERONE…
Non fu un segreto. Dal 55, per tre o quattro anni, fui
la sua compagna quotidiana – non solo di notti, ma di
momenti rubati, di confidenze, di fughe dal peso del
potere. Nerone era giovane, impulsivo: Ottavia era
virtuosa, nobile, amata dal popolo per la sua pietà...
ma per lui era un dovere, non un desiderio. Io... io ero
diversa. Venivo da terre lontane, non portavo il peso di
un lignaggio che lo schiacciasse, non chiedevo nulla
oltre ciò che mi dava. E lui, in quegli anni, trovò in
me un rifugio.
L’AMÒ PIÙ DI SUA MOGLIE… Più di
Ottavia? Forse è vero. Ma l'amore di Nerone era un
incendio: bruciava forte, consumava tutto, poi si
spegneva in cenere. Io non chiesi mai il trono, non
intrighi, non veleni. Ero solo Atte, la ragazza d'Asia
che aveva imparato a non pretendere troppo. Quando
Poppea arrivò, con la sua ambizione e la sua bellezza,
io mi ritirai. Lui non mi dimenticò del tutto, rimase un
legame, un affetto quieto, ma il fuoco era altrove.
COSA FACEVA... NERONE? Faceva ciò che fanno gli
uomini quando il potere li consuma dall'interno e il
desiderio diventa una malattia. Non solo con me, no. Con
ragazzi di famiglie libere, con donne sposate... e sì,
si dice che abbia violato Rubria, una vergine Vestale.
Il crimine era orrendo: l'incestum con una sacerdotessa
di Vesta era un'offesa agli dèi stessi, punito con la
frusta per lui e la fossa per lei. Ma io... io non vidi
mai prove certe. Solo voci, accuse che circolavano come
veleno nei palazzi. Forse era vero, forse era esagerato
per dipingerlo come mostro. Gli imperatori attirano
calunnie come il fuoco attira le falene.
LE VOCI
DICONO CHE LEI LO “FRENAVA” ECCITANDOLO… Nerone era
un ragazzo giovane con il mondo ai piedi: voleva tutto,
subito, senza freni. Io gli diedi ciò che chiedeva –
tenerezza, passione, obbedienza – un po' di pace in
mezzo al caos. e forse in quel dare trovò un modo per
sfogare ciò che altrimenti sarebbe esploso in scandali
peggiori. Io non lo corruppi; lo accolsi. Lui era già
incline al fuoco: la lussuria, la crudeltà, l'istinto di
distruggere ciò che non controllava. Io lo tenni vicino,
lo tenni... umano, per un po'.
POI COSA
SUCCESSE? Nel 58 entrò nella sua vita Poppea, lei era
bellissima. Io ero già lì da anni, ma lei portò con sé
promesse di figli, di legittimità, di un futuro
dinastico. Nerone la sposò nel 62, dopo aver ripudiato e
ucciso Ottavia, la povera Ottavia, esiliata a
Pandataria, poi strangolata, la testa mozzata portata in
trionfo a Poppea. Io vidi tutto da lontano, senza
intervenire. Non ero più la favorita del cuore, ma
restavo... qualcosa. Un ricordo, un affetto. Per
tacere le malignità, per tenere a bada Agrippina, per
non finire come Ottavia, cambiai strategia. Il mio non
fu esilio forzato. Nerone mi donò terre in Sardegna, a
Olbia: vasti latifondi, una fabbrica di laterizi con il
mio bollo – Claudiae Augusti libertae Actes – e io vi
andai. Costruii un piccolo tempio a Cerere, per
ringraziare la dea di aver salvato lui dalla congiura
dei Pisoni, o forse solo per trovare pace in quel
silenzio isolano. Il mare, il vento, le vigne... era un
rifugio, non una prigione.
DIVENNE RICCA…
Sì... divenni ricca. Nerone, come un qualsiasi
innamorato mi coprì di doni imperiali. Non fu solo
passione: fu anche il suo modo di sfidare il mondo, di
dire al Senato, a sua madre, a tutti: “Questa donna è
mia, e le do ciò che voglio”. Avevo una villa a Velletri
sui colli del Lazio, non lontana da Roma. Era bella, con
giardini terrazzati, terme private, mosaici che
raffiguravano scene mitologiche greche... un omaggio
alle mie origini. Ma il dono più vasto fu in Sardegna: a
Olbia, nella Gallura. Quelle terre rimasero mie: vasti
possedimenti che mi permisero di vivere agiatamente, di
mantenere una casa numerosa di schiavi e liberti, di
accumulare ricchezza senza dover più dipendere da
nessuno.
Atte si alza lentamente dalla
sedia, con quella grazia naturale che non ha mai perso,
nonostante gli anni e i ricordi che pesano come catene
d’oro. Il sole è ormai basso, un disco arancione che
sfuma tra le colline laziali, tingendo di rame le
colonne del peristilio e i mosaici del pavimento. L’aria
si è fatta fresca, porta con sé il profumo di gelsomini
e di terra umida dal giardino. Si ferma a pochi passi da
me. Mi guarda dritto negli e per un istante sembra che
stia decidendo se dire ancora qualcosa o lasciare che il
silenzio parli al suo posto.
Poi si volta.
Cammina verso il giardino senza fretta, il fruscio del
lino della stola che si mescola al canto di un grillo
lontano. Non si gira più indietro. Arrivata alla soglia
del peristilio, si ferma un’ultima volta sotto l’arco di
rampicanti. La luce del tramonto la avvolge come un
mantello di fuoco spento. Alza una mano in un gesto
lieve, quasi un addio silenzioso, poi scompare tra le
ombre verdi, lasciando dietro di sé solo il profumo
persistente di mirra, il fruscio delle foglie mosse dal
vento e il peso quieto di una storia che, finalmente, ha
smesso di essere raccontata... |
L'articolo è a cura di Adamo Bencivenga
Realizzato grazie a:
https://it.wikipedia.org/wiki/Claudia_Atte
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