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AMARSI CHE CASINO

 
Fare la Escort a Dubai
Clelia 24 anni si confessa: “Faccio la modella, la ragazza immagine e una sera, in un locale molto alla moda di Milano, incontro una signora elegantissima straniera…”
 


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Mi chiamo Clelia, ho 24 anni, sono nata e cresciuta a Bologna, tra i portici e le nebbie, ma due anni fa ho fatto le valigie e sono venuta a Milano per inseguire il sogno della moda. Dicono che qui si possa sfondare, e in effetti qualcosa è successo: shooting per brand medio-alti, qualche sfilata in showroom, e soprattutto tanti eventi dove faccio la ragazza immagine. Non è una vita di lusso, intendiamoci, ma mi permette di pagare l’affitto di un monolocale in zona Isola, mangiare qualcosa di decente e mandare pure qualche soldo a casa. Però è un mondo strano, fatto di sorrisi finti, piedi distrutti dai tacchi e proposte che devi imparare a fiutare da lontano.

Una sera di ottobre, di quelle fredde che ti entrano nelle ossa anche con il cappotto, sono al solito locale di Brera, uno di quelli con le luci al neon rosa, la musica che vibra nel petto e i cocktail a 18 euro. Sono lì per lavoro: abito nero attillato, capelli sciolti, sorriso professionale. Faccio foto con gli invitati, chiacchiero con i PR, il solito copione.
A un certo punto la vedo: una donna sulla cinquantina, forse sessanta, ma tenuta benissimo, vestita di tutto punto – tailleur nero con dettagli dorati, borsa Hermès appoggiata sul tavolo come se fosse una borsetta da supermercato, capelli raccolti in uno chignon impeccabile. Straniera, accento che non riesco a collocare subito, forse dell’Est Europa, magari ungherese o rumena altolocata.

È seduta con un signore molto più vecchio, sui settantacinque, completo grigio perla, orologio Rolex che brilla anche al buio, aria di chi è abituato a comandare senza alzare la voce. Mi passa accanto mentre vado verso il bagno, mi guarda, sorride e mi fa cenno di avvicinarmi.
“Sei una bella ragazza, sai?” Dice in un italiano quasi perfetto. Mi siedo. Mi offre subito da bere, un Negroni. Il vecchio signore annuisce e sorride, ma parla poco, quasi per niente. È lei a condurre la conversazione. Mi squadra da capo a piedi, senza vergogna, come se fossi un capo esposto in vetrina. “Hai un corpo bellissimo.” Dice. “Alta, proporzionata, formosa nei punti giusti. Non sei una di quelle magre magre che sembrano malate. Hai curve vere. Di ragazze come te me ne intendo, lavoro in questo settore da tanti anni.”

Io rido un po’ imbarazzata, pensando stia scherzando o che voglia propormi un servizio fotografico. Invece no. “Se vuoi.” Continua abbassando la voce. “Posso farti diventare ricchissima. Non parlo di duemila euro al mese. Parlo di cifre che in un anno ti cambiano la vita. Ma devi essere disposta a viaggiare. Due, tre volte al mese al massimo. Paesi arabi. Dubai, Abu Dhabi, Riyadh, a volte Doha. Clienti molto, molto seri. Gentiluomini ricchi, discreti. Ti trattano come una principessa, ti pagano in contanti, ti regalano borse, gioielli, quello che vuoi. Io mi occupo di tutto: biglietto aereo business, hotel a cinque stelle, trasferimenti. Tu devi solo essere te stessa… e disponibile.” Mi guarda dritto negli occhi. “Niente di forzato, eh. Solo compagnia di alto livello. Qualcuna fa solo presenza, qualcuna va oltre. Dipende da te e dal cliente. Ma le ragazze che accettano… dopo sei mesi non tornano più a fare la modella per quattro soldi. Comprano casa, investono, spariscono dalla circolazione. Libere.”

Il cuore mi batte fortissimo. Una parte di me è lusingata – qualcuno che vede in me qualcosa di “prezioso”. Un’altra parte urla pericolo. Chiedo dettagli, cauta: “Ma esattamente cosa si intende per disponibile?” Lei sorride, sorseggia il suo drink. “Tesoro, lo sai. Non siamo ingenue noi due. Sesso, sì. Ma di lusso. Niente squallore, niente strada, niente toilette a scappar via. Solo suite, champagne, uomini che pagano profumatamente per stare con una come te.”

Il vecchio signore annuisce piano, come a confermare. Lei tira fuori un biglietto da visita nero, solo un nome – “Elena V.” – e un numero di telefono con prefisso +36. Ungherese, allora. “Pensaci.” Mi dice. “Non devi decidere stasera. Mandami un messaggio quando vuoi. Ma non aspettare troppo. Le opportunità come questa non durano.” Mi alzo dalla sedia, ringrazio e dico che ci avrei pensato. Scombussolata torno al mio angolo del locale con le gambe molli. Guardo il biglietto per mezz’ora, poi lo infilo nella borsa. Una vocina mi dice: “Potresti smettere di contare i centesimi, potresti aiutare la tua famiglia, potresti avere tutto”. Un’altra mi ripete: “Clelia, non sei scema. Lo sai come finiscono queste storie. Dubai, Abu Dhabi… non è solo champagne e hotel a cinque stelle. C’è chi sparisce, chi torna a pezzi, chi finisce in giri da cui non si esce più”.

Tornata a casa quella notte, il monolocale mi sembra ancora più piccolo del solito. Butto le scarpe coi tacchi nell’angolo, mi tolgo il vestito nero come se scottasse e mi siedo sul letto con il biglietto da visita in mano. “Elena V.”, prefisso +36. Niente Instagram, niente LinkedIn, niente traccia. Solo un numero che probabilmente sparirà tra qualche giorno.

Il giorno dopo, verso le 11, le scrivo. Un messaggio semplice: “Ciao, sono Clelia. Ci ho pensato. Sono interessata. Dimmi cosa ti serve.” Risposta quasi immediata: “Brava ragazza. Mandami 5-6 foto belle, naturali, in intimo o costume da bagno. E soprattutto 2-3 video brevi, 20-30 secondi ciascuno. In costume, che cammini, giri su te stessa, sorridi. Niente filtri pesanti, niente trucco esagerato. Gli arabi non si fidano delle foto ritoccate, vogliono vedere come ti muovi, come respiri, come sei davvero. Mandami tutto su WhatsApp a questo numero, poi lo cambio. Non chiamarmi mai per prima, ti contatterò io quando ho novità.”

Passo il pomeriggio a scattare. Metto il bikini nero intero che uso per le foto di moda e chiedo alla mia coinquilina (che non sa niente) di filmarmi in camera con la luce naturale della finestra. Cammino avanti e indietro, sorrido guardando in camera come se parlassi con qualcuno di importante. Mi sento strana: eccitata, sporca, curiosa, spaventata. Alla fine, seleziono le migliori: tre foto in posa, due in movimento, e due video dove sembro rilassata, sicura di me. Li invio. Cuore in gola. Dopo venti minuti: “Perfetto. Corpo stupendo, movimenti eleganti. Hai classe, non sembri una che lo fa per disperazione. Questo piace. Ti farò sapere presto. Nel frattempo, preparati mentalmente: prima uscita tra 10-15 giorni. Dubai. Volo business, hotel 7 stelle, tutto pagato. Tu porta solo valigia piccola e la voglia di divertirti.”
Da quel momento inizia il vortice. Mi immagino già tutto: suite enormi con vista sul Burj Khalifa, piscine private illuminate di notte, champagne che arriva su vassoi d’argento.

Mentalmente inizio a fare la valigia: vestiti eleganti, lingerie di seta, tacchi alti, un paio di bikini sexy, ma non trash. Mi ripeto le sue parole: “Solo accompagnatrice. Bella presenza, modi gentili. Il resto dipende da te e dal cliente.” Ma lo so, lo sappiamo entrambe, che “il resto” era il vero business. Passano i giorni. Ogni notifica sul telefono mi fa sobbalzare. Intanto continuo i casting normali, le serate da ragazza immagine, ma tutto sembra più grigio. I 200 euro per stare tre ore in un locale non mi sembrano più niente. Penso: “Se va bene una volta, sono 15-20 mila. Due volte al mese… in un anno potrei comprare un appartamento a Bologna per i miei.” Poi, una sera tardi, arriva il messaggio: “Pronto per te. Venerdì prossimo. Volo Malpensa-Dubai Emirates business, partenza ore 15:40. Hotel Burj Al Arab.”

Fisso lo schermo per mezz’ora. Le mani tremano. Una parte di me urla “Fallo, Clelia.”. L’altra mi avverte: “E se ti chiedono cose che non vuoi? E se finisci in un giro più grosso?” Rispondo solo: “Sì.”
Il giorno dopo mi arriva il biglietto elettronico. Business class. Suite Royale al Burj Al Arab. E una frase finale di Elena: “Ricorda: sorridi sempre, sii dolce, non fare troppe domande. E divertiti. Il bel mondo ti aspetta.”
Chiudo il telefono. Guado fuori dalla finestra verso i tetti di Milano. Piove. E ora sono qui, valigia pronta, passaporto sul comodino, biglietto stampato. Parto tra tre giorni. “Dio, che casino mi sono andata a cercare.”

Appena atterro a Dubai, dopo quasi sei ore di volo in business class – champagne offerto, sedile che si trasforma in letto, hostess che mi trattano come una principessa – prendo un taxi privato dall’aeroporto. L’autista non parla, solo un “Burj Al Arab, madam?”. Io annuisco, stringendo la valigia piccola come mi aveva detto Elena. Fuori dal finestrino: palme illuminate, autostrade a otto corsie, torri che sembrano sfidare il cielo. Tutto irreale, come un set cinematografico.

Entro nella hall. Marmo ovunque, soffitti altissimi con lampadari enormi che sembrano gioielli caduti dal cielo, scale a chiocciola dorate, profumo di fiori freschi. Mi sento piccola, fuori posto nonostante il vestito elegante che ho messo apposta per l’arrivo. Non faccio in tempo a raggiungere il banco della reception che mi si avvicina un uomo. Grasso, sulla quarantina avanzata, capelli biondi radi pettinati all’indietro, giacca rossa sgargiante sopra una camicia aperta sul petto villoso, pantaloni celesti che sembrano usciti da un catalogo anni ’80, e al polso un Rolex Daytona enorme, di quelli con il quadrante pieno di diamanti che catturano la luce come uno specchio. Ha l’aria da russo da film di spionaggio, ma quando apre bocca l’accento è ucraino marcato.

“Clelia? Io Alex. Piacere.” Mi tende una mano sudaticcia, anelli d’oro alle dita. “La signora mi ha informato. Tranquilla, tutto organizzato.” Ci sediamo su uno dei divani morbidissimi della hall, color crema con inserti oro. Intorno a noi gente in thobe bianchi, donne con hijab firmati, valigie Louis Vuitton che passano su carrelli dorati. Alex ordina due succhi freschi senza chiedere, poi si sporge verso di me abbassando la voce.

“Senti bene, piccola. Qui a Dubai la prostituzione è illegale, eh? Molto illegale. Se ti beccano con prove – foto, messaggi, testimoni – rischi quattro anni di prigione, deportazione a vita, e magari peggio. La sharia non scherza. Per questo tutto deve essere super discreto. Niente foto, niente video, niente storie sui social. Quando sei con il cliente, telefono spento. Sempre. Se il cliente vuole foto, tu dici no gentile ma fermo. Capito?” Annuisco, ma il cuore mi batte forte.

Mi guarda con occhi piccoli e furbi. “La mia agenzia organizza eventi, feste private, networking per gente ricca. Non facciamo commercio di ragazze, ok? Solo... introduzioni. Tu sei qui come ospite speciale, accompagnatrice di lusso per eventi esclusivi. Il resto è tra te e il cliente, io non voglio sapere niente! Lui paga bene, tu sorridi, fai compagnia, e fine. Niente casini!

Tira fuori un telefono vecchio modello, mi mostra una foto sfocata di una villa con piscina sul Golfo. “Tu vestiti sexy ma elegante, non da discoteca. Ricorda: più sei carina e disponibile, più extra arrivano. Cash, regali, borse, orologi...”
Mentre Alex continua a parlare sottovoce, seduto accanto a me sul divano della hall, il lusso intorno sembra quasi soffocante. Le luci dorate dei lampadari si riflettono sui suoi anelli, e ogni tanto alza lo sguardo per controllare che nessuno ci stia ascoltando troppo da vicino. Io tengo le mani in grembo, le unghie che affondano nei palmi per non tremare. “Ufficialmente.” Dice con un mezzo sorriso. “Io organizzo serate, eventi corporate, compleanni di miliardari, quel genere di cose. Ma in realtà… sì, ho contatti con un network. Ragazze da tutta Europa – russe, ucraine, italiane, francesi, inglesi – che vogliono guadagnare bene senza troppi giri di parole. Clienti arabi che arrivano qui da Riyadh, da Abu Dhabi, dal Kuwait, ma anche qualche europeo, italiano pure, che non vuole storie a casa. Tutti cercano discrezione assoluta.”

Si sporge ancora di più, il suo profumo di colonia forte mi arriva dritto al naso. “Gli sceicchi non badano a spese, Clelia. Tariffa base per una come te – alta, bella, italiana coi modi educati – 500-1000 dollari a serata. Ma se sei brava, se sai farli sentire speciali, se sei… disponibile… arrivi facile a 2000, anche di più. Una notte intera? Magari 3000-5000 se il tipo è generoso. E loro lo sono, quando gli piaci.” Mi guarda come se stesse valutando un'auto di lusso. “Tutto qui dentro, eh. Negli hotel. Fuori è proibito. La legge non scritta dice: dentro le mura dell’albergo puoi bere alcol, vestirti come vuoi, flirtare, fare quello che ti pare. Ma se esci sei nei guai. Per questo i clienti seri scelgono suite enormi, ville private dentro i resort, yacht ancorati davanti all’hotel. Mai in pubblico, mai per strada.”

Tira fuori il telefono, mi mostra velocemente una foto di una suite simile alla mia: letto king con vista sul Golfo, petali di rosa, bottiglia di Dom Pérignon nel secchiello. Poi abbassa ancora di più la voce, quasi un sussurro. “Attenta ai soldi, però. In Italia puoi portare massimo 10.000 euro cash senza dichiararli. Se superi la cifra, alla dogana ti sequestrano tutto, e rischi grosso. Quindi: se arrivi a 10 mila, nascondi il resto negli slip, nel reggiseno, nelle scarpe, dove vuoi. Ma il mio consiglio vero? Raggiungi la cifra, prendi il primo volo per Milano, deposita in banca e poi torna. Tutto quello che guadagni è tuo. L’agenzia viene pagata dal cliente a parte. Noi prendiamo la nostra percentuale da loro, non da te. Tu tieni tutto.”

Mi porge una busta piccola, discreta. Dentro ci sono altri 1000 dirham in contanti. “Per stasera, spese extra. Shopping al mall se vuoi, o un massaggio prima. Rilassati. Il signore arriva alle 20:30. Cena in suite, vista sul mare. Lui è uno che apprezza la conversazione, il vino buono, una donna che sa ascoltare. Non è un bruto. Ma se vuole di più… decidi tu. Più dai, più prendi.” Si alza, mi dà una pacca leggera sulla spalla. “Vai su, preparati. Vestito lungo, scollatura elegante ma non troppo. Sorriso dolce. E ricorda: telefono in cassaforte.

Alex continua a parlare con quel tono confidenziale, quasi paterno, ma con un sottofondo di pragmatismo freddo che mi fa rabbrividire. Siamo ancora sui divani della hall, il brusio intorno è un sottofondo costante. Lui si appoggia allo schienale, incrocia le gambe fasciate dai pantaloni celesti, e mi guarda. “Allora, dimmi un po’ di te. Hai già fatto questo lavoro? Esperienza?” Io scuoto la testa, onesta. “No, niente. Mai. Sono solo... modella, ragazza immagine. Qualche serata, ma nulla del genere.”

Sorride: “Perfetto. Non c’è bisogno di una laurea per quello che dovrai fare. Qui contano l’aspetto, il sorriso, la disponibilità. Niente curriculum, niente referenze. Solo presenza.” Mi spiega l’approccio classico, come se stesse dettando un copione collaudato. “Hotel, drink, qualche moina, tanti sorrisi. Parli del tempo, del viaggio, di quanto è bella Dubai. Loro apprezzano una ragazza che ascolta, che ride alle battute giuste. Poi, quando l’atmosfera si scalda, gli arabi di quel livello non perdono tempo. L’importante è essere sempre al top. Ben vestita, pelle chiara – la tua è perfetta, complimenti – trucco impeccabile, appariscente ma non volgare. Gonne cortissime, tacchi alti, abiti che mettono in evidenza le curve. Devi farti notare senza sembrare disperata.” Mi descrive la dinamica del bar e dei piani. “Passa con disinvoltura dal bancone del bar ai tavolini con uomini soli. Un sorriso, un drink offerto da loro. Poi, se parte, sali in camera. E da lì... la notte è lunga. Le richieste sono tante. In questi alberghi di lusso la presenza femminile è il doppio di quella maschile – modelle, accompagnatrici, ragazze in cerca di fortuna. C’è concorrenza, eh. Dipende dalla tua disponibilità. Ci sono notti in cui una ragazza passa dalla stanza 533 alla 612 per poi scendere ai piani inferiori e risalire dopo mezz’ora, già pronta per una nuova richiesta. Doccia veloce, trucco ritoccato, sorriso rifatto e di nuovo frersca come una rosa.”

Alex si alza dal divano poi torna e mi porge un bicchiere di champagne, le bollicine che salgono veloci, mi guarda con quell’aria da zio compiaciuto. “Tieni, bevi un sorso. Sei stanca dopo il volo? Sembri un po’ tesa.” Io annuisco piano, prendo il bicchiere ma non bevo subito. Le bollicine mi pizzicano il naso mentre lo porto alle labbra.

Lui tira fuori dalla tasca interna della giacca rossa una chiave magnetica – di quelle nere opache con il logo discreto dell’hotel – e me la porge. “Questa è per la tua stanza. Ma se vuoi iniziare subito, guarda là in fondo.” Indica con un cenno del mento un gruppo di quattro uomini seduti a un tavolo rotondo vicino alle vetrate che danno sul Golfo. Abiti scuri su misura, barbe curate, orologi che brillano anche da lontano. Uno di loro, il più giovane, ha già spostato la sedia come per fare spazio. Mi fissano tutti, ma senza aggressività: sguardi valutativi, curiosi, pazienti. “Sai com’è con gli arabi di quel livello,” continua Alex sottovoce, chinandosi verso di me. “Quando decidono di divertirsi non badano a spese. E amano il sesso, eccome. Ma non è un assalto: di solito è uno solo che si fa avanti per primo. Gli altri aspettano il loro turno, educati. Se gli piaci, il primo ti porta su, poi magari il secondo ti manda un messaggio discreto per dopo. La notte è lunga, le suite sono tante.”

Mentre parla, i miei occhi vagano per la hall. E lì, a pochi metri da noi, c’è un uomo solo, seduto su una poltrona di velluto, bicchiere di whisky in mano. Sui trentacinque anni, completo grigio antracite, barba corta ben curata, capelli neri pettinati all’indietro. Non sorride, non fa cenni, ma non stacca gli occhi da me. È uno sguardo diretto, insistente, ma non volgare. Mi sento nuda sotto quella attenzione, anche se sono vestita. Alex se ne accorge e ridacchia piano. “Vedi? Già uno ti ha puntato. Domani l’agenzia ti contatterà per i primi appuntamenti veri. Ma prima: esami del sangue obbligatori. HIV, epatiti, tutto il pacchetto. Qualche ragazza è stata rimandata a casa lo stesso giorno senza un centesimo perché non passava i controlli. Succede, eh. Ma tu sembri sana, tranquilla.”

Fa una pausa, mi squadra di nuovo. “Gli sceicchi hanno gusti precisi. Non vogliono le magrissime da passerella. Cercano viso pulito, pelle chiara, un po’ di forme. Curve vere. Insomma… un po’ come te. Ufficialmente sei qui per fare la ragazza immagine. Se un principe ti sceglie, ti porta in camera e ti offre una cifra sostanziosa… beh, a quel punto non puoi dire di no. Se rifiuti, il giorno dopo sei sul primo volo per Milano, senza soldi e con una nota nera. Ma ti assicuro: non succede quasi mai. Le ragazze che arrivano qui sanno già come funziona.”

Guarda l’orologio e sospira. “Devo andare, ho un’altra cosa da sistemare. Ascolta: gli arabi di questo livello sono belli e gentili, ma non sono attenti e caldi come gli italiani. Sono concentrati su se stessi. Il sesso dura poco, a volte è meccanico. Cercano il loro piacere, il contatto fisico con la donna passa in secondo piano. Non aspettarti coccole infinite.” Poi fissa di nuovo l’uomo solitario che non ha smesso un secondo di guardarmi. “Ora vado. Tu non farti sfuggire l’occasione. Devi fare esperienza, no? Inizia con calma: un drink, due chiacchiere. Se ti porta su e ti offre bene… accetta. Il primo è sempre il più importante: ti dà sicurezza, ti fa capire il giro.”

Mi dà una pacca leggera sul braccio, quasi fraterna, e si allontana verso gli ascensori. La sua giacca rossa sparisce tra la folla elegante della hall. Resto seduta lì, champagne in mano, chiave della stanza stretta tra le dita. L’uomo con lo sguardo fisso alza piano il bicchiere verso di me – un saluto silenzioso, un invito. Non sorride, ma i suoi occhi dicono tutto: “Vieni quando vuoi.” Il cuore mi batte nelle orecchie. Potrei alzarmi, andare da lui, sedermi al suo tavolo, sorridere, iniziare la recita. Oppure salire in camera, chiudere la porta, spegnere la luce e fingere che sia tutto un sogno. Oppure mandare un messaggio ad Alex: “Non ce la faccio, portami all’aeroporto.” Fuori, Dubai brilla come un gioiello nel buio. Io sono qui, sola con la mia scelta. Che faccio ora? Mi alzo e vado da lui? Salgo in camera? O mollo tutto e chiamo un taxi per l’aeroporto?

Per il momento decido di salire in camera. La suite è ancora più impressionante della hall: vasca con vista, fiori freschi, un vassoio di frutta esotica. Mi siedo sul letto, guardo il tramonto arancione sul Golfo. Mi ripeto che non devo decidere, ma solo farmi una doccia, truccarmi, vestirmi e poi scendere nella hall. E la prima volta con il primo cliente inizia proprio lì, nella hall che pulsa di luci soffuse e profumi costosi. L’uomo che non ha smesso di guardarmi per tutto il tempo è ancora lì, alza di nuovo il bicchiere in un saluto silenzioso. Io respiro profondo, stringo la chiave della stanza nella mano sudata, e mi siedo al suo tavolo senza chiedere permesso, solo un sorriso dolce e un saluto sussurrato.

Lui è sui trentacinque, pelle olivastra, occhi neri profondi, completo scuro tagliato su misura. Parla un inglese impeccabile con accento del Golfo. Si presenta come Khalid, dice di essere di Riyadh, ma di passare molto tempo a Dubai per “affari”. Ordina subito uno champagne per me e un whisky per sé. Parliamo del nulla: il volo, il caldo fuori, quanto è bella la vista dal Burj Al Arab di notte. Ride piano alle mie battute, mi sfiora il braccio una volta sola, leggero. Dopo venti minuti, mi guarda dritto negli occhi e dice, calmo: “Vorresti continuare la serata di sopra? La mia suite è al piano 25. Ti offro 1500 dollari per un po’ di compagnia.”

Il cuore mi salta in gola. Annuisco, dico solo “Sì, mi piacerebbe”. Lui sorride soddisfatto, paga il conto con una carta nera opaca, e mi fa strada verso gli ascensori privati. Saliamo in silenzio, l’aria condizionata fredda mi fa venire la pelle d’oca sulle braccia nude. La suite è enorme: salotto con divani di velluto, tavolo da pranzo apparecchiato con petali di rosa rossi sparsi ovunque, vetrate a tutta altezza sul Golfo nero illuminato da luci lontane. In camera da letto c’è un letto con lenzuola di seta bianca, luci soffuse, una bottiglia di Dom Pérignon già nel secchiello.

Khalid versa due bicchieri, ne porge uno a me. Bevo un sorso, lui si siede sul bordo del letto e mi guarda. “Sei bellissima.” Dice. “Mi piaci perché sembri naturale, non come le altre.” Mi attira a sé piano, mi bacia il collo, le mani scivolano sul vestito corto. Non è aggressivo, ma deciso. Mi sfila l’abito con movimenti lenti, mi lascia in lingerie nera. Mi fa sdraiare, mi esplora con le mani e la bocca – baci precisi, ma concentrati su se stesso, come aveva detto Alex. Non cerca di farmi godere, non chiede cosa mi piace. È veloce: mi gira di schiena, entra da dietro, geme piano, finisce in pochi minuti. Poi si sdraia accanto a me, respira affannato, mi accarezza i capelli per un attimo, ma non mi chiede se ho goduto. Sono sorpresa! Saranno passati appena dieci minuti o forse meno!

Dopo, silenzio. Mi porge una busta bianca spessa – banconote da 100 dollari fresche di banca. “1500, come promesso. Più 500 extra perché sei stata dolce.” Io sorrido, dico grazie, infilo i soldi nella pochette. Lui si alza, va in bagno, torna con un accappatoio per me. “Puoi restare quanto vuoi. Oppure, se preferisci, puoi scendere di nuovo al bar. La notte è ancora giovane per te.” Mi sembra scortese andare via subito. Resto un po’, bevo un altro sorso di champagne, guardo il mare buio dalla finestra. Lui si riveste, dice che ha un impegno, mi bacia sulla fronte e se ne va – educato, distaccato.

Sola nella stanza enorme, conto i soldi: 2000 dollari. Il primo guadagno vero. Mi tremano le mani. Mi guardo allo specchio: trucco un po’ sbavato, capelli arruffati, ma sembro ancora io. O forse no. Potrei scendere al bar, c’è ancora tempo per un altro giro di giostra, altri uomini soli, altre possibilità. Oppure andare nella mia stanza, oppure chiamare un taxi e sparire all’aeroporto prima dell’alba. Ma i soldi pesano nella pochette. E una parte di me, quella stanca di contare i centesimi a Milano, sussurra: “È solo l’inizio. Puoi farcela Clelia.” La notte è lunga. Il telefono è spento, in cassaforte.

Torno nella mia stanza, la suite è silenziosa, solo il ronzio basso dell’aria condizionata e il battito del mio cuore che rimbomba nelle orecchie. Stringo la busta con i 2000 dollari mi guardo allo specchio. Il trucco è un po’ sbavato, i capelli arruffati, ma gli occhi… gli occhi sono diversi. Non più spaventati. “Va bene.” Sussurro. “Lo faccio solo per il tempo necessario.” Calcolo mentalmente quanto potrei guadagnare: 2000-3000 a notte, due-tre notti a settimana, due-tre settimane al mese. In sei mesi potrei mettere da parte 100-150 mila euro, forse di più.

La mattina dopo arriva il messaggio dall’agenzia: “Ti mandiamo il primo calendario appuntamenti. Benvenuta nel team.” Nel pomeriggio il primo appuntamento ufficiale. Un emiratino di 32 anni, suite al Jumeirah Beach Hotel. Mi vesto, abito in lungo nero e sotto lingerie di pizzo. Ceniamo in terrazza privata, lui è carino, affabile, ma parla solo di viaggi e auto veloci. Poi saliamo in camera, stesso copione di Khalid: veloce, concentrato su sé, non si preoccupa minimamente del mio orgasmo, ma è generoso. 2000 dollari cash + una borsa Chanel piccola che mi regala prima di salutarmi con un bacio distaccato sulla guancia.

Il giorno dopo due clienti nella stessa notte nel mio hotel. Alex ha ragione: la concorrenza è alta, ma sento che ho qualcosa che piace – italiana, curve naturali, modi gentili, dolcezza e malizia. Dopo quattro giorni supero il limite dei 10.000 dollari e torno a Milano con la mia valigia leggera e il reggiseno imbottito di dollari. Sono stanca, ma non distrutta. Chiamo il mio ragazzo, offro io la cena! Lui non sa niente, non immagina in cosa consista davvero il mio lavoro!
Dopo altri due giorni, ricevo un messaggio dall’agenzia e riparto, sono di nuovo a Dubai e così per altri sei mesi. Finché una mattina di primavera atterro a Malpensa con l’ultima mia valigia. Telefono ad Alex: “Basta. Chiudo.” Lui risponde secco: “Capito. Se cambi idea, sai dove trovarmi.” Blocco il numero. Cancello tutte le chat. Brucio la SIM su un posacenere sul balcone del mio nuovo appartamento milanese, piccolo, ma mio con vista Duomo, pagato cash!

Mi guardo allo specchio: sono la stessa di sei mesi fa, la stessa Clelia di prima, ma con qualcosa di diverso negli occhi. Non è rimpianto. Non è orgoglio. Solo consapevolezza. Mi prendo un mese di vacanza, poi torno a fare la modella, ma ora scelgo io i lavori. Niente più serate da ragazza immagine per 200 euro, niente tappi di champagne! Il mio ragazzo, che ora fa lo stilista in una piccola casa di moda, mi ha chiesto di sposarci. Chissà…
Ogni tanto, quando sento nostalgia del lusso facile, guardo le foto di Dubai sul telefono – Burj Al Arab di notte, yacht, suite enormi – e sorrido piano. “Ce l’ho fatta!” Penso. “E ora vivo la mia vita.” Fine.







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