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RACCONTI
 

Adamo Bencivenga
Al quarantaduesimo piano del One Word Trade Center
Sono le sette e mezza di sera, l’ufficio della EBC Broadcasting Company è deserto, le luci di New York filtrano dalle veneziane. Donald e Megan, soli nella stanza di lui, si guardano tra silenzi carichi di passato. Un drink non detto e un bacio mai dato pesano nell’aria.
 


 
 
 
Sono le sette e mezza di sera. L’ufficio della EBC Broadcasting Company è deserto, immerso in un silenzio ovattato rotto solo dal ronzio lontano dei condizionatori e dal debole sibilo dell’aria che filtra dalle prese.
Le luci di New York filtrano attraverso le veneziane abbassate e disegnano strisce bianche e celesti sul pavimento di moquette grigia, sulle scrivanie ordinate e sui monitor spenti. Le segretarie sono andate via da un pezzo; si sente ancora, nell’aria, un vago profumo di caffè freddo e di profumo da discount che si mescola all’odore di carta e toner.

Donald e Megan, soli nella stanza di lui, si guardano tra silenzi carichi di passato. Un drink non detto e un bacio mai dato pesano nell’aria come un mobile pesante.
Sulla scrivania di Donald un bicchiere e un posacenere stracolmo di mozziconi schiacciati male. Lei indossa un tailleur nero. Lui è in maniche di camicia, la cravatta allentata da ore, i capelli grigi scompigliati.

DONALD: Quindi stai con lui?
MEGAN: Ci stavo… Ora sono libera di volare come un uccellino.
DONALD: Ci credo bene!

Megan fa un mezzo sorriso, ma è un sorriso che non arriva agli occhi. Si appoggia con i fianchi al mobile, le braccia incrociate sul petto come uno scudo. Fuori, un elicottero passa basso, il rumore delle pale vibra contro i vetri.
MEGAN: È stata solo un’avventura, uno sfizio, nulla di più, ma mi dispiace che tu lo sia venuto a sapere. È stato un momento di confusione e ho agito senza pensare… DONALD: Smettila ti prego, non scusarti. Non voglio sapere niente, se ci scopavi e come ci scopavi… anzi puoi portarmi un drink?
MEGAN: Per quanto tempo andrai avanti così, Don sei ubriaco.
DONALD: Portami solo un drink.

Megan sospira, un suono lungo e stanco. Si volta verso il mobile bar, ma non si muove. Le sue dita sfiorano il bordo di una cornice d’argento: dentro c’è una foto di Donald con la seconda moglie, scattata anni fa su una spiaggia chissà dove.
MEGAN: Vuoi restare solo?
DONALD: Meglio stare soli. Cosa ci faccio di te? Non mi servi.
MEGAN: Non trattarmi male e comunque prima non dicevi così.
DONALD: Ti riferisci ad un secolo fa? Beh sappi Meg che le cose sono cambiate.
MEGAN: Lo credo bene… nel frattempo siamo anche invecchiati senza accorgercene. Il tempo è volato.

Donald si passa una mano sul viso, come se volesse cancellare le rughe. La luce al neon sopra la testa ronza debolmente, intermittente, come un battito cardiaco.
DONALD: Qui sembra che il tempo sia volato solo per me… Tu sei ancora una bella donna, curata ed affascinante, chissà quanti uomini vorrebbero scaldare il tuo letto…
MEGAN: Oh grazie, poi detto da te… l’idea di donna fatale non mi si addice, ma mi piace pensarlo…
DONALD: Ed io ho sempre amato le gatte morte…
MEGAN: Don il tuo problema non sono io, ma i Gin Tonic, dovresti smettere.
DONALD: Smetterò, ma non stasera… aver saputo che sei stata a letto con quel coglione di Mark mi fa semplicemente schifo.
MEGAN: E a te che importa scusa? Dove è scritto che devo darti conto a chi la do?
DONALD: Mi fa rabbia e basta. A meno che tu non abbia avuto un secondo fine.
MEGAN: Cosa stai insinuando? Non credere che ci sia andata per interesse.
DONALD: Sinceramente non ne vedo altro motivo, un direttore fa sempre gola e può aprire tante strade.
MEGAN: Smettila, oltre ubriaco sei diventato anche un vero stronzo.
DONALD: Ecco bene, ora lasciami solo, esci da questa stanza e vai a casa, prima però portami un drink. Le bottiglie sono nella stanza del tuo amatissimo Mark.
MEGAN: Lo so dove sono, ma non dirmi quello che devo fare e comunque niente drink, hai già bevuto abbastanza.

Donald si alza e guarda fuori dalla finestra. Si appoggia con entrambe le mani al vetro freddo, la fronte quasi a toccarlo. Sotto di lui la città vive: fari che si muovono come globuli rossi nelle vene di asfalto, le torri illuminate che sembrano stalagmiti di luce. Megan fa due passi verso di lui, esita, poi gli sfiora la spalla con la punta delle dita.
DONALD: Non mi serve il tuo aiuto! Sono ancora in grado di camminare da solo.
MEGAN: Ah sì lo so, sono anni che stai da solo…
DONALD: Sei una donna Meg e con le donne ho chiuso…
MEGAN: Tu hai smesso di avere legami, ma le donne non ti mancano… da quanto so.
DONALD: Tu non sai un bel cazzo di me.
MEGAN: Ah sì vero, sono più di quindici anni che non ci parliamo, quindici maledetti lunghi anni… Non sai quante cose sono successe.
DONALD: Tipo che ti sei scopata mezzo ufficio?
MEGAN: Mark non sei cambiato affatto, ti piace sempre esagerare!
DONALD: E cosa avremmo dovuto dirci di tanto interessante io e te?
MEGAN: Almeno le ragioni perché tra noi non ha funzionato.
DONALD: Veramente non è neanche iniziata.
MEGAN: Beh io lo volevo e te ne ho date varie prove nonostante tutte le difficoltà… E poi perché dici che non è neanche iniziata?
DONALD: Perché non siamo mai andati a letto insieme…
MEGAN: Ah dimenticavo… hai ragione… per te scopare è la cosa più importante. Hai sempre confuso il sesso con il cuore.
DONALD: Se due non sono andati a letto, significherà qualcosa no?

Donald si risiede sulla sua poltrona nera, si accende una sigaretta. Il fumo sale lento verso il soffitto, si attorciglia intorno alla lampada da tavolo come un serpente trasparente. Megan si siede sul bordo della scrivania, le gambe accavallate, il vestito che le sale appena sulle cosce. Gli occhi le si velano mentre guarda un punto indefinito sulla parete opposta, dove una vecchia locandina sbiadita di un documentario EBC pende storta. Si lascia andare ai ricordi.
MEGAN: Come quella volta al Garden, ricordi? Ti piacevo, mi hai riempito di complimenti, dicevi che ero sensuale con quel vestito nero trasparente. Era la prima volta in assoluto che mi invitavi a cena. Ecco lì ci ho creduto veramente, pensavo fosse fatta.
DONALD: Una cenetta intima, qualche candela romantica, ma niente di più.
MEGAN: No niente di più per volere tuo, hai iniziato a dire che eri sposato, che tradire è sempre complicato… Per tutta la serata hai parlato solo di tua moglie e mi hai bloccata.
DONALD: Con mia moglie ci stavamo per lasciare, era un momento critico per me…
MEGAN: Infatti mi faceva incazzare che stessi male per lei, avrei voluto per me tutte le tue sofferenze, ed invece no! Lei è stata per mesi l’unico nostro argomento di conversazione ed io per emulazione mi paragonavo a lei, comprando gli stessi vestiti, truccandomi allo stesso modo per non farti sentire la sua mancanza… per piacerti. Ho anche cambiato colore ai capelli, ma credo che tu non te ne sia accorto.
DONALD: Beh anche tu eri sposata al tempo.
MEGAN: Lascia stare Don, tu lo sapevi benissimo che avevo un debole per te, respiravo la tua aria, sarebbe bastato un tuo cenno per mandare a monte il mio matrimonio ed invece tu lì imperterrito a riattaccare i cocci del tuo. DONALD: Ecco appunto vedi che sono successe tante cose?
MEGAN: La vita poi ci ha travolto, ma noi eravamo distanti.
Comunque tu conoscevi la mia situazione.
DONALD: Beh poi anche senza di me hai trovato il coraggio di troncare…
MEGAN: Ma tu non c’eri più per me. E pensare che ci siamo andati molto vicini, eravamo ad un passo, un respiro.
DONALD: Meg ora sei tu che esageri, in fin dei conti ci siamo solo baciati.
MEGAN: Lo ricordo ancora, l’ufficio vuoto, le otto di sera, stessa situazione di adesso, io e te nella stanza delle fotocopie. Perché cavolo non sei andato avanti? In fin dei conti a me sarebbe bastato che ti dichiarassi ed invece sei sempre stato geloso dei tuoi sentimenti!
DONALD: Sinceramente non lo so. Il desiderio di te c’è sempre stato, lo sai. La nostra colpa, forse, è stata quella di essere troppo amici.
MEGAN: Ti sbagli Don, eravamo intimi, ci comportavamo come due amanti, qui in ufficio lo sapevano tutti e invece nulla. Mi faceva rabbia pensare che ci siamo coperti di pettegolezzi, ne fosse valsa la pena, almeno!
DONALD: A te faceva piacere che gli altri pensassero che fossimo amanti!
MEGAN: Ma io mi riferisco al dopo, quando sono venuta a sapere da altri che ti stavi risposando e la fortunata ovviamente non ero io.
DONALD: Ma anche tu ti sei consolata presto.
MEGAN: Ora sono al punto di partenza, single, libera come una libellula…

Megan si alza, fa una giravolta su se stessa e fa ondeggiare il vestito. Il tessuto nero si apre come un’ala di rondine, poi ricade morbido. Per un istante la luce della città le accende i capelli di riflessi ramati. Donald la guarda, la sigaretta dimenticata tra le dita, la brace che si allunga.
DONALD: Sei ancora una bella donna, fidati! Non ti mancheranno i corteggiatori e comunque è inutile piangere sul latte versato.
MEGAN: Gli uomini per la strada non si fermano certo a guardare me.
DONALD: È questo che vorresti Meg? Essere il desiderio proibito di molti uomini?
MEGAN: Al tempo avevo solo un desiderio, ma non era corrisposto ed ora invece mi dà fastidio sentirti così distaccato, freddo.
DONALD: Non sono cambiato.
MEGAN: Già, con me sei sempre stato sfuggente, non volevi impegnarti e il tuo obiettivo era solo quello di farti una scopata. Me lo hai anche detto!
DONALD: Tu eri e sei molto attraente, era naturale pensarlo.
MEGAN: Sì, ma tu pensavi solo a quello, mentre io avrei voluto almeno provare ad avere con te una relazione. Non avrei mai voluto essere trattata come le tue segretarie. Quante te ne sei portate a letto Don?
DONALD: Non vorrai darmi delle lezioni di morale, adesso?
MEGAN: Tu lo hai fatto prima quando hai saputo che sono stata con Mark.
DONALD: Ti chiedo scusa, non dovevo, è stato un attimo di debolezza.
MEGAN: Scemo, vedi che non capisci? Da te mi prenderei qualsiasi offesa. Anche puttana se ne valesse la pena per sentirmi tua complice.
DONALD: E se ora mi alzassi da questa sedia e ti alzassi la gonna? Già immagino cosa troverei…
MEGAN: Smettila! Sei fuori tempo massimo…
DONALD: Ecco, lo sapevo, prima mi dici che sono freddo che mi vorresti diverso.
MEGAN: Parlavo al passato…
DONALD: E se ti baciassi?
MEGAN: Oh Don il tempo è scaduto. Ci renderemo ridicoli.
DONALD: Perché mai?
MEGAN: È finito il tempo delle mele e delle farfalle nello stomaco o quello di saltare la cena e non dormirci la notte. Saremmo solo due adulti patetici che vivrebbero all’insegna del tempo passato.
DONALD: Non lo dico per recuperare, quello che è stato è stato. Potrebbe essere un nuovo inizio, no?
MEGAN: A quest’età non si ricomincia, si conserva ciò che si ha.
DONALD: Cioè niente.
MEGAN: Beh questo è dipeso solo da noi.
DONALD: Tu almeno hai un figlio a cui pensare…

I due si fissano intensamente. Il silenzio si fa denso, quasi solido. Si sente il ticchettio di un orologio da parete. Fuori, un aereo in atterraggio verso JFK taglia il cielo con una scia di luci rosse e bianche.
MEGAN: Sai che ti dico Don? Con quindici anni di meno troverei piacere a farmi spogliare da te, a farti vedere cosa ti sei perso, ma ora mi rendo conto che potrei offrirti sola la mia lingerie perché tu il mio corpo non te lo sei goduto quando ne valeva la pena!
DONALD: Sei tu che ora vivi di ricordi, per me sei bella ed attraente anche ora... come allora… Che c’è di male dirti che ti scoperei…
MEGAN: Forse è proprio quello il male…

Megan scuote la testa lentamente. Si stringe le braccia intorno al corpo come se sentisse improvvisamente freddo, nonostante il riscaldamento centrale mantenga la stanza a una temperatura quasi soffocante. La luce della città ora è più intensa: il sole è completamente tramontato, e Manhattan si è accesa in un mosaico di neon, LED e finestre illuminate che sembrano migliaia di occhi curiosi puntati verso l’alto, verso quel piano isolato.
DONALD: Ci stai pensando Meg?
MEGAN: Don lascia stare, che te ne fai di una vecchia? Ci sono tante belle fanciulle qui e fuori di qui… Perché proprio io? E perché proprio ora, dopo tanti anni di slalom vincenti, vorresti complicarti la vita?
DONALD: È solo una scopata Meg…
MEGAN: No Don, ti conosco, un uomo solo la scopata la va a cercare tra la settima e la quattordicesima strada… Ti stai solo illudendo…
DONALD: Dici che ci sarebbe altro?
MEGAN: Penso di sì.
DONALD: E allora è quello che vuoi, no?
MEGAN: Don, sento che vivresti questa storia come un rimpianto, come se non avessi colto l’occasione e ora vuoi rifarti… lo sai meglio di me che sopra i rimpianti non si costruiscono legami.
DONALD: Meg io vivo solo da quasi cinque anni, le donne non mi interessano più, mi interessano le persone e tu sei una persona speciale.
MEGAN: Non lo sono più, dopo la fine del mio matrimonio, mi sono sentita tremendamente sola e mi sono data Don a chiunque mi abbia dato un minimo di accortezza, alle volte è bastato un complimento, altre volte meno. Altro che speciale! Il più delle volte mi sono sentita una merce usata.
DONALD: Bisogna pur vivere no?
MEGAN: Ho vissuto per non morire.

Donald guarda l’orologio. Lo fissa come se potesse fermarlo con lo sguardo. Sono le 19:52. Sul polso porta ancora l’orologio che gli aveva regalato la seconda moglie per il loro decimo anniversario; il vetro è graffiato, le lancette segnano lo stesso orario di sempre, come se il tempo per lui si fosse inceppato anni fa.
DONALD: Ascolta Meg sono quasi le otto, ti va se ordiniamo due pizze e due birre?
MEGAN: Qui? Mi sembra una pazzia cenare in ufficio.
DONALD: Invece lo considero un posto molto intimo a quest’ora. Tu hai qualche impegno?
MEGAN: Te l’ho detto sono libera di volare di fiore in fiore.
DONALD: E se al posto del fiore ci fosse un divano rosso come questo?
MEGAN: Lo so, tu non vuoi solo la cena a te interessa il dopo e vorresti che io cedessi…
DONALD: Non so quello che potrà accadere dopo, ma so che mi andrebbe di passare la notte con te in nome della nostra amicizia.
MEGAN: Ecco vedi? Non mi sbagliavo… Gira che ti rigira…
DONALD: Non fraintendere, passare una notte in ufficio non significa fare sesso. Diverso sarebbe stato se ti avessi proposto di andare a casa mia.
MEGAN: Meglio di no, questo divano è scomodo…
DONALD: Chissà quante volte lo hai usato…
MEGAN: Scemo, pensavo alla tua schiena… Domani mattina ti lamenteresti e te la prenderesti con me… E poi qui è triste, anziché essere due amici speciali saremmo solo due colleghi.

Lui non ascolta, si alza, le prende la mano e la guida verso il divano. La sua mano è calda, sudata, trema leggermente. Megan si lascia guidare per due passi, poi si ferma, ma non ritrae la mano. Il divano in pelle rossa è consumato al centro, segnato da anni di riunioni notturne e sonnellini rubati. Sopra c’è ancora una giacca abbandonata di Donald, con il logo EBC ricamato sul taschino. Lui la sposta con un gesto distratto, facendola cadere a terra.
DONALD: Possiamo dormire mano nella mano?
MEGAN: Don ti prego, smettila, non siamo più due ragazzini.
DONALD: Un bacio come ai vecchi tempi?
MEGAN: Te l’ho detto sei fuori tempo massimo, fare l’amore con te significherebbe farlo con un tir di ricordi, di aspettative, di delusioni, di fallimenti e rinunce che tornerebbero tutte insieme come fantasmi nella mia mente.
DONALD: E invece potrebbe essere il sapone che lava tutto.
MEGAN: Sai cosa mi fai pensare? A quando rimasi incinta di mio marito, ecco, quando entravo qui in ufficio, portavo quel figlio in grembo come una colpa.
DONALD: Ma io non ti ho mai detto nulla!
MEGAN: Lo so Don, ero io, solo io ad avere i sensi di colpa, lo sai bene che avrei voluto solo che la causa del mio stato fosse stata il tuo seme e non quello di mio marito.
DONALD: Lo so.
MEGAN: Lo sai perché te l’ho anche detto. “Don voglio un figlio da te. Sarà un nostro segreto, nessuno saprà mai che è tuo.” Ero pazza vero?
DONALD: Non sei mai stata pazza.

Donald la stringe, la bacia. Lei non si divincola. Il bacio inizia goffo, quasi esitante, poi diventa urgente. Le labbra di Donald sanno di gin e sigarette, quelle di Megan di rossetto sbiadito e caffè. Lei gli appoggia le mani sul petto, non per respingerlo, ma per sentire il cuore di lui batte forte sotto la camicia stropicciata.
MEGAN: Non molli mai l’osso tu!
DONALD: Mi fai impazzire…
MEGAN: Dai Don, ti prego, non fare così, sei anche ubriaco.
DONALD: Ti voglio.

Donald slaccia due bottoni della camicetta di Megan e inizia ad accarezzarle il seno.
DONALD: L’ho sempre desiderato.
MEGAN: Smettila Don… e poi non è più il seno di un’adolescente…
DONALD: Sei mia.
MEGAN: Fai piano.
DONALD: Sei fantastica Meg.
MEGAN: Spegni la luce.
DONALD: Perché? Sei bellissima.
MEGAN: Te l’ho detto l’alcol ti fa vedere cose che non esistono oppure che sono esistite ma ora non ci sono più.

Megan ha un attimo di smarrimento, accarezza la testa di lui e la stringe a sé. Lui la trascina verso la scrivania. Spegne la luce, poi le alza il vestito e si inginocchia. La stanza piomba nel buio, rotto solo dalle strisce di luce che filtrano dalle veneziane. I contorni dei mobili si dissolvono. Si sente il respiro affannoso di entrambi, il fruscio del tessuto che sale sulle cosce di lei, il rumore sordo delle ginocchia di lui che toccano il pavimento. Megan si appoggia, apre le gambe, una mano nei capelli di Donald, l’altra premuta contro la bocca per soffocare un gemito.
MEGAN: Sì tesoro sì, non sai quanto ho aspettato questa bocca, questa saliva. Notti insonni ad immaginare come sarebbe stato. Quando lo facevo con mio marito, quando non lo facevo affatto. Mi fai felice, ma forse è troppo.
DONALD: Non è troppo voglio solo farti godere.
MEGAN: Dai baciala, addomesticala, lo vedi che è ancora ribelle?
DONALD: Oh sì tesoro… Desidero il tuo nettare.
MEGAN: Ti piace il sapore?
DONALD: Mai assaggiato di meglio.
MEGAN: Neanche quello di Sandy, la tua segretaria attuale? DONALD: Non ti sminuire ti prego.
MEGAN: Ma lei è giovane, bella e sensuale.
DONALD: Meg, smettila, voglio farti godere tutte le notti che il buon Dio ci permetterà di vivere.
MEGAN: No Don, non parlare così, non ho più vent’anni e non voglio essere illusa. Ci ho creduto per troppo tempo.
DONALD: Ma io lo penso davvero.
MEGAN: Oh certo ti conosco, so che ti innamori facilmente degli istanti per poi smentirti subito dopo. Il tuo difetto è la costanza, lo sappiamo bene entrambi.
DONALD: Sono sincero!

Un attimo di abbandono, un solo attimo, Megan sente l’umido di quella lingua, sa che potrebbe godere, sa che poi cederebbe totalmente, ma non vuoi ricadere nell’abisso, allora si divincola dalla stretta di lui, lo sposta con un gesto energico, si copre e riaccende la luce.
Il neon torna con un clic secco, accecante per un istante. Si sistema il vestito con gesti rabbiosi. Donald resta in ginocchio per qualche secondo, sorpreso dalla reazione di lei, il viso arrossato, gli occhi lucidi, poi si rialza lentamente, appoggiandosi alla scrivania.

MEGAN: Basta così tesoro.
DONALD: Perché?
MEGAN: Perché non voglio più soffrire, rivivere ciò che ho già vissuto, ora voglio andare a casa e non pensarci più. Anche se mi giudicherai pazza e problematica…
DONALD: Non lo sei, sei solo una donna profonda. Però rimani, dai, giuro che mi comporto bene. Se non vuoi non facciamo nulla, ma solo tenerti per mano.
MEGAN: Don non sei tu il problema, in caso sarei io.
DONALD: Cioè?
MEGAN: Non mi accontenterei né di un bacio, né di dormire mano nella mano…
DONALD: Lo so che anche tu vuoi… ti devi solo lasciare andare e per abbandonarsi occorre vivere il presente senza futuro e tantomeno il passato.
MEGAN: Parli bene tu! Ma io ho sempre desiderato ciò che credevo mi appartenesse, mi sbagliavo. Ed ora che so che potrei averlo non mi fa più nessun effetto.
DONALD: Ti rendi conto? Questa è l’occasione giusta, anzi l’ultima. Tra qualche anno ripensandoci ci pentiremo amaramente. Per una vita abbiamo fatto l’amore con uomini e donne senza provare il minimo affetto e ci rimarrà solo l’amaro in bocca per non averlo fatto con l’unica persona che avrebbe meritato il nostro amore.
MEGAN: Don è andata come è andata. Davvero non me la sento.
DONALD: Sei bella Megan.
MEGAN: Mi dici così perché ti ricordi di com’ero, ora sono sfiorita e con il mio aspetto sono appassiti anche i miei sentimenti. Non riuscirei più a provare qualcosa per qualcuno.
DONALD: Ma io non sono qualcuno.
MEGAN: No, non lo sei, ma si arriva ad un certo punto dove è necessario staccare la spina, anzi è la vita stessa che avendoti spremuta ben bene non ha più nulla da offrirti.
DONALD: Non parlare così, lasciati andare.

Megan prende la sua borsa, si allontana e va verso la porta.
Cammina piano. Si ferma con la mano sulla maniglia, la borsa stretta al petto come per difesa. Donald resta in piedi al centro della stanza, le braccia lungo i fianchi, il respiro pesante.

MEGAN: Hai ragione tu, tu sei l’uomo in assoluto che ho amato nella mia vita. Ti prego non rovinare tutto ora. Lasciami andare ora.
DONALD: Cosa farai?
MEGAN: Quello che ho fatto finora. Ora esco, prendo la metro, torno a casa, indosso il pigiama, mangio qualcosa davanti alla tv e mi addormento sul divano. Vivo i ritagli della vita Don, senza pensare al domani e senza più grilli per la testa. A cosa servirebbero alla mia età?
DONALD: E se tra questi particolari ci fossi anche io?
MEGAN: Tu non sei mai stato un particolare e neanche l’intera tela, tu sei stato, nonostante tutto, la cornice che ha abbellito il mio quadro.
DONALD: Nonostante tutto?
MEGAN: Buona serata Don…

Megan esce dalla stanza e chiude la porta. Il clic della serratura è netto, definitivo. Donald resta immobile per lunghi secondi. Poi si avvicina lentamente alla finestra, appoggia la fronte al vetro freddo. Sotto di lui New York continua a vivere indifferente: taxi gialli che sfrecciano, treni che attraversano l’Hudson, luci che si accendono e si spengono. Il riflesso del suo viso sul vetro è sfocato, segnato dalle rughe, dagli anni, dai rimpianti. Fuori, la città non si ferma mai. Dentro, il silenzio è assoluto, rotto solo dal ronzio del condizionatore e dal battito lento del suo cuore. Fine.


 





Il racconto è frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti
realmente accaduti è puramente casuale.

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