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RACCONTI 
Adamo Bencivenga
Al quarantaduesimo piano
del One Word Trade Center
Sono le sette e
mezza di sera, l’ufficio della EBC Broadcasting Company è deserto,
le luci di New York filtrano dalle veneziane. Donald e Megan, soli
nella stanza di lui, si guardano tra silenzi carichi di passato. Un
drink non detto e un bacio mai dato pesano nell’aria.

Sono le sette e mezza di sera. L’ufficio della
EBC Broadcasting Company è deserto, immerso in un
silenzio ovattato rotto solo dal ronzio lontano dei
condizionatori e dal debole sibilo dell’aria che filtra
dalle prese. Le luci di New York filtrano attraverso
le veneziane abbassate e disegnano strisce bianche e
celesti sul pavimento di moquette grigia, sulle
scrivanie ordinate e sui monitor spenti. Le segretarie
sono andate via da un pezzo; si sente ancora, nell’aria,
un vago profumo di caffè freddo e di profumo da discount
che si mescola all’odore di carta e toner.
Donald e Megan, soli nella stanza di lui, si
guardano tra silenzi carichi di passato. Un drink non
detto e un bacio mai dato pesano nell’aria come un
mobile pesante. Sulla scrivania di Donald un
bicchiere e un posacenere stracolmo di mozziconi
schiacciati male. Lei indossa un tailleur nero. Lui è in
maniche di camicia, la cravatta allentata da ore, i
capelli grigi scompigliati. DONALD: Quindi stai
con lui? MEGAN: Ci stavo… Ora sono libera di volare
come un uccellino. DONALD: Ci credo bene!
Megan fa un mezzo sorriso, ma è un sorriso che non
arriva agli occhi. Si appoggia con i fianchi al mobile,
le braccia incrociate sul petto come uno scudo. Fuori,
un elicottero passa basso, il rumore delle pale vibra
contro i vetri. MEGAN: È stata solo
un’avventura, uno sfizio, nulla di più, ma mi dispiace
che tu lo sia venuto a sapere. È stato un momento di
confusione e ho agito senza pensare… DONALD: Smettila ti
prego, non scusarti. Non voglio sapere niente, se ci
scopavi e come ci scopavi… anzi puoi portarmi un drink?
MEGAN: Per quanto tempo andrai avanti così, Don sei
ubriaco. DONALD: Portami solo un drink.
Megan sospira, un suono lungo e stanco. Si volta verso
il mobile bar, ma non si muove. Le sue dita sfiorano il
bordo di una cornice d’argento: dentro c’è una foto di
Donald con la seconda moglie, scattata anni fa su una
spiaggia chissà dove. MEGAN: Vuoi restare solo?
DONALD: Meglio stare soli. Cosa ci faccio di te? Non
mi servi. MEGAN: Non trattarmi male e comunque prima
non dicevi così. DONALD: Ti riferisci ad un secolo
fa? Beh sappi Meg che le cose sono cambiate. MEGAN:
Lo credo bene… nel frattempo siamo anche invecchiati
senza accorgercene. Il tempo è volato.
Donald si passa una mano sul viso, come se volesse
cancellare le rughe. La luce al neon sopra la testa
ronza debolmente, intermittente, come un battito
cardiaco. DONALD: Qui sembra che il tempo sia
volato solo per me… Tu sei ancora una bella donna,
curata ed affascinante, chissà quanti uomini vorrebbero
scaldare il tuo letto… MEGAN: Oh grazie, poi detto da
te… l’idea di donna fatale non mi si addice, ma mi piace
pensarlo… DONALD: Ed io ho sempre amato le gatte
morte… MEGAN: Don il tuo problema non sono io, ma i
Gin Tonic, dovresti smettere. DONALD: Smetterò, ma
non stasera… aver saputo che sei stata a letto con quel
coglione di Mark mi fa semplicemente schifo. MEGAN:
E a te che importa scusa? Dove è scritto che devo darti
conto a chi la do? DONALD: Mi fa rabbia e basta. A
meno che tu non abbia avuto un secondo fine. MEGAN:
Cosa stai insinuando? Non credere che ci sia andata per
interesse. DONALD: Sinceramente non ne vedo altro
motivo, un direttore fa sempre gola e può aprire tante
strade. MEGAN: Smettila, oltre ubriaco sei diventato
anche un vero stronzo. DONALD: Ecco bene, ora
lasciami solo, esci da questa stanza e vai a casa, prima
però portami un drink. Le bottiglie sono nella stanza
del tuo amatissimo Mark. MEGAN: Lo so dove sono, ma
non dirmi quello che devo fare e comunque niente drink,
hai già bevuto abbastanza.
Donald si alza e
guarda fuori dalla finestra. Si appoggia con entrambe le
mani al vetro freddo, la fronte quasi a toccarlo. Sotto
di lui la città vive: fari che si muovono come globuli
rossi nelle vene di asfalto, le torri illuminate che
sembrano stalagmiti di luce. Megan fa due passi verso di
lui, esita, poi gli sfiora la spalla con la punta delle
dita. DONALD: Non mi serve il tuo aiuto! Sono
ancora in grado di camminare da solo. MEGAN: Ah sì
lo so, sono anni che stai da solo… DONALD: Sei una
donna Meg e con le donne ho chiuso… MEGAN: Tu hai
smesso di avere legami, ma le donne non ti mancano… da
quanto so. DONALD: Tu non sai un bel cazzo di me.
MEGAN: Ah sì vero, sono più di quindici anni che non
ci parliamo, quindici maledetti lunghi anni… Non sai
quante cose sono successe. DONALD: Tipo che ti sei
scopata mezzo ufficio? MEGAN: Mark non sei cambiato
affatto, ti piace sempre esagerare! DONALD: E cosa
avremmo dovuto dirci di tanto interessante io e te?
MEGAN: Almeno le ragioni perché tra noi non ha
funzionato. DONALD: Veramente non è neanche
iniziata. MEGAN: Beh io lo volevo e te ne ho date
varie prove nonostante tutte le difficoltà… E poi perché
dici che non è neanche iniziata? DONALD: Perché non
siamo mai andati a letto insieme… MEGAN: Ah
dimenticavo… hai ragione… per te scopare è la cosa più
importante. Hai sempre confuso il sesso con il cuore.
DONALD: Se due non sono andati a letto, significherà
qualcosa no?
Donald si risiede sulla sua
poltrona nera, si accende una sigaretta. Il fumo sale
lento verso il soffitto, si attorciglia intorno alla
lampada da tavolo come un serpente trasparente. Megan si
siede sul bordo della scrivania, le gambe accavallate,
il vestito che le sale appena sulle cosce. Gli occhi le
si velano mentre guarda un punto indefinito sulla parete
opposta, dove una vecchia locandina sbiadita di un
documentario EBC pende storta. Si lascia andare ai
ricordi. MEGAN: Come quella volta al Garden,
ricordi? Ti piacevo, mi hai riempito di complimenti,
dicevi che ero sensuale con quel vestito nero
trasparente. Era la prima volta in assoluto che mi
invitavi a cena. Ecco lì ci ho creduto veramente,
pensavo fosse fatta. DONALD: Una cenetta intima,
qualche candela romantica, ma niente di più. MEGAN:
No niente di più per volere tuo, hai iniziato a dire che
eri sposato, che tradire è sempre complicato… Per tutta
la serata hai parlato solo di tua moglie e mi hai
bloccata. DONALD: Con mia moglie ci stavamo per
lasciare, era un momento critico per me… MEGAN:
Infatti mi faceva incazzare che stessi male per lei,
avrei voluto per me tutte le tue sofferenze, ed invece
no! Lei è stata per mesi l’unico nostro argomento di
conversazione ed io per emulazione mi paragonavo a lei,
comprando gli stessi vestiti, truccandomi allo stesso
modo per non farti sentire la sua mancanza… per
piacerti. Ho anche cambiato colore ai capelli, ma credo
che tu non te ne sia accorto. DONALD: Beh anche tu
eri sposata al tempo. MEGAN: Lascia stare Don, tu lo
sapevi benissimo che avevo un debole per te, respiravo
la tua aria, sarebbe bastato un tuo cenno per mandare a
monte il mio matrimonio ed invece tu lì imperterrito a
riattaccare i cocci del tuo. DONALD: Ecco appunto vedi
che sono successe tante cose? MEGAN: La vita poi ci
ha travolto, ma noi eravamo distanti. Comunque tu
conoscevi la mia situazione. DONALD: Beh poi anche
senza di me hai trovato il coraggio di troncare…
MEGAN: Ma tu non c’eri più per me. E pensare che ci
siamo andati molto vicini, eravamo ad un passo, un
respiro. DONALD: Meg ora sei tu che esageri, in fin
dei conti ci siamo solo baciati. MEGAN: Lo ricordo
ancora, l’ufficio vuoto, le otto di sera, stessa
situazione di adesso, io e te nella stanza delle
fotocopie. Perché cavolo non sei andato avanti? In fin
dei conti a me sarebbe bastato che ti dichiarassi ed
invece sei sempre stato geloso dei tuoi sentimenti!
DONALD: Sinceramente non lo so. Il desiderio di te c’è
sempre stato, lo sai. La nostra colpa, forse, è stata
quella di essere troppo amici. MEGAN: Ti sbagli Don,
eravamo intimi, ci comportavamo come due amanti, qui in
ufficio lo sapevano tutti e invece nulla. Mi faceva
rabbia pensare che ci siamo coperti di pettegolezzi, ne
fosse valsa la pena, almeno! DONALD: A te faceva
piacere che gli altri pensassero che fossimo amanti!
MEGAN: Ma io mi riferisco al dopo, quando sono venuta a
sapere da altri che ti stavi risposando e la fortunata
ovviamente non ero io. DONALD: Ma anche tu ti sei
consolata presto. MEGAN: Ora sono al punto di
partenza, single, libera come una libellula…
Megan si alza, fa una giravolta su se stessa e fa
ondeggiare il vestito. Il tessuto nero si apre come
un’ala di rondine, poi ricade morbido. Per un istante la
luce della città le accende i capelli di riflessi
ramati. Donald la guarda, la sigaretta dimenticata tra
le dita, la brace che si allunga. DONALD: Sei
ancora una bella donna, fidati! Non ti mancheranno i
corteggiatori e comunque è inutile piangere sul latte
versato. MEGAN: Gli uomini per la strada non si
fermano certo a guardare me. DONALD: È questo che
vorresti Meg? Essere il desiderio proibito di molti
uomini? MEGAN: Al tempo avevo solo un desiderio, ma
non era corrisposto ed ora invece mi dà fastidio
sentirti così distaccato, freddo. DONALD: Non sono
cambiato. MEGAN: Già, con me sei sempre stato
sfuggente, non volevi impegnarti e il tuo obiettivo era
solo quello di farti una scopata. Me lo hai anche detto!
DONALD: Tu eri e sei molto attraente, era naturale
pensarlo. MEGAN: Sì, ma tu pensavi solo a quello,
mentre io avrei voluto almeno provare ad avere con te
una relazione. Non avrei mai voluto essere trattata come
le tue segretarie. Quante te ne sei portate a letto Don?
DONALD: Non vorrai darmi delle lezioni di morale,
adesso? MEGAN: Tu lo hai fatto prima quando hai
saputo che sono stata con Mark. DONALD: Ti chiedo
scusa, non dovevo, è stato un attimo di debolezza.
MEGAN: Scemo, vedi che non capisci? Da te mi prenderei
qualsiasi offesa. Anche puttana se ne valesse la pena
per sentirmi tua complice. DONALD: E se ora mi
alzassi da questa sedia e ti alzassi la gonna? Già
immagino cosa troverei… MEGAN: Smettila! Sei fuori
tempo massimo… DONALD: Ecco, lo sapevo, prima mi dici
che sono freddo che mi vorresti diverso. MEGAN:
Parlavo al passato… DONALD: E se ti baciassi?
MEGAN: Oh Don il tempo è scaduto. Ci renderemo ridicoli.
DONALD: Perché mai? MEGAN: È finito il tempo
delle mele e delle farfalle nello stomaco o quello di
saltare la cena e non dormirci la notte. Saremmo solo
due adulti patetici che vivrebbero all’insegna del tempo
passato. DONALD: Non lo dico per recuperare, quello
che è stato è stato. Potrebbe essere un nuovo inizio,
no? MEGAN: A quest’età non si ricomincia, si
conserva ciò che si ha. DONALD: Cioè niente.
MEGAN: Beh questo è dipeso solo da noi. DONALD: Tu
almeno hai un figlio a cui pensare…
I due si
fissano intensamente. Il silenzio si fa denso, quasi
solido. Si sente il ticchettio di un orologio da parete.
Fuori, un aereo in atterraggio verso JFK taglia il cielo
con una scia di luci rosse e bianche. MEGAN: Sai
che ti dico Don? Con quindici anni di meno troverei
piacere a farmi spogliare da te, a farti vedere cosa ti
sei perso, ma ora mi rendo conto che potrei offrirti
sola la mia lingerie perché tu il mio corpo non te lo
sei goduto quando ne valeva la pena! DONALD: Sei tu
che ora vivi di ricordi, per me sei bella ed attraente
anche ora... come allora… Che c’è di male dirti che ti
scoperei… MEGAN: Forse è proprio quello il male…
Megan scuote la testa lentamente. Si stringe le
braccia intorno al corpo come se sentisse
improvvisamente freddo, nonostante il riscaldamento
centrale mantenga la stanza a una temperatura quasi
soffocante. La luce della città ora è più intensa: il
sole è completamente tramontato, e Manhattan si è accesa
in un mosaico di neon, LED e finestre illuminate che
sembrano migliaia di occhi curiosi puntati verso l’alto,
verso quel piano isolato. DONALD: Ci stai
pensando Meg? MEGAN: Don lascia stare, che te ne fai
di una vecchia? Ci sono tante belle fanciulle qui e
fuori di qui… Perché proprio io? E perché proprio ora,
dopo tanti anni di slalom vincenti, vorresti complicarti
la vita? DONALD: È solo una scopata Meg… MEGAN:
No Don, ti conosco, un uomo solo la scopata la va a
cercare tra la settima e la quattordicesima strada… Ti
stai solo illudendo… DONALD: Dici che ci sarebbe
altro? MEGAN: Penso di sì. DONALD: E allora è
quello che vuoi, no? MEGAN: Don, sento che vivresti
questa storia come un rimpianto, come se non avessi
colto l’occasione e ora vuoi rifarti… lo sai meglio di
me che sopra i rimpianti non si costruiscono legami.
DONALD: Meg io vivo solo da quasi cinque anni, le donne
non mi interessano più, mi interessano le persone e tu
sei una persona speciale. MEGAN: Non lo sono più,
dopo la fine del mio matrimonio, mi sono sentita
tremendamente sola e mi sono data Don a chiunque mi
abbia dato un minimo di accortezza, alle volte è bastato
un complimento, altre volte meno. Altro che speciale! Il
più delle volte mi sono sentita una merce usata.
DONALD: Bisogna pur vivere no? MEGAN: Ho vissuto per
non morire.
Donald guarda l’orologio. Lo
fissa come se potesse fermarlo con lo sguardo. Sono le
19:52. Sul polso porta ancora l’orologio che gli aveva
regalato la seconda moglie per il loro decimo
anniversario; il vetro è graffiato, le lancette segnano
lo stesso orario di sempre, come se il tempo per lui si
fosse inceppato anni fa. DONALD: Ascolta Meg
sono quasi le otto, ti va se ordiniamo due pizze e due
birre? MEGAN: Qui? Mi sembra una pazzia cenare in
ufficio. DONALD: Invece lo considero un posto molto
intimo a quest’ora. Tu hai qualche impegno? MEGAN:
Te l’ho detto sono libera di volare di fiore in fiore.
DONALD: E se al posto del fiore ci fosse un divano
rosso come questo? MEGAN: Lo so, tu non vuoi solo la
cena a te interessa il dopo e vorresti che io cedessi…
DONALD: Non so quello che potrà accadere dopo, ma so
che mi andrebbe di passare la notte con te in nome della
nostra amicizia. MEGAN: Ecco vedi? Non mi sbagliavo…
Gira che ti rigira… DONALD: Non fraintendere,
passare una notte in ufficio non significa fare sesso.
Diverso sarebbe stato se ti avessi proposto di andare a
casa mia. MEGAN: Meglio di no, questo divano è
scomodo… DONALD: Chissà quante volte lo hai usato…
MEGAN: Scemo, pensavo alla tua schiena… Domani mattina
ti lamenteresti e te la prenderesti con me… E poi qui è
triste, anziché essere due amici speciali saremmo solo
due colleghi.
Lui non ascolta, si alza, le
prende la mano e la guida verso il divano. La sua mano è
calda, sudata, trema leggermente. Megan si lascia
guidare per due passi, poi si ferma, ma non ritrae la
mano. Il divano in pelle rossa è consumato al centro,
segnato da anni di riunioni notturne e sonnellini
rubati. Sopra c’è ancora una giacca abbandonata di
Donald, con il logo EBC ricamato sul taschino. Lui la
sposta con un gesto distratto, facendola cadere a terra.
DONALD: Possiamo dormire mano nella mano? MEGAN: Don
ti prego, smettila, non siamo più due ragazzini.
DONALD: Un bacio come ai vecchi tempi? MEGAN: Te l’ho
detto sei fuori tempo massimo, fare l’amore con te
significherebbe farlo con un tir di ricordi, di
aspettative, di delusioni, di fallimenti e rinunce che
tornerebbero tutte insieme come fantasmi nella mia
mente. DONALD: E invece potrebbe essere il sapone che
lava tutto. MEGAN: Sai cosa mi fai pensare? A quando
rimasi incinta di mio marito, ecco, quando entravo qui
in ufficio, portavo quel figlio in grembo come una
colpa. DONALD: Ma io non ti ho mai detto nulla!
MEGAN: Lo so Don, ero io, solo io ad avere i sensi di
colpa, lo sai bene che avrei voluto solo che la causa
del mio stato fosse stata il tuo seme e non quello di
mio marito. DONALD: Lo so. MEGAN: Lo sai perché
te l’ho anche detto. “Don voglio un figlio da te. Sarà
un nostro segreto, nessuno saprà mai che è tuo.” Ero
pazza vero? DONALD: Non sei mai stata pazza.
Donald la stringe, la bacia. Lei non si
divincola. Il bacio inizia goffo, quasi esitante, poi
diventa urgente. Le labbra di Donald sanno di gin e
sigarette, quelle di Megan di rossetto sbiadito e caffè.
Lei gli appoggia le mani sul petto, non per respingerlo,
ma per sentire il cuore di lui batte forte sotto la
camicia stropicciata. MEGAN: Non molli mai
l’osso tu! DONALD: Mi fai impazzire… MEGAN: Dai
Don, ti prego, non fare così, sei anche ubriaco.
DONALD: Ti voglio.
Donald slaccia due
bottoni della camicetta di Megan e inizia ad
accarezzarle il seno. DONALD: L’ho sempre
desiderato. MEGAN: Smettila Don… e poi non è più il
seno di un’adolescente… DONALD: Sei mia. MEGAN:
Fai piano. DONALD: Sei fantastica Meg. MEGAN:
Spegni la luce. DONALD: Perché? Sei bellissima.
MEGAN: Te l’ho detto l’alcol ti fa vedere cose che non
esistono oppure che sono esistite ma ora non ci sono
più.
Megan ha un attimo di smarrimento,
accarezza la testa di lui e la stringe a sé. Lui la
trascina verso la scrivania. Spegne la luce, poi le alza
il vestito e si inginocchia. La stanza piomba nel buio,
rotto solo dalle strisce di luce che filtrano dalle
veneziane. I contorni dei mobili si dissolvono. Si sente
il respiro affannoso di entrambi, il fruscio del tessuto
che sale sulle cosce di lei, il rumore sordo delle
ginocchia di lui che toccano il pavimento. Megan si
appoggia, apre le gambe, una mano nei capelli di Donald,
l’altra premuta contro la bocca per soffocare un gemito.
MEGAN: Sì tesoro sì, non sai quanto ho aspettato questa
bocca, questa saliva. Notti insonni ad immaginare come
sarebbe stato. Quando lo facevo con mio marito, quando
non lo facevo affatto. Mi fai felice, ma forse è troppo.
DONALD: Non è troppo voglio solo farti godere.
MEGAN: Dai baciala, addomesticala, lo vedi che è ancora
ribelle? DONALD: Oh sì tesoro… Desidero il tuo
nettare. MEGAN: Ti piace il sapore? DONALD: Mai
assaggiato di meglio. MEGAN: Neanche quello di
Sandy, la tua segretaria attuale? DONALD: Non ti
sminuire ti prego. MEGAN: Ma lei è giovane, bella e
sensuale. DONALD: Meg, smettila, voglio farti godere
tutte le notti che il buon Dio ci permetterà di vivere.
MEGAN: No Don, non parlare così, non ho più
vent’anni e non voglio essere illusa. Ci ho creduto per
troppo tempo. DONALD: Ma io lo penso davvero.
MEGAN: Oh certo ti conosco, so che ti innamori
facilmente degli istanti per poi smentirti subito dopo.
Il tuo difetto è la costanza, lo sappiamo bene entrambi.
DONALD: Sono sincero!
Un attimo di
abbandono, un solo attimo, Megan sente l’umido di quella
lingua, sa che potrebbe godere, sa che poi cederebbe
totalmente, ma non vuoi ricadere nell’abisso, allora si
divincola dalla stretta di lui, lo sposta con un gesto
energico, si copre e riaccende la luce. Il neon
torna con un clic secco, accecante per un istante. Si
sistema il vestito con gesti rabbiosi. Donald resta in
ginocchio per qualche secondo, sorpreso dalla reazione
di lei, il viso arrossato, gli occhi lucidi, poi si
rialza lentamente, appoggiandosi alla scrivania.
MEGAN: Basta così tesoro. DONALD: Perché? MEGAN:
Perché non voglio più soffrire, rivivere ciò che ho già
vissuto, ora voglio andare a casa e non pensarci più.
Anche se mi giudicherai pazza e problematica… DONALD:
Non lo sei, sei solo una donna profonda. Però rimani,
dai, giuro che mi comporto bene. Se non vuoi non
facciamo nulla, ma solo tenerti per mano. MEGAN: Don
non sei tu il problema, in caso sarei io. DONALD:
Cioè? MEGAN: Non mi accontenterei né di un bacio, né
di dormire mano nella mano… DONALD: Lo so che anche
tu vuoi… ti devi solo lasciare andare e per abbandonarsi
occorre vivere il presente senza futuro e tantomeno il
passato. MEGAN: Parli bene tu! Ma io ho sempre
desiderato ciò che credevo mi appartenesse, mi
sbagliavo. Ed ora che so che potrei averlo non mi fa più
nessun effetto. DONALD: Ti rendi conto? Questa è
l’occasione giusta, anzi l’ultima. Tra qualche anno
ripensandoci ci pentiremo amaramente. Per una vita
abbiamo fatto l’amore con uomini e donne senza provare
il minimo affetto e ci rimarrà solo l’amaro in bocca per
non averlo fatto con l’unica persona che avrebbe
meritato il nostro amore. MEGAN: Don è andata come è
andata. Davvero non me la sento. DONALD: Sei bella
Megan. MEGAN: Mi dici così perché ti ricordi di
com’ero, ora sono sfiorita e con il mio aspetto sono
appassiti anche i miei sentimenti. Non riuscirei più a
provare qualcosa per qualcuno. DONALD: Ma io non
sono qualcuno. MEGAN: No, non lo sei, ma si arriva
ad un certo punto dove è necessario staccare la spina,
anzi è la vita stessa che avendoti spremuta ben bene non
ha più nulla da offrirti. DONALD: Non parlare così,
lasciati andare.
Megan prende la sua borsa,
si allontana e va verso la porta. Cammina piano. Si
ferma con la mano sulla maniglia, la borsa stretta al
petto come per difesa. Donald resta in piedi al centro
della stanza, le braccia lungo i fianchi, il respiro
pesante. MEGAN: Hai ragione tu, tu sei l’uomo in
assoluto che ho amato nella mia vita. Ti prego non
rovinare tutto ora. Lasciami andare ora. DONALD:
Cosa farai? MEGAN: Quello che ho fatto finora. Ora
esco, prendo la metro, torno a casa, indosso il pigiama,
mangio qualcosa davanti alla tv e mi addormento sul
divano. Vivo i ritagli della vita Don, senza pensare al
domani e senza più grilli per la testa. A cosa
servirebbero alla mia età? DONALD: E se tra questi
particolari ci fossi anche io? MEGAN: Tu non sei mai
stato un particolare e neanche l’intera tela, tu sei
stato, nonostante tutto, la cornice che ha abbellito il
mio quadro. DONALD: Nonostante tutto? MEGAN:
Buona serata Don…
Megan esce dalla stanza e
chiude la porta. Il clic della serratura è netto,
definitivo. Donald resta immobile per lunghi secondi.
Poi si avvicina lentamente alla finestra, appoggia la
fronte al vetro freddo. Sotto di lui New York continua a
vivere indifferente: taxi gialli che sfrecciano, treni
che attraversano l’Hudson, luci che si accendono e si
spengono. Il riflesso del suo viso sul vetro è sfocato,
segnato dalle rughe, dagli anni, dai rimpianti. Fuori,
la città non si ferma mai. Dentro, il silenzio è
assoluto, rotto solo dal ronzio del condizionatore e dal
battito lento del suo cuore. Fine.
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Il racconto è frutto di
fantasia. Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti
è puramente casuale.
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RACCONTI DI ADAMO BENCIVENGA
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