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STORIE DI ROMA

 
INTERVISTA IMPOSSIBILE
Isabella De Luna
La cortigiana dal cuore gentile
Isabella originaria di Granada in Spagna arrivò in Italia prostituendosi tra i soldati di Carlo V. A Roma acquistò una casa facendosi conoscere come cortigiana d’alto bordo. Tra i suoi clienti c'erano membri della nobiltà e cardinali

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È una Roma crepuscolare, nei giardini ombrosi di un palazzo vicino al Campo Marzio. Il luogo dell'incontro è intimo e raffinato: una sala in penombra, un liuto posato su un tavolo di noce e una finestra socchiusa da cui filtra il rumore lontano delle fontane e delle carrozze.
Isabella è seduta su una sedia intarsiata, avvolta in un abito di seta damascata color oro, con perle che le adornano i capelli scuri raccolti in un'acconciatura tipica delle cortigiane di alto rango, quelle che sapevano fondere eleganza spagnola e gusto italiano. Il suo charme è immediato e magnetico. Parla con voce calda, leggermente accentata dalla nativa Granada, e ogni frase è punteggiata da un sorriso che illumina la stanza, capace di passare in un istante dalla malizia giocosa alla dolcezza sincera.

Noto i suoi occhi scuri, profondi e penetranti, la sua bellezza è quella di una donna matura e consapevole del proprio potere: carnagione olivastra tipica del sud della Spagna, lineamenti armoniosi, labbra piene e un portamento eretto che trasmette dignità. Non è la bellezza eterea e fragile di una madonna rinascimentale, ma una sensualità terrena, calda, accogliente.
Ma è la grazia gentile a renderla indimenticabile: nonostante la professione che l'ha resa famosa Isabella parla con una tenerezza che sorprende. Mi dice: «La vita mi ha insegnato che il corpo si vende, ma il cuore no. E il mio, signore, batte ancora per chi sa vederlo oltre le apparenze». In quel momento, capisco perché fu chiamata "dal cuore gentile": non solo per la bellezza e il fascino, ma per quella rara combinazione di sensualità consapevole e una bontà profonda che la rende, nel cinico mondo delle corti rinascimentali, una figura quasi mitica.


MADAME LE SUE ORIGINI?
Sono di origini spagnole, provengo da Granada, la perla dell'Andalusia, dove il sole bacia le colline e l'aria porta ancora l'eco dei giardini moreschi. Nacqui lì, sotto il cielo spagnolo, in una città che profumava di aranci in fiore e di spezie arabe. Non fu una nascita da nobili palazzi, intendiamoci: la mia famiglia non era tra quelle che passeggiavano nei cortili dell'Alhambra. Ero figlia di gente semplice, artigiani e mercanti modesti, ma il sangue andaluso scorre caldo nelle mie vene che con un forte spirito d’indipendenza mi ha portato lontano.

COME ARRIVÒ A ROMA?
Nel 1535, giovane e impulsiva, seguii fino a Tunisi un soldato dell'esercito imperiale di Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero. Mi ero innamorata delle sue promesse facili… Pensavo che l'amore mi avrebbe protetta dalle tempeste, ma la guerra non conosce tenerezza: lui mi lasciò sola tra le tende e i feriti, dopo la conquista della città. Tunisi cadde in giugno e io rimasi lì, senza nulla se non il mio ingegno e il mio corpo per sopravvivere. Per vivere, cominciai a fare il mestiere nell'accampamento. Non era scelta, era necessità: tra i soldati spagnoli e tedeschi, tra polvere, sudore e monete d'argento, imparai a sorridere quando il cuore tremava, a negoziare quando la fame mordeva. Intorno al 1536, stanca di tende e marce, decisi che meritavo di più. Roma era la meta di tutti coloro che cercavano gloria, potere o solo un degno palcoscenico. La Città Eterna, con le sue rovine antiche e le sue corti scintillanti, mi chiamò come una sirena.

SI TROVÒ BENE A ROMA?
Quando arrivai c’erano numerosissime prostitute e cortigiane, se ne stimavano circa 7.000 su una popolazione di appena 50.000 abitanti. Erano attratte dai tanti uomini celibi in attesa di intraprendere la carriera ecclesiastica. I bordelli fiorivano come funghi dopo la pioggia, e le "cortigiane oneste" come me avevano i loro palazzi, i loro salotti, i loro protettori altolocati. Non fu facile all'inizio: ero straniera, spagnola, con l'accento che tradiva le mie origini andaluse e un passato da accampamento militare non certo nobile. Ma Roma premia chi sa giocare le carte giuste. Il mio spirito arguto, la lingua tagliente quando serviva, la musica che suonavo con il liuto, i versi che recitavo... tutto questo mi aprì le porte.

PIO V PENSÒ DI PORRE UN FRENO AL MALAFFARE…
Beh sì le puttane di strada creavano non pochi problemi per cui il Santo Padre pensò di poter estirpare il "malaffare" dalla Città Eterna con un tratto di penna. Le puttane "da lume" che si offrivano per pochi baiocchi nelle viuzze buie, creavano scandalo, disordine, furti, malattie. Così emanò provvedimenti duri: prima tentò l'espulsione in massa delle professioniste più vistose, ordinando loro di lasciare la città o di ritirarsi in conventi di pentite. Ma, rimase tutto lettera morta. Mezza Roma si sarebbe svuotata! I nobili, i mercanti, i prelati stessi protestarono. Gli affittuari videro crollare i canoni delle case, la dogana perse tasse, i commercianti non poterono più riscuotere crediti. L'economia cittadina, che in parte viveva anche di noi, tremò. E il papa, pur con il suo zelo inquisitorio, dovette fare marcia indietro.

QUINDI COSA SUCCESSE?
Vista l’inefficacia del provvedimento Pio V giunse alla soluzione di confinare le cortigiane all’Ortaccio, ossia nella zona di Ripetta, tra l’Ara Pacis e il Mausoleo di Augusto, una specie di Ghetto con regolare chiusura notturna. Il "quartiere del peccato", lontano dal centro sacro e dalle vie principali, nacque ufficialmente intorno al 1569, dopo vari tentativi falliti di relegarci prima a Trastevere.

ANCHE LEI FU COLPITA DA QUELLA LEGGE?
Assolutamente no! Io ero una cortigiana onesta d’alto bordo, una sorta di connubio tra la prostituta di lusso e l’animatrice di salotti letterari. Ero anche conosciuta come una musicista di talento ed amavo tutte le arti in genere. I miei clienti non erano anonimi soldati o mercanti di passaggio, ma gente famosa e facoltosa. Le "cortigiane oneste" come me godevano di una sorta di immunità tacita: non eravamo le "scandalose" che il papa voleva nascondere. Eravamo... indispensabili, in un certo senso. Il mio nome era sinonimo di raffinatezza, non di degrado. Certo, i tempi si fecero più duri sotto Pio V – vidi amiche costrette a spostarsi, altre umiliate pubblicamente.

CHI ERA LA CORTIGIANA ONESTA?
Non ero propriamente un’amante fissa, legata a un solo uomo per capriccio o per contratto matrimoniale; ero una sorta di maîtresse ufficialmente riconosciuta come tale, una professionista del piacere che si distingueva dalle “colleghe” dei postriboli proprio per la conoscenza del cerimoniale di corte, delle buone maniere, dell’arte di intrattenere con spirito, musica, poesia e... sì, con il corpo quando lo desideravo.

PRATICAMENTE LE DEE DELL’AMORE ILLEGITTIMO…
Beh eravamo molto astute e per aumentare i nostri compensi giocavamo con le gelosie vantando relazioni amorose. Io avevo imparato molto bene l’arte della seduzione, usavo biancherie finissime e profumate, vesti di seta, di velluto, acconciature alla moda, guanti preparati con la concia di gelsomini di Spagna, o di garofani, trine e pizzi preziosi di Venezia. Ero spesso una delle prime a seguire le nuove mode per attirare gli uomini più benestanti e di potere. Non era solo vanità, messere: era strategia. In un mondo dove un papa poteva tentare di rinchiuderci all’Ortaccio, la cortigiana onesta sopravviveva grazie al fascino che esercitava sui potenti. Io sceglievo, non venivo scelta; dettavo condizioni, non subivo imposizioni. E il mio cuore gentile lo riservavo a chi lo meritava. Il resto... era mestiere, arte, sopravvivenza elevata a eleganza.

COSA FECE A ROMA?
Nel 1544 acquistai una casa vicino al Tevere: stanze ampie con affreschi alle pareti, un cortile con fontana che gorgogliava piano la sera, servi discreti e un giardino dove i gelsomini profumavano l’aria anche d’inverno. Fu il mio rifugio, il mio regno. Come
tutte le cortigiane della mia classe mi procurai un amante famoso e potente. Io scelsi Roberto Strozzi, gentiluomo mantovano e nipote di Baldassarre Castiglione che scrisse il Cortegiano. Tramite lui riuscii ad entrare negli ambienti che contavano ed a fare diverse conoscenze preziose: protettori che mi difendevano, amici che mi ammiravano, rivali che mi invidiavano ed entrai nei salotti di cardinali, palazzi di nobili, feste dove si parlava di poesia, di intrighi, di potere. Feci conoscenze

CHI FURONO GLI ALTRI SUOI AMANTI?
Tra i più conosciuti, mi intrattenevo con piacere con il cardinale Carafa, ambizioso e passionale, nipote di papa Paolo IV. Poi il marchese di Montebello, un uomo di mondo con il gusto per il lusso e le avventure discrete. Il cardinale Farnese con il suo palazzo sfarzoso e la sua influenza che apriva tutte le porte. E il poeta Matteo Bandello, quel novellatore lombardo che mi ritrasse nelle sue storie: non solo come amante, ma come donna di spirito, capace di ridere delle vanità umane e di commuoversi per le disgrazie altrui. Con lui le notti erano fatte di versi recitati, di confidenze e di quel fuoco intellettuale che rendeva il piacere ancora più dolce. Non erano solo “amanti”, messere: erano alleati, complici, specchi in cui riflettevo la mia astuzia e la mia grazia. Io sceglievo con cura, non per capriccio: ognuno portava qualcosa – protezione, regali, conversazioni. E io davo in cambio non solo il corpo, ma l’intelligenza, il riso, la gentilezza che il mondo chiamava “cuore gentile”. Una volta, durante una festa, un certo Rocco Biancalana scommise di farmi arrossire con parole audaci... e perse miseramente! Roma intera ne rise per settimane.

NONOSTANTE LE SUE CONOSCENZE FINÌ PIÙ VOLTE SOTTO ACCUSA…
Nonostante le mie conoscenze altolocate finii più volte sotto accusa. Roma era un nido di vipere: un giorno ti adulavano nei salotti, il giorno dopo ti denunciavano per salvare la faccia davanti a un papa o a un governatore troppo zelante. Ero molto amica della mia collega Pandora, famosa per essere una delle più belle donne di Roma per la sua pelle di latte e i capelli come seta nera. Fummo accusate di avere rapporti intimi tra noi, di sodomia femminile, quel peccato che la Chiesa odiava più del semplice commercio del corpo. Fummo arrestate e il Papa minacciò di bruciarci sul rogo come eretiche, ma le fiamme non ci toccarono e le protezioni intervennero.

NON SOLO QUELLA VOLTA FU FRUSTATA SULLA PUBBLICA PIAZZA…
In un'altra occasione mi ritrovai accusata per debito, ma riuscii a pagare il commerciante a cui dovevo il denaro prima di essere incarcerata; tuttavia, poiché finsi di usare la convocazione come carta igienica e mi presentai davanti al giudice ubriaca, fui condannata ad essere frustata pubblicamente con 50 colpi sulle natiche nude. Nel 1555, invece, fui accusata di aver tenuto un bambino prigioniero nella mia casa, un'accusa assurda, inventata da un creditore invidioso. Prima di essere arrestata, riuscii a fuggire verso Venezia, la città delle libertà e delle maschere, dove pensavo di rifugiarmi tra vecchie conoscenze. Ma venni catturata a Rimini e riportata indietro in catene a Castel Sant'Angelo. Lì attesi il processo, tra umidità e topi, ma alla fine... per aver contravvenuto alla legge, fui condannata a essere frustata sulle natiche nude sulla pubblica piazza. Roma accorse a guardare: nobili dai balconi, plebei tra la folla, tutti a vedere Isabella de Luna umiliata. Ma tenni il capo alto, messere: non gridai, non implorai. Il mio orgoglio era l'unica armatura che mi restava.

GLI ANNI PASSAVANO COME VISSE IL SUO SFIORIRE?
Non fu un tramonto improvviso, il tempo mi consumò piano, come un vino lasciato troppo a lungo nel calice. Dopo le frustate in piazza il mio nome perse un po' di quel lustro abbagliante. I potenti che un tempo affollavano il mio salotto trovarono amanti più giovani, più fresche, meno segnate dalle battaglie della vita. La moda cambiava: le acconciature si facevano più severe sotto i papi rigorosi, i profumi meno audaci, e io... io restavo la spagnola dal cuore gentile, ma con qualche ruga in più intorno agli occhi, qualche filo d'argento tra i capelli neri. Non mi ritirai in convento, come facevano alcune mie "colleghe" pentite, né mendicai pietà. Continuai a vivere nella mia casa aiutando chi potevo: amiche cadute in miseria, servi fedeli, persino qualche fanciulla ingenua che bussava alla mia porta per un consiglio.

CONTINUÒ A FARE IL MESTIERE?
L’attività si diradò, certo, non più le notti folli di risate e intrighi, ma conversazioni più quiete, con uomini maturi che cercavano non solo il corpo, ma la compagnia di una donna che aveva visto il mondo. Suonavo ancora il liuto, recitavo versi, ma con una nota di nostalgia che prima non c'era. Gli anni dopo il 1555 furono di quieta resistenza: pagai i debiti, evitai nuove accuse, tenni alta la testa nonostante le cicatrici. Il cuore gentile non invecchiò: aiutai Pandora quando potetti, consolai chi soffriva, e forse proprio per questo non mi sentii mai sola del tutto.

L’intervista è finita Isabella si alza lentamente dalla sedia intarsiata, mi sorride, un sorriso stanco ma ancora caldo, luminoso di quella malizia che il tempo non ha spento del tutto. Si avvicina alla finestra socchiusa, da cui entra l’aria fresca della notte romana, mista al profumo lontano del Tevere. Spegne una dopo l’altra le candele con le dita, lasciando che il fumo si alzi in spirali pigre verso il soffitto affrescato. La stanza si fa più buia, più intima, illuminata solo dalla luna che filtra tra le tende. Allunga una mano, sfiora la mia guancia con la punta delle dita, un gesto antico, quasi materno, eppure carico di quella sensualità terrena che l’ha resa leggenda, Poi si volta verso la finestra, lasciando che la luna le accarezzi il profilo.

Isabella morii nel 1564, qui a Roma, nella città che l’aveva eletta regina dei salotti e poi umiliata in piazza. Non ci sono cronache fastose di funerali solenni, né epitaffi scolpiti nel marmo da poeti o cardinali. Solo la data: 1564, e il luogo: Roma. Poche e scarne notizie, come si addice a una donna che ha vissuto nel lusso e nel peccato, ma che il mondo ha preferito dimenticare una volta sfiorita.




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L'ARTICOLO E' A CURA DI
ADAMO BENCIVENGA

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