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INTERVISTE IMPOSSIBILI
 
  STORIE DI ROMA

Angela Greca
La Cortigiana nella Roma dei Papi
Proveniva da Lanciano, da dove era stata "rubata" durante una fiera per spingerla sulla via della prostituzione nella città dei papi




L’incontro con Ortensia Greca, come lei preferisce farsi chiamare, avviene in una tiepida sera di settembre, tra le ombre lunghe e i profumi di gelsomino che si spandono nei vicoli di Trastevere. Ci troviamo in una piccola locanda nascosta, un angolo caratteristico di Roma, con le pareti di pietra viva e le candele sui tavoli di legno.
Il Tevere scorre placido poco lontano, riflettendo le luci della città eterna, mentre il chiacchiericcio dei passanti si mescola al suono di un liuto che qualcuno pizzica in lontananza. È il luogo perfetto per ascoltare la storia di una donna che attraversa il fulgore e le ombre del Rinascimento romano.
Ortensia è una visione, una bellezza che sembra scolpita dal pennello di un maestro. I suoi occhi, profondi e vivaci, raccontano una vita di passione, mentre i suoi lineamenti, delicati ma decisi, evocano le muse immortalate da Tiziano. I suoi capelli, raccolti in un’elaborata acconciatura che richiama l’eleganza delle cortigiane oneste, scintillano alla luce delle candele, e il suo portamento, fiero, tradisce la grazia di chi calca i salotti dei potenti e conosce l’amore di poeti e principi.
Nonostante il peso degli anni e delle vicende, la sua presenza riempie la stanza come se il tempo non osasse sfiorare la sua essenza. Seduta qui, con un sorriso che mescola malinconia e fierezza, Ortensia Greca si prepara a raccontarmi la sua straordinaria storia, un viaggio tra le luci sfavillanti della Roma papale e le ombre di una vita vissuta al confine tra peccato e redenzione.


MADAME LE SUE ORIGINI?
Sono nata alla fine del 1400 a Lanciano, capoluogo dei Frentani, municipio romano e successivamente capoluogo nel 1212 e per volere di Federico II di Svevia ebbe il titolo di città. Lì due volte l’anno si svolgeva una fiera dove partecipavano mercanti veneziani, genovesi, napoletani, persino tedeschi e francesi.

LEI ERA ANCORA ADOLESCENTE E BELLISSIMA, DICONO…
Oh sì, ma la bellezza attira lupi e durante una di quelle fiere fui comprata e portata via come merce preziosa da certi ruffiani, così mi ritrovai a Roma. L’inizio non fu dei migliori, non avevo soldi e venivo sfruttata da loschi figuri. Praticamente vivevo da barbona. Una sera in una taverna di Campo de’ Fiori ero così sporca che venni picchiata e cacciata via da certi avventori. Dicevano che avevo la rogna.

IN QUEL PERIODO NELLA CITTÀ DEL PAPA ANDAVANO DI MODA LE CORTIGIANE ONESTE…
Il mio sogno era diventare una di loro. Erano delle donne, audaci, colte e molto belle che sapevano animare i salotti ed essere compagne di poeti, principi, uomini di corte e religiosi di alto rango. Spesso posavano anche per i grandi artisti del tempo. Ma c’era anche le puttane di strada, ossia quelle definite “a lume” o “alla candela” ovvero le prostitute povere che rapportavano la loro attività in base alla durata di una candela. Ed io ero una di loro

PIANO PIANO PERÒ FECE CARRIERA… DICONO CHE FOSSE LA DONNA PIÙ BELLA DELLA CAPITALE…
Eh sì, la bellezza non è una colpa, ma un biglietto d’ingresso. Pian piano mi ripulii, mi vestii di seta e iniziai a scegliere, non a subire. Cambiani nome in Ortensia Greca, un nome che suonava nobile, greco, esotico… perfetto per far girare la testa ai signori della Curia e ai mercanti forestieri. E sì, la capitale era piena di belle donne, ma io avevo qualcosa in più: l’astuzia di chi sa quando sorridere, quando mordere e soprattutto quando tacere e la bocca serve per fare altro. Dicono che fossi la più bella, sì, ma forse esagerano, di certo ero tra quelle che non si dimenticavano facilmente.

E POI ARRIVÒ DE ALBORENSIS…
Era un ricco spagnolo, lo conobbi per strada. Lui si innamorò perdutamente di me, mi corteggiò con regali e promesse. Diventammo amanti e per tenermi vicina mi regalò una casa a Vicolo Cellini 31 nei pressi di Via Giulia, la strada nuova e splendente che Bramante aveva tracciato per il papa. Una casa modesta fuori, ma dentro la abbellii con tappeti persiani, specchi veneziani, profumi d’Arabia… e una camera da letto che faceva invidia alle favorite pontificie.

VICOLO CELLINI ERA MOLTO FAMOSO AL TEMPO…
I romani lo avevano chiamato “Vicolo Calabraga” dal gergo popolare “calar di brache” perché in quella strada e nelle vie limitrofe si svolgeva il mestiere più antico del mondo. I romani non giravano intorno alle cose: in quel budello stretto tra Ponte e Parione, le “cortigiane a candela” e noi “oneste”, più raffinate, dividevamo lo stesso selciato. Calar le brache era il mestiere, sì, ma io lo facevo con stile, non per fame. Era un quartiere di peccati eleganti: mercanti, prelati, poeti, tutti venivano lì per dimenticare il confessionale.

E LA CASA AL 31?
Lì sono entrati cardinali in incognito, poeti come il mio Francesco Beccuti che mi dedicava sonetti infuocati, e persino quel cameriere di Leone X che mi portò alla corte. Da lì partì la mia vera ascesa: non più solo una cortigiana, ma una che dettava mode, lettere d’amore e qualche piccolo intrigo.

VENNE ANCHE SCHEDATA DAGLI EMISSARI DEL PAPA.
Roma era una città con cento occhi, specialmente sotto Leone X, che amava tenere traccia di tutto, persino delle sue "pecorelle smarrite". Gli ufficiali papalini scrissero nel rapporto: "…L'altra casa habita Angela Grecha cortesana, abasso habita Bartholomea lombarda lavandara." Sopra abitavo io, sotto Bartholomea, che stirava lenzuola di giorno e di notte faceva altro. Eravamo vicine di casa, divise solo da un soffitto sottile: la cortigiana onesta e la lavandaia “a candela”. Ma entrambe facevamo parte dello stesso quartiere di peccati. Quel rapporto era solo burocrazia: schedavano le professioni unicamente per tassare.

GRAZIE ALLA SUA AVVENENZA FINÌ DUNQUE ALLA CORTE PAPALE…
Conobbi Ercole Rangone nel 1520, un modenese di antica stirpe, conte per nascita, cameriere segreto di Leone X. Il Conte Rangone apparteneva ad una nobile famiglia modenese ed era mio coetaneo. Ci incontrammo a una festa in Vaticano, in uno di quei ricevimenti dove le cortigiane oneste venivano invitate per "ornare" la serata. Spuntò l’amore. Lui sapeva chi ero, non era cieco; io sapevo che sposarmi con un nobile era il modo per elevarmi oltre il vicolo. Ci sposammo, e per un po’ fui la contessa Rangone: una cortigiana che aveva "fatto il salto". Lui chiuse un occhio sui miei vecchi amanti, e io gli diedi lustro con la mia grazia e la mia bellezza. Grazie a lui entrai alla corte vera, non più solo come ospite pagata, ma come moglie di un familiare papale.

MADAME, QUELL’UNIONE VI ELEVÒ, VI DIEDE IL TITOLO DI CONTESSA, L’ACCESSO ALLA CORTE… EPPURE FINÌ. COME MAI?
Fu un fuoco breve, intenso. Ma anche un’unione che fece chiacchierare mezza Roma… e per un po’ credemmo entrambi che potesse durare. Ma il mondo non perdona alle donne come me di salire troppo in alto senza pagare pegno. Lui non resse ai pettegolezzi e trovò consolazione altrove. Non ci fu un litigio plateale, né un divorzio formale. Semplicemente… ci separammo. Le strade si divisero senza clamore e lui tornò ai suoi doveri nobiliari.

IL SUO SOGNO PERÒ SI ERA AVVERATO…
Divenni l'amante del poeta perugino Francesco Beccuti detto il Coppetta, dal cuore tenero e dalla penna affilata. Fu uno dei miei amori più dolci. Mi dedicò sonetti delicati e meravigliosi versi d’amore. Non era un nobile o un cardinale, ma un uomo di lettere, e questo lo rendeva speciale, mi amava con le parole prima che con il corpo. Eravamo amanti in un’epoca in cui l’amore cortese si mescolava al peccato, e lui lo sapeva rendere puro con la sua poesia. Quanto a Tiziano… sì, il grande Vecellio. Lo conobbi nei salotti romani, proprio grazie al mio Alessandro Farnese, cardinale ambizioso, nipote di Paolo III, che mi tenne al suo fianco per anni. Commissionò a Tiziano la Danae nel 1545, durante il soggiorno del pittore a Roma, e volle che fossi io a posare, nuda, languida, con lo sguardo rivolto alla pioggia d’oro di Giove. Se si guarda bene negli occhi di quella Danae, c’è Lanciano, c’è Roma, c’è il trionfo di una donna che seppe farsi musa immortale. Alessandro mi amava abbastanza da rendermi eterna in un capolavoro… e io, beh, posai volentieri.

AL CULMINE DEL SUO SPLENDORE DOVETTE FUGGIRE DA ROMA VERO?
Prima del Sacco di Roma del 1527 fuggii in Francia prima che arrivassero i Lanzichenecchi. A Parigi frequentai la corte di Francesco I, dove le cortigiane italiane erano benvenute e pagate profumatamente. Ma Roma mi mancava e mi chiamava e dopo due anni tornai e trovai una città in rovina, ferita e più austera. Paolo III saliva al trono, la Controriforma già si annunciava. Io ero stanca: di fughe, di gelosie, di corpi prestati. Decisi di cambiare pelle. Entrai nel Convento delle Convertite, il monastero voluto da papa Leone X presso l’antica chiesa di Santa Lucia, che accoglieva le donne che volevano redimersi dai loro peccati e abbandonare la strada della prostituzione. Presi i voti, lasciai il mio nome mondano e divenni suora, vestita di nero, a pregare per i peccati passati.

UN FINALE SORPRENDENTE PER UNA VITA COSÌ INTENSA…
Sorprendente? Roma è fatta di questi capovolgimenti: da cortigiana a suora, da Danae a Maddalena pentita. Ho vissuto tutto: il letto dei potenti, i versi dei poeti, il pennello di Tiziano, la fuga, la redenzione. Non cambierei nulla. Se oggi qualcuno passa per Vicolo Cellini o guarda la Danae a Napoli, pensi a me: una ragazza di Lanciano che non si accontentò del destino e lo riscrisse con il proprio corpo e la propria intelligenza.

Angela Greca si alza lentamente. Si avvicina con un passo lieve, quasi danzante, e mi porge la mano all’antica maniera cortigiana. La mano è pallida, segnata dal tempo, ma le dita conservano ancora una grazia regale. “Bene signore. Avete scavato abbastanza nel mio passato, nei miei letti, nei miei sonetti e nei miei peccati. Ora basta. Roma ha ascoltato fin troppo le mie storie.” Sorride e prima di sparire si gira un’ultima volta, poi, in un fruscio di stoffa, svanisce. L’intervista è finita.






 

IMMAGINE GENERATA DA IA
INTERVISTA A CURA DI ADAMO BENCIVENGA
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