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RACCONTI

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Luciano Colombo
L'inverno del '60








 



L'inverno del 60 stava trascorrendo come tanti altri, la solita noia delle interminabili giornate di pioggia. La nebbia costringeva mio padre a rientrare la sera guidando con la testa fuori dal finestrino e fermarsi spesso per orizzontarsi. Le grandi nevicate attutivano il rumore del traffico già intenso e coprivano di pulito lo spoglio Parco Solari, facendolo sembrare, alla mia finestra e alla mia fantasia una infinita steppa russa.

Il liceo scientifico al Vittorio Veneto era appena iniziato, i volti nuovi, strani professori, lezioni noiose e pomeriggi a far finta di studiare con i compagni di classe, parlando invece di ragazze e di sesso. Le sere passate in casa con la tv in bianco e nero e Lascia o Raddoppia o con le interminabili telefonate alla prima fidanzatina, Paola. La domenica il copione era ormai immutato da anni: il bagno, lo shampoo, la messa in Duomo, l'aperitivo allo Zucca, il pranzo sempre nel medesimo ristorante del centro e l'attesa che i miei se ne andassero al cinema in Galleria, da soli.

Avevo così un pomeriggio libero e soprattutto una casa libera, dove i miei non tornavano mai prima delle sette e della quale avevo anche le chiavi per rientrare dopo le festicciole alle quali andavo o dicevo di andare. In effetti saltavo sull'8 e alle tre ero già a casa in attesa di Paola, quarta ginnasio al Beccaria, ferrarese trapiantata a Milano, ci eravamo conosciuti ad una festa in casa di un mio compagno di classe in via Giovanni da Procida.

Quella domenica pomeriggio strimpellava la chitarra un ragazzina bionda con un largo spazio fra gli incisivi, si chiamava Giovanna e nessuno poteva immaginarsi sarebbe diventata una cantante. Una festa sobria con la discreta presenza dei genitori del padrone di casa, chiusi però in un'altra stanza. Non potevamo abbassare le tapparelle per creare l'atmosfera adatta ai lenti e al pomiciamento, c'erano i pasticcini, la torta, l'aranciata e non giravano alcolici né piattini con pastiglie strane : gli spinelli dovevano ancora arrivare, ma c'erano le anfetamine a dare un tocco americano alle feste più libertine.

Ballai solo con lei, si lasciava stringere dolcemente ed appoggiava la sua guancia alla mia. Purtroppo abitava a due passi da lì, in via Domodossola e accompagnandola non ebbi neanche il tempo di tentare di baciarla, riuscii però ad avere il suo numero di telefono. Lunghe telefonate, le prime dichiarazioni di simpatia, poi la promessa di studiare latino assieme, a casa sua; lì finalmente nella sua cameretta ci confessammo il nostro amore e ci baciammo per la prima volta. La madre non era un tipo repressivo e si fidava anche a lasciarci spesso in casa da soli, i libri allora rimanevano chiusi e ci potevano rotolare piacevolmente sul suo letto.

Paola era abbastanza alta, mora, capelli corti, un viso dolce con un sorriso aperto, vestiva golfini di cashmire beige, gonne di vigogna, mai corte sopra il ginocchio e immancabili clark nere. Il corpo era uno splendore di morbidezza, una pelle di velluto soprattutto alla fine delle calze, oltre il reggicalze. Si, il reggicalze.

Un comune accessorio femminile usato, allora, per sostenere le calze, fino a quando l'America iniziò una delle sue invasioni per portare la democrazia nel mondo e tramite agenti talebani addestrati dalla CIA infiltrò anche in Italia i collant. Questa invasione sconvolse le menti delle donne che, accorciando vertiginosamente la lunghezza delle gonne, stimolarono le più turpi fantasie degli uomini, frustrandole poi al momento opportuno con le nuove cinture di castità in nylon. I collant mi segnarono nello spirito, creandomi in futuro probabili problemi psicologici. Iniziai con l'avvento del collant a soffrire di una patologia parafilica legata agli stimolanti ricordi del reggicalze e delle meravigliose sensazioni percepite dalle mie mani quando, vagando sotto una gonna, oltrepassavano la fine delle calze e raggiungevano il tepore della pelle. La terapia consigliata di regalare e far indossare abitualmente alle mie compagne, calze e reggicalze, portò dei miglioramenti progressivi che si completarono, terminando con la guarigione totale, circa trent'anni fa, quando le donne riscoprirono il fascino erotizzante di indossare ancora quell'antico accessorio, anche se nella veste modernizzata delle autoreggenti.

Le perlustrazioni sotto le gonne di Paola comunque finivano sempre e solo con reciproche manipolazioni o nella più travolgente delle soluzioni erotiche, strusciando il mio sesso fra le sue cosce, vicino al suo, ovviamente protetto dagli slip. Questa abitudine domenicale di incontrarci a casa mia registrò anche un inglorioso, ma importante episodio. Un pomeriggio i miei rientrarono inaspettatamente prima e non avendo chiuso a chiave la porta d'ingresso per la fretta di saltare addosso a Paola, ci trovarono indecorosamente abbracciati sul pavimento dell'anticamera. Forse colpito dalla voce di Ray Charles che, uscendo dal mio superbo mangiadischi a pile, faceva da colonna sonora alla situazione con uno struggente "I'can't stop loving you" mio padre , da vero gentleman, richiuse la porta e ritornò alle 19 come al solito.

Anche se immagino fra di loro avessero a lungo valutato l'accaduto, con me non fecero parola, ma, non casualmente, mia madre smise di imboccarmi la colazione del mattino, di farmi la riga con la brillantina e mio padre di comprarmi Topolino. Successivamente, ufficializzata la presenza di Paola, mia madre si scatenò in una accurata indagine sulla sua famiglia, gli studi, la serietà, convincendosi di un mio probabile matrimonio, dopo la laurea, ovviamente. La sua illusione però ci fece comodo per avere più libertà di incontrarci.

Ci trovavamo per studiare assieme alla biblioteca del parco Sempione, ma molto spesso ci rintanavamo al cinema Abel nelle ultime file dove, coperti da impalcature di cappotti, le nostre mani si alternavano a darci piacere. Prima della fine del film ci appartavamo dietro gli spessi tendoni di velluto blu che circondavano la sala e in piedi, appoggiati ad una colonna, davamo sfogo ad un surrogato di rapporto sessuale. Fu lì dove, per la prima volta, cedendo alle miei ripetute richieste, decise di ringraziarmi accogliendomi nella sua bocca.

Finalmente una domenica a casa, Paola mi permise di sfilarle le mutandine: dopo averla più comodamente accarezzata a lungo fra le gambe, sentendola sciogliersi dal piacere, capii che avremmo fatto l'amore. Era un pomeriggio piovoso e persino i vetri appannati per i caloriferi prematuramente spenti in attesa di una primavera che non arrivava mai, sembrava volessero aiutarci nell'impresa. I presupposti erano perfetti, ma passare dalla teoria alla pratica non fu facile e al mio doloroso e maldestro tentativo pianse. Mi chiese di aspettare, se le volevo veramente bene. Mi sembrò carino rinunciare ed abbracciarla teneramente. Ci saremmo rifatti altre volte, pensai, mai praticamente, perchè la nostra love story purtroppo durò poco, il padre dipendente statale fu trasferito a Bologna e la famiglia con lui. Ci scrivemmo montagne di lettere infuocate, poi solo colline, infine ognuno rincorse la sua vita.





FINE

 





 
 
 





Il racconto è frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..
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