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GIALLO PASSIONE
 
 
La vera storia di Béla Kiss
Il Mostro di Cinkota
Il serial killer che ingannò l’Ungheria intera e svanì nel nulla, diventando il fantasma più ricercato del Novecento. Dietro la facciata di gentiluomo elegante e solitario, Béla Kiss nascondeva ventiquattro donne strangolate e conservate nell’alcol, in attesa di una guerra che lo salvasse
 
 
 


 
Budapest, primavera del 1900.
La pioggia cadeva obliqua, come se il cielo stesso volesse lavare via i peccati della città. Una figura alta, magra, avvolta in un pastrano nero lucido d’acqua, scendeva dal treno a vapore diretto a Cinkota. Cappello a tesa larga calcato sugli occhi, valigia di cuoio consumata in una mano, un bastone da passeggio nell’altra. Nessuno, sul marciapiede della piccola stazione di periferia, si voltò a guardarlo due volte. Gli uomini come lui passavano inosservati: educati, silenziosi, con quell’aria da impiegato di banca o da studioso che non disturba mai.

Si chiamava Béla Kiss. Ventitré anni, nato a Izsák, cresciuto tra campi di grano e superstizioni contadine. Non aveva mai messo piede in una scuola vera, ma portava nella testa una biblioteca intera di stelle e tavole astrologiche che aveva divorato alla luce di una candela, notte dopo notte. Sapeva leggere il cielo meglio di quanto la maggior parte degli uomini sapesse leggere un giornale.
Camminava lento lungo la via sterrata che conduceva al paese. Le ruote dei carri avevano scavato solchi profondi, pieni d’acqua torbida che rifletteva un cielo color piombo. Passò davanti a casupole intonacate di bianco, cani che abbaiavano svogliati, donne che lo osservavano da dietro le tende di pizzo. Arrivò infine a una casa isolata, in fondo a una stradina cieca: muri gialli scrostati, tetto di tegole rosse, un grande giardino sul retro cintato da siepi alte. L’odore di terra umida e di lillà marci gli entrò nelle narici.

L’agente immobiliare, un ometto grassoccio con baffi impomatati, gli porse la chiave con un sorriso untuoso. «Perfetta per un gentiluomo che cerca… discrezione, signor Kiss.» Béla prese la chiave senza una parola. Il ferro era freddo, pesante. La girò tra le dita come se stesse già misurando la profondità di una tomba. Entrò. C’era odore di chiuso, di legno vecchio, di segreti che aspettavano solo di essere risvegliati. Si tolse il cappello. I suoi capelli erano neri, pettinati all’indietro con cura maniacale. Gli occhi, due schegge vispe, percorrevano le stanze vuote come se già le vedesse piene. Poi sorrise. Un sorriso sottile, tagliente, che non arrivava mai agli occhi.

Cinkota, estate del 1912.
Il sole picchiava sulle tegole rosse come un martello su un’incudine. L’aria era densa di polvere e del profumo dolciastro dei tigli in fiore. Béla Kiss aveva trentacinque anni ormai: alto, impeccabile, i capelli neri appena screziati di grigio alle tempie. Indossava abiti su misura color crema, panciotto con catena d’oro, cravatta fermata da una perla nera. Quando camminava per il vialetto di ghiaia, le donne si affacciavano alle finestre. Beh sì era davvero un bell’uomo!

Maria aveva vent’anni. L’aveva conosciuta in città, a una fiera di beneficenza. Lei serviva tè alle signore anziane; lui si era offerto di portare i vassoi più pesanti. Gli occhi di Maria erano grandi, castani, spaventati come quelli di un cerbiatto che sente l’odore del lupo, ma non sa ancora dove scappare. Lui le aveva sorriso con quella dolcezza lenta, affabile, e le aveva detto: «Signorina, lei ha le mani di una fata. Non dovrebbe sporcarle con questi lavori da serva.» Tre mesi dopo erano sposati. La cerimonia fu semplice, quasi clandestina: una chiesetta di campagna, due testimoni presi a caso e un suo amico, l’ispettore Kártoly Nagy in persona, che stringeva la mano a Béla con calore fraterno.

«Caro Kiss.» Gli aveva detto l’ispettore, battendogli sulla spalla. «Hai trovato una perla. Trattala bene. Altrimenti vengo io a farti visita con le manette!» Risate. Bicchieri di pálinka. Applausi. Nessuno notò che Maria, sotto il velo di pizzo tremava e che quel matrimonio sarebbe stato la sua gabbia dorata. La casa di Béla era cambiata. Le stanze odoravano di cera d’api e di rose bianche. Di notte, quando il paese dormiva, si sentiva solo un singhiozzo soffocato che proveniva dal piano di sopra.

Ma i vicini adoravano Béla. Portava sempre un piccolo regalo: una scatola di cioccolatini per la signora Horváth, un sigaro cubano per il dottore, un mazzo di fiori selvatici per la moglie dell’ispettore. «Un gentiluomo d’altri tempi!» Dicevano.
«Un uomo che sa come trattare una donna.» Sospiravano le più giovani, invidiose di Maria. Solo i cani continuavano ad abbaiare quando lui passava davanti ai cancelli. Solo i bambini, a volte, scappavano via di corsa quando lo vedevano in giardino a lavorare la terra nera e grassa dietro la casa.

Maria sorrideva sempre in pubblico. Le guance pallide, le labbra dipinte di rosso, gli occhi bassi. Quando qualcuno le chiedeva come stesse, lei rispondeva con una vocina sottile: «Benissimo, grazie. Mio marito è così premuroso…» E Béla, alle sue spalle, posava una mano leggera sulla sua spalla, come un marchio di proprietà.

Cinkota, autunno 1913.
Le nebbie del Danubio si alzavano lente la sera, strisciando tra i filari di pioppi come dita di fantasmi. Béla Kiss rientrava sempre più tardi da Budapest. Il treno delle 00:47 fischiava stanco alla stazione deserta; poi si sentivano solo i suoi passi misurati sulla ghiaia, il ticchettio del bastone da passeggio e, a volte, l’odore di lamiera calda e olio di macchina che gli restava appiccicato ai vestiti. «Lavoro la latta, cara.» Diceva a Maria baciandole la fronte con le labbra fredde.
«I signori di Pest vogliono insegne eleganti, scatole per sigari, stemmi dorati… è un mestiere che paga, se sai dove mettere le mani.»
Lei annuiva, gli occhi bassi e la loro vita scivolata monotona. Pranzi dai vicini, partite a tarocco con l’ispettore Nagy, passeggiate domenicali sottobraccio. E Maria era sempre più triste e sembrava sempre più piccola dentro i suoi cappotti di velluto. Nessuno notava che non rideva più da mesi. Fino a quel giovedì di novembre…

Béla aveva preso il treno del pomeriggio, cosa insolita. Un cliente aveva disdetto all’ultimo. Arrivò a Cinkota che il sole non era ancora tramontato; il cielo era color ruggine, il vento portava odore di legna bruciata. Spinse il cancello. Silenzio.
Nessun fumo dal camino. Nessuna luce accesa. Salì i gradini a due a due. La chiave girò nella toppa. La porta della camera da letto era socchiusa. Li trovò così: Maria nuda sul letto matrimoniale, le lenzuola di lino aggrovigliate intorno alle caviglie, e sopra di lei Pál Bihari, un giovane pittore di Budapest che Béla aveva conosciuto mesi prima.

Pál aveva i capelli arruffati, la bocca ancora sulle labbra di Maria. Il tempo si fermò. Poi Béla parlò, con la voce più calma che avesse mai usato in vita sua. «Vi disturbo?» Pál balzò in piedi, bianco come un morto. Maria si coprì con il lenzuolo, gli occhi spalancati, la bocca aperta in un urlo che non uscì. Béla chiuse la porta alle sue spalle. Con delicatezza.
Il bastone da passeggio era rimasto nell’ingresso, ma in tasca aveva il cavo d’acciaio pieghevole che usava «per misurare le lamiere». Lo tirò fuori lentamente, lo fece scorrere tra le dita come un rosario. Pál cercò di scappare. Riuscì ad arrivare alla finestra, ma Béla fu più veloce.
Un braccio intorno al collo, il cavo che si tese. Un suono umido, quasi musicale. Pál scalciò, graffiò l’aria, poi si afflosciò come un burattino cui hanno tagliato i fili.
Maria implorava. Singhiozzava. Giurava che era la prima volta, che era stato un errore, che lo amava, che lo amava… Béla la guardò a lungo. Poi prese il bastone dall’ingresso. Il primo colpo le aprì la fronte. Il secondo le spezzò lo zigomo. Il terzo la mise a tacere. Quando finì, il pavimento era rosso. Il silenzio assoluto. Si chinò su di lei, le accarezzò i capelli appiccicosi di sangue, le sussurrò all’orecchio: «Tu sei stata il mio errore più bello. Ma gli errori si correggono.» Il cavo d’acciaio fece il resto. Strinse fino a sentire la cartilagine cedere, fino a vedere il filo metallico affondare nella carne bianca e scomparire. Un sorriso lento gli aprì il volto: la gola di Maria si era aperta come una seconda bocca, rossa e perfetta.

Nel giardino, sotto un telo pesante, sette barili di latta interrati e allineati con precisione militare aspettavano pazientemente. Etichettati con cura, in bella calligrafia: «Olio per macchine». «Alcool denaturato». «Conserve per l’inverno. La notte scese pesante su Cinkota. Le stelle erano nascoste da nuvole basse. Maria era inginocchiata sul pavimento, le mani legate dietro la schiena con una corda. Béla, in maniche di camicia, si chinava su di lei. Parlava piano, quasi con tenerezza. «Vedi, amore mio… le stelle avevano previsto tutto. Il primo barile era già pronto.

Quella notte lavorò con la precisione di sempre. Illuminato da una sola lampada a petrolio, aprì due barili nuovi. Versò l’alcol, aggiunse la formaldeide, sistemò i corpi con cura quasi amorevole: Maria seduta, le gambe piegate, le mani in grembo come una bambola. Pál dietro di lei, le braccia intorno alla sua vita in un eterno abbraccio. Chiuse i coperchi. Scrisse sull’etichetta, con la sua calligrafia elegante: «Conserve per l’esercito – 1913»

Da quel giorno Béla Kiss covò un odio viscerale contro tutte le donne indistintamente, ma recitò la sua commedia da uomo triste. Andò di casa in casa, il cappello in mano, la voce rotta. «Maria… mia moglie… è fuggita. Con quel pittore, Bihari. Li ho visti prendere il treno ieri sera. Io… non ho saputo trattenerla.»
Le donne lo abbracciavano piangendo. Gli uomini gli davano pacche sulla spalla. L’ispettore Nagy promise di aprire un’inchiesta e con tono comprensivo disse: «Queste cose capitano, caro Kiss. Le donne giovani… a volte il sangue ribolle.» Béla chinava il capo, grato.

Budapest, inverno 1914.
La guerra divora l’Europa, ma a Cinkota il tempo sembra fermo dentro una bolla di nebbia. I treni partivano carichi di ragazzi urlanti e tornavano zeppi di bare. Nessuno faceva più caso ai ritardi, alle assenze, alle donne scomparse. Era tempo di guerra e la gente spariva. Béla Kiss, invece, era sempre puntuale. Ogni martedì prendeva il treno delle 6:12 per Pest, impeccabile nel suo cappotto nero, la valigetta di cuoio in mano, un garofano rosso all’occhiello.
La sua vendetta non era iniziata! Nei caffè di Váci utca, nei circoli per ufficiali in congedo, sui giornali lasciava i suoi annunci discreti: «Ufficiale decorato, vedovo, benestante, cerca signora seria di bell’aspetto per corrispondenza. Massima riservatezza. Scrivere a Herr Hoffmann, casella postale 33, Cinkota.»

Le lettere arrivarono a decine. Profumi di lavanda, inchiostro violetto, carta da lettere con stemmi nobiliari. Donne sole, vedove di guerra, sartine con sogni più grandi del salario, domestiche stanche di servire. Tutte credevano di aver trovato l’uomo perfetto: colto, gentile, ricco, che prometteva mari e monti e soprattutto discrezione. Lui le invitava una alla volta.
Mai di domenica. Mai due insieme. Arrivavano alla stazione di Cinkota con la valigia buona, il cappellino nuovo, il cuore che batteva forte. Lui le aspetta sul binario, sorriso timido, fiori in mano. «Signora Klein… che piacere immenso.»
«Signorina Kovács… le stelle avevano ragione sul suo fascino.»
«Frau Müller… finalmente.» Le accompagnava a casa a piedi, sottobraccio, parlando di musica, di poesia, di stelle, della villa che voleva comprare in Svizzera dopo la guerra.
Poi le faceva entrare. Chiudeva la porta a chiave. Accendeva il grammofono: un valzer lento, malinconico. Poi il primo colpo. Di solito un pugno allo stomaco, preciso, che toglieva il fiato. Le donne si piegavano in due, sorprese, gli occhi spalancati.
A quel punto lui non parlava più. Prendeva il cavo d’acciaio, lo passava intorno al collo con la dolcezza di una sciarpa. Stringeva piano, quasi con tenerezza, guardando gli occhi che si gonfiavano, le bocche che cercavano aria, le unghie che graffiavano l’aria. Quando finivano di tremare, le spogliava. Le lavava con cura nel catino di rame, come una madre lava il figlio prima della messa. Le pettinava e le profumava e poi le sistemava nei bidoni con coperchio ermetico a doppia saldatura e dentro alcol, formaldeide, un pizzico di canfora perché non puzzassero troppo.

Diciassette, per il momento. Diciassette donne sedute composte, le ginocchia al petto, i capelli ancora pettinati, gli occhi aperti che fissavano il buio. Sulle etichette, sempre la stessa calligrafia perfetta: «Materiale per l’esercito» «Olio combustibile «Conserve mediche»
Di notte, quando la luna era alta, apriva un bidone a caso, accarezzava una guancia fredda e sussurrava: «Sei stata cattiva, lo sai. Ma ora sei perfetta.»

Quel giardino divenne un piccolo cimitero di latta. L’aria sapeva di metallo e di morte. Béla Kiss, quarant’anni appena compiuti, era più magro, più elegante, più calmo che mai. Aveva imparato a uccidere senza rabbia. Solo con metodo. Solo con amore. E la guerra continuava a coprire tutto. Nessuno cercava più le donne scomparse. Le lettere continuano ad arrivare. Herr Hoffmann era ancora in cerca della moglie perfetta ed aveva ancora qualche bidone vuoto.

Cinkota, estate 1915.
Il caldo era tale che l’aria tremava sopra i campi di mais. Le cicale urlavano come impazzite e l’odore di letame e fiori appassiti si appiccicava alla pelle. L’ispettore Kártoly Nagy, in maniche di camicia e bretelle, passò davanti alla casa di Kiss con una bottiglia di birra in mano. Si fermò di colpo.
Nel giardino, sotto il telone militare, spuntavano i bordi di una dozzina di bidoni nuovi di zecca, tutti uguali, tutti lucidi. «Amico Kiss.» Gridò oltre la siepe. «Che diavolo sono quelle cisterne? Stai aprendo una stazione di rifornimento?» Béla uscì dalla porta sul retro asciugandosi le mani con uno straccio immacolato. Sorriso aperto, occhi innocenti. «Caro ispettore, è solo prudenza. Ho sentito dire che la guerra è vicina. Benzina. Ne ho fatta venire da Szolnok. Se scoppia il conflitto, un litro varrà più dell’oro.» Nagy si grattò i baffi, poco convinto.
«Benzina, eh? A me puzza di pálinka, altro che carburante.» Béla rise piano, si avvicinò alla siepe, abbassò la voce in tono complice. «Va bene, va bene… lo ammetto. È frutta distillata. Roba buona, di contrabbando.» L’ispettore scoppiò a ridere, gli diede una pacca sulla spalla. «Sei un furbo, Kiss! Finché me ne porti una damigiana ogni tanto, per me quei bidoni contengono benzina, nafta, o il sangue di Cristo. Alla salute!» E così finì lì. Nessuno aprì mai un bidone.

Dentro il secondo, da più di un anno, sedeva Katalin Varga. Era arrivata il 12 marzo 1914 con un cappellino di paglia e una valigia piena di sogni. Béla l’aveva accolta con tè e pasticcini, le aveva fatto vedere la casa, le aveva detto: «Sei la prima che risponde davvero al mio cuore.» Poi l’aveva colpita alla tempia con il matterello di marmo della cucina. Una volta sola. L’aveva strangolata mentre era ancora stordita, le aveva pettinato i capelli castani, l’aveva messa nel bidone con un sorriso: «Benvenuta a casa, tesoro.»

Una settimana dopo era toccato alla signora Schmeidak, vedova di un capitano, quarant’anni portati male. L’aveva sbattuta contro il muro del corridoio così forte che il cranio aveva fatto crac come un uovo. Poi il cavo. Poi il bidone. Con Margit Tóth, ventitreenne graziosa e un po’ ingenua, era stato più cauto. L’aveva fatta sedere al tavolo della cucina, le aveva messo davanti carta e penna. «Scrivi a tua madre, cara. Dille che hai conosciuto un americano ricco, che parti per New York, che sei felice.» Margit aveva pianto, ma aveva scritto. Quando ebbe finito, Béla le aveva accarezzato la guancia. «Brava bambina.» Poi il cavo.

Ma la fortuna non durò in eterno. Le denunce si accumulavano sulla scrivania dell’ispettore capo. Qualcuno iniziò a fare due più due: tutte le donne scomparse avevano risposto a un annuncio matrimoniale. Tutte avevano scritto l’ultima lettera da Cinkota. Tutte avevano nominato, prima o poi, un certo «Herr Hoffmann». L’ispettore Nagy lesse i rapporti e sentì un brivido freddo lungo la schiena.

Luglio 1916.
Il caldo era infernale, un caldo da giudizio universale. Béla Kiss lesse il telegramma di richiamo alle armi mentre era sul treno per Budapest: «Presentarsi immediatamente al deposito di Szolnok – 17° Reggimento Honvéd». Sorrise. Non un sorriso di sollievo, ma di divertimento puro. Le stelle, ancora una volta, avevano calcolato tutto meglio di lui. Si arruolò il giorno stesso.
Taglio di capelli militare, nome falso sul registro: Soldato semplice István Tóth. Sparì tra le centinaia di migliaia di uniformi che marciavano verso il fronte orientale. L’ultimo avvistamento certo fu a Przemyśl, poi più nulla.
Per due anni il suo nome non comparve né tra i vivi né tra i morti. Béla Kiss era sparito nel nulla. Da qualche parte, tra i milioni di uniformi grigio-verdi che marciavano verso il massacro, un uomo alto, magro, sorrideva sotto i baffi. La guerra aveva appena ingoiato il Mostro di Cinkota. E la guerra, si sa, non restituisce mai niente.

Cinkota, ottobre 1918.
L’Impero era crollato. I treni tornano vuoti o pieni di fantasmi. Il proprietario della casa, un certo signor Fehér, credendo Béla Kiss morto riprese possesso dell’immobile per affittarlo di nuovo. Entrò in giardino. L’odore lo colpì già sulla soglia: nauseabondo, come di carne andata a male. Nel giardino, sotto il telone ormai lacero, i bidoni erano ancora lì, in fila come soldati dimenticati. Uno era inclinato. Il coperchio si era staccato di qualche centimetro. Un liquido scuro cola sull’erba. Fehér si avvicinò. Sollevò il coperchio con un bastone. Dentro c’era una donna seduta, perfettamente conservata dall’alcol. La polizia arrivò immediatamente.

E mentre l’Impero austro-ungarico crollava pezzo a pezzo, sei agenti e due cani poliziotti circondarono la casa gialla in fondo alla strada. Sul tavolo, una tazza di caffè freddo e un biglietto scritto con la solita calligrafia elegante: «Signori, sono stato chiamato al fronte. Il dovere mi reclama. Abbiate cura della casa e dei bidoni… Vostro devoto Béla Kiss (ex Herr Hoffmann)»

I bidoni a quel punto erano ventiquattro. Ventiquattro donne perfettamente conservate, sedute composte, con ancora i vestiti buoni e i gioielli che avevano indossato per il primo appuntamento. Alcune avevano ancora il sorriso stampato sul volto, come se la morte le avesse colte nel momento più felice della loro vita.
Alcune identificate subito dalle lettere trovate in casa, altre grazie ai gioielli, alle fedi nuziali incise, ai vestiti ancora eleganti. Nella soffitta trovarono l’archivio del mostro. Una cassapanca piena di buste profumate, fotografie, ciocche di capelli legate con nastri, 174 lettere d’amore, 74 accettate con risposta gentile e precisa. Le altre 100 erano ancora in attesa di risposta, la guerra le aveva salvate!

I giornali di Budapest impazzirono: «IL MOSTRO DEI BIDONI» «24 SPOSE IMMERSE NELL’ALCOL» «IL BLUEBEARD UNGHERESE»
Ma Béla Kiss era sparito.

New York, Times Square, 1932.
Undicesima Avenue era un canyon di luci al neon e clacson impazziti. Il detective Henry Oswald, Omicidi di Manhattan, stava fumando una Chesterfield sotto la pensilina della metropolitana. Aveva in tasca una foto sbiadita del 1916: un uomo alto, capelli neri, occhi che sembrano due buchi nel ghiaccio. Lo vide uscire dalla scala mobile. Stesso portamento, stesso cappotto nero fuori moda, stesso modo di tenere il cappello un po’ inclinato.
Oswald lasciò cadere la sigaretta. «Kiss!» Gridò. L’uomo si fermò un istante.
Si voltò. Poi alzò appena il bastone da passeggio in un saluto beffardo e scomparve tra la folla come fumo. Quando Oswald arrivò sul marciapiede, non c’era più nessuno. Da quel giorno, Béla Kiss diventò un’ombra che cammina sul filo dei decenni.

Si disse che fosse morto in Galizia. Si disse che fosse stato visto a Belgrado, poi a Costantinopoli. Nel 1936 un operaio rumeno giurò che Béla Kiss lavorava ancora come fabbro a Timișoara sotto il nome di Andrei Popescu.
La polizia arrivò. L’uomo era già fuggito la notte prima. L’ultima voce certa è del 1950: un vecchio soldato ungherese, in punto di morte a Buenos Aires, confessò al prete di aver diviso la tenda con Béla Kiss nel 1917, di averlo visto disertare verso le linee russe, e di aver sentito la sua ultima frase: «Le stelle mi aspettano altrove.» Altri giurano che nel 1968 un turista lo abbia fotografato a Parigi, vicino al cimitero di Père-Lachaise, mentre deponeva un mazzo di rose bianche su una tomba senza nome.

Da allora, niente. Solo il vento che passa tra i campi di Cinkota. Nessuna impronta, nessuna foto, nessun cadavere. Solo una leggenda che cammina ancora, da qualche parte, in qualche città, con un altro nome, un altro cappotto, un altro garofano rosso all’occhiello.
La casa gialla è stata demolita nel 1962, al suo posto c’è un parcheggio. Ma chi ci passa di notte, a volte, giura di sentire odore di alcol, di lamiera calda e di rose marce. Il Mostro dei bidoni forse nel frattempo avrà cambiato faccia, nome, lingua. Béla Kiss non è mai stato preso e qualche signorina ungherese giura ancora di rispondere a qualche annuncio cortese di matrimonio perché il mostro non è mai morto!

 




IMMAGINE GENERATA DA IA
ARTICOLO A CURA DI ADAMO BENCIVENGA
FONTI:
https://it.wikipedia.org/wiki/B%C3%A9la_Kiss







 
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