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Adamo Bencivenga
La gallina dalle uova
d’oro
Nel cuore del Rione
Sanità, il corpo di Rosa Esposito, strangolata,
giace senza vita nella stanza dell’hotel BellaStar.
L’ispettore, tra le ombre di un commissariato
affollato, fissa Gennaro Russo, detto Jenny, l’ex
fidanzato dal volto segnato dal dolore. Un groviglio
di amore, tradimenti e promesse infrante sta per
svelare una verità che brucia come il sole di
Napoli.

Nell’hotel BellaStar, tra le lenzuola di seta
stropicciate e l’odore pesante di profumo dozzinale
misto a sudore e sigarette, venne trovata morta Rosa
Esposito. Strangolata. Il suo collo delicato portava i
segni violacei di dita rabbiose, come collane di lividi
fioriti nella penombra della stanza numero sette.
L’ispettore del commissariato del Rione Sanità, un uomo
dal viso scavato e dagli occhi che avevano visto troppo,
convocò nei suoi uffici Gennaro Russo, l’ex fidanzato
della vittima.
L’aria nella stanza era densa,
impregnata dell’odore di caffè freddo e di carte
ingiallite. Jenny entrò con il passo incerto di chi sa
già di essere sospettato. Il suo viso, un tempo bello e
aperto come il cielo di Torre Annunziata, ora portava i
segni di notti insonni e di un cuore ridotto a
brandelli. JENNY: Commissa’ perché mi avete
convocato? Io non l’ho uccisa a Lulù, e poi non si
chiamava Lulù, lei era Rosa, la mia Rosa!
COMMISSARIO: Calmatevi e mettetevi seduto! Voi vi
chiamate Gennaro Russo vero? JENNY: In persona
Commissa’, Gennaro Russo figlio di Giuseppe, ma tutti mi
chiamano Jenny. COMMISSARIO: Raccontatemi la vostra
storia e come avete conosciuto Lulù…
Jenny si
passò una mano tra i capelli, lo sguardo perso nel
vuoto, come se stesse rivedendo i campi bruciati dal
sole di tanti anni prima. JENNY: Io e Rosa siamo
coetanei, nati nello stesso anno, i nostri genitori
erano dei poveri contadini e lavoravano un pezzo di
terra vicino a Torre Annunziata in località Madonna
degli Umili. Il padrone del terreno era don Peppino
Piscopo e si faceva vedere solo a fine mese per
riscuotere l’affitto e caricarsi due camion pieni di
frutta e verdura. COMMISSARIO: Quindi voi e la
ragazza siete cresciuti insieme… JENNY: Esattamente
Commissa’. Stavamo sempre insieme. Lei era bella, bionda
e con gli occhi azzurri, un vero angelo caduto in terra,
e a dodici anni ci siamo dati il primo bacio vicino al
torrente. Sapete Commissa’ di quei baci innocenti che si
danno tra ragazzini, ma per me è stato come toccare il
cielo con un dito!
Il commissario rimase in
silenzio, osservando l’uomo che aveva davanti: un
falegname dalle mani callose che ancora tremavano al
ricordo di quel bacio rubato tra i giunchi e l’acqua
fresca. COMMISSARIO: Lei era innamorata?
JENNY: Si, no, non so spiegare, ma tutti e due seguivamo
il destino… facevamo ogni santo giorno le stesse cose,
faticavamo e giocavamo, stavamo sempre insieme, era
logico che un giorno ci saremmo sposati. Nulla poteva
far pensare il contrario. COMMISSARIO: Ho capito,
eravate come fratello e sorella senza esserlo… e dopo
quel bacio? JENNY: Mi sono dichiarato quando avevo
circa quindici anni, anzi fu lei che alla festa di San
Gennaro, al mio onomastico, mentre ballavamo mi chiese:
“Ma io e te stiamo insieme?” Non ci ho visto più
Commissa’, mi tremavano le gambe e a quel punto l’ho
abbracciata e l’ho baciata davanti a tutti.
Fuori dalla finestra del commissariato, il Rione Sanità
brulicava di vita: voci che urlavano, motorini che
sfrecciavano, il profumo di ragù che saliva dalle
cucine. Dentro, invece, c’era solo il peso di un amore
antico che aveva preso una strada sbagliata.
COMMISSARIO: Poi cosa è successo, ma fatela breve Russo,
non ho tempo da perdere. JENNY: È successo che più
Rosa cresceva e più si faceva bella, di una bellezza
unica. Cominciò a cambiare, parlava spesso di soldi,
voleva diventare un’attrice famosa. E quando iniziò a
mettere le sue prime forme qualcuno la notò.
COMMISSARIO: Chi? JENNY: Don Peppino Piscopo! Quando
veniva le faceva sempre degli apprezzamenti piccanti. Le
diceva: “Cresci, cresci che prima o poi ti farò la
festa!” Lei rideva, poi però un bel giorno le fece
davvero la festa. La fece salire nella sua bella
macchina nera. Lei era lusingata da quelle attenzioni,
ma lui dopo averle promesso di farle conoscere qualcuno
importante che lavorava al cinema, approfittò di lei.
COMMISSARIO: In che senso? JENNY: Commissa’ fece
quello che doveva fare… Proprio vicino a quel torrente
dove ci eravamo dati il primo bacio, la spogliò, le
tolse le mutandine e… Lei corse a casa piangendo, ma la
frittata era fatta. Don Peppino, non si scompose, ai
genitori di Rosa disse che da quel giorno a Rosa ci
avrebbe pensato lui perché era di sua proprietà, come
del resto lo erano le mucche, le terre, la casa e tutto
il resto. Dopo nove mesi, nacque Luca che aveva appena
sedici anni meno della madre. COMMISSARIO: E voi?
Come ci siete rimasto? JENNY: Io Rosa me la sarei
presa anche così Commissa’, non più come dire… illibata
e con un figlio, anche se ormai era cambiata, si
truccava pesantemente, portava gonne corte e si
atteggiava da futura diva! Poi un bel giorno non l’ho
più vista. Con la complicità dei genitori scappò una
mattina presto senza dirmi niente. Del resto, Commissa’
io non ero nessuno, ma non me la sono mai scordata a
Rosa. Mi dissero che era partita per l’America, ma io
non ci ho mai creduto anche perché suo figlio Luca era
rimasto con i nonni. Una madre che parte per l’America
si sarebbe portata suo figlio, vero Commissa’?
COMMISSARIO: Non lo so ditemelo voi. JENNY: Comunque
l’ho cercata per mari e per monti e alla fine mi sono
dovuto arrendere. Piano piano me la sono dimenticata a
Rosa. Qualche anno dopo mi sono sposato con Carmela, una
brava ragazza di buona famiglia, figlia anche lei di
contadini, e sono diventato padre di due bei gemelli.
COMMISSARIO: Lavoravate sempre la terra? JENNY: La
terra non era più quella di una volta e non sfamava più
tutta la famiglia. Noi eravamo una famiglia numerosa, io
ero il più grande di quattro fratelli e tre sorelle.
Allora a quel punto ho imparato il mestiere di falegname
e con l’aiuto di mio padre mi sono aperto una piccola
bottega qui vicino nel rione Sanità. COMMISSARIO: E
quando l’avete rivista Lulù? JENNY: L’ho rivista dopo
cinque anni. L’hotel BellaStar mi chiamò per fare dei
lavoretti di restauro. Non sapevo che fosse un bordello,
credevo fosse un vero albergo, ma quando entrai lì, vidi
tante signorine belle e svestite, e allora capii. Il
giorno dopo, mentre stavo restaurando una cassapanca
antica incrociai Rosa per il corridoio. Non ci ho visto
più Commissa’. Era bellissima, una vera e propria
visione. La chiamai. Nella penombra del corridoio del
BellaStar, tra velluti rossi consumati e luci soffuse
color sangue, Rosa mi era apparsa come un fantasma
dorato: capelli biondi che sembravano catturare tutta la
luce rimasta in quel posto di peccati. COMMISSARIO:
Era cambiata? JENNY: Altroché! Non la vedevo da quasi
cinque anni, era diventata una gran signora sofisticata.
Anche se aveva smesso di sognare si atteggiava sempre da
grande diva! COMMISSARIO: Quindi non era diventata
un’attrice, ma… Voi le avete chiesto spiegazioni
immagino… E lei cosa vi disse? JENNY: Mi disse che
non faceva affatto quello che pensavo, insomma pur
vivendo in quel bordello non faceva la prostituta, ma
alloggiava in una stanza di quell’albergo di proprietà
di Don Peppino Piscopo. Insomma, faceva la mantenuta, ma
senza farci l’amore. COMMISSARIO: Voi ci avete
creduto? JENNY: No signor Commissario, era come
credere agli elefanti che volano, anche perché quando la
sera stessa tornai nel bordello e prenotai un’ora con
lei, Madame Giselle, la tenutaria, non mi fece nessuna
obiezione. Puttana o non puttana, l’importante era
averla ritrovata e quindi salii col fiato in gola nella
sua stanza. COMMISSARIO: E lei cosa disse? JENNY:
Solo a quel punto mi disse la verità che poi non era la
verità. Mi raccontò che frequentava un altro uomo, Don
Sabino il barese, un ricco mercante di tessuti pregiati.
E che lui per non farla andare con gli altri clienti
della Casa la prenotava per sei ore al giorno,
praticamente la metà dell’orario di apertura del
bordello. COMMISSARIO: Fatemi capire questo Don
Sabino spendeva tutti quei soldi per stare con lei?
JENNY: Ma in realtà non ci stava perché lei non ci
faceva l’amore. Era solo un innamorato pazzo vedovo e
praticamente dilapidava tutto il suo patrimonio per
amore di Rosa. COMMISSARIO: E allora voi cosa avete
fatto? JENNY: Io la volevo riconquistare e per non
essere da meno la prenotai per le sei ore rimanenti. Ero
sicuro di riconquistarla in nome del nostro vecchio
amore. COMMISSARIO: E cosa facevate in quelle ore?
JENNY: Beh signor Commissario non vi nascondo che avrei
voluto possederla, in fin dei conti io e lei non avevamo
mai fatto l’amore insieme, ma non ci fu verso. Lei non
voleva, mi diceva che ci sarebbero stati tempi migliori,
ma che in quel momento non se la sentiva. Che dovevo
fare signor Commissa’? Mi accontentavo di starle
accanto, tutto qua. Del resto, lei mi giurava che anche
con l’altro non ci andava a letto. COMMISSARIO:
Quindi fatemi capire, Lulù aveva solo due clienti… voi e
Don Sabino, con i quali, a quanto mi dite, non ci faceva
l’amore? JENNY: Esatto. Tenete conto che oltre a
pagare le mie ore non andavo mai a mani vuote. Credevo
davvero di riconquistarla tanto che ad un certo punto
gli dissi di scappare con me e lasciare perdere l’altro.
COMMISSARIO: E lei? JENNY: Lei era nata povera e il
suo sogno era quello di diventare ricca, diceva che lo
faceva per suo figlio, e che quindi non avrebbe
rinunciato all’altro. Ma io insistevo, la volevo solo
mia e quando mi disse che anche io ero sposato e che
quindi non potevo pretendere nulla ci rimasi molto male.
COMMISSARIO: E cosa avete fatto? JENNY: Fu a quel
punto che una sera tornai a casa e dissi per sempre
addio a mia moglie ed ai miei figli. Presi un alloggio
davanti all’albergo, ma poi i soldi cominciavano a
scarseggiare per cui iniziai a dormire nella mia
bottega. COMMISSARIO: A quel punto, voi eravate
libero e lei non aveva più scuse… JENNY: Me lo
ricordo ancora quel giorno, contento, mi presentai con
un mazzo di 24 rose rosse, ma quando glielo dissi lei
non si sorprese anzi mi disse che era il minimo che
potessi fare per lei e che comunque anche Don Sabino era
libero e che se avesse voluto avrebbe già potuto essere
sua definitivamente. Allora me ne andai, ero deluso, per
due giorni non andai da lei, al terzo giorno mi fece
recapitare una lettera dove diceva che mi amava e che
non sarebbe mai andata con Don Sabino. Mi chiese solo
tempo e di continuare a farle visita promettendomi che
un giorno sarebbe venuta a vivere con me. Da quel giorno
diventò più affettuosa. COMMISSARIO: Sì ma comunque
senza darvela… JENNY: Ci scambiavamo qualche bacio,
si faceva toccare, ma quando eravamo sul punto di… mi
diceva che non era ancora il momento e dovevo pazientare
perché si sentiva come una vergine avendo fatto l’amore
solo quella volta quando era nato suo figlio Luca.
COMMISSARIO: E voi ci avete creduto? JENNY: Mi
prometteva che il giorno dopo sarebbe stato diverso, che
prima o poi si sarebbe abbandonata a me e che io dovevo
solo aiutarla. COMMISSARIO: Insomma vi teneva sulle
spine… del resto non avrebbe mai rinunciato alle due
rendite, tra l’altro, senza sottoporsi ad alcuna pratica
amorosa senza per altro disonorare il suo uomo.
JENNY: Commissa’ io ero innamorato pazzo e allora pensai
che il mio ostacolo non fosse Rosa, ma Don Sabino e
allora forte della sua promessa d’amore decisi di andare
nel negozio di Don Sabino e parlargli chiaramente. Gli
feci leggere la lettera e gli mostrai l’anello di
fidanzamento che Rosa mi aveva regalato quand’eravamo
ancora ragazzi. Volevo in qualche modo farlo desistere
dall’impresa. COMMISSARIO: E lui come la prese?
JENNY: Andò su tutte le furie, ma poi mi disse che non
avrei mai potuto competere con lui perché era più ricco
di me e anche lui aveva ricevuto la stessa promessa. A
quel punto aprì un cassetto e mi fece vedere gli anelli
che aveva comprato per il matrimonio. Io di contro gli
dissi che avrebbe sposato me. Tutti e due in preda alla
gelosia come due galletti cominciammo ad urlarci contro,
venimmo anche alle mani e lui mi diede un pugno in
faccia avendo la meglio. Poi mi scaraventò fuori, chiuse
il negozio e iniziò a correre verso il bordello.
COMMISSARIO: Solo a quel punto vi rendeste conto
entrambi di essere stati ingannati… JENNY: Sì mi
aveva imbrogliato ed io ci ero cascato con tutte e due
le scarpe! Ormai senza moglie, figli, casa, Rosa e soldi
mi resi conto di avere toccato il fondo. Allora mi
rialzai con le ossa rotte e a fatica andai al bordello
con l’intenzione di fargliela pagare, giuro che avrei
voluto vendicarmi! Durante il tragitto passai in bottega
e presi un coltello ben affilato, ma quando arrivai
trovai Rosa già morta con accanto Don Sabino che
piangeva lacrime amare. L’aveva strangolata.
COMMISSARIO: Lui ha fatto quello che avreste voluto fare
voi, in un certo qual modo vi ha salvato perché non ci
sono leggi per punire le intenzioni, e la vostra fortuna
è stata quella di arrivare un attimo dopo. JENNY:
Commissà’ ve l’avevo detto che non l’avevo ammazzata io
a Rosa… Ora mi credete?
Il commissario si
accese una sigaretta, aspirando lentamente il fumo denso
come i suoi pensieri. COMMISSARIO: Sì ma siete
entrambi colpevoli, vi siete lasciati ammaliare da una
donna che non sarebbe mai stata vostra. Lulù nelle ore
che non stava con voi, riceveva di notte altri due
clienti, un magistrato e un medico, con la soddisfazione
di Madame Giselle, che guadagnava la sua percentuale
anche nelle ore di chiusura del bordello. JENNY:
Questo non lo sapevo… Ma non ci faceva l’amore, vero
Commissa’? COMMISSARIO: La madre dei cretini è sempre
incinta, Russo! Il vostro rivale non era di certo Don
Sabino, o il magistrato o chiunque fosse, ma Peppino
Piscopo, il quale ormai caduto in disgrazia, con vari
precedenti e qualche anno di galera, aveva trovato la
sua gallina dalle uova d’oro. Insomma, lui non poteva
più mantenere Lulù, quindi lei d’accordo con il suo
uomo, aveva escogitato quel modo di fare soldi. Del
resto, Lulù o Rosa come la chiamate voi, non avrebbe mai
deciso tra voi e Don Sabino, perché quello era il suo
lavoro e la sua decisione l’aveva presa quando aveva
quindici anni e sarebbe stata per sempre la donna del
padre di suo figlio ovvero Don Peppino Piscopo.
Jenny rimase immobile sulla sedia, il viso terreo,
gli occhi lucidi. Fuori, nel Rione Sanità, la vita
continuava indifferente: risate, urla, il lamento
lontano di una sirena. Dentro quella stanza, invece, un
uomo aveva appena visto morire per sempre il suo sogno
più antico.
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