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INTERVISTA IMPOSSIBILE

CORNELIA GRIFFO
Meretrice sumptuosa
Una delle più celebri cortigiane del Cinquecento, all'epoca i salotti veneziani erano frequentati da circa 210 cortigiane. Tutte signore estremamente sensuali e dotate di un’ottima capacità amatoria.



 
Una gondola nera mi conduce silenziosamente fino a un piccolo palazzo affacciato su un rio nascosto, lontano dal brusio turbolento di Rialto o di San Marco. L'ingresso è discreto: un portone di legno scuro intarsiato d'oro e madreperla si apre senza un suono. Ad accogliermi non è una serva qualunque, ma una giovane ancella vestita di seta color perla, con un sorriso complice e uno sguardo che promette segreti. Mi guida attraverso un androne profumato di incenso e rose, illuminato da torce. Salgo una scala di marmo e arrivo in un salotto al primo piano nobile.
Il luogo è puro incanto veneziano del '500. Grandi finestre a sesto acuto si aprono sul canale, con tende di damasco che filtrano la luce dorata del tardo pomeriggio. Sul pavimento, tappeti persiani sovrapposti attutiscono ogni passo. Divani bassi e cuscini di velluto; ovunque specchi veneziani molati moltiplicano le luci, creando un gioco infinito di riflessi. Sul tavolo basso, caraffe di Murano colme di vino dorato, frutti canditi, petali sparsi. In sottofondo, lontana, una musica di liuto e una voce femminile che intona una barcarola malinconica.

E poi appare lei, Cornelia Griffo. Si alza lentamente da una bergère imbottita. È alta, slanciata, con una postura regale. I capelli biondo-ramati (il colore tanto amato a Venezia) sono raccolti in una acconciatura con perle e nastri d'oro. Indossa un abito di broccato verde smeraldo e oro, scollato quanto basta per rivelare la perfezione del décolleté, con maniche a sbuffo. Al collo, un filo di perle nere – rarissime, segno di potenza e seduzione estrema. Le labbra sono dipinte di rosso carminio, gli occhi – grandi, scuri, penetranti, brillano di una sensualità che non ha bisogno di parole.
Il suo fascino è magnetico, quasi pericoloso: un misto di grazia aristocratica e carnalità sfacciata. Sorride con una piega ironica delle labbra. La voce è bassa, vellutata, con quell'accento veneziano morbido e cantilenante che accarezza l'orecchio.

«Benvenuto.» Dice tendendo la mano ingioiellata. «Pochi hanno il coraggio di varcare questa soglia per fare domande invece che… doni. Sedetevi vicino a me. Il vino è fresco, e la notte è ancora giovane.»
Balbetto un saluto, stregato dal suo fascino.


MADAME LEI È FAMOSA PER ESSERE STATA UNA DELLE PIÙ BELLE CORTIGIANE NELLA VENEZIA DEL CINQUECENTO.
La mia bellezza fu la chiave che aprì le porte dei palazzi più nobili e dei forzieri più gonfi di Venezia. Fin da ragazza, appena quindicenne, il mio viso attirava sguardi come il faro di San Marco attira le navi nella nebbia. Bionda come il grano maturo di terraferma, con occhi che promettevano mari lontani e labbra che sapevano mentire con dolcezza… non fu difficile. Gli uomini potenti non resistono a ciò che li fa sentire vivi e invidiati allo stesso tempo.

COME INIZIÒ?
Cominciai con mercanti ricchi di spezie e sete dall'Oriente, poi passai ai patrizi, ai senatori, persino a qualche ambasciatore straniero che credeva di portare a casa solo ricordi e invece lasciava qui oro e gioielli. Ricordo ancora il primo banchetto importante, a Ca' Dario: ero poco più che un'adolescente. Uno di loro, un banchiere grasso e vanitoso, mi regalò una collana di perle nere quella stessa notte, solo per aver ballato con lui. Da lì, tutto accelerò. Non ero solo un bel viso: imparai presto a leggere i loro desideri prima che li confessassero, a ridere alle loro battute stantie, a fingere interesse per i loro discorsi di politica e commercio. Diventai necessaria, non solo desiderata. E quando la fama crebbe – grazie anche alle chiacchiere di Marin Sanudo nei suoi diari, che mi definiva "sumptuosa" e "bellissima" – arrivarono i doni più grandi: palazzi affittati per me, gondole private, protezioni contro le invidie delle altre cortigiane. Non fu solo grazia del cielo. Fu lavoro, astuzia, disciplina. Ogni sorriso era calcolato, ogni sospiro misurato. La bellezza apre la porta, ma è l'intelligenza che ti fa restare regina nel letto e nel salotto.

LA STORIA DICE CHE FECE INNAMORARE DIVERSI PATRIZI.
Quegli uomini non erano solo clienti: diventavano devoti, quasi ossessionati. Cipriano Malipiero fu il primo a legarsi davvero a me, per anni. Lo conobbi quando ero ancora nel fiore della giovinezza, intorno al 1510 o poco dopo – lui, un mercante facoltoso con navi che solcavano il Levante cariche di spezie e damaschi. Sposato, naturalmente, come quasi tutti i miei protettori: la moglie restava a casa a gestire la famiglia e le apparenze, mentre lui cercava altrove il fuoco che la routine coniugale spegneva. Cipriano mi mantenne in grande stile: un appartamento a San Polo con vista sul canale, servitù discreta, vestiti nuovi ogni stagione, gioielli che arrivavano da Costantinopoli solo per me. Lui si sentiva vivo solo quando era con me. Diceva che ero la sua "seconda anima". E io… io lo lasciavo credere, perché in quel legame c'era potere, sicurezza, e un affetto sincero che non guastava mai il gioco.

POI VENNE PIERO DA MOLINO…
Un altro mercante ricchissimo, imparentato con famiglie patrizie antiche, sposato anche lui, con figli da crescere e un nome da difendere. Ma come Cipriano, non resse al richiamo. Quando Malipiero iniziò a invecchiare e i suoi affari a vacillare un poco, passai a Piero con la stessa naturalezza con cui una gondola cambia canale. Lui era più generoso ancora: mi regalò una collana di smeraldi che valeva una piccola flotta, e per anni pagò l'affitto del mio palazzo, le feste che organizzavo, persino i musicisti che suonavano solo per noi. Era geloso, Piero – geloso in modo possessivo, quasi infantile. Una volta mandò via un rivale con minacce non troppo velate solo perché mi aveva guardata troppo a lungo durante un banchetto. Eppure, con me era tenero: mi portava libri rari, poesie che fingeva di aver scritto lui, e mi ascoltava quando gli parlavo delle altre cortigiane, ridendo delle loro invidie.

CON QUESTE AMICIZIE DIVENNE MOLTO RICCA…
Più di quanto molte nobildonne nate nel lusso potessero mai sognare. La mia "attività", era tra le più redditizie di Venezia. Non ero una meretrice qualunque che chiedeva pochi scudi per una notte: ero sumptuosa, e i miei protettori pagavano caro il privilegio di avermi. Oro, gioielli, palazzi affittati a mio nome, rendite da investimenti che loro mi "regalavano" per tenermi vicina… tutto si accumulava. Vivevo come una regina senza corona: feste che duravano fino all'alba, servitù scelta, guardaroba che rivaleggiava con quello delle dogaresse. E quando decisi che era tempo di cambiare vita – di passare dal ruolo di amante a quello di moglie legittima – portai in dote ad Andrea Michiel circa mille ducati. Mille ducati! Una cifra che allora equivaleva al valore di una flotta mercantile per un armatore medio. Era una dote rispettabile, persino generosa per una sposa non nobile di nascita, e bastò a far tacere le malelingue.

QUINDI VI SPOSASTE…
Fu una scelta lucida, strategica, quasi inevitabile quando si arriva a una certa età in quel mondo spietato. Non ero più una ragazzina di quindici anni, con la pelle fresca e gli occhi che incantavano al primo sguardo. Il tempo passa anche per le più belle: intorno ai trent'anni – e io ero già lì, verso la metà degli anni '20 del secolo – il corpo resta splendido, ma la concorrenza diventa feroce. Andrea, figlio di Francesco Michiel, patrizio di antica stirpe, accettò senza esitare: non era solo per i soldi, intendiamoci – lui mi amava, o almeno credeva di amarmi – ma quei ducati resero il matrimonio più digeribile per la sua famiglia e per il Maggior Consiglio. Scandaloso sì, ma non impossibile. Il matrimonio avvenne nel 1526 e fu celebrato con una cerimonia bellissima nella chiesa di San Giovanni Evangelista a Torcello, quell'isola silenziosa e antica dove il tempo sembra fermarsi tra I mosaici bizantini e il verde delle lagune. Lontano dal chiasso di San Marco, lontano dagli occhi indiscreti dei patrizi più bigotti. Eppure la notizia si sparse come fuoco su paglia. Fu uno scandalo squisito, uno di quelli che Venezia adorava sussurrare nei ridotti e nei palazzi. Indossavo un abito di broccato d'oro e seta bianca – casto solo nell'apparenza – con perle nere al collo e un velo leggero che non nascondeva il mio sorriso trionfante. Andrea era elegante, nervoso ma fiero. I pochi invitati – amici fidati, non troppi per non attirare troppa attenzione – brindarono con vino di Cipro. Fu un momento di vittoria: da cortigiana a moglie di un nobile, da preda del desiderio a compagna legittima. Molte invidiarono, molte invecchiarono di rabbia. Ma non pensate che sia finita lì, con la campana nuziale. Il matrimonio cambiò tutto e niente: restai io, con la mia astuzia e il mio fascino, e Andrea… beh, lui imparò presto che sposare una come me significava condividere il trono, non regnare da solo.

QUINDI FU UNA SCELTA MIRATA…
Sposarmi con Andrea fu la mia mossa maestra: trasformai il mio capitale, oro, gioielli, conoscenze, quella dote di mille ducati, in sicurezza eterna. Da amante pagata a moglie legittima di un patrizio Michiel. Andrea mi voleva davvero, e io lo volevo come scudo e come compagno. Non rinunciai del tutto al mio mondo – i pettegolezzi dicevano che non cambiai vita del tutto – ma il matrimonio mi diede ciò che la bellezza da sola non poteva più garantire: stabilità, status, un futuro. Fu un ritiro dalle scene con stile regale, non una fuga.

UNA SCELTA DETTATA ANCHE DALLA CONCORENZA…
Venezia pullulava di cortigiane honorate, giovani, affamate di successo, pronte a tutto pur di scalare la gerarchia dei salotti. Pensate: un famoso Catalogo di tutte le principal et più honorate cortigiane di Venetia ne contava circa 210, ognuna con il suo prezzo, il suo indirizzo, le sue specialità. Tra loro c'erano nomi che facevano tremare gli uomini più potenti: Giulia Lombardo, sumptuosa e astuta come poche, capace di far impazzire senatori con una sola occhiata;
Bianca Sarandon, sensuale e provocante, con un fascino che sembrava rubato alle dee. Angela Dal Moro, detta la Zaffetta, famosa per la sua bellezza crudele e per le avventure che ispirarono poemi e scandali. Angela Serra, elegante e colta, che sapeva conversare di filosofia mentre seduceva. Gaspara Stampa, poetessa dal cuore tormentato, ma con un erotismo che trapelava dalle sue rime come veleno dolce.

DONNE BELLISSIME…
Tutte estremamente sensuali, dotate di un'arte amatoria raffinata, giovani, ambiziose. Ogni anno ne spuntavano di nuove, più fresche, più audaci. Io restavo la "sumptuosa" per antonomasia, ma sapevo che la fama è effimera: un infortunio, una malattia, un rivale che sparge veleno, e si precipita. Molte finivano in miseria, mandate via dai protettori quando non erano più "nuove", o costrette a mendicare protezione nelle case di tolleranza più basse. Molte cortigiane sognavano lo stesso: sposare un nobile, chiudere il capitolo con un botto d'oro. Io ci riuscii…

VI SENTIVATE DONNE LIBERE E POTENTI?
Il nostro vero potere non stava solo nella perfezione del viso o nelle curve che facevano impazzire i patrizi. Eravamo libere in un’epoca in cui la libertà femminile era un lusso raro, dispensatrici di compagnia che sapevano trasformare una notte in un’esperienza indimenticabile. Non semplici corpi a pagamento: eravamo artiste della seduzione, intellettuali, musiciste, poetesse, conversatrici raffinate. Eleganti nel vestire, lascive nel comportamento che promettevano mondi interi. Eravamo un’élite di cortigiane oneste che frequentavano i salotti più esclusivi. Ognuna di noi aveva il suo talento unico, la sua specialità che la rendeva insostituibile. Libere perché sceglievamo i nostri amanti, accumulavamo ricchezze, viaggiavamo con gondole private, dettavamo mode con le nostre zeppe altissime che ci rendevano dee. Ma quella libertà aveva un prezzo: invidie feroci, pettegolezzi che potevano distruggere una reputazione in una notte, e la consapevolezza che la giovinezza svanisce. Per questo molte, come me, alla fine sceglievano il matrimonio. Eravamo le vere regine di Venezia: più delle dogaresse rinchiuse nei palazzi, con un sorriso governavamo il cuore dei potenti.

MA SOPRATTUTTO DISPENSATRICI DI PIACERE…
Innanzitutto. Era quello il nostro mestiere supremo, il fuoco che accendeva tutto il resto. Nella Venezia del Cinquecento la prostituzione non era un'ombra nascosta nei vicoli: prosperava fiorente, legale, tassata, quasi un pilastro dell'economia della Serenissima. Il governo chiudeva entrambi gli occhi per noi, le cortigiane d'alto bordo, che trasformavamo il desiderio in un'arte elevata. Non stavamo nei bordelli umidi di Rialto o nelle calli impregnate di muffa, dove le "carampane" offrivano i loro corpi per pochi soldi. No, noi occupavamo i palazzi nobili sul Canal Grande, o almeno i piani alti di case sontuose affacciate sui canali più eleganti. Ostentavamo la nostra bellezza tra lo sfarzo e il lusso pomposo: abiti di broccato d'oro e seta damascata che costavano una fortuna, scollature profonde, zeppe altissime, collane di perle nere, profumi di ambra e muschio che impregnavano l'aria. Alla pari di una nobildonna ricevevamo ambasciatori, poeti, mercanti arricchiti, persino prelati. La nostra posizione sociale era ambigua ma invidiabile: non eravamo mogli obbligate al dovere coniugale, ma compagne scelte, pagate profumatamente per il piacere che dispensavamo con grazia e maestria. Eravamo libere dispensatrici di quel piacere perché lo controllavamo noi: sceglievamo chi, quando, come. Un patrizio poteva implorare per una notte, ma era nostra la decisione finale. E in quel controllo stava il vero potere – più di qualsiasi dote o titolo nobiliare.

COM’ERANO LE VOSTRE USCITE?
Erano uno spettacolo studiato alla perfezione, un teatro all'aperto dove Venezia stessa diventava palcoscenico e noi le prime attrici. Passeggiavamo lente per le calli strette, attraversando ponti che sembravano fatti apposta per fermarsi e farsi ammirare. Non andavamo da sole, naturalmente: seguite da paggi giovani e garzoni discreti che portavano i nostri strascichi o reggevano ombrelli di seta per proteggerci dal sole o dalla pioggia leggera. Eravamo ingioiellate come reliquiari e guarnite da sottane di raso lunghissimo che frusciavano sul selciato umido. I capelli, arricciati e tinti nel famoso rosso Tiziano erano raccolti in retine d'argento e d'oro finissimo, con perle e fili che scintillavano al sole. Quelle passeggiate non erano solo per sgranchirci le gambe: erano pubblicità vivente. Mostravamo la nostra merce e il nostro status, attirando sguardi. Ci fermavamo sui ponti fingendo di aggiustare una scarpa per chinarsi quel tanto che bastava a far intravedere una caviglia o il bordo di una sottoveste ricamata. Alle volte, per pura esibizione ci univamo alle "straniere malmesse", le prostitute comuni confinate nelle zone più basse, vicino al famoso Ponte delle Tette nelle Carampane. Lì, in quel quartiere malfamato ma tollerato dalla Repubblica, le regole cambiavano: alcune di noi, scendevano a giocare con il fuoco. Ci affacciavamo dal ponte o dalle finestre basse, esponendo parte della nostra "merce migliore" – un seno scoperto con noncuranza, una scollatura audace – offrendoci alla vista dei passanti focosi. Parole oscene volavano nell'aria mista a risate, prezzi sussurrati come promesse, monete che tintinnavano nelle mani. Era uno spettacolo crudo, quasi mercantile, simile al Mercato del Pesce a Rialto: lì i pesci freschi venivano esposti sul banco per invogliare l'acquisto, qui eravamo noi a metterci in mostra, ma con eleganza superiore, con un velo di ironia che le carampane non potevano permettersi. Non lo facevamo per necessità ma per sfoggio di potere. I patrizi arrossivano, i gondolieri fischiavano, e le rivali invidiavano in silenzio. Era pericoloso, sì, ma eccitante. E poi, tornavamo a casa in gondola privata. Quelle uscite erano il nostro modo di dire al mondo: "Siamo libere, siamo desiderate, siamo intoccabili".

LA VOSTRA ATTIVITÀ ERA TOLLERATA DALLE AUTORITÀ VERO?
Non solo era tollerata, ma in un certo senso incentivata e protetta dalla Serenissima. Venezia era pragmatica fino al midollo: la Repubblica non vedeva la prostituzione come un vizio da estirpare, ma come un male necessario per sfogare desideri che altrimenti potevano esplodere in modi più pericolosi per l'ordine sociale e morale. Il governo controllava tutto con pugno di ferro: le cortigiane honorate e le prostitute comuni pagavano tasse regolari, erano registrate in cataloghi ufficiali, confinate in zone precise come il Castelletto o il ponte dele Tette, e soggette a ispezioni sanitarie per evitare epidemie. Ma in cambio, la prostituzione era legale, protetta dalla legge soprattutto per distogliere gli uomini dal "peccare contro natura”. La sodomia era diffusissima a Venezia, soprattutto tra marinai, mercanti, patrizi giovani e persino tra i rematori delle galee. La città era un crogiolo di culture, viaggi, contatti stretti tra uomini in un'epoca di segregazione dei sessi. Un problema endemico, temuto perché minava la famiglia, la procreazione e l'ordine divino. Per questo, ogni venerdì i colpevoli di sodomia venivano puniti con ferocia pubblica. Le esecuzioni capitali si tenevano spesso nella Piazzetta di San Marco, tra le due colonne di San Marco e San Teodoro: lì i condannati venivano impiccati (o decapitati, o strangolati), poi i corpi arsi sul rogo per purificare l'aria dal peccato. Era uno spettacolo terrificante, voluto dal Consiglio dei Dieci per terrorizzare e dissuadere. Le folle accorrevano, i predicatori tuonavano, e il messaggio era chiaro: "Meglio una cortigiana pagata che il peccato mortale tra uomini”. Noi cortigiane eravamo lo strumento di questa politica pragmatica: offrivamo un'alternativa "naturale", eterosessuale, controllata. I patrizi e i mercanti che frequentavano i nostri salotti o i nostri letti non rischiavano l'accusa di sodomia. Era tollerato, quasi incoraggiato: "Andate dalle donne, pagatele, sfogatevi lì". E noi prosperavamo proprio grazie a questa ipocrisia illuminata.

C’È UN EPISODIO IN PARTICOLARE CHE LA RIGUARDA DA VICINO…
È una storia che ancora oggi fa sorridere per l'ironia crudele del destino, ma allora ci fece infuriare come poche cose. Era il 1514, Venezia era in crisi: i canali si stavano interrando a vista d'occhio, il fango accumulato da anni di incuria e dal deposito naturale impediva la navigazione persino nei rii più importanti. Le gondole si incagliavano, le merci restavano ferme, l'Arsenale – cuore pulsante della potenza navale della Repubblica – rischiava di paralizzarsi. Serviva dragare tutto, urgentemente, ma le casse erano vuote: guerre continue contro i turchi e la Lega di Cambrai avevano prosciugato il tesoro pubblico. Tassare i ricchi mercanti? I patrizi? Impossibile, avrebbero urlato allo scandalo, bloccato tutto in Senato. Ecco allora l'idea "geniale" del Provveditore all'Arsenale, il patrizio Girolamo Contarini: invece di colpire i potenti, tassiamo le meretrici! Le cortigiane honorate, le carampane, tutte noi che guadagnavamo bene. "Le puttane sono ricche e non hanno famiglia da mantenere: che paghino loro per pulire i canali!"

QUINDI COSA SUCCESSE?
La proposta passò con facilità: il Senato approvò una tassa straordinaria sulle prostitute per finanziare i lavori di escavazione. Fu una delle imposte più originali della storia veneziana. E non si limitarono a una tassa generica: iniziarono un vero censimento delle prostitute. Venimmo tutte schedate, una per una: nome e cognome, indirizzo, tariffa media per prestazione, guadagni settimanali stimati. Un elenco dettagliato, quasi burocratico, che finì negli archivi del governo. Immaginate la scena: ufficiali che bussavano alle porte dei nostri palazzi o delle case nelle Carampane, con pergamena e calamaio, a chiedere "Quanto fate alla settimana, madonna? E quante notti lavorate?". Alcune di noi ridevano in faccia agli inquisitori, altre pagavano di malavoglia. Io ero già tra le più note, il mio nome finì in quell'elenco, con una tariffa alta e guadagni che facevano invidia a un mercante medio. Pagai, naturalmente…

VOI IMMAGINO NON FOSTE D’ACCORDO.
Assolutamente no. Nemmeno un po’. Quella tassa mi sembrò un insulto calcolato, un modo per punirci proprio perché eravamo donne che guadagnavano con il proprio corpo e la propria astuzia, mentre i mercanti grassi e i patrizi ipocriti continuavano a godersi i loro privilegi senza sborsare un soldo extra. Le più infuriate furono proprio le abitanti delle Carampane e del Castelletto di San Matteo. Loro, che già vivevano in condizioni precarie, confinate in zone malfamate, con le finestre basse sul canale e i clienti che entravano e uscivano come al mercato, videro in quella tassa l'ennesima angheria. "Noi draghiamo i canali con il nostro sudore e il nostro corpo – dicevano – e ora dobbiamo pagare per dragare quelli veri?" La rabbia montò veloce, tra sussurri nelle calli e discussioni accese nei cortili. Fu allora che mi presi la briga di redigere un manifesto di protesta. Lo scrissi di getto con parole dirette. Lo firmai con il mio nome, tanto ero furiosa e lo feci affiggere di notte sul Ponte di Rialto. Era il posto perfetto per far rumore senza dover urlare. Purtroppo, fui scoperta quasi subito. Mi convocarono davanti ai Provveditori, mi lessero l'accusa di "affissione non autorizzata e turbamento dell'ordine pubblico", e mi inflissero una multa di 40 ducati. Una cifra salata. Pagai senza fiatare troppo, con un sorriso ironico: "Almeno i miei ducati aiuteranno a dragare meglio i canali dove attraccano le gondole dei miei clienti." Dissi al funzionario che incassava. Dentro di me ribollivo, ma sapevo che protestare apertamente avrebbe solo peggiorato le cose. Quel manifesto non cambiò nulla sulla tassa, ma servì a far parlare di noi. Alcune cortigiane mi ringraziarono in privato, altre dissero che ero stata pazza a espormi così. Io? Non me ne pentii mai. Fu un piccolo atto di ribellione, un modo per ricordare che anche noi avevamo una voce, non solo un corpo.

COSA C’ERA SCRITTO SU QUEL MANIFESTO?
Non era un trattato elegante da salotto, no, volevo che le parole fossero chiare, taglienti, quasi volgari quanto bastava per far arrossire i patrizi. Lo scrissi in dialetto veneziano stretto, con errori apposta per renderlo "popolare": "Contarini per cavae li fondai de l'arsenal ha proposto di tansare de le pute al cavedal se rebella carampane e San Matteo che far mal a cortesane vol ben dir essere castrà." Ossia: "Contarini, per scavare i fondali dell'Arsenale, ha proposto di tassare le puttane. Al capitale, si ribellano le Carampane e San Matteo: che far male alle cortigiane vuol ben dire essere castrati." Era un'accusa feroce! Alcune cortigiane lo copiarono a mano e lo diffusero nei salotti; altre lo recitavano come una filastrocca maliziosa.

L’intervista è finita, Cornelia Griffo, ammicca maliziosa. La guardo incapace di fare un’altra domanda. Le parole mi muoiono in gola, il bicchiere resta sospeso a mezz’aria, il respiro si fa un po’ più corto. Sento il peso della sua sensualità. È un invito velato, un filo teso tra il presente e il passato, tra il dovere di chi interroga e il desiderio di chi si lascia interrogare. Arrossisco leggermente sotto la barba curata, abbasso lo sguardo per un istante sul tappeto persiano, poi lo rialzo, catturato di nuovo. Sorrido per nascondere l’imbarazzo, lei Cornelia si alza dalla bergère. Il broccato verde smeraldo fruscia come foglie mosse dal vento della laguna. Si avvicina di un passo, quel poco che basta perché il suo profumo mi avvolga.

«Basta domande per stasera.» Sussurra, la voce morbida come seta bagnata. «Avete scavato nei miei segreti più di quanto molti abbiano osato in una vita intera. Ora tocca a voi custodirli…» Allunga la mano ingioiellata – anelli che brillano come occhi di gatto – e sfiora appena il dorso della mia, un contatto lieve che dura un battito di ciglia in più del necessario. Le dita si ritraggono lente, lasciando una scia di calore sulla pelle. «Tornate quando vorrete.» Aggiunge maliziosa. «La porta di questo palazzo non si chiude mai del tutto per chi sa ascoltare la laguna. E io… io non invecchio, mai davvero.»

Poi si volta con un fruscio di sottane, dirigendosi verso la scala di marmo. La giovane ancella appare silenziosa dall’ombra, regge il mio mantello. Lei si ferma sull’ultimo gradino, si gira, il profilo illuminato dalla torcia: il collo candido, la curva del seno appena accennata dalla scollatura, gli occhi che mi inchiodano.
«Buonanotte. Portate con voi il mio profumo… e il rimpianto di ciò che non avete osato chiedere.» Un ultimo sorriso, sensuale, regale, poi sparisce su per la scala, lasciando dietro di sé solo l’eco del suo passo e l’odore persistente di muschio e fiori d’arancio.
La gondola mi attende già al portego, silenziosa sull’acqua nera. L’ancella mi accompagna fino alla soglia. Salgo il cuore che batte forte, il sapore del vino di Cipro ancora sulle labbra, il ricordo di quel tocco lieve che brucia più di qualsiasi parola. La gondola scivola via nel canale nascosto, portando con sé un uomo stregato, e una cortigiana che, anche nel congedo, ha vinto l’ultima mano della partita. La notte veneziana inghiotte tutto, ma il desiderio resta sospeso, come una promessa non mantenuta.






IMMAGINE GENERATA DA IA
INTERVISTA A CURA DI ADAMO BENCIVENGA







 
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