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RACCONTI


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Maria Vittoria Morokovski
Vivienne - Portiere di notte







(Photo Tatyana Nevmerzhytska)







 


Lo squillo del telefono la svegliò di soprassalto.
Una voce roca la chiamava: “Vivienne?”
Trasalì. Istintivamente cercò di riattaccare il telefono, poi respirò forte e rispose: “Sono io, chi parla?”
“Sono io, la signora Anny, si ricorda di me? La disturbo? La sento così strana, dormiva forse?”
“Sì, stavo riposando e l’ho scambiata per un’altra persona, è forse raffreddata?”, rispose Vivienne
“Sì, ma se la disturbo la chiamo in un altro momento”
Vivienne guardò l’orologio, erano solo le 21,30, si era addormentata presto e, da molti anni, ogni volta che lo squillo del telefono la svegliava le veniva in mente una sola persona, l’unica che l’aveva sempre chiamata Vivienne, gli altri la chiamavano Vivi.
La signora Anny, all’altro capo del telefono continuava a parlare.
“Mi sta ascoltando? La sento distratta, si è svegliata?”
“Sì, sono sveglia ora, mi dica pure.”
“Volevo solo ricordarle il nostro appuntamento di domani, continuò la signora Anny con la sua voce da uomo.
“Non mancherò, stia tranquilla, buona notte.”
La congedò. Vivienne era infastidita. Detestava essere svegliata e soprattutto essere svegliata dal telefono. Per anni lo squillo del telefono notturno, per lei aveva un solo nome: Flavio.
Era il 1977 la prima volta che si erano incontrati. Lei era una giovane studentessa universitaria, parlava bene 3 lingue, il francese che le aveva insegnato la mamma, lo spagnolo, che aveva studiato, nella speranza di conoscere un giorno il padre argentino, l’inglese studiato a scuola e all’università.
Grazie a queste sue conoscenze non aveva fatto fatica a trovare quello strano lavoro, che tuttavia le permetteva di guadagnare benino e di avere la giornata libera, inoltre poteva studiare di notte.

Faceva il Portiere di notte in un piccolo albergo nei pressi della stazione. Il lavoro era abbastanza semplice, doveva affittare le stanze rimaste libere, mettere in ordine il registro, fare le sveglie a coloro che volevano partire ad ore antelucane, passare qualche telefonata attraverso il citofono e, a volte, preparare qualche vassoio per le colazioni. Qualche notte riusciva anche a dormire qualche ora, le altre notti studiava e per non dimenticare le cose che doveva fare puntava una sveglietta, che, col suo trillo, le ricordava le cose da fare. Da allora aveva sempre avuto il sonno leggero.
L’ambiente era simpatico, aveva una piccola reception di buon gusto, la scala che portava ai piani superiori era di un bel ferro battuto, vi era poggiata una passatoia rossa che attutiva i rumori dei passi, il bar alla sua destra era piccolo ma accogliente, una parete alle sue spalle era coperta di una bella tappezzeria con disegni persiani, il resto delle pareti era candido, sulla parete di fronte c’era il telefono a gettoni, sulla sinistra si apriva un piccolo salottino arredato con buon gusto, era tutto molto famigliare, caldo ed accogliente e Vivienne si trovava bene, si sentiva padrona del suo tempo e non aveva nessuno che la controllava.

La gente però non capiva quel tipo di lavoro e criticava sua madre che le permetteva di farlo. A loro non importava molto il giudizio della gente, erano molto unite e, del resto era solo un lavoro provvisorio, presto si sarebbe laureata ed avrebbe trovato di meglio. Era molto bella Vivienne a quell’epoca, aveva solo 22 anni e ne dimostrava qualcuno in più, ciò la faceva apparire ancora più bella, aveva i capelli biondi della mamma e gli occhi neri del padre, gli occhi ed i capelli erano i suoi punti di forza, non c’era uomo giovane o vecchio che non glieli ammirasse, la ragazza accettava i complimenti con un bel sorriso e non si montava la testa, inconsapevole com’era del suo fascino.

Non aveva fidanzato, non aveva tempo per pensarci, il lavoro e l’università occupavano il suo tempo e lei, senza rendersene conto, rinunciava alla sua giovinezza, rimandando esperienze e sentimenti che sono davvero belli solo se vissuti al momento giusto. Ad esempio il sabato sera lavorava quando gli altri ragazzi andavano a ballare, la domenica pomeriggio studiava, quando gli altri andavano al cinema, aveva parecchi amici che la venivano a trovare sul lavoro e le tenevano compagnia qualche ora, ma a poco a poco le sue amicizie femminili si erano ridotte al lumicino, la venivano a trovare solo i ragazzi, ed anche questo non giovava alla sua reputazione. Ma né lei né la madre sembravano farci caso.

Una sera entrarono 2 coppie giovani e chiesero 2 stanze, era evidente che non fossero sposati, ma Vivienne non si chiedeva mai cosa andassero a fare le coppie nelle stanze né se fossero sposati o meno, la cosa non la incuriosiva né la interessava, come al solito chiese i documenti, si fece pagare anticipatamente, registrò e preparò le ricevute, consegnò le chiavi ed indicò le stanze, poco dopo uno dei 2 giovani scese e le chiese qualcosa da bere, contrariamente a quello che facevano gli altri, non prese la sua bibita ,ma restò lì a parlare, era simpatico e non diceva fesserie, anche se le diceva in un modo divertente ,poco dopo ridevano e scherzavano come se si fossero conosciuti da tempo, lui iniziò a fare dei giochi di prestigio e a raccontare storielle, le offrì da bere, e , lei, contrariamente alle sue abitudini, aveva accettato con piacere. Erano passate più di 2 ore e loro erano sempre lì a chiacchierare, Vivienne aveva notato la cicatrice che segnava il viso di Flavio e gli dava un aspetto vissuto, aveva notato i suoi begli occhi azzurri che contrastavano piacevolmente con la sua carnagione olivastra, aveva ammirato i suoi capelli corvini un po’ spettinati ed aveva apprezzato i suoi abiti costosi ed elegantemente trasandati, entrambi si erano dimenticati della ragazza che lo aspettava nella sua stanza, la ricordarono solo quando quest’ultima scese vestita di tutto punto ed uscì dall’albergo, non senza aver dato dello ‘’stronzo” a Flavio.

Vivienne aveva mormorato un timido: “mi dispiace”, ma aveva avuto una gran voglia di ridere, e quando lui mostrò di non essere dispiaciuto della fuga della sua compagna occasionale, entrambi avevano riso di gusto, lui aveva imitato la ragazza che se ne era andata ed aveva continuato il teatrino quasi fino all’alba, poi se ne era andato senza neppure salire nella camera che aveva pagato. Vivienne si era divertita molto quella notte, ma non aveva dato alcun peso all’episodio.
Aveva dimenticato persino l’episodio, ma, un mese dopo, Flavio era riapparso, solo questa volta aveva preso una stanza singola ed era rimasto a parlare con lei tutta la notte, le aveva raccontato di essere stato molto innamorato di una donna poco più vecchia di lui, che questa donna ,stranamente assomigliava a lei, giustificava così il suo desiderio di conoscerla meglio, le aveva parlato della morte padre, dell’abbandono subìto dopo pochi mesi di matrimonio, di sua madre ,di suo fratello, del suo lavoro, del suo odio per le donne e lei gli aveva raccontato tutto della sua famiglia e degli studi. Flavio prendeva spesso una camera e non vi dormiva mai. Vivienne, quelle notti, non studiava e non dormiva. Flavio appariva e spariva per lunghi periodi, quando riappariva sembrava non avere occhi che per lei, ma non le faceva la corte, non le faceva complimenti, non la invitava da nessuna parte.

Vivienne lo considerava un buon amico e a chi le diceva che la corteggiava, rispondeva di no, che lui odiava le donne e che, un uomo così era meglio perderlo che trovarlo. Una sera le aveva telefonato e l’aveva invitata a cena, poco dopo le aveva telefonato per scusarsi e disdire l’invito. Vivienne c’era rimasta un po’ male, ma non ne aveva fatto un dramma. I mesi passavano e Flavio, a turno, le aveva presentato alcuni amici, poi il fratello, persino la madre ed un giorno le aveva portato la fidanzata. La ragazza era carina ed evidentemente innamoratissima, Vivienne ebbe quasi pena per lei, lui la trattava male e lei sembrava pendere dalle sue labbra, Vivienne non la invidiò e si disse che non avrebbe mai amato un uomo simile, Flavio era perfetto come amico, pessimo come compagno.

Un giorno i 2 vennero a trovarla e le annunciarono la loro decisione di sposarsi, lui aggiunse, con estremo cattivo gusto, rivolto alla futura moglie: “Ricordati che ti sposo solo perché lei non mi ha voluto.” Sembrava una battuta, ma non fece ridere nessuno. Vivienne ne fu lusingata e rattristata allo stesso tempo. Miriam, così si chiamava la fidanzatina, non aveva mostrato alcuna emozione. Lui sembrava non aver capito la gaffe Quella sera Vivienne non fu felice di essere la sua unica amica. Flavio non si fece vedere per molti mesi. Un bel giorno si ripresentò con una carrozzina per farle vedere il bambino. Le lasciò persino una foto, sua e del bimbo. Vivienne, nel frattempo si era fidanzata, ma la visita di Flavio, anche quella volta, le aveva lasciato un po’ di amaro in bocca. Il lavoro che avrebbe dovuto essere temporaneo, stava diventando un lavoro fisso, la laurea per un motivo o per un altro tardava, il fidanzato stava diventando un problema, la madre stava sempre peggio, la vita sorrideva meno alla bella Vivienne.

Flavio aveva ricominciato a venirla a trovare, Miriam telefonava e le chiedeva di rimandarlo a casa, a volte veniva col bimbo che lei metteva a dormire nel suo lettino. Il fidanzato le faceva scenate di gelosia, Flavio faceva il geloso con gli altri uomini che le facevano complimenti. Vivi come la chiamavano tutti, aveva sempre più amici corteggiatori platonici ed una vita sempre più anomala, gli anni passavano e lei sembrava non accorgersi del deserto che si creava attorno a lei.
Sua madre era morta, con il fidanzato era finita male, si era laureata, ma non aveva trovato un altro lavoro, non aveva amiche né amici al di fuori dei clienti dell’albergo, molti come Flavio prendevano la stanza lì più per farle la corte che per bisogno di dormire, Flavio poi aveva sempre abitato in città e non aveva mai avuto davvero bisogno della stanza, questo lei lo aveva saputo quasi subito. Era anche stata a cena da lui, aveva notato che in quella casa c’era poco amore, lui rientrava sempre più tardi la sera, Miriam passava sempre più week-end dai suoi genitori, il bambino era viziato e capriccioso, la madre di lui sempre più presente. No qualcosa non funzionava in quel matrimonio.

Vivi non si meravigliò quando Flavio le raccontò di essersi separato, si meravigliò solo del modo, avevano diviso il grande appartamento in cui vivevano, lui avrebbe vissuto con la madre ed il fratello, lei con il figlio nell’altra parte. A Vivi quella soluzione era sembrata assurda, non riusciva a concepire come, due che si erano amati potevano incontrarsi tutti i giorni da estranei, comunque la cosa non era affar suo. In quel periodo la stava corteggiando un uomo separato che le piaceva molto, tra loro non era successo ancora nulla perché la ragazza temeva che la separazione dalla moglie non fosse definitiva, ma sperava che prima o poi nel loro rapporto fosse fatta chiarezza, aveva presentato Flavio a quell’uomo ed i 2 sembrava avessero fatto amicizia, uscivano spesso in 3 e lui era felice, cosa poteva chiedere di più dalla vita? Il suo probabile futuro compagno di vita ed il suo migliore amico non la lasciavano sola un momento e, a lei, non serviva altro, si sentiva appagata. Ma anche questo pseudo fidanzamento iniziò a zoppicare, l’uomo faceva strane allusioni, sembrava non fidarsi di lei e, a poco a poco, Vivi cominciò a temere che neppure quello fosse l’uomo della sua vita, Flavio le diceva sempre che lei meritava di meglio e non gli scarti di un’altra donna e diceva lo stesso anche a lui Una sera li sentì parlare proprio di questo, Flavio consigliava all’altro di lasciarla perché non sarebbe stato in grado di darle tutto quello che lei meritava. Inutili furono le sue proteste e la crisi di pianto che le aveva accompagnate, non fu quel giorno, ma il suo fidanzato la lasciò.

Anche Flavio sparì per qualche tempo. Vivi aveva trovato un altro lavoro ed aveva lasciato l’albergo dove era amata e rispettata Dal personale e dai proprietari, lo aveva fatto per far piacere all’ex fidanzato, aveva anche cambiato casa, era la casa in cui aveva sperato di vivere da sposata, ora tutti quei cambiamenti le erano sembrati inutili, comunque aveva dato un taglio e non aveva lasciato il nuovo indirizzo a nessuno tranne che a Flavio e a pochissimi amici.

La nuova vita era più riposante, ma la notte non riusciva a dormire, si sentiva sola in quella casa, non vedeva mai nessuno al di fuori dal lavoro, una lenta e sorda depressione si stava impadronendo della sua anima, non si vestiva né si truccava più con tanta cura, le mancavano i complimenti degli uomini che venivano a trovarla nell’albergo, le mancavano le cene con Flavio, le capatine al piano bar, le passeggiate a piedi senza meta che facevano insieme, le lunghe chiacchierate e la musica che piaceva ad entrambi. Un giorno si decise e gli telefonò, non lo aveva fatto prima perché temeva fosse tornato con la ex moglie e non voleva essere motivo di litigi, lui fu gentile e la invitò a pranzo. Le loro case erano abbastanza vicine, il pranzo fu piacevole, la mamma di lui fu gentile, il fratello affabile, Vivi si sentì in famiglia. Le raccontarono che Miriam aveva una storia con un avvocato e che il bimbo cresceva sereno, Flavio le diede le chiavi del suo garage, poteva lasciarvi l’auto quando voleva, c’era posto.

Da quel giorno ripresero a vedersi spesso, lui bussava alla sua finestra quando passava di lì, Vivi abitava al piano terra, facevano lunghe passeggiate senza meta, ascoltavano musica. Tiravano tardi la sera, sempre come fratelli affiatati. Un giorno come tanti lui passò da lei, decisero di andare al cinema, in tutti quegli anni non erano mai andati al cinema insieme, le chiese di accompagnarlo un momento a casa a cambiarsi, era normale, lo avevano fatto molte altre volte, ma quella volta non c’era nessuno, la mamma era in campagna, il fratello era via per lavoro, Miriam ed il bambino erano dai genitori di lei. Come al solito lui mise un disco, poco dopo la baciò, un attimo dopo erano lì a fare l’amore come due amanti appassionati, Vivienne ricambiava la sua passione con altrettanta intensità, non si erano detti nulla, i baci e gli abbracci parlavano per loro, era la cosa più naturale e semplice del mondo, Vivienne, si meravigliava solo della spontaneità e della gioia che provava, sembrava lo avessero fatto da sempre.

La mattina si erano trovati abbracciati, lui aveva dormito dentro di lei, al risveglio avevano ripreso ad amarsi come né uno né l’altro avevano mai fatto, continuavano a non parlare i loro occhi parlavano per loro, c’era gioia, complicità, fantasia. La sera la riportò a casa, la salutò con un bacio fraterno e se ne andò senza dirle quando sarebbe tornato.
Vivi era in preda ad una felicità sconosciuta, le sembrava di essere in un’altra dimensione, faceva le cose di tutti i giorni ma era come se tutte le cose fossero fatte da un’altra persona, lei era solo felice, ubriaca di felicità, non si domandava né perché né come mai. Era accaduto ed era meraviglioso. Non si domandò neanche perché lui non si fosse fatto più sentire per tutta la settimana, aveva visto nei suoi occhi una felicità pari alla sua e questo le bastava. E lui tornò. Non parlavano mai d’amore, continuavano a fare le cose che avevano sempre fatto assieme, le passeggiate, le ore piccole nei locali, c’erano più cene e tanto amore, non si incontravano spessissimo, ma ,quando lo facevano restavano assieme 2 o 3 giorni, quando lui se ne andava Vivienne non riusciva a fare altro che riprendere le forze e recuperare il sonno perduto ,certo qualche telefonata le avrebbe fatto piacere ,ma non le importava molto, certo anche lui doveva riposarsi un po’ e doveva lavorare per recuperare i giorni perduti. Non si erano mai detti ti amo, ma anche questo sembrava non preoccuparla.

Facevano l’amore dove capitava a casa sua o a casa di lui, la madre ed il fratello lo sapevano, la madre prestavo loro la sua camera, un paio di volte erano usciti a cena con Miriam e l’avvocato. Vivienne in quell’occasione aveva chiesto a Miriam se pensava di poter tornare con Flavio, quest’ultima le aveva risposto che non le passava neppure per l’anticamera del cervello, allora Vivienne le aveva detto che i rapporti tra lei e Flavio stavano cambiando, quasi chiedendole il permesso di continuare la relazione.

Il permesso fu accordato, Vivienne non notò il sarcasmo di quel permesso. Miriam le aveva detto: “’Sapevo che sarebbe finita così, era sempre da te, forse ti amava anche prima di sposarmi, non so come fai a stare con lui visto che è impotente!”
“Sì, impotente! Non sai che il motivo della nostra separazione è la sua impotenza?”
Vivienne trasecolò e con la semplicità usuale confessò che tra loro la fisicità c’era, eccome. Miriam fece spallucce e non toccarono più l’argomento. La loro storia andava avanti, lui la presentava a tutti, una volta aveva fermato un autobus fingendosi ispettore per farla salire oltre la fermata, un’altra l’aveva fatta entrare allo stadio presentandola come la moglie di un giocatore, un'altra l’aveva fatta uscire in pigiama fingendo di avere la macchina in panne e l’aveva portata a teatro facendola sedere in prima fila a morire di caldo perché non poteva togliere la pelliccia e mostrare il pigiamino rosso con ricamino davanti, altre volte la faceva arrabbiare e la faceva tornare sola a casa, a piedi, di notte, coi tacchi alti, non le portava mai dei fiori, ma, a volte, le faceva trovare fiori dappertutto, in tutti i locali quando entravano suonavano la loro canzone, le riconciliazioni erano appassionate e fantastiche. Vivienne viveva senza certezze in uno stato di eccitazione continua.

Passavano anche molti giorni senza che si facesse sentire, ma, quando riappariva erano fuochi d’artificio. Vivienne iniziò a sentire la sua mancanza ogni momento che non era con lei, però non telefonava, aspettava, tanto sarebbe venuto. Un giorno le disse: “Quando Miriam andrà a vivere con il suo avvocato ti porto in Messico e ci sposiamo!” E Vivienne si sentì sposata di già.

Una sera, mentre programmavano la loro futura convivenza, lui le disse: “Quasi quasi chiamo l’avvocato e gli chiedo quando se la porta via.” Lei aveva annuito felice, stava per avvicinarsi Natale e sarebbe stato bellissimo andare in Messico. Lui compose il numero, all’altro capo rispose una donna, disse che era la moglie. Flavio attaccò scuro in volto, nessuno sapeva che l’avvocato era sposato. L’indomani invitarono l’avvocato a pranzo e gli chiesero che intenzioni avesse con Miriam, con la massima tranquillità, quest’ultimo ammise di non aver nessuna intenzione di lasciare la moglie. Flavio reagì molto male, lo insultò e gli intimò di non vedere Miriam e suo figlio. Vivienne non sapeva cosa dire né cosa pensare.

Miriam lasciò l’avvocato. Iniziò a chiedere sempre più spesso aiuto a Flavio per le cose più futili, lui acconsentiva sempre, ora c’era da portare il bimbo a scuola, ora da comprare il latte, da portare l’auto dal meccanico, da accompagnarla in montagna. Vivienne taceva, le rispondeva gentilmente al telefono, glielo passava sempre. Arrivò Natale, per il bene del bimbo sarebbero andati a sciare assieme. Arrivò l’estate e, per il bene del bimbo, sarebbero andati assieme in vacanza. Vivienne soffriva in modo indicibile, ma, riconoscendo a Miriam un diritto di prelazione, li lasciava andare senza mai lamentarsi, sperando quasi che tornassero assieme o si lasciassero per davvero. Loro non tornavano assieme e lei non accennava minimamente ad andare via.

Passarono così 2 lunghi anni e Vivienne non riusciva più a sopportare le attese, i giorni da sola senza una telefonata, le Feste da sola, le vacanze da sola, i Capodanni da sola iniziarono ad essere un peso insopportabile. Così prese una decisione dolorosa e partì accettando un lavoro all’Estero, si era detta che, se lui avesse sentito la sua mancanza forse avrebbe preso una decisione. Restò via alcuni mesi senza dare sue notizie, la cosa la fece soffrire in modo atroce, quando tornò a casa lui riapparve, non le fece scenate, la rimproverò pacatamente e disse che si era preoccupato, non le disse quanto gli fosse mancata, ma quella notte fu come non fossero mai stati lontani. Per qualche tempo ripresero a parlare di convivenza, lui si sarebbe trasferito da lei. Vivienne si preparava a fare la moglie a tempo pieno, studiava libri di cucina e tentava di imparare a stirare, lo faceva con gioia, qualche domenica uscivano col bambino, il bimbo era viziato e capriccioso, ma non le mostrava ostilità, un giorno la chiamò persino mamma. Quel giorno Vivienne provò un’emozione violenta ed una felicità indicibile. Purtroppo il bimbo raccontò l’episodio alla vera madre.

La dolce, piccola, fragile Miriam, le fece scrivere dal suo avvocato diffidandola dall’incontrare il bambino, uno psicologo avallava la tesi che per il bimbo era traumatico vederla. Vivienne dovette rinunciare alle domeniche, Flavio le passava da solo con il bimbo. A volte, la sera, passava a trovarla. Vivienne aveva iniziato a bere troppo e passava il tempo ad aspettare. Le liti erano sempre più frequenti. Un giorno pretese che la tanto sbandierata convivenza iniziasse. Lui acconsentì. La madre di lui stava mettendogli in valigia le cose che avrebbe portato da lei, comprese le foto del padre, lui se ne stava seduto in poltrona fumando apparentemente sereno. Vivienne aveva il cuore in tumulto, provava, probabilmente quello che prova una sposa all’altare.
La madre di lui sembrava contenta di quella decisione e chiacchierava allegramente Poi chiese: “Venite in campagna per Pasqua?” Flavio rispose: “No, vado con Miriam ed il bambino dai suoi. Lampi, tuoni ed esplosioni nel cuore e nel cervello di Vivienne che, senza riflettere un attimo, prese la porta, e, malgrado la ‘’suocera” le fosse corsa dietro, era già in macchina e correva a 180 all’ora, guidò a lungo, si fermò solo quando il serbatoio reclamò la sua dose di carburante, aveva imboccato la prima autostrada che le era capitata, si fermò in un motel e, finalmente, pianse tutte le sue lacrime.

La mattina successiva non sapeva neppure dove si trovava, non sapeva chi era, non sapeva dov’era, non sapeva dove andare, voleva solo andare lontano da se stessa a dal dolore che provava. Approdò in qualche modo a casa di un’amica. Decisero di fare un viaggio, partirono e per Vivienne fu l’inferno dantesco. Tornata, Vivienne mise in vendita la casa e cambiò città. In cuor suo sperava che Flavio avrebbe preso una decisione, l’avrebbe cercata, anche lui l’amava, era solo una questione di tempo. E lui la cercò, iniziò un calvario di telefonate a tutte le ore, preferibilmente di notte, le metteva le loro canzoni, le lasciava messaggi, le ricordava i bei momenti passati assieme, lei aveva preso a scrivergli lunghe lettere cercando di spiegargli il suo punto di vista, le sue speranze e le sue sofferenze, lui sembrava imparare a memoria quelle lettere. Vivienne dopo ogni telefonata beveva un bicchierino di qualcosa di forte, scriveva una lunga lettera e ricominciava ad aspettare. Passavano i mesi, ogni volta che qualche uomo sembrava attirare l’attenzione di Vivienne, Flavio, come uno scanner, riappariva coi suoi messaggi compulsivi, lei provava a staccare il telefono, ma non poteva fare a meno di ascoltare la segreteria né riusciva a staccarla.

Qualche volta lui la invitava in campagna per il week-end o per Pasqua. Ogni volta aveva creduto che l’invito volesse dire che non poteva stare senza di lei. I viaggi di andata erano esaltanti, le emozioni erano violentissime, la musica era a tutto volume nella sua auto e nella sua mente, lui l’aspettava al casello dell’autostrada, la portava dagli amici e dai parenti, la portava al cimitero dai suoi morti, la portava a messa, si amavano per giorni incuranti della madre, della zia o di chiunque altro fosse in quella grande e bella casa di campagna. Poi veniva sempre il momento di ripartire, il ritorno era sempre difficile. Vivienne non sapeva mai cosa sarebbe successo poi. Non accadeva mai niente. Lo stesso rituale si svolse più volte, week-end elevati all’estrema potenza e poi il nulla. Vivienne è invecchiata così, ha cambiato ancora città. E’ sparita per altri 2 anni, poi un giorno gli ha telefonato, lui le ha scritto una lunga lettera, anche in quella lettera non parlava d’amore, e raccontava tutto quello che faceva e che aveva fatto in quel periodo. Vivienne gli chiese aiuto. Lui non rispose più. E, lei, ogni volta che qualcuno la sveglia e la chiama: “Vivienne” trasalisce ancora. Sono passati 26 anni. Flavio vive ancora con la madre ed il fratello, alla porta accanto vive Miriam ed il figlio.







FINE










 
 
 







PER SCRIVERE ALL'AUTRICE: lopatine@libero.it

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