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RACCONTI

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Eveline H.
E’ solo mio, il gridarti “VATTENE!”,
quando dentro scoppia un “RESTA...”








Photo Ivan Gorokhov


 



Non l’avevo proprio programmato. Ma eccomi qui, a camminare fra i vicoli sgangherati, insulsi e maleodoranti di questo paese del cazzo, senza arte, né parte, mentre zaffate di odori di fritto e di spezie mal mescolate, sovrapposti al puzzo di fogna, mi sconquassano le narici. A fare lo slalom tra l’immondizia e gli occhi degli ubriachi senza casa e senza famiglia, che ondeggiano con la sigaretta accesa fuori dai bar.

Sto ripensando alla nostra ultima discussione, una delle tante. E me la ripeto, mentalmente, parola per parola.
“Lo sai bene, non è come dici. Ci siamo raccontati un sacco di storie ed io c’ho sempre creduto. Ora, però, ho capito: niente è mai stato come mi hai detto e ripetuto. Nemmeno quello che giuravi di sentire e provare, corrisponde a realtà. E anche oggi ti sono stata inutilmente ad ascoltare. Come sempre, ho lasciato che mi raccontassi tutte le tue verità mutevoli, tutte le tue ragioni contraddittorie, col tuo modo divertente di raccontarle, pervicace nel voler assolutamente credere a tutto quello che dici. Tu, con il tuo strano senso di giustizia a fisarmonica, impeccabile nella sua mutevolezza incomprensibile. Tu, con la tua capacità di memorizzare ogni singolo torto subito, dimenticando invece tutti i danni compiuti. Ed io, qui, stanca di tutto questo, perché non riesco nemmeno più a sorridere.”.

Immersa nei pensieri, ho imboccato il vicolo più afoso e puzzolente. E, finalmente, intorno a me non c’è nessuno e niente, se non il rumore dei miei tacchi sull’asfalto rovente e lo stridìo monotono e fastidioso delle cicale in amore. Pare tutto surreale, tanto quanto lo sfumare della baldanza tipica del mio usuale cliché.
Mentre cammino, in pieno contrasto col caldo esterno, sento a tratti il sangue raggelarsi. Mi prende un’agitazione crescente, che mi sembra di riconoscere come paura.
I miei passi si affrettano. E, nello svoltare l’angolo ormai di corsa, mi volto verso il vicolo, come per allontanare questa stranissima sensazione d’essere seguita.

-“Ehi, mi scusi... mi può indicare la strada per il Porto? Credo di essermi perso...”.
Mi giro in avanti. E ti vedo.

Ti conosco.
Ti conosco e ti ho sempre conosciuto.
E’ solo tua quella smorfia di disagio quando devi chiedere un’informazione per strada; sono solo tue quell’abbronzatura perfetta dopo il tuo abituale mese e mezzo di vacanze estive, quella camicia distrattamente sbottonata e quella pelle diafana, leggermente velata di sudore buono.
Io ti conosco forse più di te. E mi fa tenerezza, ora, vederti per la prima volta dopo allora.

Tu, sorridi.
Tu, mi conosci.
Mi conosci e mi hai sempre conosciuta.
E’ solo mio, il gridarti “Vattene!”, quando dentro scoppia un “Resta...” pieno di dolore e speranza. Sono solo mie l’impulsività e la capacità d’averti amato incondizionatamente, oltre ogni limite, per un tempo che non sai nemmeno ricordare.

Mi viene spontaneo guardare al tuo fianco. Non c’è nessuno...
E cento domande mi girano in testa. Perché sei solo? Non è da te, fare delle vacanze da solo. Mi avevano detto che avevi una compagna. O forse due. Perché sei solo, quindi?

-“Cerco anch’io il Porto. E m’ero persa nel vicolo più schifoso di tutto il paese! Se vuoi, ti accompagno.”.

Sempre così, tra noi: niente preamboli, niente introduzioni, mai saluti. Come fosse normale incontrarsi a mille chilometri da casa, dopo inquantificabili giorni e mesi, senza accordi, né appuntamenti, né programmi. E senza schemi preordinati.

Camminiamo.
Ci sono io, ora, al tuo fianco. Allo stesso modo in cui siamo stati per tanto affiancati, in mille passioni, azzardi di vento e monsoni possenti.

-“Ho sete...”
-“Ho fame...”

Sarà che con te è sempre stato semplice tutto... sarà che i nostri desideri decidevano per noi, nello stesso preciso momento... sarà che non c’è mai stato bisogno di spiegazioni... sarà stato anche quel bicchiere di troppo, forse, che c’è sempre piaciuto bere in ogni occasione... ma le gambe mi reggono poco. Ed il mio ondivago ed altalenante senso dell’orientamento non ci sta portando nella direzione giusta.

Sarà, forse.
Ma questa può essere, invece, la direzione che ho sempre desiderato. Proprio questa strada e questo momento, mentre mi infili in questo vicolo cieco. Mentre le tue mani mi afferrano gli avambracci. Mentre le bocche si uniscono in silenzio, a voler gridare la fine d’una straziante assenza che passa. Mentre le mie dita ti accarezzano le guance e le tue labbra indugiano appena sopra al solco dei miei seni.

Sarà che il mio desiderio di te cresce ad ogni centimetro che sfiori. Sarà che conosci ogni mia vibrazione.
Sarà che ho voglia di te... ed ho voglia finalmente di fare ancora l’amore, come da tempo non mi capitava.
Sarà che sei dentro di me.... e sono dentro di te, da inquantificabili anni.

Sarà, forse.
Ma in questo piccolissimo vicolo, perso nei meandri d’un paese del cazzo, non si fermano più i nostri corpi, che danzano senza sosta, pelle su pelle. Non si fermano le mani, che si cercano e si accompagnano, complici ed affamate, alla scoperta delle voglie e dei piaceri di ciascuno.
E non si ferma la tensione dei tuoi muscoli, che mi fanno fremere la schiena, che mi sollevano le natiche, schiacciano il seno sul tuo petto.

Ed i brividi diventano sempre più intensi. Ed i respiri diventano sempre più rochi e sempre più veloci.

Ti guardo, mentre sorridi per la tua camicia stropicciata e sbottonata, ti sistemi i jeans e mi guardi toccarmi tra le cosce, dopo che t’ho urlato in silenzio l’orgasmo che m’invadeva il corpo e faceva strada al tuo. E mentre sento il tuo calore colarmi tra le dita, il nodo in gola si stringe di più.

Vorrei dirti “Resta...”. Ed invece dico “Vai”, con un filo di voce che vibra di dolore senza speranza. Perché è sempre così, che finisce tra noi. Immancabilmente sempre così.

Guardo la tua nave allontanarsi. E mi rimprovero di non averti salutato, di non averti abbracciato, di non averti trattenuto. Di non averti di nuovo più.
E chissà se stavolta sei un po’ commosso. Chissà se hai dovuto mettere le mani in tasca per cercare un fazzoletto ed hai trovato, invece, le mie mutandine. Chissà.

Così, ora, me ne vado. Libera più di prima, in compagnia della mia gonna madida e svolazzante.
Senza di lui, senza di te.
Senza nessuno, ma con me stessa. Tra i vicoli sgangherati d’un paese del cazzo dove ho ancora fatto l’amore.















FINE

 





 
 
 





Il racconto è frutto di fantasia.
Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale..
© All rights reserved
 Eveline H.


Il presente racconto è tutelato dai diritti d'autore.
L'utilizzo è limitato ad un ambito esclusivamente personale.
Ne è vietata la riproduzione, in qualsiasi forma, senza il consenso dell'autore















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