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MUSE ISPIRATRICI

La Divina Imperia
Imperia Corgnati, la grande cortigiana
Poetessa e musa alla corte del Papa fu una delle donne più adulate della città eterna, non solo per la sua incredibile bellezza, ma anche per la sua cultura. Si avvelenò per amore. La salma venne benedetta da Papa Giulio II. Lasciò tutti i suoi averi a sua figlia Lucrezia che faceva educare in un convento
(3 agosto 1486 - 15 agosto 1512)





 
Imperia mi accoglie un elegante salone rinascimentale della Roma papale del primo Cinquecento. È una stanza ampia e luminosa, con pareti affrescate da motivi mitologici con ninfe, dei e trionfi d'amore. I pavimenti di marmo riflettono la luce di grandi finestre che si aprono su un giardino ideale, dove fontane mormorano e rose eternamente fiorite profumano l'aria.
Al centro, un tavolo intarsiato coperto di volumi antichi in latino e volgare, un liuto posato con noncuranza, e preziosi arazzi che narrano storie di Venere e Amore. L'atmosfera è calda, avvolgente, intrisa di incenso e petali di rosa, un rifugio di bellezza e intelletto dove il passato incontra il presente senza confini.

Seduta su una poltrona damascata, mi appare la Divina Imperia. È una visione di bellezza immortale, come descritta dai poeti contemporanei: capelli d'oro puro che le scendono in onde morbide sulle spalle, una fronte alta e serena, occhi vivaci e intelligenti che brillano di malizia e saggezza, un collo sottile e grazioso che emerge da una scollatura generosa, rivelando seni pieni e perfetti, simbolo di una sensualità divina. Indossa un abito di velluto cremisi ricamato d'oro, con maniche ampie e una cintura che accentua la figura voluttuosa, ispirata alle muse di Raffaello, proprio lei che si dice abbia posato per il Trionfo di Galatea.

Il suo charme è magnetico: un misto di grazia regale e intelligenza acuta, un sorriso che promette segreti e piaceri, una voce melodiosa che incanta come una poesia recitata. Non è solo bellezza fisica, è il fascino di una donna colta, che suona il liuto, compone versi, conversa di filosofia e arte con cardinali e banchieri. Il suo magnetismo deriva dalla rarità: esclusiva, selettiva, padrona del suo destino in un mondo dominato dagli uomini. Mi accoglie con un gesto elegante, un velo di ironia negli occhi, emanando un'aura di potere sensuale che fa dimenticare il tempo, rendendo ogni parola un invito a un mondo di raffinato piacere e profonda intelligenza.
Ancora stordito dalla bellezza e dal fascino che emana cerco di mantenere un contegno professionale. Poi, con una voce leggermente tremante per l’emozione, dico:


Madame Imperia, non stenterei a crederlo nemmeno per un istante. La vostra bellezza è tale che sembra sfidare il tempo stesso…
Caro mio, la bellezza del corpo è un dono degli dèi, certo. Ma svanisce presto se non è accompagnata da altro. Un volto perfetto, seni perfetti, una pelle come seta… tutto questo attira lo sguardo, apre le porte. Ma per far sì che un uomo potente torni, e torni ancora, spendendo oro e favori… serve ben altro.

Siete esattamente come vi descrivevano i poeti e gli ambasciatori del vostro secolo. Quella lettera dell’ambasciatore estense… è un documento che ancora oggi fa arrossire gli storici per la sua ammirazione sfrenata. Dicono che Alfonso d’Este, ricevendola, abbia subito chiesto di poter venire a Roma per conoscervi di persona. E non era l’unico: cardinali, principi, banchieri, persino artisti come Raffaello… tutti sembravano perdere la testa per voi.
Imperia sorride, un sorriso lento e malizioso, mentre con un gesto elegante della mano accarezza il bordo di un calice di cristallo colmo di vino dorato. I suoi occhi, di un verde profondo screziato d’oro, si posano su di me con una intensità che sembra leggermi dentro l’anima.
Io parlavo con loro. Davvero. Di poesia, di musica, di politica, di filosofia. Conoscevo i loro segreti, le loro paure, le loro ambizioni. Li facevo ridere, li facevo pensare, li facevo sentire unici. E sì… li facevo desiderare, non solo con il corpo, ma con l’anima. Un cardinale mi confidò una volta, dopo una notte passata tra le mie lenzuola: “Imperia, con te non pago per il piacere del corpo, pago per sentirmi vivo”. Ecco, questo era il mio vero potere. Non ero una semplice cortigiana. Ero una musa. Una regina senza corona, in una città di re in tonaca porpora. Non faccio per vantarmi ma molti cardinali si contendevano le mie grazie e… non solo loro...

Madame, non eravate solo una visione di bellezza: suonavate il liuto con maestria, componevate madrigali e sonetti vostri, leggevate Virgilio, Ovidio e i classici latini come una vera umanista. E per voi, poeti e letterati scrissero versi di lode infinita, ma anche di condanna morale, come se la vostra grazia fosse un peccato troppo grande per questo mondo. Ditemi della vostra musica, delle vostre poesie... e di quelle scritte per voi, che ancora oggi fanno discutere gli eruditi.
Imperia prende delicatamente il liuto tra le mani, lo accorda con dita esperte, e ne trae una melodia dolce e malinconica, come un madrigale dimenticato. I suoi occhi si illuminano di un ricordo vivo.
Ah, messere, la musica era il mio respiro, la poesia il mio sangue. Imparai il liuto da giovane, suonandolo a prima vista, come una vera virtuosa. E componevo, eccome: sonetti d’amore, madrigali leggeri, versi che intrecciavano Petrarca con la mia vita. Quanto ai versi scritti per me... ne piovvero a decine, vivi e morti. Durante la mia vita, epigrammi piccanti da Bernardino Cappella, odi eruditi da Angelo Colocci, sonetti appassionati da Jacopo Sadoleto. Mi chiamavano dea, ninfa, Venere scesa tra i mortali. Ero diventata un simbolo: la cortigiana divina, ammirata e temuta, che ispirava arte e prediche insieme. Scelsi di vivere come una musa, non come una santa... e non mi pento.

Il suo vero nome madame?
Il mio nome vero è Lucrezia e sono nata a Roma il 3 agosto 1481 nella casa di Via Alessandrina nel quartiere di Borgo. I miei genitori furono Diana Corgnati e Paris de Grassis. Mia madre era una cortigiana come me, ma di basso rango, mentre mio padre era un maestro di cerimonie della corte pontificia. Non erano sposati, io presi il nome di mia madre e crebbi nella casa paterna di piazza Scossacavalli. Studiai scienze umanistiche con il letterato Niccolò Campani e successivamente venni destinata al salotto della cortigiana Lucrezia la quale mi introdusse ai misteri dell'amore.

Per questo motivo cambiò nome da Lucrezia ad Imperia?
Lo imponeva la professione, tradizionalmente le cortigiane utilizzavano un soprannome per cui adottai il nome di Imperia. Come era usanza per le cortigiane, trascorrevo le mie giornate affacciata alla finestra, mostrando le mie grazie ai passanti. Ben presto però iniziai a frequentare i salotti romani ed altolocati dei Borgia. Le mie intenzioni erano quelle di rimanere esclusiva e accettare solo pochi clienti.

In quel periodo abitava ancora a Borgo vero?
Avevo una bella casa adornata con finissimi tappeti, tappezzerie e mobili di valore. Nelle mie stanze non mancavano liuti, cetre e parecchi libretti volgari e latini riccamente adornati. Quegli oggetti preziosi erano frutto di regali da parte dei miei amici i quali come del resto: guanti di velluto, anelli, vesti greche, pantofole d'oro, lini, profumi ecc.

La sua iniziazione, madame?
Fu un poeta, un certo Domenico Campana detto Strascino, a insegnarmi non solo i piaceri del corpo, ma anche quelli della mente: la poesia, il suono dolce delle parole, l’arte di far sospirare un uomo con uno sguardo o con un verso. Mia madre Diana, poveretta, era una cortigiana di basso rango, ma non fu lei a guidarmi la mano. Io imparai da sola…

Madame, tra le cose che più vi resero leggendaria fu il vostro amore materno: a soli quattordici deste alla luce la vostra unica figlia, Lucrezia, che portava il cognome Corgnati. La cresceste lontana dal vostro mondo, in convento, perché fosse diversa da voi, virtuosa e protetta.
Nacque quando ero poco più che una bambina, il mio corpo era ancora quello di una fanciulla e il mio cuore già segnato dalla vita. Non sapevo chi fosse il padre, forse un legame fugace, forse con Paolo Trotti, il cantore papale che poi le fece da patrigno. Ma poco importava, lei era mia, solo mia. La affidai al convento di Santa Maria in Campo Marzio, e poi a Siena, sotto l’ala protettrice di Chigi, che promise di trovarle un buon matrimonio. Volevo per lei ciò che a me era negato: una vita casta, rispettata, lontana dal fango dorato delle cortigiane. La chiamai Lucrezia, la affidai a protettori potenti, perché crescesse come una gentildonna. Provai a proteggerla dal mio stesso destino e credo di esserci riuscita. Non la vidi spesso, era il mio sacrificio, il mio atto d’amore più grande. Ogni ducato che guadagnavo era per lei: case, vigne, gioielli... tutto per assicurarle un futuro senza bisogno di vendere l’anima.

Lei sposò Arcangelo Colonna…
Un nobile senese e uomo onesto, ebbe due figli maschi e visse una vita onesta da gentildonna. Era così virtuosa che per sfuggire alle insistenti avance del cardinale Raffaele Petrucci, Lucrezia tentò di avvelenarsi. Era il 9 gennaio 1522, a Chianciano. Il cardinale, quel lupo in porpora, la assediava con promesse e minacce, voleva spezzare il suo matrimonio, farla sua. Lucrezia, la mia dolce, forte Lucrezia, scelse la via estrema: ingoiò il tossico per preservare l’onore. Ma gli dèi furono misericordiosi con lei e sopravvisse. E Roma la acclamò come una martire della virtù, una Lucrezia moderna che preferiva la morte al disonore.

Davvero credette di riscattare i suoi peccati attraverso sua figlia?
Lei fu la mia vittoria, il mio orgoglio più grande, la mia redenzione, il mio tesoro più prezioso, la prova che anche una cortigiana, in un mondo che condannava le madri come me, poteva generare virtù pura.

Torniamo a lei madame, dopo il parto, piano piano si fece conoscere e i suoi clienti diventarono d’alto rango…
Certo! Tutte persone legate al potere e alla cultura come ad esempio il bibliotecario del papa, Tommaso Inghirami, i canonici di San Pietro; il poeta licenzioso Bernardino Cappella, il cardinale vescovo Giacomo Sadoleto e l'umanista Angelo Colocci. Da quella cerchia nacque il detto: “Marte diede loro l'Imperium Romanum mentre Venere diede loro l'imperia.”

Chi erano i canonici di San Pietro?
Erano i cortigiani delle corte papale, essendo chierici non potevano sposarsi però era concesso loro di accompagnarsi con donne istruite. Ovviamente dovevano conoscere il galateo per poter conversare e partecipare alla vita formale dei salotti. Da qui sorse e si sviluppò di una nuova classe di prostitute nella Roma cristiana.

Madame, la fama vi ha incoronata con titoli che ancora echeggiano nei secoli: "La Divina", per la vostra bellezza quasi ultraterrena, e "L'irresistibile", per quel fascino che piegava anche i cuori più alti. Si narra che un certo Giacomo Stella si tolse la vita per il tormento del vostro amore. Verità o leggenda?
Imperia inarca un sopracciglio con un sorriso divertito, quasi compiaciuto dalla mia precisione. Si appoggia allo schienale della poltrona, facendo scorrere le dita sul liuto come se accarezzasse un ricordo, e risponde con voce morbida, intrisa di ironia e un pizzico di malinconia.
Ah, messere, come volano le voci attraverso i secoli, e come si deformano! "La Divina" mi chiamarono così, perché in una città di santi e peccatori, sembravo un dono degli dèi pagani. "L'irresistibile"... beh, quello era il sussurro di chi non poteva avermi, o di chi mi aveva avuta e non riusciva a dimenticarmi. Quanto a Giacomo Stella, mercante veneziano, non si suicidò per me, come dicono alcune leggende romantiche. Fu assassinato, nel 1506, per gelosia: un rivale lo fece uccidere perché non tollerava che mi corteggiasse con tanto ardore. Io stessa fui sfiorata dallo scandalo, trattenuta per qualche mese dal governatore di Roma... ma più come ospite di riguardo che prigioniera, grazie ai miei protettori. Fu un episodio triste, che mostrò quanto il desiderio possa diventare veleno negli uomini. Molti di loro furono amanti, venivano da me non solo per il letto, ma per il convito dello spirito: cene raffinate, conversazioni acute, musica, poesia. Io sceglievo con cura: non ero accessibile a tutti, solo a chi portava intelligenza oltre all’oro.

Lei però oltre a frequentare i canonici aveva un amore segreto…
Il mio grande amore era il patrizio romano Angelo del Bufalo, ma lui apparteneva ad una famiglia in vista e non volle compromettersi più di tanto. Angelo era un nobile romano, banchiere come molti in quella Roma papale, bello come un Apollo sceso dal Parnaso: capelli scuri, occhi profondi che promettevano tempeste, un sorriso che disarmava e una grazia nel muoversi che faceva impallidire i cortigiani. Ma ciò che mi conquistò non fu il volto: fu l’anima. In lui trovai passione vera, non calcolata; desiderio che non chiedeva possesso, ma unione. Lo conobbi intorno al 1506, in una di quelle serate nei palazzi sul Tevere. Mi offrì una casa magnifica per avermi vicino. Con lui non recitavo: ridevamo fino alle lacrime, parlavamo di poesia fino all’alba, facevamo l’amore come se il mondo dovesse finire al sorgere del sole. Lui mi chiamava “la mia Imperia”, non la Divina, non la cortigiana: solo Imperia, la donna. Ma Angelo era sposato. Quando la nostra storia si fece troppo intensa, troppo pericolosa per la sua posizione, lui si ritrasse. Non con crudeltà, no: con gentilezza, con dolore. Mi disse che non poteva darmi ciò che meritavo, che il suo cuore era mio ma il suo destino no. Fu allora che qualcosa in me si ruppe.

Fu in quel periodo che tra tutti i suoi ammiratori, Agostino Chigi – il Magnifico, il banchiere più ricco d’Europa – occupò un posto speciale.
Agostino era considerato uno degli uomini più ricchi d’Europa e possedeva un palazzo al centro di Roma e una villa di campagna fuori città. Ci frequentammo e divenne il mio amante. Divenne il mio protettore, il mio mecenate. Il nostro incontro non fu un lampo romantico come nei poemi, messere. Non ci fu un ballo mascherato o un salvataggio da briganti – quelle sono favole che i posteri hanno cucito addosso alla mia vita. Io avevo appena diciassette anni, ero già nota nei salotti di Roma per la mia bellezza e per la mia conversazione. Agostino, vedovo fresco della sua giovane moglie Margherita Saracini, era l’uomo più potente dopo il Papa: prestava denaro a principi e cardinali, organizzava banchetti che facevano impallidire le corti.

Ricordate l’occasione in cui lo incontraste per la prima volta? Come vi corteggiò, lui che poteva avere tutto?
Mi vide, credo, in una di quelle serate letterarie che frequentavo, da un umanista amico comune. Mi corteggiò come solo un uomo del suo calibro poteva: non con rose o versi sdolcinati, ma con generosità regale. Mi mandò gioielli che brillavano come stelle, tessuti di damasco e velluto da Venezia, libri rari in greco e latino che sapeva mi avrebbero fatto piacere. Mi offrì protezione assoluta: una casa lussuosa, servitori, persino un vigneto fuori porta. Non chiese mai l’esclusiva del mio corpo, era uomo di mondo e sapeva che una donna come me viveva di libertà, ma voleva essere il principale, il preferito. E lo fu, per anni.

La vostra prima notte insieme… se mi è permesso chiederlo con rispetto...
La prima volta... fu nella sua dimora sui Banchi, prima che iniziasse a costruire quella meraviglia che oggi chiamano Villa Farnesina. Una sera d’estate, dopo un banchetto con poeti e musici. L’aria era piena di profumi di gelsomino, il vino dolce scorreva come il Tevere. Lui mi prese per mano, mi condusse in una stanza affrescata, illuminata da candele d’argento. Non fu frettoloso come molti: mi trattò come una dea, con riverenza e passione insieme. Mi disse che ero la sua Galatea, la ninfa che sfuggiva a tutti tranne che a lui. E quella notte, tra lenzuola di seta, sentii per la prima volta cosa significasse essere desiderata non solo per il corpo, ma per ciò che ero: intelligente, colta, padrona di me stessa. Da allora, mi mantenne nel lusso, mi fece posare per Raffaello e mi rese la regina delle cortigiane. Ma Agostino non era innamorato di me: era un collezionista di bellezza, un uomo che voleva l’eccellenza in tutto. Uno così più che amare poteva solo possedere! Io gli diedi ciò che voleva, e lui mi diede il mondo. Eppure, messere del futuro, nemmeno tutto l’oro di Chigi poté tenere legato il mio cuore. Ma questa è un’altra storia...

Quindi lei proseguiva l’attività…
Non lasciai mai i miei clienti perché la mia libertà personale era fuori discussione. Al tempo abitavo in un palazzetto in via Giulia, anche se spesso risiedevo nella villa di Agostino alla Lungara.

In quel periodo conobbe Raffaello vero?
Mi ritrasse nei panni della Venere e poi ancora negli affreschi della Farnesina. Lui si invaghì di me e mi bramò così tanto da minacciare di lasciare incompiuto l’affresco del Trionfo di Galatea, se Agostino non mi avesse concesso come modella e protagonista della fiaba ermetica Amore e Psiche.

Nonostante il lusso non era felice, vero?
La liaison con Agostino Chigi continuava, ma lui aveva anche un’altra amante la bellissima cortigiana Francesca Ordeaschi, che aveva conosciuto a Venezia. Dopo la morte della moglie, Agostino la fece entrare ufficialmente nella splendida Villa Chigi con l’intenzione di sposarla.

E lei?
Io ero innamorata di Angelo del Bufalo, ma lui continuava a rifiutarmi, ed io non sopportai quel dolore. Mi sentivo messa da parte e caddi in depressione e il 13 agosto 1512 tentai di avvelenarmi, ma non fu solo per lui che scelsi il veleno. Fu per tutto: per la stanchezza di un mondo che ammirava il mio corpo e temeva la mia mente, per il vuoto lasciato da un amore che non poteva essere eterno, per il desiderio di andarmene al culmine della bellezza, prima che il tempo mi sfiorasse. Ma sì... Angelo fu la goccia che fece traboccare il calice. Lui, l’unico che avrei seguito ovunque, se me l’avesse chiesto. Fu un amore folle, sì, ma vero. L’unico che mi fece sentire mortale, e per questo divina.

Angelo del Bufalo cosa fece?
Nulla di nulla. Fu Agostino Chigi che, appena lo venne a sapere, mi mandò due abili medici per tentare di salvarmi. E ora chiedo a lei messe: Credete sia valsa la pena morire per amore? Io dissi di sì. E non mi pento.

Imperia sopravvisse due giorni e dopo sofferenze atroci si spense il 15 agosto 1512 con tutti sacramenti e perfino con la benedizione di Giulio II. Numerosi furono gli epigrammi scritti in sua gloria. Agostino Chigi finanziò un maestoso funerale mai visto a Roma per una prostituta. Venne sepolta a San Gregorio al Celio in una tomba fatta costruire da Agostino Chigi. Nella stessa tomba, un secolo dopo, verrà sepolto il canonico di Santa Maria Maggiore, Lelio Guidiccioni, e in pratica di Imperia, la Divina verrà cancellata ogni traccia.
Di lei ci resta solo il ricordo di un’elegante iscrizione latina che suonava pressappoco così: “Imperia, cortigiana romana che, degna di così gran nome, offrì un esempio di bellezza raro per il genere umano.” Un congedo degno del suo nome, nulla a che vedere con le cortigiane povere, quelle “da lume”. Di loro sono rimaste poche tracce nelle squallide sepolture vicino al Muro Torto (presso la porta Flaminia detta del Popolo), una fossa comune dove venivano sotterrate quando morivano se riconosciute come prostitute chiamata dai romani: “Il cimitero delle puttane.”

 

 



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